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8 maggio 2022

Piccole donne (George Cukor, 1933)

Piccole donne (Little Women)
di George Cukor – USA 1933
con Katharine Hepburn, Joan Bennett
**

Visto in divx.

Mentre il padre è al fronte durante la Guerra di Secessione, le quattro sorelle March – la maggiore Meg (Frances Dee), la vivace Jo (Katharine Hepburn), la sensibile Beth (Jean Parker) e la vanitosa Amy (Joan Bennett) –, ragazze generose e ribelli, indomite e sognatrici, crescono con la madre in una piccola cittadina del Massachusetts. La loro vita trascorre fra desideri di emancipazione, bei momenti e piccole tragedie, che punteggiano le fasi della crescita, accompagnate dai valori e dagli insegnamenti delle persone loro attorno. È forse l'adattamento più celebre del romanzo (semi-autobiografico) di Louise May Alcott, che sarà portato poi sullo schermo molte altre volte (fra cui, nel 1994, da Gillian Armstrong, con Winona Ryder e Susan Sarandon, e nel 2019, da Greta Gerwig, con Saoirse Ronan ed Emma Watson). Celebre ma anche un po' stucchevole, nel suo mix di retorica familiare, romanticismo e buoni sentimenti, sostenuto però dall'agile regia di Cukor, che non appesantisce mai una narrazione episodica, quotidiana, minimalistica (almeno nella prima metà del film: la seconda si fa via via più verbosa e melodrammatica). A una prima parte caratterizzata infatti da leggerezza, convivialità e atmosfere familiari (da ricordare la recita teatrale organizzata in casa dal "maschiaccio" Jo, o le vicissitudini romantiche delle varie sorelle), fa seguito una seconda più drammatica, dove non mancano le tragedie (la tensione per il padre al fronte, o la malattia e poi la morte di Beth). Il successo (di critica e di pubblico) fu grande, anche per merito delle buone interpretazioni, benché le protagoniste appaiano troppo adulte per le parti: la Hepburn aveva 26 anni, mentre Jo ne dovrebbe avere all'inizio 15; e la Bennett ne aveva 23, quando Amy ne dovrebbe avere solo 12 (è la più piccola delle sorelle!). Cukor, ancora agli esordi, cominciò qui a farsi la fama di "regista delle donne", nonché di specialista in adattamenti letterari. Il cast comprende Douglass Montgomery (il giovane Laurie), Henry Stephenson (il signor Laurence), Spring Byington (la madre), Edna May Oliver (la zia), Paul Lukas (il professor Bhaer). La sceneggiatura di Victor Heerman e Sarah Y. Mason vinse l'Oscar (con nomination anche per il film e la regia).

6 novembre 2017

Pranzo alle otto (George Cukor, 1933)

Pranzo alle otto (Dinner at Eight)
di George Cukor – USA 1933
con Lionel Barrymore, Jean Harlow
***1/2

Visto in divx.

In occasione della visita a New York di Lord e Lady Ferncliffe, una coppia di ricchi nobili britannici, i coniugi Jordan decidono di dare una cena in loro onore, invitando un ristretto gruppo di amici e conoscenti strettamente selezionati. Ma problemi di varia natura (economici, professionali, sentimentali e morali) si intrecceranno in maniera inaspettata...
I riti della mondanità al tempo della crisi finanziaria (gli effetti della Grande Depressione si facevano ancora sentire e restano palpapili sullo sfondo di tutto il film, nonostante l'ambientazione altolocata): da una commedia teatrale di George S. Kaufman ed Edna Ferber, uno dei capolavori di Cukor e del cinema hollywoodiano pre-codice Hays, ricco di stile e di incredibili finezze nella scrittura e non solo. Più che la cena (non certo un pranzo come dicono il titolo e i dialoghi italiani!), la pellicola – di impostazione corale – racconta i preparativi e tutti gli eventi che la precedono (il film si conclude proprio al momento di sedersi a tavola). E più che una commedia, a dire il vero sembra quasi un dramma, con una sceneggiatura che porta in primo piano senza remore temi come l'adulterio, il suicidio e l'alcolismo, e che nell'incastrare magistralmente le storie dei vari personaggi ne mette in luce le virtù ma soprattutto i vizi e i difetti (le ipocrisie, la cura delle apparenze, i tradimenti, la leggerezza). Tutti sono ottimamente caratterizzati (con un riuscito mix di umorismo, cinismo, empatia e pathos), anche grazie a un cast di interpreti in gran forma, fra i quali alcuni dei migliori attori e caratteristi dell'epoca: si va dal mite Oliver Jordan (Lionel Barrymore), armatore in crisi finanziaria e con problemi di salute (che tiene nascosti alla moglie), alla sua vacua consorte Millicent (Billie Burke), preoccupata soltanto della buona riuscita del suo pranzo (tanto da non accorgersi dei problemi delle persone attorno a lei). C'è poi la figlia ribelle Paula (Madge Evans), prossima al matrimonio ma che ha segretamente un amante; questi è il quarantacinquenne Larry Renault (John Barrymore), attore alcolizzato e ormai in declino, che cerca inutilmente di risollevare la propria carriera. Alla cena sono invitati anche i coniugi Packard: lui (Wallace Beery) è un grezzo uomo d'affari del Montana, volgare e arrivista, che complotta alle spalle di Jordan per togliergli il controllo della sua stessa società; lei (Jean Harlow) è la sua giovane moglie frivola, annoiata e capricciosa. Ci sono poi il dottor Talbot (Edmund Lowe), aitante e donnaiolo, che fra le sue numerose amanti conta proprio la signora Packard; e sua moglie, la rassegnata Lucy (Karen Morley), al corrente delle scappatelle del marito. Infine, l'ultima invitata è Carlotta Vance (Marie Dressler), anziana attrice di teatro, primo amore del signor Jordan e grande gaffeur, anche lei in perenni difficoltà economiche.

Naturalmente, dopo tanta attesa e tanti preparativi, la cena rischia di essere un disastro: a parte i problemi personali degli invitati e quelli della servitù, la sua stessa ragion d'essere viene a mancare quando Lord e Lady Ferncliffe fanno sapere all'ultimo momento che non si presenteranno (e simbolicamente, prima di loro sparisce il piatto forte, quel grottesco leone di gelatina che avrebbe dovuto essere la "nota di classe" del pranzo). Tutta la fragile impalcatura che regge la società sembra crollare (la salute e il lavoro di Oliver, il fidanzamento di Paula, le finanze di Carlotta, il matrimonio dei Packard e quello dei Talbot, l'autostima di Larry), le verità rimosse vengono a galla, e lo script non si arresta nemmeno per un attimo nel distruggere con cinismo le certezze dei personaggi. Ma in tutto questo, un pizzico di ottimismo all'insegna dell'ironia è sempre dietro l'angolo: a Oliver che confida alla moglie "Siamo rovinati", Millicent risponde candidamente "Ma tutti sono rovinati, caro!". La cura e l'attenzione allo studio dei personaggi è evidente anche in quelli minori: dalla cugina di Millicent, Hattie (Louise Closser Hale), invitata all'ultimo minuto alla festa al posto dei Ferncliffe, a suo marito Ed (Grant Mitchell), cinefilo recalcitrante; dal manager di Larry, Max Kane (Lee Tracy), che si dà inutilmente da fare per trovargli una nuova scrittura, ai vari domestici fra cui Tina (Hilda Vaughn), svagata e insofferente cameriera di Kitty. Ma fra i tanti interpreti (con note di merito per il tragico John Barrymore e la multiforme Marie Dressler), la più memorabile è proprio Jean Harlow, bionda platino luminosissima e deliziosa nel ruolo della superficiale Kitty Packard, vestita capricciosamente di bianco (e qui merita di essere citato il grande Adrian, costumista e fashion designer per tanti capolavori della MGM: suoi anche gli abiti di "Scandalo a Filadelfia", per esempio) o con la schiena scoperta alla festa ("La mia pelle è estremamente delicata e ho tanta paura di esporla", commenta senza rendersi conto dell'ironia), indimenticabile nella sua camera da letto decadente e arredata in stile Art Deco (gli scenografi Hobe Erwin e Frederic Hope dichiararono di aver utilizzato undici diverse "sfumature di bianco"). Celebre la battuta finale (a Kitty che afferma di aver letto un libro che sostiene che "le macchine prenderanno il posto di tutte le professioni", Carlotta replica, dopo averla squadrata: "Mia cara, di questo pericolo lei non deve spaventarsi"). Della regia di un giovane Cukor, raffinata e brillante oltre che perfetta nei tempi e nella direzione degli attori, è persino inutile parlare. Il film è stato rifatto per la tv nel 1989, diretto da Ron Lagomarsino con Lauren Bacall, Marsha Mason e Charles Durning.

22 agosto 2015

La costola di Adamo (George Cukor, 1949)

La costola di Adamo (Adam's rib)
di George Cukor – USA 1949
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
***

Visto in divx alla Fogona.

I coniugi Adam (Tracy) e Amanda Bonner (Hepburn), entrambi avvocati newyorkesi, si scoprono avversari in tribunale quando si ritrovano a dibattere una causa sui lati opposti della barricata. Lui, procuratore distrettuale, è incaricato dell'accusa di una donna (Judy Holliday) che ha tentato di uccidere il marito fedifrago (Tom Ewell); lei, legale di parte e fervente femminista, intende difenderla in nome della parità dei diritti per le donne, sostenendo che a parti invertite un uomo che avesse tentato di vendicare il proprio onore riceverebbe molta più comprensione dalla giuria. I bisticci fra i due coniugi in tribunale, ampliati dalla crescente risonanza mediatica del caso, rischiano di trasferirsi anche in ambito domestico, mettendo a repentaglio quel matrimonio che all'inizio li vedeva filare d'amore e d'accordo. E come se non bastasse ci si mette anche un vicino di casa, giovane cantante di successo, che approfitta dell'occasione per fare la corte alla donna (dedicandole persino una canzone, “Farewell, Amanda”, scritta in realtà da Cole Porter). Cukor e la coppia Tracy-Hepburn (al sesto film insieme) fanno ciò che sanno fare meglio, ovvero la commedia romantica all'insegna della battaglia fra i sessi, arricchendo la ricetta con un pizzico di courtroom drama e accese discussioni sul femminismo e l'uguaglianza davanti alla legge (memorabile la sequenza in cui i tre protagonisti del fatto di cronaca – Holliday, Ewell e l'amante di quest'ultimo – appaiono davanti alla giuria “trasformati” ciascuno in un membro del sesso opposto). Ne nasce un “teatrino” (come suggeriscono gli interludi che separano la giornata in tribunale dalle serate casalinghe) di battibecchi ed equivoci. E se a turno si vince e si perde, non manca naturalmente il lieto fine. Come spesso capita con i film di quegli anni, il doppiaggio “italianizza” tutti i nomi propri di persona (a partire da Adam = Adamo).

29 settembre 2014

Nata ieri (George Cukor, 1950)

Nata ieri (Born yesterday)
di George Cukor – USA 1950
con Judy Holliday, William Holden
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il rozzo affarista Harry Brock (Broderick Crawford), in trasferta a Washington allo scopo di "comprare" un deputato e far così approvare una legge favorevole ai suoi loschi traffici, affida la propria fidanzata Billie (Judy Holliday, premiata con l'Oscar), ex ballerina ignorante e provinciale, alle cure del giornalista Paul Verrall (William Holden), affinché le faccia da tutore, la educhi e le insegni come comportarsi in società. Funzionerà fin troppo bene: il colto e liberale Paul (che nel frattempo se ne è innamorato) non si limiterà a rendere più istruita la ragazza su arte, letteratura, storia e politica, ma ne risveglierà la coscienza civica e sociale, facendole aprire gli occhi sugli sporchi metodi di Harry. Tratto da una commedia teatrale di Garson Kanin (il quale, su richiesta di Cukor, riscrisse per intero la sceneggiatura di Albert Mannheimer), un film che dietro gli stilemi della commedia romantica e gli ingenui stereotipi di genere (il personaggio di Billie è la tipica "oca" bionda) ribadisce l'importanza dei valori civili della democrazia e della costituzione americana. Non a caso è ambientato fra i palazzi del potere di Washington e fa riferimenti continui agli elementi fondanti degli Stati Uniti (la Costituzione, le parole di Thomas Jefferson e Abramo Lincoln). Iconica l'immagine della Holliday che indossa gli occhiali e consulta freneticamente il dizionario ogni volta che incontra una parola desueta o a lei sconosciuta. La regia di Cukor rende divertente anche la statica scena in cui Billie e Harry giocano a "Calabrache" (nella versione originale "Gin rummy", una sorta di "Scala quaranta" semplificata). Rifatto nel 1993 con Melanie Griffith.

15 maggio 2014

Angoscia (George Cukor, 1944)

Angoscia (Gaslight, aka Murder in Thornton Square)
di George Cukor – USA 1944
con Ingrid Bergman, Charles Boyer
***

Visto in divx, con Sabrina.

La giovane Paula (Ingrid Bergman, che per questa interpretazione vinse il suo primo Oscar), fresca di matrimonio, torna a vivere nella casa di Londra dove dieci anni prima fu assassinata sua zia Alice, celebre cantante lirica. L'atmosfera macabra del luogo la tormenta ancora, cominciando lentamente a farla impazzire... oppure è quanto cerca di farle credere, per motivi oscuri, il suo manipolativo marito (Charles Boyer)? Remake di un film britannico di Thorold Dickinson del 1940 (a sua volta tratto da un dramma teatrale di Patrick Hamilton del 1938), è un thriller psicologico ambientato in epoca vittoriana e dalle atmosfere ambigue e paranoiche, a metà strada fra i noir di Hitchcock (che, fra l'altro, da un altro testo di Hamilton trasse "Nodo alla gola") e un Polanski ante litteram ("Repulsion"). Per una volta, dunque, Cukor si allontana dalle commedie sofisticate e romantiche che lo hanno reso celebre, ma se la cava comunque benissimo. Per calarsi meglio nel ruolo di una donna che lentamente impazzisce, la Bergman si documentò approfonditamente, al punto da recarsi in un istituto di igiene mentale e studiare a lungo le espressioni del viso e degli occhi di una paziente (e l'anno successivo, in "Io ti salverò", passerà dall'altra parte della barricata!). Nel cast anche Joseph Cotton (il detective che si prende a cuore le sorti di Paula) e una non ancora diciottenne Angela Lansbury (compì gli anni proprio durante le riprese) nei panni della cameriera, nominata all'Oscar come miglior attrice non protagonista. Il titolo originale si riferisce all'illuminazione a gas, ancora presente nelle strade e nelle case di Londra agli inizi del ventesimo secolo: proprio l'affiocarsi delle fiammelle nelle lampade di casa è l'indizio che permette al detective di risolvere il mistero. Wikipedia spiega che "dal titolo originale 'Gaslight' deriva l'espressione Gaslighting, che indica una forma di violenza psicologica attraverso cui la vittima viene indotta a dubitare della sua percezione della realtà. Tale violenza può consistere in manovre esteriori (come il nascondere o spostare oggetti) o psicologiche. Così facendo, il molestatore fa credere alla vittima di essere colpevole dei maltrattamenti subiti, mostrandosi al contempo compassionevole".

6 maggio 2012

Incantesimo (George Cukor, 1938)

Incantesimo (Holiday)
di George Cukor – USA 1938
con Cary Grant, Katharine Hepburn
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Ginevra e Ilaria.

Fidanzato con la ricchissima Julia Seton (Doris Nolan), figlia di un magnate newyorkese (Henry Kolker), l’umile self-made man Johnny Case (Cary Grant) scopre invece di trovarsi molto più a suo agio con la sorella di lei, Linda (una Katharine Hepburn più snella e radiosa che mai), la “pecora nera” della famiglia, l’unica che approva la sua scelta di prendersi una “vacanza” dopo il matrimonio e di non dedicarsi solamente all’accumulo di denaro. Insolita commedia romantica che per una volta non sfrutta l’ambiente dell’alta società come semplice sfondo per un gioco di contrasti o per dar vita a situazioni comiche o brillanti (anche se queste non mancano, grazie a caratteristi come Lew Ayres nei panni del fratello ubriacone delle due ragazze, o della coppia Edward Everett Horton/Jean Dixon in quelli dei coniugi Potter, professori universitari e “tutori” di Johnny) bensì per imbastire un serio discorso sulla natura del capitalismo e sull’antinomia fra autodeterminazione e rispetto della tradizione, fra sogni di libertà e concreta praticità. Johnny, più interessato a conoscere sé stesso che a fare fortuna, viene apertamente accusato dal promesso suocero di essere “anti-americano”: e tanto lui quanto Linda, per la loro natura di liberi pensatori, sono accusati fra le righe di idee comuniste (in una scena la ragazza racconta di aver collaborato con un sindacato senza sapere che l’azienda contro cui si era battuta apparteneva a suo padre). In anni scossi dalla grande depressione il tema era piuttosto controverso, e infatti la pellicola non riscosse un grande successo di pubblico. Splendidi gli intepreti. Il film è tratto da una commedia teatrale di Philip Barry che aveva esordito a Broadway nel 1928 e che era già stata portata sullo schermo nel 1930 (con Ann Harding e Mary Astor nel ruolo delle due sorelle e Robert Ames in quelli di Johnny). Si tratta del terzo dei quattro film con la coppia Grant/Hepburn come protagonista (dopo “Il diavolo e femmina” e “Susanna”, e prima di “Scandalo a Filadelfia”).

31 dicembre 2011

Scandalo a Filadelfia (G. Cukor, 1940)

Scandalo a Filadelfia (The Philadelphia Story)
di George Cukor – USA 1940
con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart
****

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Due anni dopo il divorzio dal precedente marito C. K. Dexter Haven (Cary Grant), la bella e ricca ereditiera Tracy Lord (Katherine Hepburn) se lo ritrova in casa proprio alla vigilia delle sue seconde nozze con l'aspirante politico George Kittredge (John Howard). E con lui arriva anche il giornalista Mike Connor (James Stewart), incaricato di realizzare un servizio sulla cerimonia per una rivista scandalistica. Fra un risveglio di fiamma per Dexter, l'insorgere dei primi dubbi su George e la scoperta degli insospettati lati positivi di Mike, Tracy si ritroverà con i sentimenti parecchio confusi e in preda a una crisi personale (tutti la vedono come una "divinità" da adorare a distanza, mentre lei vorrebbe essere amata come un normale essere umano). Capolavoro della commedia sofisticata del periodo d'oro di Hollywood, di cui fonde gli elementi romantici, brillanti e screwball, il film valse a James Stewart il suo unico premio Oscar come miglior attore, oltre a conquistare quello per la sceneggiatura (di Donald Ogden Stewart, da una commedia teatrale di Philip Barry scritta appositamente per la Hepburn). Appartiene a un sottogenere che il filosofo Stanley Cavell, nel suo libro "Alla ricerca della felicità", ha battezzato la commedia del rimatrimonio, particolarmente frequentato dal cinema statunitense negli anni trenta e quaranta (si pensi, fra gli altri, ad "Accadde una notte" di Capra, "La signora del venerdì" di Hawks, "Lady Eva" di Sturges e "La costola di Adamo" dello stesso Cukor): poiché all'epoca il codice Hays proibiva categoricamente di affrontare il tema dell'adulterio, gli sceneggiatori erano obbligati a mettere in scena un divorzio per consentire ai protagonisti di vivere storie sentimentali con altre persone e, infine, di sposarsi nuovamente. Oltre alla regia elegante e alle grandi prove degli attori, proprio la sceneggiatura è il punto di forza della pellicola, perfetta nel caratterizzare i protagonisti (Tracy, altera ed altezzosa ma in realtà fragile e sensibile, punto di riferimento con cui si misurano tutti gli altri personaggi; Mike, che dietro l'atteggiamento cinico e disilluso nasconde un animo da poeta e da gentleman; Dexter, ex alcolizzato, un tempo incapace di venire incontro alle aspettative troppo elevate dell'intransigente Tracy ma ora pronto a ricominciare la relazione su basi nuove e paritarie), nel mettere alla berlina le eccentricità e i difetti dell'alta società, nell'accusare la stampa scandalistica di invadere con mezzi leciti e illeciti la privacy dei personaggi pubblici (settant'anni prima dei tabloid di Murdoch!), nel dare vita a situazioni esilaranti (a partire dal breve e impareggiabile incipit muto con la rottura della mazza da golf di Grant da parte della Hepburn, senza dimenticare l'ubriacatura alla festa e il tuffo notturno in piscina) e soprattutto a dialoghi brillanti e battute memorabili ("Tu sei di gran lunga la tua persona preferita"; "Avrei dovuto restare con te tutta la vita, ma poi il giudice mi ha fatto la grazia"; "Pensavo che gli scrittori bevessero tutti e picchiassero le mogli: una volta anch'io volevo fare lo scrittore"). Prodotto dal futuro regista Joseph L. Mankiewicz, il film rilanciò in particolare la carriera di Katharine Hepburn, reduce da diversi flop al botteghino: fu proprio l'attrice a scegliere come regista George Cukor, che l'aveva già diretta in "Febbre di vivere" e "Piccole donne". Per i ruoli maschili, Grant e Stewart rimpiazzarono all'ultimo momento quelli che erano le prime scelte, ovvero Clark Gable e Spencer Tracy. Da segnalare, nel meraviglioso cast, anche la fotografa Liz Imbrie (Ruth Hussey), i genitori di Tracy (John Halliday e Mary Nash), l'impicciona sorellina Dinah (Virginia Weidler) e il gaudente zio Willie (Roland Young). Rifatto in chiave di musical nel 1956 ("Alta società", con Bing Crosy, Grace Kelly e Frank Sinatra).

6 gennaio 2011

Donne (George Cukor, 1939)

Donne (The women)
di George Cukor – USA 1939
con Norma Shearer, Joan Crawford
***1/2

Visto in DVD.

Mary Haines, dama dell'alta borghesia di Manhattan, viene a sapere dalla manicure di un salone di bellezza che il marito la tradisce con la commessa di un negozio di profumi (cosa di cui tutte le sue amiche erano già al corrente). Inizialmente cerca di far finta di nulla, continuando la sua vita di tutti i giorni; ma dopo uno "scontro" con la rivale nei camerini di uno stilista di moda, con lo scandalo finito ormai sui giornali, non ha altra scelta che recarsi a Reno (la città del Nevada dove si ritrovano tutte le donne nella sua condizione) per chiedere il divorzio. Pentita, riuscirà a riconquistare il marito strappandolo dalle grinfie dell'arrivista contendente. Acido e ironico ritratto della vita sociale dell'epoca, tratto da un lavoro teatrale di Clare Boothe Luce (scrittrice satirica che divenne poi ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia!) e sceneggiato da Anita Loos (l'autrice de "Gli uomini preferiscono le bionde"), il film è passato alla storia per il cast non solo vasto e stellare, ma esclusivamente femminile: benché di uomini si parli in continuazione, nella pellicola non compare un solo attore maschio, nemmeno nelle scene ambientate in esterni. I produttori dichiararono che persino gli animali che compaiono sullo schermo (cagnolini, cavalli) sono rigorosamente di sesso femminile! Fra le brillanti interpreti spiccano, oltre alla protagonista Norma Shearer (Mary) e alla sua rivale Joan Crawford (Crystal), l'amica impicciona Rosalind Russell (Sylvia), che a sua volta si fa "soffiare" il marito dalla disinvolta Paulette Goddard (Miriam); la più giovane e ingenua Joan Fontaine (Peggy); la "navigata" contessa Mary Boland (Flora); la cronista mondana Hedda Hopper (che interpreta sé stessa); e decine di altri personaggi. Sofisticato ed elegante, il film è dominato dall'ambiente frivolo ma frenetico dell'alta società newyorkese dell'epoca, con i personaggi che si aggirano in continuazione fra negozi, saloni di bellezza, centri per dimagrire o per fare ginnastica, tutti luoghi di aggregazione dove la principale attività consiste nel gossip alle spalle delle amiche. Memorabile, in particolare, la lunga sequenza della sfilata di moda (girata in Technicolor, mentre il resto del film è in bianco e nero), culmine visivo di una pellicola che in ogni scena consente di ammirare centinaia di capi di vestiario, di gioielli, di acconciature femminili dell'epoca. Nonostante le apparenze, comunque, non si tratta di una pellicola "femminista", visto che delle donne vengono messi in luce anche i numerosi difetti e la contraddittoria lotta fra emancipazione e dipendenza (anche e soprattutto economica) dagli uomini. Indicativo, al riguardo, un incisivo scambio di battute: a una signora che sbotta in un "Gli uomini, che mascalzoni, vogliono una cosa sola!", una ragazza replica "Che altro abbiamo da offrire?". Parecchi i remake o le pellicole che vi si sono ispirate: fra i primi, la commedia musicale "Sesso debole?" (1956) di David Miller con June Allyson, Joan Collins e Dolores Gray (che però prevedeva la presenza di uomini nel cast) e il recente "The Women" (2008) di Diane English con Meg Ryan, Annette Benning ed Eva Mendes; fra le seconde, "Donne – Waiting to Exhale" (1995) di Forest Whitaker con Whitney Houston e Angela Bassett. Naturalmente il film ha contribuito a cementare ancora di più la reputazione di Cukor quale "regista di attrici".

5 marzo 2010

Il diavolo è femmina (G. Cukor, 1935)

Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlett)
di George Cukor – USA 1935
con Katharine Hepburn, Cary Grant
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Per accompagnare il padre vedovo (Edmund Gwenn), ricercato dalla polizia per appropriazione indebita e in fuga dalla Francia verso l'Inghilterra, la giovane Sylvia Scarlett (Hepburn) si taglia i capelli e si traveste da maschio, facendosi passare per suo "figlio" Sylvester. A Londra i due incontreranno Jimmy Monkley (Grant), un simpatico furfante che vive di imbrogli e di raggiri, e ne diventeranno complici. I loro tentativi di arricchirsi con il furto e le truffe, tuttavia, non andranno a buon fine, e il gruppo si convertirà in una compagnia di saltimbanchi e attori girovaghi che va in giro a esibirsi per le campagne inglesi. Ma l'amore per un ricco pittore dandy, Michael (Brian Aherne), spingerà "Sylvester" ad abbandonare il proprio travestimento da maschio. Tratto da un romanzo di Compton Mackenzie (i cui contenuti vengono compressi e compattati per esigenze cinematografiche), questo insolito film a base di ambiguità sessuali e morali disorientò all'epoca pubblico e critica, che ne decretarono il clamoroso insuccesso: in realtà, nonostante una certa anarchia narrativa e il continuo e improvviso cambio di toni e di setting, è una pellicola moderna che dietro la classica leggerezza da commedia sentimentale alla Cukor (ma stavolta tutt'altro che raffinata o sofisticata) affronta il tema dell'amore da punti di vista inediti e contrastanti. Gli stessi personaggi non sanno bene cosa fare con i propri sentimenti, tendono a confonderli (il pittore, pur affezionato a Sylvia, la deride per la sua eccentricità) e solo nel finale si renderanno veramente conto della loro natura. La sceneggiatura, che forse procede un po' troppo a "strappi", punta dunque molto sull'accurato resoconto psicologico dei primi turbamenti amorosi di una ragazza, e utilizza a questo scopo l'androginia della Hepburn, le sue insicurezze, il continuo passaggio da un comportamento maschile a uno femminile, la sua esitazione sul come rapportarsi con l'uomo che ama. Fu il terzo film di Cukor con la Hepburn, nonché il primo dell'attrice insieme a Grant (prima di capolavori come "Susanna", "Incantesimo" e "Scandalo a Filadelfia"). E la personalità dei due interpreti (forte, volitiva ma anche fragile, la Hepburn; sbruffone, farabutto e con un caratteristico accento Cockney, Grant) domina in maniera evidente quasi ogni scena. Senza senso il titolo italiano.

18 febbraio 2010

Febbre di vivere (G. Cukor, 1932)

Febbre di vivere (A Bill of Divorcement)
di George Cukor – USA 1932
con John Barrymore, Katharine Hepburn
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Dopo essere rimasto chiuso in manicomio per quindici anni, un uomo torna a casa e scopre che nel frattempo la moglie ha ottenuto il divorzio e sta per sposarsi con un altro. La donna sarebbe anche disposta a rinunciare alla propria felicità per rimanere con l'ex marito, nonostante non lo ami più: ma quando questi si accorge che lo farebbe solo per pietà, rinuncia a lei e la lascia partire verso una nuova vita. A prendersi cura di lui rimarrà invece la figlia, che gli assomiglia moltissimo e che, temendo che nella famiglia scorra una vena di pazzia, sceglie di mandare all'aria a sua volta il proprio matrimonio. Melodrammone lacerante, forse un po' datato e di evidente impostazione teatrale (si svolge completamente in interni, nella casa di famiglia, e nell'arco di una sola giornata), ma toccante e sorprendente nei suoi sviluppi e con un perfetto finale dolce-amaro. La breve durata (poco più di un'ora) consente alla pellicola di mantenere compattezza senza perdersi in inutili fronzoli retorici o ricattatori, e la sceneggiatura è sempre equilibrata nel mostrare (e far comprendere allo spettatore) i diversi punti di vista di una vicenda assai delicata, dove tutti hanno le proprie ragioni e soffrono perché i sentimenti cozzano fra loro. Il tema del sacrificio (che coinvolge, in diversi momenti, tutte le figure della storia: il padre, la madre, la figlia) mi ha ricordato – anche se naturalmente l'approccio è completamente diverso – molti lungometraggi di Ozu, come "Tarda primavera". Il film è tratto da un lavoro teatrale (di Clemence Dane) portato sullo schermo altre due volte: nel 1922 (muto) e nel 1940. Classica ed efficace la regia di Cukor, e ottimi gli attori, come l'istrionico John Barrymore e la composta Billie Burke. Ma il film segna in particolare l'esordio cinematografico di Katharine Hepburn, una delle più grandi attrici di tutti i tempi, che Cukor dirigerà altre sei volte. Pur giovane e alle prime armi, la Hepburn risplende già di luce propria.

1 febbraio 2010

A che prezzo Hollywood? (G. Cukor, 1932)

A che prezzo Hollywood? (What price Hollywood?)
di George Cukor – USA 1932
con Constance Bennett, Lowell Sherman
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Un'intraprendente cameriera (Bennett) sogna di diventare una diva del cinema, e in effetti riesce a sfondare grazie all'aiuto di un regista simpatico e alcolizzato (Sherman). Ma la sua parabola ascendente (con tanto di matrimonio con un ricco milionario della costa est) si interseca con quella discendente del suo pigmalione, al quale rimane comunque legata fino alla fine da una forte amicizia. Ispirato a personaggi reali (la diva del muto Colleen Moore e il regista Tom Forman), è stato uno dei primi film a portare sullo schermo – in maniera quasi autoreferenziale – il dorato mondo di Hollywood e tutto il suo microcosmo di star, registi e produttori, svelandone senza pietà anche gli aspetti più crudeli e meno "glamourous". Fu anche uno dei primi lavori importanti di George Cukor, che aveva esordito come regista solo due anni prima, proveniendo dal teatro, e che si dimostra particolarmente predisposto a raccontare storie con protagoniste femminili. Particolarmente significativo per i temi trattati, il film – che passa con rapidità dalla commedia al dramma – ha ispirato il successivo (e più celebre) "È nata una stella" del 1937, del quale curiosamente lo stesso Cukor diresse il remake in chiave musical nel 1954 (dopo aver rifiutato di dirigere l'originale proprio perché troppo simile a questo film). La sceneggiatura, candidata agli Oscar, è basata su un racconto di Adela Rogers St. Johns e (non accreditato) Louis Stevens.

25 novembre 2008

Margherita Gautier (G. Cukor, 1936)

Margherita Gautier (Camille)
di George Cukor – USA 1936
con Greta Garbo, Robert Taylor
***

Rivisto in DVD.

In quella che forse è la sua migliore interpretazione, anche perché diretta da un signor regista, la Garbo veste un ruolo che sembra essere stato scritto su misura per lei, quello della "Signora delle camelie" del romanzo di Dumas figlio. La storia, già portata sullo schermo numerose volte, viene addolcita nel finale con l'aggiunta della riconciliazione fra Armand e Margherita appena prima della morte della donna, ma mantiene tutte le sue caratteristiche tragiche e romantiche e l'ambientazione parigina di metà ottocento. Cukor, dal canto suo, ci aggiunge vivacità e passione, mentre la colonna sonora prende a prestito le note de "La Traviata" di Verdi e la fotografia di Karl Freund ammanta di luce quasi eterea i primi piani degli attori. Non male i comprimari, su tutti Henry Daniell (il barone), Laura Hope Crews (Prudence) e Rex O'Malley (Gaston): ma c'è anche Lionel Barrymore nel ruolo del padre di Armand, che chiede a Margherita di rinunciare al suo amore. Ottimi anche i dialoghi, con drammatiche anticipazioni del futuro ("Io sono sempre bella quando sto per morire") e riferimenti ad altre versioni della stessa storia ("Dopo la mia morte, qualcuno finirà per metterlo all'asta", dice Margherita parlando del romanzo di Manon Lescaut).

26 luglio 2007

Amore fra le rovine (G. Cukor, 1975)

Amore fra le rovine (Love among the ruins)
di George Cukor – GB 1975
con Laurence Olivier, Katharine Hepburn
***1/2

Visto in VHS.

Delizioso film televisivo con due vecchie glorie dello schermo che si esibiscono in un'interpretazione di alta qualità su una sceneggiatura scoppiettante e all'altezza dei grandi capolavori di Cukor. Olivier veste i panni di un avvocato londinese che deve difendere in tribunale un'anziana donna accusata da un giovane di averla sedotta e di aver poi rotto la proposta di matrimonio. Ma lo stesso avvocato, cinquant'anni prima, aveva conosciuto la signora, allora giovane attrice, e se ne era invaghito. Lei lo aveva però lasciato senza spiegazioni, condannandolo a una vita solitaria fatta di ricordi e di rimpianti. E mentre lui non l'ha mai dimenticata, lei sembra non ricordarsi affatto di lui... L'arringa finale dell'avvocato è un capolavoro di tecnica oratoria e al tempo stesso una struggente dichiarazione d'amore, mentre i duetti e i battibecchi fra i due protagonisti ricordano i grandi film hollywoodiani degli anni trenta e quaranta, nonostante l'ambientazione e l'atmosfera siano tipicamente britanniche.

23 aprile 2006

È nata una stella (G. Cukor, 1954)

È nata una stella (A star is born)
di George Cukor – USA 1954
con Judy Garland, James Mason
**

Visto in DVD alla Fogona.

L'aspirante cantante Esther Blodgett (Garland, nel suo ruolo più celebre dopo quello – da bambina – ne "Il mago di Oz") raggiunge il successo a Hollywood (con il nome di Vicki Lester) mentre l'attore che l'ha scoperta (e sposata), Norman Maine (Mason), contemporaneamente si avvia al declino. Remake dell'omonimo film di William Wellman del 1937 (ma deve moltissimo anche ad "A che prezzo Hollywood?" del 1932 dello stesso Cukor, che mi era sembrato molto più fresco e coinvolgente), è il primo film a colori (e musicale) di un regista di cui di solito apprezzo la leggerezza, la semplicità e l'ironia, i piccoli dettagli che gli bastano per descrivere ogni situazione. In questo caso, invece, Cukor è costretto a fare i conti con una produzione ai massimi livelli, e la pellicola sconta tutta la "pesantezza" delle sfarzose scenografie imposte dai soldi della Warner Bros. Il risultato mi ha lasciato freddino, anche per colpa di tutte quelle canzoni, non proprio di mio gusto, cantate da Judy Garland nei primi due terzi del film. Meglio invece il finale, che si tinge di amaro e lascia da parte l'ambiente dello spettacolo e della ricerca del successo per concentrarsi di più sul rapporto fra i due personaggi principali. Comunque troppo lungo (come se non bastasse, nel DVD sono state inserite anche alcune sequenze che erano state tagliate all'epoca e di cui non si sentiva certo la mancanza) e troppo "autocelebrativo" nel mettere in scena i meccanismi di un mondo che proprio in quegli anni cominciava il suo declino. La pellicola fu nominata a sei premi Oscar (fra cui Mason, la Garland, la scenografia e la colonna sonora) ma non ne vinse nessuno. Seguiranno altri remake nel 1976 (di Frank Preston con Barbra Streisand) e nel 2018 (in preparazione, di Bradley Cooper con Lady Gaga).

7 aprile 2006

La ragazza del secolo (G. Cukor, 1954)

La ragazza del secolo (It should happen to you!)
di George Cukor – USA 1954
con Judy Holliday, Jack Lemmon
***

Visto in DVD.

Gladys Glover (Holliday), giovane modella giunta a New York "per farsi un nome", decide di spendere tutti i suoi risparmi per affittare un cartellone pubblicitario in bella vista e scriverci appunto il proprio nome e cognome. Pur non avendo nessuna capacità, diventa immediatamente popolare: viene invitata nei talk show e assunta come testimonial pubblicitaria. Una commedia brillante e divertente, all'apparenza leggerina ma – come spesso capita nei film di Cukor – con sottotesti satirici e sociali non banali, in particolare sull'importanza della pubblicità e sul desiderio dell'americano medio di diventare una celebrità. E soprattutto ancora incredibilmente attuale: stupisce pensare infatti che il film risalga al 1954, ben prima del "Grande Fratello" e dei reality show che oggi trasformano in VIP personaggi del tutto insignificanti: quello che allora capitava negli Stati Uniti oggi accade anche da noi e in tutto il mondo. La Holliday mi è sembrata assai brava e in molte scene esilarante. Un giovanissimo Jack Lemmon (al suo primo film) mostra già tutto il proprio talento dando vita a un personaggio fresco e simpatico. Quanto allo stile di Cukor, mi piace moltissimo e l'ho apprezzato soprattutto nei piccoli dettagli di alcune scene mute (come l'inquadratura del piede scalzo di Gladys, o la sequenza in cui lei deve entrare nel palazzo attraverso la porta girevole). La sceneggiatura di Garson Kanin era stata originariamente pensata per un protagonista maschile, che avrebbe dovuto essere Danny Kaye.