31 luglio 2020

Un mitico viaggio (Peter Hewitt, 1991)

Un mitico viaggio (Bill & Ted's Bogus Journey)
di Peter Hewitt – USA 1991
con Keanu Reeves, Alex Winter
***1/2

Rivisto in DVD.

Secondo capitolo della saga iniziata con "Bill & Ted's Excellent Adventure", che abbandona i viaggi nel tempo per andare persino oltre, con traversie metafisiche attraverso la morte, l'inferno e il paradiso! Qualche anno dopo la loro prima avventura, Bill Preston (Alex Winter) e Ted Logan (Keanu Reeves) hanno terminato il liceo e trovato un lavoretto, ma cercano sempre di sfondare come musicisti (pur non avendo ancora imparato a suonare!). La loro grande possibilità è quella di partecipare alla "Battaglia dei complessi", un evento musicale che si terrà nella nativa cittadina di San Dimas e la cui vittoria, a loro insaputa, è destinata a plasmare l'intera società del futuro a loro immagine e somiglianza, come era stato anticipato da Rufus (George Carlin) nel precedente film. Per impedirlo, per mezzo della solita cabina telefonica temporale, dal ventiseiesimo secolo giungono due robot malvagi con le loro fattezze, incaricati dal perfido insegnante "Chuck" De Nomolos (Joss Ackland) di ucciderli e di prendere il loro posto, cambiando così il corso degli eventi. Ma anche defunti e trasformati in anime (con l'abbigliamento virato in bianco e nero), i due ragazzi rifiutano di arrendersi. E pur di tornare in vita sfidano la Morte (sconfiggendola, anziché agli scacchi come ne "Il settimo sigillo" di Bergman, a tutta una serie di giochi da tavolo: battaglia navale, Cluedo, Electric Football e Twister). Quindi attraversano un inferno tecnologico e personalizzato ("Allora le copertine dei dischi erano tutte stronzate!") e si introducono clandestinamente in paradiso, per chiedere a Dio di indirizzarli verso uno scienziato in grado di creare due robot buoni da contrapporre a quelli cattivi. Infine, dopo aver sconfitto tutti i nemici (non senza le solite trovate ai limiti del paradosso temporale) e dopo un corso intensivo di chitarra nel futuro, trionferanno al concerto con un grande discorso e un accorato inno al rock ("God gave Rock'n'Roll to you" dei Kiss), accompagnati da una band di cui fanno parte anche le fidanzatine medievali, "i due noi robot buoni", Storico/Station (lo scienziato extraterrestre di cui sopra, in realtà due creature che si uniscono in una sola), e naturalmente il Sinistro Mietitore. Sui titoli di coda, una serie di prime pagine di giornali ci fa la cronaca del successo planetario della loro musica, che porterà la pace nel mondo e lo guiderà verso la predetta utopia.

A differenza del primo film, tuttora inedito in Italia (così come la serie animata e quella in live action), questo secondo capitolo – un mio cult personale – è giunto anche da noi, anche se con una distribuzione limitata e un titolo che nasconde la sua vera natura: e non potendosi basare su un adattamento precedente, il doppiaggio si ingegna nel tradurre nel migliore dei modi lo sgangherato linguaggio dei due protagonisti, eccedendo talvolta nelle volgarità ("Quanto mi sto sulle palle!", "L'inferno è una gran cagata") ma facendo complessivamente un buon lavoro (per esempio rendendo "No way! - Yes way!" con "Non esiste! - Sì che esiste!"). Peccato per il nome della band, che da Wyld Stallyns diventa "Gli stalloni selvaggi". La sceneggiatura di Chris Matheson ed Ed Solomon (gli stessi dell'episodio precedente) non riposa sugli allori, riproponendo le stesse gag, ma innova ed espande l'universo fantascientifico che aveva creato: anziché ad eventi e personaggi storici si dedica a esplorare temi religiosi, soprannaturali e metafisici, e si fa più cupa, più bizzarra e anche più divertente, aggiungendo elementi in maniera creativa ma mantenendo la simpatia e la goofiness dei personaggi, ai quali aggiunge una spalla comica indimenticabile, il Sinistro Mietitore interpretato dallo strepitoso William Sadler. Certo, rimane un film demenziale e dal feeling decisamente anni '80, nonostante sia uscito agli inizi del decennio successivo (e questo forse ha influito sulla sua scarsa popolarità al di fuori degli USA). Fra le citazioni cinematografiche, oltre a Bergman, anche "Terminator", "Full Metal Jacket" (in uno degli inferni, quello con il colonnello dell'accademia militare in Alaska (Chelcie Ross) citato già nel precedente film), "Scala al paradiso" e "Star Trek" (Bill e Ted vengono uccisi nel deserto proprio nella location di un episodio con il capitano Kirk), mentre innumerevoli sono quelle musicali (a partire dalla frase "Ogni rosa ha la sua spina, come ogni giorno ha la sua alba, come ogni cowboy canta la sua triste, triste ballata", il segreto della vita per Ted, ripresa da una canzone dei Poison). Nel cast anche Pam Grier, mentre tornano Hai Landon Jr. (il capitano Logan) e Amy Stoch (la "matrigna" Missy). Il nome del cattivo De Nomolos è quello dello sceneggiatore Ed Solomon al contrario. Quasi trent'anni più tardi, a sorpresa ma lungamente atteso dai fan, arriverà un terzo film, "Bill & Ted Face the Music".

30 luglio 2020

Bill & Ted's excellent adventure (S. Herek, 1989)

Bill & Ted's Excellent Adventure
di Stephen Herek – USA 1989
con Alex Winter, Keanu Reeves
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Bill S. Preston, Esquire (Alex Winter) e Ted "Theodore" Logan (un Keanu Reeves agli esordi) sono due liceali non esattamente acuti e brillanti, che vivono a San Dimas, cittadina in California. Poco portati per lo studio, il loro unico sogno è quello di formare una rock band, i Wyld Stallyns, anche se nessuno dei due è davvero capace di suonare decentemente la chitarra elettrica. Tuttavia, se non supereranno l'esame finale di storia (cosa non certo facile per chi crede che "Joan of Ark" sia la moglie di Noè), saranno bocciati: e di fronte a questa eventualità il padre di Ted minaccia di spedire il figlio in un'accademia militare in Alaska, separando così per sempre il duo. Per fortuna giunge loro un inatteso aiuto da Rufus (George Carlin), un uomo del futuro (!) che mette a loro disposizione una macchina del tempo (con l'aspetto di una cabina telefonica): grazie ad essa, Bill e Ted potranno viaggiare nelle diverse epoche del passato e portare nel presente alcune importanti figure storiche (Napoleone, Socrate, Billy the Kid, Gengis Khan, Giovanna d'Arco, Sigmund Freud, Beethoven e Abramo Lincoln) che, dopo aver trascorso alcune ore nel mondo moderno (compresa una movimentata visita al centro commerciale della città), li assisteranno nella loro presentazione a scuola. Mai tradotto o distribuito in Italia (a differenza del sequel che uscirà due anni più tardi, "Bill & Ted's bogus journey", intitolato da noi "Un mitico viaggio"), un autentico cult movie nonché mio particolare guilty pleasure: una commedia sui viaggi nel tempo, assolutamente da non prendere sul serio, che garantisce un divertimento ingenuo ma senza freni e che in patria, insieme per l'appunto al suo secondo capitolo (creativamente migliore, più cupo e complesso), nonché a una serie animata e una a fumetti, ha dato origine a un vero e proprio mito generazionale, capace di influenzare l'immaginario collettivo sotto molteplici aspetti. Quello della commedia demenziale – antesignana di cose come "Fusi di testa" o "Beavis & Butt-head" – è soltanto lo strato più superficiale (al di sotto c'è la satira della società moderna, del consumismo, della famiglia e del sistema scolastico), ma già da solo garantisce una notevole dose di divertimento per l'approccio scanzonato alla storia e ai classici temi della fantascienza e delle pellicole teen a sfondo scolastico.

Ricco di gag, di giochi di parole, di trovate comiche legate alla cultura pop (con citazioni da "Doctor Who" o "Star Wars") o frutto originale della creatività degli autori (a volte anche stupida, certo, ma sempre comicamente contagiosa), il film ha saputo crearsi una fan base affezionata e duratura, come testimoniano le recenti menzioni in pellicole ad ampio budget quali "Ready Player One" e "Avengers: Endgame". Il motivo è chiaro: innanzitutto è facile affezionarsi a due protagonisti ingenui e simpatici, due slacker ignoranti e clueless ma sempre allegri e ottimisti, che quantomeno – per usare le parole di Socrate – "sanno di non sapere", e che parlano attraverso un linguaggio o slang del tutto particolare che fa ampio uso di aggettivi di valutazione esagerati o desueti (come "Excellent" o "Triumphant"), spesso comicamente rafforzati da avverbi come "Most" e "Totally". Bill e Ted si rivolgono agli altri con il termine "Dude", esclamano il proprio stupore con "No way!" (o "Yes way!"), si esprimono con versi di celebri canzoni rock, usano il gesto dell'air guitar come segno di approvazione, e coniano, come tormentone, le frasi "Be excellent to each other" e "Party on, dude!" che diventeranno le forme di saluto standard nella società del futuro. Il mondo da cui proviene Rufus, 700 anni più tardi, è infatti un'utopia che poggia le proprie fondamenta sulla musica e la filosofia dei Wyld Stallyns, per quanto assurdo e improbabile possa sembrare. Per questo motivo è necessario che i due ragazzi non vengano divisi e che passino l'esame di storia. La sceneggiatura, nata a partire da alcuni sketch comici scritti e interpretati al liceo, è di Chris Matheson (figlio di Richard Matheson!) e Ed Solomon, che firmeranno anche quelle dei seguiti. Fra gli aspetti più interessanti c'è il modo in cui sono concepiti i viaggi nel tempo, assolutamente lineari e a prova di paradosso (i rapporti causa-effetto sono sempre rispettati, anche quando la cronologia è invertita: se i due protagonisti hanno bisogno di qualcosa nel presente, gli basta decidere che nel futuro torneranno indietro a predisporre il tutto). Alcune scene sono state girate in Italia (il castello medievale, per esempio è l'Orsini-Odescalchi di Bracciano). Le carriere dei due protagonisti prenderanno strade differenti: Reeves diventerà una star, Winter finirà nel dimenticatoio. Ma nel 2020 i due si ritroveranno insieme a girare, trent'anni dopo, un terzo capitolo di "Bill & Ted".

29 luglio 2020

La course des sergents de ville (F. Zecca, 1907)

La course des sergents de ville
di Ferdinand Zecca – Francia 1907
**1/2

Visto su YouTube.

In questa breve commedia, che ha anticipato un intero genere e ha ispirato le pellicole slapstick di Mack Sennett (in particolare, per sua stessa ammissione, la serie dei “Keystone Cops”), un cane ruba un pezzo di carne dalla bottega di un macellaio e si dà alla fuga: al suo inseguimento parte un plotone di una ventina di comici poliziotti, che lo rincorrono agitando i loro manganelli, scivolando e intralciandosi fra loro. L’inseguimento si protrae per le strade della città, dentro le case e persino in cima a un tetto (che il cane raggiunge arrampicandosi su un palazzo – camminando in verticale lungo il muro! –, seguito dai poliziotti che salgono come uomini ragno: ovviamente la scena è stata girata su una finta facciata disposta in orizzontale). Alla fine gli agenti lo circondano nella sua cuccia, ma il cane sa come difendersi e li mette tutti in fuga. E dopo averli ricacciati fino alla stazione di polizia, l’animale – nell’inquadratura finale a lui dedicata – si gusta finalmente il cosciotto rubato. Se i film di inseguimenti non erano una novità (almeno dai tempi di “Stop thief!” del 1901), la presa in giro delle forze dell’ordine (e dunque dell’autorità) è qui l’elemento più evidente: il gruppo indistinto di poliziotti imbranati, nonostante il vantaggio numerico, non riesce neppure ad avere la meglio su un cane. Il cinema comico americano – non solo Sennett, ma anche Chaplin, Keaton e gli altri – sfrutterà la stessa idea a più riprese, ma gruppi di poliziotti comici appariranno anche nei cartoni animati di Hayao Miyazaki (penso ad alcuni episodi di “Lupin III” o di “Sherlock Holmes”). Oltre alla notevole scena del tetto, sicuramente la più interessante dal punto di vista tecnico, è da ricordare anche quella in cui il cane e i poliziotti passano per la camera da letto di un signore che sta dormendo. Prodotto per la Pathé, il film è stato scritto da André Heuzé, sceneggiatore che continuerà a lavorare per il cinema fino ai tardi anni trenta. Il cane protagonista, di cui si ignora il nome, è stato forse la seconda star canina del cinema dopo il Blair di “Rescued by Rover” del 1905. La Gaumont, rivale della Pathé, realizzò lo stesso anno un film simile a questo, "Course à la saucisse" di Alice Guy, in cui un barboncino ruba una salsiccia (ma non è inseguito da poliziotti, bensì dal negoziante e dai passanti fra i quali semina scompiglio durante la sua fuga).

28 luglio 2020

L'ereditiera (William Wyler, 1949)

L'ereditiera (The Heiress)
di William Wyler – USA 1949
con Olivia de Havilland, Montgomery Clift
***

Visto in divx, per ricordare Olivia de Havilland.

Caterina Sloper (Olivia de Havilland) è bruttina, timida, asociale, goffa, poco portata per le arti e la conversazione. Secondo il padre, il dottor Austin Sloper (Ralph Richardson), che la paragona in continuazione alla moglie defunta (un paragone sempre sfavorevole, naturalmente), la sua unica virtù è data dalla ricchezza di famiglia: per questo motivo, quando il bellimbusto squattrinato Morris Townsend (Montgomery Clift) comincia a farle la corte, il medico sospetta immediatamente che si tratti di un cacciatore di dote. Ma Caterina, ingenua e alla prima esperienza amorosa, ignora le proteste del padre e si ostina a voler sposare il suo spasimante. Peccato che questi, di fronte alla prospettiva che la ragazza venga diseredata dal ricco genitore, si eclissi all'improvviso. Sarà una Caterina ormai maturata e indurita, che ha "imparato a leggere gli uomini", quella che lo rivedrà anni dopo... Ispirato a un romanzo di Henry James ("Washington Square"), un melodramma romantico di ambientazione ottocentesca, psicologicamente feroce e romanticamente pessimista, che mette in scena la disillusione che porta al cinismo. Fu proprio la De Havilland (che per questo ruolo vinse il secondo dei suoi due Oscar come miglior attrice), dopo aver assistito a una rappresentazione teatrale tratta dal romanzo di James, a suggerire ai produttori e al regista William Wyler di trarne un film, scritturando come sceneggiatori gli autori del dramma (Ruth e Augustus Goetz). Rispetto a quest'ultimo, il personaggio di Morris è più ambiguo e sfumato (a lungo anche noi spettatori rimaniamo nel dubbio sulla sincerità delle sue azioni), e come risultato tutti i tre personaggi principali (Caterina, Morris e il padre) possono essere letti in chiave positiva o negativa. In fondo Morris, anche se attratto dal denaro, avrebbe potuto amare sinceramente Caterina per tutta la vita (una cosa non esclude l'altra), e anche il padre, pur non riconoscendo le qualità della figlia, pare comunque preoccupato per il suo bene e la sua felicità, commettendo naturalmente l'errore di confondere la troppa protezione con l'amore. A fungere da commento musicale è il tema di "Plaisir d'amour", che Morris suona anche al pianoforte (Elvis Presley e la sua "Can't Help Falling in Love", naturalmente, erano ancora da venire). Miriam Hopkins è la "romantica" zia Lavinia. Oltre a quello per la miglior attrice, il film vinse altri tre Oscar (per le scenografie, i costumi e la colonna sonora) per un totale di quattro statuette su otto nomination.

27 luglio 2020

Curtiz (Tamás Yvan Topolánszky, 2018)

Curtiz (id.)
di Tamás Yvan Topolánszky – Ungheria 2018
con Ferenc Lengyel, Evelin Dobos
**

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Nel 1942 il regista di origini ungheresi Michael Curtiz si accinge a girare a Hollywood una pellicola che cambierà le storia del cinema e, forse, le sorti della guerra in corso in Europa: "Casablanca". Mentre lotta con la produzione, cerca di trovare un finale adeguato, tiene a bada le ingerenze del responsabile della commissione governativa, Mr. Johnson (Declan Hannigan), che si aggira sul set per assicurarsi che il film non veicoli valori anti-americani, e contemporaneamente fa ogni sforzo per far uscire la sorella dall'Ungheria in orbita nazista, Curtiz deve fare i conti con l'inatteso arrivo della figlia di primo letto Kitty (Evelin Dobos), che non vedeva da 19 anni e che si è procurata un ruolo di comparsa pur di poter incontrare il padre. Fra biopic e metacinema, un "dietro le quinte" del film più famoso di tutti i tempi: ma dei vari Bogart, Bergman e Lorre intravediamo soltanto a tratti le figure, sfocate sullo sfondo per brevi istanti o addirittura fuori inquadratura, per focalizzarci invece sulle contraddizioni intime e il carattere spigoloso di Curtiz, cinico e donnaiolo, dispotico sul set e idiosincratico verso gli attori, ma incerto e insicuro nel profondo, raccontato attraverso il suo rapporto con la figlia, che cerca inutilmente di comprenderlo, e con l'antagonistico Johnson, che dubita della sua fedeltà alla causa americana (il film che sta girando dovrebbe mandare un messaggio di speranza e stimolare i giovani a combattere, ma il regista non sembra condividere la fiducia che si possa vincere la guerra). Raffinato nella forma (la fotografia è in bianco e nero, salvo colorarsi occasionalmente con la luce rossa che indica che sul set si sta girando, o con il fascio blu del proiettore), e con una colonna sonora jazz e sincopata, il film è ingessato e pretenzioso, anche se non privo di stimoli e di retroscena sulla lavorazione di "Casablanca" (come il fatto che la sceneggiatura venisse continuamente riscritta sul momento, che la scena dell'aeroporto fu girata con un falso aereo minuscolo e dei nani vestiti da meccanici, che il finale – rappresentato come un momento di presa di coscienza sociale e civile da parte del regista – fu scelto solamente all'ultimo istante). Scott Alexander Young è il produttore Hal B. Wallis, Jozsef Gyabronka l'attore S.Z. Sakall. Da notare le frecciatine a Trump (si dice che Ronald Reagan si è arruolato perché vuole rendere l'"America great again", e si parla di "alternative facts"). In una scena si vede Lucas, il figlio di Bess (Nickolett Barabas), la seconda moglie di Curtiz, mentre disegna astronavi e personaggi di "Star Trek": anche se è improbabile che abbia ideato lui il design dei vulcaniani e dell'Enterprise, Lucas fu in effetti uno degli scrittori e dei registi che lavorarono alla serie di Roddenberry.

26 luglio 2020

Il tesoro (Corneliu Porumboiu, 2015)

Il tesoro (Comoara)
di Corneliu Porumboiu – Romania 2015
con Toma Cuzin, Adrian Purcarescu
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Quando il vicino di casa Adrian, in difficoltà economiche, gli chiede di aiutarlo ad assumere un tecnico con un metal detector per andare alla ricerca di un presunto tesoro, sepolto anni prima dal nonno nel giardino di una villa di campagna, Costi accetta senza pensarci troppo. Per lui è un modo di vivere un'avventura simile a quelle dei libri (come "Robin Hood") che legge al figlioletto ogni sera. Una pellicola dai tempi dilatati e dai dialoghi realistici che convivono con una cifra assurda e iperreale (quasi alla Kaurismäki), dove la ricerca del tesoro si trasfigura in chiave esistenzialista ma, al contempo, conserva tutta la sua minimalistica concretezza – la meticolosa scansione del terreno con il metal detector, il lungo scavo, le questioni burocratiche (ogni rinvenimento deve essere comunicato alla polizia, nel caso di trattasse di oggetti legati al "patrimonio nazionale") – sfiorando dunque temi personali, politici, economici, famigliari. Quasi ogni scena, per quanto possa sembrare semplice o insignificante – dal capo del protagonista che trova più plausibile che lui abbia una relazione extraconiugale piuttosto che vada a caccia di un tesoro, al finale in cui l'uomo soddisfa il desiderio "romantico" e adolescenziale del figlioletto di vederlo tornare con una cassetta piena di oro e gemme – possiede come chiave di lettura l'elogio della fantasia e del perseguimento dei propri sogni rispetto all'accettazione di una realtà grigia e burocratica. E proprio nella soddisfazione (o nella condivisione) di queste aspettative la pellicola stessa assume un significato profondo, che la eleva al di sopra della sua narrazione lineare e senza fronzoli.

25 luglio 2020

A river called Titas (Ritwik Ghatak, 1973)

A river called Titas (Titash ekti nadir naam)
di Ritwik Ghatak – Bangladesh/India 1973
con Rosy Samad, Kabori Sarwar
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

È uno dei primi (e più importanti) film bangladesi ad aver raggiunto la notorietà internazionale, poco dopo l'indipendenza del paese nel 1971. Sulle sponde del fiume Titas si dipanano nel corso degli anni le storie di diversi personaggi, per lo più abitanti dei villaggi di pescatori che proprio al grande fiume devono la loro sopravvivenza, venerandolo e utilizzandolo anche per le loro cerimonie (dai matrimoni ai funerali: "senza acqua le nostre anime non possono salire in cielo"). Il giovane Kishore (Prabir Mitra) sposa una ragazza di un altro villaggio, Rajar Jhi (Kabori Sarwar), ma la sposa incinta viene rapita dai banditi che la sottraggono dalla barca dopo la prima notte di nozze. Per la perdita Kishore diventa pazzo, mentre Rajar Jhi, liberatasi e soccorsa da altri pescatori, non farà ritorno che dieci anni più tardi, ignorando il nome del suo sposo e conoscendo solo quello del suo villaggio. Insieme al figlioletto Ananta è accolta (contro il volere della sua famiglia) da Basanti, giovane e combattiva vedova che un tempo era innamorata proprio di Kishore e che desidera disperatamente diventare madre, al punto da adottare il ragazzino. Nella seconda parte del film la storia si sfilaccia, presenta nuovi personaggi e si fa ancora più complessa, introducendo il tema delle rivalità incrociate fra i pescatori, i contadini e i mercanti della zona, faide fra caste che porteranno al prosciugamento del fiume... Da un romanzo dello scrittore bengalese Adwaita Mallabarman, una pellicola fluviale ed epica, meditativa ed esistenzialista, un affresco corale che intreccia molte storie su un unico scenario. Al di là degli aspetti cinematografici (il ritmo lento, la fotografia in bianco e nero, l'approccio neorealista contaminato però da una qualità astratta e quasi surreale, la colonna sonora che fonde la musica tradizionale con i silenzi e i suoni della natura), suscitano interesse soprattutto quelli antropologici e i ricchi sottotesti culturali e spirituali: evidenti negli usi e i costumi degli abitanti dei villaggi, i riti, le feste e le tradizioni, i miti (Rajar Jhi è paragonata più volte a una dea e chiamata Bhagavati), le fiabe e le storie di fantasmi, ma soprattutto il ruolo delle donne, autentiche protagoniste della pellicola come della vita delle comunità (sono loro a gestire le case mentre i mariti e i padri vanno a pesca), pur se formalmente subordinate agli uomini (tanto da perdere il loro nome proprio ed essere identificate soltanto come "la moglie di...", "la madre di...", "la sorella di...", "la figlia di..."). Amicizia, accoglienza, rivalità, grettezza, e tutto il campionario di atteggiamenti, vizi e virtù degli esseri umani plasmano poi i rapporti fra i singoli personaggi, le famiglie, le caste e le comunità, in una spirale alternata di solidarietà e di ostilità, mentre il fiume fa da silenzioso e implacabile osservatore, solcato da innumerevoli barche e chiatte, a remi o a vela, fino a quando persino l'unità dei pescatori e la loro aderenza a stili di vita e tradizioni antiche devono cedere il passo alla cattiveria del mondo moderno che avanza e ai tempi che cambiano (nessun fiume è eterno!).

24 luglio 2020

Hobitit (Timo Torikka, 1993)

The Hobbits (Hobitit)
di Timo Torikka – Finlandia 1993
con Taneli Mäkelä, Pertti Sveholm
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Miniserie in nove episodi (di circa 25 minuti l'uno) per la tv finlandese ispirata a “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien. Il titolo originale significa “Gli hobbit”: e infatti la storia è narrata interamente dal punto di vista di questi ultimi, in particolare di Sam Gamgee che, giunto in tarda età, legge le proprie avventure ai suoi figli (un'idea ripresa dal celebre "Epilogo" che Tolkien aveva scritto ma poi eliminato dalla trilogia), glissando rapidamente sugli eventi che accadevano quando lui o Frodo non erano presenti. Fa eccezione il primo episodio, che riassume l'incontro di Bilbo con Gollum, il ritrovamento dell'anello e la gara di indovinelli (da “Lo Hobbit”), mentre i successivi coprono la trilogia canonica: “La compagnia dell'anello” (episodi 2-6), “Le due torri” (7-8) e “Il ritorno del re” (9). Gli ultimi tre episodi si concentrano sull'attraversamento di Mordor e sul ritorno nella Contea, lasciando dunque da parte le vicende di Gandalf e Aragorn e le battaglie di Rohan e Gondor successive allo scioglimento della compagnia dell'anello, che vengono solo riassunte a parole. Se a prima vista la serie può sembrare di scarsissima qualità, soprattutto per l'estetica, i costumi e il production value (è girata completamente in interni, con modellini e sfondi proiettati su chroma key), guardandola con attenzione si giunge invece ad apprezzarla per diversi motivi. Primo su tutti l'enorme rispetto per il materiale originale: una volta accettata la scelta di eliminare tutte le parti che non vedono protagonisti gli hobbit, si scopre che forse siamo di fronte all'adattamento del romanzo più fedele mai visto. Sono presenti infatti personaggi ed episodi che sia la versione animata di Ralph Bakshi sia quella hollywoodiana di Peter Jackson hanno preferito eliminare, come l'attraversamento della Vecchia Foresta e l'incontro con Tom Bombadil, per esempio, ma anche la battaglia finale per liberare la Contea occupata. Le atmosfere, dopo alcuni episodi di rodaggio, cominciano ad apparire sempre più convincenti, e la mancanza di budget diventa di colpo poco importante di fronte ai dialoghi e alle caratterizzazioni dei personaggi veicolate da un gruppo di buon attori, gli stessi che avevano già interpretato una riduzione teatrale del romanzo a Suomenlinna nel 1988/89. Taneli Mäkelä è un Frodo che si fa progressivamente più tormentato, Pertti Sveholm un Sam convincente e mai macchiettistico, Vesa Vierikko un Gandalf mistico e carismatico, ma la vera stella è Kari Väänänen nel doppio ruolo di Gollum e di Aragorn. Un altro nome noto nel cast è il “kaurismakiano” Matti Pellonpää nei panni di Saruman il bianco. E a rimanere impresso è anche il Boromir “orientale” interpretato da Carl-Kristian Rundman. La colonna sonora di Toni Edelmann comprende numerose canzoni (con testi tratti dalle poesie del libro). Nel complesso, se lo “Hobbit” russo del 1985 deve essere considerato soltanto una buffa curiosità, questo “Signore degli Anelli” finlandese ha sorprendentemente i suoi pregi: ah, se solo gli autori avessero avuto più tempo e denaro a disposizione!

23 luglio 2020

The Hobbit (Roman Mitrofanov, 1991)

Tesori sotto la montagna (Sokrovishha pod goroj)
di Roman Mitrofanov – URSS/Russia 1991 [incompiuto]
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Di tutte le versioni de "Lo Hobbit", questa è forse la più affascinante e la più misteriosa. Avrebbe dovuto trattarsi di un adattamento animato, prodotto in Unione Sovietica, di cui però sono sopravvissuti soltanto pochi minuti, vale a dire l'incipit con l'antefatto della storia. La lavorazione fu infatti interrotta e il film è rimasto incompiuto. Per quale motivo? Non soltanto per questioni economiche o artistiche: probabilmente la colpa è proprio della dissoluzione dell'URSS e della ristrutturazione che ne seguì. Senza contare che, in precedenza, la questione di ottenere i diritti di un'opera occidentale per trarne un adattamento cinematografico (animato o meno) spesso non si poneva, mentre nella Russia degli anni novanta questo diventava un problema. In ogni caso è un vero peccato, dato che i sei minuti presenti su YouTube lasciano immaginare un film molto interessante. Le due sole scene esistenti mostrano infatti una certa originalità, a cominciare dall'impostazione. L'ordine degli eventi non è infatti quello del romanzo di Tolkien: non si inizia con Bilbo e il suo incontro con Gandalf, ma con una narrazione degli antefatti. Dapprima c'è il racconto della fondazione del regno di Thrain, della prosperità della città di Dale (che sembra una cittadina della campagna russa) e della sua devastazione da parte del drago Smaug; passiamo poi alla riunione di Thorin e dei suoi nani con Gandalf, che li invita a cercare un quattordicesimo membro della loro compagnia. Dopodiché i nani partono per il loro viaggio. Disegni e animazione sembrano di qualità, non certo peggiori di quelli della versione americana Rankin/Bass: Gandalf in particolare incute rispetto e timore, e i nani sono differenziati ma non macchiettistici. Purtroppo non abbiamo a disposizione un'immagine di Bilbo. Bella la voce del narratore, Gandalf stesso (Nikolay Karachentsov), che passa dal parlato al cantato con grande nonchalance.

22 luglio 2020

The Hobbit (Vladimir Latyshev, 1985)

Il viaggio favoloso del signor Bilbo Baggins, lo Hobbit
(Skázochnoye puteshéstviye místera Bíl'bo Bégginsa, Khóbbita)
di Vladimir Latyshev – URSS 1985
con Mikhail Danilov, Zinovy Gerdt
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Questo film tratto da "Lo Hobbit", girato per un programma di fiabe per bambini per la televisione sovietica, deve essere considerato il primo adattamento di un romanzo di Tolkien con attori in carne e ossa: tutti i precedenti tentativi (dal film di Bakshi agli speciali televisivi di Rankin/Bass), infatti, erano in animazione. Certo, è girato al risparmio e si vede, fra barbe finte e fondali dipinti: l'aspetto dei personaggi è al limite del ridicolo, e gli effetti speciali sono assenti o dozzinali (persino Georges Méliès, agli albori del cinema, faceva di meglio!). Eppure, sarà per amore della storia e dell'avventura, si lascia anche guardare con divertimento. Molte parti della vicenda sono assenti (mancano Beorn, Gran Burrone, gli elfi di Bosco Atro) o menzionati in poche battute (i troll, i lupi e le aquile), ma quelle che sono state conservate hanno il giusto spazio: i nani e le loro canzoni, la gara di indovinelli con Gollum, il dialogo con il drago Smaug. L'incontro con i ragni e la battaglia dei cinque eserciti, di contro, sono risolti in pochi istanti. Bard e gli uomini di Pontelagolungo appaiono più "grandi" grazie a una sovrimpressione, mentre i goblin sono fin troppo umani. Il protagonista Bilbo, interpretato da Mikhail Danilov, è ben più pacioccone di come siamo abituati, mentre i ruoli di contorno sono assegnati ad attori teatrali di una certa fama: Ivan Krasko è Gandalf, Igor Dmitriev è Gollum, Anatoly Ravikovich è Thorin Scudodiquercia. Smaug è una marionetta. La cosa migliore sono forse le canzoni, niente male, mentre assai curiosa è la presenza di un narratore (chiamato "L'autore" nei credits: nelle intenzioni voleva essere lo stesso Tolkien) che introduce la vicenda e la punteggia con i suoi commenti. Nel complesso il film rimane una buffa curiosità, ma non priva di interesse per un fan tolkieniano (si astengano invece i cinefili!).

21 luglio 2020

Favolacce (D. e F. D'Innocenzo, 2020)

Favolacce
di Damiano e Fabio D'Innocenzo – Italia 2020
con Elio Germano, Lino Musella
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Attraverso il diario di una ragazzina, rinvenuto fra la spazzatura e lettoci dalla voce di un narratore fuori campo, seguiamo le storie di alcune famiglie della periferia a sud di Roma: storie soprattutto di bambini e adolescenti, che crescono con fatica in mezzo ad adulti ostili o indifferenti, vivono le prime esperienze sessuali, o soffrono di emarginazione o introversione. Fra coming-of-age e duro contatto con il mondo (brutto) degli adulti, quasi tutte queste storie hanno un finale tragico, da cui il titolo "favolacce". Il secondo lungometraggio dei fratelli D'Innocenzo è, come il primo ("La terra dell'abbastanza"), un duro affresco di periferia, dai toni cupi e pessimisti, con personaggi infelici e senza alcuna possibilità di redenzione. Se il precedente, però, parlava di malavita e delinquenza, questo si cala nel disagio nascosto all'interno di famiglie apparentemente normali. Peccato che i personaggi e le loro storie siano davvero poco interessanti, che gli spunti siano già visti mille volte, che la regia monotona sia incapace di stimolare l'interesse o la curiosità dello spettatore, che le prove degli attori (tutti di livello televisivo) siano piatte e stereotipate. Ma soprattutto che il sonoro in presa diretta impedisca, anche stavolta, di comprendere almeno la metà delle parole di dialoghi biascicati e funestati da una pessima dizione. Cari registi e produttori italiani, ve lo dico ancora: tornate al doppiaggio! Esagerato l'apprezzamento critico (è stato scomodato persino il Vittorio De Sica de "I bambini ci guardano", dove però il mondo degli adulti aveva ben altro spessore e quello dei bambini ne era una lente d'ingrandimento o deformante). Il film ha vinto l'Orso d'Argento a Berlino per la sceneggiatura: l'avranno visto con i sottotitoli, almeno ci hanno capito qualcosa.

20 luglio 2020

Marty, vita di un timido (D. Mann, 1955)

Marty, vita di un timido (Marty)
di Delbert Mann – USA 1955
con Ernest Borgnine, Betsy Blair
***

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Il macellaio italo-americano Marty Piletti (Borgnine) ha 34 anni e vive ancora con la madre, mentre tutti i suoi numerosi fratelli si sono già sposati. Lui, invece, fatica a trovare una ragazza, anche perché è tutt'altro che bello e prestante, e trascorre le serate libere in casa o gironzolando con gli amici perditempo. Quando ormai non ci sperava più, incontra in una sala da ballo la giovane insegnante Clara (Blair), triste e solitaria come lui: che sia la sua anima gemella? Il pregio maggiore di questo film, il più celebre del regista Delbert Mann, è il modo realistico con cui tratteggia personaggi e situazioni, senza abbellimenti o esagerazioni hollywoodiane né svolte drammatiche o colpi di scena improbabili: per questo è facile lasciarsi coinvolgere e, magari, identificarsi nei teneri e disperati protagonisti. L'ottimo Borgnine era agli esordi di una lunga carriera che raramente, purtroppo, gli riserverà altre parti da protagonista (ma lo ricordiamo in celebri western come “Il mucchio selvaggio”). Impagabili i siparietti con la mamma (Esther Minciotti) e la zia (Augusta Ciolli), doppiate alla perfezione in un misto di italiano e dialetto abruzzese, che mettono in luce le dinamiche (tipicamente italiane, ma in realtà comuni in tutto il mondo) dei difficili rapporti fra madri e figli, o meglio fra le madri vedove e i figli sposati: madri che prima insistono affinché i figli si sposino, ma poi hanno sempre da ridire a proposito delle nuore. Joe Mantell è l'amico Angelo, Jerry Paris il cugino Tommy, Karen Steele la moglie di questi, Virginia. Girata a basso budget nelle strade del Bronx e come rifacimento di un film per la tv, la pellicola riscosse un grande successo di critica: vinse non solo l'Oscar per il miglior film (e quelli per la regia, l'attore protagonista e la sceneggiatura di Paddy Chayefsky, più altre quattro nomination) ma anche la Palma d'Oro al Festival di Cannes, impresa riuscita solo ad altri due film ("Giorni perduti" e "Parasite").

19 luglio 2020

Prendi i soldi e scappa (W. Allen, 1969)

Prendi i soldi e scappa (Take the money and run)
di Woody Allen – USA 1969
con Woody Allen, Janet Margolin
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Cresciuto in un quartiere disagiato di San Francisco, Virgil Starkwell diventa – senza troppa fortuna – un criminale che alterna fallimentari tentativi di rapine in banca a brevi soggiorni in penitenziari dai quali, in un modo o nell'altro, riesce sempre ad evadere. Al suo primo vero film da autore completo (attore, sceneggiatore e regista) dopo l'esperimento "Che fai, rubi?", Woody Allen sceglie la strada del mockumentary (il "finto documentario"), con tanto di voce narrante e di interviste ai vari personaggi che il protagonista ha incontrato nel corso della sua vita (a partire dai genitori, che appaiono sullo schermo con nasi e baffi finti). Lo sfortunato Virgil è una specie di Clyde, la cui Bonnie è rappresentata dalla tenera e virginea Louise (Janet Margolin), incontrata per caso (“Era così tenera, così dolce mentre camminava accanto a me nel parco, che dopo quindici minuti avevo già deciso di sposarla. Dopo mezz'ora avevo rinunziato del tutto all'idea di rubarle la borsetta”). La comicità è soprattutto situazionista, praticamente slapstick (esilaranti le scene in cui il protagonista è incatenato ad altri cinque evasi con cui forma una chain gang), lontana dalla verbosità e dalle ossessioni intellettuali che diventeranno il marchio di fabbrica del comico dal decennio successivo. La tecnica del documentario anticipa naturalmente "Zelig" (e c'è anche una scena in cui Virgil, per breve tempo, si trasforma in un rabbino). Prima di decidere di fare lui stesso il regista, Allen aveva chiesto che a dirigere la pellicola fosse Jerry Lewis. Il film è stato scritto insieme all'amico Mickey Rose, che Woody aveva conosciuto al liceo e che collaborerà con lui anche nel suo secondo film, "Il dittatore dello stato libero di Bananas".

18 luglio 2020

Che fai, rubi? (Woody Allen, 1966)

Che fai, rubi? (What's up, Tiger Lily?)
di Woody Allen [e Senkichi Taniguchi] – USA/Giappone 1966
con Woody Allen, Tatsuya Mihashi
*

Rivisto in divx.

Il primo film diretto da Woody Allen (che all'epoca vantava già una brillante carriera da autore, comico, cabarettista) è una vera sciocchezza, di quelle che tutti prima o poi provano a fare per gioco: il ridoppiaggio comico di un altro film, nella fattispecie una spy story giapponese, "Kokusai himitsu keisatsu: Kagi no kagi", quarto capitolo di una serie di spionaggio che già parodiava per conto suo le pellicole di James Bond. Allen ne stravolge il montaggio e ne modifica i dialoghi, trasformando la storia in una confusa lotta per il possesso di una ricetta per l'insalata di uova. Ma se l'idea poteva anche dare i suoi frutti, è sorprendente quanto il risultato sia poco (leggi: per nulla) divertente, del tutto privo di battute memorabili o di situazioni esilaranti. Peggio ancora, la produzione avrebbe aggiunto ulteriori scene all'insaputa di Allen (come quelle con i membri del gruppo musicale The Lovin' Spoonful, che firma la colonna sonora), gonfiando per la distribuzione cinematografica quello che inizialmente doveva essere uno special televisivo della durata di un'ora. E come se non bastasse, il doppiaggio italiano altera a sua volta i dialoghi e i nomi dei personaggi (il protagonista, chiamato Phil Moscowitz nella versione di Allen, diventa "James Tokio, agente 006", mentre le due fanciulle interpretate da Akiko Wakabayashi e Mie Hama, che erano le sorelle Suki Yaki e Teri Yaki, diventano delle più banali Rosie e Samantha). La ragazza che si spoglia sui titoli di coda è la playmate China Lee. Nel complesso una farsa noiosa, di interesse solo per i completisti di Allen, che lascia semmai con la curiosità di guardarsi il film giapponese originale.

17 luglio 2020

Ciao pussycat (Clive Donner, 1965)

Ciao pussycat (What's new pussycat)
di Clive Donner – USA/Francia 1965
con Peter O'Toole, Peter Sellers
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Il britannico Michael James (Peter O'Toole), redattore per una rivista di moda a Parigi, esita a sposarsi con la sua eterna fidanzata Carole (Romy Schneider) perché non vuole rinunciare alle avventure quotidiane con le numerose altre donne che gli girano attorno (e che chiama tutte con il vezzegiativo “Pussycat”). Fra queste: la spogliarellista Liz (Paula Prentiss), perennemente depressa e incline al suicidio; la ninfomane Renée (Capucine), paziente dello psicanalista Fritz Fassbender (Peter Sellers), a sua volta ossessionato dal sesso e geloso dei successi di Michael; e la paracadutista Rita (Ursula Andress), che gli piomba giù letteralmente dal cielo. Pochade scollacciata che ha i suoi pregi essenzialmente nel gruppo di interpreti, fra i quali spicca Woody Allen, autore anche della sceneggiatura, alla sua prima esperienza nel cinema (prima di esordire l'anno successivo anche alla regia) nei panni di Victor, l'amico imbranato di Michael e Carole (battuta cult: "Ho trovato lavoro in un locale di striptease, aiuto le ragazze a spogliarsi e a vestirsi. 24 franchi a settimana" - "Non sono molti" - "Beh, è quanto posso spendere..."). Nel complesso una farsa di scarso valore che ironizza sulle dipendenze sessuali ma anche (e soprattutto) sulla psicanalisi, leitmotiv di tutto il cinema di Allen, con Sellers nei panni di un terapeuta che ha più problemi dei suoi stessi pazienti. Camei di Richard Burton e Françoise Hardy. Il tema musicale, cantato da Tom Jones, è di Burt Bacharach. Inizialmente i protagonisti avrebbero dovuto essere Warren Beatty e Groucho Marx.

16 luglio 2020

Alita (Robert Rodriguez, 2019)

Alita: Angelo della battaglia (Alita: Battle Angel)
di Robert Rodriguez – USA 2019
con Rosa Salazar, Christoph Waltz
**

Visto in TV (Now Tv).

Nel ventiseiesimo secolo, trecento anni dopo "la caduta" (una guerra globale che ha devastato la Terra e decimato l'umanità: gran parte dei sopravvissuti vive di stenti nella "Città di ferro", baraccopoli che sorge in superficie, mentre un'irraggiungibile elite si è insediata a Zalem, metropoli fluttuante nel cielo), lo scienziato Dyson Ido (Christoph Waltz) rinviene in una discarica i resti di una cyborg guerriera, alla quale ricostruisce il corpo e dà il nome della propria figlia defunta, Alita. Alla ricerca della propria identità, di cui non ha che frammenti di memoria, Alita (Rosa Salazar) fa amicizia con il giovane Hugo (Keean Johnson) – che a sua insaputa si guadagna da vivere rubando e vendendo pezzi di ricambio di cyborg – e si attira le antipatie di Zapan (Ed Skrein), arrogante "braccatore" (cacciatore di taglie che cattura o uccide i cyborg criminali) e di Grewishka (Jackie Earle Haley), capo di una banda di cyborg assassini. Ma soprattutto scopre di essere sulla lista nera di Nova (Edward Norton), il misterioso leader di Zalem, in grado di trasferire la propria coscienza nei suoi sottoposti sulla Terra, come il potente boss criminale Vector (Mahershala Ali), al cui servizio c'è la dottoressa Chiren (Jennifer Connelly), ex moglie di Dyson. Come si vede, tanti personaggi e una storia complessa ma confusa e incoerente: il tutto soltanto per essere messo al servizio di frenetiche scene d'azione (la cosa migliore del film), come le battaglie fra cyborg che usano armi o arti marziali, o gli incontri di Motorball, sport motoristico fra cyborg su pattini che è un po' una via di mezzo fra il Rollerball e le Robot Wars televisive. Tratto dal manga di Yukito Kishiro (che personalmente lessi negli anni novanta, ma di cui non ricordo molto) e realizzato dopo una lunghissima gestazione (James Cameron, qui soltanto produttore e co-sceneggiatore, stava pensando di farne un film da almeno una ventina d'anni), il lungometraggio fa amplissimo uso di effetti digitali, non solo nelle scene d'azione ma anche per le scenografie e le fattezze dei personaggi (i corpi dei cyborg e il volto della protagonista, con grandi occhioni da manga/anime che generano una sorta di effetto Uncanny Valley, probabilmente voluto per ricordare allo spettatore che non si tratta di un normale essere umano). Poco originale nei suoi temi (è la solita variazione su Pinocchio/Astroboy, già vista per esempio in "A.I.") e banale quando scimmiotta situazioni da romanzo o film per young adult (vedi il personaggio di Hugo e tutto il suo rapporto sentimentale con Alita), la pellicola non è altro che una delle tante avventure di azione/SF per adolescenti. La sceneggiatura lascia però trapelare interessanti sviluppi, nonché un mondo più vasto (Rodriguez ha infatti condensato uno script di Cameron molto più lungo): e il finale lascia la porta aperta a uno o più sequel che potrebbero approfondire meglio le motivazioni e le vicende narrate nel fumetto originale. Alla fine Alita scopre infatti di essere un'arma da combattimento prodotta dalla "tecnarchia URM", gli antichi avversari di Zalem, contro cui si era battuta tre secoli prima.

15 luglio 2020

Cena con delitto (Rian Johnson, 2019)

Cena con delitto - Knives out (Knives Out)
di Rian Johnson – USA 2019
con Ana de Armas, Daniel Craig
***

Visto in TV (Prime Video).

Quando l'anziano e ricco scrittore Harlan Thrombey (Christopher Plummer) viene trovato morto nel suo studio, tutti pensano a un suicidio. Ma il detective privato Benoît Blanc (Daniel Craig), ingaggiato con una lettera anonima da uno sconosciuto, indaga per scoprire se sia stato invece assassinato... Ottimamente scritto e diretto, e con un cast di gran livello, un film che sorprende e che mantiene persino più di quanto promette. L'impostazione è infatti quella del classico giallo deduttivo alla Agatha Christie, o whodunit che dir si voglia (tutti i famigliari della vittima, ospiti a casa sua la sera precedente per festeggiarne il compleanno e divisi – dietro l'armonia apparente – da dissidi e gelosie, avevano infatti un motivo per volerlo morto), che fa uso dei principali luoghi comuni del genere (al punto che un personaggio all'inizio commenta "Questa sembra la casa del Cluedo"), su cui però Johnson gioca a mescolare le carte. E pur mantenendone le regole e gli ingredienti (ma in maniera originale e mai parodistica, citazionistica o postmoderna) e fornendo alla fine una soluzione che non delude lo spettatore né sbeffeggia l'intelligenza sua o degli stessi personaggi, ne innova in parte la struttura. Per cominciare, anche se probabilmente il detective Blanc darà vita a una serie (un secondo film sarebbe già in lavorazione), la vera protagonista è Marta Cabrera (Ana de Armas), l'infermiera latino-americana che si occupava dello scrittore defunto. Suo è il punto di vista di tutta la storia, ed è lei a conoscere molti dei reali retroscena del delitto, che vengono rivelati in un flashback anche a noi spettatori ma non all'investigatore che la prende come sua "aiutante" (diventa il dottor Watson di turno!). Una delle particolarità di Marta è quella di essere "allergica" alle menzogne, al punto da non poter dire una bugia senza vomitare all'istante: il che non le impedisce di raccontare a Blanc solo parte della verità, nascondendo elementi importanti (un po' come faceva il narratore de "L'assassinio di Roger Ackroyd", anch'egli scelto da Poirot come suo assistente). Certo, la trovata di rendere partecipe lo spettatore (ma non l'investigatore) della dinamica del delitto sin dall'inizio non è nuova: si tratta di una inverted detective story come quelle del tenente Colombo. L'ulteriore valore aggiunto, quello che eleva la pellicola al di sopra del proprio genere, è però la lettura socio-politica: l'intera storia è una metafora dell'America ai tempi di Trump: un'America bianca e indolente che vive sulle spalle degli antenati che hanno costruito la casa (leggi: la nazione), nemmeno tanto vecchia poi; privilegiati che quasi non si accorgono degli immigrati di cui sfruttano i servizi (non sanno nemmeno da dove proviene Marta: c'è chi dice dall'Ecuador, chi dall'Uruguay, chi dal Brasile) o li guardano con accondiscendenza dall'alto in basso, che poi si indignano quando questi cominciano a rivendicare il diritto di essere considerati loro pari o finiscono addirittura col superarli ("Ti abbiamo fatto entrare in casa nostra e tu ci rubi tutto!") e che, prima che se ne rendano conto, si ritrovano fuori dalla casa mentre loro ne prendono possesso (esemplare la scena finale). Oltre a Craig, Plummer e de Armas, il cast è completato da Jamie Lee Curtis (Linda, la prima figlia di Harlan), Don Johnson (Richard, suo marito), Michael Shannon (Walt, il secondo figlio), Toni Collette (Joni, la nuora), Chris Evans (Ransom, figlio di Linda e Richard, la "pecora nera" della famiglia), Katherine Langford (Meg, la figlia di Walt). Piccole parti inoltre per Frank Oz (l'avvocato), Lakeith Stanfield e Noah Segan (i due poliziotti), K Callan (la vecchia nonna) ed Edi Patterson (la domestica).

14 luglio 2020

Insieme a Parigi (Richard Quine, 1964)

Insieme a Parigi (Paris when it sizzles)
di Richard Quine – USA 1964
con William Holden, Audrey Hepburn
**

Visto in TV.

Lo sceneggiatore americano Richard Benson (Holden), alcolista, donnaiolo e disilluso, deve scrivere in soli due giorni la sceneggiatura per il film "La ragazza che rubò la Torre Eiffel" che gli era stata commissionata mesi prima dal produttore Meyerheim (Noël Coward). Ad aiutarlo, nel suo appartamento di Parigi, arriva la spigliata dattilografa Gabrielle Simpson (Hepburn). Insieme i due improvviseranno la trama del film (che si svolge tutto in un solo giorno, la festa nazionale del 14 luglio), cambiandone continuamente mood e direzione con improbabili svolte e colpi di scena, mentre sia i personaggi dello script (che sono dei loro alter ego, Rick e Gaby) sia loro stessi finiranno per innamorarsi. Remake di una commedia francese del 1952 ("Henriette" di Julien Duvivier) adattata da George Axelrod, una confusa parodia del cinema hollywoodiano e dei suoi vari generi (sono attraversati tutti, dal romantico allo spionaggio). Anche se al pastiche non mancano fantasia e dialoghi spigliati e sopra le righe, il suo punto di forza sono soprattutto i due interpreti, che avevano già recitato insieme dieci anni prima in "Sabrina". Fra le cose più divertenti ci sono gli strali che l'idiosincratico sceneggiatore lancia contro i film impegnati ("dove non succede mai niente") o contro gli attori (riservando continue figuracce o umiliazioni a Tony Curtis, qui costretto in un ruolo secondario). Molti inoltre i riferimenti espliciti ad altri film di Audrey Hepburn (da "Colazione da Tiffany" a "My fair lady"). Grégoire Aslan è l'ispettore Gilet, l'acerrimo nemico del "ladro internazionale" Rick nel film, mentre Raymond Bussières è uno dei gangster. Breve cameo per Marlene Dietrich. Il titolo originale proviene da un verso di una canzone di Cole Porter. Mentre si trovava a Parigi, la Hepburn girò di seguito anche un altro film, "Sciarada" di Stanley Donen. L'anno successivo Quine firmerà un'altra pellicola che gioca a mescolare la fantasia di uno scrittore (stavolta di fumetti) con la realtà, "Come uccidere vostra moglie".

13 luglio 2020

Turné (Gabriele Salvatores, 1990)

Turné
di Gabriele Salvatores – Italia 1990
con Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Gli attori Dario (Abatantuono) e Federico (Bentivoglio), amici da una vita, partono in tournée con una compagnia teatrale per portare nelle cittadine di tutta Italia una rappresentazione de "Il giardino dei ciliegi" di Cechov. Se per Dario è un modo di riempire il tempo in attesa che giunga la chiamata di un regista di Hollywood, Federico – trascinato dall'amico – è in profonda crisi perché la sua fidanzata Vittoria (Laura Morante), conduttrice radiofonica, l'ha lasciato per un altro uomo, di cui ignora l'identità: in effetti si tratta proprio di Dario, che non riesce a trovare il coraggio di dirglielo. Dopo "Marrakech Express" (e prima di "Mediterraneo"), un altro film per Salvatores sui temi del viaggio e dell'amicizia, stavolta declinato su due soli personaggi che si completano a vicenda: le caratteristiche che mancano all'uno sono infatti presenti nell'altro, tanto che la stessa Vittoria dice che "voi due, insieme, siete un uomo perfetto". I trasferimenti avvengono a bordo della vecchia Mercedes W110 di Federico, quella con cui i due amici da giovani avevano intrapreso "mitici" viaggi all'estero a cui adesso, sulla soglia dei quarant'anni, ripensano con nostalgia (e che rappresenta, potenzialmente, una via di fuga dalla realtà). Il rapporto diventato ora a tre (Dario, Federico e Vittoria) fa da filo conduttore, così come la tournée teatrale, a una vicenda intima che si snoda tappa dopo tappa per tutta la penisola, attraversando scorci e scenari di provincia (dalla Puglia all'Umbria, dalla Romagna alle Marche: la diga preso la quale i tre si fermano è quella della Gola del Furlo). Nella colonna sonora spicca "Rimmel" di Francesco De Gregori, ma anche "A zonzo" di Ernesto Bonino (resa celebre nella versione nonsense cantata da Alberto Sordi, come doppiatore di Oliver Hardy, ne "I diavoli volanti"). In piccoli ruoli si riconoscono Ugo Conti (il direttore di scena), Giovanni Bosich (il capo della compagnia) e Claudio Bisio (il benzinaio).

12 luglio 2020

Solo sotto le stelle (David Miller, 1962)

Solo sotto le stelle (Lonely are the brave)
di David Miller – USA 1962
con Kirk Douglas, Gena Rowlands
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il mandriano Jack W. Burns (Kirk Douglas) è un uomo fuori dal suo tempo: ama le praterie, i grandi spazi e la libertà, non ha domicilio, si sposta a cavallo come i cowboy di una volta e senza documenti, e ovviamente mal sopporta il mondo moderno con le sue regole e limitazioni. Quando viene a sapere che il suo più caro amico Paul (Michael Kane), colui che ha sposato la donna che anche lui amava (Gena Rowlands), è stato chiuso in prigione per aver sfamato e protetto degli immigrati clandestini, si fa arrestare apposta per poterlo incontrare in carcere. Da lì, naturalmente, non perde tempo a evadere (“Non ci resto in questo posto: impazzirei, ucciderei qualcuno!”) per fuggire verso il Messico, in sella alla sua cavalla Whisky. Ma sulle sue tracce si lancia la polizia, guidata dallo sceriffo locale, Morey Johnson (Walter Matthau), che con tanto di elicotteri e camionette lo bracca sul fianco della montagna che si frappone fra lui e la libertà... Sceneggiato da Dalton Trumbo (con cui Douglas aveva già lavorato due anni prima in "Spartacus") da un romanzo di Edward Abbey, un western di ambientazione contemporanea che lo stesso attore considerava il suo preferito fra tutti i film che aveva interpretato. Avventuroso e intenso, sembra quasi l'anello di congiunzione fra "Una pallottola per Roy" e il primo "Rambo" – con la caccia all'uomo sulle montagne o in mezzo alla natura da parte di forze dell'ordine che non possono condonare il suo innato desiderio di libertà – naturalmente passando per film (come "L'ultimo buscadero" di Sam Peckinpah) che hanno raccontato il tramonto di un cowboy ormai trapiantato nel mondo moderno. Ottimo Douglas, alle prese come suo solito con un messaggio progressista e ancora d'attualità (da sottolineare l'amico intellettuale che si batte per i diritti degli immigrati). George Kennedy è il secondino “carogna”. Interessante vedere Matthau in un ruolo non comico, il simpatetico e comprensivo sceriffo cui fa da spalla William Schallert nella parte dell'assistente-telefonista.

11 luglio 2020

The return of the king (Rankin, Bass, 1980)

The Return of the King: a story of the Hobbits
di Arthur Rankin Jr., Jules Bass – USA/Giappone 1980
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Dopo "Lo Hobbit" del 1977, la casa di produzione Rankin/Bass decise di mettere in cantiere un secondo special televisivo in animazione tratto dalle opere di J.R.R. Tolkien. La scelta, quantomeno bizzarra, fu quella di adattare "Il ritorno del re", vale a dire la terza parte de "Il Signore degli Anelli", saltando a pié pari i primi due volumi della trilogia: ma in un certo senso si rivelò provvidenziale, avendo Ralph Bakshi lasciato nel frattempo a metà la propria trasposizione dopo aver coperto soltanto "La compagnia dell'anello" e parte de "Le due torri". Pur non condividendo con quella né l'atmosfera né lo stile di realizzazione, questo film finì dunque per esserne considerato il sequel non ufficiale. La sceneggiatura di Romeo Muller risolve in maniera sensata il problema di dover iniziare una storia da metà: anziché in media res si comincia dalla fine, quando Frodo e compagni si trovano a Rivendell per festeggiare il compleanno di Bilbo prima di partire dai Porti Grigi. Molti di questi elementi (Rivendell, Elrond, Bilbo e l'anello) erano già stati introdotti ne “Lo Hobbit”, e Rankin/Bass potè dunque cominciare da ambienti già noti e favorevoli, offrendo una parvenza di continuità. La storia è evocata da un menestrello di Gondor sotto forma di ballata, e questo forse aiuta a spiegare la preponderanza di canzoni (molto orecchiabili, ma di qualità altalenante) che punteggiano tutto il film, rendendolo di fatto un musical. Anche se fedele al libro, la maggior parte della narrazione è dedicata al viaggio di Frodo e Sam attraverso Mordor per distruggere l'Anello nella lava del Monte Fato (e fa anche un buon lavoro nel mostrarne tutto il lato cupo e oppressivo), lasciando poco spazio agli altri personaggi e ad altri eventi. Si inizia con Frodo prigioniero nella torre di Cirith Ungol e con Sam che va al suo salvataggio, mentre Pipino è già a Minas Tirith con Gandalf: guardando il film subito dopo quello di Bakshi, dunque, manca qualche passaggio (la seconda parte de "Le due torri", Saruman, gli Ent e Shelob). Anche se a lui è dedicato il titolo, Aragorn ha un ruolo ridotto e compare solo nel finale, mentre Legolas e Gimli sono del tutto assenti, e a Éowyn è riservata solo la scena dello scontro con il re degli stregoni. I difetti sono dovuti in gran parte proprio all'aver mantenuto le scelte che erano state effettuate nel precedente "Lo Hobbit": innanzitutto i toni infantili (gli orchi sono buffi mostriciattoli che non fanno alcuna paura) e le canzoni spesso fuori luogo e che contrastano con l'atmosfera plumbea e disperata di Mordor (si va dalle ballate folk di Glenn Yarbrough ai cori degli orchi in marcia). Aggiungiamoci poi un ritmo pesante e noioso, e i dialoghi irrealistici, enfatici e iper-espositivi, con tanto di pronunce errate ("all'inglese") di molti nomi e termini tolkieniani. Eppure, nonostante questi problemi, se visto a sé stante o appunto come seguito dello special su "Lo Hobbit", il film ha un suo perché, con tanto di coerenza interna (per esempio, si sofferma a spiegare che gli orchi sono le stesse creature che Bilbo chiamava goblin). Per gli stessi motivi, però, non funziona affatto come sequel del film di Bakshi, da cui è distante per tono, stile, impostazione, ambizioni e qualità, e rimane soltanto una curiosità di (moderato) interesse per i fan della Terra di Mezzo.

10 luglio 2020

Il Signore degli Anelli (Ralph Bakshi, 1978)

Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings)
di Ralph Bakshi – GB 1978
animazione tradizionale e rotoscope
**1/2

Rivisto in DVD.

Entrato in possesso dell'anello magico di Sauron (l'Oscuro Signore di Mordor che mira a dominare tutta la Terra di Mezzo), il piccolo hobbit Frodo Baggins lascia la natìa Contea con l'obiettivo di andare a distruggerlo nelle fiamme di Monte Fato, il vulcano dove fu forgiato, in pieno territorio nemico. Ad accompagnarlo nel suo lungo e difficile viaggio, oltre al fido Sam, ai cugini Merry e Pipino e allo stregone Gandalf il grigio, ci saranno i rappresentanti degli altri popoli liberi: uomini, elfi e nani. L'idea di realizzare una trasposizione cinematografica de "Il Signore degli Anelli", il grande romanzo fantasy di J.R.R. Tolkien, aveva cominciato a circolare già pochi anni dopo la sua pubblicazione, per scontrarsi però con innumerevoli difficoltà. Celebre è rimasta una lettera dello scrittore inglese in cui esaminava (e demoliva) passo dopo passo un progetto di riduzione per un film a cartoni animati che corrompeva, travisava ed edulcorava gran parte dei contenuti del libro. Un serio tentativo di produrre un film in live action (ovvero con attori in carne e ossa) fu portato avanti a lungo dalla United Artists, che acquistò i diritti del romanzo alla fine degli anni sessanta: furono coinvolti registi come Stanley Kubrick, David Lean e John Boorman, e persino i Beatles si dichiararono interessati a interpretarne i protagonisti, ma per un motivo o per l'altro i progetti non andarono a buon fine. Ci riuscì invece il produttore Saul Zaentz con questa versione in animazione diretta da Ralph Bakshi, già celebre per il cult "Fritz il gatto" e per un'altra pellicola fantasy in stile semi-tolkieniano, "Wizards". Non si tratta però di animazione pura e semplice: la pellicola fa ampio uso della tecnica chiamata rotoscope, che consiste nel "ricalcare" sequenze girate con attori in carne e ossa, che fungono da modello. In alcuni casi, poi, i tratti del disegno sono persino assenti ed è evidente che stiamo assistendo a sequenze dal vivo, appositamente "camuffate" (segnatamente nel prologo e nelle scene di battaglia, nonché in tutte quelle che vedono grandi masse di uomini, di cavalli o di orchi in movimento, come a Bree e al Fosso di Helm).

Considerando giustamente impossibile raccontare l'intera storia concentrandola in un solo film (il romanzo, densissimo, ha più di mille pagine!), Bakshi e Zaentz scelsero di dividere la vicenda in due pellicole, di cui però la seconda per vari motivi non fu mai realizzata. La sceneggiatura adatta integralmente la prima parte della trilogia, "La compagnia dell'anello", e metà della seconda, "Le due torri", e si conclude subito dopo la battaglia del Fosso di Helm, lasciando nel contempo Frodo e Sam in compagnia di Gollum, e Merry e Pipino insieme a Barbalbero. La frase finale, che recita "Così finisce il primo favoloso racconto de Il Signore degli Anelli", cerca di dare un senso di compiutezza a una vicenda che non si concludeva certamente lì (l'anello non è ancora stato distrutto!). Nonostante alcuni tagli (mancano Grassotto Bolgeri, il Vecchio Maggot, Tom Bombadil, Arwen), modifiche (Legolas è un elfo di Rivendell e svolge il ruolo che nel romanzo è di Glorfindel) e caratterizzazioni particolari sia come psicologia che come grafica (Sam è un comico bambinone, Boromir un vichingo, Aragorn ha fattezze da "indio", i nani – chiamati "silvani" nel doppiaggio italiano – sono alti quasi quanto gli uomini), il film presenta un notevole grado di fedeltà all'opera originaria, conservandone in parte la complessità, la cupezza e l'epicità. Le scene con i cavalieri neri che danno la caccia a Frodo fanno davvero paura, e il male rappresentato da Sauron, da Saruman, dagli orchi o dallo stesso anello è sempre percepito e costantemente illustrato sullo schermo: non si tratta di un "cartone animato per bambini" o per famiglie, come era considerata l'animazione ai tempi (si pensi anche all'adattamento de "Lo Hobbit" della Rankin/Bass dell'anno precedente) o nella vena delle produzioni Disney, ma di un tassello perfettamente in linea con la filmografia dello stesso Bakshi, vale a dire animazioni per adulti e nel binario della "controcultura". Il risultato è una pellicola che lascia una profonda impressione in chi la vede, e che per molti spettatori (compreso chi scrive, ma anche Peter Jackson!) rappresentò il primo incontro con Tolkien e la Terra di Mezzo.

Visivamente il film è intenso, dalla tavolozza ricchissima e con disegni (e sfondi) molto espressivi, quando non espressionisti. Bakshi affermò di essersi ispirato all'opera di illustratori come Howard Pyle e N. C. Wyeth. Fra i disegnatori e gli animatori figurano anche un giovanissimo Tim Burton, nonché il fumettista Mike Ploog. Alcune scene, come l'incontro con il cavaliere nero sulla strada per Bree o l'ingresso nelle miniere di Moria, sono diventate iconiche al punto da essere state riproposte pari pari nella successiva e fortunata trilogia cinematografica di Peter Jackson. E rispetto a questa, il film di Bakshi è persino più fedele al romanzo in alcuni punti (Merry e Pipino sono al corrente del viaggio di Frodo, Sam guarda a sua volta nello specchio di Galadriel, re Théoden è solo plagiato e non "posseduto" da Saruman, ed è lui a risparmiare la vita a Grìma). Certo, non mancano cadute di stile, passaggi frettolosi o incoerenti, troppo densi o confusionari: e se fino allo scioglimento della compagnia dell'anello il film conserva in fondo un suo fascino (e chissà, forse interromperlo lì sarebbe stata la scelta più giusta, senza scomodarsi a introdurre tutta una serie di nuovi elementi – come Gollum, gli Ent o i cavalieri di Rohan – che fanno sterzare la vicenda in altre direzioni), l'ultima parte, quella tratta dal secondo volume della trilogia, "Le due torri", appare meno felice dal punto di vista realizzativo: l'uso del rotoscope inizia a essere sempre più predominante ed eccessivo (anche se pure in precedenza vi si era fatto ampio ricorso) rispetto alla normale animazione. Gli eserciti di Rohirrim e di orchi, e la battaglia del Fosso di Helm, hanno ben poco di "disegnato", e pur conservando una particolare visionarietà (grazie anche ai colori, ai paesaggi stilizzati, ai suoni dissonanti nella colonna sonora) possono sovrastare di impulsi uno spettatore che giunto a quel punto ha già assistito a molte avventure e snodi di trama e che ha già conosciuto mille personaggi. A meno che non si tratti di un fan che conosca a menadito il libro di Tolkien, naturalmente: nel qual caso sguazzerà fra gli eventi con maggiore disinvoltura.

Fra i pregi della pellicola c'è anche l'accompagnamento musicale di Leonard Rosenman. Si tratta di una colonna sonora orchestrale di ampio respiro, con temi melodici alternati a brani ricchi di dissonanze che ricordano Stravinski, e persino cori. Fra le voci originali, tutte di attori britannici, spicca quella di John Hurt per Aragorn. Christopher Guard è Frodo, William Squire è Gandalf, mentre (curiosità!) Anthony "C-3PO" Daniels è Legolas. Il doppiaggio italiano non è male, ma l'adattamento ha svariati difetti: a parte alcuni nomi e toponimi lasciati in originale (Bree, Strider, Rivendell, Underhill: ma Lúthien diventa "Lutezia Tinuviel"), altera o sbaglia la pronuncia di altri: "Baggin" (per Baggins), "Gollam" (per Gollum), "Gandolf" (una volta sola, per Gandalf), "Eokin" (per Éowyn, nell'unica scena in cui appare ed è menzionata: né lei né Éomer pronunciano una sola battuta), "Ananarion" per Anárion. Inoltre ci sono diverse frasi che suonano quantomeno... bizzarre dal punto di vista grammaticale ("Tuo zio non ha cambiato molto", "Mi spacca tutti gli orzi con le sue acrobazie", "Le avventure non hanno mai un fine?", "E se lui rifiuta, perché no Boromir?"). Come detto, nonostante il buon successo al botteghino, il sequel che avrebbe dovuto concludere la storia (adattando il resto de "Le due torri" e il volume finale, "Il ritorno del re") non fu mai realizzato, anche per contrasti sorti fra Bakshi e Zaentz. Inoltre i distributori avevano insistito per rimuovere dal titolo la dicitura "Parte I", nel timore che il pubblico non avrebbe pagato per vedere solo metà di un film, ma la conseguenza fu invece che molti spettatori che si aspettavano di assistere a un adattamento completo rimasero delusi, e questo scarso gradimento contribuì forse alla decisione di non procedere con il secondo capitolo. Nel 1980 la casa di produzione televisiva Rankin/Bass, che già aveva firmato uno "Hobbit" nel 1977, distribuì un suo "Il ritorno del re" che in qualche modo porta a termine la storia: ma stile e qualità sono assai distanti da quelli di Bakshi. Concludo ricordando che in alcuni paesi europei, Italia compresa, insieme al film fu distribuito un buon adattamento a fumetti in tre volumi, opera del disegnatore spagnolo Luis Bermejo.

9 luglio 2020

The Hobbit (Rankin, Bass, 1977)

The Hobbit
di Arthur Rankin Jr., Jules Bass – USA/Giappone 1977
animazione tradizionale
**

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Convinto dallo stregone Gandalf a unirsi alla compagnia di nani guidata da Thorin per andare a recuperare il tesoro custodito dal drago Smaug, l'hobbit Bilbo Baggins intraprende suo malgrado una pericolosa avventura. Primo tentativo riuscito di portare sullo schermo un'opera di J.R.R. Tolkien (se non contiamo il breve cortometraggio del 1967), questo special televisivo di 80 minuti fu messo in cantiere dalla casa di produzione Rankin/Bass, specializzata in animazione per la tv, approfittando del fatto che i diritti dell'opera, per una questione burocratica, erano caduti nel dominio pubblico. Negli anni precedenti non erano mancati progetti di una versione animata de "Lo Hobbit" (pare che persino gli animatori della Disney, poco dopo la pubblicazione del romanzo nel 1937, ipotizzarono di dedicargli un episodio di "Fantasia", in abbinamento alla musica di Wagner). Qui il risultato è altalenante, ma non del tutto disprezzabile. Se il character design lascia alquanto a desiderare – Gandalf, i nani e gli uomini di Pontelagolungo sono accettabili, Bilbo è bruttarello e ha un'espressività molto limitata, mentre l'aspetto di Gollum (che sembra un pesce/rana), dei goblin e persino di Smaug (con un volto da felino) è parecchio discutibile – la fedeltà al testo originale è rispettata, persino più che nei successivi adattamenti (trilogia di Peter Jackson compresa). Il tono infantile (ma non edulcorato) e la presenza di numerose canzoni non dipendono soltanto dalla concezione che all'epoca si aveva del cinema d'animazione e della fantasy in generale, forme d'arte considerate per un pubblico esclusivamente di bambini, ma si rifanno a caratteristiche del libro stesso di Tolkien (che rispetto al successivo "Il Signore degli Anelli" è una vera e propria fiaba). A parte l'incontro con Beorn, del tutto assente, gli episodi principali della storia sono stati tutti conservati, alcuni svolti in maniera un po' frettolosa (i troll, gli elfi silvani) e altri invece con il sufficiente approfondimento (Gollum, la battaglia dei cinque eserciti). In generale i disegni e l'iconografia sembrano rifarsi alle illustrazioni di Arthur Rackham, mentre l'animazione è opera di uno studio giapponese, Topcraft, il cui staff confluirà poi nello Studio Ghibli. Notevole il cast delle voci originali, che comprendono anche grandi registi come John Huston (Gandalf) e Otto Preminger (il re degli elfi di Bosco Atro). Orson Bean è Bilbo, Richard Boone è Smaug, Hans Conried è Thorin e Brother Theodore è Gollum. Il finale sembra preannunciare un adattamento de "Il Signore degli Anelli", che verrà però realizzato da Ralph Bakshi nel 1978: quando quest'ultimo non riuscirà a produrre il secondo dei due film previsti, Rankin e Bass ne faranno in qualche modo le veci firmando nel 1980 un "Il ritorno del re" nello stesso stile di questo "Lo Hobbit".

7 luglio 2020

C'era una volta in America (Sergio Leone, 1984)

C'era una volta in America (Once upon a time in America)
di Sergio Leone – Italia/USA 1984
con Robert De Niro, James Woods
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Ennio Morricone.

L'ultimo film di Sergio Leone, prodotto dopo una gestazione di oltre dieci anni e realizzato insieme ai suoi collaboratori più fidati (il direttore della fotografia Tonino Delli Colli, il montatore Nino Baragli e naturalmente il compositore Ennio Morricone, che firma qui una delle sue colonne sonore più belle), è una lunga – quasi quattro ore – e sofisticata gangster story, il cui titolo "fiabesco" sembra voler riecheggiare l'altro suo capolavoro "C'era una volta il west". Per la prima e unica volta, se non contiamo i peplum degli esordi, il regista romano si allontana dal territorio che ha frequentato con successo per tutta la sua carriera, ovvero il western: ma non dall'epica americana, di cui racconta a ben vedere un'altra sfaccettatura, affidandosi al secondo genere per eccellenza del cinema statunitense e realizzandone un titolo imprescindibile, che potremmo considerare il punto d'arrivo di un percorso che parte da "Nemico pubblico" e "Piccolo Cesare", passando per "Scarface" e "Il padrino". E anche in questo caso il titolo è programmatico: con esso Leone intende andare alle origini di un mondo vasto e legato all'immaginario culturale attraverso tanti film, romanzi e fumetti, ma soprattutto raccontare l'essenza dell'America, quegli Stati Uniti che sono una nazione giovane ("Questo è un paese in crescita, e certe malattie è meglio farle subito, da piccoli") e costruite sulla violenza, il tradimento e la sopraffazione. Il soggetto è ispirato al romanzo semiautobiografico "The Hoods" (1952) di Harry Grey, con una trama che Leone e i suoi sceneggiatori (Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini) rendono complessa e articolata mediante l'incrocio di più piani temporali, con il continuo passaggio dal passato al presente attraverso una serie di flashback e flashforward. Si inizia in media res, nel 1933, alla fine del proibizionismo, quando il gangster David Aaronson detto "Noodles" (Robert De Niro) è costretto a fuggire da New York dopo la morte dei suoi tre soci, nonché più cari amici, "Max" Bercovicz (James Woods), "Patsy" Goldberg (James Hayden) e "Cockeye" Stein (William Forsythe). Tornerà nella Grande Mela soltanto trentacinque anni dopo, nel 1968 ("Che hai fatto in tutti questi anni?" - "Sono andato a letto presto", citando l'incipit de "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust), richiamato da una lettera anonima e da qualcuno che vuole assoldarlo per un ultimo misterioso lavoro...

Siamo a trenta minuti di film, e ancora non sappiamo nulla dei retroscena. Ma la storia fa ora un improvviso tuffo all'indietro, portandoci nei ruggenti anni Venti, quando un giovane Noodles cresceva in libertà e spensieratezza per le strade del quartiere ebraico del Lower East Side di Manhattan, con gli inseparabili amici Patsy, Cockeye e Dominic, guadagnandosi da vivere con furtarelli o piccoli "lavoretti" per il boss della zona, altercando con il poliziotto locale e spiando di nascosto la bella Deborah, aspirante ballerina e sorella dell'amico Fat Moe, il locale della cui famiglia funge da base e punto di aggregazione dell'intera comitiva. Quando Noodles e compagni stringono amicizia con il nuovo arrivato Max, le loro sorti iniziano a sollevarsi, cosa che non fa piacere a Bugsy (James Russo), il galoppino che prima di loro gestiva gli affari della malavita nel quartiere: a cadere vittima della sua vendetta sarà il più piccolo del gruppo, il simpatico monello Dominic, ancora soltanto un bambino. La sua morte rappresenta la fine improvvisa dell'infanzia, in tutti i sensi. Per vendicarlo, Noodles pugnalerà Bugsy e finirà in prigione, dalla quale uscirà solo all'inizio del decennio successivo, trovando i restanti tre amici ormai ben avviati nell'ambiente della malavita, visto che gestiscono di fatto il commercio illegale di alcolici nel quartiere dal locale di Fat Moe (Larry Rapp). Attraverso contatti con boss di maggior calibro, come l'italo-americano Frankie Monaldi (Joe Pesci), i quattro faranno ulteriore strada e acquisiranno sempre più potere, non disdegnando di interferire nelle dinamiche sociali e politiche della loro epoca, per esempio sostenendo (con la forza, naturalmente) le attività del sindacalista James O'Donnell (Treat Williams). E nel frattempo Noodles riallaccia i contatti con l'amata Deborah (Elizabeth McGovern), che però lo lascia per andare a Hollywood in cerca di fama. Intanto il sempre più ambizioso Max non intende fermarsi, nemmeno di fronte alla fine del proibizionismo: e nella speranza di salvargli la vita Noodles decide di denunciarlo alla polizia, causando senza volerlo la morte sua e degli altri due amici. O almeno questo è quanto ha creduto nei trentacinque anni successivi, vissuti nel rimorso, prima di scoprire che a essere tradito era stato proprio lui...

Il tema, come dicevamo, è quello dell'America che cresce come nazione (dopo che in "C'era una volta il west" si era celebrata la fine dell'età della frontiera). Ne è metafora non solo Max con la sua sfrenata ambizione, per la quale non esita a tradire gli amici, ma anche e soprattutto Noodles che, pur senza essere davvero cattivo, non può che agire sopraffacendo gli altri, rovinando le cose belle e prendendosi quello che vuole con la forza (emblematica la scena dello stupro ai danni di Deborah), proprio come l'America si è storicamente presa la terra e ha sfruttato la natura, per poi cercare di dimenticare le proprie colpe (magari attraverso l'oppio, di cui Noodles è un avido consumatore). Un'America che ha costruito il proprio potere e la propria fortuna sulla legge del più forte, sul tradimento, sulla corruzione, sulla connivenza fra malavita e politica. E che pure non può fare a meno di guardare a sé stessa nello specchio o a ripensare al proprio passato con una certa nostalgia, respirando nuovamente il fascino degli inizi, le botteghe di quartiere, i ragazzi e le ragazze che giocavano per le strade o amoreggiavano per le scale, i sogni di gloria e le piccole gioie della vita. Nella sua lunga esposizione, il film attraversa tutte queste fasi e accatasta situazioni e dialoghi indimenticabili, passando da momenti di poesia e di tenerezza ad altri in cui scoppia improvvisa la violenza (l'ultimo appuntamento fra Noodles e Deborah ne è un perfetto esempio). Lo fa anche grazie alla sua complessa struttura a incastro, che "ingarbuglia" la vicenda come in un gioco di scatole cinesi. E cinese è anche il teatro di ombre che ospita la fumeria d'oppio dove Noodles trova rifugio più volte, compresa la scena conclusiva del film, ambientata nel 1933. Non è chiaro se si svolga dopo lo stupro di Deborah, dopo la morte di Max o in un'altra occasione: ma il sorriso che De Niro rivolge agli spettatori nell'inquadratura ferma sui titoli di coda, immerso nella nebbia della dimenticanza e della confusione mentale, ha sempre affascinato critici e spettatori, spingendoli alle interpretazioni più azzardate, molte delle quali (come quella per cui tutto ciò che avviene in seguito non è altro che il frutto dell'immaginazione del personaggio) ben poco fondate.

La lavorazione del film fu assai lunga: le riprese durarono quasi un anno (dal giugno 1982 all'aprile 1983) e si svolsero per lo più a Brooklyn (in molte sequenze si può seguire la progressiva costruzione del ponte sullo sfondo: celebre per esempio quella della morte del piccolo Dominic), ma anche in New Jersey, in Florida, a Cinecittà e al Lido di Venezia. Fondamentale come sempre, nell'economia della pellicola, la musica di Morricone: meravigliosi in particolare il tema principale, lento, melodico e struggente; quello con il flauto di pan (suonato da Gheorghe Zamfir) legato ai ricordi d'infanzia dei protagonisti; e il tema di Deborah, che ricorre in più varianti, spesso diegetiche, sulle note del quale la bambina danza davanti a Noodles. Ottimi gli interpreti, che recitavano per la prima volta con Leone (naturalmente molti di loro, come De Niro o Pesci, non erano nuovi ai film di gangster!). Oltre a quelli già citati, sono da ricordare gli attori che interpretano i personaggi da ragazzi/bambini (per oltre un'ora di film!): Scott Tiler (Noodles), Rusty Jacobs (Max), Brian Bloom (Patsy), Adrian Curran (Cockeye), Noah Moazezi (Dominic), Mike Monetti (Fat Moe) e una Jennifer Connelly al suo esordio (Deborah). Nel cast anche Tuesday Weld (Carol, la donna di Max), Darlanne Fluegel (Eve), Danny Aiello (il poliziotto), Burt Young (Joe) e il produttore israeliano Arnon Milchan (l'autista di Noodles). Pur con un buon riscontro, la pellicola è stata rivalutata soprattutto negli anni successivi alla sua uscita: oggi è considerata uno dei capolavori del regista. Ironia della sorte, ebbe successo ovunque tranne che negli Stati Uniti, dove venne pesantemente tagliata dai produttori, che ne rimontarono anche le sequenze in ordine cronologico, alterandone così l'equilibrio ed eliminando gran parte del fascino e del mistero. In occasione dell'uscita in DVD del 2003, il film è stato completamente ridoppiato (cosa vergognosa, visto che il doppiaggio originale era stato curato dallo stesso Leone, come quelli di tutti i suoi film). Nel 2012, per fortuna, la pellicola è stata restaurata (con l'aggiunta di piccole scene inedite) e il doppiaggio originale è stato ripristinato. Leone morirà nel 1989 senza fare più altri film, anche se stava lavorato a un progetto sulla battaglia di Stalingrado. Il sorriso di De Niro nel freeze frame finale rappresenta dunque anche il commiato del grande regista dal cinema e da noi spettatori.

6 luglio 2020

John Wick 3 (Chad Stahelski, 2019)

John Wick 3: Parabellum (John Wick: Chapter 3 - Parabellum)
di Chad Stahelski – USA 2019
con Keanu Reeves, Ian McShane
*1/2

Visto in TV.

Il terzo capitolo di quella che ormai è diventata una saga (anche se dall'inizio del primo è passata una sola settimana!) comincia esattamente dove era terminato il secondo. John Wick è stato "scomunicato" dalla Gran Tavola, l'organizzazione di killer di cui faceva parte, e con una taglia di 14 milioni di dollari sulla testa è ormai il bersaglio di tutti i suoi ex colleghi. Nel corso della sua fuga (durante la quale veniamo a sapere che probabilmente è di origine bielorussa e che il suo vero nome è Jardani Jovonovich) fa una tappa a Casablanca per incontrare Sofia (Halle Berry) e ottenere la grazia dal "reggente" Berrada (Jerome Flynn), prima di tornare a New York, dove dovrà difendere l'hotel Continental dell'amico Winston (Ian McShane) dalla furia del giapponese Zero (Mark Dacascos). Smarrita ormai la purezza del primo episodio, la sceneggiatura continua ad aggiungere alla trama una sovrastruttura tutt'altro che interessante. L'organizzazione dei killer si fa sempre più stratificata e complessa, con riti e regole via via più assurde e nuovi personaggi – come la "Giudicatrice" (Asia Kate Dillon) – che rendono la storia ancora più inconsequenziale. Tutto viene costruito per poi essere smontato poco dopo, i personaggi continuano a prendere decisioni senza senso, e nulla sembra originale o sorprendente. E se va ammesso che alcune scene d'azione sono ricche di stile, almeno a livello di scenografie e coreografie (ma con un utilizzo casuale di elementi culturali "alti" per risultare più chic: dagli arredamenti alla musica di Vivaldi, fino al titolo del film che proviene dalla frase in latino "Si vis pacem, para bellum"), è anche vero che i combattimenti sono prolungati più del dovuto, fino a sconfinare nella noia (come è il caso dello scontro finale nell'albergo). E a proposito di combattimenti e sparatorie (di fatto l'ossatura del film): alcuni sono indubbiamente interessanti (la battaglia con i coltelli nel negozio di armi), ma altri fanno smaccatamente il verso ai videogiochi sparatutto (come quello a Casablanca, che li imita anche attraverso la fotografia, le soggettive e i movimenti di macchina, e con tanto di armi o munizioni prese ai nemici uccisi). Persino Reeves pare annoiarsi e risulta meno convincente, mentre Dacascos è inutilmente pompato come nemico all'altezza di John Wick (ovviamente non lo è). Dal primo film torna, se non altro, il tema del cane da vendicare (stavolta quello di Halle Berry). Un altro cliffhanger nel finale: ci toccherà un quarto episodio. Nota di demerito per i titolisti italiani che non hanno mantenuto la coerenza con il secondo film, eliminando la parola "capitolo".

John Wick 2 (Chad Stahelski, 2017)

John Wick: Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2)
di Chad Stahelski – USA 2017
con Keanu Reeves, Riccardo Scamarcio
*1/2

Visto in TV.

Portata a termine la sua vendetta nel film precedente, John Wick sperava di potersi ritirare finalmente a vita privata. Ma è costretto a tornare in azione per onorare controvoglia un "pegno" che aveva contratto in passato con il boss della camorra Santino D'Antonio (Scamarcio), il quale gli chiede di recarsi a Roma per uccidere la propria sorella Gianna (Claudia Gerini). Uno dei pregi del prototipo era la semplicità della trama, la storia di un killer che cercava una vendetta personale. Qui invece si amplia l'orizzonte, si aggiungono scenari "esotici" (Roma, appunto) e società criminali in lotta fra loro, dando vita a un setting da film di spionaggio (tipo James Bond, per intenderci). E il finale aperto, in cui il protagonista viene "scomunicato" dall'organizzazione di killer di cui faceva parte ed è costretto alla fuga da solo, prepara il terreno per un ulteriore sequel. Già il primo film non brillava per originalità o realismo (i cattivi si comportavano in maniera assurda, non uccidendo per esempio l'eroe quando ne avevano la possibilità), ma stavolta tutto sembra ancora più fine a sé stesso, con personaggi che vivono in un mondo a parte, senza punti di contatto con quello della gente comune (al punto da spararsi o uccidersi fra di loro anche per strada e in pubblico) e dove la vita umana non ha alcun valore. Le scene girate in Italia (in location come le Terme di Caracalla, gli Horti Sallustiani e Piazza Navona) trasudano stereotipi e convenzionalità, mentre gli attori nostrani (Scamarcio e la Gerini, ma c'è anche Franco Nero) si doppiano da soli, generando una sensazione di dilettantismo se confrontati con le voci dei personaggi americani. La cosa migliore, nonostante tutto, continuano a essere i riti e le regole di killer e malavitosi, il vero motore dietro l'effetto domino che genera infinite scene d'azione e di sparatorie. Nel cast anche il rapper Common (Cassio, la guardia del corpo di Gianna), Ruby Rose (Ares, l'assassina muta) e Laurence Fishburne (il "re" dei mendicanti della Bowery).

5 luglio 2020

John Wick (Chad Stahelski, 2014)

John Wick (id.)
di Chad Stahelski [e David Leitch] – USA 2014
con Keanu Reeves, Michael Nyqvist
**

Visto in TV.

Ex sicario ritiratosi a vita privata, John Wick torna in azione dopo la morte della moglie per vendicarsi di una gang di mafiosi russi che, ignorando la sua identità, gli hanno rubato l'auto e ucciso il cane. Un plot semplicissimo e non troppo originale, un personaggio visto mille volte (il killer inarrestabile che da solo affronta centinaia di avversari), scene d'azione ripetitive che sembrano uscite da un videogioco (a un certo punto, a sottolineare la cosa, uno sparatutto in prima persona compare davvero sullo schermo), cattivi che fanno sempre la scelta sbagliata: nonostante tutto, però, ci si diverte, perché – vivaddio – il film non si prende sul serio e non aspira a essere nulla più di quello che è, senza sovrastrutture filosofiche o rimandi all'attualità. La cosa più interessante sono i piccoli particolari che ampliano il mondo attorno al protagonista e ai suoi "colleghi": un universo dove fare il killer è un lavoro come un altro e i sicari seguono un proprio codice, si radunano presso l'hotel Continental (una sorta di "porto franco" dove potersi rifugiare, rilassare, o incontrare i propri clienti), si fanno pagare in "monete d'oro" e hanno a propria disposizione una serie di servizi per le questioni più pratiche, come ripulire le scene delle sparatorie dai cadaveri che hanno seminato. Keanu Reeves è in gran forma nel ruolo dell'assassino freddo ed elegante (veste sempre di nero), carismatico e inespressivo, che combatte per una vendetta personale senza lasciar trapelare più di tanto le proprie emozioni. Michael Nyqvist è il boss mafioso russo, Alfie Allen il figlio arrogante e stupido che ha scatenato l'ira del protagonista, Ian McShane il misterioso proprietario del Continental, John Leguizamo il garagista Aurelio, mentre Willem Dafoe e Adrianne Palicki sono due "colleghi" di John, rispettivamente un alleato e un'antagonista. Da notare le traduzioni dal russo che appaiono sullo schermo come fossero le didascalie di un fumetto. Opera prima della coppia di ex stuntmen Chad Stahelski (regista) e David Leitch (produttore), sceneggiata da Derek Kolstad, la pellicola ha riscosso un inatteso successo di pubblico che ha portato alla realizzazione di vari sequel, dando così vita a una fortunata franchise (attualmente sono in lavorazione anche una serie televisiva e degli spin-off).

4 luglio 2020

The forest of love (Sion Sono, 2019)

The forest of love (Ai-naki mori de sakebe)
di Sion Sono – Giappone 2019
con Eri Kamataki, Kippei Shiina
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Joe Murata (Kippei Shiina) è un affascinante e spregiudicato truffatore, che millanta professioni diverse (da cantautore ad agente della CIA!) e ha la capacità di sedurre ogni donna e plagiare ogni uomo. A cadere fra le sue braccia ci sono Mitsuko (Eri Kamataki) e Taeko (Kyoko Hinami), ex compagne di classe del liceo, le cui vite hanno preso strade diverse dopo una tragedia che le segnò durante l'ultimo anno di scuola. La morte in un incidente di Eiko, che avrebbe dovuto interpretare Romeo in una recita scolastica (dove Mitsuko sarebbe stata Giulietta, e Taeko la regista), ha spinto la prima a chiudersi completamente in sé stessa, isolandosi nella propria stanza con l'unica compagnia del fantasma dell'amica defunta; e la seconda a darsi a una vita punk e sregolata. Il fascino di Murata conquista anche tre giovani cineamatori – Shin (Shinnosuke Mitsushima), Jay (Young Dais) e Fukami (Dai Hasegawa) – che decidono di girare un film ispirato proprio a lui, sospettato fra l'altro di essere quel serial killer che semina di vittime i boschi circostanti. Il nutrito roster di personaggi comprende anche la sorella minore di Mitsuko, Ami (Yuzuka Nakaya), e i suoi genitori (Denden e Sei Matobu). Lunga ed eccentrica black comedy dalla struttura episodica, bizzarra ed estrema come Sion Sono ci ha da tempo abituato, che conduce lo spettatore in un labirinto di false piste per poi sorprenderlo con svolte inaspettate. I temi cari al regista giapponese ci sono tutti: famiglie disfunzionali, personaggi stravaganti, dinamiche relazionali contorte e asimmetriche, sesso e perversioni, sadomasochismo, torture, suicidi, omicidi, sette e lavaggio del cervello, un atteggiamento disincantato verso la morte, la violenza, la "purezza" e la verginità, apparizioni soprannaturali, traumi del passato, riflessioni metacinematografiche, narrazione decostruita con numerosi flashback, la follia che prende il sopravvento man mano che si perde il contatto con la realtà. Durante la visione sembra spesso di smarrire il focus della storia (non è nemmeno chiaro chi debba esserne il protagonista: Mitsuko? Taeko? Shin? O addirittura Murata?), prima di un finale chiarificatore che pure ribalta completamente le carte in tavola e capovolge molte delle certezze acquisite. La sceneggiatura è ispirata a una serie di veri delitti (quelli di Futoshi Matsunaga) commessi in Giappone alla fine degli anni Novanta: ma per il regista si tratta solo di uno spunto da cui partire per la tangente, visto che le imprese del serial killer rimangono quasi sempre sullo sfondo. A suo modo una pellicola memorabile, che può certo sconcertare (e che rispetto ad altri lavori di Sono è forse meno compiuta e convincente), ma che non annoia mai e che colpisce anche per la ricchezza visiva, la bellezza della fotografia e la cura della regia. Da ricordare le modalità con cui le persone plagiate si sbarazzano dei cadaveri (facendoli a pezzi in maniera certosina): ma il personaggio stesso di Joe Murata, con la sua faccia tosta e l'incredibile fascino manipolatore, è forse l'elemento più riuscito di una storia che si dipana in un crescendo sempre più estremo, grottesco ed esagerato. Nella colonna sonora spiccano il Canone di Pachelbel (trasformato in canzone d'amore adolescenziale) e l'Adagietto dalla quinta sinfonia di Mahler, entrambi già usati dal regista in opere precedenti. Oltre al film, Sion Sono ha firmato anche una versione estesa (lunga quasi il doppio), "The forest of love - Deep cut", sotto forma di miniserie televisiva in sette episodi.

3 luglio 2020

The wandering Earth (Frant Gwo, 2019)

The Wandering Earth (Liu lang di qiu)
di Frant Gwo – Cina 2019
con Qu Chuxiao, Wu Jing
*1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Di fronte all'improvvisa trasformazione del Sole in una gigante rossa, che entro qualche secolo si espanderà spazzando via ogni forma di vita, l'umanità decide di montare dei giganteschi motori sulla superficie della Terra e di portarla così fuori dal sistema solare, in un viaggio di 2500 anni verso una nuova destinazione. Nel frattempo, l'intera popolazione si trasferisce in città sotterranee, a parte alcuni tecnici che rimangono sulla superficie ghiacciata e un manipolo di astronauti – fra cui Liu Peiqiang (Wu Jing) – che sorvegliano le operazioni da una piattaforma spaziale. 17 anni dopo la partenza, quando la "Terra vagante" è ormai giunta nei pressi di Giove, si verifica però una crisi: un picco nell'attrazione gravitazionale del pianeta gassoso manda in tilt i motori terrestri, e i nostri eroi – compreso Qi (Qu Chuxiao), figlio ventenne di Liu, rimasto sulla Terra – dovranno escogitare un modo per rimetterli in funzione prima che i due pianeti entrino in collisione... Da un romanzo di Liu Cixin (di cui però banalizza i temi filosofici e i concetti fantascientifici), un kolossal d'azione e di effetti speciali (nonché primo film di fantascienza ad alto budget proveniente dalla Repubblica Popolare) che ha sbancato il botteghino cinese. Mastodontico, noioso, programmatico e poco coinvolgente, soffre per una regia confusa, un montaggio da mal di testa, personaggi tutt'altro che memorabili e una sceneggiatura costruita a tavolino senza reali qualità. A tratti è persino derivativo (MOSS, il computer della stazione spaziale, è parente stretto dell'HAL di "2001"). I visual sono ottimi, ma l'abuso di effetti speciali rende il risultato più simile a un videogioco che a un film, soprattutto nelle scene d'azione. L'idea di un corpo celeste che viaggia nello spazio non è nuova nella fantascienza (un esempio è la Luna di "Spazio 1999") ma resta comunque uno spunto affascinante, sia pure implausibile (ma la sospensione dell'incredulità serve a questo). Inutile però attendersi approfondimenti scientifici o filosofici: siamo di fronte in tutto e per tutto all'equivalente di un action movie hollywoodiano alla Michael Bay, una semplice successione di scene d'azione fracassone, irrealistiche e improbabili, con contorno nazionalista: perché se è vero che la Terra del futuro è unificata sotto un Governo Terrestre Unito (GUT), all'insegna della cooperazione internazionale, è anche vero che i personaggi eroici del film sono tutti cinesi (cosa che viene sottolineata spesso), mentre i pochi stranieri che compaiono sono macchiette comiche o pavide, che ammirano il coraggio e lo spirito di iniziativa dei nostri eroi. E l'aver eliminato una sottotrama che mostrava la presenza di ribelli e complottisti che si oppongono all'operazione "Wandering Earth" lascia la storia senza un reale "nemico": il pericolo viene solo dalla natura, e l'unico conflitto è quello generico e generazionale fra padre e figlio. Ng Man-tat è il nonno di Liu Qi, Zhao Jinmai la sorella adottiva Han Duoduo, Li Guangjie il capitano Wang Lei. Possibile un sequel.