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6 ottobre 2020

Parigi ci appartiene (Jacques Rivette, 1961)

Parigi ci appartiene (Paris nous appartient)
di Jacques Rivette – Francia 1961
con Betty Schneider, Françoise Prévost
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

A Parigi, nell'estate del 1957, la studentessa di lettere Anne Goupil (Betty Schneider) viene introdotta dal fratello Pierre (François Maistre) in un circolo di artisti e intellettuali irrequieti e nichilisti. Uno di essi, lo scrittore americano Philip Kaufman (Daniel Crohem), in esilio dagli Stati Uniti per via del maccartismo, le rivela che il recente suicidio del musicista Juan potrebbe essere dovuto a un complotto da parte di una misteriosa "organizzazione" che intende prendere il potere su scala mondiale, e che la sua ex ragazza, l'enigmatica femme fatale Terry Yordan (Françoise Prévost), ne sarebbe coinvolta. Terry ora sta con Gerard Lenz (Giani Esposito), regista teatrale impegnato a mettere in scena, fra mille difficoltà, il "Pericle" di Shakespeare. Innamoratasi di Gerard, quando scopre che proprio lui potrebbe essere la prossima vittima, Anne si getta alla ricerca di un nastro perduto con la registrazione delle musiche di Juan, che potrebbe essere la chiave del mistero. Distribuito nel dicembre 1961 dopo una lunga gestazione (era stato scritto nel 1957 e girato a partire dal 1958), il primo (ambizioso) lungometraggio di Jacques Rivette è uno strano thriller avvolgente ma fumoso, che fino alla fine lascia nell'incertezza e nel dubbio, senza compensare lo spettatore per la lunga visione. Tutto è infatti vago e confuso, e si respira un forte senso di improvvisazione, non giustificato dal fascino che gli autori della Nouvelle Vague hanno sempre nutrito per la narrativa e il cinema di genere (giallo, noir e spionaggio in primis). Il titolo (ispirato a una frase di Peguy, "Paris n'appartient à personne") è ironico, visto che i protagonisti si sentono tutt'altro che parte di Parigi: sono soli e squattrinati, immigrati e alienati, carichi di dubbi e di angoscia esistenziale, e la città stessa fa di tutto per tenerli a distanza (si intravedono piazze deserte, strade notturne, tetti e piccole stanze in affitto). Crisi personali, paure di complotto, paranoia politica, mistero e tensione si intrecciano senza un vero perché: e se alcuni personaggi sono ben costruiti (l'ingenua e innocente Anne, che ha il suo contraltare nella fredda e misteriosa Terry; Gerard, che perde il controllo sul proprio spettacolo quando inizia a accettare troppi compromessi), l'insieme manca di troppa sostanza per convincere appieno. Come in molti film della Nouvelle Vague, l'arte fa capolino da tutte le parti: i personaggi guardano una sequenza del "Metropolis" di Fritz Lang, Philip disegna inquietanti mostri stilizzati dalla bocca enorme, il "Pericle" è descritto come una metafora della vita intera (o forse del film stesso: "Pericle descrive un mondo caotico ma non assurdo, come il nostro", dice Gerard). Nel cast anche Jean-Claude Brialy (Jean-Marc, l'attore amico di Anne) e Jean-Marie Robain (l'ambiguo economista De Georges). Camei per Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Jacques Demy e lo stesso Rivette.

Le coup du berger (Jacques Rivette, 1956)

Le coup du berger
di Jacques Rivette – Francia 1956
con Virginie Vitry, Jean-Claude Brialy
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

La bionda Claire (Virginie Vitry) riceve in regalo una bella pelliccia di visone dal suo amante Claude (Jean-Claude Brialy). Non potendo giustificare la cosa agli occhi del marito Jean (Jacques Doniol-Valcroze), escogita allora un trucco: chiude la pelliccia in una valigia che lascia al deposito bagagli della stazione, e finge di aver trovato per caso il tagliando che consente di ritirarla, incaricando il marito di farlo. La valigia che Jean riporta a casa, tuttavia, non contiene la preziosa pelliccia ma soltanto un manto di coniglio di scarso valore. La sera, a una festa, vedendo la pelliccia indossata dalla sorella Solange (Anne Doat), Claire capirà che anche il marito aveva un'amante... Tratto da un racconto di Roald Dahl ispirato a un popolare aneddoto (già portato al cinema due anni prima in "Accadde al commissariato" di Giorgio Simonelli, e in seguito trasposto anche in un episodio della serie televisiva "Alfred Hitchcock presenta"), e raccontato da una voce narrante (quella di Rivette) come se si trattasse di una simbolica partita a scacchi (il titolo originale, "Il colpo del pastore", è l'equivalente del nostro "matto del barbiere"), questo cortometraggio segna l'esordio professionale da regista per Jacques Rivette e, in un certo senso, per l'intero gruppo della Nouvelle Vague. Le riprese furono eseguite nell'appartamento di Claude Chabrol, all'epoca collega di Rivette ai "Cahiers du cinéma", che lo finanziò grazie a un'eredità della moglie, insieme alla casa di produzione Les Films de la Pleïade di Pierre Braunberger, e contribuì alla sceneggiatura con Rivette e il direttore della fotografia Charles Bitsch. Jean-Marie Straub è l'aiuto regista. Fra gli invitati alla festa si riconoscono lo stesso Chabrol, François Truffaut e Jean-Luc Godard.

30 gennaio 2016

La bella scontrosa (Jacques Rivette, 1991)

La bella scontrosa (La belle noiseuse)
di Jacques Rivette – Francia 1991
con Michel Piccoli, Emmanuelle Béart
***

Visto in divx, per ricordare Jacques Rivette.

L'anziano pittore Frenhofer (Piccoli), da anni in crisi di ispirazione e ritiratosi a vivere in un castello in campagna (siamo nella regione della Linguadoca-Rossiglione), trova nella bella ma scostante Marianne (Béart), fidanzata di un suo giovane ammiratore, la modella ideale per riprendere in mano un progetto che aveva in mente da tempo: un ritratto della "Bella scontrosa", una cortigiana del millesettecento, che aveva inutilmente provato a realizzare dieci anni prima con la propria moglie Liz (Jane Birkin) come modella. Le lunghe sessioni di lavoro, in cui Marianne posa nuda per lui, si rivelano faticose e stressanti per entrambi. All'iniziale imbarazzo, ai dubbi e alle paure, si sostituiscono progressivamente dedizione e complicità, con i due – il pittore e la modella – che si sorreggono alternativamente e a vicenda, conducendo ora l'uno ora l'altra le regole del gioco. Nel loro progressivo andare sempre più lontano (l'obiettivo di Frenhofer, che cerca "la verità nella pittura", è quello di "catturare tutta la vita sulla tela di un quadro"), causano l'insorgere di gelosie e timori nei rispettivi compagni, mettendo in luce la fragilità dei loro legami: Liz, la moglie del pittore, comincia a sentirsi sostituita, mentre il rapporto fra Marianne e il fidanzato Nicolas (David Bursztein) si incrina irreparabilmente. Alla fine, quando il quadro è completato, si rivela un punto di non ritorno: la ragazza non sopporta la visione diretta del proprio "Io", così arido e freddo, mentre il pittore sceglie di murarlo di nascosto all'interno del proprio atelier, mostrando invece al mondo (e al mercante d'arte che lo acquista) un altro dipinto, falso e decisamente più innocuo. Liberamente ispirato a un racconto di Balzac ("Il capolavoro sconosciuto"), ambientato però ai giorni nostri, un film che indaga il rapporto fra l'arte (in quanto imitazione della natura) e la realtà (ossia la vita), oltre che sul processo artistico, sulla crisi e il risveglio creativo: una specie di "Ritratto di Dorian Gray" senza l'elemento fantastico, dove dipingere diventa un atto catartico e farsi ritrarre si trasforma in una seduta psicanalitica. Al fianco di un intenso Piccoli e di una dimessa Jane Birkin, l'affascinante Béart si mostra praticamente sempre nuda, ma in maniera assai naturale e mai sfacciata. Gilles Arbona è Porbus, il mercante d'arte. Del film, insignito a Cannes del Gran Premio della Giuria, esistono due versioni: una lunga (circa quattro ore, forse estenuante, ma più "avvolgente" e completa) e una breve (due ore, nota anche con il titolo "Divertimento"). Nelle inquadrature ravvicinate, la mano del pittore che si vede è quella di Bernard Dufour.