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30 novembre 2022

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki, 1996)

Nuvole in viaggio (Kauas pilvet karkaavat)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1996
con Kati Outinen, Kari Väänänen
***1/2

Rivisto in divx.

Ilona (Outinen), capocameriera in un ristorante, e il marito Lauri (Väänänen), autista di tram, perdono il lavoro quasi contemporaneamente. E trovarne uno nuovo non è facile, in un mondo e una città che cambia rapidamente e che offre poche garanzie. Dopo aver esaurito ogni possibilità, riusciranno a risollevarsi aprendo un ristorante tutto loro. Dopo "Ombre nel paradiso" e "La fiammiferaia", Kaurismäki firma un altro affresco sui problemi socio-economici delle classi medie e povere, nonché uno dei suoi film migliori, con i suoi attori preferiti e il suo consueto stile asciutto, laconico e bordato di humour (humour finlandese, si badi bene, con personaggi apparentemente inespressivi e sempre silenziosi, in ogni circostanza). I toni malinconici (il rimpianto per il passato e per un mondo "con più stile"), la colonna sonora (dove abbondano canzoni nostalgiche ma anche brani della sesta sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij), le scenografie colorate e la fotografia in chiaroscuro fanno da sfondo a una vicenda quotidiana di due personaggi pieni di dignità anche quando sono alle prese con problemi pressanti come quelli legati al lavoro e alla disoccupazione. Problemi dai quali, a volte, non basta la buona volontà per uscire, anche perché chi è onesto è comunque circondato da imbroglioni grandi e piccoli. Attorno ai due protagonisti ruota un bel cast di caratteristi (Elina Salo, Markku Peltola, Sakari Kuosmanen, Matti Onnismaa), mentre le "nuvole in viaggio" del titolo, quelle verso cui i due coniugi volgono lo sguardo nel finale, rappresentano i momenti buoni o brutti della vita, che vanno e vengono a loro piacimento o portati da un vento imprevedibile. Scene cult: l'uscita dal cinema ("Abbi pazienza, è tua sorella") e quella della riappacificazione fra i coniugi ("Tra noi è finita" - "Torniamo a casa" - "Va bene"). Da notare anche le due brevi sequenze mute che adombrano la tragica perdita di un figlioletto. Come in quasi ogni film del regista finlandese, i protagonisti hanno un cane. Premio speciale al festival di Cannes.

4 novembre 2022

Total Balalaika Show (Aki Kaurismäki, 1994)

Total Balalaika Show (id.)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1994
con i Leningrad Cowboys
**1/2

Rivisto su YouTube.

Registrazione del concerto tenuto a Helsinki nel 1993 dai Leningrad Cowboys (rock band di cui Kaurismäki aveva già diretto due film di finzione), accompagnati dall'orchestra e dal coro dell'armata russa Alexandrov: il programma è un mix fra classici del rock occidentale (da "Happy Together" a "Knockin' on Heaven's Door") e popolari brani della tradizione russa (da "Kalinka" a "Oci ciornie"), fino al gran finale con "Those Were the Days". I musicisti si esibiscono nella piazza del Senato della capitale finlandese, davanti a un'enorme folla. E la commistione colorata fra i bizzarri rocker finlandesi (con i loro ciuffi spropositati, gli occhiali scuri e le scarpe appuntite) e gli impettiti militari russi (in uniforme) è quantomeno straniante, ma le reciproche interazioni sono gioiose e contagiose: un vero inno all'universalità della musica, che unisce le culture e promuove le amicizie. La regia di Kaurismäki, pur non rinunciando a sottolineare alcuni aspetti autoironici, si mette modestamente al servizio del concerto e della musica, senza vezzi autoriali (giusto l'incipit, in cui si vedono i rispettivi gruppi firmare il contratto di collaborazione a Mosca, e i cartelli muti con i titoli delle varie canzoni, che richiamano i capitoletti dei due precedenti lungometraggi).

5 novembre 2019

Leningrad Cowboys meet Moses (Aki Kaurismäki, 1994)

Leningrad Cowboys meet Moses
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Germania/Francia 1994
con Matti Pellonpää, Kari Väänänen
**

Visto in divx, in originale.

Sperduti nel deserto messicano alla fine del film precedente, i Leningrad Cowboys ("la peggior banda di rock'n'roll del mondo") ritrovano il loro vecchio manager Vladimir (Pellonpää), che ora si fa chiamare Mosé, sfoggia una lunga barba nera e dichiara di essere stato inviato per ricondurre il suo popolo in patria. Si lasciano così convincere a ripartire per l'Europa, dove, a bordo di un vecchio pulmino rosso, attraverseranno vari paesi (dalla Francia alla Germania, dalla Repubblica Ceca alla Polonia) diretti verso l'ex (ma tuttora esistente) Unione Sovietica. Sulle loro tracce c'è però un agente della CIA (André Wilms), che li insegue perché Vladimir/Mosé ha rubato il naso della Statua della Libertà (!), e che si unisce al gruppo spacciandosi per il profeta Elia... Dopo il brillante "Leningrad Cowboys go America", ecco un sequel divertente ma assai meno significativo, nonostante le bizzarrie non manchino (così come la parodia degli eventi biblici: vedi Mosé che cammina sulle acque). I membri del gruppo (nato dalla fantasia di Kaurismäki, ma che nel frattempo era diventato una vera rock band) – divisi tra i dipartimenti "messicani", con tanto di poncho, sombreri e baffoni, e "sovietici", con uniformi militari e medaglie – interpretano sempre sé stessi, con gli inconfondibili ciuffi a punta, affiancati da un pugno di attori cari al regista (Kari Väänänen è ancora l'accompagnatore muto, che li tira spesso fuori dai guai). Ma tutto sembra meno nostalgico e più fine a sé stesso: non a caso il film, a differenza del prototipo, non ha avuto la stessa fama (non è nemmeno stato distribuito in Italia) e rimane tuttora il meno noto di tutti i lavori di Kaurismäki. Impagabili comunque i dialoghi in un inglese rudimentale e maccheronico, che accentuano il senso di spaesamento, e la consueta ironia minimalista, straniante e surreale. Nello stesso anno Kaurismäki dirigerà il primo film-concerto del gruppo, "Total Balalaika Show".

29 luglio 2018

Tatjana (Aki Kaurismäki, 1994)

Tatjana (Pidä huivista kiinni, Tatjana)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1994
con Matti Pellonpää, Mato Valtonen
**1/2

Rivisto in divx.

Il sarto Valto (Valtonen), un uomo taciturno che consuma caffè in continuazione, e l'amico meccanico Reino (Pellonpää), che invece ha la parlantina sciolta e beve solo vodka, partono in macchina senza una meta precisa. Daranno un passaggio a due donne, l'estone Tatjana (Kati Outinen) e la russa Klaudia (Kirsi Tykkyläinen), dirette a Helsinki per prendere il traghetto per Tallinn. Durante il viaggio, Reino si innamora di Tatjana e decide di rimanere con lei. Valto, invece, torna alla vita di un tempo. Uno strano, piccolo film (dura solo un'ora), girato da Kaurismäki in bianco e nero, con la sua solita atmosfera nostalgica e on the road, fra alberghetti, bar e ristoranti di provincia o periferia. Nella sua breve durata, non si fa mancare nulla: tocchi di humour surreale (prima di partire, Valto rinchiude la madre in uno sgabuzzino, dal quale la farà uscire al suo ritorno come se non fosse accaduto nulla), di poetica visionarietà (nel finale Valto si immagina di entrare in locale con tutta l'automobile, fracassando la vetrina: ma è soltanto un modo per uscire dal proprio guscio con la fantasia), di laconica espressività. Tutti i personaggi sono legati dalla solitudine e dalla dipendenza da qualcosa (le bevande, la musica, le abitudini), ed è tenerissimo vedere come Reino e Tatjana si avvicinino poco a poco: nella scena in cui i due si adagiano l'una sull'altro, non servono nemmeno le parole. Elina Salo è l'impiegata dell'albergo. Nella colonna sonora, tante canzoni dei Renegades e alcuni estratti della sesta sinfonia di Ciajkovskij.

24 aprile 2017

L'altro volto della speranza (Aki Kaurismäki, 2017)

L'altro volto della speranza (Toivon tuolla puolen)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 2017
con Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen
***

Visto al cinema Eliseo.

Da sempre intento a ritrarre il mondo degli umili e degli emarginati, già nel precedente "Miracolo a Le Havre" Kaurismäki aveva affrontato il tema, così d'attualità, dell'immigrazione e dei rifugiati che giungono in Europa per fuggire dalle guerre del Medio Oriente. Qui (in quello che dovrebbe essere, secondo il suo intento, il capitolo centrale di una "trilogia sui porti") ne fa il centro della pellicola, o almeno uno dei centri, visto che uno dei due protagonisti è Khaled Ali (Haji), profugo siriano che, per una serie di circostanze, si ritrova in Finlandia, separato dall'amata sorella di cui ha perso le tracce. Il suo tentativo di chiedere asilo alle autorità finlandesi viene frustrato, e Khaled si dà alla clandestinità: viene accolto e protetto da Waldemar Wikström (Kuosmanen), anziano proprietario di un ristorante, e dai suoi dipendenti, che lo aiuteranno anche a rintracciare la sorella. D'altronde, che il mondo venga portato avanti grazie alla solidarietà fra i singoli esseri umani, spesso proprio quelli degli strati sociali più bassi, è un tema costante delle pellicole del regista finlandese (qui evidente anche nell'amicizia fra il siriano Khaled e l'iraniano Mazdak; ma c'è anche l'operatrice del centro di accoglienza che lo aiuta a fuggire, il camionista che gli riporta la sorella, e altri esempi ancora). Lo stesso Wikström è un personaggio assolutamente kaurismäkiano, sin dalla scena che lo introduce, nel quale dà silenziosamente addio alla moglie alcolizzata e va via di casa. Impiegato come commesso viaggiatore ma deciso a cambaire vita, grazie a una cospicua vincita al gioco (una partita a poker sembra l'ideale per personaggi dalle facce sempre imperturbabili come quelli di Kaurismäki: ma per una volta, nel momento in cui svela la mano vincente, sul volto di Wikström si nota l'accenno di un sorriso!), ottiene il denaro necessario per acquistare il ristorante (come già in "Nuvole in viaggio", la ristorazione si rivela una risorsa vincente), ereditandone anche i tre bizzarri dipendenti (magistralmente interpretati da Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen e Nuppu Koivu). E se gli affari non vanno bene, si può sempre provare a trasformarlo in un sushi bar (in una sequenza esilarante, che oltre a far ridere fa anche riflettere: nel servire ai malcapitati turisti giapponesi delle aringhe salate con una dose abbondante di wasabi, i personaggi fanno quello che fa il film stesso: far incontrare insieme elementi che provengono da mondi diversi e che hanno poco in comune l'uno con l'altro). Per il resto, siamo dalle parti del "solito" Kaurismäki: personaggi senza casa, lunghi e rarefatti silenzi, momenti di sottile umorismo, una nostalgica malinconia (abiti e automobili guardano al passato, i prezzi del ristorante sono ancora in marchi, nonostante ormai sia in vigore l'euro), la retorica ai minimi livelli anche quando si parla dei drammi sociali di questi giorni, un grande uso degli spazi e del colore, e tanta musica diegetica (quasi tutte le canzoni che si sentono durante il film sono "eseguite" da artisti di strada o nei locali), fino a un finale (almeno in parte) riappacificatorio. E naturalmente non poteva mancare un cagnolino, in questo caso la simpatica Koistinen (lo stesso nome del protagonista de "Le luci della sera"). Breve cameo per Kati Outinen (la negoziante che progetta di emigrare in Messico). Il doppiaggio italiano, a differenza che in passato, mi è sembrato voler infondere a forza qualche emozione nelle voci dei personaggi, un effetto straniante se accoppiato all'impassibilità dei loro volti.

23 giugno 2016

Vita da bohème (Aki Kaurismäki, 1992)

Vita da bohème (La vie de bohème)
di Aki Kaurismäki – Francia/Finlandia 1992
con Matti Pellonpää, Evelyne Didi, André Wilms
***

Rivisto in divx.

Alla sua seconda coproduzione internazionale dopo "Ho affittato un killer", Kaurismäki sceglie di adattare la stessa raccolta di racconti (e poi dramma teatrale) di Henri Murger da cui Giacomo Puccini ha tratto l'opera "La Bohème", senza però rinnegare il proprio stile asciutto e la propria poetica (e portando a bordo alcuni dei suoi attori preferiti, come Matti Pellonpää e Kari Väänänen, al fianco di interpreti francesi). In fondo i temi sono quelli a lui consoni (storie di emarginati e di disadattati), così come l'alternanza fra momenti di ironia più o meno sottotraccia ed episodi malinconici e drammatici. Pur ambientato in una Parigi quasi contemporanea, il film sembra ignorare la modernità e guardare al passato: è girato in bianco e nero, presenta protagonisti avanti con l'età (quelli originari erano invece giovani, e proprio la fine della gioventù era uno dei fili conduttori dell'opera) e scenari decadenti e desolati. Il film racconta le vicende di tre artisti spiantati e falliti, il pittore albanese Rodolfo (Pellonpää), lo scrittore Marcel Marx (Wilms) e il compositore Schaunard (Väänänen), sempre a corto di denaro e alle prese con minacce di sfratto, problemi con le autorità (Rodolfo non ha il permesso di soggiorno) e frequenti visite al banco dei pegni. I tre diventano amici e condividono lavoretti, appartamenti e le proprie miserie. A un certo punto Rodolfo conosce Mimì, giunta in città dalla campagna in cerca di lavoro, e se ne innamora, ma la ragazza finirà con il morire a primavera, dopo una breve malattia. Il canovaccio della "Boheme" è rispettato (con qualche variazione: Rodolfo e Marcel si scambiano i campi di attività, e manca il quarto membro del gruppo di amici, il filosofo Colline), così come – almeno in parte – i significati tematici del testo originale (la disinvoltura nella vita, il senso di perdita e di dolore), ma Kaurismäki li interpreta a modo suo, fedele alla propria poetica di celebrazione degli emarginati che mostrano contegno e rispetto per sé stessi anche nelle avversità. Piccole parti per uno stralunato Jean-Pierre Léaud (l'industriale che commissiona un ritratto a Rodolfo) e per i registi Samuel Fuller (l'editore di Marcel) e Louis Malle (l'uomo che offre la cena al pittore quando questi viene derubato del portafoglio), mentre il cane di Rodolfo, Baudelaire, è interpretato da Laika, cagna dello stesso Kaurismäki che rivedremo (e con lei, i suoi discendenti) in tantissimi film dell'autore finlandese. Nella colonna sonora manca volutamente Puccini, come a sottolineare che non si tratta di un melodramma: quando Mimì e Musette vanno all'opera, ascoltano invece "Le nozze di Figaro" di Mozart. E sul funerale di Mimì, oltre che sui titoli di coda, c'è una canzone popolare giapponese, "Yuki no furu machi wo", interpretata da Toshitake Shinohara.

25 maggio 2016

Ho affittato un killer (Aki Kaurismäki, 1990)

Ho affittato un killer (I hired a contract killer)
di Aki Kaurismäki – GB/Fra/Fin/Ger/Sve 1990
con Jean-Pierre Léaud, Margi Clarke
**1/2

Rivisto in divx.

Henri (Léaud), francese in "esilio" a Londra dove è impiegato in un ufficio comunale, conduce una vita vuota, monotona e solitaria. Quando perde il lavoro, decide di suicidarsi: non riuscendo però a uccidersi con le proprie mani, commissiona l'incarico ad un killer (Kenneth Colley). L'incontro con una donna, Margaret (Clarke), gli farà però cambiare idea: a questo punto farà di tutto per sfuggire al sicario che lui stesso ha assoldato. Alla sua prima produzione internazionale (anche se non si tratta del suo primo film girato all'estero, visto che c'era stato "Leningrad Cowboys Go America"), Kaurismäki non rinuncia al proprio stile laconico ed essenziale, e sceglie un attore il cui volto impassibile si sposa alla perfezione con la sua poetica: Jean-Pierre Lèaud, icona della Nouvelle Vague e celebre per i film di Truffaut. Se la trama è alquanto inverosimile, ondeggiando tra la black comedy e la farsa (i vari tentativi di suicidio di Henri, che non vanno a buon fine per imperizia o per sfortuna) e con un meccanismo narrativo a tratti forzato (la rapina), l'atmosfera è invece quella di un perfetto noir. Gli ambienti (i quartieri più proletari e degradati della Londra thatcheriana; gli appartamenti spogli che riflettono il vuoto nelle vite dei personaggi; i pub e i locali dove si consumano whisky e sigarette senza pensare al futuro) e i personaggi di contorno (da Margaret, venditrice di rose, allo stesso killer, che si scopre malato terminale di cancro) contribuiscono al tono malinconico e fatalista tipico dei migliori esempi del genere. Nel finale c'è spazio per un po' di speranza, magari da andarsi a cercare altrove (tanto "la classe operaia non ha patria", dice Henri). Cameo di Joe Strummer (il chitarrista), di Serge Reggiani (il proprietario del chiosco di hamburger) e dello stesso Kaurismäki (il venditore di occhiali da sole).

4 maggio 2016

La fiammiferaia (Aki Kaurismäki, 1990)

La fiammiferaia (Tulitikkutehtaan tyttö)
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Svezia 1990
con Kati Outinen, Vesa Vierikko
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Iris conduce una vita solitaria e senza gratificazioni. Di giorno lavora in una fabbrica di fiammiferi per mantenere una madre nullafacente e un patrigno violento; la sera frequenta locali da ballo alla ricerca di un amore che sembra non giungere mai. Quando finalmente incontra un uomo, Aarne, questi la scarica dopo una sola notte: e alla notizia che la ragazza è rimasta incinta, le manda un assegno per invitarla ad abortire. Al culmine della depressione, umiliata e rifiutata da tutti, Iris prende una decisione irrevocabile... Ispirato solo superficialmente alla fiaba di Andersen "La piccola fiammiferaia", il terzo film della cosiddetta "trilogia del proletariato" (dopo "Ombre nel paradiso" e "Ariel") è, nella sua breve durata (solo 68 minuti), uno dei lavori più riusciti e compiuti di Kaurismäki, sicuramente quello più drammatico e "nero". Quando Iris si reca in farmacia per comprare il veleno per topi, lo spettatore è spinto a pensare che stia meditando il suicidio: la decisione di avvelenare invece Aarne (oltre a un altro uomo che la approccia fugacemente nel bar) e i genitori giunge dunque a sorpresa, ma risulta perfettamente in linea con il personaggio e la storia narrata, ed eleva la pellicola al di sopra del melodramma (un genere quantomai lontano dalle corde del regista finlandese), virandola verso la black comedy e la tragedia fatalista. La consueta laconicità dei personaggi aggiunge spessore psicologico, mentre l'inevitabile finale completa quello che è un vero e proprio gioiellino cinematografico, graziato dalla fotografia lucida e pittorica di Timo Salminen, dalla colonna sonora rock & blues (Iris cerca l'amore anche nelle canzoni, nei libri, nei film, mentre il mondo intorno a lei sembra insensibile all'arte, e in televisione scorrono le immagini della rivolta di piazza Tienanmen e della visita del papa in Finlandia), e soprattutto dalla prova d'attrice di Kati Outinen, volto impassibile e costante nelle produzioni di Kaurismäki, che sforna qui una delle sue interpretazioni più intense e memorabili.

14 dicembre 2015

Leningrad Cowboys go America (Aki Kaurismäki, 1989)

Leningrad Cowboys go America (id.)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1989
con Matti Pellonpää, Kari Väänänen
***1/2

Rivisto in divx, con Sabrina.

In cerca di una scrittura, la band dei Leningrad Cowboys lascia la tundra sovietica per trasferirsi in America. Ma la loro musica, a base di polka e di temi popolari russi, non sembra essere apprezzata, e l'unico incarico che ricevono è quello di recarsi in Messico per suonare a un matrimonio. A bordo di una cadillac usata, i numerosi membri del gruppo attraversano così gli Stati Uniti, da New York al Texas, cercando nel frattempo di aggiornare il proprio repertorio con il rock'n'roll, il country e il blues. Road movie musicale, poetico e surreale, i cui protagonisti sono i membri di un autentico gruppo rock-pop finlandese. In precedenza si chiamavano Sleepy Sleepers: cambiarono nome proprio grazie a Kaurismäki, che aveva diretto per loro una manciata di video fra il 1986 e il 1988 ("Rocky VI", "Thru the Wire" e "L.A. Woman") e che li porterà sullo schermo una seconda volta nel 1994, nel sequel "Leningrad Cowboys meet Moses", oltre che in un film-concerto, "Total Balalaika Show". La straniante ironia del regista finnico, per la prima volta in trasferta e caratterizzata dal consueto approccio minimalista (camera fissa, lunghe pause fra una battuta e l'altra), si sposa bene con lo scenario americano, di cui mostra i sobborghi abbandonati, i bar e i locali più periferici, le strade ai margini delle località simbolo (non c'è spazio per paesaggi inflazionati o da cartolina). E la pellicola si muove fra il cinema muto (i cartelli che spezzettano la vicenda in tanti capitoletti, alcuni dei quali memorabili: "Lo picchiano selvaggiamente"), il documentario di viaggio, le metafore sociali, esistenziali e politiche (l'impresario che sfrutta i suoi musicisti, la "ribellione" contro di lui che però dura poco, fino al "ritorno della democrazia"), il tema dell'emigrazione e dei rapporti familiari interrotti (la leggenda del nonno che è andato in America e di cui "non si è saputo più nulla", il cugino – il vocalist Nicky Tesco – ritrovato per caso alla stazione di servizio), e in generale quello della nostalgia. E poi, ovviamente tanta musica, dal folk russo ai classici del rock ("Tequila", "Born to Be Wild"), passando per il country e il blues, fino alle ballate messicane cantate al matrimonio. Ci sono persino paralleli con i Blues Brothers: dall'abbigliamento dei musicisti (giacche e occhiali neri) alle loro esibizioni improvvisate nei locali country. A proposito di abbigliamento: la cifra surreale è data anche dall'insolito aspetto dei membri del complesso, che sfoggiano un ciuffo appuntito, scarpe winklepicker anch'esse a punta, e l'immancabile pelliccia per proteggersi dal freddo (da notare che il ciuffo sembra essere un tratto di famiglia, più che una scelta estetica, visto che è esibito anche da un neonato e persino dal cane di casa). Durante il viaggio, i Leningrad Cowboys portano con sé la cassa di legno che contiene il loro bassista, rimasto congelato per "essere rimasto fuori a provare durante la notte" (la cassa, piena di ghiaccio, è anche utile per conservare al fresco le lattine di birra): non è però morto, visto che nel finale sarà scongelato in tempo per suonare al matrimonio. Pur non avendo mai ambientato un film negli Stati Uniti, il cinema di Kaurismäki aveva sempre mostrato una certa affinità verso l'immaginario e la cultura americana, sia pure trasfigurata attraverso le sue rappresentazioni cinematografiche e musicali (un tratto comune a molti altri registi europei, da Wenders a Godard), e dunque si trova a proprio agio nel trasportare in questo scenario i suoi personaggi perdenti ed emarginati (impagabili alcune battute con cui questi commentano il paese in cui si trovano: "Mi domando quando inizierà la violenza", dice uno di loro a New York). Matti Pellonpää è l'avido impresario Vladimir, che sparirà nel finale solo per tornare nel sequel. Kari Väänänen è Ivan, lo "scemo del villaggio", che – pur muto e senza il ciuffo – li segue a debita distanza lungo tutto il tragitto nella speranza di entrare a far parte del gruppo. Cameo di Jim Jarmusch nei panni del venditore di auto usate.

5 novembre 2015

Ariel (Aki Kaurismäki, 1988)

Ariel (id.)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1988
con Turo Pajala, Susanna Haavisto
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando la miniera in cui lavorava è costretta a chiudere, Taisto Kasurinen decide di spostarsi verso sud, raggiungendo Helsinki a bordo della sua unica proprietà, un auto decapottabile regalatagli da un collega. Disoccupato (e derubato dei pochi soldi che gli erano rimasti), fatica a trovare un lavoro ed è costretto a dormire in un ostello: incontra però l'amore grazie a Irmeli, madre single con un bambino, che a sua volta si barcamena come può fra diversi lavori pur di tirare avanti. Le cose precipitano quando Taisto viene arrestato e finisce in prigione: qui conosce Mikkonen, insieme al quale evade e tenta una rapina in banca... Dopo "Ombre nel paradiso", Kaurismäki prosegue a narrare le storie di perdenti, solitari e disoccupati ai margini della società. Questa volta, però, lo spunto sociale dà vita a un noir moderno, che non stonerebbe se fosse ambientato in America durante la Grande Depressione, graziato comunque da tutte le caratteristiche del regista finlandese: la fotografia colorata e iperrealista, l'atmosfera nostalgica (vedi anche la colonna sonora), i dialoghi secchi e stranianti, l'umorismo nero e sotto traccia, e naturalmente i personaggi estremamente umani (nonostante una caratterizzazione che procede per sottrazione). Lo stile è ormai compiuto e maturo, pronto per i successivi capolavori. I due interpreti – Turo Pajala e Susanna Haavisto – non sono habitué del cinema di Kaurismäki, i cui attori feticcio compaiono invece in ruoli minori (Matti Pellonpää, in particolare, è Mikkonen, il complice che Taisto incontra in prigione). Il titolo scespiriano si spiega nel finale: "Ariel" è il nome della nave con la quale Taisto, Irmeli e il figlio salpano verso il Messico. La canzone "Over the Rainbow", cantata in finlandese sui titoli di coda, sottolinea il lieto fine quasi favolistico.

29 giugno 2015

Amleto si mette in affari (Aki Kaurismäki, 1987)

Amleto si mette in affari (Hamlet liikemaailmassa)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1987
con Pirkka-Pekka Petelius, Esko Salminen
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La vicenda di Amleto, ambientata ai giorni nostri e girata come se si trattasse di un film noir. Il protagonista (Petelius) è qui il figlio del presidente di una grande azienda, che viene assassinato dal socio in affari Klaus (Salminen), amante di sua moglie Gertrud (Elina Salo). Quando Amleto riceve dal fantasma del padre l'ordine di vendicarlo, ne seguirà un bagno di sangue. La trama si snoda fedelmente come nella tragedia di Shakespeare, di cui riprende anche diverse battute (nella lettera che Amleto scrive ad Ofelia, o nei suoi discorsi da "pazzo"; curiosamente, invece, è assente il monologo "Essere o non essere"): ma nel finale c'è un notevole colpo di scena, che cambia completamente il significato dell'opera originale, non senza una certa irriverenza. E dunque, più che i temi shakespeariani, ad emergere in primo piano sono il cinismo e l'ironia con cui Kaurismäki ritrae il mondo dell'industria e degli affari. In un certo senso il regista finlandese rifà quello che aveva fatto con "Delitto e castigo" di Dostoevsky, attualizzando un testo classico e adattandolo non solo al suo cinema (personaggi laconici, atmosfere da anni cinquanta) ma anche allo scenario contemporaneo, con la contrapposizione fra imprenditori capitalisti (la famiglia di Amleto) e lavoratori proletari (il suo autista, che lavora sotto copertura per il sindacato). L'atmosfera noir, che ben contestualizza la "resa dei conti" familiare a colpi di pistola, è resa dalla fotografia in bianco e nero, dall'illuminazione a bassa intensità (che mette in risalto alcuni particolari, come la camicia bianca del padre di Amleto che ne fa un fantasma ancora prima della morte), dalla colonna sonora (che fonde musica sinfonica – Shostakovich e Ciajkovskij – e blues – Elmore Jones), dai titoli di testa e dai cartelli che punteggiano la pellicola. Non mancano i consueti tocchi di straniante umorismo, con Klaus vorrebbe ridurre le attività diversificate del gruppo, chiudendo i cantieri navali e le segherie per tuffarsi nell'industria delle paperelle di gomma (!), e le battute sarcastiche sulle rivalità scandinave ("Direte che state viaggiando per divertimento" – "In Norvegia?"). Kati Outinen è un'Ofelia arrampicatrice sociale (bella la scena del suo suicidio nella vasca da bagno, con tanto di paperella di gomma), Kari Väänänen è un umiliato Lauri/Laerte, che muore con la testa dentro una radio; Puntti Valtonen e Mari Rantasila sono l'autista Simo e la cameriera Helena; per il fido Matti Pellonpää, invece, solo un cameo come guardiano notturno.

14 aprile 2015

Ombre nel paradiso (Aki Kaurismäki, 1986)

Ombre nel paradiso (Varjoja paratiisissa)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1986
con Matti Pellonpää, Kati Outinen
***

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

Nikander, autista di camion della nettezza urbana, e Ilona, commessa in un supermercato, sono due anime solitarie che si incontrano per caso e cercano conforto l'uno nell'altra. Con questa pellicola Kaurismäki inaugura una serie di film sul proletariato (seguiranno "Ariel", "La fiammiferaia", "Nuvole in viaggio" e altri) dai toni nostalgici, esistenziali o fatalisti, dove i personaggi devono far fronte non solo alle difficoltà dei sentimenti ma anche, più pragmanticamente, a quelle economiche o lavorative. La trama semplicissima è al servizio di una storia romantica raccontata con stile sobrio, un'ambientazione iperrealista (con le vite dei personaggi immerse in una banalità che va persino oltre quella del quotidiano), una fotografia dove spiccano i colori primari e le atmosfere urbane e notturne, e le intense interpretazioni dei due protagonisti (i cui volti trasmettono tutte quelle emozioni che le parole o i dialoghi sembrano esitare a voler veicolare), attori feticcio che ritorneranno in quasi tutti i film successivi del regista. Molto azzeccata la colonna sonora a base di jazz e di blues (con brani, fra gli altri, di John Lee Hooker ed Elmore James). Fra le scene da ricordare: il primo appuntamento di Nikander e Ilona, con lui che la porta al bingo, e quella in cui vanno al cinema a vedere "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone. Il titolo (reso in italiano anche come "Ombre in paradiso") è lo stesso di un romanzo di Remarque.

13 aprile 2015

Calamari union (Aki Kaurismäki, 1985)

Calamari union (id.)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1985
con Timo Eränkö, Kari Heiskanen
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un gruppo di sedici uomini, tutti chiamati Frank (ispirati, pare, allo scrittore finnico Frank Armoton), attraversa Helsinki con l'intenzione di raggiungere il quartiere benestante di Eira, fuggendo così dalle zone tristi e povere in cui vivono. Privi di soldi o di mezzi, si arrabattano come possono, fra incontri, separazioni e avventure di ogni tipo (che spesso simboleggiano gli eventi o le difficoltà della vita: il lavoro, il matrimonio, la morte). Il secondo lungometraggio di Kaurismäki è un road movie surreale e assurdista, con un contenuto di satira sociale (il desiderio di abbandonare un quartiere operaio e proletario per raggiungere le zone più ricche ed esclusive della città) e una forma a forte rischio di noia, anche perché i dialoghi secchi e laconici – tipici del regista finlandese – risultano spesso scollegati da quello che si vede sullo schermo, e per tutto il film lo spettatore rimane all'oscuro di chi siano i singoli personaggi e di cosa li leghi (a parte il nome e la meta comune). Nella realtà i due quartieri non sono poi così distanti, e dunque la proporzione epica che il viaggio assume (molti ci lasciano addirittura la pelle) è decisamente ironica e grottesca, mentre Eira acquista connotati quasi mitici, da "terra promessa". La fotografia in bianco e nero ricorda Jarmusch ed è funzionale a creare un'atmosfera urbana notturna e datata, vagamente ispirata al cinema americano noir o di gangster. Nella colonna sonora spiccano brani della quinta sinfonia di Ciajkovskij. Nel complesso, un "esperimento" artistico che Kaurismäki si lascerà alle spalle con i lavori successivi, anche se diversi elementi si riaffacceranno nei film sui Leningrad Cowboys (alcuni personaggi sono musicisti, molti indossano occhiali da soli anche di notte o quando si trovano al chiuso, ricordando in questo anche i Blues Brothers). Fra i vari attori si riconoscono Sakari Kuosmanen e Matti Pellonpää.

13 febbraio 2015

Delitto e castigo (Aki Kaurismäki, 1983)

Crime and Punishment - Delitto e castigo (Rikos ja rangaistus)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1983
con Markku Toikka, Aino Seppo
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Rahikainen, ex studente di legge che ora lavora in una macelleria, uccide a sangue freddo con un colpo di pistola un ricco industriale, responsabile tre anni prima della morte della sua fidanzata in un incidente stradale. La polizia sospetta di lui, ma l'unica testimone che potrebbe comprometterlo, la giovane commessa Eeva, sceglie di non denunciarlo e lo invita invece a consegnarsi spontaneamente alla polizia. Combattuto fra il desiderio di fuggire (si procura persino un passaporto falso) e quello di costituirsi (seminando indizi a proprio sfavore), Rahikainen imbastisce una sorta di sfida psicologica con il commissario Pennanen, che indaga sull'omicidio e che, come in un gioco del gatto con il topo, tenta invece di spingerlo a confessare il delitto. Per il suo primo lungometraggio di finzione, l'allora ventiseienne Kaurismäki si rivolge a Dostoevsky, il cui celebre romanzo viene ambientato nella Finlandia contemporanea. A una narrazione fredda e lucida fanno da contorno battute taglienti ("L'assassino aveva un'aria da folle" - "Questo incrementa il numero dei sospetti") e uno stile già ben riconoscibile, fatto di dialoghi rarefatti e di sguardi profondi su visi per il resto impassibili: perfetto per i temi filosofici sui sensi di colpa e sulla punizione che il testo affronta, anche se corre il rischio di mantenere troppo distante lo spettatore dall'enigmatico protagonista. In un piccolo ruolo (quello dell'amico-collega di Rahikainen) c'è anche Matti Pellonpää, che diventerà un volto ricorrente nel cinema del regista. Sui titoli di testa e di coda, una canzone di Harri Marstio sul tema della "Serenata" di Schubert.

3 gennaio 2015

La sindrome del lago Saimaa (A. e M. Kaurismäki, 1981)

La sindrome del lago Saimaa (Saimaa-ilmiö)
di Aki e Mika Kaurismäki – Finlandia 1981
con attori non professionisti
**

Visto in divx, in lingua originale.

Il film d'esordio dei fratelli Kaurismäki (anche se Mika, il maggiore, aveva già girato l'anno prima un film studentesco, "Il bugiardo") è un documentario che segue il viaggio e le esibizioni di alcuni musicisti rock presso il Saimaa, il più grande lago della Finlandia, nel corso di un tour tenutosi nella prima settimana di giugno di quell'anno. Senza voce narrante, le immagini mostrano i musicisti (appartenenti a tre gruppi diversi: Eppu Normaali, Hassisen Kone e Juice Leskinen Slam) che navigano sul lago a bordo di un battello a vapore, che scherzano e interagiscono fra loro (quasi sempre davanti a una o più bottiglie di birra), che provano le varie canzoni e infine che si esibiscono davanti al pubblico. Look e musica degli interpreti sono indiscutibilmente anni ottanta e tipicamente scandinavi: capelli lunghi, torso nudo, rock duro. La mano dei registi non è invadente, e lascia che i protagonisti siano soltanto i musicisti e il mondo che recano con sé. Il titolo del documentario fa riferimento ironico al thriller "La sindrome cinese" (in finlandese "Kiina-ilmiö"). Aki debutterà nel film di finzione solo due anni dopo, con "Delitto e castigo" (prodotto da Mika), ma non abbandonerà mai l'amore per il rock (come dimostreranno i numerosi video musicali – per non parlare dei due lungometraggi e del film-concerto "Total Balalaika Show" – girati per la band dei Leningrad Cowboys).

5 dicembre 2011

Miracolo a Le Havre (Aki Kaurismäki, 2011)

Miracolo a Le Havre (le Havre)
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Francia/Germania 2011
con André Wilms, Kati Outinen
***

Visto al cinema Apollo.

L'anziano Marcel Marx è un ex scrittore ed artista (il personaggio, il cui nome è ispirato a quello di Karl Marx, era già apparso in un precedente film di Kaurismäki, "Vita da Bohème") che ora si guadagna da vivere come lustrascarpe nella città portuale di Le Havre, in Normandia. In un momento di crisi, alle prese con una grave malattia della moglie, Marcel accoglie in casa propria il piccolo Idrissa, immigrato clandestino ricercato dalla polizia, e lo aiuta a raggiungere la madre a Londra, grazie anche alla solidarietà degli altri abitanti del quartiere. Descritto dallo stesso regista come "una storia universale che poteva essere ambientata in qualsiasi paese d’Europa" (tant'è che inizialmente la sua idea era quella di girare la pellicola in una città del Mediterraneo, in Italia o in Spagna: ma poi ha scelto Le Havre, la città dove Marcel Carné aveva ambientato "Il porto delle nebbie" con Jean Gabin), il film ha i toni della favola (da qui il finale lieto, anzi "miracoloso" come suggerisce il titolo italiano; e a dire il vero i miracoli sono tre: a quelli che riguardano il bambino e la moglie del protagonista si aggiunge la fioritura del ciliegio fuori stagione) e affronta in maniera delicata e poetica i temi della solidarietà, dell'amore, dell'amicizia e della vecchiaia. A un nucleo realistico, incentrato su un tema di forte attualità come l'immigrazione clandestina in Europa (si pensi alle amare riflessioni del giovane vietnamita che vive sotto falso nome), il regista finlandese innesta come suo solito una caratterizzazione dei personaggi sensibile e poetica, piccoli tocchi di humour surreale (l'ispettore con l'ananas), ingredienti conviviali come cibo, alcool e musica, e la capacità di rendere vivo l'ambiente nel quale si svolge la storia. Come sempre, i suoi personaggi sono laconici e non lasciano trasparire le emozioni in volto (la più espressiva di tutti è la cagnetta Laika!). Fra gli attori, oltre agli habitué kaurismäkiani André Wilms e Kati Outinen, da segnalare Jean-Pierre Léaud nell'ingrato ruolo del vicino delatore e Jean-Pierre Darroussin in quello dell'ispettore Monet, forse ispirato all'investigatore Petrovič di "Delitto e castigo". Ma gli omaggi non finiscono qui: i nomi di molti personaggi fanno riferimento alla cinematografia francese del passato (Marcel Carné, Arletty, Jacques Becker): e in effetti, pur se ambientato ai giorni nostri, l'atmosfera del film è particolarmente retrò (abiti, automobili, oggetti sembrano risalire a parecchi decenni fa). A questo contribuisce anche l'ottima fotorgafia di Timo Salminen, che dona una qualità quasi pittorica a parecchie scene. Il cantante Roberto Piazza, alias "Little Bob" è una celebrità locale: Le Havre ha infatti conquistato Kaurismäki anche per la sua vivace scena musicale ("È come la Memphis francese", ha dichiarato, "e Little Bob è il suo Elvis").

16 agosto 2007

Ten minutes older: the trumpet (aavv, 2002)

Ten minutes older: the trumpet
di Aki Kaurismäki, Victor Erice, Werner Herzog, Jim Jarmusch, Wim Wenders, Spike Lee, Chen Kaige – 2002
film a episodi
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Una raccolta di cortometraggi che, a differenza di altre operazione analoghe (come "11 settembre 2001" o "All the invisible children"), non hanno molto in comune fra loro se non la lunghezza (una decina di minuti) e il fatto di essere opera di registi contemporanei con un particolare interesse per la propria e le altre culture. Nessuno degli autori ha rinunciato al proprio stile e alle proprie caratteristiche: Erice e Jarmusch hanno girato in bianco e nero, Herzog e Lee hanno scelto il documentario, Kaurismäki è sempre uguale a sé stesso (e la cosa comincia un po' ad annoiarmi), mentre i segmenti di Wenders e di Chen Kaige, pur ben girati, lasciano il tempo che trovano.
Esiste un secondo film della serie, intitolato "Ten minutes older: the cello", con registi meno interessanti (giusto Bertolucci e Godard).

"Dogs have no hell", di Aki Kaurismäki, con Markku Peltola, Kati Outinen (**1/2)
Un uomo abbandona il lavoro per partire in treno verso la Siberia insieme alla donna che ama e che intende sposare durante il viaggio. Un malinconico addio alla patria, nel consueto stile laconico e quasi surreale del regista finlandese.

"Lifeline", di Victor Erice, con Ana Sofia Liaño, Pelayo Suarez (**1/2)
Durante un silenzioso giorno d'estate, in una fattoria nella campagna spagnola, un bambino sanguina nella culla ma viene salvato prima che muoia. È il giugno 1940: in quel momento, la guerra sta insanguinando l'Europa. Girato in bianco e nero, quasi muto, è un episodio pieno di immagini suggestive, fra la calma e la tragedia incombente.

"Ten thousand years older", di Werner Herzog (***)
Nel 1981, un gruppo di antropologi brasiliani entra in contatto con una delle ultime tribù di indios amazzonici che ancora vivevano isolati dal resto del mondo. La scoperta degli utensili di metallo e delle medicine moderne li catapulta di migliaia di anni nel futuro. Vent'anni dopo, un'altra spedizione va alla ricerca dei sopravvissuti della tribù per documentare come la loro vita sia cambiata. Interessantissimo: il segmento migliore del film.

"Int. Trailer. Night", di Jim Jarmusch, con Chloë Sevigny (**)
Un'attrice di un film in costume cerca di rilassarsi nella sua roulotte nei dieci minuti di pausa fra le riprese. Un breve segmento in cui non succede praticamente niente: sembra quasi che anche Jarmusch attenda, insieme alla sua attrice, che trascorrino i dieci minuti. Però lo stile visivo ha un suo fascino retrò.

"Twelve miles to Trona", di Wim Wenders, con Charles Esten, Amber Tamblyn (*1/2)
Un uomo intossicato da qualche droga vaga nel deserto californiano, cercando di raggiungere un ospedale. Una trama esilissima fornisce lo spunto per sperimentare con distorsioni, luci stroboscopiche, musica e allucinazioni, ma il risultato è poco intrigante oltre che per nulla originale.

"We wuz robbed", di Spike Lee (*1/2)
Una serie di interviste ai responsabili della campagna presidenziale di Al Gore del 2000 sui presunti brogli nelle famigerate elezioni in Florida, dove una risicata maggioranza, fra sospetti di ogni genere, diede la vittoria a Bush. Non particolarmente interessante.

"100 flowers hidden deep", di Chen Kaige, con Feng Yuangzhen, Le Geng (**)
In una Pechino in ricostruzione, alcuni operai di una ditta di traslochi vengono ingaggiati da un misterioso individuo per spostare mobili immaginari dal luogo dove sorgeva una grande casa andata distrutta molti anni prima. Il potere dell'immaginazione al servizio di una storiella poetica e inconcludente.

20 giugno 2006

Le luci della sera (Aki Kaurismäki, 2006)

Le luci della sera (Laitakaupungin valot)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 2006
con Janne Hyytiäinen, Maria Heiskanen
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Il nuovo film di Kaurismäki non rinuncia alle caratteristiche delle sue opere precedenti, e dunque ecco ancora in scena personaggi disadattati e solitari, circondati da un mondo che non li comprende o che li osteggia; silenzi e squarci di poesia; le radio che sfornano musica d'altri tempi (ci sono persino "Volver" e "Le temps du cerises", oltre a tanto Puccini); i colori delle stagioni che si succedono lentamente; cani, bambini, birre e vodka. Per quanto riguarda la trama, se la pellicola fosse stata in bianco e nero e magari ambientata negli USA degli anni '40, sarebbe stata la quintessenza del perfetto film noir, con tanto di dark lady che abbindola il protagonista (una guardia notturna) e lo rende complice, suo malgrado, di una rapina. Il finale aperto lascia un po' delusi. Comunque sempre bello da vedere, ma non mi è sembrato offrire molto di nuovo rispetto ai capolavori del regista finlandese.