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20 marzo 2023

Il romanzo di Thelma Jordon (R. Siodmak, 1950)

Il romanzo di Thelma Jordon (The file on Thelma Jordon)
di Robert Siodmak – USA 1950
con Wendell Corey, Barbara Stanwyck
**1/2

Visto in divx.

L'assistente procuratore distrettuale – maldestramente tradotto come "giudice istruttore" nella versione italiana – Cleve Marshall (Corey), insoddisfatto del suo matrimonio, viene sedotto dalla femme fatale Thelma Jordon (Stanwyck), che lo convince di essere innocente dell'accusa di aver ucciso la vecchia zia per ereditarne il patrimonio, lasciando intendere che si sia trattato invece di un furto di gioielli. E così l'uomo, incaricato di rappresentare la pubblica accusa al processo contro di lei, farà di tutto per farla assolvere. Noir giudiziario con tutte le carte in regola, a partire da una protagonista ambigua e malvagia che però, man mano che procede la vicenda, finisce per innamorarsi davvero dell'uomo che avrebbe dovuto soltanto circuire. Lei stessa esplicita questa ambiguità nel finale, quando durante la sua confessione dichiara "Forse io sono due persone". Il personaggio maschile, dal suo canto, è la tipica vittima dei raggiri della donna, un po' come il Walter Neff de "La fiamma del peccato" (altro seminale noir con la Stanwyck), anche se è decisamente più integro (resta convinto fino in fondo che Thelma sia davvero innocente). Peccato però che tutto sia molto prevedibile: anche se non è mostrata esplicitamente sullo schermo, per lo spettatore non c'è mai il minimo dubbio sulla colpevolezza di Thelma. Inadeguato il titolo italiano (che c'entra un "romanzo"?). Paul Kelly è il capo procuratore, Stanley Ridges l'avvocato difensore, Joan Tetzel la moglie di Marshall (chiamata Pamela in originale e Patrizia nella versione italiana).

27 dicembre 2018

La dominatrice (George Stevens, 1935)

La dominatrice (Annie Oakley)
di George Stevens – USA 1935
con Barbara Stanwyck, Preston Foster
**1/2

Visto in TV.

Annie Oakley, ragazza di campagna e tiratrice provetta, entra a far parte dello spettacolo itinerante di Buffalo Bill sul selvaggio west, dove si conquista lentamente il rispetto e l'ammirazione dei suoi colleghi maschi. Qui si invaghisce della star Toby Walker, scalzando ben presto il suo nome dai cartelloni. Ma se tutti credono che fra di loro ci sia un'accesa rivalità, o addirittura che si odino a morte, in realtà i due si amano in segreto... Biografia romanzata di una delle più celebri pistolere della sua epoca, realmente vissuta, che si esibì in tour anche in Europa davanti a re e imperatori. Un'ottima Stanwyck, decisa e sicura di sé ma anche dolce e innocente, rende giustizia a un personaggio forte e indipendente, mentre il tiratore damerino e sciovinista (almeno in apparenza) interpretato da Preston Foster è ispirato al vero marito di Annie, Frank Butler. Moroni Olsen è Buffalo Bill, Melvyn Douglas è l'impresario Jeff Hogarth (che si contende con Toby l'amore di Annie), Chief Thunderbird è Toro Seduto, Dick Elliott (non accreditato) è Ned Buntline, i cui romanzi pulp e le cui trovate pubblicitarie contribuiscono ad accrescere la fama di Annie e a fomentare in pubblico la sua rivalità con Toby (in maniera non dissimile dai feud dei lottatori di wrestling). In effetti, il tema della realtà e della finzione ricorre a più riprese: lo spettacolo di Buffalo Bill "ricostruisce" eventi del west (come gli assalti alle carovane) a beneficio degli spettatori, suscitando la perplessità di chi quegli eventi li ha realmente vissuti (come gli indiani). E le gare di tiro a segno sono soltanto elaborate pantomime, per quanto l'abilità dei tiratori sia indubbia. D'altronde siamo ormai alla fine dell'ottocento, quando il west sta uscendo dalla storia per diventare leggenda. Un po' sbilanciato sul versante romantico, il film scorre piacevolmente grazie alle buone interpretazioni e alla regia di Stevens, pur con qualche gag di troppo e qualche ingenuità figlia del suo tempo (vedi la rappresentazione di neri e indiani). Annie Oakley sarà al centro anche del musical (e film) "Anna prendi il fucile".

5 dicembre 2013

Quaranta pistole (Samuel Fuller, 1957)

Quaranta pistole (Forty guns)
di Samuel Fuller – USA 1957
con Barbara Stanwyck, Barry Sullivan
***

Rivisto in DVD.

Tre agenti governativi, i fratelli Bonell (Griff, Wes e Chico), giungono in una cittadina dell'Arizona con il compito di arrestare un rapinatore. Ma quest'ultimo è uno dei quaranta pistoleri (veri e propri "quaranta ladroni") al soldo di una potente proprietaria terriera, Jessica Drummond, che spadroneggia nella regione con metodi non sempre legali. L'escalation del conflitto fra la donna e i rangers causerà spargimenti di sangue, ma anche un'inattesa redenzione. Scritto, diretto e prodotto da Fuller, è un western atipico, energico e crepuscolare (si parla espressamente di un'epoca che sta finendo), che forma con "Rancho Notorious" (1952) di Fritz Lang e "Johnny Guitar" (1954) di Nicholas Ray un'ideale trilogia di pellicole con protagoniste donne forti, carismatiche e dominatrici, insolite per un genere dalla pesante caratterizzazione maschile: quasi delle dark lady, e infatti siamo più dalle parti del noir che dal western. Se all'inizio il plot sembra simile a quello di tanti altri film di frontiera (pare di essere in un fumetto di Tex, con il protagonista Griff nei panni del personaggio "duro" e invincibile, preceduto dalla sua fama: il paragone, fra l'altro, è curiosamente rinforzato dal cognome Bonell, quasi identico a quello del creatore del celebre fumetto), lo sviluppo della vicenda riserva parecchie sorprese e colpi di scena, fra momenti drammatici (il suicidio per amore dello sceriffo corrotto, l'uccisione improvvisa di Wes nel giorno delle sue nozze) e conflitti fra sentimenti e dovere (fra Griff e Jessica nasce un'intensa love story, ma dovranno perdonarsi reciprocamente la morte di un fratello), comprimari interessanti (i già citati fratelli di Griff e lo sceriffo, ma anche la giovane armaiola bionda e Morris, lo scapestrato fratello minore di Jessica), per non parlare della regia nervosa ed inventiva, che ricorre talvolta a soluzioni filmiche non convenzionali per l'epoca (tanto che la pellicola era amatissima da Godard e dai suoi sodali della nouvelle vague francese), come il montaggio rapido, i primi piani ravvicinati (il volto imperturbabile di Barry Sullivan mentre cammina verso il luogo del duello con Morris ricorda in modo impressionante il Charles Bronson del leoniano "C'era una volta il west"), lunghi carrelli e piani sequenza (che beneficiano del widescreen: si pensi alla sequenza del funerale di Wes). Nella scena del tornado, la Stanwyck girò personalmente (senza controfigure) la scena in cui le rimane il piede infilato nella staffa e viene trascinata dal cavallo. Il personaggio di Jessica è al centro di un aneddoto che sembra anticipare i "Chuck Norris facts": "Da bambina fui morsa da un serpente...", racconta infatti. E Griff conclude: "...che morì avvelenato".

29 aprile 2008

La confessione della signora Doyle (F. Lang, 1952)

La confessione della signora Doyle (Clash by night)
di Fritz Lang – USA 1952
con Barbara Stanwyck, Paul Douglas
**1/2

Visto in DVD.

Ritornata con la coda fra le gambe nella cittadina costiera da dove era scappata dieci anni prima con la speranza di fare fortuna in una grande città, una donna ambiziosa accetta di sposare un pescatore del luogo per il timore di invecchiare da sola, pur non amandolo: ma non riuscirà ad abituarsi a una vita troppo borghese e limitata e si farà tentare dalla corte di un amico più affascinante, progettando di fuggire con lui. Alla fine, però, saprà rinunciare all'egoismo e accettare le responsabilità di un matrimonio che dovrà necessariamente basarsi più sulla fiducia che sull'amore. In un film insolito per Lang, e non certo uno dei suoi più memorabili, la Stanwyck dà vita a un personaggio sofferto e disperato, complesso e a tutto tondo, che guarda il mondo con occhi cinici e non crede nei sentimenti: "Solitudine, paura, rispetto, noia, ecco quello che chiamano amore". A farle da contraltare, oltre ai personaggi maschili, c'è una giovane Marilyn Monroe – irresistibile in jeans o in costume da bagno – nei panni della fidanzata del fratello minore. Bravi tutti gli attori (c'è anche Robert Ryan nel ruolo dell'amante) e molto bella l'ambientazione, fra cieli plumbei e mari in tempesta che rispecchiano i tormenti del personaggio principale e una quieta calura estiva sconvolta dai continui ritrovamenti di cadaveri di bambini.

29 agosto 2007

La fiamma del peccato (B. Wilder, 1944)

La fiamma del peccato (Double indemnity)
di Billy Wilder – USA 1944
con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Da un bel romanzo di James M. Cain (intitolato in italiano "La morte paga doppio"), sceneggiato da Wilder e da Raymond Chandler, uno dei noir più celebri e archetipici del genere. Non manca nulla: la dark lady, il peso del destino, la torbida ossessione, la mediocrità del bene e del male, il "delitto perfetto" e la sconfitta finale. Il protagonista, Walter Neff, interpretato da MacMurray con la giusta dose di ambiguità morale, è un agente assicuratore che si lascia convincere da una "donna fatale" ad architettare l'omicidio del marito per intascare il denaro della sua polizza contro gli infortuni. Ma dovrà vedersela, oltre che con i propri sensi di colpa, con la curiosità e le indagini dell'impiegato pignolo che si occupa delle richieste di indennizzo, un formidabile (come al solito) Edward G. Robinson. Indimenticabile l'incipit, con la confessione di Neff ("L'ho fatto per il denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro. E non ho avuto la donna") che anticipa come il resto del film sarà raccontato in flashback (un altro luogo comune del cinema noir, un cinema non a caso fatto di bilanci esistenziali e di sguardi rivolti al passato), così come il rapporto di amicizia fra l'investigatore e il colpevole (con il primo che vede il secondo come un suo possibile figlio/erede) e quello di amore/odio fra i due amanti assassini, legati insieme da un delitto che li condurrà inevitabilmente e indissolubilmente fino alla punizione finale. Torbida e perfida la Stanwyck, seducente con il suo braccialetto alla caviglia (per non parlare della parrucca bionda e degli occhiali scuri) e con molti segreti da svelare nel suo non limpido passato. Ai tempi della sua uscita, fu uno dei primi film hollywoodiani a mostrare sullo schermo l'adulterio da quando era entrato in vigore il codice Hays (due anni dopo gli stessi temi saranno ripresi da un altro celebre noir, "Il postino suona sempre due volte").