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5 dicembre 2023

Assassinio a Venezia (Kenneth Branagh, 2023)

Assassinio a Venezia (A Haunting in Venice)
di Kenneth Branagh – USA 2023
con Kenneth Branagh, Tina Fey
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Nella Venezia del dopoguerra, dove Hercule Poirot (Branagh) si è ritirato a vita privata, deluso dall'umanità intera, il grande detective viene convinto dall'amica Ariadne Oliver (Tina Fey), scrittrice di gialli in cerca di ispirazione, a partecipare a una seduta spiritica che si terrà la notte di Halloween nel decadente palazzo della cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly). Questa ha infatti ingaggiato una sedicente medium (Michelle Yeoh) per evocare l'anima di sua figlia Alicia, morta suicida da poco. Ma quando la sensitiva verrà assassinata, Poirot dovrà indagare per scoprire se il colpevole è un fantasma o un assassino in carne e ossa. Il terzo film di Branagh sul personaggio di Agatha Christie, (molto) liberamente tratto dal romanzo "Poirot e la strage degli innocenti", è forse il più riuscito dei tre, anche perché gioca su piccola scala, con un cast di volti meno noti e un'ambientazione parecchio circoscritta. In effetti proprio l'atmosfera è la cosa migliore, con il fascino decadente e spettrale di una Venezia decrepita e maledetta. La vicenda si svolge quasi tutta in un palazzo dai muri scrostati, ricolmo di vecchi oggetti, fra spifferi e leggende di bambini fantasma che si vogliono vendicare dei soprusi subiti in passato, il che dona alla vicenda toni quasi da horror soprannaturale più che da giallo classico. Nel cast, oltre a Branagh e Yeoh, il volto più noto per noi italiani è quello di Riccardo Scamarcio nei panni dell'ex poliziotto e guardia del corpo di Poirot. Ci sono poi Kyle Allen, Camille Cottin, Jamie Dornan, Emma Laird e Ali Khan.

6 febbraio 2023

Everything everywhere all at once (Daniels, 2022)

Everything everywhere all at once (id.)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2022
con Michelle Yeoh, Ke Huy Quan
***

Visto al cinema Colosseo.

Evelyn Wang (Michelle Yeoh), cinese di mezza età e proprietaria di una lavanderia a gettoni negli Stati Uniti, ha parecchie cose per la testa, e tutte insieme: una relazione in crisi con il marito Waymond (Ke Huy Quan), un rapporto difficile con la figlia gay e ribelle Joy (Stephanie Hsu), l'arrivo dalla Cina del padre vecchio e malato (James Hong), una visita fiscale in corso da parte dell'ispettrice Deirdre Beaubeirdre (Jaime Lee Curtis), i preparativi per la festa del capodanno cinese che si terrà proprio nel suo negozio. E come se non bastasse, è sopraffatta dai rimpianti per le vite che non ha vissuto, lei che in gioventù sognava di volta in volta di diventare una cantante, un'attrice, una cuoca, un'esperta di arti marziali... Ma tutte queste potenzialità si sono avverate in vari universi paralleli, fra i quali acquisterà la capacità di spostarsi, muovendosi da una realtà all'altra – e acquisendo le capacità dei suoi alter ego – per salvare l'insieme di tutti i mondi ("una sovrapposizione quantistica di stati vibrazionali") dalla distruzione minacciata da un agente del caos, Jobu Tupaki (una variante "nichilista" di Joy). Il concetto di "multiverso" è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni, grazie a film (e serie tv) come quelli della Marvel: ma questo lungometraggio – opera seconda del duo di registi e sceneggiatori Kwan e Scheinert, noti collettivamente come "i Daniels" – lo rappresenta e lo sviluppa in maniera molto più accattivante ed estesa rispetto alle pellicole di supereroi, legandolo al vissuto interiore di un personaggio, alle sue aspirazioni e ai suoi rimpianti. Visionario, surreale e onirico (e debitore a certe cose di Charlie Kaufman e Terry Gilliam), il film fonde introspezione, azione e comicità assurdista senza fermarsi davanti a nulla, che si tratti di mostrare universi sempre più improbabili (come quello in cui le persone hanno wurstel al posto delle dita, quello in cui un procione manovra uno chef come il topo di "Ratatouille", o quelli in cui gli esseri umani sono cartoni animati, pupazzi o addirittura... sassi!), o di sfruttare elementi dalla comicità demenziale intrinseca (per "saltare" da un universo all'altro occorre compiere un'azione altamente improbabile, con esiti surreali; e la distruzione di tutto il multiverso è minacciata da un... bagel, ossia una ciambella dolce). Film del genere – che procedono per accumulo di elementi random, hanno un approccio relativista e non sembrano prendere nulla sul serio: si pensi per esempio a "Mr. Nobody" di Jaco Van Dormael – di solito mi infastidiscono ("Quando ci metti di tutto, nulla ha più importanza", viene detto nella pellicola stessa): ma in questo caso la problematica è affrontata direttamente (a Evelyn, che afferma di non essere "brava a fare niente", viene spiegato che proprio per questo motivo ha a disposizione un enorme numero di potenzialità). Inoltre, nonostante il messaggio finale non sia poi così profondo (come sempre la chiave di tutto è l'amore, insieme all'accettazione e alla reciproca comprensione), il divertimento è sorretto da un'inventiva senza limiti (fra le mille trovate, anche quelle metacinematografiche, come i finti titoli di coda a metà pellicola o citazioni alterate quali "Io sono tua madre!") e, soprattutto, da un cast eccellente che comprende molti interpreti legati agli anni ottanta e novanta (la Yeoh, forse alla prova migliore della sua carriera, e la Curtis, ma anche James Hong, ossia il Lo Pan di "Grosso guaio a Chinatown"), alcuni dei quali letteralmente recuperati dall'oblio (Ke Huy Quan, celebre come attore bambino in "Indiana Jones e il tempio maledetto" e "I Goonies", non recitava più da vent'anni!). I Daniels avevano iniziato a pensare il film per Jackie Chan, prima di cambiare idea in favore di una protagonista femminile, mentre l'ottima Stephanie Hsu ha sostituito la prima scelta Awkwafina. Ruoli minori e cameo (fra gli altri) per Harry Shum Jr., Jenny Slate, Tallie Medel e Michiko Nishiwaki. Enorme il riscontro critico, con undici nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia, la sceneggiatura originale, e ben quattro interpreti: Yeoh, Ke Quan, Curtis e Hsu).

25 febbraio 2022

Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli (D. D. Cretton, 2021)

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli
(Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings)
di Destin Daniel Cretton – USA 2021
con Simu Liu, Awkwafina
**

Visto in TV (Disney+).

Dopo le quote neri ("Black Panther") e donne ("Captain Marvel", "Black Widow"), l'Universo Cinematico Marvel si occupa anche degli asiatici, andando a ripescare un personaggio che ebbe una certa popolarità negli anni Settanta, grazie a una bella serie a fumetti scritta da Doug Moench e disegnata da Paul Gulacy, Mike Zeck e Gene Day: Shang-Chi, "Master of Kung-fu", creato (da Steve Englehart e Jim Starlin) sull'onda della mania per le arti marziali istigata in quel decennio dai film di Bruce Lee e dalla serie televisiva "Kung fu" con David Carradine. Il personaggio originale era legato strettamente al mondo immaginario ideato dallo scrittore inglese Sax Rohmer, di cui al tempo la Marvel aveva acquisito i diritti, che ora ha perduto. Ecco perché suo padre, in questa rivisitazione, non è più il leggendario Fu Manchu ma un più "anonimo" villain, Xu Wenwu (Tony Leung Chiu-wai), fusione di diversi personaggi classici Marvel: il suddetto Fu Manchu, Master Khan (l'arcinemico di Iron Fist) e il Mandarino (avversario di Iron Man). Quest'ultimo era già stato introdotto in "Iron Man 3", ma con il twist che si trattava solo di un attore che ne recitava la parte: tale sciroccato attore, interpretato da Ben Kingsley, fa una comparsata anche qui in un ruolo comico. Tornando a Shang-Chi (il non trascendentale Simu Liu), è appunto il figlio di un signore della guerra che ha acquisito enormi poteri (e l'immortalità) grazie ai magici Dieci Anelli, artefatti di misteriosa natura. Addestrato dal genitore a diventare un killer, Shang-Chi si ribella a lui e cercherà di fermarlo, insieme alla sorella Xialing (Zhang Meng'er) e all'amica Katy (Awkwafina), quando l'uomo – convinto che lo spirito della moglie defunta (Fala Chen) sia tenuto prigioniero nel suo villaggio di origine – lo assalterà per liberare un potente demone. La fusione fra il genere supereroistico e quello del Wuxia e delle arti marziali è tutto sommato intrigante, il ritmo non latita e anche i combattimenti, per una volta, sono meno noiosi del solito (ma sempre troppo lunghi e "digitali"). Ma se l'immaginario e le scenografie risultano gradevoli, purtroppo i personaggi sono banali e poco approfonditi: il migliore è quello più low-key, ovvero la Katy interpretata dalla simpatica Awkwafina, mentre nel comparto attoriale, oltre a Kingsley e all'ottimo Leung, spiccano Michelle Yeoh nel ruolo della zia del protagonista e Yuen Wah in quello del capo del villaggio – nascosto fra le montagne e popolato da creature magiche e mitologiche – da cui proveniva sua madre. Per il resto, tutto (umorismo compreso) sa di pre-confezionato e di dimenticabile: il solito telefilm. Tenui anche i legami con il resto del MCU: a parte il suddetto rimando al Mandarino, abbiamo un casuale riferimento a Thanos e una breve apparizione di Wong (l'assistente del Dottor Strange) e di Abominio. Fra i mercenari al servizio di Wenwu spicca Razorfist (Florian Munteanu). E nella scena a metà dei titoli di coda appaiono brevemente anche Bruce Banner e Carol Danvers.

27 maggio 2018

Bambole e botte (Sammo Hung, 1985)

Bambole e botte (Xia ri fu xing, aka Twinkle twinkle lucky stars)
di Sammo Hung – Hong Kong 1985
con Sammo Hung, Jackie Chan
**1/2

Rivisto in DVD.

Sequel de "La gang degli svitati" nonché terzo film della serie delle "Lucky Stars", se possibile ancora più demenziale, assurdo e anarchico dei precedenti, anche se pure stavolta le scene di combattimento (che vedono protagonisti Jackie Chan, Yuen Biao e lo stesso Sammo Hung) valgono ampiamente la visione. I nostri eroi – Moby (Sammo Hung), Block (Eric Tsang), Cobra (Stanley Fung), Sbingo (Richard Ng) e il giovane Sballo (Michael Miu), che prende il posto del fratello Herb (Charlie Chin) – sono in vacanza in Thailandia insieme alla bella poliziotta Barbara (Sibelle Hu). L'informatore che questa doveva incontrare viene ucciso da tre sicari (il cinese Chung Fat, il giapponese Yasuaki Kurata e l'australiano Richard Norton), ma non prima di aver spedito documenti preziosi a una sua conoscente a Hong Kong, l'attrice Chichi Wang (Rosamund Kwan). Per proteggerla, Chichi – insieme al suo amico John (John Shum, che ritorna dal primo film, sia pure in un ruolo diverso) – viene ospitata nella casa delle Lucky Stars (e rimane vittima dei soliti e ripetuti tentativi di abbordaggio), mentre i poliziotti Thomas (Jackie Chan), David (Yuen Biao) e Wolf (un giovane Andy Lau) cercano di scovare i responsabili... Ottime, come detto, le scene d'azione (il combattimento di Jackie e dei suoi compagni nel magazzino al porto, quello finale di Sammo con Norton e – usando racchette da tennis contro i sai dell'avversario – con Kurata), e anche alcune scene "di tensione" (Rosamund Kwan che si finge cieca di fronte a uno dei killer), mentre le gag e le scene comiche raggiungono livelli di nonsense (l'introduzione con gli eventi storici che "non hanno niente a che fare con questa storia") o di demenzialità preoccupanti (i cinque amici sono ormai dei maniaci sessuali conclamati, e provano ogni sorta di trucco alla Ataru Moroboshi – tunnel sotto la spiaggia, bamboline voodoo, finti incendi in casa – pur di sbirciare le grazie delle ragazze). Per Jackie è l'ultima apparizione in un film delle Lucky Stars. Richard Norton tornerà a battersi con lui in "City Hunter" e "Mr. Nice Guy". Fra i tanti camei, da sottolineare quelli di Michelle Yeoh nei panni dell'istruttrice di judo (messa al tappeto, alquanto incerimoniosamente, da Sammo), Wu Ma (lo stregone che insegna a Sbingo i segreti della magia voodoo), James Tien, Anthony Chan e Billy Lau, più molte "celebrità" (fra cui Wong Jing, Moon Lee, Philip Chan, David Chiang, Deannie Yip) tra la folla che esce dall'ascensore nella scena finale ("Non posso crederci!").

5 aprile 2018

Executioners (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio 2: Executioners (Xian dai hao xia zhuan)
di Johnnie To, Ching Siu-tung – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

È il seguito di "The heroic trio", girato nello stesso anno e con le stesse attrici. Questa volta il coreografo Ching Siu-tung è accreditato esplicitamente come co-regista (e in effetti gran parte del film, soprattutto nelle scene d'azione acrobatiche, mostra i segni del suo stile, mentre a Johnnie To si devono forse l'atmosfera retrò e la contorta trama a sfondo politico). Un'esplosione nucleare ha contaminato le riserve d'acqua del pianeta, costringendo il governo a razionarle. Il folle scienziato Kim (Anthony Wong), che afferma di aver inventato un sistema per purificare l'acqua, aspira a dominare il mondo e si allea con un colonnello dell'esercito (Paul Chun) per compiere un colpo di stato. A questo scopo sobilla le proteste e i disordini di piazza attraverso un "leader spirituale" (Takeshi Kaneshiro) che poi fa assassinare a tradimento. Quanto alle nostre tre eroine, Tung/Wonder Woman (Anita Mui) si è ritirata a vita privata per accudire sua figlia Cindy (o Charlie, nella versione doppiata in inglese), ma tornerà in azione per vendicare il marito Lau (Damian Lau), ucciso dai complotti di Kim; San/Ching (Michelle Yeoh) gira per il paese per portare assistenza medica alla popolazione, e si unirà alla resistenza contro la dittatura militare; e la cacciatrice di taglie Chat (Maggie Cheung), con l'aiuto del soldato Tak (Lau Ching Wan), si addentrerà nel deserto alla ricerca di una fonte d'acqua incontaminata. Rispetto al prototipo, la pellicola è assai meno divertente, i toni sono molto più cupi ed oscuri, ma soprattutto la trama è inutilmente complessa, piena di personaggi (fra i quali sosia e doppiogiochisti) e difficile da seguire. Le tre eroine sono quasi sempre divise l'una dall'altra, e la loro presenza passa spesso in secondo piano rispetto ad altre figure (che pure escono rapidamente di scena). L'ambientazione post-apocalittica è alquanto confusa e contraddittoria, mentre a restare impresso è il cattivo interpretato da Anthony Wong, folle e sfigurato. E la parte migliore è il cruento scontro finale (con tanto di arti strappati!).

3 aprile 2018

The heroic trio (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio (Dung fong saam hap)
di Johnnie To [e Ching Siu-tung] – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

La supereroina Wonder Woman – sotto la cui maschera si cela Tung (Anita Mui), moglie del detective Lau (Damian Lau) – indaga su una serie di misteriose sparizioni di neonati. A rapirli (per conto di un demoniaco "maestro", un crudele eunuco dai poteri soprannaturali che intende scegliere fra loro il futuro "imperatore della Cina" e metterlo alla guida di un esercito per conquistare il mondo) è San (Michelle Yeoh), alias Invisible Girl, in grado di rendersi invisibile grazie al mantello messo a punto da uno scienziato (James Pak). Quando Tung scoprirà che San è in realtà Ching, la sua sorella da tempo perduta, riuscirà a portarla dalla propria parte. Alle due si unirà anche la mercenaria motorizzata Chat (Maggie Cheung), alias Thief Catcher: e insieme le tre eroine sconfiggeranno il nemico. Le tre attrici forse più carismatiche del cinema di Hong Kong recitano insieme in un pastiche fantastico, grezzo e kitsch, che mescola wuxia e supereroi, scenari fantasy e ambienti urbani/futuristici (la grotta sotterranea del cattivo, letteralmente sotto le strade e i tombini della città, non appare meno irreale dell'ospedale dove vengono rapiti i neonati), pathos o drammi melò e situazioni ridicole da cartoon. C'è davvero di tutto, senza porre freni alla fantasia o al (cattivo) gusto, a volte prendendosi sul serio (la morte di un bambino, con tanto di lacrima che scorre sulla maschera di Wonder Woman; la storia d'amore fra Ching e lo scienziato) e a volte schiacciando il pedale dell'ironia (il personaggio di Chat, l'elemento più comico del trio, che a differenza delle altre due eroine non usa le arti marziali ma armi da fuoco e candelotti di dinamite) o del grottesco (il guardiano della grotta Kau (Anthony Wong), che divora le proprie dita, o che sfoggia come arma una classica "ghigliottina volante"). Nel finale, c'è spazio anche per l'animazione a passo uno dello scheletro scarnificato del cattivo. Vedere insieme sullo schermo tre attrici così diverse tra loro come Anita Mui (elegante diva della canzone), Michelle Yeoh (abile atleta di arti marziali) e Maggie Cheung (meravigliosa habitué del cinema d'autore) può essere straniante, ma di certo è un testamento alla capacità del cinema di Hong Kong di mescolare i generi sotto ogni punto di vista. Il divertimento, se si sta al gioco, non manca. Il tema dei neonati in pericolo ricorda "Hard boiled" di John Woo: e uno di loro muore durante la scaramuccia fra eroine, cosa davvero impensabile in un film occidentale! Diretto da un Johnnie To a inizio carriera, il film presenta più le stimmate di Ching Siu-tung (già collaboratore di Tsui Hark e regista di celebri fantasy come "Storie di fantasmi cinesi", qui produttore e coreografo) che non quelle del futuro autore di noir della Milkyway. L'iconica canzone sui titoli di coda è cantata da Anita Mui. Il film ha ispirato, fra i tanti, Olivier Assayas (che lo citerà in "Irma Vep") e la versione hollwyoodiana di "Charlie's Angels" di McG. Nello stesso anno uscirà un sequel, "Executioners".

17 luglio 2014

Babylon A.D. (Mathieu Kassovitz, 2008)

Babylon A.D. (id.)
di Mathieu Kassovitz – Francia/GB/USA 2008
con Vin Diesel, Michelle Yeoh, Mélanie Thierry
*1/2

Visto in TV.

In un futuro cupo e disastrato, che vede il pianeta diviso nettamente in due parti (un'Eurasia allo sbando, semidistrutta da guerre e radiazioni e sommersa di profughi, e un Nord America ricco e scintillante), il mercenario Toorop (Vin Diesel) viene incaricato da un boss della mafia russa di scortare una misteriosa ragazza, Aurora (Mélanie Thierry), da un convento in Mongolia fino a New York, attraversando clandestinamente lo stretto di Bering. Durante il viaggio, effettuato in compagnia di una monaca (Michelle Yeoh), l'uomo si affezionerà alla ragazza, al punto da non volerla lasciare nelle grinfie di una setta religiosa che intende farne il simbolo di un nuovo avvento. Scialbo e pasticciato film d'azione fantascientifica, dove il plot (quanto mai banale, se passiamo sopra gli echi di "Children of men") è molto meno curato dell'ambientazione, la caratterizzazione dei personaggi è superficiale, le scene d'azione sono confuse (che spreco la Yeoh!) e la regia non riesce a fare da collante, anche perché la trama, che sembra strutturata ad episodi, non decolla mai: e il finale è la parte peggiore. Non funziona nemmeno come pellicola fracassona e di puro intrattenimento, visto che non manca l'ambizione di volare alto (ma ne risulta un calderone nel quale ci si può infilare di tutto – denuncia sociale, metafore religiose, capacità precognitive – senza approfondire nulla). Cast decisamente sprecato (ci sono anche Mark Strong e Lambert Wilson, ma soprattutto Charlotte Rampling nei panni della sacerdotessa della setta e Gérard Depardieu in quelli del boss russo Gorski) e meritato flop al botteghino. Il regista ha lamentato continue ingerenze da parte della produzione durante le riprese.

26 marzo 2012

The lady (Luc Besson, 2011)

The Lady - L'amore per la libertà (The Lady)
di Luc Besson – Francia/GB 2011
con Michelle Yeoh, David Thewlis
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Pellicola biografica su Aung San Suu Kyi, figlia dell'eroe dell'indipendenza Aung San, attivista per la democrazia e i diritti umani in Birmania (oggi Myanmar), premio Nobel per la pace nel 1991 e a lungo tenuta agli arresti domiciliari dalla giunta militare che governa il paese, nonostante il partito da lei guidato avesse vinto le prime elezioni libere dopo quarant'anni. Besson, che probabilmente non era il regista più adatto per questo tipo di film, contiene il proprio stile "ad effetto" e sembra preoccuparsi più di quello che vuole raccontare che di coinvolgere o emozionare lo spettatore; tranne che per alcune rare sequenze, rinuncia all'arte e alla poesia in favore della concretezza e di uno stile ingessato e monolitico. Lungo e noiosetto, il film pertanto non spicca mai il volo e si mantiene sul livello di un biopic televisivo, che dà per scontata la statura del personaggio (che si ispira a Gandhi) senza approfondirla. Nulla da obiettare invece sull'interpretazione dell'ottima Michelle Yeoh, che dopo una brillante carriera dedicata al cinema d'azione dimostra di possedere anche la bravura e la sensibilità per immedesimarsi in un personaggio complesso e sofferto come la Suu Kyi, alla quale in alcune scene somiglia in modo impressionante. Bravo anche David Thewlis nel panni del marito inglese della protagonista, professore a Oxford ed esperto di cultura buddhista, morto di cancro nel 1999 in Inghilterra mentre la moglie era tenuta segretata dal regime birmano. In effetti, oltre che alla lotta politica di Suu Kyi per la democrazia, il film dedica ampio spazio a quella privata dei suoi familiari (il marito e i due figli) per sostenerla e starle vicino: anzi, a prevalere nell'economia del film – forse per fornire alle vicende un maggior appiglio emotivo – è proprio quest'ultima, il che finisce per annacquare il risultato e scioglierne la portata universale nel melodramma individuale (si pensi alle scene in cui Michael si prodiga per far assegnare alla moglie il premio Nobel, o quelle in cui lei si strugge per non poter essere al suo capezzale). Girato in Thailandia, con una colonna sonora di Éric Serra che comprende anche il canone di Pachelbel e un brano da concerto per piano e orchestra di Mozart. Come produttore associato figura anche Jean Todt (sì, l’ex direttore della Ferrari), compagno della stessa Yeoh.

14 novembre 2007

Sunshine (Danny Boyle, 2007)

Sunshine (id.)
di Danny Boyle – GB/USA 2007
con Cillian Murphy, Chris Evans
**1/2

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

2057: il Sole si sta spegnendo, e per riaccenderlo parte una navicella con la quale otto uomini dovranno trasportare una bomba e scagliarla contro la stella. Si tratta della seconda missione di questo tipo: ma della prima, precedente di sette anni, non si è saputo più nulla. Film di fantascienza vecchio stile, ipnotico e suggestivo, forse fin troppo ambizioso, che maschera una trama non particolarmente originale (e decisamente non verosimile) con echi da "Alien" e soprattutto da "2001 Odissea nello spazio", compreso il computer senziente e il finale psichedelico-metafisico. Lasciando da parte le incongruenze scientifiche (ma almeno la sceneggiatura ha il pregio di restare sul vago, senza addentrarsi in spiegazioni tecniche che non consentirebbero allo spettatore la necessaria sospensione dell'incredulità), rimane un thriller spaziale di buona fattura, con attori sorprendentemente adeguati (oltre al bravissimo Cillian Murphy e a Chris "Human Torch" Evans c'è anche Michelle Yeoh, a dire il vero un po' sacrificata). In fin dei conti non è altro che una pellicola da totomorti: rispetto a quelle omologhe degli anni '80, però, è vestita a nuovo grazie agli effetti speciali e ad alcuni dei temi new age tanto cari al regista.

16 ottobre 2006

Memorie di una geisha (Rob Marshall, 2005)

Memorie di una geisha (Memoirs of a Geisha)
di Rob Marshall – USA 2005
con Zhang Ziyi, Michelle Yeoh, Gong Li
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Ancora bambina, la giovane Chiyo (Zhang Ziyi) viene venduta dalla famiglia a una casa di geishe di Kyoto. Tormentata dalla veterana Hatsumomo (Gong Li), ma protetta dalla sua rivale Mameha (Michelle Yeoh), dopo anni di sofferenze e sacrifici diventerà una delle geishe più celebri del paese con il nome di Sayuri. Mi ero accinto a vedere questo film con molti pregiudizi, convinto che si trattasse di un polpettone barocco e pesante, dal gusto americano e lontano dalla sensibilità giapponese nonostante il tema fosse uno di quelli più legati alla cultura nipponica: la figura della geisha, intrattenitrice ed artista che in occidente viene spesso scambiata con una prostituta. Ma se in effetti la prima parte – quella con la protagonista ancora bambina – è un po' stucchevole, e il finale sembra quasi posticcio (mi chiedo se fosse uguale nel libro di Arthur Golden da cui il film è tratto), la parte centrale non mi è dispiaciuta. Grazie anche a tre protagoniste di ottima levatura (due delle quali, la superba Gong Li e l'elegante Michelle Yeoh, sono fra le mie attrici preferite), la "rivalità" fra le due geishe esperte che coinvolge la giovane maiko diventa il vero cuore del film, mentre la descrizione di un mondo e di riti e costumi che dopo la guerra iniziano a scomparire forse troppo in fretta è efficace solo a tratti e non aiuta a capire se ci si trova di fronte a un rimpianto genuino o meno. Colpa della sceneggiatura, che semplifica eccessivamente i sentimenti e le emozioni dei personaggi, e di una regia manieristica che punta troppo sulla fotografia. Per comprendere davvero il mondo delle geishe c'è sicuramente di meglio, per esempio uno dei tanti film di Mizoguchi sull'argomento. Una nota sulle attrici: quando il film è uscito c'è stata una certa polemica sul fatto che le tre protagoniste non fossero giapponesi ma cinesi. Spielberg e gli altri produttori hanno probabilmente preferito affidarsi a nomi già noti in occidente, anche perché raramente i nipponici hanno una buona padronanza dell'inglese. Nel cast, comunque, ci sono anche Ken Watanabe, Koji Yakusho e Kaori Momoi.