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30 aprile 2023

Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Tom Stoppard, 1990)

Rosencrantz e Guildenstern sono morti
(Rosencrantz and Guildenstern are dead)
di Tom Stoppard – GB/USA 1990
con Gary Oldman, Tim Roth
***1/2

Rivisto in divx.

Rosencrantz e Guildenstern sono due personaggi minori dell'Amleto di Shakespeare, amici d'infanzia del protagonista che vengono convocati dal re e dalla regina di Danimarca alla corte di Elsinore affinché indaghino sui motivi della sua strana pazzia. Nel dramma originale hanno un ruolo quasi insignificante, nonostante i loro nomi così altisonanti: in questo film (che è l'adattamento cinematografico di un testo teatrale tragicomico e assurdista, scritto dallo stesso Stoppard nel 1966), viceversa, sono i protagonisti assoluti. La pellicola li segue nel “dietro le quinte” dell'Amleto vero e proprio, usando i versi di Shakespeare nelle scene in cui i due incrociano gli altri personaggi della tragedia e mettendo invece loro in bocca altri dialoghi e parole quando sono lasciati a loro stessi. Il tono è filosofico ed esistenzialista: consapevoli di essere pedine di un destino più grande di loro, i due si interrogano sul significato del fato, della probabilità (la pellicola si apre con una moneta che, lanciata in aria, fa uscire “testa” per 157 volte di fila), dell'identità (chi dei due è Rosencrantz, e chi Guilderstern? Nemmeno loro lo sanno, tanto che si scambiano in continuazione i nomi, come fossero un tutt'uno indistinto), del rapporto fra la realtà e la sua rappresentazione (il “teatro nel teatro”, che d'altronde era un elemento fondamentale anche del dramma di Shakespeare), e soprattutto della morte, visto che questo è chiaramente fin da subito il loro destino finale. Il titolo stesso del film, che lo spoilera, è una delle ultime frasi della tragedia originale, e i due personaggi sono vittime inconsapevoli di una storia complessa di cui non conoscono nemmeno i risvolti segreti e i retroscena: vengono mandati a morte senza alcuna spiegazione (“Chi l'avrebbe mai detto che eravamo tanto importanti?”) e senza aver fatto niente di male a nessuno. Sono inoltre due personaggi senza un passato (non hanno ricordi precedenti al loro ingresso nel dramma) e “fuori dal tempo”, che seguono i binari di un destino fisso ed enigmatico di cui sono parzialmente consapevoli e che pure sfugge loro in continuazione, proprio come un copione teatrale le cui battute sono costretti a recitare senza alcun libero arbitrio. Fra una scena scespiriana e l'altra, comunque, sono liberi di indagare, curiosare, dibattere, a volte con toni intellettuali o metatestuali, a volte generando situazioni comico-paradossali (Oldman, il più sempliciotto ma visionario dei due, che ogni tanto ha un lampo di coscienza e "scopre" fenomeni scientifici o inventa oggetti "moderni", senza però mai riuscire a mostrarli al più pratico Roth). A proposito, grande la prova dei due attori, che formano una coppia davvero affiatata. Nel cast anche Richard Dreyfuss (il capocomico), Iain Glen (Amleto), Ian Richardson (Polonio). Nel complesso un film insolito, stimolante, paradossale, al tempo stesso colto e svagato, intellettuale e demenziale. Fra le scene cult, la partita a tennis al “gioco delle domande”, e lo scambio di battute “Io non credo all'Inghilterra”- “Ah, vuoi dire che è solo un complotto dei cartografi?”.

2 marzo 2023

Paura in palcoscenico (A. Hitchcock, 1950)

Paura in palcoscenico (Stage Fright)
di Alfred Hitchcock – GB 1950
con Jane Wyman, Marlene Dietrich
**1/2

Visto in divx.

Sospettato dalla polizia di avere ucciso il marito di Charlotte Inwood (Marlene Dietrich), la diva teatrale di cui è l'amante, Jonathan Cooper (Richard Todd) si rivolge all'amica Eve Gill (Jane Wyman) affinché lo aiuti a nascondersi. La ragazza, innamorata di lui, decide di fare anche di più: convinta che Charlotte abbia organizzato tutto per far ricadere la colpa su Jonathan, e sfruttando le proprie doti di aspirante attrice (frequenta infatti l'accademia di arte drammatica), Eve avvicina sia la donna (fingendosi la sua nuova cameriera) sia l'ispettore che conduce le indagini sull'omicidio, Wilfred Smith (Michael Wilding). Ma scoprirà che non tutto è come credeva... Girato a Londra (durante una breve "pausa" di Hitchcock da Hollywood) con attori inglesi (le uniche eccezioni sono le due protagoniste femminili, Wyman e Dietrich), un giallo-noir ispirato a un romanzo di Selwyn Jepson, di cui cambia però il finale: è degno di nota soprattutto per il colpo di scena conclusivo, che rivela come alcune delle informazioni mostrate sullo schermo in precedenza fossero un inganno dovuto a un "testimone inattendibile" (anticipando in parte, su scala minore, la trovata de "I soliti sospetti"). Per il resto, il ritmo è compassato e la suspence latita, e anche la caratterizzazione dei personaggi spinge soprattutto sul versante umoristico, in particolare per quanto riguarda i genitori di Eve, il "commodoro" Gill (Alastair Sim) e sua moglie (Sybil Thorndike). Il valore aggiunto è la Dietrich, nel consueto ruolo di femme fatale, che canta anche una canzone originale di Cole Porter ("The Laziest Gal in Town"), oltre a "La vie en rose". Sir Alfred le concesse grande libertà sul set, lasciandole addirittura l'ultima parola sull'illuminazione e le inquadrature. La traduzione italiana del titolo si perde il doppio senso dell'originale, che significa piuttosto "Paura da palcoscenico".

20 marzo 2022

Una notte all'opera (Sam Wood, 1935)

Una notte all'opera (A night at the opera)
di Sam Wood – USA 1935
con Groucho, Chico e Harpo Marx
***1/2

Rivisto in DVD.

L'impresario squattrinato Otis B. Driftwood (Groucho), il pianista Fiorello (Chico) e il trovarobe Tommaso (Harpo, "Tomasso" nell'originale inglese) uniscono le forze per aiutare il giovane tenore Riccardo Baroni (Allan Jones) e la ragazza da lui amata, la soprano Rosa (Kitty Carlisle), a trionfare in una recita del "Trovatore" al teatro dell'opera di New York, ai danni dell'antipatico rivale di Riccardo, lo sbruffone Rodolfo Lasparri (Walter Woolf King). Il primo film girato dai fratelli Marx per la Metro-Goldwyn-Mayer, dopo aver lasciato la Paramount, è forse il loro capolavoro insieme al precedente "La guerra lampo". Ma segna anche un certo cambio di registro nella loro cifra comica: l'anarchia folle e assoluta dei film precedenti, rivolta indifferentemente a 360°, lascia il posto a una maggiore organizzazione della materia trattata, dove le gag si appoggiano a una trama ben precisa e più convenzionale. Il produttore Irving Thalberg insistette infatti su una sceneggiatura più organica e calibrata, che rendesse chiaro come i tre fratelli (è il primo film senza il quarto, Zeppo, che peraltro aveva sempre avuto ruoli "minori") fossero i protagonisti positivi della vicenda. Anche se i loro sberleffi, come sempre, si prendono gioco di un ambiente sociale ben codificato (stavolta è il turno del pomposo mondo dell'opera lirica, in cui portano scompiglio e confusione), a farne le spese sono soprattutto un pugno di personaggi "negativi", i cattivi della storia, mentre le battute e gli sketch comici punteggiano una vicenda romantica a lieto fine (a suo modo persino prevedibile e in fondo non così interessante) che vede protagonisti i due giovani cantanti innamorati. Anche gli interludi musicali (Jones e Carlisle cantano "Alone" e "Così-cosà", Chico suona il piano e Harpo l'arpa a bordo del transatlantico che li sta portando dall'Europa in America, in una scena che ricorda quella analoga di "Monkey business") sembrano più integrati nella storia.

Ciò detto, il film può contare su alcune sequenze fra le più divertenti e le meglio costruite di tutta la filmografia dei Marx. Innanzitutto quella – scritta dal gagman Al Boasberg – della minuscola cabina della nave (già praticamente tutta occupata dal letto e da un baule) in cui viene assiepato un numero incredibile di persone: Driftwood, i tre clandestini Fiorello, Tommaso e Riccardo, due cameriere per rifare il letto, l'idraulico, la manicure, l'assistente dell'idraulico, un'altra passeggera che cerca "la zia Minnie" e vuole usare il telefono, la donna delle pulizie, e infine quattro steward con una montagna di cibo ordinato in precedenza ("e due uova molto sode!"), prima che l'arrivo della signora Claypool (Margaret Dumont), la ricca vedova corteggiata come sempre da Groucho, faccia rovesciare fuori tutti in maniera torrenziale. Poi c'è il surreale discorso dei tre finti aviatori barbuti davanti al municipio di New York ("Sentite come siamo arrivati con l'aereo in America: siamo partiti ed eravamo già a metà strada quando ci è finito il carburante e siamo tornati indietro. Abbiamo messo il doppio di carburante e stavolta stavamo per atterrare: mancava sì e no un metro quando ci siamo accorti che eravamo senza carburante, così siamo tornati di nuovo a prenderlo a casa. Poi certo che questa volta abbiamo fatto il pieno... e a metà strada non ci siamo accorti che per la fretta avevamo lasciato a casa l'aeroplano? Allora ci siamo seduti e ne abbiamo parlato un po'..."). E ancora: la lettura e la firma del contratto fra Groucho e Chico, durante la quale stralciano tutte le clausole, compresa la clausola sanitaria ("There ain't no Sanity Clause", commenta un disincantato Chico, contraddicendo il celebre editoriale del New York Sun, "Yes, Virginia, there is a Santa Claus"); la perquisizione del poliziotto Henderson (Robert Emmett O'Connor) in casa di Groucho, durante la quale i fratelli spostano alle sue spalle i mobili da una stanza all'altra; e naturalmente lo scompiglio durante la prima del "Trovatore", ai danni di Lasparri e del direttore del teatro Herman Gottlieb (Sig Ruman): dapprima i Marx sostituiscono lo spartito di Verdi con quello dell'inno del baseball "Take me out to the ball game", poi si introducono nella buca dell'orchestra, quindi sul palco (vestiti da gitani) e infine dietro le quinte, manipolando comicamente i fondali. Un remake (!) nel 1992, "Gli sgangheroni".

17 marzo 2022

Drive my car (Ryusuke Hamaguchi, 2021)

Drive my car (id.)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura
***

Visto in TV (Now Tv).

Invitato a una rassegna teatrale a Hiroshima per mettere in scena uno "Zio Vanja", l'affermato regista Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima) si vede assegnare suo malgrado un'autista, la giovane Misaki (Toko Miura), affinché lo conduca ogni giorno dall'albergo alla sede del festival dove si svolgono le prove. Per l'uomo, abituato da sempre a guidare personalmente la sua vecchia Saab 900 rossa (e ad ascoltare in macchina le cassette con la voce della moglie Oto (Reika Kirishima), defunta due anni prima, che legge le battute del dramma), affidare sé stesso e la propria auto a qualcun altro è come aprire di nuovo la propria vita all'esterno. E proprio come il testo di Čechov "entra dentro il corpo e fa muovere l'anima", mettendo in contatto persone diverse che riescono a comprendersi andando al di là delle parole (il dramma viene recitato in lingue differenti per ciascun personaggio: c'è persino un'attrice muta, che parla la lingua dei segni), così anche il tempo trascorso in macchina con l'autista diventa una sorta di autoanalisi per superare le incomprensioni e i dolori delle tragedie del passato. Da un racconto di Haruki Murakami (contenuto nella raccolta "Uomini senza donne"), una pellicola lenta e stratificata, che si prende i suoi (giusti) tempi per approfondire personaggi e situazioni. Nonostante una punta di pretenziosità (l'intellettualismo, il fatto che i credits giungano dopo un preambolo di quaranta minuti), i personaggi risultano veri, reali e complessi, e i temi trattati sono metafore esistenziali che risuonano dentro. Yusuke, dopo la morte della moglie, non vuole più recitare perché lo Zio Vanja "è un testo che ha il potere di scatenare cose inaspettate. Čechov è terrificante, attraverso le sue battute fa emergere il tuo vero io". Per questo motivo affida la parte del protagonista a Takatsuki (Masaki Okada), giovane e problematico attore che ha avuto una relazione proprio con sua moglie Oto: un modo per liberarsi da questa consapevolezza, o per esorcizzare i sensi di colpa. Un altro rimpianto è quello legato alla morte della figlia, che se fosse viva avrebbe adesso la stessa età della sua giovane autista (la quale, a sua volta, ha un passato pieno di traumi: uno dei difetti di Murakami è sempre stato quello di sovraccaricare di spunti le sue storie, persino quelle brevi). Gli ambienti (Tokyo, Hiroshima, l'Hokkaido; l'albergo, la sala prove del teatro, l'interno della macchina) accolgono e ospitano i personaggi fondendosi con loro, come se ne facessero parte: e la regia, poco invadente, accompagna lo spettatore con delicatezza e sensibilità. Grande successo di critica, con premi piovuti da tutte le parti: fra questi, quello per la sceneggiatura a Cannes e ben quattro nomination agli Oscar (non solo per il miglior film straniero, ma anche per il film, la regia e la sceneggiatura non originale). Nel cast anche Jin Dae-Young (l'organizzatore del festival). Originariamente la storia avrebbe dovuto svolgersi in Corea: le riprese sono state spostate da Busan a Hiroshima per via della pandemia di Covid, di cui è rimasta traccia nella scena finale (in cui i personaggi indossano la mascherina).

18 febbraio 2022

Tick, tick... boom! (Lin-Manuel Miranda, 2021)

Tick, Tick... Boom! (id.)
di Lin-Manuel Miranda – USA 2021
con Andrew Garfield, Vanessa Hudgens
**

Visto in TV (Netflix).

Dall'omonimo "monologo rock" di Jonathan Larson (autore di musical di Broadway, morto a soli 35 anni nel 1996 dopo aver completato il lavoro che gli darà la fama, "Rent"), una pellicola semi-autobiografica che racconta i tribolati giorni che precedettero la presentazione in pubblico della sua prima opera, "Superbia". Per Jonathan (Garfield) la sensazione è che il tempo stringa e stia passando troppo in fretta (da cui il ticchettio del titolo): sta arrivando ai trent'anni senza ancora aver avuto successo, si barcamena con lavoretti di secondo piano come fare il cameriere in un diner, la fidanzata (Alexandra Shipp) preme perché si trasferisca con lei in un altro stato, gli amici che lo circondano – come Michael (Robin de Jesús), pubblicitario gay – si ammalano e muoiono di AIDS... e nel contempo, a pochi giorni dalla presentazione di "Superbia", non ha ancora scritto la canzone più importante dello spettacolo, proprio lui che di solito non ha problemi a improvvisare o a comporre in poche ore brani su qualsiasi argomento, ispirandosi alla realtà che lo circonda. Opera prima di Lin-Manuel Miranda, già attore, sceneggiatore e compositore, il film racconta la sua storia fondendo diversi piani narrativi: lo stesso Larson che si esibisce su un palco davanti a un pubblico, la ricostruzione filmata di quei giorni, e alcuni spezzoni di repertorio. Peccato che proprio le canzoni, che punteggiano continuamente la pellicola, siano mediocrissime sia nei testi che nella musica, sentite mille volte e incapaci di stimolare alcunché nello spettatore: forse negli anni novanta potevano sembrare diverse o interessanti (per il loro lato esistenzialista, per come affrontavano temi allora d'attualità come l'epidemia di AIDS), ma oggi lasciano indifferenti. Male, nel complesso, anche la sceneggiatura, didascalica e pretenziosa, e l'impostazione generale, banale e compiaciuta, con una ripetuta e scontatissima dicotomia fra l'arte (e la creatività) e l'aridità (e l'indifferenza) del mondo circostante. Bradley Whitford è Stephen Sondheim, l'idolo di Jonathan, uno fra i pochi a sostenerlo. Judith Light è Rosa, l'evanescente manager. Fra i performer: Joshua Henry e Vanessa Hudgens. Molti i cameo di personaggi e celebrità del mondo dello spettacolo teatrale newyorkese. Due nomination agli Oscar per l'attore (Garfield) e il montaggio.

11 gennaio 2022

Asakusa Kid (Gekidan Hitori, 2021)

Asakusa Kid (id.)
di Gekidan Hitori – Giappone 2021
con Yuya Yagira, Yo Oizumi
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Biopic sugli anni giovanili di "Beat" Takeshi Kitano (Yuya Yagira), quando esordiva come comico esibendosi sul palcoscenico del Français, un locale di spogliarelli nel distretto di Asakusa, a Tokyo, prima di dedicarsi al manzai – una forma di cabaret dialogato in coppia – in compagnia dell'amico Kiyoshi Kaneko (Nobuyuki Tsuchiya). Tratta dall'omonimo libro di memorie dello stesso Kitano, la pellicola si incentra quasi esclusivamente sul rapporto fra il giovane "Take" e il suo "maestro" Senzaburo Fukami (Yo Oizumi), il capo della compagnia di comici del Français, che lo prende sotto la sua ala protettrice e, con i suoi modi apparentemente scostanti, gli insegna praticamente tutto: l'arte della comicità irriverente e anticonvenzionale, la presenza sul palco ("Non farli ridere di te, falli ridere tu") e persino la passione per il tip tap. Vero e proprio co-protagonista della pellicola (se non protagonista principale), Fukami è un personaggio tragico e simpatetico, irrimediabilmente legato all'arte teatrale e che preferisce vivere in povertà piuttosto che tradire i propri valori. Per questo motivo vede di cattivo occhio i comici che la abbandonano per passare in televisione, come poi farà lo stesso Takeshi, anche se gli resterà legato (e orgoglioso dei suoi successi, frutto di una comicità all'avanguardia e politicamente scorretta) fino alla morte. Organizzato come una serie di flashback concatenati (ma il grosso della vicenda si svolge nei primi anni Settanta), il film ha una forte impronta umana, calda, nostalgica e commovente, distante dunque per molti versi dallo stile sardonico e distaccato delle pellicole che lo stesso Kitano dirigerà da regista: è un ritratto di un periodo storico in cui i locali di cabaret stavano entrando in crisi e perdevano spettatori, un momento di passaggio verso altre forme di espressione artistica. Peccato solo che il "vero" Kitano non abbia interpretato sé stesso da anziano (il film si apre e chiude con Takeshi, ai giorni nostri, che rende omaggio al suo vecchio maestro). Mugi Kadowaki è la spogliarellista Chiharu, aspirante cantante. Honami Suzuki è Mari, la moglie di Fukami. I titoli di coda sono in animazione.

25 settembre 2021

The company (Robert Altman, 2003)

The Company (id.)
di Robert Altman – USA 2003
con Neve Campbell, Malcolm McDowell
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Quasi senza trama, il film segue le vicissitudini di una compagnia di danza moderna, guidata dal direttore artistico italo-americano Alberto Antonelli (Malcolm McDowell), mentre prova e poi mette in scena una serie di balletti. Fra i vari membri del corpo di ballo spicca la giovane Ry (Neve Campbell), che dimostra tutto il suo talento interpretando una difficile coreografia in uno spettacolo all'aperto, mentre nel cielo soprastante infuria una tempesta. Le prove e gli allenamenti, le lunghe sequenze dei balletti, le bizzarre scenografie, sono punteggiate da piccoli incidenti (l'infortunio a una ballerina, la ridistribuzione dei ruoli) e intervallate da momenti di svago o di vita quotidiana – Ry, che si guadagna da vivere come cameriera, inizia a frequentare un giovane cuoco, Josh (James Franco) – senza però mai sfiorare luoghi comuni o melodrammaticità: di fatto è quasi un documentario più che un film narrativo. Buona comunque la caratterizzazione dei personaggi. Neve Campbell, che da giovane ha studiato balletto, è anche co-autrice del soggetto, poi sceneggiato da Barbara Turner (la madre di Jennifer Jason Leigh). Altman, ovviamente, si trova a proprio agio nel dirigere un film corale, il cui risultato finale è dato dalla somma (o dalla sovrapposizione) di tanti elementi. I danzatori sono quelli del Joffrey Ballet di Chicago, e il personaggio interpretato da McDowell si ispira a Gerald Arpino, fondatore della compagnia in questione.

27 giugno 2021

Opera (Dario Argento, 1987)

Opera
di Dario Argento – Italia 1987
con Cristina Marsillach, Ian Charleson
*1/2

Visto in divx.

Una giovane cantante lirica (Cristina Marsillach), convinta che il "Macbeth" di Verdi in cui sta per debuttare a teatro porti sfortuna, vede le sue paure confermate quando un misterioso assassino, in qualche modo legato al suo passato, comincia ad uccidere le persone intorno a lei. Giallo-thriller che segna l'inizio del declino di Dario Argento, visto che ripete senza particolare fantasia (a parte l'ambientazione teatrale, comunque poco sfruttata) struttura ed elementi già visti in abbondanza nei precedenti film: dal misterioso maniaco con le mani guantate e la voce sussurrante, alla sequela di delitti cruenti. A essere particolarmente carente, qui, è la sceneggiatura, già non uno dei punti di forza del regista romano: anche lasciando perdere le ingenuità anni ottanta, l'inverosimiglianza e l'irrealtà di fondo (aspetti che per qualcuno potrebbero essere addirittura un pregio), abbiamo personaggi quasi senza caratterizzazione (a partire dalla protagonista) e situazioni schematiche. Anche la recitazione dei comprimari non aiuta, mentre – a parte le solite "soggettive" che dovrebbero far paura ma appaiono ormai meccaniche e abusate – le scene d'impatto o visivamente memorabili si contano sulle dita di una mano (quella del proiettile sparato attraverso lo spioncino della porta, l'attacco dei corvi all'interno del Teatro Regio di Parma – forse una reminiscenza degli "Uccelli" di Hitchcock – e ovviamente l'immagine simbolo, quella degli spilli che il maniaco colloca sulle palpebre della protagonista per impedirle di chiudere gli occhi). Un po' fuori luogo il controfinale ambientato sulle Alpi Svizzere (già location del precedente "Phenomena"), che infatti i distributori americani volevano tagliare (ma Argento si oppose). Nel cast anche Ian Charleson (il regista horror prestato all'opera), Urbano Barberini (il commissario), Daria Nicolodi (l'agente), Coralina Cataldi Tassoni (la costumista). Alcuni spunti della trama (come l'assassino sfigurato che dice a Betty "Come puoi amarmi ora che sono un mostro?", e poi "Voglio sparire, nessuno deve trovarmi") ricordano "Il fantasma dell'opera" di Gaston Leroux, di cui lo stesso Dario Argento firmerà un adattamento cinematografico undici anni più tardi. L'ambiente del melodramma è rappresentato in modo pretestuoso, impreciso e stereotipato: è evidente che Argento non fosse un cultore di questo genere. La colonna sonora è di Claudio Simonetti, integrata da un paio di brani heavy metal. Tanti comunque i pezzi lirici, provenienti non solo dal Macbeth ma anche dalla Traviata, dalla Madama Butterfly ("Un bel dì vedremo") e dalla Norma ("Casta diva"). Curiosità: nella realtà il Macbeth di Verdi, a differenza del dramma originale di Shakespeare, non ha alcuna fama di opera maledetta (che semmai è riservata a "La forza del destino").

27 novembre 2020

Dear ex (Mag Hsu, Hsu Chih-yen, 2018)

Dear ex (Shei xian ai shang ta de)
di Mag Hsu, Hsu Chih-yen – Taiwan 2018
con Roy Chiu, Hsieh Ying-hsuen
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Poco prima di morire per un tumore, il padre del giovane Song Cheng-hsi (Joseph Huang) aveva abbandonato lui e la moglie Liu San-lian (Hsieh Ying-hsuen) per tornare dal suo amante gay di un tempo, il teatrante Chieh (Roy Chiu), che si è preso cura di lui nei suoi ultimi giorni. Lasciato dal padre e in rotta con la madre, Cheng-hsi si ritrova così in mezzo alla diatriba fra lei e Chieh, nominalmente incentrata su chi sia il beneficiario dell'assicurazione sulla vita del padre, ma in realtà su chi l'uomo amasse veramente (il titolo originale del film recita appunto "Chi ha iniziato ad amarlo prima"). In piena fase di ribellione, il ragazzo scappa di casa e si trasferisce a vivere proprio da Chieh, cercando di comprenderne la personalità. Da uno spunto che ricorda "Le fate ignoranti", ma girato con lo stile di Wong Kar-wai o Hou Hsiao-hsien, un film intimo, sensibile ed equilibrato, ben scritto e recitato, con un tono spigliato (quasi da commedia) e una fotografia coloratissima che dona personalità all'insieme, mentre gli occasionali flashback approfondiscono la vicenda e arricchiscono i personaggi, rendendoli sempre più tridimensionali. Peccato solo che verso il finale si faccia un po' scontato, perdendo in parte la verve iniziale (veicolata anche dai disegni, dalle scritte e dagli schizzi che appaiono animati sullo schermo, come se fossero i ghirigori di Cheng-hsi su un proprio diario). Fra i molti ingredienti che concorrono all'insieme: la professione di Chieh, che lavora in teatro (con mille difficoltà) ed è dunque abituato a recitare e dissimulare i propri sentimenti; la nevroticissima Liu, alla disperata ricerca di punti di riferimento dopo la rivelazione dell'omosessualità del marito; le sedute di psicanalisi cui Cheng-hsi si sottopone controvoglia, che lo aiutano a fare chiarezza nella sua adolescenza ribelle; e la figura del padre (Spark Chen), inizialmente misteriosa, che i vari retroscena aiutano pian piano a mettere a fuoco: e meno male, visto che è attorno a lui che ruota la storia e dipendono tutti gli altri personaggi. Fra le cose più belle c'è il fatto che ognuno ha le proprie ragioni e la propria (diversa) sensibilità, senza dunque buoni o cattivi (termini peraltro usati spesso, ma a sproposito, da Cheng-hsi): i notevoli conflitti fra i protagonisti sono destinati a essere superati quando subentra la comprensione. La colonna sonora, con la canzone-tormentone dello spettacolo teatrale su Bali, è di Lee Ying-hung. Alla prima regia cinematografica, la scrittrice Mag Hsu e il videomaker Hsu Chih-yen non sono imparentati.

18 ottobre 2020

Il canto del cigno (Kenneth Branagh, 1992)

Il canto del cigno (Swan song)
di Kenneth Branagh – GB 1992
con John Gielgud, Richard Briers
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Al termine di una serata in suo onore, un anziano attore teatrale (John Gielgud) si ritrova sul palcoscenico, in compagnia del suo suggeritore (Richard Briers), a riflettere sulla propria vita, sul significato del proprio mestiere e sulla potenza del teatro, che rievoca grazie a frammenti di celebri opere shakespeariane (Re Lear, Amleto, Romeo e Giulietta, Otello) che gli hanno regalato i più grandi successi professionali. Branagh porta sullo schermo l'omonimo atto unico di Anton Cechov (adattato da Hugh Cruttwell) con due soli interpreti e una scenografia scarna e in penombra. Nonostante la breve durata (il corto dura 23 minuti), c'è di tutto: la stanchezza e la disillusione di un attore ormai vecchio e solo, i rimpianti e il bilancio di una vita, il rapporto dolceamaro con il teatro (e il pubblico), la concezione del palco come "luogo sacro", il valore dell'immaginazione e il potere della recitazione. Commovente nella sua semplicità, grazie anche a due eccezionali attori. Gielgud all'epoca aveva 88 anni, proprio come dichiara di averne il protagonista, e dunque nel suo ruolo potrebbe esserci qualcosa di autobiografico: di fatto il cortometraggio è un omaggio rivolto a lui. Quanto al caloroso Briers, è da sempre una presenza costante nei film di Branagh.

6 ottobre 2020

Parigi ci appartiene (Jacques Rivette, 1961)

Parigi ci appartiene (Paris nous appartient)
di Jacques Rivette – Francia 1961
con Betty Schneider, Françoise Prévost
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

A Parigi, nell'estate del 1957, la studentessa di lettere Anne Goupil (Betty Schneider) viene introdotta dal fratello Pierre (François Maistre) in un circolo di artisti e intellettuali irrequieti e nichilisti. Uno di essi, lo scrittore americano Philip Kaufman (Daniel Crohem), in esilio dagli Stati Uniti per via del maccartismo, le rivela che il recente suicidio del musicista Juan potrebbe essere dovuto a un complotto da parte di una misteriosa "organizzazione" che intende prendere il potere su scala mondiale, e che la sua ex ragazza, l'enigmatica femme fatale Terry Yordan (Françoise Prévost), ne sarebbe coinvolta. Terry ora sta con Gerard Lenz (Giani Esposito), regista teatrale impegnato a mettere in scena, fra mille difficoltà, il "Pericle" di Shakespeare. Innamoratasi di Gerard, quando scopre che proprio lui potrebbe essere la prossima vittima, Anne si getta alla ricerca di un nastro perduto con la registrazione delle musiche di Juan, che potrebbe essere la chiave del mistero. Distribuito nel dicembre 1961 dopo una lunga gestazione (era stato scritto nel 1957 e girato a partire dal 1958), il primo (ambizioso) lungometraggio di Jacques Rivette è uno strano thriller avvolgente ma fumoso, che fino alla fine lascia nell'incertezza e nel dubbio, senza compensare lo spettatore per la lunga visione. Tutto è infatti vago e confuso, e si respira un forte senso di improvvisazione, non giustificato dal fascino che gli autori della Nouvelle Vague hanno sempre nutrito per la narrativa e il cinema di genere (giallo, noir e spionaggio in primis). Il titolo (ispirato a una frase di Peguy, "Paris n'appartient à personne") è ironico, visto che i protagonisti si sentono tutt'altro che parte di Parigi: sono soli e squattrinati, immigrati e alienati, carichi di dubbi e di angoscia esistenziale, e la città stessa fa di tutto per tenerli a distanza (si intravedono piazze deserte, strade notturne, tetti e piccole stanze in affitto). Crisi personali, paure di complotto, paranoia politica, mistero e tensione si intrecciano senza un vero perché: e se alcuni personaggi sono ben costruiti (l'ingenua e innocente Anne, che ha il suo contraltare nella fredda e misteriosa Terry; Gerard, che perde il controllo sul proprio spettacolo quando inizia a accettare troppi compromessi), l'insieme manca di troppa sostanza per convincere appieno. Come in molti film della Nouvelle Vague, l'arte fa capolino da tutte le parti: i personaggi guardano una sequenza del "Metropolis" di Fritz Lang, Philip disegna inquietanti mostri stilizzati dalla bocca enorme, il "Pericle" è descritto come una metafora della vita intera (o forse del film stesso: "Pericle descrive un mondo caotico ma non assurdo, come il nostro", dice Gerard). Nel cast anche Jean-Claude Brialy (Jean-Marc, l'attore amico di Anne) e Jean-Marie Robain (l'ambiguo economista De Georges). Camei per Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Jacques Demy e lo stesso Rivette.

11 agosto 2020

Nel bel mezzo di un gelido inverno (K. Branagh, 1995)

Nel bel mezzo di un gelido inverno (In the bleak midwinter)
di Kenneth Branagh – GB 1995
con Michael Maloney, Joan Collins
**1/2

Rivisto in divx.

Alla vigilia di Natale, un gruppo di attori scalcinati, depressi e disoccupati decide di portare in scena l'"Amleto" in una chiesa sconsacrata nel paese d'origine del capocomico Joe (Michael Maloney), che interpreterà naturalmente il protagonista e che ha organizzato l'impresa per tenersi occupato mentre attende l'improbabile chiamata da Hollywood che la sua agente (Joan Collins!) gli ha promesso. Litigi, idiosincrasie, problemi economici e tecnici durante le prove, isterismi ed eccentricità di vario genere fra i membri della troupe (senza peraltro la prospettiva di essere pagati) non li fermeranno: e quello che era un gruppo di outcast e di falliti scoprirà, anche grazie alla magia del teatro, i valori dell'amicizia e della solidarietà. È il primo lungometraggio di Branagh in cui il regista e sceneggiatore non recita, preferendo lasciare i riflettori a un variopinto gruppo di interpreti di provenienza perlopiù teatrale: Richard Briers è il fintamente cinico Harry (il re), John Sessions è l'omosessuale Terry (una Gertrude in drag), Julia Sawalha è la miope e combinaguai Nina (Ofelia), mentre Nicholas Farrell, Mark Hadfield e Gerard Horan interpretano tutti i restanti ruoli. Completano la troupe la sorella di Joe, Molly (Hetta Charnley), come assistente di scena, e la scenografa Fadge (Celia Imrie), sciroccata e nevrotica. Molti di questi attori (come Briers, Farrell e Maloney) compariranno proprio nell'adattamento cinematografico di "Amleto" che Branagh stava già preparando. Girato in bianco e nero, con dialoghi spigliati e un montaggio vivace, il film ha tutte le caratteristiche del cinema indipendente ma trasuda dell'amore del regista per il teatro (visto come una grande famiglia) e naturalmente per Shakespeare, verso i quali non risparmia ironie e frecciatine ma che alla resa dei conti si rivelano passioni irrinunciabili e perfetti antidoti alla depressione e all'infelicità ("Ne avevamo bisogno per nutrire l'anima e il cuore"). Peccato per un lieto fine un po' troppo scontato e zuccheroso, peraltro in linea con l'atmosfera natalizia. Il titolo originale non è un verso di Shakespeare, ma l'incipit di un poema natalizio di Christina Rossetti.

13 luglio 2020

Turné (Gabriele Salvatores, 1990)

Turné
di Gabriele Salvatores – Italia 1990
con Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Gli attori Dario (Abatantuono) e Federico (Bentivoglio), amici da una vita, partono in tournée con una compagnia teatrale per portare nelle cittadine di tutta Italia una rappresentazione de "Il giardino dei ciliegi" di Cechov. Se per Dario è un modo di riempire il tempo in attesa che giunga la chiamata di un regista di Hollywood, Federico – trascinato dall'amico – è in profonda crisi perché la sua fidanzata Vittoria (Laura Morante), conduttrice radiofonica, l'ha lasciato per un altro uomo, di cui ignora l'identità: in effetti si tratta proprio di Dario, che non riesce a trovare il coraggio di dirglielo. Dopo "Marrakech Express" (e prima di "Mediterraneo"), un altro film per Salvatores sui temi del viaggio e dell'amicizia, stavolta declinato su due soli personaggi che si completano a vicenda: le caratteristiche che mancano all'uno sono infatti presenti nell'altro, tanto che la stessa Vittoria dice che "voi due, insieme, siete un uomo perfetto". I trasferimenti avvengono a bordo della vecchia Mercedes W110 di Federico, quella con cui i due amici da giovani avevano intrapreso "mitici" viaggi all'estero a cui adesso, sulla soglia dei quarant'anni, ripensano con nostalgia (e che rappresenta, potenzialmente, una via di fuga dalla realtà). Il rapporto diventato ora a tre (Dario, Federico e Vittoria) fa da filo conduttore, così come la tournée teatrale, a una vicenda intima che si snoda tappa dopo tappa per tutta la penisola, attraversando scorci e scenari di provincia (dalla Puglia all'Umbria, dalla Romagna alle Marche: la diga preso la quale i tre si fermano è quella della Gola del Furlo). Nella colonna sonora spicca "Rimmel" di Francesco De Gregori, ma anche "A zonzo" di Ernesto Bonino (resa celebre nella versione nonsense cantata da Alberto Sordi, come doppiatore di Oliver Hardy, ne "I diavoli volanti"). In piccoli ruoli si riconoscono Ugo Conti (il direttore di scena), Giovanni Bosich (il capo della compagnia) e Claudio Bisio (il benzinaio).

12 giugno 2020

Applause (Rouben Mamoulian, 1929)

Applause
di Rouben Mamoulian – USA 1929
con Helen Morgan, Joan Peers
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La diciassettenne April (Joan Peers), figlia della ballerina di burlesque Kitty Darling (Helen Morgan), che l'ha data alla luce proprio dietro le quinte di un teatro, viene spinta dall'amante della madre, il subdolo Hitch Nelson (Fuller Mellish Jr.), a calcare le scene a sua volta. Innamoratasi del giovane marinaio Tony (Henry Wadsworth), la ragazza sceglierà però di abbandonare quello show business che non ha mai amato e al quale si era dedicata soltanto per affetto verso la madre. Tratto da un romanzo di Beth Brown, si tratta del primo film diretto da Rouben Mamoulian, regista teatrale di origine armena che per più di una decina d'anni (1929-1942) firmerà pellicole di grande qualità (il suo capolavoro, a mio parere, sarà la commedia musicale "Amami stanotte" del 1932, uno dei miei film preferiti), prima di essere ostracizzato dalle major hollywoodiane nel dopoguerra, anche per via delle sue attività da sindacalista. Più della trama melodrammatica, che ritrae il mondo del varietà di quart'ordine sotto una luce fortemente negativa, dove le ballerine sono sfruttate e costrette a esibirsi di fronte a un pubblico laido e immorale, e del (relativo) realismo dei dialoghi nella descrizione del backstage della vita teatrale, a colpire è la maestria tecnica della pellicola, realizzata agli albori del cinema sonoro, quando l'innovazione tecnologica del parlato (che richiedeva apparecchiature ingombranti e microfoni posizionati vicino agli attori per poter catturare il suono in presa diretta) tarpava notevolmente le ali a quel linguaggio cinematografico che negli ultimi anni del muto aveva raggiunto un notevole grado di sofisticazione e che si vedeva ora quasi costretto a regredire agli albori, con inquadrature fisse e ravvicinate (al punto che alcuni commentatori dell'epoca pensavano che il sonoro sarebbe stato solo una moda passeggera!). La regia di Mamoulian si dimostra invece dinamica e vivace, in particolare nelle scene in esterni come quelle in cui accompagna April e Tony nei loro giri per Manhattan, ma anche nell'esplorare l'utilizzo della voce fuori campo o del sovrapporsi di linee di dialogo di più personaggi: per questi motivi, "Applause" è oggi considerato da alcuni critici il "primo grande film sonoro".

28 gennaio 2020

Stanlio & Ollio (Jon S. Baird, 2018)

Stanlio & Ollio (Stan & Ollie)
di Jon S. Baird – USA/GB 2018
con Steve Coogan, John C. Reilly
***

Visto in TV.

Nel 1953, invecchiati e assenti ormai dalle scene da diversi anni, il duo comico formato da Stan Laurel (Coogan) e Oliver "Babe" Hardy (Reilly) intraprende una tourneé in Gran Bretagna e Irlanda per esibirsi sui palcoscenici di teatri di second'ordine, riproponendo vecchie e nuove gag e numeri di vaudeville, nella speranza di convincere un evanescente produttore cinematografico a finanziare una nuova pellicola (una parodia di "Robin Hood"). Ma il sogno non si concretizzerà, anche perché (nonostante il pubblico non li abbia dimenticati e li ami ancora, accorrendo progressivamente sempre più in massa per vederli recitare dal vivo) i tempi sono cambiati e i manager non hanno più fiducia in loro. Inoltre i due attori sono piagati da problemi di salute e, soprattutto, da vecchi rancori legati alle scelte del passato. Affezionato omaggio e celebrazione della coppia di comici più grande e importante della prima metà del ventesimo secolo (o forse di sempre). Il taglio scelto, quello di raccontare gli anni della vecchiaia e del declino del duo, ma anche quelli del rinsaldamento dell'amicizia e delle riflessioni sul passato, è del tutto giusto: un approccio più tradizionale avrebbe rischiato di produrre una banalità come altri film biografici (si pensi all'ormai dimenticato "Charlot" (Chaplin) di Richard Attenborough). Concentrandosi invece sui loro rapporti e sulle dinamiche dietro le quinte, con l'instancabile Stanlio (la vera spinta motrice e creativa della coppia) che continua a inventare nuove gag e il più fragile Ollio che accetta di esibirle in pubblico in ogni occasione (tanto che, in occasione di un loro litigio, i presenti ridono pensando di trovarsi di fronte all'ennesimo sketch), il film riesce a rappresentare con successo gli alti e i bassi della loro amicizia, che si sovrappone alla relazione professionale e travalica quella dei loro personaggi sul palcoscenico o sullo schermo, in modo a tratti persino toccante ("In quelle storie eravamo soltanto noi due. Ognuno dei due aveva l'altro", spiega Laurel). E in un certo senso celebra anche la fine di un'epoca d'oro del cinema stesso. Da notare come (giustamente) il doppiaggio italiano abbia affibbiato ai protagonisti, nella vita di tutti i giorni, delle voci "normali": i tanto celebri e buffi accenti con cui parlano i loro personaggi (una peculiarità delle versioni straniere dei loro film, nata perché – agli albori del cinema sonoro – erano loro stessi a parlare in lingue diverse a seconda dei mercati in cui le pellicole venivano distribuite, e tali accenti furono poi conservati dai doppiatori professionisti) si odono soltanto durante le recite e gli sketch. Per semplicità, la sceneggiatura romanza un po' alcuni eventi: sembra quasi che dopo la "rottura" di Laurel con Hal Roach del 1937 (mentre Hardy rimase con quest'ultimo, essendo ancora sotto contratto) la coppia si sia separata, mentre nella realtà continuarono a girare film insieme fino al 1945 (abbandonando Roach solo nel 1940). Il tanto citato "film con l'elefante", ovvero "Ollio sposo mattacchione" (in originale "Zenobia"), girato dal solo Hardy con Harry Langdon in sostituzione di Laurel, fu solo una breve parentesi, senza le pesanti conseguenze che qui si vogliono suggerire. Se la confezione (regia e fotografia) è funzionale alla narrazione ma senza particolari guizzi, straordinari sono invece i due interpreti, vero punto di forza della pellicola, che si calano nella parte in maniera assolutamente convincente, anche grazie all'ottimo lavoro di trucco. Nel cast anche Shirley Henderson e Nina Arianda (Lucille e Ida, rispettivamente le mogli di Hardy e di Laurel), Rufus Jones (l'impresario inglese) e Danny Huston (Hal Roach).

16 dicembre 2019

Masquerade (J. L. Mankiewicz, 1967)

Masquerade (The honey pot)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1967
con Rex Harrison, Cliff Robertson
**1/2

Visto in DVD.

Realizzato da Mankiewicz dopo il gigantesco flop di "Cleopatra", ne segna il ritorno al cinema con un film più personale, un giallo con venature da commedia che purtroppo fu un insuccesso a sua volta: dopo le prime critiche, il regista fu costretto ad accorciare la pellicola di quasi mezz'ora rispetto alla prima versione, che durava 150 minuti. Attraversato da temi che da sempre – e anche in seguito: vedi il bellissimo "Gli insospettabili" – attiravano l'attenzione del regista/sceneggiatore (l'inganno e la manipolazione, la ricerca della ricchezza e dell'elevazione sociale, l'amore per il teatro e la teatralità), è un film barocco e interessante, girato a Venezia e con un cast tecnico in gran parte italiano, compreso il direttore della fotografia Gianni Di Venanzo che morì durante le riprese.
Ispirato da una celebre commedia elisabettiana, il "Volpone" di Ben Jonson, l'eccentrico miliardario Cecil Fox (nomen omen) decide di mettere in scena fra le mura del suo palazzo veneziano un elaborato scherzo riservato alle tre donne che più ha amato in passato. Con l'aiuto di un attore che recita la parte del suo maggiordomo personale, finge così di trovarsi in punto di morte per osservare le reazioni delle tre amanti, che accorrono al suo capezzale nella speranza di essere nominate sue eredi universali. Quando però una delle tre donne viene assassinata, la commedia si muta in dramma. Le indagini di un poliziotto (Adolfo Celi) e la curiosità dell'infermiera personale della defunta (una glaciale e splendida Maggie Smith) porteranno a un finale ricco di colpi di scena, alcuni dei quali – a dire il vero – possono sembrare un po' telefonati. Il personaggio interpretato da Rex Harrison, ballerino mancato, istrionico gaudente e ossessionato dal tempo (non a caso le tre amanti gli regalano ciascuna un orologio), trova il suo contraltare nell'impassibile e calcolatore cameriere McFly (che corrisponde al personaggio di Mosca nella commedia di Ben Jonson), un Cliff Robertson in stile James Mason. Beffardo il finale, con le voci off dei due personaggi defunti che commentano indispettiti dal cielo gli ultimi sviluppi della storia.

12 ottobre 2019

La recita (Theo Angelopoulos, 1975)

La recita (O thiassos)
di Theo Angelopoulos – Grecia 1975
con Eva Kotamanidou, Stratos Pahis
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una compagna ambulante di attori teatrali gira per la Grecia, di villaggio in villaggio, allestendo il dramma a sfondo bucolico "Golfo la pastorella", mentre attorno a loro si dipana la storia del paese dal 1939 al 1952: dall'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale alle lotte di resistenza partigiana, dalla liberazione alla successiva guerra civile. Il tutto non sempre in sequenza lineare: si termina nel 1939 come si era iniziato (e senza un cartello che indichi la fine: tutto è circolare), e a volte i personaggi incrociano i comizi del maresciallo Papagos che diventerà primo ministro nel 1952. La durata fluviale (quasi quattro ore), l'estrema lentezza, l'atmosfera sospesa, gli sparsi dialoghi, l'uso prolungato dei piani sequenza possono rendere faticosa la visione della pellicola tutta d'un fiato, specie se non si colgono di primo acchito i tanti riferimenti storici e i precisi rimandi letterari. Se gli eventi reali e politici possono essere compresi dal contesto, le vicende interne del gruppo di teatranti, a conduzione familiare, riecheggiano infatti quelle della "Orestea" di Eschilo. Clitemnestra (Aliki Georgouli), la moglie di Agamennone (Stratos Pahis, il capo della compagnia), ha una relazione con Egisto (Vangelis Kazan), che collabora con gli occupanti tedeschi. Tradito da loro, Agamennone è giustiziato dai tedeschi, ma sarà vendicato dal figlio Oreste (Petros Zarkadis), che si è unito ai partigiani e che, con l'aiuto della sorella Elettra (Eva Kotamanidou, che intepreta la pastorella Golfo sulla scena) uccide i due amanti mentre recitano sul palco. Elettra, che ha una relazione con il partigiano comunista Pilade (Kyriakos Katrivanos), continuerà ad aiutare i ribelli e contemporaneamente a guidare la troupe, mentre Oreste sarà arrestato dalla polizia, incarcerato e infine giustiziato nel 1951. Nel frattempo Crisotemi (Maria Vassiliou), sorella minore di Elettra, passa con disinvoltura dai nazisti agli inglesi, prostituendosi durante la guerra e sposando un soldato americano quando questa è finita. Alla fine suo figlio (Ghiorgos Kutiris) prenderà il posto dello zio Oreste come Tassos, il protagonista maschile di "Golfo". Come detto, però, queste vicende quasi si perdono in mezzo al quadro più grande, quello storico, politico e sociale, anche perché la macchina da presa si mantiene spesso a distanza dai personaggi (più di loro sembrano importanti gli scenari: le strade, i villaggi, gli edifici, i campi, le isole, le montagne e le spiagge della Grecia). Non ci sono praticamente mai primi piani, se si eccettuano tre sequenze in cui Agamennone, Elettra e Pilade, rispettivamente, si rivolgono allo spettatore per raccontare in un monologo le vicissitudini personali in tre momenti della guerra e delle tensioni successive. La mancata riconciliazione post-bellica e le storture del nazionalismo, con il potere e le ideologie che soffocano prepotentemente le libertà del popolo e anche l'arte (quante volte i teatranti sono costretti da eventi esterni a interrompere il loro spettacolo?), vengono denunciate con chiarezza e lucidità, mentre l'intera pellicola è punteggiata di canti di ogni tipo, dalle canzoni patriottiche e ideologiche ai canti e ai balli popolari, fino a quelli intonati dai teatranti – sempre accompagnati dalla fisarmonica – nel tempo libero o per invitare il pubblico dei villaggi ad assistere alle loro rappresentazioni. Fra le scene più interessanti, c'è proprio il "duello" a base di canti fra i gruppi di fascisti monarchici e di partigiani comunisti nel locale da ballo (che ricorda, naturalmente, "Casablanca"). Il governo greco vietò al film di essere iscritto in concorso al festival di Cannes, dove pure vinse il premio internazionale della critica.

27 settembre 2019

Saturday fiction (Lou Ye, 2019)

Saturday fiction (Lan xin da ju yuan), aka Teatro Lyceum
di Lou Ye – Cina 2019
con Gong Li, Mark Chao
*1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, con Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Nel dicembre del 1941, l'attrice Jean Yu (Gong Li) torna nella Shanghai occupata dai giapponesi (con l'eccezione delle poche zone sotto il controllo delle potenze europee), ufficialmente per prendere parte a una rappresentazione teatrale diretta da Tan Ma (Mark Chao), suo amante di un tempo, e ufficiosamente per perorare la causa dell'ex marito, dissidente prigioniero dei nipponici. In realtà la donna è una spia al servizio degli alleati, e il suo compito è quello di estorcere ad un alto ufficiale giapponese (Joe Odagiri) quale sarà il luogo dell'imminente attacco del paese del Sol Levante nel Pacifico. Un confuso film di spionaggio, incredibilmente noioso, con personaggi dalla caratterizzazione inesistente o ballerina, svolte poco chiare o implausibili, una regia mediocre che cerca di costruire l'atmosfera attraverso una fotografia in bianco e nero cupa e livida, e una fastidiosissima camera a mano sempre in movimento. Sprecata l'ottima Gong Li, costretta a un certo punto a trasformarsi in Rambo, prima di un finale prolungato che sembra non voler terminare più. Mai si percepisce l'afflato della storia, immersi come siamo in una ragnatela di intrighi spionistici di quart'ordine, in balia di personaggi con cui è difficile empatizzare (e di cui in fondo ci importa ben poco), anche per via di una forma stilistica pretenziosa (vedi la patina noir) e ammiccante alla Nouvelle Vague. Nel cast anche Huang Xiangli e Pascal Greggory.

19 agosto 2019

Momijigari (Tsunekichi Shibata, 1899)

Momijigari
di Tsunekichi Shibata – Giappone 1899
con Danjuro Ichikawa, Kikugoro Onoe

Visto su YouTube.

Quando il cinématographe dei fratelli Lumière arrivò in Giappone (l'operatore Constant Girel vi girò diverse pellicole nel 1897), gli abitanti ne furono subito entusiasti. Sui quotidiani nipponici apparve persino la proposta di proiettare i film nelle sale dei teatri kabuki, al che Ichikawa Danjuro IX, uno dei più celebri attori teatrali dell'epoca, rispose: "Dovranno passare sul mio cadavere". Eppure, in quello che è il più antico film di produzione giapponese a noi pervenuto (un altro regista, Shiro Asano, avrebbe realizzato alcuni film in precedenza, ma non sono sopravvissuti), vediamo lo stesso Ichikawa impegnato – insieme al collega Onoe Kikugoro V – in due scene di un dramma kabuki, il cui titolo indica l'usanza di andare a vedere le foglie rosse degli aceri (il momijigari è infatti l'equivalente autunnale dell'hanami, che si riferisce invece ai ciliegi in fiore). Evidentemente, dopo aver compreso l'importanza della nuova tecnologia, Ichikawa accettò di far documentare e tramandare ai posteri la propria arte. Dapprima assistiamo a una performance sul palco di Ichikawa in vesti femminili, e poi a un duello con la spada fra lui e Onoe (il primo nei panni di un selvaggio demone-scimmia, l'altro in quelli di un samurai). A parte la bellezza intrinseca della pellicola, la ricchezza dei costumi e l'eleganza degli interpreti, essa è dunque anche un prezioso documento culturale per la storia dell'arte kabuki. Probabilmente il film era più lungo (almeno il doppio), ma le altre scene sono andate perdute. I titoli di testa, con l'indicazione dei nomi degli attori, sono stati aggiunti in un secondo momento (come si intuisce dalle diverse condizioni di deteriorazione della pellicola, oltre che dal fatto che nel 1899 non si era ancora soliti inserire testi o didascalie). Il film sarebbe stato girato il 28 novembre del 1899: più o meno contemporaneamente (secondo alcune fonti prima, per collaudare l'apparecchio; secondo altre dopo, in dicembre), venne filmata anche una scena del dramma danzato "Ninin-dojoji", con protagonisti due giovani attori (che in seguito avrebbero preso i nomi di Ichimura Uzaemon XV e Onoe Baiko VI). Questo altro film è andato perduto, ma dal 1907 al 1912 le due pellicole giravano regolarmente per il Giappone e venivano proiettate insieme.

29 luglio 2019

Platform (Jia Zhangke, 2000)

Platform (Zhantai)
di Jia Zhangke – Cina 2000
con Wang Hongwei, Zhao Tao
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La vita di Cui Mingliang (Wang Hongwei), membro di una compagnia teatrale itinerante di canto e di ballo, e dei suoi amici Yin Ruijuan (Zhao Tao), Zhang Jun (Liang Jingdong) e Zhong Ping (Yang Tianyi), nella Cina dal 1979 al 1989, ovvero dagli ultimi strascichi della Rivoluzione Culturale maoista ai primi segnali della globalizzazione con l'apertura alle influenze occidentali (evidenti dal cambiamento degli spettacoli allestiti dai ragazzi: si passa da canti popolari, didattici e patriottici a canzoni pop o rock e numeri di breakdance). La storia si svolge a Fenyang, la città natale del regista (nella provincia settentrionale di Shanxi), ma i ragazzi portano i loro spettacoli dapprima nei villaggi vicini e poi in regioni anche più remote, come la Mongolia interna. I cambiamenti della Cina a livello sociale, economico e politico fanno da sfondo alle vicissitudini, agli amori, alle esperienze artistiche dei giovani protagonisti, che rispetto ai genitori sono meno interessati alle ideologie e più aperti alla vita. Cui Mingliang è innamorato di Yin Ruijuan, nonostante l'opposizione dei padre di lei. Zhang Jun mette incinta Zhong Ping e va a viverci insieme, pur non essendo sposati. Sanming (Han Sanming), cugino di Mingliang che non ha completato gli studi, è costretto a lavorare in una miniera di carbone. E nel frattempo la compagnia teatrale viene privatizzata, gli elettrodomestici arrivano in ogni casa, gli eventi della vita portano i ragazzi a cambiare lavoro o a prendere strade diverse... Al secondo lungometraggio, Jia Zhangke è già padrone della materia trattata: pur con qualche lungaggine (il film dura due ore e mezza), c'è grande attenzione alla descrizione dell'ambiente, alle interazioni fra i personaggi, ma soprattutto al racconto – attraverso piccoli e grandi episodi – di un paese in profonda e costante trasformazione. In una scena, i protagonisti cantano "Bella ciao" in cinese. Zhao Tao (destinata a diventarne la musa) recita qui per la prima volta in un film del regista. Il titolo (la piattaforma ferroviaria) si riferisce alla metafora ricorrente del treno, presente nel primo spettacolo cui assistiamo, in una delle canzoni pop eseguite più avanti, nel fatto che uno dei punti di ritrovo dei ragazzi è sotto i binari della ferrovia sopraelevata: e naturalmente il treno simboleggia il desiderio di partire per andare altrove.