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23 maggio 2021

Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999)

Magnolia (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 1999
con Tom Cruise, Julianne Moore
***

Rivisto in DVD.

Le vicende di vari personaggi, molti dei quali collegati direttamente o indirettamente fra loro, si intersecano in maniera rocambolesca nell'arco di 24 ore, culminanti in una bizzarra pioggia di rane (un fenomeno meteorologico raro ma effettivamente possibile) su Magnolia Boulevard, a Los Angeles (da cui il nome del film). L'anziano produttore televisivo Earl Partridge (Jason Robards), in punto di morte, chiede all'infermiere che lo accudisce, Phil (Philip Seymour Hoffman), di rintracciare il figlio che ha abbandonato anni prima. Questi, che ora si fa chiamare Frank T.J. Mackey (Tom Cruise), è diventato un "guru" del sesso che conduce una trasmissione chiamata "Seduci e distruggi", dove insegna come conquistare (e abbandonare) le donne. La nevrotica Linda (Julianne Moore), giovane moglie di Earl, che ha sposato solo per il suo denaro, ha scoperto di amarlo proprio adesso che sta per morire e progetta di suicidarsi insieme a lui con una robusta dose di farmaci. Jimmy Gator (Philip Baker Hall), conduttore veterano del quiz show per bambini prodotto da Earl, è a sua volta malato di tumore, nonché alcolizzato e in crisi perché la figlia Claudia (Melora Walters) non vuole più vederlo né parlargli. Quest'ultima, tossicomane e sregolata, incontra il poliziotto Jim (John C. Reilly), single in cerca di amore che si invaghisce di lei. Anche Donnie Smith (William H. Macy), un tempo bambino prodigio protagonista della trasmissione di Jimmy e ora un perdente che conduce una vita miserabile, è in cerca di amore (è innamorato di un barista), e nel frattempo progetta di derubare il proprietario del negozio dove lavora. Il piccolo Stanley (Jeremy Blackman) è invece l'attuale star del quiz televisivo: ma le aspettative su di lui, fomentate dal padre e dal pubblico intero, lo fanno andare in crisi e scatenano la sua ribellione...

Il terzo film di Paul Thomas Anderson è tuttora forse il suo lavoro migliore ("Boogie nights" a parte). Lungo (tre ore abbondanti) e complesso, dalla struttura corale e altmaniana, pieno di rimandi e citazioni interne (i numeri 8 e 2, per esempio, si ripetono in continuazione: si tratta di un riferimento al passo biblico Esodo 8:2, che preannuncia la pioggia di rane), affronta tanti e tali temi di "peso" (la malattia, la morte, il rapporto fra padri e figli, i tradimenti, i sensi di colpa, la dipendenza – dal sesso, dalle droghe, dal successo, dall'alcol, o semplicemente dall'amore) da risultare estremamente ambizioso, forse troppo se pensiamo che è opera di un regista così giovane (soltanto 29 anni al momento dell'uscita nelle sale). E dire che inizialmente Anderson intendeva realizzare un film "piccolo" e intimo: ma in fase di scrittura la pellicola "ha continuato a sbocciare" (come una magnolia, appunto?), ingigantendosi sempre di più. Certo, non mancano alcuni passaggi un po' troppo melodrammatici, con certi eccessi emotivi e lungaggini che vanno forse a discapito dell'insieme. Come per "Il favoloso mondo di Amélie" di Jeunet, si ha a tratti l'impressione che "il troppo stroppia" (lo stesso PTA, in retrospettiva, ha ammesso che avrebbe fatto meglio a ridurre la durata della pellicola e a tagliare qualche cosa). Ma la tensione riesce a reggere per tutto il film, grazie anche a un eccellente montaggio, coadiuvato dalla fotografia (di Robert Elswit) e dalla colonna sonora (di Jon Brion, con molte canzoni di Aimee Mann), tutti elementi che fanno da collante fra le diverse scene, collaborando in maniera continua e incessante fra loro e con la regia.

Si parte da una voce narrante che riepiloga alcuni fatti bizzarri, strane coincidenze o casualità (in parte eventi reali, in parte leggende urbane), per sottolineare come quelli che sembrano scherzi del caso o fatalità possono invece accadere di continuo: le vicende che seguono ce lo dimostreranno, con frequenti collegamenti fra i personaggi o analogie fra le situazioni di cui sono protagonisti. Molte di queste si infatti ripetono o si rispecchiano l'una nell'altra: e le storie, oltre a intersecarsi, procedono anche in parallelo, in un crescendo che va di pari passo con l'evoluzione della situazione meteorologica all'esterno (la pioggia incessante, il breve momento di calma – in cui tutti i personaggi intonano, ciascuno per proprio conto, la canzone "Wise Up" – e infine la suddetta pioggia di batraci che, in qualche modo, contribuisce a sciogliere molti nodi). Ottimo e convincente Tom Cruise, forse alla sua prova migliore di sempre, in un ruolo sopra le righe e decisamente diverso da quelli che ha interpretato in precedenza. Eccellente anche Julianne Moore (meravigliosa la scena in farmacia), ma bene tutto il cast, che comprende numerosi habitué del regista (Philip Baker Hall, Philip Seymour Hoffman e John C. Reilly). Jason Robards era al suo ultimo film. Piccole parti per Luis Guzmán (uno dei concorrenti adulti del quiz show), Melinda Dillon (la moglie di Jimmy), Michael Bowen (il padre di Stanley), April Grace (la giornalista che intervista Frank), Alfred Molina, Henry Gibson, Felicity Huffman. Tre nomination agli Oscar (per Cruise come attore non protagonista, per la sceneggiatura, e per la canzone "Save Me").

4 luglio 2020

The forest of love (Sion Sono, 2019)

The forest of love (Ai-naki mori de sakebe)
di Sion Sono – Giappone 2019
con Eri Kamataki, Kippei Shiina
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Joe Murata (Kippei Shiina) è un affascinante e spregiudicato truffatore, che millanta professioni diverse (da cantautore ad agente della CIA!) e ha la capacità di sedurre ogni donna e plagiare ogni uomo. A cadere fra le sue braccia ci sono Mitsuko (Eri Kamataki) e Taeko (Kyoko Hinami), ex compagne di classe del liceo, le cui vite hanno preso strade diverse dopo una tragedia che le segnò durante l'ultimo anno di scuola. La morte in un incidente di Eiko, che avrebbe dovuto interpretare Romeo in una recita scolastica (dove Mitsuko sarebbe stata Giulietta, e Taeko la regista), ha spinto la prima a chiudersi completamente in sé stessa, isolandosi nella propria stanza con l'unica compagnia del fantasma dell'amica defunta; e la seconda a darsi a una vita punk e sregolata. Il fascino di Murata conquista anche tre giovani cineamatori – Shin (Shinnosuke Mitsushima), Jay (Young Dais) e Fukami (Dai Hasegawa) – che decidono di girare un film ispirato proprio a lui, sospettato fra l'altro di essere quel serial killer che semina di vittime i boschi circostanti. Il nutrito roster di personaggi comprende anche la sorella minore di Mitsuko, Ami (Yuzuka Nakaya), e i suoi genitori (Denden e Sei Matobu). Lunga ed eccentrica black comedy dalla struttura episodica, bizzarra ed estrema come Sion Sono ci ha da tempo abituato, che conduce lo spettatore in un labirinto di false piste per poi sorprenderlo con svolte inaspettate. I temi cari al regista giapponese ci sono tutti: famiglie disfunzionali, personaggi stravaganti, dinamiche relazionali contorte e asimmetriche, sesso e perversioni, sadomasochismo, torture, suicidi, omicidi, sette e lavaggio del cervello, un atteggiamento disincantato verso la morte, la violenza, la "purezza" e la verginità, apparizioni soprannaturali, traumi del passato, riflessioni metacinematografiche, narrazione decostruita con numerosi flashback, la follia che prende il sopravvento man mano che si perde il contatto con la realtà. Durante la visione sembra spesso di smarrire il focus della storia (non è nemmeno chiaro chi debba esserne il protagonista: Mitsuko? Taeko? Shin? O addirittura Murata?), prima di un finale chiarificatore che pure ribalta completamente le carte in tavola e capovolge molte delle certezze acquisite. La sceneggiatura è ispirata a una serie di veri delitti (quelli di Futoshi Matsunaga) commessi in Giappone alla fine degli anni Novanta: ma per il regista si tratta solo di uno spunto da cui partire per la tangente, visto che le imprese del serial killer rimangono quasi sempre sullo sfondo. A suo modo una pellicola memorabile, che può certo sconcertare (e che rispetto ad altri lavori di Sono è forse meno compiuta e convincente), ma che non annoia mai e che colpisce anche per la ricchezza visiva, la bellezza della fotografia e la cura della regia. Da ricordare le modalità con cui le persone plagiate si sbarazzano dei cadaveri (facendoli a pezzi in maniera certosina): ma il personaggio stesso di Joe Murata, con la sua faccia tosta e l'incredibile fascino manipolatore, è forse l'elemento più riuscito di una storia che si dipana in un crescendo sempre più estremo, grottesco ed esagerato. Nella colonna sonora spiccano il Canone di Pachelbel (trasformato in canzone d'amore adolescenziale) e l'Adagietto dalla quinta sinfonia di Mahler, entrambi già usati dal regista in opere precedenti. Oltre al film, Sion Sono ha firmato anche una versione estesa (lunga quasi il doppio), "The forest of love - Deep cut", sotto forma di miniserie televisiva in sette episodi.

9 gennaio 2017

Love exposure (Sion Sono, 2008)

Love exposure (Ai no mukidashi)
di Sion Sono – Giappone 2008
con Takahiro Nishijima, Hikari Mitsushima, Sakura Ando
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Vero amore e religione, perversione e spiritualità, alienazione e famiglie disfunzionali in un film-monstre di ben quattro ore: ma la lunghezza è in realtà uno dei suoi pregi, visto che sembra di assistere a un serial televisivo che, episodio dopo episodio, approfondisce sempre più i personaggi principali, consentendo al pubblico di affezionarsi e "vivere" al loro fianco. E paradossalmente, nonostante la durata mastodontica (ma il ritmo e l'attenzione non calano mai) e la vastità dei temi trattati, è forse uno dei film di Sono più accessibili e meno "estremi" (relativamente parlando), almeno fra quelli che ho visto finora. Forse addirittura il suo capolavoro. Anche se il regista giapponese – come sempre – non sembra porre limiti o freni inibitori alla propria visione, gli eccessi e le esagerazioni risultano funzionali ai contenuti e l'immenso senso di libertà (dai generi e dalle convenzioni, ma non solo) che si respira a pieni polmoni contagia progressivamente anche lo spettatore. La trama è ovviamente assai lunga, e anche riassumendone solo i punti essenziali le si fa un torto (è un film che deve essere visto, non raccontato!). Comunque: il giovane Yu (Takahiro Nishijima), cresciuto in una famiglia cattolica, si scopre trascurato dal padre (che dopo la morte della moglie è stato ordinato prete), e per riconquistare il suo affetto comincia a commettere "peccati" di ogni genere in modo da poterglieli confessare. In particolare, diventa esperto nell'arte del tosatsu, ovvero la fotografia voyeuristica delle mutandine sotto le gonne delle ragazze. Nel frattempo, è alla ricerca della sua "Maria", ovvero l'unica ragazza di cui potrà innamorarsi. La troverà in Yoko (Hikari Mitsushima), teenager ribelle che odia tutti gli uomini ("tranne Gesù Cristo e Kurt Cobain"). Avendola salvata da un agguato mentre, per una scommessa, vestiva i panni della vendicatrice mascherata Sasori (mantello nero, occhialoni e cappello a falde larghe: un personaggio reso celebre dell'attrice Meiko Kaji in una serie di film degli anni settanta), Yu si rende conto di poterla corteggiare soltanto sotto quella falsa identità. Anche perché sta per diventare suo fratello, visto che suo padre intende lasciare la tonaca per sposare Kaori, la madre adottiva di Yoko. E qui si inserisce la terza protagonista, la misteriosa Aya Koike (Sakura Ando), manipolatrice biancovestita con un violento passato, che si occupa di reclutare nuovi membri per conto di una setta religiosa, la Chiesa Zero. Aya si interessa a Yu e alla sua famiglia non solo perché, in quanto cristiani, sono "prede" particolarmente allettanti: la ragazza vede in Yu una copia di sé stessa, essendo lui ossessionato, proprio come lei, dal "peccato originale". Con questo, credeteci o meno, arriviamo giusto ai titoli di testa, che giungono dopo la prima ora di pellicola!

Ondeggiando fra la commedia romantica e il coming of age esistenziale, il melodramma religioso e il cartoon demenziale, "Love exposure" è un film che spiazza in continuazione. Come tutti i lavori di Sono ha tanti pregi quanti difetti, che però sono perdonabili vista la genialità del regista e il suo bisogno di andare oltre i limiti pur di raccontare i temi che gli stanno a cuore: il legame fra l'individuo e la società, la rottura del cordone ombelicale con la famiglia – spesso descritta in termini negativi – e la conquista di un proprio posto nel mondo, che sia attraverso l'amore, il lavoro o la religione. E a proposito di quest'ultima, che nella pellicola gioca un ruolo fondamentale, ne vediamo sia gli aspetti più puri e spirituali (significativo che sia stato scelto il cristianesimo, che in Giappone è in fondo professato da una minoranza; ma il tema del peccato era strettamente necessario) che quelli socialmente patologici o distorti (la setta di Aya, che fa il lavaggio del cervello ai suoi adepti). I temi "alti" (l'amore, la purezza, la redenzione) vengono affiancati da quelli "bassi" (la perversione, la pornografia, la violenza), affrontati però non con intenti moralistici ma anzi con un approccio liberatorio e lontano da ogni ipocrisia, accompagnato da un'ironia da cinema trash o di exploitation (si pensi alle imprese "acrobatiche" di Yu per scattare foto sotto le gonne delle ragazze: sembra di vedere in azione Ataru Moroboshi!). E la nonchalance con cui si passa da sequenze esageratamente violente o gore (il flashback sulla gioventù di Aya, l'irruzione di Yu nella sede della setta) ad altre demenzialmente erotiche – le erezioni di Yu – o comiche (che sembrano uscire da un manga hentai), da situazioni intensamente romantiche o tragicamente liriche ad altre assolutamente improbabili e irreali, rivela tutto il talento cinematografico di un regista che, anche quando cerca di contenere alcuni dei suoi eccessi, è semplicemente incapace di fare film "normali" e che passino inosservati. Magistrale come sempre l'uso della colonna sonora: oltre ai brani composti appositamente da Tomohide Harada e alle canzoni del gruppo Yura Yura Teikoku, Sono ricorre con grande efficacia alla musica classica, in particolare al Bolero di Ravel (che accompagna la decisione di Yu di diventare esperto di tosatsu e tutto il suo "addestramento"), all'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella scena sulla spiaggia in cui Yoko recita il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi) e all'Adagio della terza sinfonia di Saint-Saens (nella sequenza dell'incontro fra Yoko e Yu/Sasori all'ospedale psichiatrico). Ottimi i tre giovani protagonisti. Nel cast anche Makiko Watanabe (Kaori) e Atsuro Watabe (il padre di Yu). Il musicista Hiroshi Oguchi è Lloyd, il maestro di tosatsu.

11 aprile 2013

20th Century Boys 1 (Yukihiko Tsutsumi, 2008)

20th Century Boys: l'inizio della fine (20-seiki shonen: honkaku kagaku boken eiga)
di Yukihiko Tsutsumi – Giappone 2008
con Toshiaki Karasawa, Takako Tokiwa
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Sabrina.

Nel 1969, quando erano bambini, Kenji e alcuni amici della scuola elementare si inventarono per gioco una storia in cui un'organizzazione malvagia avrebbe cercato di conquistare il mondo. Nel 1997, da adulti, scoprono che il misterioso guru di una setta (chiamato "l'Amico" e dal volto mascherato), sta mettendo in atto proprio quei piani che loro avevano immaginato, e si fregia del simbolo ideato a quei tempi. Che si tratti di uno dei loro compagni di gioco? Dal bellissimo fumetto di Naoki Urasawa, un adattamento cinematografico in tre parti (questo primo film "copre" i primi cinque volumi del manga) che, pur vantando una notevole fedeltà al materiale di partenza, non gli rende certo giustizia. Regia e attori sono da prodotto televisivo, e anche se il lavoro di casting non è per nulla da disprezzare (quasi tutti gli interpreti assomigliano parecchio alle loro controparti disegnate), come qualità complessiva sembra di assistere a un telefilm, anzi al riassunto condensato di qualche decina di puntate di un telefilm! A livello di trasposizione non si è voluto rinunciare quasi a nulla dell'intricatissimo plot, e dunque episodi ed eventi sono tutti fatalmente compressi: per chi non abbia già letto il fumetto, è facile perdersi nella miriade di personaggi, di accadimenti, di piccoli dettagli (nessuno dei quali è insignificante: si tratta di un vero puzzle di indizi, flashback e rivelazioni che si incastrano fra di loro), al punto che molti colpi di scena risultano anticlimatici e tanti particolari rischiano di andare perduti o sottovalutati nel marasma di informazioni fornite. Con il manga era possibile fermarsi, tornare indietro a rileggere una pagina, procedere con il ritmo che si desiderava e "assorbire" così ogni dettaglio prima di procedere al capitolo successivo. Qui invece, con gli episodi che si succedono senza pausa, manca persino il tempo di caratterizzare in maniera soddisfacente i tanti personaggi principali, figuriamoci quelli secondari. Peccato, perché gli spunti offerti dalla trama sono parecchi e non certo banali: l'alternanza fra i ricordi d'infanzia, ammantati di nostalgia ma anche offuscati dal tempo, e la triste quotidianità del presente; il giocare con i cliché dei manga stessi (pistole laser, robot giganti, organizzazioni criminali) che, quando diventano realtà, rivelano tutta la loro natura fasulla e artificiale; la grande umanità dei tanti personaggi (a partire proprio da Kenji, rocker mancato che ha dovuto mettere da parte sogni e ambizioni per lavorare nel negozio di famiglia e badare a Kanna, la figlia della sorella fuggita misteriosamente di casa) che si ritrovano a "fare gli eroi" in un mondo che rifiuta l'eroismo e favorisce invece l'arrivismo (la setta dell'Amico si ricicla in un partito politico, e vince pure le elezioni!); il senso e il valore dell'amicizia e della stessa parola "amico"; il tutto innestato in un thriller ad alta tensione, visto che sulla possibile identità dell'Amico si specula a più riprese (il mistero, naturalmente, non si risolverà che nell'ultimo episodio). Da notare che manca la scena iconica dei personaggi che vengono ricevuti e premiati alle Nazioni Unite, mentre vengono anticipate alcune sequenze ambientate nel 2015 (diminuendo di fatto la tensione durante l'attacco del robot nel capodanno del 2000: sappiamo già che il mondo non finirà). Il titolo dell'opera proviene dalla canzone rock "20th Century Boy" dei T-Rex.

16 gennaio 2013

The master (Paul T. Anderson, 2012)

The Master (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2012
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Marco ed Eleonora.

Anni cinquanta: Freddie Quell, reduce di guerra che fatica a reinserirsi nella società (anche per problemi di alcol e la sua ossessione per il sesso), incontra Lancaster Dodd, leader e guru del movimento filosofico “La Causa”, che si propone di riportare l’uomo al suo stato originario e ancestrale di felicità attraverso metodi psicoterapeutici e sedute di pseudo-ipnosi (ovvi i riferimenti a L. Ron Hubbard e a Dianetics, precursore di Scientology) e ne diventerà, almeno per un certo tempo, un adepto e un seguace. Se il film brilla per le interpretazioni dei due protagonisti (colpisce soprattutto un Joaquin Phoenix magro e nervoso come non mai, con tanto di semiparalisi al volto che ricorda a tratti Takeshi Kitano; Seymour Hoffman invece non fa altro che mostrare le doti che già tutti conosciamo), nel complesso manca di mordente e non dà mai la sensazione di coinvolgere a livello emotivo. Il che non stupisce, visto che tutte le pellicole di Paul Thomas Anderson hanno almeno tanti difetti quanto pregi: anche in questo caso la narrazione è pesante e farraginosa, e alcune scene si trascinano così a lungo che un'ulteriore sforbiciata in fase di montaggio sarebbe stata auspicabile (si pensi alle snervanti sequenze in cui ci vengono mostrati all’opera i “metodi” di Dodd, come quella in cui Freddie cammina avanti e indietro per la stanza, toccando pareti e finestre: se voleva farci riflettere sull’assurdità delle procedure terapeutiche della “Causa”, si poteva fare in modo più essenziale). Inoltre non c’è un climax, non c’è un riscatto, non c’è una catarsi; semplicemente a un certo punto Freddie abbandona Dodd: forse non ne era mai stato veramente un adepto, lo seguiva per mancanza di alternative ma senza convinzione (tanto che l’unico momento in cui sembra davvero sincero è quando, in prigione, si scaglia contro di lui), e se sceglie di lasciarlo non è certo al termine di un sofferto percorso personale. Il film fallisce anche nel voler raccontare il “fenomeno” Dianetics: non solo per mancanza di coraggio (nomi, episodi e riferimenti sono alterati, forse per evitare problemi legali) o di chiarezza (non viene mai detto esplicitamente che Dodd è un ciarlatano, anche se il modo in cui reagisce alle critiche o alle contraddizioni, o con cui definisce arbitrariamente i fondamenti del suo metodo, lasciano comunque intendere che si tratti di fuffa), quanto per un evidente scarso interesse, già in partenza, da parte di Anderson (anche sceneggiatore) nel voler sviscerare a fondo il tema delle pseudoscienze e delle sette. Aveva fatto sicuramente di meglio con “Magnolia” (ricordate l’imbonitore televisivo interpretato da Tom Cruise?). Certo, bisogna anche riconoscere che il focus del film non sta nel guru in sé, quanto nel suo rapporto con il seguace. E nel modo in cui viene ritratto sullo schermo, oltre che nella buona prova dei due interpreti, sta forse il maggior pregio della pellicola. Niente per cui entusiasmarsi, comunque.

4 novembre 2012

Yes Man (Peyton Reed, 2008)

Yes Man (id.)
di Peyton Reed – USA 2008
con Jim Carrey, Zooey Deschanel
**

Visto in TV, con Sabrina.

Carl, impiegato all'ufficio prestiti di una banca, conduce una vita miserabile: dopo il divorzio si è ritirato dal mondo, rifiuta gli inviti degli amici e trascorre le serate da solo davanti alla tv, rinunciando a qualsiasi opportunità che gli viene offerta. Tutto cambia quando, spinto da un conoscente, partecipa al seminario di un guru il cui motto è quello di "dire di sì" alla vita. Di fronte agli altri adepti, Carl si ritrova a stringere un patto: dovrà rispondere di "sì" a ogni proposta che gli verrà fatta, altrimenti subirà gravi conseguenze. Spaventato dalla maledizione, Carl si accorge di non poter più rifiutare nulla a chi gli chiede qualcosa: ma incredibilmente, in questo modo la vita comincia a sorridergli. Per aver dato un passaggio in auto (e regalato tutto il suo denaro) a un barbone, incontra una deliziosa e stravagante ragazza (Zooey Deschanel) che si innamora di lui; per aver dimostrato intraprendenza sul lavoro (concedendo prestiti anche in casi apparentemente disperati, ma che si rivelano fruttuosi per la banca), riceve una promozione; per aver accettato di frequentare i corsi più improbabili (lezioni di volo, insegnamenti di lingua coreana, incontri matrimoniali con donne iraniane) si ritrova con un bagaglio di esperienze che gli saranno utili in più occasioni. Inoltre fa amicizia con il suo capo nerd (memorabile l'invito alla serata a tema "Harry Potter"), rinnova il rapporto con gli amici di vecchia data, si dedica al volontariato... Ma presto si accorgerà a proprie spese che qualche volta anche dire di "no" sarebbe altrettanto importante. Il solito (ottimo) Carrey nel solito (bizzarro) film: regia e sceneggiatura hanno forse qualche punto debole, e il messaggio è alquanto banale, ma nel complesso il divertimento non manca e la pellicola è sufficientemente simpatica da meritare la visione. Nel cast anche Rhys Darby (il capo di Carl), Fionnula Flanagan (la vicina di casa) e Terence Stamp (il guru).