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7 settembre 2021

Lo spione (Jean-Pierre Melville, 1962)

Lo spione (Le doulos)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1962
con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani
**1/2

Rivisto su YouTube, per ricordare Jean-Paul Belmondo.

Appena uscito di prigione, e dopo aver regolato i conti con un ex complice, lo scassinatore Maurice (Serge Reggiani) tenta un nuovo colpo ma viene sorpreso sul posto dalla polizia, che qualcuno aveva prontamente avvertito. In fuga, e convinto che a tradirlo sia stato l'amico Silien (Jean-Paul Belmondo), medita vendetta: ma è proprio lui l'informatore? Da un romanzo di Pierre Lesou, un noir d'atmosfera con una trama intricata e una ragnatela di misteri e ambiguità. Per gran parte della pellicola, infatti, seguiamo le mosse di Silien – che trama, mente, inganna – senza che sia mai chiaro da che parte stia, se sia effettivamente uno "spione" o se sia rimasto fedele all'amico. Solo alla fine si spiegherà ogni cosa, prima che il destino, in un ulteriore e inevitabile controfinale, concluda a modo suo la vicenda. Un giovane Belmondo è sfacciato, carismatico e sornione, sempre sicuro di sè e capace di muoversi in un sottobosco di criminali legati da forti rapporti di amicizia, che però possono incrinarsi di fronte al minimo sgarbo. E non mancano piccoli e grandi colpi di scena, che talvolta giungono inaspettati come improvvisi scatti di violenza quando meno ce li si aspetta (la didascalia introduttiva recita: "Bisogna scegliere. Morire... o mentire?"). Bella la fotografia in bianco e nero di Nicolas Hayer, che tratteggia una Parigi notturna e piovosa. Belmondo aveva già recitato per Melville l'anno prima in "Léon Morin, prete" (e tornerà l'anno seguente ne "Lo sciacallo"). Nel cast anche Michel Piccoli, Jean Desailly, René Lefèvre, Philippe March, Monique Hennessy e Fabienne Dali. Musiche di Paul Misraki. Volker Schlöndorff è l'aiuto regista, Bertrand Tavernier ha collaborato alla produzione. Il titolo originale, un termine gergale che significa "cappello", indica un informatore della polizia.

13 aprile 2019

Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide! (J.P. Melville, 1966)

Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide! (Le deuxième souffle)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1966
con Lino Ventura, Paul Meurisse
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Evaso di prigione dopo dieci anni, l'esperto rapinatore Gustave "Gu" Minda (Lino Ventura) accetta di partecipare a un ultimo colpo per procurarsi il denaro necessario ad espatriare in Italia. Braccato dallo scaltro commissario Blot (Paul Meurisse), tradirà senza volerlo i propri complici e cercherà disperatamente di porvi rimedio... Da un romanzo di José Giovanni (co-sceneggiatore insieme al regista), uno dei più avvincenti polar di Melville (che lo considerava il suo film più personale), quello che segna il suo definitivo distacco dalle forme cinematografiche classiche, in favore di uno stile più asciutto e originale. Ambientato in un sottobosco criminale dove la reputazione e la lealtà contano quasi più della propria vita, è girato in un avvolgente bianco e nero che dona un'aura di universalità alle vicende (collocate fra Parigi e Marsiglia). I temi dell'onore, del tradimento e del riscatto dominano l'intera pellicola, assai lunga ma scorrevole, incalzante e ricca di sequenze memorabili: dall'evasione iniziale, quasi muta (che ricorda "Un condannato a morte è fuggito" di Robert Bresson), alle scene ad alta tensione della sanguinosa rapina al furgone portavalori sulle strade di montagna dell'entroterra, dalle dinamiche fra i vari gangster (amici e nemici, alleati e rivali, vecchi affidabili e giovani rampanti), al gioco di trappole e trabocchetti incrociati fra il poliziotto e il bandito, animati comunque da un rispetto reciproco. E proprio la costruzione dei molti personaggi (tutti hanno evidentemente un passato che ci è lasciato soltanto immaginare) è uno dei punti di forza della sceneggiatura, insieme alla stilizzazione e alla naturalezza con cui si dipana l'intricata vicenda. Pare che per molti di loro, Giovanni si sia ispirato a persone realmente conosciute durante l'occupazione tedesca o subito dopo la guerra. Ventura giganteggia (anche travestito con baffi e occhiali scuri), Meurisse è un avversario simpatetico, arguto e gigione, mentre nel cast ci sono anche Christine Fabréga (Manouche, l'ex amante – o "sorella", come viene detto ambiguamente in gergo – di Gu), Michel Constantin (il fido Alban), Pierre Zimmer (l'imperturbabile Orloff), Paul Frankeur e Raymond Pellegrin. L'elaborato titolo italiano (sulla scia di molte pellicole di genere – western o poliziotteschi – dell'epoca) tradisce un po' la sobrietà di quello originale, che significa "Il secondo respiro" (ovvero "La seconda possibilità"). Nel 2007 è uscito un remake di Alain Corneau con Daniel Auteuil, Michel Blanc e Monica Bellucci.

9 aprile 2008

Frank Costello faccia d'angelo (J.P. Melville, 1967)

Frank Costello faccia d'angelo (Le samouraï)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1967
con Alain Delon, François Périer
***1/2

Rivisto in DVD.

Rarefatto e sospeso, quasi muto e quasi in bianco e nero (la fotografia è a colori, sì, ma i toni di grigio e di beige predominano e l'atmosfera da noir pervade ogni ambiente e ogni personaggio), è l'indimenticabile ritratto di un killer solitario e metodico, che va incontro al proprio destino senza mostrare disperazione né accettare compromessi. Alain Delon, con la sua espressione immutabile e gli occhi di ghiaccio, è perfetto nel tratteggiare un personaggio freddo e silenzioso, che vive in un appartamento spoglio e ha come unico compagno un uccellino in gabbia, e che dopo aver commesso un omicidio in un locale notturno fugge inspiegabilmente senza eliminare la giovane pianista di colore che lo ha visto in volto. Nonostante tutto il suo alibi regge, meticolosamente costruito con l'aiuto della bella Jane (interpretata dalla moglie Nathalie Delon), ma la polizia continua a indagare su di lui e anche i suoi mandanti decidono di eliminarlo. La versione italiana modifica il titolo del film (nonché il nome del protagonista, che in originale si chiamava Jeff e non Frank), aggiunge una musica bossanova sopra il silenzio e il cinguettio dell'uccellino, ed elimina anche il cartello introduttivo nel quale Melville aveva voluto inserire una finta citazione del Bushido ("Non vi è solitudine più profonda di quella del samurai, se non quella di una tigre nella giungla, forse...), cancellando così del tutto il riferimento ai guerrieri giapponesi e alla loro aderenza a un codice di regole e di doveri che tanto ricorda, appunto, i protagonisti di molte pellicole orientali, il Kitano di "Sonatine" e "Hana-bi" in primis. Sono innumerevoli comunque i film e gli autori che hanno tratto ispirazione dalla pellicola: persino alcuni insospettabili, tanto il loro stile è diverso da quello di Melville, come John Woo (la trama di "The killer" gli assomiglia molto) e la coppia Bud Spencer/Terence Hill (ricordate il sicario Paganini in "Altrimenti ci arrabbiamo"?), oltre a naturalmente a Jim Jarmusch, che nel suo "Ghost dog" recupera il parallelo fra il codice del killer e quello dei samurai.

13 febbraio 2008

Notte sulla città (J.P. Melville, 1972)

Notte sulla città (Un flic)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1972
con Alain Delon, Richard Crenna
**

Visto in DVD.

Un giovane commissario di polizia, solitario e dai modi spicci, ignora che a capo di un'audace banda di ladri c'è proprio un suo amico, proprietario del locale che frequenta abitualmente e compagno della donna con cui – forse non a sua insaputa – ha una relazione. Maltrattato dalla critica alla sua uscita e rinnegato dallo stesso regista (che in un'intervista dichiarò: "Un flic? Non ho mai girato un film che si chiama Un flic"), in realtà l'ultimo film di Melville non è poi così male. Anche se soffre per personaggi di routine e poco approfonditi (Delon, soprattutto, ma anche Catherine Deneuve nei panni dell'amante/complice/traditrice), può contare su un'atmosfera pensierosa e malinconica e su almeno due sequenze che, per motivi diversi, rimangono fortemente impresse nella memoria: quella della rapina iniziale alla banca, tesa e realistica, con uno scenario inedito e piuttosto impressionante (una cittadina costiera, vuota e desolata per l'inverno, con il vento, la pioggia e le onde del mare che sferzano i marciapiedi), e quella dell'elaborato e implausibile furto sul treno: l'elicottero e il treno sono smaccatamente dei modellini (si vedono persino i fili che sorreggono il velivolo giocattolo!), mentre la calamitona usata dal ladro per girare la chiave nella porta è ai limiti del ridicolo.

8 febbraio 2008

I senza nome (J.P. Melville, 1970)

I senza nome (Le cercle rouge)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1970
con Alain Delon, Gian Maria Volontè, Yves Montand
***

Visto in DVD.

"Se due uomini sono destinati a incontrarsi un giorno, inevitabilmente lo faranno in questo cerchio rosso": inizia così, con una finta frase che il Buddha avrebbe pronunciato dopo aver tracciato un cerchio per terra con il gessetto, il penultimo film di Melville (che già aveva fatto ricorso a una finta citazione del bushido per aprire il suo "Frank Costello faccia d'angelo"). I due personaggi che il caso porta a incontrarsi nel cerchio (metaforicamente costituito dai posti di blocco della polizia che delimitano una regione della campagna francese) sono Corey (un baffuto Alain Delon), ex galeotto appena uscito di prigione, e Vogel (Volontè), pregiudicato scappato dal treno che lo stava trasportando in carcere e che si rifugia proprio nel portabagagli dell'automobile del primo. Insieme a un ex poliziotto alcolizzato (un grande Yves Montand, il migliore del cast) tenteranno un audace furto a una gioielleria di Place Vendôme, ma dovranno vedersela con l'ostinato commissario Mattei (Bourvil, al suo ultimo film) che dà loro la caccia in ogni modo. Classico come impostazione, efficace nel mettere in scena "un mondo notturno dominato da figure solitarie", è la summa del polar (il noir poliziesco alla francese) secondo il regista, che affermò di avervi inserito tutte le 19 situazioni 'tipiche' del genere. Proprio 19, sì, non una di più o di meno, che Melville avrebbe catalogato personalmente e che aveva già usato nei suoi precedenti film, ma mai tutte insieme in una sola pellicola. Se Delon è giustamente il personaggio più melvilliano, silenzioso ma attento, che abbandona le foto della sua ex donna (l'unica fugace presenza femminile in un universo maschile) nella cassaforte del socio dopo aver capito di essere stato ormai tradito, Volontè tratteggia in maniera essenziale un sempre imprevedibile killer italiano, Bourvil fa quello che deve fare con la sua faccia da poliziotto e Montand propone una figura tormentata da delirium tremens, allucinazioni e incubi di ragni, topi, insetti e serpenti che lo assalgono sul letto. Ma restano impressi anche i personaggi minori, dal capo della polizia convinto che "tutti gli uomini sono colpevoli: nascono innocenti, ma non dura a lungo", al barman Santi che il commissario tenta ripetutamente di corrompere. Magistrale la lunghissima sequenza muta della rapina notturna (quasi mezz'ora, praticamente in tempo reale).