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19 marzo 2023

Butterflies have no memories (Lav Diaz, 2009)

Butterflies have no memories (Walang alaala ang mga paru-paro)
di Lav Diaz – Filippine 2009
con Dante Perez, Willy Fernandez, Lois Goff
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il villaggio dove abita Mang Ferding (Perez), che dipendeva dalle estrazioni minerarie, si è svuotato e impoverito dopo la chiusura della miniera. L'uomo, un tempo direttore della sicurezza e ora rimasto senza lavoro, trascorre le giornate a ubriacarsi con l'amico Santos ed è fra quelli che rimpiangono il passato (nonostante la terra sia stata devastata, inquinata, e infine abbandonata al proprio destino). Quando la bella Martha (Goff), un'abitante che aveva lasciato le Filippine per trasferirsi in Canada all'età di nove anni, torna in vacanza nel paese, attira rapidamente le attenzioni di tutti, compreso il suo amico d'infanzia Willy (Fernandez). Ferding propone a quest'ultimo e a Santos di rapire la ragazza per chiedere un riscatto, ma gli scrupoli di coscienza sono troppo forti... Mediometraggio (40 minuti la versione ufficiale, 60 la director's cut) realizzato per il Jeonju Digital Project (brevi film finanziati dal festival del cinema di Jeonju, in Corea del Sud) con cui Diaz affronta temi a lui cari, quelli della memoria, del passato del proprio paese, della continua trasformazione del mondo rurale (che per alcuni è in meglio, per altri in peggio), e del difficile confronto fra l'uomo e l'ambiente circostante, che può sfociare nella depressione o nella diaspora. La breve durata (almeno rispetto alle abitudini del regista) non impedisce di caratterizzare i personaggi attraverso lunghe sequenze lente e mute, immersi in un bianco e nero che sembra riflettere le ansie e le angosce dell'animo stesso dei protagonisti. Interessante il personaggio di Martha, ormai scollegata dalla sua realtà natale (parla soltanto inglese, gira come una turista con una macchina fotografica per catturare nuovi ricordi, non si rende conto dell'effetto che il suo aspetto esercita su chi è rimasto). Il finale brusco lascia quasi l'impressione che si tratti solo della bozza di un film che avrebbe potuto essere più lungo e svilupparsi ulteriormente, ma in ogni caso la pellicola è compiuta e soddisfacente anche così com'è. "Il senso è sospeso su un battito d’ali", ha detto il regista, quello delle farfalle che portano via i ricordi e si librano al di sopra della vegetazione, circondando i tre uomini camuffati con i loro mascheroni da Moriones.

17 marzo 2023

Serafin Geronimo (Lav Diaz, 1998)

Serafin Geronimo: The criminal of Barrio Concepcion
(Serafin Geronimo: Ang kriminal ng Baryo Concepcion)
di Lav Diaz – Filippine 1998
con Raymond Bagatsing, Angel Aquino
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il contadino Serafin Geronimo (Bagatsing) si reca a Manila in cerca di una giornalista (Aquino) alla quale raccontare la sua storia: tre anni prima, spinto dalla necessità di guadagnare denaro per curare la giovane moglie malata di tumore (Ana Capri), aveva fatto parte di una banda di rapitori che aveva sequestrato la moglie e la figlia neonata di un importante uomo d'affari cinese, rapimento poi finito in maniera cruenta... Il film d'esordio del filippino Lav Diaz è forse ancora un po' grezzo nello stile e presenta alcune caratteristiche mainstream che in seguito il regista abbandonerà, come una durata tutto sommato "normale" (poco più di due ore) e la fotografia a colori, ma già mette in mostra molti dei suoi punti di forza: una storia intensa, che si dipana con lentezza ma catturando lo spettatore nei suoi rivoli e meandri, e uno studio dei personaggi attraverso il loro vissuto e il rapporto con la realtà circostante. La sceneggiatura fa ampio ricorso all'uso dei flashback, mediante il lungo racconto di Serafin alla giornalista e anche i suoi continui ricordi, in diversi casi anche sfasati temporalmente (ma alla fine tutto sarà chiaro, compresi sentimenti e motivazioni). Alla fine della visione, si scopre di essere rimasti catturati e scossi, come la giornalista, dal racconto di Serafin. E quella che poteva sembrare una convenzionale storia di gangster e criminalità si colora di toni umanistici e sfiora a tratti anche la denuncia sociale.

28 gennaio 2023

Windtalkers (John Woo, 2002)

Windtalkers (id.)
di John Woo – USA 2002
con Nicolas Cage, Adam Beach
*1/2

Rivisto in TV (RaiPlay).

Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, per evitare che i nemici decifrassero le loro trasmissioni radiofoniche, gli Stati Uniti fecero ricorso a un'insolita risorsa... interna: gli indiani Navajo, addestrati come marconisti e incoraggiati a usare la propria lingua nativa come codice per trasmettere i messaggi fra le linee. Il marine Joe Enders (Nicolas Cage), desideroso di tornare in battaglia dopo aver visto morire tutti i suoi compagni di plotone ed essere rimasto ferito a un orecchio, viene incaricato di scortare uno di questi "code talkers", il navajo Ben Yahzee (Adam Beach), assegnato a una compagnia d'assalto nel Pacifico, con il compito di evitare a tutti costi che venga fatto prigioniero dai giapponesi. Da uno spunto ispirato ad eventi reali (i "code talkers" Navajo parteciparono, fra le altre, alle battaglie di Saipan – mostrata nel film – e di Iwo Jima), forse il peggiore dei sei film girati a Hollywood da John Woo: enfatico nella regia e nella fotografia, e recitato svogliatamente (Cage a parte, ma il suo è un caso particolare: sembra sempre che esageri nell'interpretazione), ha però il suo difetto principale nella sceneggiatura ingessata, scolastica e a tratti retorica, con personaggi monodimensionali (vedi per esempio il marine razzista Chick) e una generale incapacità di sfruttare il suo stesso argomento portante. L'impressione è che il film non sappia cosa raccontare: a parte l'introduzione iniziale, il tema dei "code talkers" viene subito messo da parte, in favore di lunghe e violente (ma generiche e noiose) scene di combattimento; e anziché riflettere sul linguaggio, ci si concentra sul concetto (molto più abusato e meno interessante) dell'amicizia, in particolare quella fra Ben e Joe, che si cementa lentamente sul campo di battaglia. I vaghissimi aspetti da buddy movie e gli accenni all'incontro e all'accettazione di culture diverse colorano a malapena quello che è solo uno sfoggio di sequenze di battaglia, dispiegate lungo una serie di episodi scollegati l'uno dall'altro, fino a un finale random. Meritato flop al botteghino. Nel cast anche Christian Slater, Roger Willie, Peter Stormare, Noah Emmerich, Mark Ruffalo, Brian Van Holt, Jason Isaacs e, unico (inutile) personaggio femminile, Frances O'Connor. Cage e Slater avevano già lavorato con Woo, rispettivamente in "Face/Off" e "Broken Arrow".

26 agosto 2021

Tropical malady (A. Weerasethakul, 2004)

Tropical malady (Satpralat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2004
con Banlop Lomnoi, Sakda Kaewbuadee
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film è diviso in due parti che raccontano storie separate e apparentemente slegate l'una dall'altra: la prima segue la relazione fra il contadino Tong (Kaewbuadee) e il soldato della pattuglia forestale Keng (Lomnoi), ex commilitoni che rimangono amici e infine scoprono di amarsi; la seconda, narrata come se fosse una fiaba e praticamente muta (con tanto di didascalie in sovrimpressione), ci mostra un soldato nella giungla (sempre Lomnoi) alle prese con lo spirito di una tigre (sempre Kaewbuadee) che lo tormenta. Lento, magico, sfuggente, ma anche estremamente noioso, il lungometraggio è a tutti gli effetti un precursore del successivo (e premiato a Cannes) "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" (c'è già un accenno a tale zio in una linea di dialogo di Tong, personaggio che tornerà a sua volta nel film seguente). Se la prima parte incuriosisce nel suo mix di modernità e tradizioni e consente di stringere un legame empatico con i suoi personaggi (in maniera non dissimile da altro cinema del sud-est asiatico, per esempio quello taiwanese di Tsai Ming-liang o quello filippino di Lav Diaz, con cui condivide tempi dilatati e sospesi), a tratti fa però già intravedere la deriva "fuffosa" e antinarrativa che prenderà in seguito. E infatti la soporifera seconda parte smarrisce inevitabilmente la presa sullo spettatore, nonostante le suggestioni soprannaturali e oniriche e l'affascinante ambientazione nella giungla notturna; suggestioni che però puntano solo sull'immagine e non si traducono in sostanza né narrativa né emozionale.

15 novembre 2020

Da 5 bloods - Come fratelli (Spike Lee, 2020)

Da 5 bloods - Come fratelli (Da 5 Bloods)
di Spike Lee – USA 2020
con Delroy Lindo, Jonathan Majors
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Quattro amici di colore, veterani della guerra del Vietnam – Paul (Delroy Lindo), Otis (Clarke Peters), Eddie (Norm Lewis) e Melvin (Isiah Whitlock Jr.) – tornano nel paese asiatico dopo svariati decenni con una duplice intenzione: ritrovare i resti del loro vecchio commilitone "Stormin'" Norman (Chadwick Boseman) per riportarli in patria, e soprattutto recuperare una cassa di lingotti d'oro che seppellirono all'epoca nella giungla. Ma anche i valori più cementati dell'amicizia e della fratellanza – e in generale i "legami di sangue": Paul è stato seguito da suo figlio David (Jonathan Majors), con il quale ha un rapporto difficile e ambivalente – saranno messi a dura prova dalla febbre dell'oro, che porta alla luce il peggio di ogni uomo, e dagli antichi traumi psicologici di una guerra "che non finisce mai". Lungo e ambizioso filmone d'avventura che Spike Lee sfrutta per intrecciare diverse tematiche che gli stanno a cuore: una riflessione sul ruolo dei neri durante il conflitto in Vietnam (mandati spesso allo sbaraglio e in missioni suicide, in nome di ideali che non gli appartenevano: erano gli anni in cui contemporaneamente in patria ribollivano le lotte per i diritti civili), il contrasto fra diverse filosofie di vita (fra gli amici, divisi fra solidarietà ed egoismo, c'è persino un sostenitore di Trump: naturalmente si tratta del più "matto" di tutti, perché per votare Trump bisogna essere pazzi), e in generale un parallelo con la situazione odierna (vedi i riferimenti al movimento "Black Lives Matter" nel finale, o il cappellino trumpiano "Make America Great Again" che passa da un cattivo all'altro come un trofeo). A questo scopo non esita a inserire nel calderone un po' di tutto, a volte in maniera pretestuosa, come filmati di repertorio o fotografie d'epoca, arricchendo uno stile che gioca con i formati dell'immagine (dal 4:3 delle scene ambientate nel passato, girate peraltro in 16mm, al widescreen per quelle nel presente, che a seconda delle necessità si alterna fra il 16:9 quando si è nella giungla a un più cinematografico 21:9 quando si è in città) e si concede persino occasionali freeze frame (le fotografie scattate da uno dei personaggi). Fra i molti riferimenti culturali: "Apocalypse now" (con tanto di Wagner!), "Il ponte sul fiume Kwai", Marvin Gaye ("What's going on"), Martin Luther King (il discorso del 4 aprile 1967). La retorica, l'eccesso di didascalismo e qualche colpo di scena telefonato nel finale non affossano un film comunque ricco e coinvolgente, ben scritto, diretto e recitato (su tutti svetta Lindo). Nel cast anche Jean Reno (il faccendiere francese che dovrebbe aiutare i nostri amici a esportare l'oro), Mélanie Thierry (la ragazza che si occupa di neutralizzare le mine inesplose) e Johnny Trí Nguyễn (la guida vietnamita). Curiosità: con l'eccezione di una singola immagine nel finale, Lee non ha voluto "ringiovanire" gli attori nelle sequenze in flashback (o "invecchiarli" in quelle nel presente), nonostante fra le due ci siano 45-50 anni di differenza, per evitare risultati poco gradevoli come quelli del film "The irishman" di Scorsese, lasciando allo spettatore il compito di immaginarli giovani quando serve (a proposito: le scene di battaglia sono realistiche e crudeli).

31 ottobre 2020

MASH (Robert Altman, 1970)

MASH (id.), aka M*A*S*H
di Robert Altman – USA 1970
con Donald Sutherland, Elliott Gould
***1/2

Rivisto in DVD.

Le avventure, irriverenti e scanzonate, di un gruppo di indisciplinati medici e chirurghi dell'esercito americano presso un ospedale da campo a pochi chilometri dalle linee nemiche durante la guerra in Corea (l'acronimo MASH significa infatti "Mobile Army Surgical Hospital"). Il primo grande successo nella carriera di Robert Altman, tratto da un romanzo (semi-autobiografico) di Richard Hooker (sceneggiato da Ring Lardner Jr.: ma il copione venne pesantemente stravolto dal regista) è una delle pellicole più importanti nella storia del cinema e della cultura americana di quegli anni, una pietra miliare farsesca e dissacratoria che fece una forte presa sul pubblico in tempi di contestazione contro la guerra del Vietnam. Anche se il film si svolge in Corea, con tanto di citazioni del generale MacArthur e del presidente Eisenhower sui titoli di testa, in realtà il bersaglio è infatti proprio quello: "Per me, quello era il Vietnam [...] Tutti i riferimenti politici nel film erano a Nixon e alla guerra del Vietnam", dichiarerà lo stesso Altman. Naturalmente c'erano già stati precedenti di pellicole che demistificavano o ironizzavano sul tema della guerra, in aperta opposizione alla retorica dell'eroismo bellico: da "Operazione sottoveste" di Blake Edwards (per molti versi un precursore di "MASH") al "Dottor Stranamore" di Stanley Kubrick. Pochi mesi più tardi sarebbe giunto nelle sale anche "Comma 22" di Mike Nichols, tratto peraltro da un libro che precedeva di qualche anno quello di Hooker. Ma il divertimento contagioso che si prova assistendo alle vicissitudini sfrontate e goliardiche di questi personaggi rimarrà a lungo ineguagliato. E l'impostazione corale ed episodica della pellicola, nonché la sua narrazione confusa, anarchica e destrutturata, resteranno marchi di fabbrica di gran parte del cinema di Altman (si pensi a titoli come "Nashville", "I protagonisti" o "America oggi"). Da sottolineare anche il sonoro, con le voci che si sovrappongono, si interrompono, o tentennano in maniera naturalistica (a proposito: memorabile anche il cast dei doppiatori italiani, che comprendono Sergio Graziani, Pino Locchi, Massimo Turci, Rita Savagnone, Oreste Lionello e Ferruccio Amendola), contribuendo ad altri due segreti del successo del film, vale a dire "la sintassi liberissima e il ritmo stralunato".

Fra i personaggi, uniti dal cameratismo, dall'ironia goliardica, dall'amore per l'alcol, le donne e il gioco e dall'insofferenza verso l'autorità (specie se bigotta o repressiva), spiccano i chirurghi "Occhio di Falco" ("Hawkeye") Pierce (Donald Sutherland), "Razzo" ("Trapper") John McIntyre (Elliott Gould) e "Duke" Forrest (Tom Skerritt), arrivati da poco nell'ospedale da campo comandato dal serafico colonnello Blake (Roger Bowen), che tutti chiamano semplicemente Henry, abituato a lasciar fare e a chiudere un occhio sulle frequenti infrazioni alle regole dei suoi sottoposti purché portino a compimento il proprio lavoro, che è quello di salvare vite. E i nostri eroi lo fanno, alternandosi fra lunghe e difficili operazioni chirurgiche (con profluvio di sangue mostrato sullo schermo, un modo – come le frequenti battute, elargite con nonchalance – per esorcizzare paure e tensioni: "se questo sapesse da che pagliacci è operato avrebbe un collasso") e periodi più tranquilli di svago o di scherzo, in cui giocano a golf o a football, amoreggiano con le infermiere, prendono il sole degustando un Martini con l'oliva (che il giovane attendente del campo è stato addestrato a preparare) e architettano crudeli burle ai danni di chi non sta al gioco o pretende un troppo severo rispetto delle regole. Fra questi ci sono il maggiore Burns (Robert Duvall), fanatico religioso e intransigente, e la capo infermiera Houlihan (Sally Kellerman), militarista interessata alla morale e al decoro e ribattezzata da tutti "Bollore" ("Hot Lips") dopo una memorabile beffa notturna in cui è sorpresa ad amoreggiare proprio con l'inflessibile Burns (e l'audio del loro incontro è trasmesso in diretta attraverso gli altoparlanti del campo). Da ricordare anche il cappellano "Vinsanto" (René Auberjonois), l'infermiera "Brioche" (Jo Ann Pflug), il caporale tuttofare "Radar" (Gary Burghoff) e il dentista iperdotato "Cassiodoro" (John Schuck), protagonista di uno degli episodi più elaborati, quello in cui intende suicidarsi perché convinto di essere diventato impotente e omosessuale, e gli amici lo "aiutano" a modo loro (l'inquadratura che fa il verso all'ultima cena leonardesca rimane uno dei momenti più impagabili e satirici del cinema di Altman). Nel cast anche Carl Gottlieb, David Arkin, Danny Golman, Corey Fischer, Dawne Damon, Tamara Horrocks e, non accreditati, il campione di football Ben Davidson (uno degli avversari) e un giovane Sylvester Stallone.

Altri episodi esilaranti sono quelli legati alla breve trasferta in Giappone di Pierce e McIntyre, che approfittano dell'invito a operare il figlio di un deputato per godersi qualche giorno di vacanza e sbeffeggiare un colonnello, e la partita finale a football americano (anche se il doppiaggio italiano parla di rugby) contro la squadra di altro reparto, che i nostri eroi vinceranno grazie all'arrivo di un "neurochirurgo" ex giocatore professionista, "Catapulta" Jones (Fred Williamson), e naturalmente al gioco sporco (come le iniezioni di calmante ai giocatori avversari). Le riprese della partita, con la macchina da presa che si getta in campo e in mezzo alle mischie, fanno sembrare questo sport peggio della guerra! Ma è in generale tutta la forma filmica, per esempio la fotografia "grezza" e poco luminosa di Harold E. Stine, a rendere reale l'atmosfera di un film che si distanzia come non mai dallo stile pulito con cui Hollywood aveva sempre rappresentato la guerra e l'ambiente dell'esercito. Non a caso Altman dovette lottare con i produttori per mantenere nel montaggio alcune scene (quelle girate ai tavoli operatori) e un linguaggio pieno di parolacce e di battute sessiste o volgari. La colonna sonora comprende la bella canzone "Suicide is painless" di Johnny Mandel (il cui testo fu scritto da Mike Altman, figlio – allora quattordicenne! – del regista), nonchè diverse canzoni d'epoca (come "Tokyo Shoe Shine Boy", "My Blue Heaven" o "Chattanooga Choo Choo") cantate in giapponese e trasmesse attraverso gli altoparlanti del campo. E proprio questi sono un continuo spunto di gag, filo conduttore dell'intera pellicola con fior di comunicati sconclusionati, che talvolta comprendono l'annuncio dei film di guerra proiettati nel cinema del campo (l'ultimo dei quali è proprio "MASH", del quale lo speaker elenca i principali interpreti, sostituendosi ai titoli di coda). Il successo del film, sia di pubblico che di critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e il premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, oltre ad altre quattro nomination fra cui quelle per il miglior film e la migliore regia), darà vita a una serie tv che proseguirà per undici stagioni (senza il coinvolgimento di Altman o dei principali attori originali). In quest'ultima, così come nelle locandine del film, l'acronimo del titolo è scritto con tre asterischi che separano le lettere (M*A*S*H), anche se sullo schermo appare senza di essi.

15 marzo 2020

Skyline cruisers (Wilson Yip, 2000)

Skyline cruisers (San tau chi saidoi)
di Wilson Yip – Hong Kong 2000
con Leon Lai, Jordan Chan, Shu Qi
*1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Tre anni dopo un colpo andato male e in cui ha perso la sua fidanzata, il ladro iper-tecnologico Mac (Leon Lai) si è trasferito in Australia e ha messo insieme una nuova squadra, formata dall'amico Bird (Jordan Chan) e dai giovani Sam (Sam Lee) e Michelle (Michelle Saram). Tormentato dal passato e roso dai sensi di colpa, accetta l'incarico di recuperare il prototipo di un nuovo farmaco contro il cancro, sottratto dal perfido dottor Kam al suo legittimo scopritore. Ma dopo essersi introdotto nel laboratorio segreto di Kam in Malesia, anche con l'aiuto di una bella e misteriosa spia (Shu Qi) incontrata sul posto, scoprirà di essere stato ingannato... Concepito inizialmente come seguito di un film di tre anni prima, "Downtown torpedoes" di Teddy Chan, questa pellicola realizzata da Yip dopo i successi di critica "Bullets over summer" e "Juliet in love" si iscrive nel filone delle rapine sofisticate e tecnologiche di certi film hollywoodiani dell'epoca (in una delle prime scene, il direttore di una banca afferma che i loro sistemi di sicurezza "fanno impallidire quelli di Mission: Impossible I e II"). E dal punto di vista tecnico non sarebbe neanche male, pur con una regia un po' derivativa. Peccato che sia anche estremamente noiosa, senza appigli emotivi, con una trama inutilmente confusa e pretenziosa, e colpi di scena di cui non importa niente a nessuno. D'altronde, come capita spesso in questo genere di film, l'oggetto del contendere (il farmaco) è solo un MacGuffin, una scusa per inscenare lunghissime sequenze prive di tensione (ma fotografate benissimo!), all'insegna di gadget high-tech il cui funzionamento non viene nemmeno spiegato: insomma, un elaborato (e vuoto) esercizio di stile. Sprecato il cast, a partire da una Shu Qi imbrigliata in un personaggio mai approfondito. Jordan Chan e Sam Lee avevano già recitato per Yip in "Bio-zombie". Accattivante il look di Michelle Saram, con i capelli corti e arancioni.

20 settembre 2018

A land imagined (Yeo Siew Hua, 2018)

A land imagined
di Yeo Siew Hua – Singapore/Fra/Ola 2018
con Peter Yu, Liu Xiaoyi, Luna Kwok
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

A Singapore, in un cantiere di land reclamation ("terra sottratta al mare", ovvero un sito dove viene creata nuova terraferma attraverso l'importazione di sabbia), un poliziotto (Peter Yu) indaga sulla misteriosa scomparsa di un operaio di origine cinese (Liu Xiaoyi). I due uomini sono in qualche modo collegati, e non solo perché entrambi soffrono di insonnia. Forse sono l'uno il prodotto dell'immaginazione dell'altro, visto che si sognano a vicenda (con sfasamento temporale). E la pellicola, che mostra in parallelo le indagini dell'agente e gli eventi dell'ultima settimana dell'operaio, catapulta lo spettatore in un'atmosfera onirica e irreale. Siamo in un "mondo di mezzo", né terra né mare, dove il suolo è artificiale e coloro che ci lavorano (migranti dalla Cina, dal Bangladesh e di altri paesi poveri del sud-est asiatico) sono come fantasmi, privi di ogni diritto (i loro passaporti vengono "trattenuti" dai datori di lavoro, che li sfruttano sottopagandoli) e destinati, da un momento all'altro, a scomparire. Sono persone virtuali, come i personaggi di un videogioco o gli avatar delle chat in internet: non a caso sia Wang, l'operaio, che Lok, il poliziotto, finiscono con il trascorrere ripetutamente le loro notti nella saletta internet vicino al dormitorio del cantiere, gestita da una ragazza (Luna Kwok) che diventa uno dei loro pochi agganci con la realtà. "Una terra immaginata", recita il titolo: è la terra dei sogni, e come tale inesistente anche quando sembra concreta. A Singapore, la "terra sottratta al mare" conta già per il 20% della dimensione originale dell'isola, e un'ulteriore espansione è in corso. L'ottima regia, coadiuvata da una bella fotografia e da un'affascinante colonna sonora, catapulta lo spettatore in un panorama desolato e ipnotico, dove il tema della denuncia sociale è accompagnato da un gusto estetico che spazia da Antonioni ("L'avventura", un'altra storia di scomparsa) a Wong Kar-Wai. Pardo d'oro al Festival di Locarno.

2 giugno 2018

Florentina Hubaldo, CTE (Lav Diaz, 2012)

Florentina Hubaldo, CTE
di Lav Diaz – Filippine 2012
con Hazel Orencio, John Elbert Ferrer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Florentina Hubaldo, che vive nella campagna filippina con il nonno e il padre (il film si svolge nella regione rurale di Bicol), è maltrattata da ques'ultimo, che la fa prostituire, la picchia e la incatena al letto. La sua storia è narrata in parallelo a quella di due giovani, Manoling e Juan, ritornati da poco in campagna, che scavano a lungo nei terreni di proprietà del primo alla ricerca di un fantomatico tesoro. Le due vicende sono collegate, ma scopriremo in che modo (e che sono temporalmente sfasate) soltanto dopo quattro delle sei ore del film: Hector, il fratello maggiore di Manoling, è colui che tempo prima ha accolto nella propria casa Florentina, quando la ragazza è finalmente riuscita a fuggire, e che ora si prende cura della figlia che lei portava in grembo, Loleng, gravemente malata ai polmoni. Curatissimo nella confezione (dall'immagine, con la luminosa fotografia in bianco e nero, al sonoro, con forte attenzione ai rumori ambientali), quello di Diaz è un cinema fatto di tempi dilatati e lentissimi, di long take di svariati minuti (anche oltre la decina) con la camera ferma, di dialoghi rarefatti e di silenzi (non mancano sequenze completamente mute, legate ai sogni o ai ricordi). Allo spettatore è richiesta non solo molta pazienza (anche se, grazie all'approccio naturalista, la lentezza non è snervante bensì quasi rilassante) ma anche la disponibilità ad immergersi completamente nel mondo ritratto, entrandone a far parte in tutti i sensi (al punto che, nelle scene in cui Florentina chiede aiuto, estendendo le braccia fuori dallo schermo, sembra quasi che si rivolga proprio al pubblico). L'esperienza è senza dubbio ripagante, anche se il film – per quanto potente – mi è parso meno ricco di temi rispetto alle altre pellicole del regista filippino che ho visto finora, non giustificando appieno la lunghissima durata (in alcune sequenze si attendono minuti prima che i personaggi compaiano sullo schermo). In mezzo a tanta crudezza non mancano però squarci esistenzialisti (Hector che si interroga sulla natura della violenza e della cattiveria dell'uomo, chiedendosi perché esistano la sofferenza e il dolore e quale sia il significato della vita di Florentina e di sua figlia), surreali (tutta la sottotrama del geco, animale sfuggente cui Juan dà la caccia anziché continuare a cercare il tesoro) o onirici (le figure dei "Giganti", mascheroni di cartapesta usati nelle sagre popolari che la protagonista, dopo aver visto da piccola, continua a incontrare nei propri sogni). La sigla CTE nel titolo sta per encefalopatia traumatica cronica, la malattia degenerativa di cui soffre Florentina (che infatti afferma di avere sempre dolore alla testa) per i ripetuti colpi ricevuti dal padre, e che le cancella progressivamente la memoria: al punto che, nel tentativo di non dimenticare il proprio nome e la propria storia, periodicamente recita a beneficio dello spettatore quel discorso che infine farà a Hector, proprio nell'ultima scena del film, una volta riuscita a scappare.

24 marzo 2018

The seen and unseen (Kamila Andini, 2017)

The Seen and Unseen (Sekala Niskala)
di Kamila Andini – Indonesia 2017
con Ni Kadek Thaly Titi Kasih, Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena
***1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente la regista.

Tantri (Ni Kadek Thaly Titi Kasih) e Tantra (Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena) sono due gemelli di dieci anni che vivono sull'isola di Bali. Quando il bambino, caduto in coma, viene ricoverato in ospedale con una malattia terminale, la sorella continua a trascorrere il tempo con lui all'interno di un vissuto onirico e immaginario, fatto di giochi, di storie, di danze e di canti. Un film altamente simbolico ed estremamente suggestivo, che affronta i temi della sofferenza della separazione e del mistero della morte con il linguaggio del realismo magico e il copioso utilizzo di simboli e riferimenti al folklore balinese (come i bambini fantasma che rotolano fra i campi, spiritelli "compagni di gioco" ed amici immaginari di ogni bambino sin dalla sua nascita). Ripetuti, per esempio, i riferimenti alla luna, il cui ciclo indica la morte e la rinascita (quasi tutti gli incontri fra i due bambini avvengono di notte, illuminati dalla luce del satellite), oppure quelli alle uova, simbolo dell'unione e della complementarietà dei due gemelli (quando mangiano, si prendono l'uno il tuorlo e l'altra l'albume: e non appena sono stati separati, a Tantri capita un uovo sodo che manca totalmente della parte gialla). A Bali il ciclo della vita comprende tutto, unendo insieme gli aspetti duplici dell'esistenza: il maschile e il femminile, il giorno e la notte, il reale e il surreale, il visibile e l'invisibile (da cui il titolo del film). Questa duplicità è, naturalmente, particolarmente percepita nel fenomeno di due gemelli, uno maschio e uno femmina. E i giochi, i sogni e i canti fanno parte di un linguaggio comune e universale, soprattutto nel momento dell'infanzia. Fra le scene più belle, quelle in cui i bambini imitano gli animali, girati dalla regista giavanese con lunghi piani sequenza: la lotta fra i galli e, nel finale, la curiosità e l'esplorazione della scimmia.

30 novembre 2017

A hero never dies (Johnnie To, 1998)

A hero never dies (Chan sam ying hung)
di Johnnie To – Hong Kong 1998
con Leon Lai, Lau Ching Wan
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

I gangster Jack (Leon Lai) e Martin (Lau Ching Wan) sono al servizio di due boss della triade in guerra fra loro, impegnati da mesi in una sanguinosa faida per il controllo di Hong Kong. Pur combattendo su fronti opposti, i due uomini sono però assai simili, tanto nella fedeltà e dedizione al dovere quando nel rispetto dei valori dell'amicizia e del cameratismo. Al punto da essere considerati "scomodi", e dunque scaricati senza troppa riconoscenza, quando i due boss stringeranno un'alleanza interessata per spartirsi il territorio, di fatto tradendo tutti coloro che hanno combattuto o sono morti per la loro causa. Abbandonati in Thailandia e sopravvissuti ai tentativi di eliminarli (grazie anche al sacrificio delle loro donne, Fiona Leung e Yoyo Mung), Jack e Martin – quest'ultimo rimasto mutilato – mediteranno vendetta. Al primo film diretto per la casa di produzione Milkyway da lui stesso fondata (anche se pare che il precedente "The odd one dies", accreditato a Patrick Yau, fosse stato girato in gran parte da lui), Johnnie To realizza il suo personale "A better tomorrow". Molti sono infatti gli elementi in comune con il capolavoro di John Woo: il mix fra gangster movie, noir e melodramma, un senso dell'onore e della fratellanza quasi anacronistico in un mondo dove domina il vile opportunismo, un soffuso strato di malinconia, violente sparatorie che l'apparentano al filone dell'heroic bloodshed, e naturalmente i temi del tradimento e della vendetta, peraltro ubiqui nel cinema di Hong Kong. To confeziona il tutto con il suo stile e la sua regia avvolgente, i lenti movimenti di macchina, la fotografia cupa e d'atmosfera, il ritmo rilassato ma sempre pronto a esplodere al momento dell'azione, e caratterizza i suoi personaggi con poche ma efficaci pennellate (vedi l'arroganza e il cappello da cowboy di Lau). Ne risulta uno dei suoi migliori film. Memorabile la scena all'interno del locale dove i due protagonisti si ritrovano per dirimere le loro controversie, con il "gioco" della moneta per distruggersi a vicenda i bicchieri, che anziché esacerbarne la rivalità cementa di fatto la loro potenziale amicizia (una scena che ricorda quella altrettanto celebre della pallina di carta in "The mission"). Il gestore del suddetto locale metterà da parte una bottiglia di vino per i due amici/nemici, e proprio questa bottiglia diventa uno dei fili conduttori della pellicola, simbolo della loro leggenda (viene mostrata nell'inquadratura iniziale e in quella conclusiva). Nella colonna sonora di Raymond Wong spicca una classica canzone pop giapponese, "Sukiyaki", reinterpretata in cantonese e poi in versione strumentale.

12 febbraio 2017

Fuochi nella pianura (Kon Ichikawa, 1959)

Fuochi nella pianura (Nobi)
di Kon Ichikawa – Giappone 1959
con Eiji Funakoshi, Osamu Takizawa
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nel febbraio del 1945, mentre la seconda guerra mondiale sta per concludersi con una disfatta e l'esercito imperiale giapponese si ritira confusamente dalle Filippine, un soldato malato e rimasto isolato dalla sua compagnia si ritrova dietro le linee americane. Vagando senza meta in territorio ostile fa di tutto per cercare di sopravvivere, costretto a confrontarsi non solo con i nemici e la natura ma anche con i suoi stessi commilitoni, che la fame e gli stenti hanno trasformato in bestie. Dal pluripremiato romanzo di Shohei Ooka (che sarà portato sullo schermo anche da Shinya Tsukamoto nel 2014), il secondo – dopo "L'arpa birmana" – dei due film di guerra che Kon Ichikawa girò negli anni cinquanta e che portarono il regista (fino ad allora autore di eccentriche commedie satiriche) a una certa notorietà anche in occidente. La sceneggiatura è di sua moglie, Natto Wada, con la quale collaborò professionalmente per oltre quindici anni. Come il precedente, il film è fortemente antibellico: ma anziché lanciare semplicemente un messaggio pacifista e conciliatorio, sceglie di mostrare apertamente tutto l'orrore e la barbarie che la guerra può portare agli esseri umani. Ne risulta una pellicola cupa e allucinata, che procede in maniera incessante in un crescendo di paranoia e disperazione. Il protagonista Tamura, un uomo buono, sensibile e passivo, che pure è responsabile a sua volta di alcune nefandezze (si pensi alla scena in cui uccide una donna nel villaggio dove ruba poi le scorte di sale), assiste con impotenza alla trasformazione e alla degradazione dei suoi compagni, alcuni dei quali giungono addirittura ad uccidersi a vicenda e al cannibalismo pur di sopravvivere. E l'impatto delle scene finali è talmente forte da far passare in secondo piano le molte sequenze precedenti, come quella delle scarpe nel fango o dell'attraversamento della giungla e del fiume, caratterizzate da un (neo)realismo assai efficace nel ritrarre le tragiche esperienze della guerra. Il titolo si riferisce ai misteriosi falò accesi dai contadini filippini per bruciare le sterpaglie, e che i soldati giapponesi ipotizzano possano essere segnali di fumo ad opera dei guerriglieri.

28 settembre 2016

The woman who left (Lav Diaz, 2016)

The woman who left (Ang babaeng humayo)
di Lav Diaz – Filippine 2016
con Charo Santos-Concio, John Lloyd Cruz
***

Visto al cinema Anteo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo aver trascorso trent'anni in carcere per un crimine che non aveva commesso, Horacia viene liberata e scopre che suo marito è morto e suo figlio è disperso. Per vendicarsi di Rodrigo, l'uomo che l'aveva fatta imprigionare ingiustamente, si reca nella città dove questi risiede, con l'intenzione di ucciderlo. Ma Rodrigo fa parte di una famiglia ricca, potente e corrotta, e gira sempre con le sue guardie del corpo. Mentre attende l'occasione giusta per avvicinarlo, Horacia si traveste, cambia nome, acquista una pistola, ed entra in contatto con la gente del posto, in particolar modo con i più derelitti: il "gobbetto" venditore ambulante di balut (uove fecondate e bollite); la giovane senzatetto sciroccata che inveisce contro i "demoni"; il travestito epilettico in cerca di autodistruzione; le famiglie che vivono nelle baracche. Come una sorta di eroe notturno ("Chi sei, Batman?"), Horacia si divide fra i propositi di vendetta (che la tengono lontana dai figli: non solo Junior, disperso chissà dove – a un certo momento il film ci lascia quasi sospettare che possa trattarsi del travestito Hollanda – e che solo alla fine della pellicola si metterà a cercare, finendo peraltro col girare in tondo; ma anche Minerva, la figlia minore, che nel frattempo ha messo su famiglia) e la propria pulsione al bene e alla gentilezza, grazie alla quale diventa una vera figura salvifica per l'umanità ai margini della società che abita in questa città oscura, proletaria e violenta, funestata dai disordini, dai sequestri e dalle ingiustizie, dove solo i potenti possono frequentare la chiesa (che il "cattivo" si chiami come l'attuale e controverso presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, forse non è un caso) e dove il mito di figure come Madre Teresa di Calcutta e la Principessa Diana si fonde con il vissuto quotidiano. Lav Diaz, come sempre, gira in bianco e nero, senza colonna sonora (se si eccettuano le canzoni intonate dagli stessi personaggi: indicativa "Somewhere" da "West Side Story", con cui Horacia cerca di instaurare un rapporto affettivo con Hollanda), con camera fissa e senza movimenti di macchina, con inquadrature lunghe e ritmo lento: fa eccezione una sola, unica sequenza, quella in cui Horacia giunge sulla spiaggia in cerca di Hollanda, che significativamente si svolge proprio in contemporanea all'uccisione di Rodrigo, il momento clou della vicenda, alla quale tanto la protagonista quanto noi spettatori non possiamo assistere. Il Leone d'Oro meritatamente vinto a Venezia, dopo il Pardo conquistato due anni fa a Locarno con "From what is before", giunge finalmente a dare notorietà (e una possibile distribuzione in sala) all'opera di un cineasta unico nel suo genere e sicuramente meritevole di attenzione, anche se le sue scelte stilistiche sembrano fatte apposta per tener lontano il grande pubblico. Qui, paradossalmente, siamo di fronte a uno dei suoi film più accessibili, con una trama anche piuttosto lineare: fra Dumas ("Il conte di Montecristo") e Tolstoj ("Dio vede quasi tutto, ma aspetta"), la pellicola si propone come un revenge movie con tutti i crismi. E nonostante le quasi quattro ore di durata, il metraggio è anche sotto la media dei lavori di Diaz (le cui pellicole hanno raggiunto talvolta anche le 10 ore!).

14 settembre 2016

Bullet in the head (John Woo, 1990)

Bullet in the head (Die xue jie tou)
di John Woo – Hong Kong 1990
con Tony Leung Chiu-wai, Jackie Cheung, Waise Lee
***1/2

Rivisto in DVD.

1967: i tre amici Ben (Leung), Frankie (Cheung) e Paul (Lee), costretti a fuggire da Hong Kong dopo una bravata di troppo, si rifugiano nel Vietnam sconvolto dalla guerra, dove sperano di fare fortuna con il contrabbando. Ma gli orrori cui assisteranno li cambieranno profondamente e faranno perdere loro l'innocenza. Pur di impadronirsi di una cassa piena d'oro, infatti, Paul non esiterà a sparare a Frankie, lasciandogli una pallottola nel cranio che lo renderà un reietto: e Ben, sopravvissuto a modo suo alla guerra, si vendicherà. Da uno script inizialmente pensato per "A better tomorrow 3" (i dissidi fra il regista e il produttore Tsui Hark ne arrestarono però la lavorazione, e Hark dirigerà poi il prequel per proprio conto), forse il capolavoro di John Woo: meno iconico di "The killer" o dello stesso "A better tomorrow", ma ad altissimo impatto emotivo e sicuramente il suo film più personale, faticoso ("È il mio Apocalypse Now!", ha dichiarato il regista) oltre che – strano ma vero – parzialmente autobiografico. Spettacolare e adrenalinico, melodrammatico come nella miglior tradizione del cinema hongkonghese, ma anche assai duro e a tratti terribile, nonostante l'intensità e la lunghezza delle scene d'azione (da ricordare l'irruzione nella casa del boss vietnamita; la fuga dal campo di prigionia dei Vietcong; e naturalmente la sanguinosa resa dei conti finale in auto al porto di Hong Kong) il film non perde mai di vista i suoi elementi più umani: parla essenzialmente di amicizia, illusioni e tradimento, temi peraltro da sempre al centro delle opere di Woo. Al fianco di tre attori uno più bravo dell'altro, perfettamente a loro agio nel ritrarre le tre figure tragiche al centro della storia (Ben, il più gentile e sensibile; Frankie, il più avventato e giocoso; Paul, il più materialista e senza scrupoli), c'è anche un carismatico Simon Yam nei panni nel killer franco-cinese Luc, che aiuta i nostri eroi a barcamenarsi a Saigon. Yolinda Yam è la cantante Sally, mentre Woo si concede un cameo nel ruolo del poliziotto che va a cercare Ben per arrestarlo. Sia Cheung che Lee avevano già lavorato con il regista, rispettivamente in "The killer" e in "A better tomorrow", mentre per Leung (che tornerà in "Hard boiled") e Yam era la prima volta. Importante la collocazione temporale: la discesa all'inferno dei tre protagonisti parte da lontano, da quando crescono insieme nella Hong Kong degli anni sessanta, fra amori, risse, cronici problemi di soldi e sogni di fuga. Erano anni difficili, con la colonia britannica sconvolta da proteste, scioperi e guerriglia urbana (significativo il parallelo, nella mente di Ben, con la guerra in Vietnam). Quando l'azione si trasferisce a Saigon, la musica non cambia, anzi peggiora. E il culmine della tensione si raggiunge nella scena del campo di prigionia (con evidenti echi de "Il cacciatore"), dove i prigionieri sono costretti a uccidersi fra loro. Grande lo sforzo produttivo, almeno per gli standard hongkonghesi (all'epoca si trattò del film più costoso mai girato nella colonia), anche per via della ricostruzione storica. Le scene ambientate in Vietnam sono state girate in Thailandia, e Woo aggiunse alcune sequenze che richiamano le proteste di piazza Tienanmen. Del lungometraggio esistono varie versioni, di durata differente: in particolare quella con un finale alternativo, più secco e immediato, nel quale Ben uccide Paul nella sala riunioni (viene a mancare così il sanguinoso inseguimento in auto, una delle scene più spettacolari del cinema di Woo, con Paul che si rivolge al cranio di Frank come una sorta di Amleto folle, mentre il montaggio richiama le struggenti immagini del passato e della spensierata amicizia di un tempo).

7 agosto 2016

The raid - Redenzione (G. Evans, 2011)

The Raid - Redenzione (Serbuan maut, aka The Raid)
di Gareth Evans – Indonesia/USA 2011
con Iko Uwais, Donny Alamsyah
*1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Una squadra delle forze speciali di polizia irrompe nel palazzo dove si nasconde un boss della droga. Ma l'intero edificio di quindici piani è sotto il controllo del malvivente, e ben presto i poliziotti da predatori diventano prede, costretti a difendersi dagli attacchi di tutti gli inquilini... Al suo secondo film sul pencak silat (un'arte marziale indonesiana), e con lo stesso protagonista del precedente "Merantau" (Iko Uwais, qui nei panni della giovane recluta Rama che scopre che una delle guardie del corpo del boss è suo fratello Andi), il regista gallese Gareth Evans alza la posta e realizza una pellicola d'azione praticamente senza pause: a parte i cinque minuti introduttivi, il film è tutto un susseguirsi di scontri e combattimenti, estremamente duri e cruenti, pieni di energia e ben coreografati anche se talvolta con un eccesso di effetti digitali. Purtroppo, oltre a questi c'è ben poco: la trama è esile, i personaggi non hanno caratterizzazione o profondità, i dialoghi sono stereotipati (soprattutto quelli della prima parte, che racconta l'irruzione della polizia nel palazzo, che sembrano uscire da un film bellico di serie Z) e i contenuti del tutto sacrificati a una furiosa e viscerale messa in scena che procede solo per accumulo, priva di qualsivoglia spessore e degna – è la definizione degli stessi filmmaker – di un "survival horror". I combattimenti, come detto, sono l'unica ragion d'essere del film: da ricordare, in particolare, quello in cui Rama e Andi affrontano Mad Dog (Yayan Ruhian), braccio destro del boss, che tiene loro testa in uno contro due. Ma sembra quasi di assistere a un videogioco, con il protagonista che terminato ogni scontro è sempre di nuovo in forma per il successivo. Buon successo di pubblico, che ha portato alla realizzazione di un sequel. Si era parlato anche di un remake americano, ma per ora non se ne è fatto nulla.

11 gennaio 2016

Merantau (Gareth Evans, 2009)

Merantau (id.)
di Gareth Evans – Indonesia 2009
con Iko Uwais, Sisca Jessica
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Secondo le tradizioni dei Minangkabau, un gruppo etnico che vive sull'isola di Sumatra, tutti i giovani, prima di entrare nell'età adulta, devono abbandonare la propria casa per compiere un "viaggio iniziatico" in cerca di fortuna e alla scoperta del proprio posto nel mondo. Così fa anche il protagonista di questo onesto film di arti marziali, diretto da un regista gallese in trasferta in Indonesia, che porta sullo schermo le tecniche di una particolare disciplina chiamata pencak silat. Se la storia in sé non è particolarmente originale (giunto a Giacarta, il protagonista Yuda si mette nei guai quando decide di proteggere una ragazza, scatenando l'ira di un gangster occidentale che traffica in schiave sessuali), anche se il finale nella sua ingenuità riesce comunque a sorprendere, la confezione è accattivante e soprattutto le scene d'azione sono soddisfacenti e realistiche. Risparmiandoci coreografie confuse, movimenti iper-accentuati o un montaggio che "spezza" l'azione (difetti di gran parte dell'action contemporaneo), il film mostra combattimenti semplici e grezzi ma ricchi di impeto e fisicità, con Uwais che ricorda a tratti Jackie Chan nel suo modo di sfruttare l'ambiente circostante e gli oggetti a sua disposizione. Agli appassionati del genere non dispiacerà di certo, anche perché rappresenta una boccata d'aria fresca in un filone che negli ultimi decenni ha un po' perso di vista quella viscerale spontaneità che ne costituiva uno dei punti di forza fino agli anni ottanta. Il regista collaborerà con Uwais anche nel successivo "The Raid: Redemption", il film che lo ha portato definitivamente sotto i riflettori.

22 settembre 2014

From what is before (Lav Diaz, 2014)

From what is before (Mula sa kung ano ang noon)
di Lav Diaz – Filippine 2014
con Perry Dizon, Roeder Camanag
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

All'inizio degli anni '70, in un remoto villaggio costiero delle Filippine dove riti e credenze ancestrali convivono con le nuove religioni, la vita dei pochi abitanti è scossa da alcuni misteriosi eventi: morti improvvise di mucche, capanne che prendono fuoco, strane grida provenienti dalla foresta. E nel frattempo, il presidente Marcos proclama la legge marziale e le campagne cominciano a essere invase da soldati e guerriglieri... Noto per le sue pellicole fluviali, il cineasta indipendente Lav Diaz non si smentisce: il film – dedicato "alla memoria del mio paese" – dura oltre cinque ore e mezza, nel corso delle quali racconta tante storie che si intrecciano e che formano un affascinante mosaico che è al tempo stesso un viaggio nel passato (o nei ricordi) e un monito per il presente, visto che le vicende umane (collettive o individuali che siano) non rappresentano altro che un presagio della catastrofe che sta per colpire la nazione. Girato in un bianco e nero livido e a basso contrasto, attraverso un'interminabile serie di piani sequenza in campo lungo o lunghissimo nei quali i personaggi sono quasi sovrastati dagli scenari naturali, il film è uno di quelli che dividono gli spettatori in due gruppi: coloro che sono disposti ad accettare i tempi dilatati del regista e a farsi trascinare dentro un mondo complesso, affascinante e suggestivo, e coloro che invece non hanno la pazienza necessaria. Effettivamente, Diaz se la prende comoda nell'introdurre scenari e personaggi, ma a un certo punto i fili cominciano a essere tirati e lentamente emergono alcune storie principali: quella di Joselina, ragazza mentalmente disabile ma con il "dono" di guarire la gente, e di sua sorella Itang, che se ne prende cura con pazienza e devozione; quella di Sito, vecchio contadino che vive con il figlio adottivo Hakob, il quale vorrebbe partire alla ricerca dei genitori che crede rifugiati in una lontana isola; e ancora quelle di Tony, il produttore di vino che abusa di Joselina; di Heding, venditrice ambulante impicciona e molesta; di Horacio, il poeta tornato nel paese dove era nato; di Padre Guido, il prete che tenta invano di lottare contro le superstizioni locali. Attorno a loro la natura è protagonista, con il vento, il mare e la pioggia incessante, mentre gli eventi della storia (la dittatura che avanza) lasciano pian piano la loro impronta, passando sopra ogni cosa e costringendo gli abitanti del villaggio ad abbandonarlo, fino a che non diventerà un "paese di morti". Solo a partire da metà pellicola comprendiamo finalmente che quello che il film sta raccontando è proprio la fine del passato "innocente" delle Filippine, e che il villaggio nel quale si svolge la storia è un microcosmo che riflette in sé stesso il resto del paese. Il che ne fa qualcosa che sta a metà fra "Il nastro bianco" di Haneke (pellicola con cui ha parecchio in comune, a partire dal bianco e nero) e le storie corali della Palomar di Gilbert Hernandez (dal fumetto "Love and Rockets"). Le vicende esistenziali assumono una dimensione fisica e palpabile, e il tentativo di Diaz di dare "forma" ai ricordi e al passato insanguinato del suo paese può dirsi pienamente riuscito. Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

26 giugno 2013

The bodyguard (P. Wongkamlao, 2004)

The bodyguard - La mia super guardia del corpo (The bodyguard)
di Petchtai Wongkamlao – Thailandia 2004
con Petchtai Wongkamlao, Piphat Apiraktanakorn
*

Visto in TV, con Sabrina.

Dopo che il magnate Chat Petchpantakarn è stato ucciso in un agguato senza che la sua guardia del corpo Wong Kam abbia saputo difenderlo, il suo erede Chaichol decide di fare a meno dei servigi di Wong. Mal gliene incoglie, perché a sua volta sfugge per un pelo ad un attentato ed è costretto a rifugiarsi (senza rivelare la propria identità) presso una povera famiglia dei bassifondi, dove finisce con l'innamorarsi della giovane Mae Jam. Nel frattempo, Wong Kam indaga sui mandanti degli attentati, che mirano a impossessarsi del patrimonio dei Petchpantakarn. Scalcinata action comedy scritta, diretta e interpretata da un popolare comico thailandese, che nelle scene d'azione guarda a John Woo e al cinema hongkonghese (ma lo sberleffo è sempre in agguato), che per lunghi tratti diluisce la vicenda principale in sottotrame e gag di un'ingenuità imbarazzante, che cambia registro in continuazione (si passa dalla commedia demenziale – come nelle scene in cui Wong Kom corre nudo per le strade o in cui uno degli sgherri del cattivo viene rimproverato per i suoi surreali gusti nel vestire – al thriller, dal romantico all'action movie) e che ospita camei e comparsate (alcune persino dichiarate e metacinematografiche) di decine di celebrità thailandesi, fra attori, comici televisivi, sportivi e musicisti, praticamente tutti sconosciuti da noi a parte forse Tony Jaa, il protagonista di "Ong Bak", che dà sfoggio delle sue abilità di arti marziali nella breve scena del combattimento al supermercato, al termine della quale Wong Kom gli grida "Hai sbagliato film!". Da ricordare anche il "balletto" con cui Wong affronta il kung fu dell'avversario cinese (con tanto di tema musicale di Wong Fei-hung in sottofondo). L'accumulo di scene bizzarre e di situazioni senza costrutto può forse far passare in secondo piano l'assoluta mancanza di caratterizzazione dei personaggi (compreso quello principale, che sparisce a lungo dalla scena per dar spazio alle vicende del giovane Chaichol nella baraccopoli), la banalità del soggetto e la scontatezza generale della trama. Come spesso accade, il cinema thailandese dà l'impressione di essere a un livello quasi amatoriale, molto inferiore – per tecnica, ambizioni e realizzazione – a quello di altri paesi asiatici come Hong Kong, Corea, Cina e Giappone. Nel 2007 è uscito un sequel, "The bodyguard 2".

7 giugno 2013

Solo Dio perdona (N. Winding Refn, 2013)

Solo Dio perdona (Only God Forgives)
di Nicolas Winding Refn – Danimarca/Thailandia 2013
con Ryan Gosling, Vithaya Pansringarm
***

Visto al cinema Apollo.

L'americano Julian vive nel sottobosco criminale di Bangkok, dove gestisce una palestra di boxe thailandese che serve a lui e a suo fratello Bobby come copertura per lo spaccio di droga. Quando Bobby viene ucciso dopo aver violentato una giovane prostituta, la madre (una straordinaria Kristin Scott Thomas) impone a Julian di vendicarlo, innescando così una violenta catena di eventi. Refn rilegge i temi tipici del cinema orientale (la vendetta e la giustizia) con stile folgorante e lynchiano, aggiungendovi in più (da buon europeo) una robusta dose di Shakespeare e un pizzico di tragedia greca. Sanguinoso e cruento, ma dall'incedere ieratico e solenne, è un film dai ritmi dilatati, dalle atmosfere allucinate e inquietanti: un film che dietro le sparse e improvvise scene di violenza (usata in funzione drammatica, e mai per autocompiacimento tarantiniano) nasconde un'anima intimista e fatta di silenzi, che scava nei personaggi per parlare di rimorso e pentimento. Il laconico protagonista, perennemente inerme e in balia delle situazioni, si ritrova stretto in una morsa fra la sete di vendetta della madre (nei cui confronti soffre di un evidente complesso di Edipo) e il riconoscimento della forza morale del misterioso poliziotto Chang (Pansringarm), un'incarnazione quasi metafisica della giustizia, che somministra le sue punizioni con una spada tradizionale dalla lama ricurva e sembra concedersi come unica passione quella del karaoke. Da sottolineare tutto il comparto tecnico: la regia controllata e coerente di Refn, la geometrica composizione delle inquadrature, la surreale fotografia di Larry Smith (che gioca molto sui toni di rosso, come in un precedente film del regista danese, "Fear X"), la musica spettrale di Cliff Martinez. Il film è dedicato ad Alejandro Jodorowski, di cui Refn ha sempre ammesso l'influenza e al cui "Santa Sangre" è in parte debitore.

28 aprile 2013

Il cacciatore (Michael Cimino, 1978)

Il cacciatore (The Deer Hunter)
di Michael Cimino – USA 1978
con Robert De Niro, Christopher Walken
***1/2

Visto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Michael (De Niro), Nick (Walken) e Steven (John Savage) sono tre amici di origine russa che vivono in una piccola cittadina industriale della Pennsylvania. Inseparabili al lavoro (sono operai in una fabbrica metallurgica) e nel tempo libero (trascorso insieme ad altri due colleghi, Stan e Axel, nel bar dell'amico John, o impegnandosi in battute di caccia al cervo sulle montagne della zona), si apprestano ad affrontare due fondamentali "riti di passaggio": il matrimonio di Steven con Angela, e la partenza – subito dopo – come soldati per il Vietnam (siamo nel 1967). Ma l'inferno della guerra li cambierà completamente: ci sarà chi tornerà ferito nel fisico (Steven), chi nell'animo (Mike) e chi non tornerà affatto (Nick). Pur prendendo l'argomento alla larga, come in ogni grande "epica popolare" che si rispetti (vedi la lunghissima introduzione: di fatto le scene ambientate in Vietnam costituiscono meno della metà della pellicola), il secondo lungometraggio di Cimino (nonché il suo maggior successo di critica e di pubblico) è uno dei film di maggior impatto emotivo sugli orrori della guerra e su come questi possano trasformare e trasfigurare l'essere umano: indimenticabili le controverse e tesissime sequenze della roulette russa, alla quale i tre amici, presi prigionieri, sono obbligati a giocare dai loro carcerieri vietcong ("Mao! Mao!"). Se nella realtà non ci furono casi documentati di eventi simili durante il conflitto in Vietnam, la roulette russa, con la sua violenza casuale, è una metafora della guerra intera e della pazzia dell'uomo che si trascina per tutto il film, prendendo l'avvio proprio dalle scene della caccia al cervo in Pennsylvania (con Mike che si fa vanto di uccidere gli animali "con un solo colpo", un modo per equilibrare le cose visto che i cervi non hanno un fucile) e che prosegue quando, a Saigon, Nick e Mike rimangono coinvolti nel "giro" delle scommesse clandestine in cui vengono organizzate sfide di roulette russa fra disperati (una trovata che sarà ripresa, anni più tardi, nel film georgiano "13 Tzameti").

Se non tutto nella sceneggiatura è adeguatamente spiegato o coerente (la progressiva trasformazione di Nick, che passa dall'essere il più equilibrato dei tre a quello che invece cede all'orrore e all'abitudine alla violenza, fino a non dare più significato alla propria vita, a rinunciare a tornare a casa dalla donna che ama e anzi a cercare la morte con accanimento), e il montaggio salta a volte troppo bruscamente da una scena all'altra (non mostra, per esempio, come i tre vengano catturati dai vietcong), trascinandone invece altre troppo a lungo (il matrimonio ortodosso, che dura quasi un'ora), la regia di Cimino e le eccellenti interpretazioni di un cast in stato di grazia riescono a restituire perfettamente l'atmosfera di quegli anni, ritratta peraltro in chiave elegiaca e melodrammatica. Oltre ai tre protagonisti, da ricordare anche Meryl Streep (al primo ruolo importante della sua carriera nei panni di Linda, la donna amata sia da Nick che da Mike), John Cazale (malato di tumore già durante le riprese: fu la sua ultima apparizione sullo schermo), George Dzundza e Chuck Aspegren (quest'ultimo non era un attore professionista ma un operaio della fabbrica dove è ambientata la prima parte del film). Pur sforando il budget (le scene vietnamite furono girate in Thailandia, presso il fiume Kwai), la pellicola ripagò i produttori con gli interessi e conquistò anche la critica. Vinse cinque Oscar (su nove nomination): quelli per il miglior film, regia, attore non protagonista (Walken), montaggio e suono. Il finale in cui i personaggi cantano "God Bless America" in onore del defunto Nick è stato letto da alcuni come un attacco in chiave ironica al sogno americano e al patriottismo, passato attraverso la disillusione e gli shock della guerra del Vietnam (di fatto il film fu uno dei primi a parlare di quel conflitto, che si era concluso solo pochi anni prima, mostrandone gli effetti negativi sulla psiche e la salute dell'America. L'anno dopo, naturalmente, sarebbe arrivato l'ancora più efficace "Apocalypse Now" di Coppola).