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27 luglio 2023

Close (Lukas Dhont, 2022)

Close (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Fra/Ola 2022
con Eden Dambrine, Gustav de Waele
***

Visto in TV (Sky Cinema).

L'amicizia fra i tredicenni Léo (Dambrine) e Rémi (de Waele) è talmente stretta che a scuola i compagni suggeriscono che siano innamorati l'uno dell'altro. La cosa turba Léo, che cerca di prendere le distanze dall'amico, allontanandosi da lui – da cui in precedenza era inseparabile – per frequentare altri circoli. E quando Rémi, improvvisamente, si suiciderà, Léo sarà tormentato dai sensi di colpa. Secondo film per il regista Lukas Dhont e il suo co-sceneggiatore Angelo Tijssens: come il precedente "Girl", con cui ha molto in comune, esplora il vissuto intimo di personaggi giovanissimi alla prese con la scoperta di sé e dei propri sentimenti, qualcosa di assai difficile in un'età in cui non solo non si hanno le idee chiare, ma non si è nemmeno abbastanza forti da resistere all'influenza dell'ambiente circostante, anche quando questo non è necessariamente negativo o tossico (i genitori dei due bambini approvano la loro amicizia, i compagni di classe si limitano a scherzarci sopra). E che, per questi motivi, scelgono di cambiare strada per paura dei propri sentimenti o per il timore di essere giudicati. La maggior parte della pellicola si svolge dopo la morte di Rémi, e dunque il film parla più di elaborazione del lutto e dei sensi di colpa (quando la vita "va avanti") che di consapevolezza queer o di coming out (anzi, non è nemmeno detto che Léo sia gay: la sua amicizia con Rémi può essere semplicemente questo, un'amicizia), come invece accadeva, per esempio, in "Fucking Åmål". Rispetto a "Girl", il film è forse un po' più costruito, ma non meno intenso. Grand Prix a Cannes, e nomination all'Oscar come miglior film straniero.

4 giugno 2023

La promesse (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 1996)

La promesse (id.)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio/Francia 1996
con Jérémie Renier, Olivier Gourmet
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il quindicenne Igor (Jérémie Renier) aiuta il padre Roger (Olivier Gourmet) nello sfruttamento degli immigrati clandestini, ai quali fornisce una stanza in affitto e un lavoro (in nero). Un giorno Amidu, immigrato dal Burkina Faso, rimane gravemente ferito cadendo da un'impalcatura in un cantiere. Per impedire che i suoi affari vengano scoperti, Roger impedisce al figlio di portare l'uomo in ospedale: prima di morire, però, Amidu si fa promettere dal ragazzo che si prenderà cura della moglie (Assita Ouédraogo) e del figlio neonato. Un po' per tener fede alla promessa, un po' per i sensi di colpa, Igor inizia a prendersi a cuore le sorti della donna, anche a costo di mettersi contro il padre... Il terzo lungometraggio dei fratelli Dardenne fu anche il primo a dar loro notorietà: è una pellicola intensa, drammatica, dai toni asciutti e realistici, assai cupa ma nobilitata da un fondo di speranza, come l'empatia che può svilupparsi anche nei contesti più disagiati. Renier (che anche dopo essere cresciuto continuerà a recitare nei film dei due fratelli, per esempio in "L'enfant" e "Il matrimonio di Lorna") dà vita a un personaggio stratificato e complesso, nonostante la giovane età, mentre la denuncia dello sfruttamento e delle difficili condizioni degli immigrati illegali in Belgio (o in generale in Europa) è affrontata senza demagogia o retorica. In più c'è il rapporto fra padre e figlio, conflittuale e problematico (l'uomo è tutt'altro che un bravo maestro di vita per il ragazzo), ma a tratti guarnito da slanci di sincero affetto reciproco. Anche Gourmet reciterà ancora per i Dardenne in un altro film dai temi simili ("Il figlio"). Piccoli tocchi di colore e di caratterizzazione includono la passione di Igor per le automobili (costruisce un go-kart artigianale con gli amici) e le tradizioni magico-sciamaniche che gli immigrati portano con sé anche in un altro continente.

7 agosto 2021

Raw - Una cruda verità (J. Ducournau, 2016)

Raw - Una cruda verità (Grave)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2016
con Garance Marillier, Ella Rumpf
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La diciannovenne Justine (Marillier), timida e introversa, si iscrive alla prestigiosa università di veterinaria già frequentata dalla sorella maggiore Alexia (Rumpf) e va a vivere nel campus. Qui è costretta a subire i numerosi atti goliardici e di nonnismo cui gli studenti anziani sottomettono le matricole come riti di iniziazione: fra questi, l'ingestione di carne che lei, vegetariana, aveva sempre evitato. Quel boccone la condurrà a un'attrazione famelica e incontrollata per la carne, dapprima quella cotta, poi quella cruda e infine quella umana... La sconvolgente opera prima della regista francese Julia Ducournau (che si confermerà con la seconda, “Titane”, vincitrice della Palma d'Oro a Cannes) è un horror originale e inquietante, con più chiavi di lettura: in superficie c'è il thriller cannibalistico – al sangue! – che non lesina scene forti (si astengano i deboli di cuore o di stomaco) e colpi di scena (nel finale si spiega in qualche modo l'origine delle tendenze cannibalistiche della protagonista); ma se passiamo dal livello letterale a quello metaforico, la trasformazione di Justine da timida vergine a “mangiatrice di uomini” è uno dei possibili e inevitabili percorsi di una ragazza quando esce dall'alveo protetto della famiglia (il soggiorno al campus universitario è la prima volta che va a vivere fuori di casa), in un ambiente dove entra in contatto con il sesso e la violenza (anche quella sugli animali, vedi le esperienze in laboratorio), senza alcun filtro (la sorella, che "ci è già passata", non la protegge; gli insegnanti si mostrano incomprensivi o assenti). Siamo dunque di fronte a un racconto di crescita, di svezzamento alla vita, di coming-of-age, per quanto truculento e sopra le righe. Rabah Naït Oufella è il compagno di stanza gay, Laurent Lucas il padre. Nonostante l'ottima accoglienza di critica e pubblico ai festival, in Italia il film è uscito solo in home video.

22 agosto 2020

Girl (Lukas Dhont, 2018)

Girl (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Olanda 2018
con Victor Polster, Arieh Worthalter
***

Visto in TV, con Sabrina.

Lara (Polster), ragazza transgender di quindici anni, si trova in un momento di forti cambiamenti: si è appena trasferita in una nuova città e una nuova scuola, sta per iniziare la terapia ormonale in vista dell'operazione per cambiare sesso, e si è iscritta a una prestigiosa scuola di danza classica. Ma tante novità tutte insieme, per di più in una fase delicata dell'adolescenza (quella in cui comincia a interessarsi ai ragazzi), caratterizzata di per sé da crisi, incertezze e ansia nei confronti del proprio corpo, rischiano di rivelarsi eccessive. Anche perché il grande impegno fisico che le lezioni di danza richiedono vanno di pari passo con lo stress psicologico legato alla sua condizione. Grande realismo psicologico per un'opera prima (che segna l'esordio tanto del regista quanto dell'interprete) che racconta il vissuto intimo di una ragazza impaziente di fronte ai maggiori cambiamenti della sua vita. Lontano dagli stereotipi, il film scava nelle emozioni della protagonista, ne mostra le paure, l'impazienza di vedere il proprio corpo cambiare e adeguarsi all'immagine che ha di sé, il desiderio di tenere a freno le emozioni per non aprirsi troppo a un mondo che percepisce come ostile (vedi le piccole umiliazioni nel rapporto con le compagne) e le difficoltà di parlare apertamente dei propri problemi e di confidarsi con qualcuno, persino con un padre (Worthalter) di cui ha il pieno sostegno (la madre è assente, forse morta: e chissà che la mancanza di una figura femminile di riferimento non abbia il suo peso). Lo stile è sobrio, diretto, minimalista ma comunque denso e intenso, e l'argomento è trattato con cura e sensibilità. Il progetto era nato come documentario (per raccontare la storia della ballerina Nora Monsecour), prima che Dhont decidesse di trasformarlo in un film di finzione, scrivendone la sceneggiatura insieme ad Angelo Tijssens, con Monsecour come consulente. Premio a Cannes per la miglior opera prima.

12 dicembre 2019

Il figlio (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2002)

Il figlio (Le fils)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio/Francia 2002
con Olivier Gourmet, Morgan Marinne
***

Visto in divx.

Il solitario Olivier (Gourmet) lavora come insegnante nel laboratorio di falegnameria di un centro di formazione e recupero per adolescenti. Quando gli viene affidato un nuovo apprendista, il sedicenne Francis (Marinne), appena uscito dal carcere minorile, si rende conto che si tratta del ragazzo che cinque anni prima aveva ucciso suo figlio... Un film asciutto e minimalista sui dilemmi morali e la redenzione (simile, in questo, al precedente "La promesse"), dove le stesse azioni dei personaggi sono portate sullo schermo senza fronzoli o abbellimenti, lasciando lo spettatore ad assistervi in totale immersione contemplativa ma senza alcun didascalismo o esplicitazione. Perché Olivier accetta il ragazzo nel suo laboratorio, se lo prende a cuore, gli insegna un mestiere (senza dirgli di essere il padre della sua vittima)? Vuole vendetta o pacificazione? Nemmeno lui lo sa, come confessa all'ex moglie stupefatta ("Nessuno farebbe quello che stai facendo"). Da un lato cerca di non mostrargli gentilezza, dall'altro è però quasi ossessionato da lui, da come vive o dai motivi che lo avevano spinto a uccidere a soli undici anni, e rimane colto alla sprovvista quando il ragazzo gli chiede di fargli da tutore. La camera a spalla, sempre attaccata al protagonista (tanto che gli ambienti e tutto ciè che gli è attorno risultano quasi sfumati, mentre degli altri personaggi udiamo spesso solo le voci fuori campo), e i long take donano realismo e intensità alla vicenda. E mentre Olivier introduce Francis al lavoro in falegnameria, ci rendiamo conto che il film stesso è come un'asse di legno grezzo, che una volta rifinita potrà mostrare tutta la propria bellezza interiore. Isabella Soupart è l'ex moglie di Olivier. Il bravo Gourmet ha ricevuto a Cannes (da dove i Dardenne escono raramente a mani vuote) il premio come miglior attore.

9 settembre 2019

Il cameraman e l'assassino (R. Belvaux et al, 1992)

Il cameraman e l'assassino (C'est arrivé près de chez vous)
di Rémy Belvaux, André Bonzel, Benoît Poelvoorde – Belgio 1992
con Benoît Poelvoorde, Rémy Belvaux
**

Visto in divx.

Una troupe cinematografica (composta dal reporter Rémy, dal fonico Patrick e dall'operatore André, con quest'ultimo che non si vede mai sullo schermo perché appunto è lui che impugna la macchina da presa) accompagna un serial killer, Benoît, nel corso del suo "lavoro", riprendendone le imprese mentre l'uomo stesso spiega i propri metodi e i trucchi del mestiere. Originale e spiazzante black comedy del tutto sui generis, difficile da prendere sul serio per come "normalizza" in maniera quasi amorale o nichilista la professione dell'assassino seriale, che viene seguito costantemente dalla cinepresa non solo durante i delitti ma anche nel tempo libero (per esempio mentre mangia, o quando fa visita ai genitori o agli amici). L'uomo è estroverso, arrogante, a tratti volgare e comunque sempre sicuro di sé e ben disposto a raccontare con un certo compiacimento tutti i segreti della sua professione (come scegliere le vittime o come sbarazzarsi dei cadaveri, per esempio), finendo col coinvolgere la troupe di cineasti in alcune delle sue imprese, ma anche ad esporre le proprie opinioni sulll'arte, sul mondo, sulla società, sulla violenza stessa. E non mancano livelli di assurdità surreale, come quando l'uomo si "scontra" con un collega assassino, anche lui seguito dalla propria troupe di operatori (televisivi, in questo caso). Girato in bianco e nero, a basso costo (e ovviamente con la camera a mano), il film è nato come progetto amatoriale di quattro studenti di cinema (Belvaux, Bonzel e Poelvoorde, che firmano anche la regia, e il co-sceneggiatore Vincent Tavier) e pur risultando controverso per alcune scene ritenute eccessivamente violente (come quella in cui Benoît uccide un bambino), ha riscosso il plauso e l'attenzione della critica, finendo col diventare un cult movie. Per certi versi (anche per il tema metacinematografico, il cinismo ipocrita e l'aspetto vouyeuristico della violenza), può essere paragonato a "Funny games" di Michael Haneke. Dei quattro autori, l'unico che farà carriera nel mondo del cinema è Poelvoorde, che qui interpreta il killer protagonista ed è sempre al centro della scena. Un'idea simile sarà alla base nel 2017 del neozelandese "Vita da vampiro - What we do in the shadows".

10 aprile 2019

Mr. Nobody (Jaco Van Dormael, 2009)

Mr. Nobody (id.)
di Jaco Van Dormael – Belgio/Canada/Fra/Ger 2009
con Jared Leto, Diane Kruger
**

Visto in TV.

Nel 2092, all'età di 118 anni, Nemo Nobody (Jared Leto) è l'ultimo mortale rimasto in un mondo in cui la scienza (attraverso il rinnovo infinito delle cellule) ha donato a tutti l'immortalità. Ma non ricorda nulla del proprio passato: e una seduta di ipnosi rivelerà una serie di fatti contraddittori e alternativi fra loro. A partire da quando aveva nove anni e fu costretto a scegliere se rimanere con il padre o con la madre che stavano divorziando, la vita di Nemo ha infatti seguito tutte le possibili biforcazioni, come se le diverse linee temporali coesistessero. E così, saltando da una possibilità all'altra (o anche avanti e indietro nel tempo), assistiamo alle tante possibili evoluzioni della sua esistenza, a seconda che abbia scelto (e/o sposato) una delle tre donne della sua vita, Anna (Diane Kruger), Elise (Sarah Polley) o Jeanne (Linh Dan Pham), che sia diventato ricco o rimasto povero, che sia morto da giovane oppure no... Pellicola ambiziosa, surreale e filosofico-esistenziale, che si sviluppa in mille rivoli e direzioni differenti. Ma proprio in questo sta il suo punto debole, visto che le tante varianti si succedono senza che alcuna di essa acquisti un valore o un significato particolare ai nostri occhi: una cosa vale l'altra e tutto vale tutto. Troppo denso e lungo, il film – che procede per accumulo con uno stile a metà fra "Il meraviglioso mondo di Amelie", il Gondry di "Se mi lasci ti cancello" e Wes Anderson – stufa ben presto anche lo spettatore che si chiede dove il regista (anche sceneggiatore) voglia andare a parare, saltando di palo in frasca: dal coming-of-age al film romantico, dal fantascientifico (il viaggio su Marte) all'onirico-surreale (il mondo esterno "costruito" come in "The Truman Show"), dall'esplorazione di teorie scientifiche o presunte tali (l'effetto farfalla, l'entropia e la freccia del tempo) ai sentimenti e alle paure innate (l'amore, la perdita, la depressione), dal potere dell'immaginazione (ovviamente di un bambino) alle riflessioni sul caso e la scelta (a un certo punto Nemo si affida a una moneta, come il Due Facce di Batman). E alla fine si rimane con ben poco di concreto in mano, visto che la relativizzazione impera: non a caso si cita una (per me brutta) frase di Tennessee Williams, "Ogni cosa avrebbe potuto essere un'altra e avrebbe avuto lo stesso profondo significato". Un concetto che detesto, perché in realtà ogni significato lo elimina, giustificando invece quasiasi cosa! Anche Resnais affrontava temi simili (si pensi a "Smoking"/"No smoking"), ma puramente come gioco intellettuale, senza rivestirli di tanta zavorra metafisica. Persino la colonna sonora è un guazzabuglio che mescola "Casta diva" e "Mr. Sandman", Satie e la "Pavane" di Fauré, Bach e Britten. In ogni caso il film è molto bello visivamente (la fotografia è di Christophe Beaucarne), e quello di Leto come attore è un autentico tour de force. Toby Regbo e Juno Temple sono Nemo e Anna a quindici anni.

23 dicembre 2018

Dio esiste e vive a Bruxelles (J. Van Dormael, 2015)

Dio esiste e vive a Bruxelles (Le Tout Nouveau Testament)
di Jaco Van Dormael – Belgio/Fra/Lux 2015
con Benoît Poelvoorde, Pili Groyne
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dio, con aspetto dimesso e trasandato (sovrappeso, bevitore di birra, perennemente in canottiera e vestaglia), abita in uno squallido appartamento di Bruxelles, dal quale controlla il mondo da lui creato e si diverte a tormentare l'umanità, attraverso un vetusto computer, con "leggi universali della sfiga" che ricordano quelle di Murphy. Stufa del suo caratteraccio e dei suoi abusi, sua figlia Ea, di dieci anni, decide di andarsene di casa (dopo aver indispettito il padre, inviando a tutti gli abitanti del pianeta – attraverso un messaggio sul telefonino – la propria data di morte) e di fare come prima di lei aveva fatto suo fratello J.C.: cercarsi degli apostoli (sei persone scelte a caso, in modo da portare il totale a 18) e diffondere il suo "Nuovo nuovo testamento". Un'insolita pellicola satirica e filosofica, surreale ed esistenzialista, con la quale Van Dormael cerca di lanciare un messaggio chiaro, per quanto per nulla religioso o trascendentale: Ea afferma che "non c'è nulla dopo la morte", e la felicità va ricercata durante la vita, nel presente. L'insieme, non sempre omogeneo, a tratti ricorda "Amelie" ma anche certe cose di Greenaway, di Von Trier e di Jodorowsky. Ma se la cornice è decisamente interessante (nonché irriverente quasi come il "Dogma" di Kevin Smith), quando l'attenzione si sposta sui sei apostoli il film si fa più pretenzioso e noioso, con le sue divagazioni sulla vita, la morte e l'amore. E mentre si sopportano le vicende di questi sei personaggi (Laura Verlinden, Didier De Neck, Serge Larivière, François Damiens, Catherine Deneuve, Romain Gelin), che man mano interagiscono fra loro (Ea rivela che ciascuno ha una propria "musica interiore"), di fatto si aspetta in continuazione che ritorni in scena il Dio interpretato da Poelvoorde, con tutto il suo carico di misantropia, sadismo, sciattezza e volgarità. Yolande Moreau è la moglie di Dio, dea della natura; Marco Lorenzini è Victor, il barbone che scrive il "Nuovo nuovo testamento".

11 maggio 2018

Il mistero della camera gialla (B. Podalydès, 2003)

Il mistero della camera gialla (Le mystère de la chambre jaune)
di Bruno Podalydès – Francia/Belgio 2003
con Denis Podalydès, Pierre Arditi
**

Visto in TV.

Mathilde (Sabine Azéma), figlia del professor Stangerson (Michael Lonsdale), è vittima di un tentativo di omicidio mentre si trova da sola nella sua stanza nella villa del padre, in piena campagna. A indagare sull'aggressione, per capire come è stato possibile per l'assassino entrare e uscire da una stanza chiusa a chiave, ci sono fra gli altri l'ispettore Larsan (Pierre Arditi) e il giovane giornalista Joseph Rouletabille (Denis Podalydès, fratello del regista), che ingaggiano una vera e propria sfida per giungere prima dell'altro alla soluzione. Se l'ispettore sembra sospettare soprattutto di Darzac (Olivier Gourmet), il fidanzato della ragazza, il giornalista – sfruttando la ragione anziché l'intuito – saprà giungere all'autentica verità... Dal romanzo poliziesco del 1907 di Gaston Leroux – forse il più celebre "enigma della stanza chiusa" di tutti i tempi, già portato più volte sullo schermo sin dall'epoca del muto (per esempio da Maurice Tourneur nel 1913, da Marcel L'Herbier nel 1930 e da Henri Aisner nel 1949) – Podalydès trae, più che un giallo, una commedia: gli ingredienti sono tutti al loro posto, ma il tono è leggero e svagato, privo di tensione e difficile da prendere sul serio, e questo va a discapito dell'interesse dello spettatore, più incentrato sugli istrionismi dei personaggi e sulle gag che non sulla reale risoluzione del caso. In effetti, di chi sia l'assassino e su come ha fatto a entrare e uscire dalla stanza non ci importa quasi nulla: soltanto nel finale, quando Rouletabille espone la sua soluzione, la vicenda e i suoi personaggi cominciano ad acquistare spessore. Nel cast anche Claude Rich (il giudice), Jean-Noël Brouté (il fotografo Sainclair), Julos Beaucarne (padre Jacques), Isabelle Candelier (la signora Bernier), George Aguilar (il guardiacaccia indiano). In sovrimpressione sullo schermo compaiono i titoli dei capitoli in cui era diviso il romanzo. Due anni dopo Podalydès adatterà, con il fratello e gli stessi attori, anche il secondo dei romanzi di Gaston Leroux su Rouletabille, "Le parfum de la dame en noir".

24 settembre 2017

Le fidèle (Michaël R. Roskam, 2017)

Le fidèle
di Michaël R. Roskam – Belgio 2017
con Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gino, detto "Gigi" (Schoenaerts), rapinatore di banche con un'infanzia difficile, si innamora a prima vista di Bénédicte, detta "Bibi", giovane pilota di auto da corsa. I due si fidanzano, anche se lei ignora la vera attività del ragazzo. Tuttavia, quando questa verrà alla luce (con Gino arrestato e rinchiuso in prigione), il loro amore proseguirà nonostante le difficoltà. Una storia d'amore con contorno di criminalità e di colpi bassi del destino, incardinata sul tema della fedeltà e del reciproco fidarsi (alla cieca?) l'uno dell'altro. La pellicola ha parecchi difetti strutturali: da una storia eccessivamente "costruita" (la mano delle sceneggiatore è tutt'altro che trasparente, e viene messa in luce da numerosi elementi: uno su tutti, la paura dei cani da parte di Gino e tutto quello che ne comporta) a una progressione degli eventi che dà la sensazione di assistere a un telefilm a puntate, come se Roskam non sapesse come concludere la vicenda e fosse dunque costretto a portarla avanti più a lungo del dovuto. Francamente, se la prima parte è anche gradevole, con la doppia vita del ragazzo a fare da filo conduttore, la seconda risulta eccessivamente melodrammatica. Di contro, però, ci sono alcune belle scene (la sequenza della rapina sull'autostrada, per esempio, e anche quella della "fuga" di Gino nel finale), e in generale il tema dell'amore che resiste a ogni avversità (comprese le menzogne), che compensano i difetti congeniti del film. A tratti ricorda alcune pellicole di Jacques Audiard ("Il profeta", "Un sapore di ruggine ed ossa").

26 settembre 2016

Un re allo sbando (Brosens, Woodworth, 2016)

Un re allo sbando (King of the Belgians)
di Peter Brosens, Jessica Woodworth – Belgio 2016
con Peter Van den Begin, Lucie Debay
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Mentre si trova a Istanbul in visita ufficiale, il re del Belgio Nicolas III (Van den Begin) viene a sapere che la Vallonia ha dichiarato indipendenza dalle Fiandre, dividendo il paese in due. Un'inopportuna tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e i voli: e al sovrano, accompagnato dal suo entourage (il valletto Carlos, il direttore del protocollo Ludovic e la responsabile delle pr Louise), non resta che tentare un avventuroso ritorno in patria via terra, attraverso i Balcani, per di più sotto falso nome per sfuggire ai servizi segreti turchi che non intendono fargli lasciare il paese e causare così un incidente diplomatico. Il tutto viene ripreso dalla videocamera di un documentarista, che intende mostrare il lato umano del re. Simpatico e stralunato road movie che parte da uno spunto di fantapolitica per riflettere sul futuro dell'Europa, sul ruolo della monarchia, sull'autodeterminazione dei popoli, sul distacco fra la gente e le istituzioni, ma anche sulla scoperta di sé stessi. Ma se le peripezie del sovrano sono divertenti, e lui stesso si ritrova cambiato grazie al contatto con la gente comune mentre attraversa la Bulgaria, la Serbia e l'Albania, alla resa dei conti il film non riesce a graffiare in profondità, con una satira all'acqua di rose che ben si sposa con la comicità "sospesa" tipica del Nord Europa. Al terzo loro film che vedo, non riesco ancora a farmi un'idea chiara del cinema della coppia Brosens-Woodworth: di pellicola in pellicola (e a volte anche all'interno di uno stesso film) i registri cambiano in continuazione, passando dal realismo al surreale, dal comico al drammatico, dal simbolico al documentario. Qui, complice anche un attore che fisicamente gli assomiglia, mi è venuto da pensare a Pif e ai suoi viaggi (nel programma "Il testimone") alla scoperta di mondi e persone lontane.

22 settembre 2016

Une vie (Stéphane Brizé, 2016)

Une vie
di Stéphane Brizé – Francia/Belgio 2016
con Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin
**1/2

Visto al cinema Ariosto, con Sabrina e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Fedele adattamento de "Una vita", il primo romanzo di Guy de Maupassant (di cui cerca di riprodurre il realismo amaro ma anche la profonda sensibilità), il film segue la storia di Jeanne, giovane aristocratica, dalla fine dell'adolescenza alla vecchiaia. La ragazza, che all'inizio dell'ottocento abita con i genitori nel castello di famiglia in Normandia, va in sposa al giovane Julien, che però – dopo i primi momenti di platonico romanticismo – la tradirà più volte: dapprima con la domestica Rosalie, e poi con una vicina di casa. Ucciso dal marito di quest'ultima, Julien non lascia a Jeanne che un figlio, Paul, sul quale la donna trasferisce morbosamente tutti i suoi affetti, rendendolo viziato e inconcludente. A causa dei continui debiti di Paul, che nel frattempo si è trasferito in Inghilterra, Jeanne finisce col perdere tutti i suoi averi. Ma proprio quando la depressione e la follia sembrano avere la meglio su di lei, trascinata in una spirale di eventi sempre più negativi, l'inatteso arrivo di una nipotina consente di concludere la vicenda su una nota più lieta. Come spiega la rediviva Rosalie, tornata in tarda età ad accudire la sua padrona, "la vita non è mai tutta buona o tutta cattiva come si dice". Girato in formato 4:3 con macchina a mano e inquadrature quasi sempre strette, angosciante e dal ritmo lento (ma proprio il continuo senso di angoscia, figlio della disillusione e della decadenza, lo salva dall'essere tedioso), il film non è di facile visione e a volte sintetizza in pochi istanti interi anni di vita, per lasciare invece spazio in altri momenti ai ricordi e alle illusioni. E proprio come la vita di Jeanne, una volta concluso e ripensandolo nel suo insieme, ci si accorge del suo autentico valore, anche come ritratto di un personaggio femminile costretto a barcamenarsi in un mondo che sta cambiando, vittima di persone e soprattutto di meccanismi sociali contro i quali non ha armi a disposizione. Fra i momenti per diversi motivi più memorabili, il dialogo di Jeanne con il parroco che vorrebbe convincerla a rivelare la verità sul tradimento del marito, e l'istante in cui la ragazza legge le lettere della madre dopo la sua morte. Da sottolineare inoltre il tema della terra, dalle cure verso l'orto che la ragazza apprende dal padre ad accudire, al prezioso valore delle fattorie di famiglia, che le danno sostentamento e la cui perdita rappresenta il punto di non ritorno. La colonna sonora si appoggia su alcune composizioni del clavicembalista settecentesco Jacques Duphly.

28 agosto 2014

La mia vita in rosa (Alain Berliner, 1997)

La mia vita in rosa (Ma vie en rose)
di Alain Berliner – Belgio/Francia 1997
con Georges du Fresne, Jean-Philippe Ecoffey
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il piccolo Ludovic, un bambino di sette anni che si è appena trasferito con la famiglia in un nuovo quartiere, si veste da bambina, gioca con le bambole e sogna, una volta cresciuto, di diventare donna e di sposare il suo compagno di scuola Jérôme. La sua famiglia fatica ad accettarne la natura, al punto da mandarlo persino da uno psicologo: ma di fronte all'ostracismo e all'emarginazione da parte dei vicini e della comunità in cui vivono, serrerà le fila e arriverà a comprendere il bisogno di Ludovic di affermare la propria identità di genere. Una pellicola che affronta il tema della transessualità in maniera leggera e da un punto di vista infantile, come dimostrano anche le scelte formali (i colori vivaci o pastello della fotografia) e il tono fumettoso e surreale (con la ricorrente fantasia di Ludovic di far parte del "mondo di Pam", personaggio simil-Barbie di cui segue le vicende in tv, nella cui "casa di bambola" sogna di abitare, e che appare più volte come una sorta di "fata madrina" che lo protegge). Di fronte alle ipocrisie e alle proteste degli adulti, il piccolo protagonista fatica a comprendere perché tutti se la prendano con lui o complichino qualcosa che per lui è assolutamente semplice (esilarante la scena in cui cerca di immaginare come possa essere avvenuto l'errore che ha portato ad assegnargli i cromosomi sbagliati alla nascita). Significativo l'ambiente in cui si svolge la storia: un quartiere di periferia composto da villette a schiera tutte uguali, metafora di quell'omologazione che rifiuta ogni forma di diversità o di devianza (un escamotage simile a quello cui era ricorso Tim Burton nel suo "Edward Mani di Forbice", ambientato in un quartiere simile). Questa e altre caratteristiche donano alla pellicola – al di là della serietà del tema trattato – i toni di un "film giocattolo". Incredibilmente vietato ai minori negli Stati Uniti. Il titolo allude scherzosamente alla celebre canzone di Edith Piaf "La vie en rose".

19 giugno 2014

Due giorni, una notte (J. e L. Dardenne, 2014)

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio/F/I 2014
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Ritornata al lavoro dopo una lunga assenza per depressione, a Sandra – impiegata in una piccola azienda che produce pannelli solari – viene prospettato il licenziamento: sarà reintegrata soltanto se gli altri sedici operai rinunceranno al bonus di mille euro promesso loro a fine anno. La votazione, a scrutinio segreto, avverrà lunedì mattina: la ragazza ha dunque a disposizione tutto il weekend per recarsi da ciascuno dei colleghi e convincerli a rinunciare al prezioso bonus pur di salvare il suo posto di lavoro. Costruito su uno spunto piuttosto semplice, una nuova parabola anti-capitalista (con morale finale) da parte dei fratelli Dardenne sul tema della solidarietà fra lavoratori. Di fronte al "ricatto" dei loro capi, i vari dipendenti devono scegliere come comportarsi, cercando di mettersi l'uno nei panni dell'altro: per alcuni rinunciare al bonus, su cui tanto hanno contato, sarà impossibile; per altri è molto più importante aiutare un'amica e collega. Forse un po' schematico, e di certo trascinato ripetitivamente un po' troppo a lungo (per gran parte del film vediamo Sandra presentarsi dai colleghi uno a uno, mentre insieme a noi spettatori tiene il conteggio dei voti a lei favorevoli e contrari), ma in ogni caso d'impatto (c'è chi ha parlato di una variazione su "La parola ai giurati"): e la regia naturalistica dei Dardenne aiuta a mantenere la tensione fino alla fine e a rendere questo piccolo episodio quanto mai vivo ed umano.

28 luglio 2013

Ernest & Celestine (aavv, 2012)

Ernest & Celestine (id.)
di Stéphane Aubier, Vincent Patar, Benjamin Renner – Francia/Belgio 2012
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Sceneggiato da Daniel Pennac a partire da una serie di libri illustrati di Gabrielle Vincent, è un film d'animazione per bambini, delicato e divertente, che parla dell'improbabile amicizia fra una topolina e un orso, rappresentanti di due comunità che si guardano con terrore o sospetto e che vivono in due mondi separati: i topi nel sottosuolo, gli orsi in superficie. Come se non bastasse, Ernest e Celestine hanno velleità artistiche che sono ferocemente osteggiate dalla società: la topolina ha la passione per il disegno, ma tutti si attendono che diventi dentista (come i suoi coetanei ha infatti il compito di radunare i denti che i piccoli orsacchiotti, in superficie, mettono sotto il cuscino dopo che cadono: gli incisivi servono per sostituire quelli che i topi più anziani perdono, e senza i quali non possono rosicchiare né parlare); Ernest, che vive isolato in una baracca fuori città, è invece un aspirante attore e musicista che per la fame è costretto a mendicare o rubare. La pellicola ne mostra le rispettive persecuzioni, dapprima in parallelo e poi insieme (a un certo punto si ritrovano inseguiti da "poliziotti" sia orsi che topi, e nel finale vengono addirittura messi sotto processo), e ne descrive con tenerezza l'amicizia, che inizialmente si fonda sullo scambio di favori ma poi evolve in un sincero rapporto affettivo. Punto di forza, oltre ai simpatici dialoghi di Pennac, è comunque lo stile di disegno ad acquarello, tipico dei volumi illustrati per l'infanzia, valorizzato dai colori caldi e da un'animazione morbida e minimalista, a volte poco più che schizzi impressionisti di matita e di colore su una tavola.

17 giugno 2013

Tutto sua madre (G. Gallienne, 2013)

Tutto sua madre (Les garçons et Guillaume, à table!)
di Guillaume Gallienne – Francia/Belgio 2013
con Guillaume Gallienne, Françoise Fabian
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il giovane Guillaume ama a tal punto la madre da desiderare di essere come lei, imitandone persino la voce e i movimenti. Ma i suoi atteggiamenti effemminati portano tutti coloro che lo circondano – parenti e amici – a credere che sia gay. Dopo una serie di tragicomiche vicende, di esperienze e di esperimenti di ogni tipo, Guillaume riuscirà finalmente a "diventare un uomo" (affrancandosi dall'ingombrante figura materna) soltanto quando si innamorerà di una ragazza. Scritto, diretto e interpretato (nei due ruoli principali: quello del protagonista e quello di sua madre, tanto per sottolineare ulteriormente il desiderio di immedesimazione e il complesso di Edipo) da un membro della Comédie-Française che ha adattato un proprio testo realizzato appunto per il teatro (ma per fortuna il film prende le distanze dall'impostazione teatrale grande a un impianto prettamente cinematografico che gioca sui flashback, sul montaggio e sulla voce off), è una pellicola divertente e grottesca su una sorta di "coming out etero". Le vicissitudini del protagonista sono narrate da lui stesso in prima persona, di fronte a una platea, attraverso sequenze sopra le righe (come quelle del college maschile, della visita militare o della spa bavarese) ricche di gag e di momenti surreali (l'improvvisa comparsa della mamma nelle occasioni più disparate, l'immaginazione di Guillaume che si vede nei panni della principessa Sissi). Ma nonostante i toni spesso ridicoli e la presenza di personaggi improbabili o macchiettistici, il film non banalizza l'argomento e non scivola mai nella pura farsa: mantiene anzi un sottofondo drammaticamente intimista, mentre seguiamo Guillaume nel suo continuo tentativo di affermare la propria identità di genere, di indagare il proprio orientamento sessuale o semplicemente di vivere la propria vita. E il finale (con l'apparizione del "vero" volto della madre, quando il complesso di Edipo si risolve) è addirittura catartico. Molto bella la scena in cui Guillaume prova a cavalcare a occhi chiusi, affidandosi completamente all'animale (sulle note del "Tannhäuser" di Wagner). Anche se siamo quasi di fronte a un "one-man show", nel cast sono da sottolineare la presenza di François Fabian (la vedova di Jacques Becker, che qui fa la nonna) e il cameo di Diane Kruger (nei panni di Ingeborg).

24 novembre 2012

Marsupilami (Alain Chabat, 2012)

Marsupilami (Sur la piste du Marsupilami)
di Alain Chabat – Francia/Belgio 2012
con Jamel Debbouze, Alain Chabat
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Il Marsupilami è un personaggio ideato dal disegnatore belga André Franquin e apparso nei popolari albi a fumetti di "Spirou", chiaramente ispirato all'Eugene the Jeep (Eugenio il Gip) delle strisce di "Popeye". Si tratta di un bizzarro e rarissimo animale esotico, un marsupiale che vive nella giungla amazzonica di Palombia, stato fittizio dell'America del Sud. Protagonista di una serie di albi personali e di diversi cartoni animati, sbarca ora al cinema in una pellicola che mescola live action e animazione digitale. Chabat interpreta Dan Geraldo, reporter televisivo ormai caduto in disgrazia, che per risollevare i bassi ascolti della sua trasmissione viene inviato in Palombia alla ricerca di uno scoop (l'intenzione sarebbe quella di intervistare gli ultimi superstiti di una tribù amazzonica, i Paya) e si imbatte nello scalcinato Pablito, guida locale e veterinario imbroglione che sostiene di aver visto, tempo prima, proprio un esemplare del leggendario e mitologico Marsupilami. Nessuno gli crede, tranne l'anziano professor Hermoso, che ha scoperto che la creatura si nutre con un'orchidea dai cui fiori è possibile ricavare un filtro dell'eterna giovinezza. Per salvare il Marsupilami dal malvagio scienziato, che nel frattempo è diventato il dittatore della piccola nazione, Geraldo e Pablito dovranno imbarcarsi un'avventura dalle mille difficoltà e convincere il mondo di non essere quei bugiardi che tutti credono (Geraldo perché si scopre che tutti i suoi scoop precedenti erano falsi, Pablito perché è sempre vissuto di truffe e di piccoli espedienti). La comicità di Chabat (al suo secondo film tratto da un fumetto dopo "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", nel quale già figurava Debbouze) è al servizio di una storia che mescola avventura, azione e umorismo senza soluzione di continuità. Se la sceneggiatura a tratti arranca (forse perché mette troppa carne al fuoco, con il rischio di risultare eccessivamente stratificata per un pubblico infantile) e il messaggio ecologista contro lo sfruttamento della natura lascia un po' il tempo che trova, non mancano però le sequenze esilaranti, come l'esibizione canora del deposto generale Pochero (Lambert Wilson) nei panni di Céline Dion o la satira contro il mondo della televisione, comprese le finte pubblicità (Loréins, lo sponsor del programma di Geraldo, è chiaramente una parodia di L'Oréal), una trovata che era già presente nel capolavoro dei "Nuls", "La cité de la peur".

15 settembre 2012

La quinta stagione (Brosens, Woodworth, 2012)

La quinta stagione (La cinquième saison)
di Peter Brosens e Jessica Woodworth – Belgio 2012
con Aurélia Poirier, Gil Vancompernolle
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In un piccolo villaggio di campagna, gli abitanti si preparano al tradizionale rito che segna la fine dell'inverno: bruciare un fantoccio di paglia che simboleggia "zio inverno", in modo da scacciare la stagione fredda. Ma incomprensibilmente, la paglia e le frasche non prendono fuoco, e il rogo non attecchisce. Nei giorni seguenti, accade anche di peggio: la primavera non arriva, i semi non germogliano, gli animali muoiono o non producono più nulla. I mesi passano ma il villaggio resta immerso in una stagione eternamente spoglia e brulla, che porta a inasprire i contrasti e a far uscire il peggio da ogni uomo. E molti, naturalmente, se la prenderanno con lo "straniero", nella fattispecie un filosofo-apicultore venuto da fuori che diventerà il capro espiatorio per tutti. Al terzo film, la coppia formata dal documentarista belga Brosens e dalla regista americana Woodworth continua a descrivere il rapporto conflittuale fra uomo e natura: lo fa con una pellicola dalla forte connotazione simbolica, che fonde suggestioni buñueliane ("L'angelo sterminatore") o post-apocalittiche (un'apocalisse silenziosa e misteriosa, visto che le origini del fenomeno non sono esplicitate: ma è evidente che l’uomo perde il contatto con la natura perché la percepisce in maniera esclusivamente utilitaristica, come qualcosa da sfruttare, al punto che nessuno si preoccupa del mancato arrivo della primavera in sé ma solo perché il ciclo produttivo dell’agricoltura e dell’allevamento si interrompe) ed elementi che possono ricordare i film italiani "Il vento fa il suo giro" e "Le quattro volte". Molto belle le immagini di una campagna spoglia e arida, così come certi squarci surreali (l'apparizione improvvisa dei giganteschi pupazzi di cartapesta che raffigurano un contadino, una contadina e una mucca; tutte le scene che mostrano un uomo nell'infruttuoso tentativo di addestrare il proprio gallo a cantare), ma anche sequenze come il ballo collettivo degli abitanti del villaggio prima del rogo, o la scena in cui padre e figlio, in macchina, intonano il duetto "Pa-pa-pa-pa" dal "Flauto magico" di Mozart. Di forte impatto, infine, la "trasformazione" degli uomini in animali mediante le rudimentali maschere da uccello che indossano prima della spedizione punitiva, così come la significativa sequenza finale: tutto ciò che rimane sono struzzi che si aggirano per un cimitero.

31 agosto 2011

L'enfant (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2005)

L'enfant (id.)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio/Francia 2005
con Jérémie Renier, Déborah François
***

Visto in DVD alla Fogona, con Marisa e Lucia.

Il balordo Bruno e la sua ragazza Sonia hanno appena avuto un figlio. Se la giovane madre lo accudisce con amore, il padre – che vive di furtarelli e di espedienti – non ci pensa due volte a vendere il neonato a un'organizzazione clandestina che si occupa di adozioni illegali, pur di guadagnare qualche soldo. Ma di fronte alla reazione della ragazza capisce di aver fatto una sciocchezza: e per recuperare il bebè si ficcherà in guai sempre più grossi, ma troverà anche la via per la redenzione. Palma d'Oro al Festival di Cannes, è forse il miglior film dei fratelli Dardenne, quello in cui le loro capacità di collocare una vicenda morale e semifiabesca in un realistico setting di periferia urbana, lasciando trasparire lo studio psicologico dei personaggi semplicemente dall'osservazione delle loro azioni, emergono con meno sbavature. Ottima la prova di Jérémie Renier, che dà vita a un personaggio in costante crescita: inizialmente del tutto disinteressato a suo figlio ("Ne faremo un altro", dice con noncuranza a Sonia per giustificare il fatto di averlo venduto) e apparentemente incapace di instaurare con lui un legame affettivo (cosa che forse è legata alla sua stessa situazione famigliare, come ci viene lasciato intendere dalla breve sequenza in cui si reca a casa della propria madre), nel corso della vicenda Bruno cresce e matura, al punto da decidere di "sacrificarsi" (consegnandosi alla polizia) per alleggerire la posizione del ragazzino che aveva coinvolto in un furto, forse anche vedendo in lui quello che un giorno potrebbe essere proprio suo figlio cresciuto. La macchina da presa, sempre mobile, segue il personaggio in lunghe sequenze che coinvolgono lo spettatore a 360 gradi, trasportandolo nel suo mondo e nella sua difficile vita. Arduo non emozionarsi.

16 giugno 2011

Il ragazzo con la bicicletta (J. e L. Dardenne, 2011)

Il ragazzo con la bicicletta (Le gamin au vélo)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio 2011
con Thomas Doret, Cécile De France
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il piccolo Cyril, abbandonato dal padre e ospite di un centro di accoglienza, va all'ostinata ricerca del genitore con la sua bicicletta: quando si rende conto che l’uomo non intende riprenderlo con sé, accetta l’affetto di Samantha, una gentile parrucchiera che si offre di dargli una nuova famiglia: al posto del padre, troverà così una madre. Ma la frequentazione di cattive compagnie rischierà di portarlo sulla cattiva strada. Una pellicola carina, di impianto neorealista e dai toni quasi fiabeschi, anche se un po’ inconcludente e con alcuni passaggi forzati (come quando il compagno di Samantha le impone di scegliere fra lui e il bambino): decisamente meglio la prima parte, quella della ricerca del padre, rispetto alla seconda, quella del tentativo di rapina. La mancanza di un finale tragico (quando tutto ormai lasciava crederlo) sembra quasi un regalo che i registi hanno voluto fare in extremis agli spettatori. Bravo il piccolo attore Thomas Doret (Cyril, a ben vedere, potrebbe benissimo essere il bebè de "L'enfant" ormai cresciuto: non a caso il padre è interpretato da Jérémie Renier, già protagonista del film precedente), mentre Cécile De France si era vista in “Hereafter” di Clint Eastwood. Lo scarno commento musicale è composto esclusivamente da poche battute del secondo movimento del concerto n. 5 per piano e orchestra di Beethoven, che solo nei titoli di coda si dispiegano più a lungo.