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20 giugno 2018

Tre volti (Jafar Panahi, 2018)

Tre volti (Se rokh)
di Jafar Panahi – Iran 2018
con Jafar Panahi, Behnaz Jafari, Marziyeh Rezaei
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il regista Panahi e la diva della televisione Behnaz Jafari ricevono un video, girato con il telefonino, che mostra l'apparente suicidio di Marziyeh, una ragazza di un remoto villaggio nel nord dell'Iran che aspirava a diventare attrice nonostante l'opposizione della famiglia. Scossa dai sensi di colpa, anche perché nel video la ragazza le rivolgeva un accorato appello, Jafari si fa accompagnare da Panahi sul posto per scoprire se Marziyeh è morta davvero o se si tratta solo di una messinscena. Un viaggio nella periferia del paese, un'esplorazione del rapporto di amore e odio verso il mondo del cinema e dello spettacolo (da un lato dispensatore di sogni – gli abitanti del villaggio riconoscono Jafari e le chiedono informazioni sullo sviluppo del telefilm in cui recita, un uomo spera che il figlio cresca virile come un celebre attore – ma dall'altro visto come una professione inutile o persino indecorosa, se confrontata per esempio a quelle di contadino o di medico) in uno del film più kiarostamiani di Panahi. I temi, l'atmosfera e lo stile – con i lunghi piani sequenza, i viaggi in automobile, i paesaggi rurali delle zone più remote del paese (dove si parla più turco che persiano), l'attenzione alla gente comune, al loro ambiente e alle piccole storie (qui, per esempio, la strada sterrata con le sue regole per il passaggio, le peripezie del toro da monta, le superstizioni sul prepuzio dei bambini circoncisi), il contrasto fra il rispetto delle regole e delle tradizioni e il desiderio di libertà, ricordano pellicole come "E la vita continua" o "Il vento ci porterà via" (e l'inquadratura finale fa tornare alla mente quella di "Sotto gli ulivi"). Ma anche se gli ingredienti sono appunto quelli che abbiamo visto in molte pellicole di Kiarostami e in generale iraniane, riescono a colpirci e ad affascinarci come la prima volta, grazie al tocco delicato della regia, all'introspezione psicologica, alla poetica antropologica e umanistica, alla grande naturalezza dell'esposizione, senza voler pontificare e lasciandoci liberi di riflettere e trarre le nostre conclusioni. I tre volti citati nel titolo sono quelli delle tre generazioni di attrici ed artiste (o "intrattenitrici", come le chiamano con disprezzo gli abitanti del villaggio): la giovane Marziyeh, per la quale il cinema è un sogno e un'aspirazione da realizzare a ogni costo; la matura e realizzata Jafari, che vive la professione all'apice del suo fulgore; e l'anziana Shahzrad (Sheherazade...), ex attrice e danzatrice "di prima della rivoluzione", ritiratasi a vita privata in una casetta fuori dal villaggio, dove si diletta nella poesia e nella pittura. Anima libera, anche lei ostracizzata dagli abitanti, ospita nella sua casa Marziyeh e accoglie anche Jafari (Panahi, in quanto maschio, è escluso da questa sorta di sorellanza). Come sempre (almeno di recente) il regista inserisce sé stesso dentro il proprio film, anche se stavolta è soltanto un osservatore (da notare i velati accenni alla sua situazione legale: Jafari spiega che l'uomo non può espatriare, la madre gli chiede se ha iniziato a girare un nuovo film di nascosto, Jafari stessa sospetta che ci sia lui dietro al video del suicidio). Premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura.

8 dicembre 2017

Closed curtain (Jafar Panahi, 2013)

Closed curtain (Pardeh)
di Jafar Panahi [e Kambozia Partovi] – Iran 2013
con Kambozia Partovi, Maryam Moqadam
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo si nasconde in una villa disabitata sul Mar Caspio, oscurando tutte le finestre con tendaggi e cortine per isolarsi completamente dall'esterno. Oltre a lavorare (lo vediamo intento a scrivere la sceneggiatura dello stesso film che stiamo guardando!), il suo scopo è anche quello di proteggere il suo cagnolino, che detiene clandestinamente: come spiega un documentario in tv, infatti, i cani sono considerati "impuri" per la società islamica e sono dunque vietati. Durante una notte di pioggia e di tempesta, nella casa giungono due misteriosi ragazzi, che dicono di essere fratello e sorella, in fuga dalla polizia perché hanno partecipato a una festa sulla spiaggia con bevande alcoliche. Il ragazzo presto si allontana, lasciando la sorella in compagnia del vecchio scrittore e chiedendogli di badare a lei, in quanto ha tendenze suicide. Più tardi scopriremo però che i due personaggi (lo scrittore e la ragazza) non sono vere persone ma soltanto due "voci" inconscie nella testa del regista del film, Jafar Panahi (la casa è infatti la sua, come suggeriscono i poster e le locandine dei suoi lavori precedenti appesi alle pareti). L'uomo e la ragazza rappresentano le due possibili risposte, le due tentazioni del regista, che come è noto è stato condannato dalle autorità iraniane agli arresti domiciliari e al divieto di realizzare film per vent'anni: quella di continuare a lavorare lo stesso, di nascosto, senza rinunciare alla propria creatività; e quella invece di arrendersi alla depressione, di lasciarsi andare, o addirittura di suicidarsi (magari immergendosi nelle acque del mare). Evidentemente sceglierà (anzi, ha scelto) la prima opzione. Questo è già il secondo film "clandestino" di Panahi (dopo il precedente "This is not a film"), uno scavo psicologico dentro sé stesso, con una svolta surrealistica a metà pellicola che ne cambia di colpo il senso e il significato, che parla di repressione politica, di reazione e di depressione, e dove realtà, finzione, cinema, ricordi e il making of di questo stesso film si mescolano in maniera inventiva e originale. Partovi aveva già collaborato con Panahi in precedenza (era stato, fra le altre cose, lo sceneggiatore de "Il cerchio").

5 maggio 2017

Lo specchio (Jafar Panahi, 1997)

Lo specchio (Ayneh‎‎)
di Jafar Panahi – Iran 1997
con Mina Mohammadkhani
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

All'uscita dalla scuola elementare, la piccola Mina scopre che la mamma non è venuta a prenderla. Indecisa sul da farsi, la bambina sceglie infine di tornare a casa da sola, pur avendo un braccio ingessato e una cartella pesante. Immersa nel traffico e nella confusione cittadina, chiede aiuto ai passanti e finisce col salire sull'autobus sbagliato... Ma quella che sembrava una delle tante pellicole iraniane con protagonisti bambini (un metodo per eludere la censura che lo stesso Panahi aveva utilizzato nel suo film d'esordio, "Il palloncino bianco"), prende una piega del tutto inaspettata quando la piccola protagonista, dopo 38 minuti di film, guarda all'improvviso in camera ed esclama, con la sua vocetta stridula: "Non voglio più recitare!". È un momento chiave. L'inquadratura si amplia e vediamo il regista Panahi e tutta la troupe, presi alla sprovvista, mentre la bambina si toglie il falso gesso che aveva al braccio e scende dall'autobus. Panahi ordina allora al cameraman di continuare a filmarla di nascosto e da lontano, approfittando del fatto che Mina ha ancora addosso il microfono (anche se i suoni, a seconda della distanza, vanno e vengono: a volte abbiamo le immagini senza audio, a volte il contrario). Premesso che quello metacinematografico è a sua volta un filone assai importante all'interno del cinema iraniano (si pensi a "Close Up" e a "Sotto gli ulivi" di Kiarostami, o a "Pane e fiore" di Mohsen Makhmalbaf), questo film rappresenta forse un punto di non ritorno. E poco importa sapere se si tratti di di un vero incidente di percorso o di una messinscena (come tutto lascia immaginare): anche quando si passa dalla "finzione" alla "realtà" la trama del film non cambia, visto che abbiamo sempre la storia di una bambina che torna a casa da sola, con tanto di scene simili (la richiesta di informazioni ai passanti, la telefonata a casa). Ed ecco che si spiega il titolo: la finzione si "specchia" nella realtà (così come gli adulti si specchiano nei bambini). Da notare la grande attenzione al sonoro, con l'audio (i rumori del traffico, dei venditori ambulanti, la radiocronaca della partita di calcio che accompagna tutto il cammino della protagonista, i discorsi dei viaggiatori all'interno del taxi) che a tratti sovrasta per importanza le immagini (non mancano comunque sequenze visivamente notevoli, come quella d'apertura che ci illustra a 360 gradi i quattro angoli dell'incrocio dove si trova la scuola di Mina). L'attenzione critica alla rottura del "quarto muro" non dovrebbe comunque far passare in secondo piano i contenuti del film: nonostante quella che sembra una trama fin troppo semplice e banale, la sceneggiatura riesce a affrontare temi importanti sulla società iraniana (per esempio il dialogo fra i passeggeri nel taxi a proposito del ruolo della donna, o i lamenti dell'anziana sull'autobus), così come ad mostrare aspetti della collettività e della solidarietà (le interazioni di Mina con i vari passanti cui chiede aiuto). Vincitore del Pardo d'Oro a Locarno. La piccola attrice è la sorella minore di Aida Mohammadkhani, protagonista de "Il palloncino bianco". I futuri lavori di Panahi, e in particolare quelli girati clandestinamente dopo il suo arresto e il divieto di realizzare altri film, approfondiranno sempre di più il tema del rapporto fra realtà e finzione.

20 dicembre 2016

Il cerchio (Jafar Panahi, 2000)

Il cerchio (Dayereh)
di Jafar Panahi – Iran 2000
con Nargess Mamizadeh, Fereshteh Sadre Orafai
***

Visto in divx.

Diverse storie, tutte con protagoniste femminili, si intrecciano nell'arco di una sola giornata a Teheran. Si comincia con l'audio di un parto, sui titoli di testa. In un ospedale, la madre della partoriente apprende con delusione che la neonata è una femmina, e teme che la famiglia del marito di lei, che desiderava un maschio, la ripudierà. Si prosegue seguendo tre ragazze che sono appena uscite di prigione, e cercano di procurarsi il denaro per la corriera che le porterà nel villaggio di una di loro; un'altra detenuta è evasa perché incinta e vorrebbe abortire; una madre, rimasta da sola, tenta di abbandonare la propria figlia; una ragazza è arrestata per prostituzione; il cerchio si chiude a tarda sera, in una cella, quando dalla finestrella della porta (simile a quella dell'ospedale nella scena introduttiva) si sente lo stesso nome della ragazza che al mattino stava partorendo. Terzo film di Panahi (il primo non incentrato sui bambini), vincitore del Leone d'Oro alla mostra del cinema di Venezia, è probabilmente il più celebre dei tanti film sul tema della condizione (e dell'oppressione) delle donne in Iran. Non soltanto senza un uomo (il marito o un parente) al fianco non possono fare niente (dall'affittare una stanza in albergo a viaggiare da sole, fino al semplice fumare in pubblico!), ma alla minima trasgressione rischiano di essere ripudiate dalle proprie famiglie ed emarginate dalla società, costrette poi a gesti disperati. Soltanto una vaga rete di solidarietà interna le aiuta a stare a galla (le varie ragazze uscite dal carcere si aiutano a vicenda; ma c'è anche chi, come l'infermiera, cerca in tutti i modi di tenere nascosto il proprio passato). Costruito su una serie di long take che si fanno via via sempre più intensi (con uno stile di ripresa differente per ogni protagonista: si passa dalla camera a mano al dolly, dalle inquadrature statiche a quelle in costante movimento), dietro l'ambientazione apparentemente semplice e neorealista il film è complesso, stratificato (eccezionale, come sempre, il lavoro sul sonoro) e magistrale nella messa in scena, per esempio mostrando per contrasto svariate situazioni che permettono di confrontare il trattamento delle donne con quello degli uomini (quando una coppia viene sorpresa in auto, per esempio, la donna è arrestata e l'uomo solo redarguito; e nel furgone della polizia, al detenuto maschio viene concesso senza troppe discussioni di fumare, mentre alla donna no). E soprattutto, non è mai retorico nella sua denuncia di un mondo dove alle donne non è permesso nemmeno di espiare le proprie colpe (ogni forma di riabilitazione è preclusa). Gran parte delle interpreti non erano attrici professioniste (le uniche due eccezioni sono Fereshteh Sadre Orafai, che interpreta Parì, la ragazza incinta, e Fatemeh Naghavi, la madre che abbandona la figlia). Nonostante il premio a Venezia, dove venne peraltro iscritto senza il permesso del ministero della cultura, il film (coprodotto da Italia e Svizzera) non fu particolarmente gradito dalle autorità iraniane, che ne proibirono la proiezione: negli anni seguenti, Panahi ebbe sempre più problemi con la censura e il governo, fino agli arresti nel 2003 (quando gli fu "consigliato" di espatriare, ma lui rifiutò) e nel 2010.

2 settembre 2015

Taxi Teheran (Jafar Panahi, 2015)

Taxi Teheran (Taxi)
di Jafar Panahi – Iran 2015
con Jafar Panahi, Hana Saeidi
***

Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Nonostante i divieti impostigli dal governo iraniano (dal 2010 gli è proibito di fare film e di espatriare), Panahi continua a sfornare nuove pellicole, sempre girate in modo "clandestino" e spesso con sé stesso come protagonista, alle prese con i modi più inventivi di aggirare le censure e i divieti. Questa volta si improvvisa tassista, montando una videocamera a bordo della propria vettura e viaggiando per le strade di Teheran in cerca di storie e di personaggi interessanti. Il cinema iraniano, sin dai tempi di Kiarostami (si pensi per esempio a "Il sapore della ciliegia"), ha una lunga tradizione di film girati interamente o in gran parte dall'interno di un'automobile: e lo stesso vale per i temi metacinematografici. Passandosi il testimone l'un l'altro, i passeggeri di Panahi (che a volte lo riconoscono e citano i suoi film precedenti: "Lo specchio", "Oro rosso", "Offside"...) danno vita a scene di volta in volta bizzarre, drammatiche, quotidiane, realistiche o di denuncia. Ne risulta un affresco di umanità multiforme, al tempo stesso realistico e "costruito" (è evidente che siamo di fronte a una messa in scena, con tanto di sceneggiatura, e non a un documentario!): le due vecchiette convinte che liberare dei pesci rossi nell'acqua le manterrà in vita per un altro anno; la moglie di un uomo rimasto vittima di un incidente stradale che si premura di recuperare il video-testamento del marito, ripreso da Panahi con il suo cellulare; il trafficante di film occidentali, che smercia i propri dvd pirata a uno studente di cinema; un bambino di strada che trova del denaro perso da una coppia di sposi ed è riluttante a restituirlo; un'avvocatessa che si batte per i diritti civili di una ragazza condannata per aver tentato di assistere a una partita di pallavolo maschile. Alcuni di questi personaggi sono attori (non professionisti o comunque non citati nei titoli di coda, fra l'altro assenti), ma la maggior parte interpretano sé stessi: fra questi c'è la nipote di Panahi, Hana Saeidi, che lo interroga sulla censura e su cosa rende, secondo le autorità, un film "distribuibile" o meno. Proprio Hana ha ritirato per conto dello zio l'Orso d'Oro vinto dalla pellicola al Festival di Berlino. Fra i temi ricorrenti, spicca quello della criminalità: prendendo spunto da un fatto di cronaca (due scippatori condannati alla pena capitale), il film si apre con due passeggeri che discutono sull'efficacia di tale deterrente (e paradossalmente quello più convinto che la pena di morte possa essere "un esempio" per i ladri si rivela essere a sua volta un borseggiatore!). Il tema torna nell'incontro di Panahi con il suo ex vicino di casa, che è stato derubato e ha anche individuato il colpevole, ma preferisce non denunciarlo perché ne comprende le ragioni; e consente di concludere il film in maniera improvvisa quando la portiera della vettura, lasciata per un attimo incustodita, viene forzata e la preziosa videocamera che finora aveva ripreso tutto viene rubata, lasciando lo schermo nero (per fortuna la memory card non segue la stessa sorte, altrimenti – nella finzione scenica, ovviamente – non avremmo potuto vedere il film!).

19 aprile 2014

Il palloncino bianco (Jafar Panahi, 1995)

Il palloncino bianco (Badkonake sefid)
di Jafar Panahi – Iran 1995
con Aida Mohammadkhani, Mohsen Kafili
***

Rivisto in divx.

La piccola Razieh vorrebbe comprare al mercato di Teheran un pesciolino rosso in occasione delle festività per il nuovo anno iraniano (corrispondente al primo giorno di primavera: i pesci rossi sono considerati portafortuna). Ma smarrisce la banconota consegnatale dalla mamma, che finisce in un tombino: riuscirà a recuperarla? La pellicola d'esordio di Jafar Panahi, dopo alcuni corti e mediometraggi per la tv, si appoggia su una sceneggiatura di Abbas Kiarostami – di cui Panahi era stato assistente – e racconta una vicenda minimalistica con bambini come protagonisti, una sorta di "favola morale" che dietro l'apparente esilità della trama nasconde interessanti riflessioni socio-politiche (quella di mascherare tali riflessioni nei film con bambini, considerati più innocui e dunque in grado di sfuggire alla censura, è una consuetudine di molti registi iraniani). In effetti non pochi sono i punti in comune con le prime pellicole dello stesso Kiarostami, a partire da quelli formali: il tono delicato e poetico, la grande attenzione alla psicologia dei bambini (che devono fare i conti con adulti che non li comprendono, li ignorano o, nei casi peggiori, approfittano della loro ingenuità), l'importanza dell'ambiente circostante, l'uso di lunghi piani sequenza (in quello iniziale, fra l'altro, ci vengono mostrati tutti i personaggi che poi ritroveremo nel corso del film). La vicenda di Razieh è la rappresentazione di una piccola "tragedia" (piccola in sé, ma grande agli occhi di una bambina di sette anni!), che fa passare ogni altra cosa in secondo piano: le difficoltà familiari (è suggerito implicitamente che il padre sia un violento, ed esplicitamente che ha un "lavoro segreto" e forse illegale) come i problemi economici delle altre persone che la bambina incontra (i mendicanti, il negoziante, il soldato, il venditore di palloncini). Di più: Panahi rappresenta, attraverso i vari personaggi, le differenti etnie del paese: e così nell'incipit troviamo due suonatori ambulanti con la pelle scura; la donna che aiuta Razieh è armena (l'attrice, Anna Borkowska, è di origine polacca!); il soldato proviene da Nishapur, nell'estremo nord-est del paese; e soprattutto il ragazzo che vende i palloncini è afgano, quasi sicuramente un rifugiato. Inizialmente Razieh e soprattutto suo fratello Ali lo trattano con sufficienza (Ali gli sottrae il bastone senza nemmeno chiedergli il permesso), e alla fine – recuperata la banconota e acquistato il pesce – se ne vanno lasciandolo lì da solo, con il palloncino bianco che dà il titolo al film ancora invenduto: è come se i bambini ricchi di Teheran fossero insensibili ai problemi dei ragazzi più poveri, proprio come gli adulti, così presi dai propri problemi, sono invece indifferenti a quelli dei bambini. Al riguardo è bella, perciò, la scena in cui i tre ragazzini si dividono la gomma da masticare. A livello registico, il realismo è filtrato da una grande cura per la messa in scena, con inquadrature ristrette e anti-panoramiche (che rispecchiano lo sguardo di un bambino) e un montaggio assai meditato (da notare che l'intera pellicola si svolge in tempo reale, con la radio che scandisce i minuti che mancano al capodanno). Indimenticabile, in ogni caso, la protagonista: tenera, simpatica, ostinata, capricciosa ma onesta. Il titolo di lavorazione era "Buon anno nuovo", poi mutato nel più poetico "Il palloncino bianco", forse in riferimento al classico francese "Le ballon rouge".

16 settembre 2011

This is not a film (J. Panahi, 2011)

This is not a film (In film nist)
di Mojtaba Mirtahmasb, Jafar Panahi – Iran 2011
con Jafar Panahi
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Accusato di aver girato film che mettono in cattiva luce il regime iraniano, Jafar Panahi è stato condannato a sei anni di carcere e al divieto per vent'anni di dirigere altre pellicole, di scrivere sceneggiature, di rilasciare interviste e naturalmente di recarsi all'estero. Rinchiuso in casa nell'attesa di un processo d'appello che difficilmente annullerà la sentenza, il regista sperimenta un disperato bisogno di fare cinema, al punto da riprendersi con il proprio cellulare mentre innaffia i fiori, fa colazione o dà da mangiare all'iguana domestico della figlia. Dopo aver convocato l'amico e documentarista Mojtaba Mirtahmasb, gli chiede di filmarlo mentre legge e recita l'ultima sceneggiatura che aveva scritto prima della condanna, la storia di una ragazza che aspira ad andare all'università ma viene rinchiusa nella sua casa – proprio come lui – dai genitori tradizionalisti. Del nastro adesivo sul tappeto gli permette di "ricreare" gli ambienti nei quali si svolge la storia (come in "Dogville"), e il resto lo fa la narrazione e la descrizione delle inquadrature. Ma "questo non è un film"... L'insolita pellicola, durante la quale Panahi mostra sequenze di altri suoi celebri lavori ("Lo specchio", "Il cerchio", "Oro rosso") e descrive la difficile situazione degli artisti che vivono in Iran, si conclude con una lunga conversazione fra il regista e un giovane studente che lavora come custode nel condominio, mentre all'esterno gli abitanti di Teheran si apprestano a partecipare alla "festa del fuoco", una celebrazione spontanea e poco gradita al regime, con fuochi d'artificio che illuminano la notte (dopo che i primi botti, che si udivano dalle finestre aperte dell'appartamento, avevano fatto pensare a spari nelle strade). "Quando i parrucchieri non hanno niente da fare, si tagliano i capelli a vicenda", commenta il regista mentre lui e l'amico si riprendono l'un l'altro, uno con la telecamera e l'altro con il cellulare, in una sorta di campo/controcampo artigianale. La pellicola – un sincero e commovente "grido dal cuore" – è stata presentata alla mostra di Venezia dalla moglie e dalla figlia di Panahi (lui, ovviamente, non poteva essere presente), ed è stata fatta uscire clandestinamente dall'Iran tramite una chiavetta USB nascosta in una torta (!). Qualche similitudine, nei temi trattati, con "Arirang" di Kim Ki-duk, uscito lo stesso anno.

18 aprile 2011

Offside (Jafar Panahi, 2006)

Offside (id.)
di Jafar Panahi – Iran 2006
con Sima Mobarak-Shahi, Safdar Samandar
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Visto al cinema Arlecchino.

Forse il più rappresentativo regista iraniano della generazione post-Kiarostami (di cui è stato assistente e del quale ha anche portato sullo schermo alcune sceneggiature), e già autore di ottime pellicole come "Il palloncino bianco", "Lo specchio", "Il cerchio" e "Oro rosso", Jafar Panahi è salito agli onori della cronaca – se così si può dire – per l'arresto nel 2010 con l'accusa di girare film contro il regime, e soprattutto per la condanna (insieme a un altro cineasta, Mohammad Rasoulof) a sei anni di carcere con l'assurdo divieto di dirigere film o scrivere sceneggiature per i prossimi vent'anni. Questo "Offside" (ma perché in italiano non chiamarlo "Fuorigioco"?) è dunque l'ultimo lungometraggio che ha completato: esce nelle nostre sale con cinque anni di ritardo (ma meglio tardi che mai) e racconta la storia di un gruppo di ragazze che, vestite da uomo e spinte dalla passione per il calcio (ma non solo), cercano di intrufolarsi nello stadio di Teheran per assistere alla partita fra Iran e Bahrein, valida per la qualificazione ai campionati del mondo del 2006 in Germania. Identificate, vengono rinchiuse in un gabbiotto all'esterno dello stadio, dove sono sorvegliate – non senza un certo imbarazzo – da alcuni giovani militari in attesa di essere portate in questura: nel paese islamico, infatti, alle donne è vietato assistere ad eventi sportivi maschili (e viceversa). Fresco e brillante, attraverso il tono da commedia leggera e le situazioni ironiche (esilarante la sequenza in cui uno dei soldati deve accompagnare una delle ragazze alla toilette maschile) il film mette in luce le contraddizioni di leggi o tradizioni che le nuove generazioni percepiscono sempre più come sorpassate o discriminatorie. E la passione calcistica (che raramente è stata portata sullo schermo in maniera così diretta, ingenua e felice, lontana anni luce da quella fasulla e ideologicizzata delle curve ultras nostrane) maschera il desiderio di emancipazione, di uguaglianza o di maggior libertà. Il film è stato girato quasi per intero allo stadio e in tempo reale, nel giorno stesso della partita: per potervi entrare con i suoi attori e la troupe, Panahi – sotto falso nome – aveva presentato alle autorità uno script che nulla aveva a che fare con la pellicola che poi ha effettivamente realizzato. Da notare che l'Iran vinse la partita (e le scene di celebrazione fra la folla, nel finale, sono autentiche e spontanee): se l'avesse persa, il regista aveva già pronto un finale differente.

4 settembre 2010

Oro rosso (Jafar Panahi, 2003)

Oro rosso (Talaye sorgh, aka Crimson gold)
di Jafar Panahi – Iran 2003
con Hossain Emadeddin, Kamyar Sheisi
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Visto in divx alla Fogona con Marisa.

Hossein, reduce di guerra e ora dipendente dal cortisone, lavora di notte consegnando pizze in motorino per Teheran, spostandosi fra i quartieri alti e la città bassa, e sta per sposare la sorella dell'amico Ali, aspirante borseggiatore. Dopo essere stato umiliato da un gioielliere in un negozio di lusso, e dopo essere stato testimone delle ingiustizie sociali (la polizia islamica che arresta i giovani che hanno partecipato a una festa, in una sequenza che anticipa "I gatti persiani") e dell'enorme differenza fra ricchi e poveri nel paese (esemplificata dall'immenso appartamento su più piani, con tanto di piscina privata, che si trova a visitare durante una consegna), proverà a compiere una rapina proprio nella gioielleria da cui era stato cacciato. Ma finirà male. Cominciando con un flashforward, Panahi monta la scena della rapina all'inizio del film, mettendo subito in chiaro come per il suo personaggio non ci sarà via di fuga. Gli scampoli di denuncia sociale, che peraltro si accompagnano al racconto di un malessere (fisico e psicologico) individuale, gli sono valsi l'ostilità del regime (in patria la pellicola non è nemmeno stata distribuita nelle sale), culminata con gli arresti del 2009 e del 2010. Il film, comunque, reca comunque anche l'inconfondibile impronta di Abbas Kiarostami, autore della sceneggiatura (ispirata a un fatto di cronaca), che ha trasmesso all'allievo il gusto per i lunghi piani sequenza (come quello della rapina) e per le conversazioni sommerse nei rumori del traffico (lo si era notato sin dai tempi de "Lo specchio").