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24 marzo 2018

The seen and unseen (Kamila Andini, 2017)

The Seen and Unseen (Sekala Niskala)
di Kamila Andini – Indonesia 2017
con Ni Kadek Thaly Titi Kasih, Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena
***1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente la regista.

Tantri (Ni Kadek Thaly Titi Kasih) e Tantra (Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena) sono due gemelli di dieci anni che vivono sull'isola di Bali. Quando il bambino, caduto in coma, viene ricoverato in ospedale con una malattia terminale, la sorella continua a trascorrere il tempo con lui all'interno di un vissuto onirico e immaginario, fatto di giochi, di storie, di danze e di canti. Un film altamente simbolico ed estremamente suggestivo, che affronta i temi della sofferenza della separazione e del mistero della morte con il linguaggio del realismo magico e il copioso utilizzo di simboli e riferimenti al folklore balinese (come i bambini fantasma che rotolano fra i campi, spiritelli "compagni di gioco" ed amici immaginari di ogni bambino sin dalla sua nascita). Ripetuti, per esempio, i riferimenti alla luna, il cui ciclo indica la morte e la rinascita (quasi tutti gli incontri fra i due bambini avvengono di notte, illuminati dalla luce del satellite), oppure quelli alle uova, simbolo dell'unione e della complementarietà dei due gemelli (quando mangiano, si prendono l'uno il tuorlo e l'altra l'albume: e non appena sono stati separati, a Tantri capita un uovo sodo che manca totalmente della parte gialla). A Bali il ciclo della vita comprende tutto, unendo insieme gli aspetti duplici dell'esistenza: il maschile e il femminile, il giorno e la notte, il reale e il surreale, il visibile e l'invisibile (da cui il titolo del film). Questa duplicità è, naturalmente, particolarmente percepita nel fenomeno di due gemelli, uno maschio e uno femmina. E i giochi, i sogni e i canti fanno parte di un linguaggio comune e universale, soprattutto nel momento dell'infanzia. Fra le scene più belle, quelle in cui i bambini imitano gli animali, girati dalla regista giavanese con lunghi piani sequenza: la lotta fra i galli e, nel finale, la curiosità e l'esplorazione della scimmia.

7 agosto 2016

The raid - Redenzione (G. Evans, 2011)

The Raid - Redenzione (Serbuan maut, aka The Raid)
di Gareth Evans – Indonesia/USA 2011
con Iko Uwais, Donny Alamsyah
*1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Una squadra delle forze speciali di polizia irrompe nel palazzo dove si nasconde un boss della droga. Ma l'intero edificio di quindici piani è sotto il controllo del malvivente, e ben presto i poliziotti da predatori diventano prede, costretti a difendersi dagli attacchi di tutti gli inquilini... Al suo secondo film sul pencak silat (un'arte marziale indonesiana), e con lo stesso protagonista del precedente "Merantau" (Iko Uwais, qui nei panni della giovane recluta Rama che scopre che una delle guardie del corpo del boss è suo fratello Andi), il regista gallese Gareth Evans alza la posta e realizza una pellicola d'azione praticamente senza pause: a parte i cinque minuti introduttivi, il film è tutto un susseguirsi di scontri e combattimenti, estremamente duri e cruenti, pieni di energia e ben coreografati anche se talvolta con un eccesso di effetti digitali. Purtroppo, oltre a questi c'è ben poco: la trama è esile, i personaggi non hanno caratterizzazione o profondità, i dialoghi sono stereotipati (soprattutto quelli della prima parte, che racconta l'irruzione della polizia nel palazzo, che sembrano uscire da un film bellico di serie Z) e i contenuti del tutto sacrificati a una furiosa e viscerale messa in scena che procede solo per accumulo, priva di qualsivoglia spessore e degna – è la definizione degli stessi filmmaker – di un "survival horror". I combattimenti, come detto, sono l'unica ragion d'essere del film: da ricordare, in particolare, quello in cui Rama e Andi affrontano Mad Dog (Yayan Ruhian), braccio destro del boss, che tiene loro testa in uno contro due. Ma sembra quasi di assistere a un videogioco, con il protagonista che terminato ogni scontro è sempre di nuovo in forma per il successivo. Buon successo di pubblico, che ha portato alla realizzazione di un sequel. Si era parlato anche di un remake americano, ma per ora non se ne è fatto nulla.

11 gennaio 2016

Merantau (Gareth Evans, 2009)

Merantau (id.)
di Gareth Evans – Indonesia 2009
con Iko Uwais, Sisca Jessica
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Secondo le tradizioni dei Minangkabau, un gruppo etnico che vive sull'isola di Sumatra, tutti i giovani, prima di entrare nell'età adulta, devono abbandonare la propria casa per compiere un "viaggio iniziatico" in cerca di fortuna e alla scoperta del proprio posto nel mondo. Così fa anche il protagonista di questo onesto film di arti marziali, diretto da un regista gallese in trasferta in Indonesia, che porta sullo schermo le tecniche di una particolare disciplina chiamata pencak silat. Se la storia in sé non è particolarmente originale (giunto a Giacarta, il protagonista Yuda si mette nei guai quando decide di proteggere una ragazza, scatenando l'ira di un gangster occidentale che traffica in schiave sessuali), anche se il finale nella sua ingenuità riesce comunque a sorprendere, la confezione è accattivante e soprattutto le scene d'azione sono soddisfacenti e realistiche. Risparmiandoci coreografie confuse, movimenti iper-accentuati o un montaggio che "spezza" l'azione (difetti di gran parte dell'action contemporaneo), il film mostra combattimenti semplici e grezzi ma ricchi di impeto e fisicità, con Uwais che ricorda a tratti Jackie Chan nel suo modo di sfruttare l'ambiente circostante e gli oggetti a sua disposizione. Agli appassionati del genere non dispiacerà di certo, anche perché rappresenta una boccata d'aria fresca in un filone che negli ultimi decenni ha un po' perso di vista quella viscerale spontaneità che ne costituiva uno dei punti di forza fino agli anni ottanta. Il regista collaborerà con Uwais anche nel successivo "The Raid: Redemption", il film che lo ha portato definitivamente sotto i riflettori.

16 settembre 2006

Opera Jawa (G. Nugroho, 2006)

Opera Jawa
di Garin Nugroho – Indonesia 2006
con Martinus Miroto, Artika Sari Devi
*

Visto al cinema Gnomo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

In ogni rassegna c'è almeno un film che provoca una fuga di massa degli spettatori, un titolo che inizia con la sala quasi piena e termina con il cinema semivuoto. Non necessariamente si tratta di un film brutto (capita spesso, per esempio, alle bellissime pellicole di Tsai Ming-Liang): basta che sia poco accessibile, per forma o per contenuti, o che richieda una particolare sensibilità che non tutti, e non per loro colpa, hanno. Lo scomodo ruolo di film "devastante", in questa rassegna, è toccato a "Opera Jawa", una pellicola che per l'appunto non sarebbe affatto disprezzabile dal punto di vista tecnico. Molto belle, per esempio, le immagini e le scenografie. Il problema è che si tratta di un'opera musicale giavanese ispirata a un grande classico della letteratura asiatica, il Ramayana (in particolare alla vicenda del "rapimento di Sinta", un triangolo senza lieto fine fra un marito, la sua moglie e un seduttore innamorato di lei). Quando ne avevo letto la descrizione sul programma mi ero immaginato un musical in stile Bollywood, vivace e allegro. Invece la musica è lenta, le melodie mi sono sembrate nenie tutte uguali, impossibili da apprezzare per un orecchio non abituato a questo tipo di teatro. Sono rimasto fino alla fine della proiezione soltanto per puro principio, ma dopo dieci minuti già non ne potevo più.