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10 luglio 2023

Lola (Andrew Legge, 2022)

Lola (id.)
di Andrew Legge – GB/Irlanda 2022
con Emma Appleton, Stefanie Martini
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Agli inizi degli anni quaranta, nella campagna inglese, le sorelle Thomasina (Emma Appleton) e Martha (Stefanie Martini) Hanbury inventano "Lola", una macchina che può ricevere trasmissioni radiofoniche e televisive dal futuro. Dapprima si appassionano alla cultura e alla musica del tardo ventesimo secolo (in particolare a David Bowie, la cui canzone "Space Oddity" diventa per loro una sorta di inno personale e liberatorio), ma poi cominciano a usare la macchina per intercettare i notiziari bellici, con l'intento di aiutare il proprio paese a sconfiggere i tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Per una serie di paradossi, però, proprio le loro azioni porteranno invece i nazisti ad avere la meglio e a conquistare la Gran Bretagna, creando una distopia anche dal punto di vista culturale, dove la stessa musica pop si ammanta di toni fascisti... Realizzato durante il lockdown, in bianco e nero e in forma quasi amatoriale, usando cineprese 16mm e lenti d'epoca, nonché molto materiale di repertorio (riprese con Churchill e Hitler, per esempio, ma anche scene di folla, di guerra e di bombardamenti), un film di fantastoria che ricorre alla trovata del found footage (si finge cioè che tutto il girato sia opera delle sorelle stesse, giunto in qualche modo fino ai giorni nostri), anche se per una volta questa non è fine a sé stessa ma parte integrante della storia stessa e strumento essenziale per la risoluzione finale del paradosso. Il tutto è semplice (il film dura poco più di un'ora) ma a suo modo ingegnoso, e affascinante dal punto di vista fantascientifico, oltre che coerente nello stile. Il regista, anche sceneggiatore, è all'esordio. Interessante anche la colonna sonora di Neil Hannon, che fonde anacronisticamente suggestioni punk e glam rock.

8 maggio 2022

Piccole donne (George Cukor, 1933)

Piccole donne (Little Women)
di George Cukor – USA 1933
con Katharine Hepburn, Joan Bennett
**

Visto in divx.

Mentre il padre è al fronte durante la Guerra di Secessione, le quattro sorelle March – la maggiore Meg (Frances Dee), la vivace Jo (Katharine Hepburn), la sensibile Beth (Jean Parker) e la vanitosa Amy (Joan Bennett) –, ragazze generose e ribelli, indomite e sognatrici, crescono con la madre in una piccola cittadina del Massachusetts. La loro vita trascorre fra desideri di emancipazione, bei momenti e piccole tragedie, che punteggiano le fasi della crescita, accompagnate dai valori e dagli insegnamenti delle persone loro attorno. È forse l'adattamento più celebre del romanzo (semi-autobiografico) di Louise May Alcott, che sarà portato poi sullo schermo molte altre volte (fra cui, nel 1994, da Gillian Armstrong, con Winona Ryder e Susan Sarandon, e nel 2019, da Greta Gerwig, con Saoirse Ronan ed Emma Watson). Celebre ma anche un po' stucchevole, nel suo mix di retorica familiare, romanticismo e buoni sentimenti, sostenuto però dall'agile regia di Cukor, che non appesantisce mai una narrazione episodica, quotidiana, minimalistica (almeno nella prima metà del film: la seconda si fa via via più verbosa e melodrammatica). A una prima parte caratterizzata infatti da leggerezza, convivialità e atmosfere familiari (da ricordare la recita teatrale organizzata in casa dal "maschiaccio" Jo, o le vicissitudini romantiche delle varie sorelle), fa seguito una seconda più drammatica, dove non mancano le tragedie (la tensione per il padre al fronte, o la malattia e poi la morte di Beth). Il successo (di critica e di pubblico) fu grande, anche per merito delle buone interpretazioni, benché le protagoniste appaiano troppo adulte per le parti: la Hepburn aveva 26 anni, mentre Jo ne dovrebbe avere all'inizio 15; e la Bennett ne aveva 23, quando Amy ne dovrebbe avere solo 12 (è la più piccola delle sorelle!). Cukor, ancora agli esordi, cominciò qui a farsi la fama di "regista delle donne", nonché di specialista in adattamenti letterari. Il cast comprende Douglass Montgomery (il giovane Laurie), Henry Stephenson (il signor Laurence), Spring Byington (la madre), Edna May Oliver (la zia), Paul Lukas (il professor Bhaer). La sceneggiatura di Victor Heerman e Sarah Y. Mason vinse l'Oscar (con nomination anche per il film e la regia).

7 agosto 2021

Raw - Una cruda verità (J. Ducournau, 2016)

Raw - Una cruda verità (Grave)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2016
con Garance Marillier, Ella Rumpf
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La diciannovenne Justine (Marillier), timida e introversa, si iscrive alla prestigiosa università di veterinaria già frequentata dalla sorella maggiore Alexia (Rumpf) e va a vivere nel campus. Qui è costretta a subire i numerosi atti goliardici e di nonnismo cui gli studenti anziani sottomettono le matricole come riti di iniziazione: fra questi, l'ingestione di carne che lei, vegetariana, aveva sempre evitato. Quel boccone la condurrà a un'attrazione famelica e incontrollata per la carne, dapprima quella cotta, poi quella cruda e infine quella umana... La sconvolgente opera prima della regista francese Julia Ducournau (che si confermerà con la seconda, “Titane”, vincitrice della Palma d'Oro a Cannes) è un horror originale e inquietante, con più chiavi di lettura: in superficie c'è il thriller cannibalistico – al sangue! – che non lesina scene forti (si astengano i deboli di cuore o di stomaco) e colpi di scena (nel finale si spiega in qualche modo l'origine delle tendenze cannibalistiche della protagonista); ma se passiamo dal livello letterale a quello metaforico, la trasformazione di Justine da timida vergine a “mangiatrice di uomini” è uno dei possibili e inevitabili percorsi di una ragazza quando esce dall'alveo protetto della famiglia (il soggiorno al campus universitario è la prima volta che va a vivere fuori di casa), in un ambiente dove entra in contatto con il sesso e la violenza (anche quella sugli animali, vedi le esperienze in laboratorio), senza alcun filtro (la sorella, che "ci è già passata", non la protegge; gli insegnanti si mostrano incomprensivi o assenti). Siamo dunque di fronte a un racconto di crescita, di svezzamento alla vita, di coming-of-age, per quanto truculento e sopra le righe. Rabah Naït Oufella è il compagno di stanza gay, Laurent Lucas il padre. Nonostante l'ottima accoglienza di critica e pubblico ai festival, in Italia il film è uscito solo in home video.

13 maggio 2021

Il giardino delle vergini suicide (S. Coppola, 1999)

Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides)
di Sofia Coppola – USA 1999
con Kirsten Dunst, Josh Hartnett
***

Rivisto in DVD.

Raccontato in flashback, 25 anni dopo i fatti, da uno dei ragazzi del vicinato che hanno assistito da lontano a tutta la vicenda, la storia del misterioso suicidio delle cinque sorelle Lisbon – Cecilia (Hanna R. Hall), di 13 anni; Lux (Kirsten Dunst), di 14; Bonnie (Chelse Swain), di 15; Mary (A. J. Cook), di 16; Therese (Leslie Hayman), di 17 – cresciute nella bambagia di una famiglia benestante e altoborghese in un ricco quartiere residenziale alla periferia di Detroit. Anche se gli indizi sul motivo dei suicidi in qualche modo non mancano (l'asfissia della famiglia in primis, con genitori molto severi, protettivi e oppressivi: il padre, insegnante nella loro stessa scuola, è debole e sottomesso; la madre, casalinga, è bigotta e intransigente, tanto che giunge a rinchiudere le figlie in casa), i veri pensieri e l'indole delle ragazze rimangono sempre evasivi e sfuggenti, un vero e proprio enigma agli occhi dei ragazzi osservatori, che ammettono la loro incapacità di afferrare o conoscere l'animo femminile ("Capimmo che sapevano tutto di noi, e che noi non potevamo comprenderle affatto"). Il primo lungometraggio di Sofia Coppola, figlia del grande regista Francis Ford Coppola e anche sceneggiatrice, che ha adattato l'omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, rimane tuttora uno dei suoi lavori più interessanti. Nonostante l'ambientazione quasi contemporanea (siamo negli anni Settanta), a tratti l'estetica ricorda il vittoriano "Picnic a Hanging Rock" di Peter Weir: sarà per l'atmosfera sospesa di mistero ed enigma (la vicenda è rivissuta nei ricordi dei ragazzi quasi come si sia trattato di uno strano sogno), o per l'aspetto virginale – appunto! – delle ragazze, tutte bellissime e biondissime, quasi indistinguibili l'una dall'altra (anche se l'enfasi è soprattutto sulle due più giovani, e su Lux in particolare). James Woods e Kathleen Turner sono i due genitori, Josh Hartnett è Trip, il "bello" della scuola che si innamora di Lux (interpretato da Michael Paré da adulto). Piccole apparizioni per Scott Glenn (il prete) e Danny DeVito (lo psichiatra). Il titolo italiano fa riferimento alla scena in cui gli alberi del giardino di casa, malati, vengono abbattuti nonostante le proteste delle ragazze, che vi si identificano. La colonna sonora (ispirata alle sonorità dei Pink Floyd) è opera del duo francese di musica elettronica Air.

5 marzo 2021

Non ti presento i miei (Clea DuVall, 2020)

Non ti presento i miei (Happiest season)
di Clea DuVall – USA 2020
con Kristen Stewart, Mackenzie Davis
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Durante le festività natalizie, Harper (Mackenzie Davis) porta la sua fidanzata Abby (Kristen Stewart) a conoscere la propria famiglia. Piccolo particolare: non ha mai detto ai genitori (Victor Garber e Mary Steenburgen) di essere lesbica, e dunque fa passare Abby come la sua "coinquilina orfana"... Il secondo film come regista dell'ex attrice Clea DuVall (che ricordiamo, fra gli altri, in "The Faculty", "Fantasmi da Marte" e "Identità"), anche sceneggiatrice insieme a Mary Holland, è una divertente commedia sul tema del coming out. Dietro le apparenze da famiglia "perfetta" (importanti anche perché il padre punta a candidarsi come sindaco della cittadina in cui vive), si nascondono segreti e vite represse, non solo da parte di Harper ma anche delle due sorelle (Alison Brie e Mary Holland). La visione è piacevole, con classiche situazioni da sitcom natalizia o romantica (il titolo italiano, ovviamente, scimmiotta "Ti presento i miei"), fra personaggi eccentrici, momenti vivaci e un inevitabile (e zuccheroso) lieto fine riconciliante, il tutto virato però in chiave LGBT. Dan Levy è l'amico gay e consigliere di Abby, Aubrey Plaza è l'ex ragazza di Harper.

20 giugno 2020

Buttiamo giù l'uomo (Savage Cole, Krudy, 2019)

Buttiamo giù l'uomo (Blow the Man Down)
di Bridget Savage Cole, Danielle Krudy – USA 2019
con Morgan Saylor, Sophie Lowe
**

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Dopo la morte della madre, le sorelle Mary Beth (Morgan Saylor) e Priscilla Connolly (Sophie Lowe) cercano di mandare avanti la pescheria di famiglia nel freddo e remoto villaggio costiero di Easter Cove, nel Maine. Quando Priscilla uccide accidentalmente un misterioso forestiero, le due decideranno di disfarsi del cadavere, facendolo a pezzi e gettandolo ai pesci. Ma si ritroveranno così coinvolte in una serie di intrighi che riguardano gran parte delle donne della piccola comunità. A metà strada fra "Fargo" e "Soldi sporchi", di cui è una variante tutta al femminile, una pellicola che avrebbe molti punti di forza: innanzitutto l'ambientazione, un remoto villaggio di pescatori dove le donne tirano le fila di tutto, visto che gli uomini sono sempre fuori a pesca (alcuni di questi, con le loro canzoni, forniscono letteralmente un "coro" alle vicende). Ottimi anche i volti dei numerosi personaggi, tutti particolari e ambigui, anche perché non ci sono figure completamente buone o completamente cattive; e notevole la colonna sonora acustica e distonica di Brian McOmber e Jordan Dykstra, così come la confezione in generale (in particolare la gelida fotografia). Dove invece il film non funziona, purtroppo, è nella cosa più importante: la sceneggiatura (delle stesse registe), che non decolla mai, non riesce a sviluppare con la dovuta cura i molti spunti forniti dall'ambientazione, dalla trama e dai personaggi – come la tenutaria del bordello locale (Margo Martindale, la migliore del cast), una delle prostitute (Gayle Rankin), o le varie vecchiette che dominano dietro le quinte – e non approfondisce né loro né gli eventi, che si succedono "semplicemente" e in maniera persino sfilacciata, senza suscitare l'interesse o la partecipazione dello spettatore e senza mai dare l'impressione che alle azioni seguano delle conseguenze.

16 giugno 2020

Mustang (Deniz Gamze Ergüven, 2015)

Mustang (id.)
di Deniz Gamze Ergüven – Francia/Germania/Turchia 2015
con Güneş Şensoy, İlayda Akdoğan
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cinque giovani sorelle turche (siamo nei dintorni di Trabzon, sulle coste del Mar Nero), orfane di entrambi i genitori, vengono recluse in casa dallo zio per via del loro temperamento ribelle e del comportamento troppo libero. Dopo che le prime due sono state costrette a sposarsi, e la terza si è suicidata per gli abusi subiti, le due più giovani riusciranno a fuggire di casa. Opera prima di una regista trasferitasi in Francia in tenera età (e dunque di fatto francese, anche se di origine turca), la pellicola ha le tipiche stimmate del "film da festival" che pretende di lanciare uno sguardo sulle società del vicino o medio oriente da una prospettiva occidentale: ogni sequenza e ogni svolta narrativa appare infatti costruita a tavolino e trasuda di retorica. A salvarla almeno in parte è la bellezza e la spontaneità delle giovani attrici (fra le fonti di ispirazione, almeno a livello estetico, c'è "Il giardino delle vergini suicide" di Sofia Coppola), nonché alcuni episodi che a loro modo aiutano ad aprire gli occhi sulla condizione femminile nelle zone più arretrate di certi paesi: la passione della più piccola delle sorelle, Lale (di fatto la protagonista), per il calcio; la scelta della primogenita di sposare il ragazzo che ama e non quello scelto per lei dallo zio e dalla nonna; la sequenza della "prova del lenzuolo" per dimostrare che la giovane sposa era vergine; i rapporti di complicità e di amicizia fra le ragazze, da sole contro una società patriarcale, conservativa e opprimente. Ma tutto è troppo perfettino e patinato, e molto meno convincente e sincero di altri film sugli stessi temi visti in precedenza (e che provenivano davvero dall'interno di queste società, e non dall'esterno, magari da una posizione privilegiata): un esempio su tutti, l'iraniano "Il cerchio" di Jafar Panahi. Il titolo "Mustang", una razza di cavalli selvaggi, mai spiegato nel film, fa riferimento alla natura libera e indomita delle cinque ragazze. Buon successo di critica in Francia e negli USA, con tanto di nomination agli Oscar per il miglior film straniero (ma per la Francia, non per la Turchia, nonostante la pellicola sia interamente parlata in turco). Il doppiaggio italiano è a livelli televisivi.

26 maggio 2020

Casa Howard (James Ivory, 1992)

Casa Howard (Howards End)
di James Ivory – GB 1992
con Emma Thompson, Anthony Hopkins
***

Rivisto in TV.

All'inizio del Novecento, le vicende di tre famiglie inglesi di diversa estrazione sociale (e status economico) si incrociano a più riprese. Si tratta dei Wilcox, guidati dal patriarca Henry (Anthony Hopkins), ricchissimi ma dall'animo arido, fatta eccezione per la moglie di Henry, Ruth (Vanessa Redgrave); delle sorelle nubili Margaret (Emma Thompson) e Helen Schlegel (Helena Bonham Carter), mediamente abbienti, di idee aperte e progressiste e amanti dell'arte e della cultura; e dell'impiegato Leonard Bast (Samuel West), povero ma romantico e sensibile, imprigionato in un matrimonio infelice. Tutto ruota attorno a Casa Howard, la dimora di campagna che Ruth Wilcox, in punto di morte, vorrebbe lasciare all'amica Margaret: ma un piccolo atto di egoismo (il rifiuto dei figli di Henry e Ruth di ottemperare alla volontà della madre) finirà col provocare infelicità, tragedie e ingiustizie, mentre sogni e aspirazioni si scontrano con la realtà. Il terzo fortunato adattamento di un romanzo di E.M. Forster da parte di James Ivory (in coppia con il produttore Ismail Merchant), dopo "Camera con vista" e "Maurice", è uno dei suoi lavori di maggior successo critico e al botteghino. Merito certo del testo originale, che approfondisce i numerosi personaggi con grande cura psicologica (la protagonista Margaret, per esempio, cerca continuamente una mediazione fra il proprio lato romantico ed emotivo e quello più intellettuale e pratico, a differenza della sorella Helen che è invece più impulsiva, idealistica e meno incline al compromesso), ma anche delle ottime interpretazioni (il cast è composto da veri mostri sacri del cinema britannico), dei bei dialoghi, della regia elegante, della cura nelle scenografie, nella fotografia e nella ricostruzione storica. Lungo e un po' sfilacciato, ma anche spigliato e mai noioso, il film mescola tensioni sociali, dilemmi morali, relazioni sentimentali (quella fra Margaret ed Henry, quella fra Helen e Leonard), problemi domestici e contrasti famigliari. Ben nove nomination agli Oscar (comprese quelle per il miglior film e la regia) e tre statuette vinte: attrice (Emma Thompson), sceneggiatura non originale (Ruth Prawer Jhabvala) e scenografie (Luciana Arrighi). Nel cast anche James Wilby (Charles Wilcox), Joseph Bennett (Paul Wilcox), Adrian Ross Magenty (Tibby, il fratello di Margaret ed Helen), Nicola Duffett (Jacky, la moglie di Leonard) e Susie Lindeman (Dolly, la moglie di Charles). Jemma Redgrave, che interpreta Evie, l'altra figlia di Ruth, è la nipote di Vanessa Redgrave: non è l'unico caso di parentela sul set (Samuel West è il figlio di Prunella Scales, che recita nel ruolo di zia Juley, mentre Crispin Bonham Carter, uno degli amici di Charles, è il cugino di Helena). Nella colonna sonora spicca la quinta sinfonia di Beethoven. Nel 2017 il romanzo di Forster è stato riadattato per la tv dalla BBC in un serial in quattro parti.

24 maggio 2020

La donna elettrica (B. Erlingsson, 2018)

La donna elettrica (Kona fer í stríð)
di Benedikt Erlingsson – Islanda 2018
con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson
**1/2

Visto in TV.

La quarantenne Halla (Geirharðsdóttir), direttrice di un coro, è segretamente l'eco-terrorista nota come "la donna elettrica", che compie azioni di sabotaggio ai danni delle linee elettriche e dei piloni che portano l'energia agli impianti siderurgici situati nel bel mezzo della brughiera islandese. Ma quando riceve la notizia che la sua richiesta di adottare una bambina dall'Ucraina, avanzata quattro anni prima, è stata finalmente accettata, le sue prospettive cominciano a cambiare. Con il consueto approccio "nordico" che consente di trattare di temi seri con leggerezza (o forse il contrario), il secondo lungometraggio di Erlingsson è una pellicola stralunata ma accattivante, che non pretende di mettere la protagonista in buona luce (le sue convinzioni ecologiche e le sue idee contro la globalizzazione e l'industria inquinante faranno presa solo su chi già la pensa come lei) ma ne mostra le diverse sfaccettature con toni a tratti surreali. L'eroina è una sorta di Don Chisciotte, che combatte contro i mulini a vento (i piloni dell'elettricità, i droni che le danno la caccia nelle sconfinate brughiere dell'isola), che idolatra Gandhi e Mandela, e cerca invano di incitare la popolazione alla rivolta. Proprio la leggerezza consente di passare sopra il difetto di voler accatastare troppi ingredienti e troppi elementi (il messaggio ecologista, quello esistenziale, quello politico, quello legato all'adozione e dunque al desiderio di maternità), con il rischio di non approfondire veramente nessuno di essi (lo stesso vale per alcuni personaggi minori che non aggiungono granché alla vicenda, come il cicloturista latino-americano, che ritorna dal precedente "Storie di cavalli e di uomini"). Sul versante artistico, invece, l'aspetto più interessante è quello legato alla colonna sonora, semi-diegetica, sempre suonata da qualcuno presente fisicamente sulla scena anche quando non sarebbe possibile (i "suonatori" non vengono visti dagli altri personaggi). Il risultato ricorda a tratti il surrealismo di Roy Andersson. Straordinaria la Geirharðsdóttir in un doppio ruolo: oltre a Halla, interpreta infatti anche la sorella (gemella?) Ása, insegnante di yoga e di meditazione, che infatti viene spesso scambiata con lei (e la cosa la aiuterà a cavarsi dai guai). Nella scena conclusiva, l'inondazione che sommerge la strada è quasi una metafora della natura che impazzisce (o forse, semplicemente, del fatto che non sempre la strada che vogliamo percorrere ci è resa visibile). Annunciato un remake USA, diretto e interpretato da Jodie Foster.

5 marzo 2020

Rachel sta per sposarsi (J. Demme, 2008)

Rachel sta per sposarsi (Rachel getting married)
di Jonathan Demme – USA 2008
con Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt
**

Visto in divx.

Ricoverata in una struttura per la riabilitazione dalla tossicodipendenza, la giovane Kym (Anne Hathaway) ne esce in permesso temporaneo per partecipare al matrimonio (multietnico) della sorella Rachel (Rosemarie DeWitt), di cui fervono i preparativi. Ma i due giorni trascorsi in famiglia faranno tornare in superficie tutte le diffidenze, i rancori, le incomprensioni e le questioni irrisolte (legate anche a un vecchio dramma familiare). Scritta da Jenny Lumet, figlia di Sidney, una pellicola che per l'aspetto formale sembra quasi un film del Dogma 95: camera a mano (talvolta fastidiosa, in particolare quando si muove mentre i personaggi stanno fermi), assenza di musica extradiegetica, uno stile naturalistico che talvolta lascia spazio alle improvvisazioni degli attori. Se l'insieme si può anche apprezzare, per via del suddetto naturalismo e soprattutto per l'indovinato personaggio di Kym (grazie al quale la Hathaway ricevette una nomination all'Oscar), alla resa dei conti il film è solo una specie di soap opera, completa di scene madri, giusto più realistica e meglio recitata della media (ma anche più pretenziosa). E che costringe lo spettatore a "partecipare" alla cena nuziale, sorbendosi tutti i discorsi di parenti e amici, le lungaggini, l'atmosfera e la coralità: cose già noiose nella realtà, figuriamoci se non si conoscono personalmente gli sposi o gli altri invitati. La noia raggiunge il culmine nella mezz'ora finale, quando c'è la cerimonia vera e propria (e la storia personale di Kym svanisce sullo sfondo), quasi impossibile da guardare senza perdersi nei propri pensieri per autodifesa. Fra gli invitati ci sono vari musicisti (fra cui Robyn Hitchcock) che suonano o cantano "in diretta", nonché Roger Corman, storico mentore del regista.

21 novembre 2019

Sesso, bugie e videotape (S. Soderbergh, 1989)

Sesso, bugie e videotape (Sex, Lies, and Videotape)
di Steven Soderbergh – USA 1989
con Andie MacDowell, James Spader
**1/2

Rivisto in TV.

Il matrimonio fra la casalinga Ann (Andie MacDowell), repressa e sessuofoba, e l'avvocato John (Peter Gallagher), rampante e donnaiolo, è in crisi, tanto che l'uomo si consola con la sorella di lei, l'estroversa barista Cynthia (Laura San Giacomo). L'inatteso arrivo in città di un vecchio amico di John, il misterioso Graham (James Spader), che a sua volta ha qualche problema con il sesso e ha l'abitudine di intervistare (registrando il tutto su videocassette) giovani donne a proposito delle loro prime esperienze e abitudini sessuali, farà precipitare gli eventi. Il primo lungometraggio di Soderbergh, un thriller intellettuale e psicologico un po' pretenzioso ma baciato dalla fortuna critica (vinse a sorpresa la Palma d'Oro a Cannes, rendendo il regista all'epoca il più giovane mai premiato, e fu nominato all'Oscar per la miglior sceneggiatura), è un oggetto insolito e quantomeno bizzarro, a cominciare dalla struttura, quasi teatrale. I personaggi sono quattro, ma sullo schermo si confrontano quasi sempre soltanto a coppie (sono rarissime le scene in cui ne compaiono più di due). L'iconico titolo (a proposito: chissà perché alla sua uscita non si volle tradurre "videotape" con "videocassette", termine già ampiamente in uso) contiene già al suo interno tutti i temi trattati dalla pellicola: l'approccio con il sesso (così differente per ciascuno dei personaggi coinvolti), le bugie (il tema della verità e della menzogna è ricorrente: segreti, omissioni, tradimenti – a livello di coniugi, di sorelle, di amici – e confessioni) e appunto le videocassette con le interviste in cui le donne si aprono completamente, confidando i propri segreti più intimi a uno sconosciuto (è proprio in cerca di questa "verità" che Graham ammette di andare, in contrasto alle menzogne legate al lavoro di John: gli avvocati sono definiti come "bugiardi patologici"). In fondo anche non ammettere di avere un problema equivale a mentire: quando lo riconosceranno, sia Ann che Graham sapranno aprire un nuovo capitolo della propria vita, più sincero e felice. Ottimi gli interpreti: Spader, in particolare, si specializzerà in personaggi ambigui e coinvolti in storie torbide – ma decisamente originali – a sfondo sessuale (vedi anche "Crash" e "Secretary"). Da sottolineare la colonna sonora di Cliff Martinez, fredda ed astratta come le barriere fra i personaggi.

19 settembre 2019

A girl missing (Koji Fukada, 2019)

A girl missing (Yokogao)
di Koji Fukada – Giappone 2019
con Mariko Tsutsui, Mikako Ichikawa
*1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Ichiko, premurosa infermiera che fornisce assistenza a domicilio agli anziani, stringe un forte rapporto d'amicizia con Saki e Motoko, nipoti di una sua cliente. Ma quando Saki scompare nel nulla per una settimana, e soprattutto dopo che il colpevole, arrestato, si rivela essere suo nipote Tatsuo, la vita di Ichiko cambia improvvisamente: assediata dai media e dalle riviste scandalistiche, che l'accusano di essere complice del rapimento, la donna finisce col perdere il lavoro e il fidanzato. La scoperta che dietro molte delle sue disavventure c'è Motoko, patologicamente invaghita di lei, la spingeranno a meditare vendetta... Costruito in maniera non lineare, alternando cioè scene ambientate nel passato (che raccontano i retroscena della vicenda) e nel presente (che mostrano la azioni di Ichiko), un thriller che parte bene, stimolando la curiosità dello spettatore per cercare di mettere insieme i vari pezzi a incastro. Ma si sfalda progressivamente, anche per la mancanza di sottigliezza con cui rappresenta le azioni dei personaggi, che pure sono spesso incapaci di cogliere quei segnali così evidenti allo spettatore (come la bisessualità di Motoko). E nel finale parte quasi per la tangente (anche per via di alcune scene oniriche), lasciando peraltro un paio di punti, se non irrisolti, quantomeno ambigui. Tante rimangono anche le ellissi, di certo volute, come il pochissimo spazio dedicato ad alcuni personaggi chiave (compresa la ragazza rapita e il suo rapitore!). Non certo una visione piacevole, per via di una sceneggiatura non troppo riuscita, tutta costruita su un gioco pretestuoso di ingenuità, fiducia tradita, ripicche amorose e vendette, anche se sono da apprezzare le interpretazioni, la regia elegante e precisa, e la freddezza dell'ambientazione.

31 dicembre 2017

Le due inglesi (François Truffaut, 1971)

Le due inglesi (Les deux anglaises et le continent)
di François Truffaut – Francia 1971
con Jean-Pierre Léaud, Kika Markham, Stacey Tendeter
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo "Jules e Jim", Truffaut adatta per il grande schermo anche il secondo dei due romanzi epistolari e semi-autobiografici di Henri-Pierre Roché (che, come il precedente, racconta di un triangolo d'amore e d'amicizia, anche se in questo caso si tratta di un uomo e di due donne). Come protagonista c'è Jean-Pierre Léaud, che per la prima volta recita per Truffaut un ruolo diverso da quello dell'alter ego del regista, Antoine Doinel. Ambientata a cavallo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, la pellicola parla del giovane francese Claude Roc (Léaud) e della sua amicizia – che ben presto si trasforma in amore – con le due sorelle inglesi Ann (Kika Markham) e Muriel Brown (Stacey Tendeter), figlie di un'amica della madre. Inizialmente la curiosità e il fascino che provano reciprocamente è anche dovuto all'appartenenza a mondi diversi (le due ragazze ribattezzano l'amico "Il continente", e la loro educazione puritana si scontra con quella più disinvolta del francese), ma il rapporto non tarda ad evolversi in qualcosa di più impegnativo. Il trio di personaggi si completa anche per le profonde differenze di personalità. Claude (forse anche per l'attore che lo interpreta) è timido, indeciso, anche se pronto a gettarsi all'arrembaggio di fronte al minimo segnale che riceve (tanto che più volte sospetta di essere stato "spinto" a innamorarsi, al di là dei suoi reali sentimenti). Ann, la maggiore delle due sorelle (e la prima che Claude conosce, mentre è in visita a Parigi), è più diretta, aperta e curiosa, mentre Muriel, la minore, è misteriosa ed enigmatica (anche per via dei suoi occhi malati, che copre con una benda o con occhiali scuri) ma proprio per questo forse più affascinante. Per entrambe, quella con Claude sarà la prima esperienza amorosa (un amore ritratto sia sul piano delle emozioni e degli ideali, che su quello fisico, a volte in maniera anche cruda). Le loro vicissitudini si trascineranno per diversi anni, con un epilogo ambientato dopo la prima guerra mondiale.

Se "Jules e Jim" era un film giovanile, esuberante, trasgressivo, questo appare più classico, rigido, maturo e strutturato (d'altronde sono passati dieci anni, con otto film in mezzo), ma risulta comunque sincero, sofferto e intenso. Il testo di Roche era formato dai diari e dalle lettere che i tre protagonisti si scambiano fra di loro, e Truffaut ne mantiene la struttura episodica e la forma elegante e letteraria, pur di fronte a temi quanto mai semplici e quotidiani. Il che, naturalmente, contribuisce ad alleggerire in qualche modo la "densità" dell'opera, che mai assume toni melodrammatici anche quando adombra conflitti e dilemmi morali, come la gelosia fra le sorelle, i rimpianti per il non detto, il tentativo di fare chiarezza nei propri sentimenti, o il puro e semplice desiderio di andare alla scoperta di un mondo nuovo, fino ad allora sconosciuto e tenuto lontano (come nella scena, una di quelle tagliate all'epoca nella versione italiana, in cui le due sorelle chiedono al giovane francese informazioni sui bordelli). Dopo tutto, "per scegliere fra virtù e vizio devo conoscere entrambi", commenta Muriel. E naturalmente le madri non approvano un eventuale matrimonio di Claude con una delle due sorelle, e anche per questo la distanza o le (volontarie) separazioni continueranno a mettere i bastoni fra le ruote a una relazione duratura. Un film ispirato, romantico e psicologicamente complesso, eppure narrato con la leggerezza delle migliori opere di Truffaut, anche se meno fortunato e popolare di altri suoi lavori (il regista lo considerava uno dei suoi film più belli: ma l'insuccesso di pubblico e di critica lo spinse a rieditarlo, eliminando diverse scene e togliendo "et le continent" dal titolo). Forse molti critici hanno trovato troppo cinismo in quella che in fondo è la cronaca di un fallimento sentimentale e della difficoltà (o l'impossibilità) di realizzare sé stessi attraverso l'amore. A proposito della natura semi-autobiografica del testo di Roche: nel finale vediamo Claude, diventato scrittore, dare alle stampe il suo primo romanzo, intitolato "Jérome e Julien", che ovviamente ci ricorda "Jules e Jim". Assai belle le musiche di Georges Delerue, ottima la fotografia di Néstor Almendros.

8 aprile 2017

La scoperta dell'alba (S. Nicchiarelli, 2013)

La scoperta dell'alba
di Susanna Nicchiarelli – Italia 2013
con Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli
**

Visto in divx, con Sabrina.

Trent'anni dopo la misteriosa scomparsa del padre, docente e giurista che era finito nel mirino delle Brigate Rosse, Caterina (Buy) indaga sulla sua sparizione con l'aiuto di sé stessa da bambina: attraverso un vecchio telefono a disco, rimasto misteriosamente in funzione nella casa di famiglia al mare, scopre infatti di poter comunicare con il passato, nel 1981, quando aveva solo dodici anni... Le verità che scoprirà cambieranno le sue prospettive, ma le permetteranno di fare finalmente la pace con i propri sensi di colpa. Al secondo film dopo l'acclamato "Cosmonauta", Nicchiarelli (anche interprete, nel ruolo della sorella Barbara) adatta un romanzo di Walter Veltroni che non lesina certo la carne al fuoco: gli anni di piombo e il brigatismo (visti attraverso il ricordo di coloro che all'epoca erano bambini), la nostalgia per il passato (i primi anni ottanta sono rievocati anche dalla colonna sonora, con canzoni come "99 Luftballons" e "Video killed the radio star", e dai corsi di aerobica di Sydne Rome), i rapporti familiari (come quelli con la sorella minore), i conflitti interiori e le crisi di mezza età (Caterina, da adulta, è tentata di tradire il fidanzato con cui sta per traslocare in una nuova casa). In mezzo a tutto questo, l'elemento fantascientico o soprannaturale che consente la comunicazione fra due epoche diverse – e che ricorda il film coreano "Il mare" e il suo remake hollywoodiano "La casa sul lago del tempo" – sembra soltanto un'escamotage narrativo, da non prendere troppo sul serio (i paradossi temporali sono sempre dietro l'angolo!) e da considerare come una semplice suggestione, magari psicanalitica. Anche l'eccessiva costruzione della trama – con numerosi red herring (l'impresario musicale che "potrebbe" essere il padre, il collega diventato preside), in attesa della rivelazione finale – e alcune gag estemporanee (la biblioteca che apre alle 8 in punto) sfociano in fondo in poca cosa, non essendo sorrette da un adeguato approfondimento dei personaggi. Nel cast anche Sergio Rubini, Lino Guanciale, Renato Carpentieri e Lina Sastri.

14 marzo 2017

La signora Oyu (Kenji Mizoguchi, 1951)

La signora Oyu (Oyu-sama)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1951
con Yuji Hori, Kinuyo Tanaka, Nobuko Otowa
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

il giovane Shinnosuke si innamora di Oyu, donna elegante ed aristocratica, che però è vedova e con un figlioletto a carico. Poiché la famiglia del defunto marito le proibisce di risposarsi, pur di poterle stare vicino Shinnosuke accetta di unirsi in matrimonio con la sorella minore Shizu. Questa, consapevole dell'amore fra i due e intenzionata a sacrificarsi per il bene della sorella, chiede al giovane di non consumare il matrimonio, che dunque rimane solo di facciata. Ma dopo la morte del figlio, e quando dicerie e pettegolezzi sul loro rapporto cominciano a circolare, Oyu viene ripudiata dalla famiglia acquisita. E per lasciare liberi Shinnosuke e Shizu di pensare alla loro felicità, decide di risposarsi con un ricco mercante di spezie e di andare a vivere lontano... Da un romanzo di Tanizaki ("I canneti"), sceneggiato da Yoshikata Yoda, un melodramma struggente e delicato, incentrato su un insolito triangolo (basato sull'accordo e non sulla rivalità o la contrapposizione), dove i ruoli di marito e moglie e quelli di fratello e sorella si sovrappongono. Il soggetto è ben servito da una regia ariosa che colloca i personaggi all'interno degli ambienti naturali, rifiutando di lasciarsi intrappolare dai loro sentimenti segreti e repressi, o forse proprio in reazione a questi: si pensi alle scene della passeggiata serena primaverile al tempio, immersi nei fiori e nella natura; o degli aperti confronti sulla spiaggia, davanti agli scogli e al mare ondoso; o ancora, della sequenza del concerto di Oyu in onore della Luna nel giardino della villa del nuovo marito; e infine del girovagare di Shinnosuke nel canneto sulla riva del lago, nel finale, in omaggio al testo di Tanizaki. Interessante anche il contrasto fra la poetica Kyoto, dove si svolge la parte iniziale della storia (siamo nell'epoca Meiji), e la più prosaica Tokyo, dove Shinnosuke e Shizu vanno ad abitare dopo l'addio di Oyu.

16 giugno 2015

Little sister (Hirokazu Koreeda, 2015)

Little sister (Umimachi diary)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2015
con Haruka Ayase, Suzu Hirose
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla morte del padre, che aveva lasciato la famiglia quando loro erano piccole, le tre sorelle Koda (Sachi, Yoshino e Chika) accolgono con sé la figlia di secondo letto dell'uomo, Suzu, nella vecchia ma grande casa in cui vivono insieme. L'arrivo della ragazzina (che ha quindici anni, mentre le tre sorelle maggiori sono oltre i venti) riattiva ricordi e legami famigliari sopiti da tempo... Ambientato a Kamakura, città costiera nei dintorni di Tokyo, un film – se possibile – ancora più delicato e minimalista della media dei lavori di Koreeda. È tratto da un manga di Akimi Yoshida, il cui titolo originale significa "Diario di una città di mare", e l'andamento è proprio quello di un diario, ricco di episodi all'apparenza insignificanti (una cena insieme, la raccolta delle prugne, le amicizie a scuola, i cambiamenti sul lavoro, i piccoli bisticci in famiglia, i fuochi d'artificio estivi, le commemorazioni degli antenati...). Ma per quanto garbato e gradevole, alla lunga questo minimalismo sfocia in un'assoluta mancanza di tensione drammatica, anche quando alcuni spunti (i rapporti irrisolti con la madre, i dilemmi al lavoro o sentimentali, la malattia di una cara amica) suggerirebbero un'evoluzione della storia che, invece, di fatto non c'è mai. Con un occhio a Ozu (le relazioni familiari, la casa, il cibo) e uno a "Mangiare, bere, uomo, donna" di Ang Lee (le tre sorelle e i loro fidanzamenti), resta comunque un film piacevole, intimo e gentile, che conferma le qualità del regista quando si tratta di raccontare la vita quotidiana e lavorare di sottrazione (è capace persino di mostrare solo i riflessi dei fuochi d'artificio!). Haruka Ayase è Sachi, la sorella maggiore e quella con la testa sulle spalle, che lavora in un ospedale dove si prende cura dei malati terminali; Masami Nagasawa è Yoshino, impiegata di banca, che passa da un uomo all'altro; Kaho è Chika, la più eccentrica, commessa in un negozio di articoli sportivi; Suzu Hirose è la piccola Suzu, che gioca a calcio nella squadra della scuola e si sente in colpa perché sua madre ha causato la rovina della famiglia delle tre sorelle. Ma a dispetto del titolo internazionale, il vero centro della pellicola non è il rapporto fra le sorelle ma quello con i genitori: assenti, ricordati, rimpianti o verso i quali si prova un rancore mai sopito.

21 giugno 2014

Next to her (Asaf Korman, 2014)

Next to her (At li Layla)
di Asaf Korman – Israele 2014
con Liron Ben-Shlush, Dana Ivgy, Jacob Daniel
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La ventisettenne Chelli vive insieme alla sorella minore Gabby, che soffre di ritardo mentale sin dalla nascita e della quale si prende cura con amore e pazienza. Nonostante le molte difficoltà quotidiane, Chelli non intende far ricoverare Gabby, anche se talvolta è costretta – pur di potersi recare al lavoro – a lasciarla per brevi periodi in un centro diurno di sostegno. Quando la ragazza si innamora di un collega, Zohar, e l'uomo si trasferisce nella loro casa, il legame simbiotico fra le due sorelle viene messo a dura prova. Un soggetto non certo nuovo (basti pensare – ma quella era una storia vera – al documentario "Elle s'appelle Sabine" di Sandrine Bonnaire) e a forte rischio di stereotipi: ma Korman è bravo a tenersi lontano dalla retorica e a mettere al centro della pellicola i contrasti che nascono nell'animo della protagonista, da un lato desiderosa d'affetto e con un forte bisogno di riprendersi la propria vita, ma dall'altro poco propensa a "condividere" il suo fardello con il resto del mondo (si veda la durezza con cui tratta gli operatori del centro di sostegno, o l'esitazione che prova nell'accogliere Zohar nella propria routine). Il tono è naturalista, a tratti claustrofobico, comunque sempre rigoroso e controllato. Eccellente la prova dei tre interpreti, che contribuiscono alla buona riuscita di un film in fondo semplice ma capace di raggiungere vette di notevole intensità, specialmente nel finale. La protagonista Liron Ben-Shlush, anche sceneggiatrice (il plot è ispirato a esperienze di vita reale), è la moglie del regista.

23 dicembre 2013

Frozen (C. Buck, J. Lee, 2013)

Frozen - Il regno di ghiaccio (Frozen)
di Chris Buck, Jennifer Lee – USA 2013
animazione digitale
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Elsa, principessa del regno di Arundell, ha il magico potere di generare e controllare ghiaccio e neve. Nel timore che possa fare involontariamente del male alla sorellina Anna o ad altre persone, i genitori le impongono di non uscire mai dalle sue stanze del castello. Quando è cresciuta, il giorno della sua incoronazione, perde però il controllo dei suoi poteri e ricopre l'intero reame di una coltre di neve, dando il via a un gelido e perenne inverno. Ritenuta una strega malvagia, fugge sulle montagne: spetterà alla sorella minore andarla a cercare e riportare tutto alla normalità. Ispirato alla fiaba "La regina delle nevi" di Andersen, un film che procede sulla strada segnata da "Rapunzel" ("Tangled" in originale: c'è continuità anche nei titoli, con l'uso di un participio passato): versioni moderne e "leggere" delle classiche favole, con protagoniste "super-simpatiche", numerose canzoni (non memorabili in verità, a parte "Let it go", in italiano "All'alba sorgerò"), spalle comiche come nel periodo d'oro dell'animazione disneyana, anche se con meno profondità (non siamo alla Pixar, nonostante John Lasseter figuri come produttore esecutivo) e un utilizzo spinto delle gag fisiche e visive (bisogna pur tenere il passo di DreamWorks, Fox e compagnia!). Non che manchino, dal punto di vista della sceneggiatura, alcune soluzioni di "rottura" rispetto al passato – su tutte, la "regina malvagia" che per una volta è in realtà buona, e la principessa che salva sé stessa (Anna, moribonda, può essere salvata solo da un "atto di puro amore": ma non si tratta del bacio del principe, come tutti credevano, bensì da un'azione che lei stessa deve compiere) – ma per il resto siamo nella routine e nel puro intrattenimento, con la consueta maestria tecnica per quanto riguarda l'animazione. Perfetto per i bambini (ma qualcuno si annoierà comunque), molto meno per gli adulti. Ciò nonostante, enorme il successo di pubblico, tanto che la pellicola ha fatto segnare il record di incassi per un film d'animazione. Non eccezionale il character design, che rende le due protagoniste delle bamboline. E a proposito delle spalle comiche, raramente se n'è vista una così inutile dal punto di vista narrativo come Olaf, il pupazzo di neve: molto meglio l'alce Sven, anche se non parla (o forse proprio per questo). Due premi Oscar (miglior film d'animazione, il primo per la Disney (!) da quando esiste la categoria, e miglior canzone). Un sequel nel 2019.

3 maggio 2011

Il pranzo di Babette (G. Axel, 1987)

Il pranzo di Babette (Babettes gæstebud)
di Gabriel Axel – Danimarca 1987
con Stéphane Audran, Birgitte Federspiel, Bodil Kjer
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Paola.

L'ex cuoca di un ristorante francese, fuggita da Parigi in seguito ai disordini della Rivoluzione, si rifugia come domestica nella casa di due anziane sorelle in uno sperduto villaggio di pescatori sulla costa della Danimarca, e riporta pace e felicità nella locale comunità di religiosi luterani preparando un raffinatissimo pranzo che li aiuterà a vincere rimpianti e risentimenti e a conquistare una nuova armonia. La soddisfazione (gastronomica) del corpo come via per soddisfare l'anima, il cibo come catalizzatore della spiritualità, il "vizio" (al quale i puritani accomunano ogni piacere terreno, comprese dunque le pietanze di Babette) come strada per la virtù ("Misericordia e verità si sono incontrate, rettitudine e felicità si sono baciate", recita il decano della comunità): gli spunti alla base del film (tratto da un racconto di Karen Blixen, e "caso" cinematografico del 1987, con tanto di premio Oscar per il miglior film straniero) sono semplici ma densi di significati. Ai religiosi che vivono in preghiera e in arida austerità, avendo dimenticato come amare il mondo che li circonda, Babette con il suo pranzo insegna ad apprezzare veramente i doni di Dio, e che si può elevare lo spirito anche attraverso una celebrazione mondana. Allo stesso modo aiuta l'anziano generale Löwenhielm (Jarl Kulle), che in gioventù aveva amato una delle due sorelle ma aveva poi preferito dedicare la propria vita alla carriera militare, a superare i rimpianti e a raggiungere un nuovo equilibrio. Alcuni degli attori che interpretano gli abitanti del villaggio avevano recitato nei film di Carl Theodor Dreyer: Lisbeth Movin e Preben Lerdorff Rye (la vedova e il capitano), per esempio, erano i protagonisti di "Dies irae". Cameo di Bibi Andersson (la dama di corte che sposa il generale). Impossibile non farsi venire l'acquolina in bocca nel veder passare sullo schermo le varie portate (brodo di tartaruga, Blinis Dermidoff al caviale, cailles in sarcofage – quaglie ripiene in crosta di pasta sfoglia – con salsa Périgourdine, insalata, formaggi, savarin al rhum, frutta mista, caffè con tartufi, friandises) e i vini (Amontillado bianco ambra, champagne Vouve Cliquot) del ricercatissimo menù.

22 gennaio 2011

Le sorelle Munekata (Y. Ozu, 1950)

Le sorelle Munekata (Munekata kyoudai)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1950
con Kinuyo Tanaka, Hideko Takamine
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Le sorelle Setsuko e Mariko, pur legate da un profondo affetto reciproco, non potrebbero essere più diverse l'una dall'altra: la prima, la maggiore, è ancorata alle tradizioni e alle antiche consuetudini; la seconda, la minore, è moderna e spregiudicata. Cresciute in due epoche differenti (prima e dopo la guerra), rappresentano due anime del Giappone in contrasto fra loro e difficilmente conciliabili. Vivono a Tokyo sotto lo stesso tetto, dove – nonostante le difficoltà di un matrimonio infelice – Setsuko è determinata a restare fedele al marito. Ma quando Mariko, leggendo il diario della sorella, scopre che questa è sempre stata innamorata di un amico d'infanzia, si prodiga per riaccendere l'antica passione, arrivando persino a chiedere all'uomo di sposarla pur di consentirgli di stare accanto a Setsuko: ma forse è troppo tardi. Si tratta di uno dei pochi film di Ozu non prodotto dalla Shochiku: il regista era stato "prestato" alla Shin Toho per realizzare un'opera su commissione (tratta da un popolare romanzo di Jiro Osaragi) e costretto a lavorare con attori che non conosceva – come Hideko Takamine e Ken Uehara – e senza i suoi abituali collaboratori alla fotografia e al montaggio. Pur conservando temi e caratteristiche dei lavori precedenti, la pellicola si sviluppa perciò in maniera un po' schematica e melodrammatica (alcune scene, come quella in cui Setsuko viene ripetutamente schiaffeggiata dal marito, sono eccessivamente "cariche" per un film di Ozu, la cui drammaticità è di solito più sottile e rarefatta). Le differenze fra le due sorelle sono marcate e ribadite più volte: Setsuko è sempre vestita in kimono, mentre Mariko indossa abiti occidentali; Setsuko ama visitare gli antichi templi, Mariko preferisce passare le serate a bere e divertirsi; Setsuko accetta per sé il ruolo della donna al servizio della casa e della famiglia, Mariko è frivola ed emancipata. Il personaggio del padre malato (Chishu Ryu), che fa da mediatore fra le due, rappresenta forse un tentativo di Ozu di riportare la vicenda su binari a lui più consoni e meno scontati. Ad amplificare il contrasto fra tradizione e modernità c'è anche la scenografia, che ricorre alternativamente a paesaggi dei templi di Kyoto e Nara e a scorci di Tokyo o della più moderna Kobe (per non parlare delle differenze degli arredi nelle scene in interni). In ogni caso la sottigliezza dei dialoghi di Kogo Noda, l'eleganza della regia e le buone prove degli attori (soprattutto le due protagoniste) lo rendono un film più che gradevole, anche se rimane certo una pellicola minore se confrontata con i capolavori di Ozu degli anni cinquanta. Da notare che su un muro del bar gestito da Setsuko si può leggere la stessa frase ("I drink upon occasion, sometimes upon no occasion", dal Don Chisciotte) che era già presente in un precedente film del regista, "La ragazza che cosa ha dimenticato?" del 1937.