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28 febbraio 2023

Un eroe (Asghar Farhadi, 2021)

Un eroe (Qahreman)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2021
con Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh
***

Visto in TV (Now Tv).

In carcere per non aver pagato un debito, Rahim (Amir Jadidi) ha due giorni di permesso da trascorrere in famiglia, durante i quali vorrebbe vendere le monete d'oro contenute in una borsa che afferma di aver trovato per strada, accanto a una fermata d'autobus. Quando si rende conto che il ricavato non basterebbe comunque a soddisfare il suo creditore (Mohsen Tanabandeh), decide invece di restituire la borsa al legittimo proprietario, e a tal fine affigge degli annunci in strada. Una donna si presenta in effetti a reclamare la borsa. E la notizia del gesto disinteressato di Rahim si diffonde rapidamente, trasformandolo suo malgrado in un eroe e un modello di virtù e valore civico. L'uomo viene intervistato in televisione e sui giornali, e sia i responsabili del carcere sia un'associazione benefica ne approfittano per tessergli attorno una narrazione di retorica e di propaganda. Ma pian piano vengono alla luce anche sospetti e illazioni, anonime e sui social media, secondo cui Rahim si sarebbe inventato tutto... Asghar Farhadi torna a girare in Iran per raccontare una parabola ambigua (e mediatica) sull'onestà e l'ipocrisia. Cosa sia accaduto davvero non viene chiarito: Rahim afferma in seguito che la borsa non è stata trovata da lui, ma dalla sua compagna Farkhondeh (Sahar Goldoost), ma le date non coincidono; la proprietaria, dopo esserne tornata in possesso, sparisce nel nulla e non può più essere rintracciata per confermare la sua storia (anche se avrebbe i suoi validi motivi). Ma soprattutto la vicenda mette in luce gli interessi e le ipocrisie dietro ogni narrazione "popolare" di bontà e di successo, con Rahim (e suo figlio, il piccolo e balbuziente Siavash) tirati da tutte le parti per mettere in scena e far apparire nel migliore dei modi al pubblico, di volta in volta, le istituzioni e le organizzazioni carcerarie, la famiglia del debitore e quella del creditore. Parole e azioni servono per "comprare la reputazione", in una compravendita cui inizialmente partecipa lo stesso Rahim, salvo ribellarsi nel finale. Premiato a Cannes con il Grand Prix speciale della giuria, il film è ispirato a una storia vera (ci sono state controversie in proposito, fra il regista e una sua ex studentessa, su chi abbia avuto l'idea) e illustra un (altro) aspetto della società iraniana o, se vogliamo, più in generale del mondo contemporaneo: non mancano le affinità, per esempio, con "Eroe per caso" di Stephen Frears, con Dustin Hoffman.

5 febbraio 2023

Primo caso, secondo caso (A. Kiarostami, 1979)

Primo caso, secondo caso (Ghazieh-e shekl-e aval, ghazieh-e shekl-e dovom)
di Abbas Kiarostami – Iran 1979
con attori non professionisti
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Uno studente indisciplinato, seduto in fondo alla classe, disturba la lezione facendo rumore sul banco. Non riuscendo a identificare il responsabile, l'insegnante fa uscire dall'aula tutti i sette alunni dell'ultima fila, minacciando di lasciarli in punizione in corridoio per l'intera settimana, a meno che uno di loro non riveli chi era il colpevole. Dopo aver intervistato i genitori dei ragazzi, chiedendo loro come dovrebbero comportarsi (fare la spia oppure no?), Kiarostami proietta a questi e a un gruppo di educatori, intellettuali, leader politici e religiosi, due differenti "finali" della storia: nel primo caso, dopo due giorni uno degli studenti, seppure a malincuore, denuncia il compagno colpevole e viene così riammesso in classe a seguire le lezioni; nel secondo caso, tutti e sette gli alunni "resistono" per l'intera settimana senza tradirsi a vicenda. In entrambi i casi gli intervistati esprimono le proprie opinioni sull'accaduto. La maggior parte di essi elogia l'unità mostrata dagli alunni e condanna l'eventuale "traditore", in nome dei valori della solidarietà all'interno di una comunità o di un gruppo di appartenenza. Le critiche vengono invece rivolte per lo più all'insegnante, per averli messi in quella situazione, e al sistema educativo, visto come specchio di una società oppressiva, che incoraggia la delazione e il tradimento e che reprime la personalità dei suoi membri. Naturalmente, però, c'è anche chi condanna il comportamento indisciplinato di alunni che dovrebbero pensare soprattutto a studiare e a rispettare le regole. E quello che era un comune episodio di vita scolastica si colora di interpretazioni sociali e politiche. All'apparenza uno dei tanti corti e mediometraggi di ambientazione scolastica e dagli intenti pedagogici diretti da Kiarostami per conto del Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (non dissimile, per esempio, dal precedente "Due soluzioni per un problema"), questo film di una cinquantina di minuti è in realtà un importante documento della transizione dell'Iran da repubblica laica a stato islamico. Proprio mentre il regista lo stava completando, infatti, la rivoluzione guidata dall'ayatollah Khomeini rovesciava la monarchia e il regime dello scià, costringendo di fatto il regista a modificare il progetto (il "secondo caso" venne aggiunto in corso d'opera) e a cambiare la struttura del film, eliminando parte dei commenti già girati e aggiungendone di altri (in particolare le interviste ad alcuni dei "nuovi" leader politici e religiosi del paese). Ciò nonostante, il film venne vietato dalla censura (forse perché mostra comunque un dibattito non allineato, caratterizzato da una grande varietà di opinioni) ed è rimasto a lungo inaccessibile. Curiosità: gli alunni in piedi nel corridoio ricordano "I soliti sospetti".

4 febbraio 2023

Soluzione (Abbas Kiarostami, 1978)

Soluzione (Rah hal-e yek)
di Abbas Kiarostami – Iran 1978
con Ali Asghar Mirzaei
**1/2

Visto su Internet Archive.

Un uomo e il suo pneumatico, su una strada di montagna, sono i protagonisti di questo cortometraggio di 11 minuti, del tutto privo di dialoghi (ci sono solo i rumori ambientali nella prima parte, quella dedicata all'attesa, e un gradevole accompagnamento musicale nella seconda, più dinamica). Il giovane è fermo sul ciglio della strada. Sta facendo l'autostop, aspettando qualcuno che gli dia un passaggio per tornare alla sua macchina con la gomma appena riparata. Ma nessuna delle auto e dei mezzi pesanti che circolano sulla strada si ferma. Allora, dopo una lunga attesa, l'uomo decide di avviarsi a piedi da solo, di corsa, facendo rotolare il pneumatico in discesa lungo la strada. È un percorso che si fa sempre più rapido e giocoso, attraverso tunnel e ponti, tornanti e scarpate, fino alla tanto agognata destinazione. Come sempre, Kiarostami sa ottenere molto con poco. E ci fa partecipare alla piccola odissea del protagonista grazie alla fusione di immagini e musica, ambiente (le montagne e le rocce circostanti, ricoperte di neve) e colori, in un film "piccolo" ma dove tutto – regia, fotografia, montaggio e sonoro – collabora alla perfezione. In un certo senso è il trionfo del cinema nella sua forma più "pura". E il protagonista è quasi una versione adulta dei tanti bambini, curiosi e intraprendenti, ritratti dal regista nei suoi corti precedenti.

13 novembre 2022

Il matrimonio dei benedetti (M. Makhmalbaf, 1989)

Il matrimonio dei benedetti (Arusi-ye khuban)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1989
con Mahmud Bigham, Roya Nonahali
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Haji (Mahmud Bigham), fotografo di guerra, soffre di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) in seguito agli orrori e alle atrocità di cui è stato testimone (il conflitto fra Iran e Iraq, cui ha partecipato come soldato; la guerra civile in Libano; le carestie nei paesi africani). Tornato alla vita civile, fa fatica a riadattarsi ed è costantemente turbato da immagini, pensieri e visioni. La fidanzata Mehri (Roya Nonahali) vorrebbe sposarlo, nella speranza che il matrimonio lo aiuti a recuperare felicità e serenità, nonostante l'opposizione del padre. Ma proprio durante la cerimonia, Haji avrà una ricaduta... Uno dei film più "forti" ed espressionisti di Makhmalbaf, una discesa nella follia e nell'incubo di un uomo che ha vissuto l'orrore e non riesce più a dimenticarlo. Punteggiato da una serie di visioni e di flashback, che la regia moderna (con ardite soggettive), il montaggio, la fotografia, l'uso del sonoro e la musica sottolineano con veemenza, il percorso di Haji sembra una strada senza uscita che si ripiega su sé stessa, come testimonia il suo "reportage" notturno per la città, dopo aver ricominciato a lavorare al giornale, nel quale scatta istantanee clandestine ai disagiati, i disperati e i poveri che affollano le strade (all'interno di questa sequenza, il film "rompe" suo malgrado la quarta parete – cosa peraltro non certo insolita per il cinema iraniano – quando una pattuglia di poliziotti chiede a Makhmalbaf e alla sua troupe se hanno il permesso per girare). Nel frattempo Mehri, proveniente da una famiglia ricca e privilegiata (a sua volta è un'artista), cerca di risvegliare in lui i ricordi del loro passato felice (i due si conoscevano sin da piccoli) e di convincerlo a non sentirsi responsabile o farsi carico di tutti i problemi del mondo. Curiosità: il film era citato in "Close up" di Abbas Kiarostami, nel quale Makhmalbaf recitava nel ruolo di sé stesso.

15 ottobre 2022

Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)

Il male non esiste (Sheytan vojud nadarad)
di Mohammad Rasoulof – Iran/Ger/Cec 2020
con Ehsan Mirhosseini, Kaveh Ahangar, Mahtab Servati
***

Visto in TV (Now Tv).

Quattro episodi sul tema della pena di morte in Iran, visto dalla prospettiva di chi è "costretto" a somministrarla, che si tratti di burocrati statali o giovani soldati di leva. Il regista (che ha girato il film clandestinamente: la pellicola è stata ovviamente bandita in patria) si è ispirato alle proprie esperienze e ha affermato di aver inteso esplorare la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità, dunque da un punto di vista personale e individuale, piuttosto che imbastire una battaglia a livello politico o sociale. Nel primo episodio, intitolato "Il diavolo non esiste" (come il titolo letterale del film stesso), assistiamo alla vita quotidiana, persino monotona, di un uomo di mezza età, con i suoi problemi famigliari, le interazioni con moglie, figlioletta e madre, la visita in banca o al supermercato per fare la spesa, i dialoghi di tutti i giorni. Solo alla fine scopriremo che lavoro fa, ovvero il boia in un carcere di Teheran: è la "banalità del male", immersa in un vissuto quotidiano dove le questioni legate al suo terribile lavoro sono completamente rimosse e lasciate da parte durante il resto della sua giornata. Nel secondo episodio, un giovane militare di leva viene assegnato al braccio della morte, con il compito di accompagnare i prigionieri verso il loro destino. Non saprà reggere alla tensione e sceglierà di "evadere". Nel terzo episodio, un altro soldato ottiene una licenza per far visita alla sua ragazza: quando questa scopre che il suo compito sotto le armi è quello di giustiziare i condannati a morte, cosa di cui non le aveva mai fatto accenno, deciderà di lasciarlo. Nel quarto, un uomo che vent'anni prima aveva disertato dall'esercito pur di non macchiarsi le mani del sangue dei condannati, confessa il proprio passato alla figlia, una ragazza che da allora è vissuta all'estero e che ignorava persino il loro legame di parentela. Quattro storie potenti, che restano dentro, legate dalla stessa tematica ma distanti per ambientazioni (molto belli, in particolare, gli scenari naturali degli ultimi due episodi), con personaggi che di fronte all'orrore del dover giustiziare altri uomini scelgono vie differenti: chi la rimozione di ogni senso di colpa, chi la fuga, chi l'ignoranza, chi la consapevolezza. Ottimi il vasto cast, la regia e la confezione. Nella colonna sonora spicca la versione di Milva di "Bella ciao" (quella connotata come "canto delle mondine"), più avanti ripresa anche in versione strumentale. Orso d'oro al festival di Berlino.

18 luglio 2022

Il rapporto (Abbas Kiarostami, 1977)

Il rapporto (Gozaresh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1977
con Kurosh Afsharpanah, Shohreh Aghdashlu
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mahmad Firouzkoui (Afsharpanah) lavora come impiegato all'ufficio tasse del ministero delle finanze. Accusato di aver preso una mazzetta per accelerare una pratica, viene sospeso dal lavoro: e nel frattempo i problemi economici e contemporaneamente i frequenti dissidi con la moglie Azam (Aghdashlu), insoddisfatta della vita coniugale, portano la coppia sull'orlo della rottura... Il secondo lungometraggio di Kiarostami è un film molto distante dal cinema di taglio poetico e neorealista che caratterizzerà in seguito la sua cifra stilistica, e non solo per l'ambientazione moderna e urbana (girato poco prima della rivoluzione islamica, mostra una Teheran dove si gioca d'azzardo, si beve e si fuma): nella sua analisi del malessere di una coppia borghese (e dei meandri di un lavoro burocratico) anticipa semmai in certe cose i lavori di Asghar Farhadi ("Una separazione", "Il cliente"). Nonostante il discreto successo di pubblico e critica all'epoca, resta certo un capitolo minore della filmografia del regista (benché, a ben cercarli, vi si possano ritrovare alcuni echi di lavori successivi – come "Il sapore della ciliegia"), ma tutto sommato ne mette in mostra molte qualità, a cominciare dalla capacità di ritrarre personaggi e ambienti con tocchi leggeri e quasi invisibili: si pensi alle lunghe sequenze dove il protagonista resta quasi sullo sfondo, mentre in primo piano ci sono persone qualunque impegnate in discorsi di tutti i giorni che però riecheggiano nel privato (come la scena nel bar dove Mahmad si reca a bere una birra, dove gli avventori discutono di denaro, felicità e pace con la propria coscienza), e che servono a fare "atmosfera" contribuendo al realismo del film. Kiarostami non giudica i suoi personaggi, che in un certo senso rappresentano il cittadino medio (o mediocre), e nel dissapore fra marito e moglie non prende le parti di nessuno né tantomeno cerca di edulcorarne i difetti: molto bello in particolare il finale, quasi sospeso ma significativo, efficace nella sua semplicità. In più, stupisce sempre il modo in cui il regista riesce a far "recitare" i bambini (in questo caso, la piccolissima figlia della coppia). Kiarostami ha affermato di essersi ispirato alle vicissitudini di due nuclei famigliari di sua conoscenza, i cui litigi vanno avanti quasi per abitudine, innescati da piccoli episodi senza un vero motivo, ma è possibile che vi siano confluiti aspetti autobiografici (stava a sua volta per separarsi dalla propria moglie). Curiosità: si tratta del suo primo film (e in questo resterà unico per altri diciassette anni) a essere prodotto con capitali privati, anziché finanziato da istituti governativi).

30 aprile 2022

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1964)

Mattone e specchio (Khesht o ayeneh)
di Ebrahim Golestan – Iran 1964
con Zakaria Hashemi, Taji Ahmadi
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il tassista Hashem trova nella sua auto un neonato, lasciato lì da una passeggera velata. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare la donna, proverà a portare il bambino alla polizia, dove gli viene suggerito di custodirlo fino al giorno seguente e di consegnarlo all'orfanotrofio. Durante la notte, trascorsa con la compagna Taji, i due discuteranno sulla possibilità di tenerlo con sé... Il primo degli unici due film di finzione diretti dallo scrittore e documentarista Golestan, pioniere della nouvelle vague iraniana, si svolge nell'arco di 24 ore in una Teheran moderna e ostile, attraverso una serie di scene concatenate l'una nell'altra (i palazzi diroccati della periferia, il locale dove si ritrovano i tassisti alla fine del turno, il posto di polizia, la casa di Hashem, l'ospedale, il tribunale, l'orfanotrofio). Nel corso dell'odissea di Hashem, di Taji e del bambino, osserviamo vari rappresentanti di un'umanità allo sbando che, fra egoismo e disperazione, filosofeggia sulla vita e sulle relazioni fra persone: si pensi, per esempio, alla discussione fra il medico (aggredito dai parenti di una donna che ha perso il figlio) e il poliziotto, o allo scambio di battute che Hashem ha in tribunale con un uomo che con cinismo gli suggerisce di abbandonare il bambino e di pensare solo a sé stesso (salvo rivedere lo stesso uomo, nel finale, pontificare in televisione sulla necessità di una maggiore compassione verso gli altri). Il cinismo, l'ipocrisia, le paranoie (la "paura" di Hashem sull'essere osservato dai vicini di casa in compagnia di Taji) influiscono sui rapporti di amicizia e su quelli sentimentali: la relazione con Taji, in particolare, attraversa varie fasi, con la donna che lo accusa di vivere alla giornata e di non pensare al futuro (la scelta di tenere il bambino equivale a quella di voler vivere e crescere insieme). Realizzato prima della rivoluzione islamica degli anni settanta, il film colpisce per quanto è diverso da tutto ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dal cinema iraniano: la città è moderna e tentacolare (nella prima sequenza, di notte, abbondano le insegne luminose al neon, mentre alla radio sono trasmessi racconti gialli – la voce è di Golestan stesso – e messaggi pubblicitari), mentre l'elegante e avvolgente fotografia in bianco e nero (a tratti quasi da film noir), i tempi dilatati e la regia espressiva (con notevoli movimenti di macchina, ma anche sequenze statiche significative, si pensi alla telefonata "muta" dell'infermiera) ricordano il contemporaneo cinema d'autore europeo. Memorabile il finale, ambientato nell'orfanotrofio, con lunghe inquadrature silenziose sui bambini lì custoditi, abbandonati, malati e piangenti, durante le quali Taji, nonostante tutta la sua buona volontà, capisce che non può assumere su di sé tutte le sofferenze del mondo. Il significato del titolo è spiegato dallo stesso regista: «Il titolo è tratto da un verso proverbiale di una poesia di Farid al-Din Attaar, un poeta persiano ucciso in un massacro durante l’invasione mongola dell’Iran nel XIII secolo. Il verso recita: “Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo”. La citazione è stata inserita non solo per dire che i dettagli della storia sono un riflesso della durezza della società che il film ritrae, o alla quale allude. Intende anche richiamare l’attenzione sui dettagli presenti parallelamente in una dimensione meno visibile, portatrice di un significato estraneo ma tangibile, e quasi complementare, di ciò che sta avvenendo: come due distinti strumenti musicali che, suonando note e tonalità differenti, producono un suono o un’aria compositi, da ascoltare, o da esprimere...».

13 aprile 2022

I colori (Abbas Kiarostami, 1976)

I colori (Rangha)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
**1/2

Visto su YouTube.

Cortometraggio sul tema dei colori, girato da Kiarostami nel periodo in cui lavorava per il Kanun (l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti). Stavolta non viene raccontata una storia: vediamo una mano impugnare dei pennelli e, uno dopo l'altro, intingerne la punta in una vaschetta di colore e poi in un bicchiere d'acqua. Seguono (in rapida successione, accompagnate da una voce femminile e da una musichetta allegra) immagini di vari oggetti di uso comune, ma anche fiori e animali, caratterizzati da quel colore. Inizialmente il rosso, poi il verde, il giallo, il blu, l'arancio, il bianco, il viola e infine il nero. L'intento pedagogico è esile ma ovvio (guidare i bambini alla scoperta dei colori, il che significa alla scoperta del mondo), ma a colpire è la sensibilità artistica. E il percorso non è lineare: non mancano infatti inattese disgressioni (la comparsa di arcobaleni, dove i colori si affiancano o si fondono insieme) o spunti "narrativi" (la gara di automobiline, con tanto di immagini di un bambino alla guida di una di esse; il passaggio pedonale, che ricorre sia nei segmenti dedicati ai tre colori del semaforo, sia in quello del bianco; la barchetta di carta nel ruscello). Di impatto anche la sequenza in cui il bambino, con una pistola giocattolo, spara su una fila di bottiglie contenente acqua colorata, distruggendole una dopo l'altra. Ogni colore, infine, è associato anche a emozioni o concetti astratti: il nero conclusivo, per esempio, è il colore di una lavagna, e dunque dell'apprendimento. Nell'insieme, la breve pellicola (dura quindici minuti) fornisce tanti spunti, situazioni, piccoli episodi, da non annoiare mai e da mettere in mostra in maniera perfetta il talento affabulatorio di Kiarostami, capace di catturare lo spettatore con la poesia del quotidiano e le libere associazioni a partire da immagini semplici. Gli stessi colori si sciolgono l'uno nell'altro e si confondono, come le "mille gradazioni" della vita.

12 aprile 2022

Il vestito per il matrimonio (A. Kiarostami, 1976)

Il vestito per il matrimonio (Lebasi baraye arusi)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
con Hassan Darabi, Mehdi Nekoueï, Massoud Zand
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ali, Hossein e Mamad sono tre giovani amici che lavorano negli esercizi commerciali che si affacciano sul cortile interno di un palazzo. Ali fa il garzone nella bottega di un sarto: quando una cliente benestante commissiona un vestito su misura per il figlio, da indossare il giovedì seguente al matrimonio della sorella, Hossein chiede all'amico di prestarglielo la sera di mercoledì, promettendo di riportarglielo indietro prima che la donna venga a ritirarlo la mattina dopo. Ma anche Mamad vuole sfoggiare il vestito, e convince Hossein a cederglielo... L'abito che dà il titolo a questo mediometraggio è l'oggetto del desiderio dei giovani protagonisti, un autentico status symbol (simbolo di ricchezza ed eleganza, come quella dei modelli che appaiono nel catalogo nel negozio del sarto) da sfoggiare, anche solo per una sera, per uscire con una ragazza (nel caso di Hossein) o per andare a teatro ad assistere allo spettacolo di un prestigiatore (nel caso di Mamad) e potersi permettere di salire sul palco come volontario. E mentre i genitori e gli adulti non comprendono questo desiderio ("Io indosso lo stesso vestito da nove anni!"), i ragazzi (e lo spettatore con loro) si interrogano se l'abito tornerà nel negozio sano e salvo prima che la cliente giunga a reclamarlo (soprattutto perché Mamad ha una reputazione per farsi coinvolgere nelle risse e tornare a casa con gli abiti strappati). Incentrato in fondo su un "piccolo" episodio, come altri lavori di Kiarostami il film si apre a un respiro più ampio grazie alla simpatica caratterizzazione dei tre amici e del luogo in cui lavorano, un microcosmo dove l'arte del commercio e delle transazioni si espande alle relazioni di tutti i giorni (si veda come i ragazzi "contrattino" ogni favore reciproco). In fondo, anche in questo caso, i problemi dell'infanzia o dell'adolescenza non sono altro che un simulacro, più ingenuo e innocente, di quelli dell'età adulta. Nota: Hassan Darabi, che interpreta Ali, era già stato il protagonista del precedente lungometraggio di Kiarostami, "Il viaggiatore".

25 marzo 2022

Anch'io posso (Abbas Kiarostami, 1975)

Anch'io posso (Man ham mitounam)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

In questo altro cortometraggio (dura tre minuti e mezzo) realizzato per l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, Kiarostami non sceglie apparentemente un approccio educativo o pedagogico, ma si limita a mostrare ad ampio raggio la forza dell'immaginazione di un piccolo scolaro. Quando la maestra, infatti, gli proietta un cartone animato che mostra il movimento di diversi animali (si comincia con un canguro che procede a balzi; seguono poi un bruco che striscia, un topolino, un cavallo al galoppo, un pesce che nuota, una scimmietta che penzola dai rami di un albero), il bambino risponde dopo ogni scena "Anch'io posso farlo!". E infatti assistiamo al piccolo protagonista che imita i vari animali, riproducendone il comportamento e i movimenti. L'ultimo animale mostrato nel cartone animato, però, è un piccione che vola. E il bambino rimane perplesso, rendendosi conto di non poterlo imitare. La pellicola su conclude mostrando, in dissolvenza incrociata sul suo volto, l'immagine di un aereo in volo. Come detto, stavolta non c'è un messaggio morale esplicito: forse quello di conoscere e comprendere i propri limiti? La cosa, però, non impedisce di sognare, anche perché l'ingegno umano (che ha prodotto appunto gli aeroplani) forse riuscirà sempre in qualche modo ad aiutarci a realizzare i nostri sogni. In fondo il progresso tecnologico può essere visto proprio come il tentativo dell'uomo adulto di rispondere ai desideri e agli impulsi dell'infanzia, e in quanto tale ha una componente ludica che chiunque abbia lavorato in un progetto di ricerca conosce bene. Un bambino, di fronte alla natura e agli animali, mostrerà sempre uno stupore e un desiderio di farne parte, di condividerne le qualità e le caratteristiche: e solo un adulto che non perderà del tutto tale impulso potrà far progredire la specie umana. Da notare le sequenze a cartoni animati, realizzate appositamente: l'istituto Kanun, infatti, aveva al suo interno anche un dipartimento di animazione.

24 marzo 2022

Due soluzioni per un problema (A. Kiarostami, 1975)

Due soluzioni per un problema (Dow rahehal baraye yek masaleh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
con Sahid, Hamid
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Prima di diventare un regista apprezzato nei maggiori festival internazionali, Abbas Kiarostami ha lavorato per il Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, di cui è stato il responsabile del dipartimento cinematografico. Per l'istituto ha realizzato una serie di pellicole, documentari e cortometraggi con finalità educative, che gli hanno dato la possibilità di sperimentare la propria tecnica, di imparare a dirigere gli attori (a cominciare dai bambini) e di raccontare storie senza l'assillo dei risultati commerciali o delle imposizioni di regime. Uno dei primi cortometraggi è questo "Due soluzioni per un problema", ispiratogli da un episodio accaduto davvero a uno dei suoi figli a scuola. Protagonisti sono due piccoli amici, Nader e Dara: quando il secondo restituisce al primo il libro che gli aveva prestato, ma con la copertina strappata, comincia un'altalena di dispetti reciproci: in una vera e propria escalation, i due bambini si danneggiano a vicenda libri, cartelle, righelli e capi di vestiario (sembra di assistere a una comica di Stanlio e Ollio, con i due che fanno a turno a farsi degli sgarbi!), fino ad arrivare inevitabilmente a picchiarsi. Su una lavagna, si fa il riepilogo dei danni reciprocamente inflitti. Ma poi la storia ricomincia da capo, e si sviluppa in modo diverso: Dara aggiusta il libro danneggiato, incollando la copertina, e i due bambini rimangono amici. La voce narrante, che fino a lì aveva accompagnato lo svolgersi dell'azione, non fa alcuna morale: lascia che sia il (si presume) piccolo spettatore a trarre da sé le conclusioni, ovvero a quale delle "due soluzioni per un problema" sia meglio ricorrere in casi del genere. Ma osservando il film da un punto di vista cinematografico, è divertente notare come la prima "soluzione", quella del litigio, sia infinitamente più interessante e dinamica: senza di essa, senza lo sviluppo di un conflitto, e dunque senza il contrasto fra le due soluzioni, un eventuale cortometraggio che proponesse soltanto lo scenario conciliante e pedagogico risulterebbe blando e banale. È una piccola ma vera e chiarissima lezione su come costruire un plot accattivante! E nonostante la semplicità narrativa e la povertà di mezzi, è incredibile come un corto di poco più di quattro minuti sia capace di rimandare a mondi paralleli e storie a bivi (come "Sliding doors").

4 settembre 2021

Le bianche distese (M. Rasoulof, 2009)

Le bianche distese (Keshtzar haye sepid)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2009
con Hasan Pourshirazi, Younes Ghazali
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Da trent'anni Rahmat (Pourshirazi), con la sua barca a remi, visita i villaggi e le comunità che vivono sulle isole rocciose e sulle coste di un vasto lago salato (il film è stato girato sul Lago di Urmia, nelle province azere dell'Iran settentrionale) per "raccogliere le lacrime" degli abitanti. Le versa infatti in un'ampolla di vetro e le porta via, insieme a tutti i loro dolori: nel far questo è testimone di lutti, funerali, ma anche strani riti, cerimonie e superstizioni, spesso crudeli (una ragazza data "in sposa al mare" affinché interceda per far cadere la pioggia; un nano calato in un pozzo per recare agli spiriti sotterranei le preghiere degli abitanti del villaggio, le cui parole sono state racchiuse in barattoli di vetro; un pittore condannato alla cecità perché si ostina a dipingere il mare di colore rosso). Ad accompagnarlo, per un breve periodo, ci sarà un ragazzo, Nassim (Ghazali), che si finge sordo e muto, partito alla ricerca del proprio padre. Suggestivo, poetico e visionario (gli elementi antropologici sono in gran parte frutto dell'immaginazione del regista, anche sceneggiatore), il terzo film di finzione di Rasoulof si colloca in quell'area del World Cinema già frequentata da autori come Pasolini ("Medea"), Paradžanov ("Ashik Kerib") e Naderi ("Acqua, vento, sabbia"), fra riti ancestrali, antichi costumi e località sperdute nell'Asia centrale. Proprio i magnifici scenari (le coste e gli scogli incrostati di sale, le acque del lago che si confondono con il cielo, le isole rocciose sperse in mezzo al nulla) valgono da soli la visione, senza poi contare le musiche e i canti popolari che punteggiano gli eventi e la bellezza di un mondo arcaico e fuori dal tempo. Per il resto i dialoghi sono sparsi e rarefatti, i personaggi semplici osservatori, la tavolozza cromatica basilare. A curare il montaggio c'è Jafar Panahi, collega e amico del regista e a sua volta grande cineasta: sia Rasoulof che Panahi, rappresentanti di un cinema anticonformista e indipendente, avranno continui problemi con la censura di stato e saranno condannati nel 2010 per "propaganda contro il governo" a non poter girare più altri film (cosa che continueranno invece a fare clandestinamente). L'episodio del pittore imprigionato, i cui occhi vengono "rieducati" a forza perché, a differenza di tutti gli altri, vede (e dipinge) il mare di colore rosso anziché blu, è una chiara metafora delle pressioni e delle persecuzioni del regime verso gli artisti non allineati.

20 agosto 2021

Viaggio a Kandahar (Mohsen Makhmalbaf, 2001)

Viaggio a Kandahar (Safar-e Qandahār)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Francia 2001
con Nelofer Pazira, Hassan Tantaï
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Rivisto in TV (La7), con Sabrina.

Nafas (Nelofer Pazira), una giornalista afgana rifugiatasi in Canada, intende reintrodursi clandestinamente nel proprio paese di origine per raggiungere la città di Kandahar, dove si trova ancora sua sorella, che le ha comunicato l'intenzione di uccidersi nel giorno dell'ultima eclisse di sole del millennio. Ma per attraversare il territorio controllato dai talebani (gli "studenti coranici" che impongono severe leggi che limitano la libertà degli abitanti, e in particolare delle donne) deve nascondersi sotto un burqa e dipendere dall'aiuto di occasionali sconosciuti incontrati lungo il cammino (una famiglia di profughi di cui si finge una delle mogli, un bambino appena espulso da una scuola coranica, un medico di origine americana, un uomo con il braccio amputato). Di impianto semi-documentaristico (la storia della protagonista è in parte vera, e molti degli attori interpretano sé stessi), è il film più noto in occidente del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, che lo ha girato negli anni del primo regime talebano in Afghanistan: prima, cioè, che gli attentati dell'11 settembre 2001 spingessero gli americani e i paesi occidentali a rovesciare tale regime: oggi, proprio nei giorni in cui i talebani hanno riacquistato il controllo del paese, la pellicola è tornata tristemente e prepotentemente di attualità dopo aver passato qualche tempo (dopo l'iniziale successo) nel dimenticatoio. Potente e impressionante nel suo mettere in scena le condizioni di un popolo soggiogato da un sistema fanatico ed estremista (vedi per esempio la scena della scuola coranica, che mostra l'indottrinamento dei bambini), oltre che della situazione di profughi e rifugiati (molti dei quali con arti amputati a causa delle numerose mine, residui della lunga guerra fra i sovietici e i mujaheddin: indimenticabili le scene in cui gli elicotteri della Croce Rossa "paracadutano" nel deserto protesi e gambe finte), il film parla soprattutto delle dure condizioni delle donne sotto il dominio talebano, chiamate cumulativamente "teste nere", private di ogni diritto (dall'educazione al lavoro indipendente), persino della parola (un uomo o un bambino devono fare da "interprete" fra loro e gli estranei durante qualsiasi conversazione) e naturalmente costrette a nascondersi interamente dietro il velo (sotto il quale, però, alcune di loro non rinunciano a mettersi lo smalto o il rossetto). Alcune sequenze appaiono involontariamente comiche, come quella in cui non solo Nafas ma anche la sua guida e numerosi altri uomini si celano sotto il burqa per unirsi a un corteo nuziale e oltrepassare così un posto di blocco (una sequenza che ricorda quella del film dei Monty Python "Brian di Nazareth" con le barbe finte). La maggior parte del film è stata girata in Iran (per esempio presso il campo rifugiati di Niatak), ma alcune scene anche (segretamente) in Afghanistan. Il medico che aiuta Nafas è interpretato da Hassan Tantaï (alias Dawud Salahuddin), un vero ex combattente americano che si è convertito all'Islam, si è rifugiato in Iran e ha ucciso un oppositore di Khomeini (ed è tuttora ricercato come fuggitivo). Finale aperto, con l'ultima scena che era stata proposta anche all'inizio e che torna come in un circolo (richiamato dall'immagine dell'eclisse, intravista da Nafas attraverso le maglie strette del burqa e ovvia metafora di un'oscurità che irrompe sul destino degli abitanti del paese). Ma la bellezza del film sta anche nella sua apertura verso la speranza, a tratti evocata dalle frasi, dai canti e dalle emozioni che Nafas cattura a mo' di reportage, durante tutto il viaggio, sul suo registratore portatile, nell'intento di portare conforto alla sorella e, per estensione, a tutto il popolo afgano.

19 maggio 2021

Acqua, vento, sabbia (Amir Naderi, 1989)

Acqua, vento, sabbia (Aab, baad, khaak)
di Amir Naderi – Iran 1989
con Majid Nirumand
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Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Un ragazzino vaga nel deserto alla ricerca della propria famiglia, che ha abbandonato il villaggio natale dopo che il lago si è prosciugato. L'ultimo film girato da Amir Naderi in patria prima di abbandonare per sempre il paese e trasferirsi negli Stati Uniti, e forse il suo lavoro iraniano più celebre in occidente insieme al precedente "Il corridore" (con lo stesso attore, che lì era un bambino e qui è giusto un po' più cresciuto), è una pellicola quasi muta, antinarrativa e documentaristica. Il rumore incessante che vento che soffia (il sonoro, come capita spesso nel cinema iraniano, è un elemento fondamentale), la sabbia che permea l'aria, la terra spaccata e le dune del deserto mettono l'ambiente al centro della storia, rendendolo di fatto protagonista al pari del ragazzo, che si muove in uno scenario desolato, dove piccoli momenti di solidarietà si alternano ad altri in cui l'isolamento e l'istinto di sopravvivenza hanno la prevalenza su tutto. A differenza di gran parte delle persone che incontra, in più occasioni il ragazzo dimostra di avere un cuore: quando soccorre un bambino perso (o abbandonato?) nel deserto, facendo di tutto affinché sia accolto da una carovana di passaggio, o quando, nel finale, scava a mani nude un pozzo nella sabbia per trovare l'acqua necessaria a salvare una vita. E mentre il viaggio e la ricerca del protagonista assumono quasi toni archetipici, i luoghi inospitali, le carcasse di animali morti (attorno ai quali si aggirano cani randagi), i canti delle popolazioni nomadi concorrono a impreziosire un film lento e ostico ma anche immersivo, unico nel suo genere e capace di illustrare con forza il rapporto fra l'uomo e la natura. Nel finale, quando l'acqua sgorga copiosamente dal pozzo (è quasi un'inondazione, come se ci trovassimo in mezzo al mare), si odono le note della quinta sinfonia di Beethoven.

18 maggio 2021

Tangsir (Amir Naderi, 1973)

Tangsir
di Amir Naderi – Iran 1973
con Behrouz Vossoughi, Parviz Fanizadeh
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Per vendicarsi dei quattro uomini (un mercante, un avvocato, un giudice corrotto e lo sceicco locale) che gli hanno sottratto con l'inganno i risparmi di una vita per poi umiliarlo e deriderlo, il povero ma orgoglioso tangsir (ovvero membro di una tribù del Tangestan, nell'Iran meridionale) Za'er Mohammad decide di farsi giustizia da solo. Le sue azioni saranno la scintilla che scatenerà la rivolta della popolazione contro i soprusi e le vessazioni di autorità corrotte e forze dell'ordine compiacenti. Pellicola giovanile di Amir Naderi, ambientata a metà degli anni trenta (di Za'er, che ora lavora come scavapozzi, si dice che ha combattuto vent'anni prima, al fianco di Ali Delvari, contro gli inglesi che avevano occupato la regione nel 1915), ispirata a un romanzo di Sadeq Chubak e interpretata da quella che era una vera e propria star del cinema persiano, Behrouz Vossoughi, qui nel ruolo di un uomo coraggioso che diventa sua malgrado l'acclamato leader di una rivoluzione armata. Nonostante qualche ingenuità nella scrittura e alcune concessioni alla retorica, il film è appassionante e mette in mostra il talento di un regista che dopo essersi fatto le ossa con pellicole popolari come questa si dedicherà in seguito a un tipo di cinema sempre più personale, culminante in due titoli semi-autobiografici noti anche in occidente ("Il corridore" e "Acqua, vento, sabbia").

24 novembre 2020

L'isola di ferro (Mohammad Rasoulof, 2005)

L'isola di ferro (Jazireh ahani)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2005
con Ali Nassirian, Hossein Farzi-Zadeh
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Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una gigantesca petroliera in disuso, arrugginita e ancorata al largo della costa meridionale dell'Iran, ospita una vasta comunità di profughi sunniti. È come una comune o un piccolo villaggio galleggiante, con tanto di scuola e fattorie, autosufficiente e completa di dinamiche sociali (matrimoni, nascite, morti). A gestire tutto è il capitano Nemat (Ali Nassirian), che distribuisce e organizza i lavori, mantiene l'ordine, riscuote gli "affitti", tiene i conti e coordina le diverse attività, come la periodica vendita clandestina delle parti d'acciaio della nave o dei barili di petrolio che ancora si riescono a pompare dalla stiva. Fra i problemi cui deve far fronte ci sono le vicissitudini di Ahmad (Hossein Farzi-Zadeh), il suo giovane aiutante e "addetto alle comunicazioni", innamorato di una ragazza (Neda Pakdaman) con cui si scambia messaggi contro il volere del padre di lei; le preoccupazioni del maestro della scuola, che avverte che lo scafo sta lentamente affondando, ogni giorno di più; e soprattutto l'invito ad evacuare la nave, destinata alla demolizione dalla compagnia proprietaria. Alla fine, come un novello Mosé, il capitano guiderà i passeggeri in un esodo sulla terraferma, verso la "terra promessa", in una regione arida e polverosa ("Qui costruiremo una città": ma l'ultima scena mostra un bambino che sente il richiamo del mare – e della libertà – e si tuffa). Il secondo lungometraggio di Rasoulof funziona a più livelli: come racconto corale (con numerosi e variopinti personaggi ben caratterizzati con pochi tratti: dal bambino che pesca i pesci nella stiva allagata, per poi rigettarli in mare, al vecchio che scruta costantemente il cielo in attesa di qualcosa di misterioso, dal giovane in sedia a rotelle che gestisce l'ascensore lungo lo scafo, al maestro che si fabbrica i gessetti per la lavagna con le cartucce di vecchie pallottole come stampi), come fotografia delle dinamiche sociali e culturali (la ragazza costretta a sottomettersi alla volontà del padre, e in generale il conflitto fra autocrazia e libertà evidente anche nel rapporto fra il capitano e il giovane Ahmad), come allegoria dell'isolamento delle comunità e delle minoranze (con la diffidenza per ciò che viene dall'esterno, comune in fondo all'intera nazione: significativa la scena in cui i ragazzi vengono puniti perché hanno cercato di guardare canali televisivi stranieri via satellite), come metafora del cambiamento che schiaccia le realtà più povere e rurali (la vendita della nave), come ritratto della capacità di arrangiarsi e reinventarsi sfruttando ogni risorsa a disposizione, come immagine del conflitto fra materialismo e umanesimo. Grazie anche a ottime interpretazioni e all'originale ambientazione, la solida regia alterna un pragmatico realismo a suggestioni simboliche e allegoriche. Tratto da una pièce teatrale scritta dieci anni prima dallo stesso regista, è stato girato presso il porto di Bandar Abbas, sulla costa iraniana del Golfo Persico.

12 maggio 2019

Compiti a casa (A. Kiarostami, 1989)

Compiti a casa (Mashgh-e shab)
di Abbas Kiarostami – Iran 1989
con Abbas Kiarostami, Iraj Safavi
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Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Insieme al suo operatore e ad un fonico, il regista Abbas Kiarostami si reca in una scuola elementare per "intervistare" alcuni dei bambini (e anche due genitori) sul tema dei compiti a casa. Che sono troppi, troppo difficili, richiedono tempo (sottratto ai lavori domestici o all'aiuto in casa che i piccoli sono spesso tenuti a dare) e il coinvolgimento attivo di genitori o parenti (molti dei quali illetterati). Per non parlare delle severe punizioni impartite ai figli se i risultati non sono quelli sperati (per i bambini è normale essere picchiati, e molti di loro affermano che faranno lo stesso con i propri figli, quando ne avranno), mentre molto più raramente giungono premi o incoraggiamenti. La pellicola, un vero e proprio documentario nella vena del "Salam cinema" di Mohsen Makhmalbaf, alterna le immagini delle interviste ai bambini (che appaiono timidi, intimoriti quando non proprio spaventati o traumatizzati) a scene della scolaresca che, radunata nel cortile della scuola, recita slogan e inni religiosi. Kiarostami non rilascia commenti, ma dalle domande che fa e dalle risposte che riceve è evidente la sua condanna verso un sistema scolastico che inibisce i piccoli, ne soffoca la creatività, scarica le responsabilità degli insegnanti su di loro o addirittura sulle loro famiglie. E pur nella sua semplicità e schiettezza, il film lascia intravedere sprazzi di poesia (come nel finale, quando lo scolaro più impaurito di tutti recita una preghiera). Kiarostami aveva già abilmente raccontato di bambini e problemi scolastici in numerosi cortometraggi "educativi", oltre che nel classico (di due anni prima) "Dov'è la casa del mio amico?".

7 ottobre 2018

I bambini del cielo (Majid Majidi, 1997)

I bambini del cielo, aka I ragazzi del paradiso (Bacheha-ye aseman)
di Majid Majidi – Iran 1997
con Amir Farrokh Hashemian, Bahare Seddiqi
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Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Dopo che Alì ha perso le scarpe della sorellina Zahra, che aveva portato dal ciabattino a far riparare, i due bambini decidono di fare a turno nell'indossare le consunte scarpe da ginnastica del ragazzo, anche se questo comporta continui problemi (come l'arrivare tardi a scuola). Essendo di famiglia povera, i due bambini non possono chiedere al padre (Reza Naji) di comprar loro delle nuove scarpe, e perciò cercano di arrangiarsi per proprio conto. A un certo punto Alì si iscrive alla gara di corsa della scuola, che assegnerà in premio al terzo classificato proprio un nuovo paio di scarpe da ginnastica: ma arrivare terzo non è così facile... Di evidente ispirazione kiarostamiana (ricorda diverse pellicole dei suoi esordi, come "Il viaggiatore", ma anche i primi film di Panahi, come "Il palloncino bianco": e come quelli è stato girato in gran parte in segreto per le strade della città, in modo da catturarne un'immagine più realistica possibile), ma con un'espressività e una vitalità propria, il film ha scomodato ad alcuni critici persino un paragone con il neorealismo italiano, in particolare con "Ladri di biciclette" per la scena in cui Ali va con il padre nei quartieri alti in cerca di lavoro come giardiniere (una scena in cui si mettono a confronto due zone di Teheran e due mondi completamente diversi: quello dei quartieri vecchi, poveri e fuori dal tempo, e quello delle moderne e lussuose ville dei benestanti). Certo, il lieto fine, la semplicità e la purezza del racconto lo fanno sembrare quasi una fiaba, così come la ricchezza dei colori, le bellezza delle immagini e la calda empatia dei personaggi. Eccellenti, come spesso accade nel cinema iraniano, i piccoli protagonisti (Ali ha 8 anni, la sorellina Zahra 6), nonché le dinamiche interne del loro mondo e i rapporti con gli adulti (genitori, insegnanti). È stata la prima pellicola iraniana in assoluto a essere nominata per l'Oscar come miglior film straniero.

20 giugno 2018

Tre volti (Jafar Panahi, 2018)

Tre volti (Se rokh)
di Jafar Panahi – Iran 2018
con Jafar Panahi, Behnaz Jafari, Marziyeh Rezaei
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il regista Panahi e la diva della televisione Behnaz Jafari ricevono un video, girato con il telefonino, che mostra l'apparente suicidio di Marziyeh, una ragazza di un remoto villaggio nel nord dell'Iran che aspirava a diventare attrice nonostante l'opposizione della famiglia. Scossa dai sensi di colpa, anche perché nel video la ragazza le rivolgeva un accorato appello, Jafari si fa accompagnare da Panahi sul posto per scoprire se Marziyeh è morta davvero o se si tratta solo di una messinscena. Un viaggio nella periferia del paese, un'esplorazione del rapporto di amore e odio verso il mondo del cinema e dello spettacolo (da un lato dispensatore di sogni – gli abitanti del villaggio riconoscono Jafari e le chiedono informazioni sullo sviluppo del telefilm in cui recita, un uomo spera che il figlio cresca virile come un celebre attore – ma dall'altro visto come una professione inutile o persino indecorosa, se confrontata per esempio a quelle di contadino o di medico) in uno del film più kiarostamiani di Panahi. I temi, l'atmosfera e lo stile – con i lunghi piani sequenza, i viaggi in automobile, i paesaggi rurali delle zone più remote del paese (dove si parla più turco che persiano), l'attenzione alla gente comune, al loro ambiente e alle piccole storie (qui, per esempio, la strada sterrata con le sue regole per il passaggio, le peripezie del toro da monta, le superstizioni sul prepuzio dei bambini circoncisi), il contrasto fra il rispetto delle regole e delle tradizioni e il desiderio di libertà, ricordano pellicole come "E la vita continua" o "Il vento ci porterà via" (e l'inquadratura finale fa tornare alla mente quella di "Sotto gli ulivi"). Ma anche se gli ingredienti sono appunto quelli che abbiamo visto in molte pellicole di Kiarostami e in generale iraniane, riescono a colpirci e ad affascinarci come la prima volta, grazie al tocco delicato della regia, all'introspezione psicologica, alla poetica antropologica e umanistica, alla grande naturalezza dell'esposizione, senza voler pontificare e lasciandoci liberi di riflettere e trarre le nostre conclusioni. I tre volti citati nel titolo sono quelli delle tre generazioni di attrici ed artiste (o "intrattenitrici", come le chiamano con disprezzo gli abitanti del villaggio): la giovane Marziyeh, per la quale il cinema è un sogno e un'aspirazione da realizzare a ogni costo; la matura e realizzata Jafari, che vive la professione all'apice del suo fulgore; e l'anziana Shahzrad (Sheherazade...), ex attrice e danzatrice "di prima della rivoluzione", ritiratasi a vita privata in una casetta fuori dal villaggio, dove si diletta nella poesia e nella pittura. Anima libera, anche lei ostracizzata dagli abitanti, ospita nella sua casa Marziyeh e accoglie anche Jafari (Panahi, in quanto maschio, è escluso da questa sorta di sorellanza). Come sempre (almeno di recente) il regista inserisce sé stesso dentro il proprio film, anche se stavolta è soltanto un osservatore (da notare i velati accenni alla sua situazione legale: Jafari spiega che l'uomo non può espatriare, la madre gli chiede se ha iniziato a girare un nuovo film di nascosto, Jafari stessa sospetta che ci sia lui dietro al video del suicidio). Premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura.

20 dicembre 2017

Pane e fiore (Mohsen Makhmalbaf, 1996)

Pane e fiore (Nun va goldun)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1996
con Mirhadi Tayebi, Ammar Tafti
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Vent'anni prima, ai tempi delle proteste contro il regime dello Scià, l'allora diciassettenne Makhmalbaf aveva tentato di sottrarre la pistola a un poliziotto ventenne, accoltellandolo. Adesso vorrebbe girare un film su quell'episodio, coinvolgendo la guardia di un tempo (Mirhadi Tayebi), che sogna di sfondare nel cinema. Entrambi i protagonisti hanno il compito di scegliere i giovani attori che li impersoneranno (la loro "giovinezza") e di istruirli a recitare la loro parte. Il tema del cinema nel cinema (la pellicola è di fatto il making of di un film che in realtà non si girerà mai) si fonde con quello della ricostruzione del passato e del desiderio di rivivere le esperienze di un tempo, magari per cogliere una seconda occasione o per rimediare ai propri errori. L'idealismo delle nuove generazioni (i due giovani attori sono a disagio nell'interpretare un atto di violenza) offre una ventata di ottimismo: la giovinezza del regista (Ali Bakhsi) dichiara di voler "salvare l'umanità", anche se non sa bene come (proprio come Makhmalbaf, quando aveva diciassette anni, intendeva lottare per la rivoluzione), mentre la giovinezza della guardia (Ammar Tafti) si lascia coinvolgere dai suoi afflati romantici nei confronti della ragazza (in realtà la cugina del regista) che, con le sue richieste di informazioni, lo deve "distrarre" fra i passaggi del vecchio bazar (Maryam Mohamadamini). Attraverso un montaggio mirabile, che mostra in parallelo varie linee temporali sfalsate (tanto che, quando i personaggi si incrociano, assistiamo a momenti ripetuti), il passato viene rivisitato sotto forma di ricordi o con la scusa della ricostruzione cinematografica. E tutto tende inesorabilmente verso la scena finale, culmine del film con un memorabile fermo immagine, quando al posto delle due armi (la pistola e il coltello), simbolo di violenza, a essere sfoderati sono due oggetti molto più innocui, quelli che avrebbero dovuto nasconderle (il vaso di fiori e il pane del titolo). Se da un lato il film è un modo per Makhmalbaf di chiedere perdono e di cercare una riconciliazione per ciò che ha fatto in passato, dall'altro è una testimonianza del potere del cinema: non solo come mezzo di rappresentazione della realtà, ma anche come strumento di (auto)analisi, per come esamina e approfondisce le proprie paure, gli ideali e i sentimenti (non senza un pizzico di confusione fra il vero e il falso: che differenza c'è fra la ragazza che "recita" per distrarre la guardia e quella che "recita" per fare l'attrice, abilmente diretta dal cugino-regista?). Un cinema che, nel trasformare la realtà in finzione (o viceversa) e nel ricostruire un episodio del passato, offre sempre un'occasione di redenzione o di riscatto.