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7 aprile 2022

Apollo 10 e mezzo (R. Linklater, 2022)

Apollo 10 e mezzo (Apollo 10½: A Space Age Childhood)
di Richard Linklater – USA 2022
animazione rotoscope
**

Visto in TV (Netflix).

Stanley, nove anni e ultimo di sei fratelli, vive con la famiglia alla periferia di Houston: il film – il terzo di Linklater in animazione rotoscope, dopo i più artistici "Waking life" e "A scanner darkly" – rievoca in chiave nostalgica l'estate del lancio dell'Apollo 11 e della conquista della Luna, eventi (ri)visti con gli occhi dell'infanzia. Gran parte della pellicola, in effetti, è spesa a raccontare le esperienze di quei mesi: la vita in famiglia, i giochi più o meno pericolosi con i fratelli e gli altri ragazzi del quartiere, le canzoni, i film e i programmi TV dei tardi anni Sessanta, il tutto mentre il programma spaziale della NASA domina l'interesse collettivo e l'immaginario di tutti. In effetti lo stesso Stanley, nella sua immaginazione, si vede partecipare alla grande impresa, assoldato per testare il modulo lunare e poi raggiungere in segreto la Luna (con la missione Apollo 10 e mezzo) prima dei veri astronauti. Parzialmente autobiografico (e in questo molto simile come impostazione al recente "Belfast" di Kenneth Branagh, nonché a mille altri film del genere), visto che lo stesso Linklater è nato a Houston nel 1960, il lungometraggio è però nel complesso noiosetto, come quando qualcuno ti vuole raccontare per forza le sue esperienze d'infanzia, anche se sono poco interessanti. La voce narrante (di Stanley da adulto), in originale, è di Jack Black. Fra i tanti film di quegli anni citati nella pellicola, c'è "Conto alla rovescia" di Robert Altman.

25 giugno 2021

Waking life (Richard Linklater, 2001)

Waking life (id.)
di Richard Linklater – USA 2001
con Wiley Wiggins
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

In un sogno, o meglio una serie di sogni contenuti l'uno nell'altro (e dai quali non riesce a uscire), un ragazzo (Wiley Wiggins) interagisce con numerose altre persone, che gli spiegano le loro idee e le loro teorie – filosofiche, scientifiche, esistenzialiste – sulla vita, il mondo, la coscienza, il libero arbitrio, la natura della realtà e il suo rapporto con i sogni stessi. Girato in animazione rotoscope (ovvero "ricalcando" con il disegno dei filmati con attori in carne e ossa, rielaborati al computer), un film singolare che intende esplorare l'intera gamma dei possibili stati di coscienza che si possono incontrare durante l'attività onirica. Certo, l'operazione è molto intellettuale e costruita, senza quei simboli o significati archetipici che si ritrovano davvero nei sogni: va semmai letta come un catalogo di teorie e di filosofie che, da punti di vista diversi (sottolineati anche dai differenti stili dei disegni, dei colori e dell'animazione), cercano di spiegare il rapporto fra la vita e il sogno. Un sogno che, man mano che la pellicola procede, si fa sempre più lucido: il protagonista diventa consapevole di stare sognando e di non essere in grado di tornare alla realtà (chissà: magari la realtà non è "disegnata" ma in live action). Fra gli indizi che siamo nel sogno c'è il fatto che oggetti e ambienti continuano a ondeggiare e ad apparire cangianti, quasi fosse impossibile stabilizzarli. È un film dall'impianto corale (i personaggi che il nostro eroe incontra si succedono senza sosta, come nel precedente "Slacker") e sperimentale (come gran parte della filmografia di Linklater), con un suo strano fascino ma anche a rischio noia (e fuffa). In una scena riconosciamo Ethan Hawke e Julie Delpy, la coppia di "Prima dell'alba". Linklater stesso è il passeggero della barca-automobile. Altri partecipanti comprendono il regista Steven Soderbergh e il complottista Alex Jones. Il titolo proviene da una frase del filosofo George Santayana ("La vita da svegli è un sogno sotto controllo"). Cinque anni più tardi Linklater tornerà all'animazione rotoscope per "A scanner darkly".

10 luglio 2020

Il Signore degli Anelli (Ralph Bakshi, 1978)

Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings)
di Ralph Bakshi – GB 1978
animazione tradizionale e rotoscope
**1/2

Rivisto in DVD.

Entrato in possesso dell'anello magico di Sauron (l'Oscuro Signore di Mordor che mira a dominare tutta la Terra di Mezzo), il piccolo hobbit Frodo Baggins lascia la natìa Contea con l'obiettivo di andare a distruggerlo nelle fiamme di Monte Fato, il vulcano dove fu forgiato, in pieno territorio nemico. Ad accompagnarlo nel suo lungo e difficile viaggio, oltre al fido Sam, ai cugini Merry e Pipino e allo stregone Gandalf il grigio, ci saranno i rappresentanti degli altri popoli liberi: uomini, elfi e nani. L'idea di realizzare una trasposizione cinematografica de "Il Signore degli Anelli", il grande romanzo fantasy di J.R.R. Tolkien, aveva cominciato a circolare già pochi anni dopo la sua pubblicazione, per scontrarsi però con innumerevoli difficoltà. Celebre è rimasta una lettera dello scrittore inglese in cui esaminava (e demoliva) passo dopo passo un progetto di riduzione per un film a cartoni animati che corrompeva, travisava ed edulcorava gran parte dei contenuti del libro. Un serio tentativo di produrre un film in live action (ovvero con attori in carne e ossa) fu portato avanti a lungo dalla United Artists, che acquistò i diritti del romanzo alla fine degli anni sessanta: furono coinvolti registi come Stanley Kubrick, David Lean e John Boorman, e persino i Beatles si dichiararono interessati a interpretarne i protagonisti, ma per un motivo o per l'altro i progetti non andarono a buon fine. Ci riuscì invece il produttore Saul Zaentz con questa versione in animazione diretta da Ralph Bakshi, già celebre per il cult "Fritz il gatto" e per un'altra pellicola fantasy in stile semi-tolkieniano, "Wizards". Non si tratta però di animazione pura e semplice: la pellicola fa ampio uso della tecnica chiamata rotoscope, che consiste nel "ricalcare" sequenze girate con attori in carne e ossa, che fungono da modello. In alcuni casi, poi, i tratti del disegno sono persino assenti ed è evidente che stiamo assistendo a sequenze dal vivo, appositamente "camuffate" (segnatamente nel prologo e nelle scene di battaglia, nonché in tutte quelle che vedono grandi masse di uomini, di cavalli o di orchi in movimento, come a Bree e al Fosso di Helm).

Considerando giustamente impossibile raccontare l'intera storia concentrandola in un solo film (il romanzo, densissimo, ha più di mille pagine!), Bakshi e Zaentz scelsero di dividere la vicenda in due pellicole, di cui però la seconda per vari motivi non fu mai realizzata. La sceneggiatura adatta integralmente la prima parte della trilogia, "La compagnia dell'anello", e metà della seconda, "Le due torri", e si conclude subito dopo la battaglia del Fosso di Helm, lasciando nel contempo Frodo e Sam in compagnia di Gollum, e Merry e Pipino insieme a Barbalbero. La frase finale, che recita "Così finisce il primo favoloso racconto de Il Signore degli Anelli", cerca di dare un senso di compiutezza a una vicenda che non si concludeva certamente lì (l'anello non è ancora stato distrutto!). Nonostante alcuni tagli (mancano Grassotto Bolgeri, il Vecchio Maggot, Tom Bombadil, Arwen), modifiche (Legolas è un elfo di Rivendell e svolge il ruolo che nel romanzo è di Glorfindel) e caratterizzazioni particolari sia come psicologia che come grafica (Sam è un comico bambinone, Boromir un vichingo, Aragorn ha fattezze da "indio", i nani – chiamati "silvani" nel doppiaggio italiano – sono alti quasi quanto gli uomini), il film presenta un notevole grado di fedeltà all'opera originaria, conservandone in parte la complessità, la cupezza e l'epicità. Le scene con i cavalieri neri che danno la caccia a Frodo fanno davvero paura, e il male rappresentato da Sauron, da Saruman, dagli orchi o dallo stesso anello è sempre percepito e costantemente illustrato sullo schermo: non si tratta di un "cartone animato per bambini" o per famiglie, come era considerata l'animazione ai tempi (si pensi anche all'adattamento de "Lo Hobbit" della Rankin/Bass dell'anno precedente) o nella vena delle produzioni Disney, ma di un tassello perfettamente in linea con la filmografia dello stesso Bakshi, vale a dire animazioni per adulti e nel binario della "controcultura". Il risultato è una pellicola che lascia una profonda impressione in chi la vede, e che per molti spettatori (compreso chi scrive, ma anche Peter Jackson!) rappresentò il primo incontro con Tolkien e la Terra di Mezzo.

Visivamente il film è intenso, dalla tavolozza ricchissima e con disegni (e sfondi) molto espressivi, quando non espressionisti. Bakshi affermò di essersi ispirato all'opera di illustratori come Howard Pyle e N. C. Wyeth. Fra i disegnatori e gli animatori figurano anche un giovanissimo Tim Burton, nonché il fumettista Mike Ploog. Alcune scene, come l'incontro con il cavaliere nero sulla strada per Bree o l'ingresso nelle miniere di Moria, sono diventate iconiche al punto da essere state riproposte pari pari nella successiva e fortunata trilogia cinematografica di Peter Jackson. E rispetto a questa, il film di Bakshi è persino più fedele al romanzo in alcuni punti (Merry e Pipino sono al corrente del viaggio di Frodo, Sam guarda a sua volta nello specchio di Galadriel, re Théoden è solo plagiato e non "posseduto" da Saruman, ed è lui a risparmiare la vita a Grìma). Certo, non mancano cadute di stile, passaggi frettolosi o incoerenti, troppo densi o confusionari: e se fino allo scioglimento della compagnia dell'anello il film conserva in fondo un suo fascino (e chissà, forse interromperlo lì sarebbe stata la scelta più giusta, senza scomodarsi a introdurre tutta una serie di nuovi elementi – come Gollum, gli Ent o i cavalieri di Rohan – che fanno sterzare la vicenda in altre direzioni), l'ultima parte, quella tratta dal secondo volume della trilogia, "Le due torri", appare meno felice dal punto di vista realizzativo: l'uso del rotoscope inizia a essere sempre più predominante ed eccessivo (anche se pure in precedenza vi si era fatto ampio ricorso) rispetto alla normale animazione. Gli eserciti di Rohirrim e di orchi, e la battaglia del Fosso di Helm, hanno ben poco di "disegnato", e pur conservando una particolare visionarietà (grazie anche ai colori, ai paesaggi stilizzati, ai suoni dissonanti nella colonna sonora) possono sovrastare di impulsi uno spettatore che giunto a quel punto ha già assistito a molte avventure e snodi di trama e che ha già conosciuto mille personaggi. A meno che non si tratti di un fan che conosca a menadito il libro di Tolkien, naturalmente: nel qual caso sguazzerà fra gli eventi con maggiore disinvoltura.

Fra i pregi della pellicola c'è anche l'accompagnamento musicale di Leonard Rosenman. Si tratta di una colonna sonora orchestrale di ampio respiro, con temi melodici alternati a brani ricchi di dissonanze che ricordano Stravinski, e persino cori. Fra le voci originali, tutte di attori britannici, spicca quella di John Hurt per Aragorn. Christopher Guard è Frodo, William Squire è Gandalf, mentre (curiosità!) Anthony "C-3PO" Daniels è Legolas. Il doppiaggio italiano non è male, ma l'adattamento ha svariati difetti: a parte alcuni nomi e toponimi lasciati in originale (Bree, Strider, Rivendell, Underhill: ma Lúthien diventa "Lutezia Tinuviel"), altera o sbaglia la pronuncia di altri: "Baggin" (per Baggins), "Gollam" (per Gollum), "Gandolf" (una volta sola, per Gandalf), "Eokin" (per Éowyn, nell'unica scena in cui appare ed è menzionata: né lei né Éomer pronunciano una sola battuta), "Ananarion" per Anárion. Inoltre ci sono diverse frasi che suonano quantomeno... bizzarre dal punto di vista grammaticale ("Tuo zio non ha cambiato molto", "Mi spacca tutti gli orzi con le sue acrobazie", "Le avventure non hanno mai un fine?", "E se lui rifiuta, perché no Boromir?"). Come detto, nonostante il buon successo al botteghino, il sequel che avrebbe dovuto concludere la storia (adattando il resto de "Le due torri" e il volume finale, "Il ritorno del re") non fu mai realizzato, anche per contrasti sorti fra Bakshi e Zaentz. Inoltre i distributori avevano insistito per rimuovere dal titolo la dicitura "Parte I", nel timore che il pubblico non avrebbe pagato per vedere solo metà di un film, ma la conseguenza fu invece che molti spettatori che si aspettavano di assistere a un adattamento completo rimasero delusi, e questo scarso gradimento contribuì forse alla decisione di non procedere con il secondo capitolo. Nel 1980 la casa di produzione televisiva Rankin/Bass, che già aveva firmato uno "Hobbit" nel 1977, distribuì un suo "Il ritorno del re" che in qualche modo porta a termine la storia: ma stile e qualità sono assai distanti da quelli di Bakshi. Concludo ricordando che in alcuni paesi europei, Italia compresa, insieme al film fu distribuito un buon adattamento a fumetti in tre volumi, opera del disegnatore spagnolo Luis Bermejo.

31 marzo 2019

Ancora un giorno (De la Fuente, Nenow, 2018)

Ancora un giorno (Another Day of Life)
di Raúl de la Fuente, Damian Nenow – Polonia/Spagna 2018
animazione rotoscope
***

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Nel 1975 il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuściński si trova in Angola come corrispondente di guerra, ed è testimone del conflitto civile che esplode nel paese dopo che è stato abbandonato in fretta e furia dai colonialisti portoghesi. Gli scontri fra le due fazioni, spalleggiate rispettivamente da USA e URSS (allora in piena guerra fredda), fanno precipitare il paese nel caos (o nella confusão, per usare il termine locale). Questo bel documentario in animazione rotoscope è ispirato al libro scritto dallo stesso Kapuściński, integrato da filmati e interviste ad alcuni dei protagonisti di allora (un paio di giornalisti angolani che collaborarono con lo scrittore, il comandante portoghese Farrusco che guidò la resistenza nel sud del paese), e fa un ottimo lavoro nel descrivere l'atmosfera di quei giorni, ritraendo la situazione politica e sociale ma anche il difficile mestiere del corrispondente di guerra. Lo stesso Kapuściński si scopre legato a doppio filo alle sorti del conflitto, quando deve prendere la difficile decisione se comunicare o meno al mondo la notizia dell'intervento delle forze cubane (per far fronte all'invasione da parte del Sudafrica), rivelando così la verità ma rischiando di provocare la reazione degli Stati Uniti. La riflessione (l'osservatore perturba la realtà con la sua sola presenza?) ricorda uno dei concetti alla base della meccanica quantistica. Fra diario di viaggio, testimonianza storica e collezione di ritratti di personaggi indimenticabili (come Carlota, la giovane e carismatica soldatessa che accompagna Kapuściński e un suo collega al fronte), il tono del racconto è coinvolgente, stimolante, e mai retorico o superficiale. Anche l'animazione è ben fatta: l'uso dei disegni consente di rendere sullo schermo (in maniera anche surreale e immaginifica) sequenze che girate dal vivo sarebbero state irrimediabilmente cruente.

15 maggio 2016

A scanner darkly (R. Linklater, 2006)

A scanner darkly - Un oscuro scrutare (A scanner darkly)
di Richard Linklater – USA 2006
con Keanu Reeves, Robert Downey Jr.
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina, Monica e Marisa.

Al suo secondo film in animazione rotoscope (dopo “Waking life”), Linklater adatta un romanzo semi-autobiografico di Philip K. Dick e ricorre a un cast di attori celebri (quasi tutti perfettamente riconoscibili anche in versione “ricalcata”) che comprende Keanu Reeves, Winona Ryder, Robert Downey Jr., Woody Harrelson e Rory Cochrane. In un prossimo futuro in cui il 20% della popolazione è dipendente da una droga chiamata "Sostanza M" (che provoca allucinazioni, schizofrenia, e a lungo andare distrugge le capacità cerebrali), Reeves è Bob Arctor, un uomo che ha abbandonato la propria famiglia e ospita nella sua casa in California un piccolo gruppo di amici più o meno "sballati" con cui condivide la dipendenza dalla droga e indugia in conversazioni sconclusionate e deliranti. Ma Bob è anche un agente della narcotici in incognito, introdottosi nel gruppo all'insaputa dei suoi compagni per scoprire se vi si nascondono elementi sovversivi. L'intera dimora è tenuta sotto controllo da videocamere che riprendono segretamente ogni cosa ("l'oscuro scrutare" del titolo). La doppia vita di Bob, sempre più schizofrenico a causa della droga che è costretto ad assumere per svolgere il suo incarico e che causa progressivamente una separazione delle funzioni dei due emisferi cerebrali, raggiunge infine un punto di non ritorno. Fra paranoie e allucinazioni, perdita di identità e di memoria, la pellicola racconta in maniera efficace – grazie anche al particolare approccio visivo, sempre in bilico fra immagini realistiche e deviazioni per la tangente – la discesa negli inferi della tossicodipendenza, la perdita di controllo mentale e gli effetti delle sostanze psicotrope. A tratti visionario e fantascientifico (come dimenticare la “tuta disindividuante” che gli agenti in incognito indossano per celare la propria identità anche ai colleghi, attraverso la quale cambiano aspetto in continuazione, e il cui effetto mimetico è in fondo replicato dalla stessa tecnica digitale con cui è girato il film?), altre volte quanto mai tragico e concreto (come suggeriscono i toccanti titoli di coda, nei quali Dick ricorda tutti i suoi amici rimasti vittime di anfetamine e sostanze psicotrope), il film ambienta una vicenda di complotti autoritari (la potente corporazione che gestisce la disintossicazione dei dipendenti dalla droga è in realtà la sua prima produttrice) in un mondo allucinato e visionario che ricorda quello dei protagonisti di “Paura e delirio a Las Vegas”, con persone che si trasformano in insetti, ricevono la visita di strani alieni e perdono la percezione del tempo e dello spazio.