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30 gennaio 2021

La tigre bianca (Ramin Bahrani, 2021)

La tigre bianca (The white tiger)
di Ramin Bahrani – USA/India 2021
con Adarsh Gourav, Rajkummar Rao
***

Visto in TV (Netflix).

Nato in povertà in un remoto villaggio in India, Balram (Gourav) non vuole rassegnarsi a rimanere per tutta la vita uno "schiavo", ovvero un servitore (nei confronti della propria famiglia, della società o degli uomini più ricchi di lui o di casta superiore). Si fa dunque assumere come autista dalla famiglia più benestante della regione, e da lì comincia la sua scalata verso il successo. Dal fortunato romanzo omonimo del giornalista di economia Aravind Adiga, un film di forte critica sociale che, attraverso l'ascesa personale del protagonista (anche a costo di commettere crimini di vario genere), si scaglia contro tutte le consuetudini radicate e le tradizioni culturali che impediscono all'India di diventare una potenza economica e sociale alla pari degli altri grandi paesi del mondo. Si va dall'assuefazione al ruolo di subordinati che permea gran parte della popolazione (Balram paragona i suoi compatrioti ossequiosi ai polli chiusi nelle stie) al sistema delle caste e quello dei matrimoni combinati, dalle ingiustizie e i maltrattamenti cui sono sottoposti i lavoratori alla corruzione imperante nel sistema politico, dall'arretratezza delle regioni rurali al disinteresse dei ricchi nel risolvere i loro problemi. Ma il vero tema, quasi più individuale che collettivo, è quello dell'incapacità innata del servitore di ribellarsi a questo stato di cose: Balram, l'unico che ci prova, è paragonato appunto alla "tigre bianca", animale rarissimo di cui si dice che nasca un solo esemplare ogni generazione. Certo, il termine di paragone (in positivo) sembrano essere sempre gli Stati Uniti, dove ha studiato il capo del protagonista, Ashok (Rajkummar Rao), e da cui proviene sua moglie, la "Pinkie Madam" (Priyanka Chopra). Ironicamente, però, Balram è convinto che l'uomo bianco sia ormai sul viale del tramonto, e che il nuovo secolo sarà quello "dell'uomo giallo e dell'uomo nero" (ovvero di Cina e India: quasi l'intera pellicola è narrata in flashback in una mail che il protagonista scrive al primo ministro cinese, Wen Jiabao, raccontandogli la propria vita nella speranza di fare affari con lui!). Se inizia come una storia di crescita "dalle stalle alle stelle" come tante, la pellicola si fa via via più potente nel suo attacco diretto e senza mezzi termini alle tradizioni arcaiche di un paese arretrato e disagiato, alle ipocrisie tanto dei poveri (che quasi si autocompiacciono della propria povertà) che dei ricchi (esemplari gli alti e i bassi nel rapporto con il padrone, che passa continuamente dal trattarlo come un membro della famiglia ad umiliarlo e sfruttarlo in ogni modo), sottolineando però una grande differenza ("i ricchi possono permettersi di sprecare le opportunità che hanno"). E ha anche il merito di non giudicare in alcun modo il suo personaggio: nessuna sentenza morale o "castigo" hollywoodiano giunge ad annacquare il messaggio (anzi, si prendono le distanze dalle pellicole occidentali: "Non dovete pensare che ci sia un quiz da un milione di rupie per uscire dalla povertà", dice Balram, riferendosi al "Millionaire" di Danny Boyle). Ottimi gli attori, un po' lento il ritmo (ma alla lunga carbura). Bahrani (anche sceneggiatore), americano di origine iraniana, ha spesso affrontato temi simili, sin dai suoi esordi.

28 agosto 2018

Fahrenheit 451 (Ramin Bahrani, 2018)

Fahrenheit 451 (id.)
di Ramin Bahrani – USA 2018
con Michael B. Jordan, Michael Shannon
**1/2

Visto in TV.

In un futuro distopico in cui leggere o possedere libri è severamente vietato, Guy Montag (Jordan) fa parte dei vigili del fuoco, corpo paramilitare con il compito di bruciare tutte le forme di cultura e in particolar modo i libri, che vengono chiamati con disprezzo "graffiti". Quando però entrerà in possesso di uno di essi, il suo mondo cambierà e le sue convinzioni cominceranno a crollare. Mi aspettavo brutte cose da questo remake del film di François Truffaut, nuovo adattamento del romanzo di Ray Bradbury realizzato sotto forma di tv movie per la HBO, ma sono rimasto piacevolmente sorpreso nel vedere come la vicenda non sia stata travisata o rovinata, e soltanto (moderatamente) modernizzata. La sceneggiatura (scritta dal regista insieme al collega iraniano Amir Naderi) tiene conto dei progressi tecnologici che ci sono stati dagli anni sessanta in poi (e dunque gli "eel" – i ribelli – custodiscono anche versioni digitali dei libri nei loro server, mentre la televisione da cui tutti sono dipendenti è più simile a un contemporaneo social network con il suo carico di haters e di conformismo). Buono il cast, dove spiccano Michael Shannon nel ruolo del capitano Beatty, l'ambiguo e simpatetico superiore di Montag, e Sofia Boutella in quello di Clarisse, la ragazza che instilla in Montag l'amore per la cultura. Keir Dullea è lo storico. Se il lungometraggio di Truffaut rimane superiore, questo fa comunque un buon lavoro nell'avvicinare un pubblico più giovane a un classico della fantascienza distopica, senza banalizzare i temi o affogare la caratterizzazione psicologica in inutili scene d'azione.

19 giugno 2007

Chop shop (Ramin Bahrani, 2007)

Chop shop
di Ramin Bahrani – USA 2007
con Alejandro Polanco, Isamar Gonzales
**1/2

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Il piccolo Alejandro vive con la sorella maggiore Isamar nel retrobottega di un'autofficina e si procura da vivere con lavoretti di ogni tipo. Il suo sogno è quello di acquistare un furgoncino per vendere panini e bibite, e a questo scopo si dedica anche ad alcuni furtarelli, mentre la sorella – a sua insaputa – si prostituisce. Una bella ambientazione (una strada fangosa alla periferia di New York, nei pressi dello stadio del baseball di Flushing Meadows, fra mille officine che riparano auto e vendono pezzi di ricambio) per un film piccolo ma ben fatto, con un bambino estremamente maturo e cresciuto troppo in fretta, che il regista (nato negli Stati Uniti ma di origini iraniane, qui al suo secondo lavoro dopo "Man push cart") ritrae con sguardo sincero ed attento, senza fare concessioni al sentimentalismo e alla facile poesia. Bahrani è anche sceneggiatore e montatore.