25 giugno 2022

Armour of God (Jackie Chan, 1986)

Armour of God (Long xiong hu di)
di Jackie Chan – Hong Kong 1986
con Jackie Chan, Alan Tam
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Per mettere le mani su pezzi mancanti dell'"Armatura di Dio", antico e leggendario manufatto, i membri di un bizzarro culto religioso si rivolgono ad Asian Hawk (Jackie Chan), ex musicista e ora ladro internazionale di antichità, sequestrando Laura/Lorelei (Rosamund Kwan), la fidanzata del suo miglior amico Alan (Alan Tam), per convincerlo a collaborare. Ma Jackie, insieme a questi e alla bella May (Lola Forner), figlia dell'aristocratico collezionista che gli ha "prestato" alcuni pezzi dell'Armatura, sgominerà la setta. Girato in Europa (in Francia, Austria, ma soprattutto in Yugoslavia, ovvero a Zagabria e in Slovenia, dove si trova il castello nella roccia che ospita la setta, Castel Lueghi), il film fa parte delle pellicole "esotiche" di Jackie Chan degli anni ottanta, quelle cioè ambientate al di fuori del consueto scenario cinese o hongkonghese (si pensi anche a "Il mistero del conte Lobos"), ma strizza anche l'occhio ai film d'azione-avventura alla Indiana Jones, in particolare nell'incipit che vede il nostro alle prese con una tribù africana, alla quale sottrae la "sacra spada" che non è altro che una delle parti dell'Armatura di Dio. Questa, nel prosieguo della vicenda, si rivela essere poco più che un McGuffin, un pretesto narrativo per portare avanti una trama da fumetto, ricca di ingenuità a livello di trama, gag e personaggi (ma non è una novità per il cinema di HK dell'epoca). Se dobbiamo trovargli un vero difetto, è l'assenza di combattimenti rilevanti prima degli ultimi minuti, quando Jackie si batte prima contro i membri della setta (vestiti da frati cappuccini, con le classiche tonache) e poi con quattro donne bodybuilder di colore con tacchi a spillo (!), in una delle sequenze più bizzarre della sua filmografia. Abbondano invece gli stunt, dagli inseguimenti in auto al balzo conclusivo su un pallone aerostatico. E proprio una delle acrobazie della scena iniziale ha rischiato di costare la vita al buon Jackie, come mostrato anche nei bloopers sui titoli di coda: un salto da un muro in rovina a un albero, complice la rottura di un ramo, si è concluso con una caduta contro le rocce che gli ha causato una frattura al cranio: è stato l'incidente più grave della sua carriera. Forse anche per questo, il film ha avuto un grande riscontro in patria e diventò all'epoca il campione d'incassi di tutti i tempi a Hong Kong. In Italia, invece, è rimasto inedito. Due seguiti: "Operation Condor" nel 1991 e "Chinese zodiac" nel 2012. La modella spagnola Lola Forner aveva già recitato con Jackie nel suddetto "Conte Lobos".

18 giugno 2022

La donna della domenica (L. Comencini, 1975)

La donna della domenica
di Luigi Comencini – Italia/Francia 1975
con Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant
**1/2

Visto in TV (Prime Video), per ricordare Jean-Louis Trintignant.

A Torino, il commissario Santamaria (Mastroianni) indaga sull'assassinio dell'architetto Garrone (Claudio Gora), mediocre intrallazzatore e viscido sessuomane di cui non pochi si erano augurati la morte. Per via di un equivoco, i primi sospettati sono due membri dell'alta società: Anna Carla Dosio (Jacqueline Bisset), moglie annoiata di un ricco industriale, e il suo amico Massimo Campi (Trintignant), omosessuale nevrotico. Che a modo loro, appassionatisi al caso – così come il giovane amante di Massimo, l'impiegato comunale Lello (Aldo Reggiani) – aiuteranno il commissario nelle indagini... Ingarbugliato giallo tratto dall'omonimo e fortunato romanzo di Fruttero & Lucentini, sceneggiato da Age e Scarpelli (i dialoghi spaziano da cenni di approfondimento sociale e culturale a momenti comici ed esilaranti), che ha il suo punto di forza nella descrizione di un multicosmo torinese popolato da imprenditori che svendono i loro stabilimenti agli americani, altoborghesi in crisi di identità, finti intellettuali ipocriti e perbenisti, nobili decaduti che si lamentano del degrado che li circonda ma che al tempo stesso progettano la lottizzazione dei propri terreni, immigrati del Sud che lavorano come domestici o ricoprono cariche statali (poliziotti in primis). La soluzione del giallo (abbastanza inaspettata: d'altronde i sospettati sono numerosi) giunge grazie a un proverbio piemontese, "La cativa lavandera treuva mai la bona pera", con la resa dei conti finale che si svolge allo storico mercatino delle pulci del Balon. L'omicidio con il fallo di pietra usato come arma del delitto ricorda una scena di "Arancia meccanica" di Kubrick. Nel vasto cast anche Gigi Ballista, Franco Nebbia, Pino Caruso, Lina Volonghi, Maria Teresa Albani, Tina Lattanzi, Omero Antonutti. Musiche di Ennio Morricone.

3 giugno 2022

In ordine di sparizione (H.P. Moland, 2014)

In ordine di sparizione (Kraftidioten)
di Hans Petter Moland – Norvegia/Svezia 2014
con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Quando una banda di trafficanti di droga gli uccide il figlio, il tranquillo Nils Dickman (Stellan Skarsgård), autista di spazzaneve e abitante di una cittadina isolata nel nord della Norvegia, decide di sgominare da solo l'intera banda. La trama non è dissimile da quelle di tanti revenge movie: a fare la differenza sono l'ambientazione innevata e i toni quasi astratti e assurdisti, conditi da un sottilissimo black humour, che ricordano di volta in volta il Kitano di "Outrage", le commedie criminali di Guy Ritchie, e persino il Jarmusch di "Ghost dog" e il McDonagh di "In Bruges". Un nutrito gruppo di "cattivi" dotati di personalità – dal capo della banda, il "Conte" (Pål Sverre Hagen), ai suoi vari sottoposti, ai membri della banda rivale serba, guidata dal vecchio "Papa" (Bruno Ganz) – è vittima della vendetta lenta, fredda e metodica del protagonista: ogni morte è accompagnata, a mo' di necrologio, dal nome del deceduto sullo schermo nero, il che giustifica il titolo italiano. Tyos, la cittadina dove si svolge la storia, è immaginaria. Nel 2019 lo stesso regista ne ha diretto il remake americano, "Un uomo tranquillo", con protagonista Liam Neeson.

22 maggio 2022

Mare dentro (Alejandro Amenábar, 2004)

Mare dentro (Mar adentro)
di Alejandro Amenábar – Spagna 2004
con Javier Bardem, Belén Rueda
***

Rivisto in divx.

Dopo venticinque anni trascorsi da tetraplegico, rimasto paralizzato in seguito a un tuffo in quel mare che ama tanto, l'ex pescatore galiziano Ramón Sampedro (uno straordinario Bardem) ha deciso di morire. E con l'aiuto di parenti, amici, e dell'avvocatessa Julia (Belén Rueda), che soffre a sua volta per una malattia degenerativa, porta avanti in tribunale una lunga battaglia legale per vedersi riconosciuto il diritto al suicidio assistito, mentre nel contempo dà alle stampe un suo libro di memorie. Tratto da una storia vera che era a forte rischio di retorica (ma la regia di Amenábar, anche sceneggiatore insieme a Mateo Gil, riesce a trascendere l'argomento), un film sincero e commovente su un tema – l'eutanasia – che ovviamente non può che dividere l'opinione pubblica, così come le stesse persone che circondano e amano Ramón: si va dall'attivista umanitaria Gené (Clara Segura), sempre al suo fianco, all'amica Rosa (Lola Dueñas), che pur cercando di dissuadere Ramon sarà colei che lo aiuterà alla fine a morire; dal fratello José (Celso Bugallo) e dal padre Joaquin (Joan Dalmau), che disapprovano la sua decisione, alla cognata Manuela (Mabel Rivera) e al nipote Javier (Tamar Novas), con cui stringe un particolare legame; e naturalmente ci sono le influenze esterne, da parte della società, del sistema legale e della religione, impersonate quest'ultime da padre Francisco (José María Pou), prete anch'esso tetraplegico, che discute inutilmente con Ramón di teologia. A parte alcuni flashback che lo mostrano da giovane, Bardem recita per l'intero film immobile (e "invecchiato") nel suo letto: fa eccezione la sequenza con cui "vola" letteralmente con l'immaginazione, fuori dalla finestra di casa, sorvolando il paesaggio fino a raggiungere il mare e incontrarsi con l'amata Julia, sulle note del "Nessun dorma" dalla Turandot di Puccini. Gran premio della giuria al festival di Venezia e Oscar per il miglior film straniero.

20 maggio 2022

Ghostbusters: Legacy (J. Reitman, 2021)

Ghostbusters: Legacy (Ghostbusters: Afterlife)
di Jason Reitman – USA 2021
con Mckenna Grace, Finn Wolfhard
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Trasferitisi con la madre Callie (Carrie Coon) nella fattoria in Oklahoma ereditata dal nonno materno, da poco defunto, i giovani Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace) scoprono che questi non era altro che Egon Spengler, uno degli originali "Acchiappafantasmi" che nel 1984 salvarono New York dall'invasione di Gozer, divinità sumera che sta per tornare proprio nella tranquilla cittadina di Summerville... Sequel diretto (e in "tempo reale": sono passati quasi quarant'anni sia nella finzione che nella "realtà") del cult movie di Ivan Reitman, con la regia del figlio d'arte Jason, che fa giustamente finta che il brutto reboot del 2016 non sia mai esistito. Oltre a presentare una "nuova generazione" di Acchiappafantasmi (termine correttamente usato nel doppiaggio italiano, anche se non nel titolo), è anche un omaggio nostalgico e celebrativo alla pellicola originale, di cui riappaiono in brevi apparizioni i personaggi principali (e i loro attori: Dan Aykroyd, Bill Murray, Ernie Hudson, Annie Potts e, solo sui titoli di coda, Sigourney Weaver; Harold Ramis, nel frattempo defunto, è invece sostituito dallo stesso Ivan Reitman, in versione fantasma, in una serie di scene assai toccanti). Lungi dal deludere come ci si sarebbe potuti attendere, la pellicola è a tratti sorprendente: nella prima parte presenta toni piuttosto diversi da quelli comici del passato, calcando maggiormente sul versante misterioso e drammatico, quasi da horror familiare, e mantenendo però il misterioso connubio fra scienza e soprannaturale (nella fattoria del nonno, i ragazzi ritrovano tutte le vecchie apparecchiature dei Ghostbusters, comprese le trappole, gli zaini protonici e l'automobile Ecto-1, rimettendole in funzione con l'aiuto del fantasma di Egon). I nuovi personaggi sono divertenti ed eccentrici – compresi comprimari come il piccolo complottista Podcast (Logan Kim), che stringe amicizia con la nerd Phoebe; l'insegnante-sismologo Gary Grooberson (Paul Rudd), che proietta vecchi film horror per gli studenti in classe; e Lucky (Celeste O'Connor), la figlia dello sceriffo locale, che prende in simpatia Trevor – e con il loro umorismo (diverso, ma non troppo, da quello originale) traghettano la pellicola fino a una parte finale che, a dire il vero, ha il difetto di riproporre le stesse situazioni del primo film, nonché di riesumarne il villain (Gozer il gozeriano, appunto, con i suoi lacché Mastro di chiavi e Guardia di porta) e le dinamiche (l'unica differenza è l'ambientazione, praticamente all'opposto, con il deserto dell'Oklahoma al posto della caotica città newyorkese). Persino l'uomo dei marshmallow Stay Puft fa una ricomparsa, stavolta in versione minuscola (e multipla). Nel complesso, però, la pellicola lascia una buona impressione, anche se strada facendo si trasforma da un'avventura a sé stante in una nostalgica (e commovente, dato il nome del regista, anche sceneggiatore, e il coinvolgimento del cast originale) rivisitazione del passato, quasi alla "Stranger Things" (non un caso, vista anche la presenza di Wolfhard). Olivia Wilde è Gozer, J.K. Simmons il (redivivo) architetto folle Ivo Shandor, solamente citato nel primo film. La dedica finale, ovviamente, è "per Harold" (Ramis).

19 maggio 2022

Darò un milione (Mario Camerini, 1935)

Darò un milione
di Mario Camerini – Italia 1935
con Vittorio De Sica, Assia Noris
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il giovane miliardario Gold (Vittorio De Sica), annoiato e stufo della sua vita troppo agiata e controllata, ma soprattutto dell'essere sempre attorniato da parenti e amici parassiti, si tuffa in mare dal suo yacht ancorato al largo della costa della Francia e, una volta a terra, si scambia d'abiti con un barbone, Blim (Luigi Almirante), al quale confida che regalerebbe volentieri un milione "a chiunque farà un gesto generoso e spontaneo verso di me". Quando Blim rivela il fatto ai giornali, la notizia che un riccone si aggira in città vestito da povero fa scalpore: e tutti si affrettano a mostrarsi premurosi verso i mendicanti, nella speranza che uno di essi sia il miliardario in incognito. Nel frattempo Gold incontra Anna (Assia Noris), una ragazza gentile che lavora in un circo e che, credendolo disoccupato, si premura di fargli ottenere un lavoro presso il proprio padrone... Co-sceneggiata da Cesare Zavattini, al suo primo lavoro cinematografico (e tratta da un racconto scritto da lui stesso, insieme a Giacinto Mondaini, il padre di Sandra), una fortunata commedia di costume, mordace e spigliata, che abbina gag comiche (e fumettistiche, a tratti quasi anticipatrici di Fellini, con personaggi macchiettistici e l'ambientazione circense a fare da sfondo: vedi anche la scena finale con i barboni sulle giostre) a un'analisi sociale che punta sul paradosso (l'inversione dei ruoli fra ricchi e poveri, mecenati e mendicanti) e sulla satira (la presa in giro dell'ipocrisia e della beneficienza "interessata" dell'alta società) per dire non poco sul mondo e la società italiana dell'epoca (anche se la vicenda è ambientata in Francia, forse per evitare prudentemente problemi di censura). Si tratta del secondo film interpretato da De Sica per Camerini, nonché del primo in cui recita insieme ad Assia Noris (seguiranno "Ma non è una cosa seria", "Il signor Max" e "I grandi magazzini"). Mario Gallina è il proprietario del circo, Vinicio Sofia il direttore del giornale.

17 maggio 2022

Fish tank (Andrea Arnold, 2009)

Fish tank (id.)
di Andrea Arnold – GB 2009
con Katie Jarvis, Michael Fassbender
***

Visto in divx.

La quindicenne Mia (Katie Jarvis) è una ragazza ribelle e problematica, solitaria e arrabbiata, che vive con la madre (Kierston Wareing) e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths) alla periferia di Londra, in un ambiente alquanto degradato. A parte l'amore per gli animali, la sua unica passione è la danza, ma nessuno sembra prenderla sul serio. Riceverà però un inatteso incoraggiamento da Connor (Michael Fassbender), il nuovo ragazzo di sua madre, che la prende in simpatia... Uno spaccato di realtà difficile e alienazione adolescenziale, girato in maniera coinvolgente con camera a mano e piani sequenza, e con uno scenario familiare e sociale disagiato a fare da sfondo a una protagonista che parla poco ma riesce a esprimersi attraverso le azioni, gli sguardi e l'apparente rigetto di tutto ciò che la circonda. E non mancano colpi scena e momenti drammatici, vissuti però con la leggerezza e l'inconscienza tipica dell'adolescenza. Nella colonna sonora (tutta diegetica) spicca la cover di "California Dreamin'" cantata da Bobby Womack, la canzone preferita da Connor, sulle cui note Mia prepara la sua audizione come danzatrice in un locale. La cavalla che viene uccisa perché "malata" e vecchia, avendo sedici anni, è una metafora del cambiamento e dell'arrivo dell'età adulta: sedici anni è infatti la stessa età a cui Mia, ormai maturata, decide finalmente di andarsene di casa. Molto bello il rapporto di amore/odio con la madre e la sorella (con cui litiga in continuazione, ma che alla fine saluta con affetto: "Ti odio", "Ti odio anch'io"), esemplificato dalla scena in cui le tre ballano insieme. Ottime le interpretazioni (Jarvis non è un'attrice professionista) e la regia. Harry Treadaway è il "fidanzatino" Billy. Premio della giuria al festival di Cannes.

15 maggio 2022

Kramer contro Kramer (R. Benton, 1979)

Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer)
di Robert Benton – USA 1979
con Dustin Hoffman, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Lasciato all'improvviso dalla moglie Joanna (Meryl Streep), il pubblicitario newyorkese Ted Kramer (Dustin Hoffman) è costretto a barcamenarsi con fatica per accudire da solo il figlioletto di sette anni, sacrificando in parte proprio quel lavoro cui in precedenza dedicava tutto sé stesso, cosa che era stata all'origine della frattura con la moglie. E quando la donna, dopo più di un anno, si ripresenta per chiedere che le venga affidato il bambino, i due ex coniugi decidono di sfidarsi in tribunale. (Melo)dramma coniugale e giudiziario di grande successo (vinse cinque premi Oscar – assegnati al film, alla regia, alla sceneggiatura e ai due interpreti principali – su nove nomination), che fu apprezzato per aver messo in luce alcuni dei cambiamenti allora in atto nella società americana (i genitori single, i ruoli del padre e della madre, il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia). A dispetto del titolo, il film non è "simmetrico": il punto di vista è sempre quello del marito, di cui seguiamo le vicissitudini dall'inizio alla fine (con un lento miglioramento man mano che si impegna a vivere insieme al figlio), mentre la moglie appare misteriosa ed emotiva, ritratta come imprevedibile e inaffidabile. Il tono è realista, benché a tratti un po' forzato e privo di sottigliezze. Non mancano comunque scene assai efficaci (quella in cui Ted si procura un nuovo impiego nell'arco di poche ore, e alcune delle sequenze del processo, peraltro rappresentato come assai sgradevole, dove gli avvocati non lesinano colpi bassi), soprattutto per merito degli eccellenti attori. Alcune scene sono state improvvisate. Nel cast anche Jane Alexander (Margaret, la vicina di casa) e Howard Duff (l'avvocato di Ted). Il bambino, Billy, è interpretato da Justin Henry. Nella colonna sonora ricorre il primo movimento del concerto in do maggiore per mandolino di Vivaldi.

13 maggio 2022

Quo vadis? (Enrico Guazzoni, 1913)

Quo vadis?
di Enrico Guazzoni – Italia 1913
con Amleto Novelli, Lea Giunchi
**

Visto su YouTube.

Nella Roma imperiale, il patrizio Vinicio (Amleto Novelli) si innamora della giovane cristiana Ligia (Lea Giunchi) e chiede all'amico Petronio (Gustavo Serena) di intercedere presso l'imperatore Nerone (Carlo Cattaneo) affinché gli consenta di sposarla. Ma Nerone, che in preda alla follia ha dato fuoco a Roma, su suggerimento del perfido Chilo (Augusto Mastripietri) accusa i cristiani del rogo e li spedisce nell'arena in pasto ai leoni. Ligia viene salvata da Ursus (Bruto Castellani), il suo fedele servitore, Vinicio si converte al cristianesimo (nel film compaiono anche San Pietro e San Paolo, nonché, nel finale, lo stesso Gesù, che pronuncia la frase del titolo), la popolazione di Roma si ribella e Nerone troverà la morte in esilio. Dall'omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz, un filmone di due ore che – dopo le prove generali degli anni precedenti ("La caduta di Troia", "L'inferno", "L'odissea") – rappresenta il primo, vero, grande kolossal del cinema italiano (in attesa del "Cabiria" dell'anno successivo) o forse del cinema in generale. Riscosse un enorme successo anche all'estero (associando per un lungo periodo, agli occhi del pubblico internazionale, il cinema italiano alle produzioni storico-epiche in costume) ed è tuttora affascinante nella sua arcaicità: nonostante i limiti del linguaggio (a tratti ancora più simile a quello del teatro che non del cinema: non c'è vero montaggio o movimento di camera, e ogni scena è introdotta da un cartello che spiega allo spettatore cosa sta per accadere), limiti che si ripercuotono inevitabilmente sul ritmo narrativo (gli eventi si succedono rapidamente e senza soluzione di continuità, spesso anche con un rapporto di causa ed effetto debole o confuso) e sulla caratterizzazione dei numerosissimi personaggi (molti dei quali introdotti all'improvviso, senza presentazione e con motivazioni poco chiare), l'ambizione produttiva è evidente: le scenografie sono ricche, realistiche e tridimensionali (non più fondali dipinti), il numero di comparse è elevato (si dice cinquemila!), i costumi e l'iconografia in generale è assai curata, e alcune scene sono decisamente spettacolari (in particolare quelle di Roma che brucia e quelle ambientate nell'arena, con la corsa delle bighe, gli scontri fra i gladiatori e le belve feroci). D'altronde il film richiese due mesi di riprese, ebbe un alto costo per l'epoca, e la sua lunga durata contribuì a codificare il formato del lungometraggio che nel corso degli anni seguenti diventerà lo standard nell'industria del cinema, soppiantando le pellicole in uno o due rulli. Ursus, per molti versi, è un antesignano di Maciste. Il romanzo di Sienkiewicz era già stato portato sullo schermo nel 1901 (da Lucien Nonguet e Ferdinand Zecca, in una versione di soli 3 minuti, forse andata perduta), e lo sarà di nuovo nel 1924 (da Gabriellino D'Annunzio – figlio di Gabriele – e Georg Jacoby, con Emil Jannings nel ruolo di Nerone e Castellani che riprende quello di Ursus), nel 1951 (da Mervyn LeRoy, con Peter Ustinov e Deborah Kerr, la versione hollywoodiana più famosa) e nel 2001 (da Jerzy Kawalerowicz, una produzione polacca più fedele al libro originale).

12 maggio 2022

Impiegati... male! (Mike Judge, 1999)

Impiegati... male! (Office space)
di Mike Judge – USA 1999
con Ron Livingston, Jennifer Aniston
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Peter Gibbons (Ron Livingston) odia il suo lavoro. Programmatore per un'azienda che sviluppa software per le banche, trascorre le giornate in uno stretto cubicolo, in un ambiente frustrante e malsano, e in particolare è continuamente vessato dal suo capo Bill Lumbergh (Gary Cole), che inizia ogni discussione con la frase "Ci sono problemi?", gli chiede regolarmente di fare straordinari e si impunta sulle questioni più irrilevanti. Ipnotizzato accidentalmente da un terapeuta che lo "libera" da inibizioni e stress, sviluppa all'improvviso un atteggiamento più leggero e disincantato: e non solo non viene licenziato, ma addirittura promosso al ruolo di dirigente! Nel frattempo si dichiara alla ragazza che ha sempre amato da lontano (Jennifer Aniston, cameriera in un ristorante dove a sua volta ha i suoi problemi con un manager ipocrita e le sue assurde regole) e aiuta due colleghi (David Herman e Ajay Naidu), loro sì licenziati, a "vendicarsi" grazie a un virus che sottrae gli spiccioli degli arrotondamenti dai conti correnti delle banche ("Come in Superman 3"). Dal creatore di "Beavis and Butt-head", una satira del mondo del lavoro sulla falsariga di "Clerks" (qui a essere preso di mira è specificatamente l'ambiente dei colletti bianchi e delle società di software che impazzavano già negli anni Novanta: Peter, in particolare, è incaricato dell'aggiornamento dei sistemi in vista del Millenium Bug). Per certi versi, il tutto ricorda la strip a fumetti "Dilbert". Memorabili, fra le varie scene, il "pestaggio" ai danni della fotocopiatrice/fax che faceva impazzire gli impiegati, nonché i colloqui a cui i due "tagliatori di teste" Bob (John C. McGinley) e Bob (Paul Willson) sottopongono i dipendenti. Il film è ispirato a una serie di cortometraggi animati realizzati da Judge a inizio carriera, da cui proviene il personaggio di Milton (Stephen Root), l'impiegato licenziato che però continua a lavorare, sempre sull'orlo della follia. Cult movie in patria.

10 maggio 2022

Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947)

Il caso Paradine (The Paradine Case)
di Alfred Hitchcock – USA 1947
con Gregory Peck, Alida Valli
**1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e brillante avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) viene incaricato di difendere la vedova Maddalena Paradine (Alida Valli) dall'accusa di aver ucciso il marito, un colonnello cieco, avvelenandolo con l'arsenico. Benché gli indizi contro la donna (di modesti natali e dal passato non proprio immacolato) non manchino, pur senza prove reali, Keane si convince sempre più della sua innocenza, e durante il dibattimento cerca di deviare i sospetti verso il cameriere personale – e in precedenza attendente – del colonnello, l'enigmatico André Latour (Louis Jourdan). Anche perché nel frattempo di è innamorato dell'affascinante signora, il che rischia di mettere a repentaglio il suo rapporto con la moglie Gay (Ann Todd). L'ultimo film girato da Hitchcock con il produttore David O. Selznick, colui che lo aveva portato a Hollywood con un contratto di sette anni e con cui aveva lavorato dai tempi di "Rebecca", è un thriller giudiziario ricco di sfumature, tratto da un romanzo di Robert Smythe Hichens, dove l'andamento del processo (e la rivelazione del colpevole) contano quasi meno dei rapporti fra i personaggi. L'attrazione che Keane prova verso la signora Paradine, anche se questa si mostra scostante nei suoi confronti, diventa una vera e propria ossessione che guida tutte le sue azioni, mentre dall'altro lato la moglie Gay, che si rende conto di tutto, non solo accetta che il marito continui a difendere la "rivale" ma spera che la faccia assolvere, "così la lotta sarà ad armi pari". Anche la relazione della donna con l'attendente Latour si ammanta di toni ambigui e ambivalenti (sono stati amanti? complici? nemici? si amano o si odiano?), mentre attorno a loro si muovono figure carismatiche come il laido giudice Horfield (Charles Laughton) e l'avvocato di famiglia sir Simon (Charles Coburn), a loro volta protagonisti di siparietti con la rispettiva moglie (Ethel Barrymore) e figlia (Joan Tetzel). Il rapporto di Hitchcock con l'invadente Selznick, spesso presente sul set con continue modifiche alla sceneggiatura, non fu facile, anche perché il produttore impose il cast al regista (che avrebbe voluto Laurence Olivier e Ingrid Bergman o Greta Garbo come protagonisti). Ma Selznick voleva lanciare Alida Valli (accreditata solo come "Valli" nei titoli di testa) in America: si tratta così di una delle pochissime "brune" in un film di sir Alfred, che notoriamente preferiva le bionde. Anche la scelta di Jourdan fu contestata da Hitchcock, che immaginava il personaggio come un rude stalliere, non come un raffinato domestico. Quello che avrebbe dovuto essere il racconto di una doppia "discesa nell'abisso" (di Keane in primis, sempre più catturato dal fascino proibito della signora Paradine, e della signora stessa, con il suo passato torbido) diventa così "soltanto" un melodramma giudiziario, anche se la fattura – a livello di regia, fotografia, scenografie (l'Inghilterra, e in particolare l'Old Bailey dove si svolge il processo che occupa tutta la seconda parte del film, è stata ricostruita in studio) – è come sempre impeccabile. E il senso di alienazione e di solitudine che affligge man mano i personaggi è degno dei migliori noir. Durante le sequenze del processo, Hitchcock usò quattro diverse macchine da presa in funzione simultaneamente, ciascuna puntata su un differente attore, una tecnica mai usata prima a questi livelli. Costato moltissimo, il film ebbe uno scarso riscontro di pubblico e di critica e fu considerato fra i "passi falsi" del regista: ma naturalmente, avercene di film così oggi!

9 maggio 2022

L'eroe dei due mondi (Lu Yang, 2021)

L'eroe dei due mondi (Ci sha xiao shuo jia, aka A writer's odissey)
di Lu Yang – Cina 2021
con Lei Jiayin, Dong Zijian
**

Visto in TV (Prime Video).

In cerca della figlioletta rapita sei anni prima, un uomo, John Guan (Lei Jiayin), viene contattato da Jay Moore (Yu Hewei), presidente di una mega-corporazione, che gli propone un patto: lo aiuterà a ritrovare sua figlia se lui, in cambio, ucciderà un giovane scrittore (Dong Zijian) il cui romanzo fantasy – in progress, e diffuso a puntate sui social media – sembra ripercuotersi sulla realtà. Ogni volta infatti che il "cattivo" della storia, la divinità guerrafondaia Lord Redmane, viene ferito o si ammala, anche la salute di Moore peggiora. Da un racconto di Shuang Xuetao, un film fantasy complesso e caleidoscopico, ma anche infantile nelle caratterizzazioni e assai confuso nella sceneggiatura e nella messa in scena. Notevole però lo sforzo produttivo, con un profluvio di effetti speciali digitali di buona fattura. L'alternanza fra le scene ambientate nel mondo reale (dove peraltro alcuni personaggi, Guan compreso, hanno strani poteri: il protagonista, per esempio, ha una mira infallibile quando lancia pietre o altri piccoli oggetti) e quelle del romanzo fantasy (dove l'eroe del racconto, il giovane Leon – alter ego dello scrittore stesso –, affronta numerose creature fantastiche grazie a un'armatura demoniaca senziente, vagamente alla Go Nagai) è il filo conduttore di tutta la vicenda, ma il meccanismo si trascina in modo non sempre accattivante. Il cattivo Jay Moore (Li Mu nella versione cinese) e la sua multinazionale Aladdin sono chiaramente ispirati a Jack Ma e al gruppo Alibaba (che peraltro ha finanziato la pellicola!). Nel cast anche Yang Mi (la dirigente di Aladdin che si allea con Guan) e Wang Shengdi (Tangerine, la bambina).

8 maggio 2022

Piccole donne (George Cukor, 1933)

Piccole donne (Little Women)
di George Cukor – USA 1933
con Katharine Hepburn, Joan Bennett
**

Visto in divx.

Mentre il padre è al fronte durante la Guerra di Secessione, le quattro sorelle March – la maggiore Meg (Frances Dee), la vivace Jo (Katharine Hepburn), la sensibile Beth (Jean Parker) e la vanitosa Amy (Joan Bennett) –, ragazze generose e ribelli, indomite e sognatrici, crescono con la madre in una piccola cittadina del Massachusetts. La loro vita trascorre fra desideri di emancipazione, bei momenti e piccole tragedie, che punteggiano le fasi della crescita, accompagnate dai valori e dagli insegnamenti delle persone loro attorno. È forse l'adattamento più celebre del romanzo (semi-autobiografico) di Louise May Alcott, che sarà portato poi sullo schermo molte altre volte (fra cui, nel 1994, da Gillian Armstrong, con Winona Ryder e Susan Sarandon, e nel 2019, da Greta Gerwig, con Saoirse Ronan ed Emma Watson). Celebre ma anche un po' stucchevole, nel suo mix di retorica familiare, romanticismo e buoni sentimenti, sostenuto però dall'agile regia di Cukor, che non appesantisce mai una narrazione episodica, quotidiana, minimalistica (almeno nella prima metà del film: la seconda si fa via via più verbosa e melodrammatica). A una prima parte caratterizzata infatti da leggerezza, convivialità e atmosfere familiari (da ricordare la recita teatrale organizzata in casa dal "maschiaccio" Jo, o le vicissitudini romantiche delle varie sorelle), fa seguito una seconda più drammatica, dove non mancano le tragedie (la tensione per il padre al fronte, o la malattia e poi la morte di Beth). Il successo (di critica e di pubblico) fu grande, anche per merito delle buone interpretazioni, benché le protagoniste appaiano troppo grandi per le parti: la Hepburn aveva 26 anni, mentre Jo ne dovrebbe avere all'inizio 15; e la Bennett ne aveva 23, quando Amy ne dovrebbe avere solo 12 (è la più piccola delle sorelle!). Cukor, ancora agli esordi, cominciò qui a farsi la fama di "regista delle donne", nonché di specialista in adattamenti letterari. Il cast comprende Douglass Montgomery (il giovane Laurie), Henry Stephenson (il signor Laurence), Spring Byington (la madre), Edna May Oliver (la zia), Paul Lukas (il professor Bhaer). La sceneggiatura di Victor Heerman e Sarah Y. Mason vinse l'Oscar (con nomination anche per il film e la regia).

6 maggio 2022

Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968)

Teorema
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1968
con Terence Stamp, Silvana Mangano
***1/2

Rivisto in DVD.

La famiglia di un ricco industriale milanese riceve, nella propria villa fuori città, la visita di un misterioso ospite (Terence Stamp), non meglio identificato. Che seduce tutti (intellettualmente, emotivamente o sessualmente) e ne "rivoluziona" la vita. E quando se ne andrà, altrettanto improvvisamente, ciascuno si renderà conto che la sua presenza ha distrutto l'intero mondo che c'era prima (un mondo vuoto, di falsi valori) e catalizzato la guarigione, la conoscenza e la scoperta di sé. Il capofamiglia (Massimo Girotti), gravemente malato, viene da lui accudito (un conforto che paragona a quello del servo Gerasim ne "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj): guarito, l'uomo donerà la sua fabbrica agli operai (una scelta anticipata dall'incipit del film, dove un giornalista intervista i beneficiati), si spoglierà di tutti i vestiti e camminerà nudo nel deserto (come Gesù: i riferimenti ai Vangeli e alla Bibbia abbondano per l'intera pellicola). La moglie (Silvana Mangano), che in precedenza era apatica, senza interessi ed emozioni, scoprirà le gioie del sesso, e andrà in giro per le periferie e l'hinterland milanese a rimorchiare giovani amanti. Il figlio (Andrès José Cruz Soublette), con un complesso di inferiorità e inadeguatezza, si getterà nell'arte per esprimere sé stesso e le sue insicurezze, esplorando e sperimentando nuove tecniche, così da costruirsi un universo proprio e unico, senza confronti con nient'altro. La figlia (Anne Wiazemsky), vergine e inesperta, arriva a conoscere il mondo, la vita, gli uomini: una conoscenza che la sovrasta e la lascia vuota, tanto che dopo la partenza dell'ospite finisce in catalessi. E persino la serva di casa (Laura Betti), fortemente religiosa, ha un'esperienza mistica che la porta a diventare una sorta di santa, venerata dai contadini, che si nutre di ortiche e compie miracoli (levita, guarisce i bambini). Da un lavoro teatrale dello stesso Pasolini (che poi diverrà anche un romanzo), un film chiave e uno dei più importanti della sua filmografia, anche se può apparire un po' datato e difficile da apprezzare per uno spettatore odierno (per i suoi tempi lenti, i lunghi silenzi, i personaggi enigmatici, i temi complessi). Di fatto, però, ha lasciato una forte impronta nell'immaginario culturale e cinematografico (ispirerà, fra gli altri, il "Visitor Q" di Takashi Miike). La data di uscita non è casuale: il Sessantotto, che segna una rottura e un forte cambiamento nella società italiana, con la trasformazione delle classi che fino ad allora l'avevano contraddistinta (borghesia e proletariato, che si fondono o comunque si sfumano l'uno nell'altra). La regia è multiforme, sperimentale, misteriosa (le tonalità di seppia, le sequenze mute, l'uso della musica, le immagini ricorrenti come quelle del deserto, gli immancabili riferimenti religiosi). La colonna sonora (molto interessante, come suo solito) è di Ennio Morricone, ma ci sono anche molti brani del Requiem di Mozart (la morte è, ovviamente, simbolo di trasformazione). Piccole parti per Ninetto Davoli (il portalettere) e Susanna Pasolini, la madre di PPP (la vecchia contadina). Il titolo può essere spiegato dalla sequenza iniziale, nella quale il giornalista si domanda: "Un borghese, in qualsiasi modo agisce, sbaglia?". Come scrive Serafino Murri, "la risposta è nella dimostrazione, per absurdum, del teorema dell'irredimibilità della borghesia", una borghesia che si sta muovendo verso una presa di coscienza e un superamento delle sue (false) certezze. Alla sua uscita il film ha suscitato forti polemiche, per via delle scene di sesso e di nudo e del loro legame con il sacro, da parte di alcuni degli ambienti istituzionali e cattolici che hanno sempre contestato le opere di Pasolini, con richieste di censura (o addirittura di distruzione della pellicola). Ma ci furono contestazioni anche da sinistra, con accuse di "misticismo" e "reazionarietà": a dimostrazione di come il genio di PPP sia sempre stato difficile da inquadrare nello stantio e schematico dibattito culturale italiano.

4 maggio 2022

Luca (Enrico Casarosa, 2021)

Luca (id.)
di Enrico Casarosa – USA 2021
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Il piccolo Luca è un mostro marino (!) che vive con i suoi simili sui fondali del Mar Ligure, e ha la capacità di assumere fattezze umane quando si trova all'asciutto. In compagnia dell'amico Alberto, esplora con curiosità il mondo degli esseri umani, stringendo amicizia con la coetanea Giulia: insieme, i tre parteciperanno a una gara (di "triathlon italiano": nuoto, bicicletta e mangiata di pasta!) nella cittadina di Portorosso. Primo lungometraggio del regista italiano Enrico Casarosa (che per la Pixar dieci anni prima aveva già realizzato il corto "La luna", sempre a tema marino), è una storia di coming-of-age sui temi dell'amicizia, venata di fantastico e con rimandi a classici disneyani come "La sirenetta" (di cui è una versione maschile e più infantile) e "Pinocchio" (di cui capovolge le dinamiche: Luca, qui, desidera andare a scuola). Un film nel complesso gradevole, anche per via dell'estetica miyazakiana, ma essenzialmente innocuo, fatto di buoni sentimenti e poca originalità. Portorosso, come gli scenari circostanti, è ispirata ai paesini delle Cinque Terre, quando erano ancora villaggi di pescatori e non località turistiche: il film si svolge infatti negli anni Cinquanta, come testimoniano anche le locandine di film d'epoca – "La strada", "Vacanze romane" – affisse sui muri (mentre in tv passa "I soliti ignoti" e su una bici campeggia una foto di Marcello Mastroianni). L'Italia che ne risulta è decisamente stereotipata, un paese fuori dal mondo e dal tempo, dove gli uomini (e i gatti!) hanno i baffi, tutti ascoltano o cantano l'opera lirica, fanno gesti con le mani, mangiano pasta (al pesto, visto che siamo in Liguria!) e vanno in Vespa (proprio una Vespa è l'oggetto del desiderio dei protagonisti, che partecipano alla gara nella speranza di potersene comprare una). Anche i temi dell'amicizia e della scoperta del mondo e di sé stessi (attraverso la trasformazione) sono abbastanza inflazionati, tanto che saranno riproposti pari pari nel successivo film Pixar, "Red". Alcuni critici hanno avanzato un (ardito) parallelo con "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, per via dell'ambientazione estiva-vacanziera, nostalgica e italiana. Nella colonna sonora, canzoni di Mina, Gianni Morandi, Rita Pavone ed Edoardo Bennato.

3 maggio 2022

Venom: La furia di Carnage (A. Serkis, 2021)

Venom: La furia di Carnage (Venom: Let there be Carnage)
di Andy Serkis – USA 2021
con Tom Hardy, Woody Harrelson
**

Visto in TV (Netflix).

La convivenza simbiotica fra il giornalista Eddie Brock (Tom Hardy) e l'alieno Venom prosegue fra alti e bassi: la loro è quasi la parodia di una storia d'amore (con tanto di dichiarazione nel finale), compresa di litigi, separazioni, scuse e riconciliazioni. In questo secondo lungometraggio dedicato al personaggio Marvel (nato nei fumetti come nemico dell'Uomo Ragno: e nella scena sui titoli di coda si rimanda proprio al finale di "Spider-Man: Far From Home", aprendo la via all'integrazione di Venom nel Marvel Cinematic Universe), la minaccia è costituita da Cletus Kasady (Woody Harrelson), folle serial killer condannato a morte. Ma prima che possa essere giustiziato, viene contaminato dal sangue di Venom, sviluppando a propria volta un simbionte alieno senziente, Carnage, assai simile ma ben più cattivo e letale del "genitore", nonché in cerca di vendetta insieme alla sua alleata Shriek (Naomie Harris). Come succedeva già nel primo film, si continua a offrire un intrattenimento disimpegnato che però risulta stranamente accattivante (dico stranamente perché i personaggi di Venom, e di Carnage soprattutto, nei comics erano monocordi e noiosi). Il meglio è dato dai battibecchi fra Brock e Venom, mentre le scene d'azione sono puro caos ed energia, senza troppa logica o sofisticazione. A parte gli effetti speciali, tutto il film sembra un po' al risparmio. Cast assai ridotto: oltre ai personaggi già citati, ci sono solo il poliziotto Patrick Mulligan (Stephen Graham), l'ex fiamma di Eddie Anne (Michelle Williams) e il suo nuovo fidanzato Dan (Reid Scott). Lo scontro finale nella chiesa (dove Carnage e Shriek si vogliono sposare al suono del "Lacrimosa" di Mozart), e in particolare la scena delle campane, citano la storia a fumetti in cui l'Uomo Ragno si separò definitivamente dal suo costume alieno (che poi diede vita proprio a Venom).

2 maggio 2022

Punto zero (Richard C. Sarafian, 1971)

Punto zero (Vanishing point)
di Richard C. Sarafian – USA 1971
con Barry Newman, Cleavon Little
**1/2

Visto in divx.

L'ex pilota di corse Kowalski (Barry Newman), che ora lavora per un'agenzia di trasporto auto, è incaricato di trasferire una macchina – una Dodge Challenger R/T bianca del 1970, con il motore truccato – da Denver, in Colorado, a San Francisco, in California. Scommette così con un amico che compirà l'intero percorso in soli due giorni (da venerdì a domenica), senza fermarsi nemmeno per dormire, dopo essersi imbottito di anfetamina. Durante il viaggio sarà preso di mira dalla polizia stradale, che gli darà la caccia lungo tutto il percorso, mentre le sue "imprese" sono celebrate via etere da Super Soul (Cleavon Little), DJ di una radio privata, che lo trasforma in una sorta di eroe solitario che lotta contro il sistema. Celebre pellicola di exploitation, sulle orme di "Easy Rider" e antesignana di "Convoy" nel celebrare il desiderio di fuga e di libertà individuale (erano gli anni post-Woodstock) contro un sistema percepito come oppressivo: nel corso degli anni, anche per merito del finale, è diventato un film di culto (è citato anche, fra gli altri, in "Grindhouse - A prova di morte" di Quentin Tarantino). Se la trama è esile, incentrata essenzialmente su corse e inseguimenti sulle strade polverose del sud-ovest americano, e i personaggi poco caratterizzati (ma in fondo c'è quel che basta), il film ha i suoi pregi nella compattezza interna e nella bellezza delle immagini, con un regista che dirige attori e auto in movimento come nelle coreografie di un balletto. Durante il suo viaggio, che assume caratteristiche quasi esistenziali, il protagonista (di cui non sapremo mai il nome di battesimo, solo il cognome) incrocia vari personaggi che lo aiutano (il vecchietto che cattura serpenti nel deserto; i due hippy in motocicletta) o lo ostacolano (i vari poliziotti; uno spericolato pilota che lo sfida in una gara di velocità; una coppia di gay rapinatori, nella scena più imbarazzante di tutte). A ravvivare l'insieme, piccoli tocchi di "colore" (il DJ è nero e cieco, e la sua stazione viene presa di mira da un gruppo di suprematisti bianchi; la giovane hippy inforca la sua moto tutta nuda), nonché alcuni brevi flashback che ricostruiscono in parte il passato di Kowalski: un passato ovviamente da "perdente". In una scena tagliata compariva una giovane Charlotte Rampling nel ruolo di un'autostoppista. Bella la colonna sonora, che comprende numerosi brani rock e pop. Un (brutto) remake nel 1997, "Vanishing Point", con Viggo Mortensen.

30 aprile 2022

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1964)

Mattone e specchio (Khesht o ayeneh)
di Ebrahim Golestan – Iran 1964
con Zakaria Hashemi, Taji Ahmadi
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il tassista Hashem trova nella sua auto un neonato, lasciato lì da una passeggera velata. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare la donna, proverà a portare il bambino alla polizia, dove gli viene suggerito di custodirlo fino al giorno seguente e di consegnarlo all'orfanotrofio. Durante la notte, trascorsa con la compagna Taji, i due discuteranno sulla possibilità di tenerlo con sé... Il primo degli unici due film di finzione diretti dallo scrittore e documentarista Golestan, pioniere della nouvelle vague iraniana, si svolge nell'arco di 24 ore in una Teheran moderna e ostile, attraverso una serie di scene concatenate l'una nell'altra (i palazzi diroccati della periferia, il locale dove si ritrovano i tassisti alla fine del turno, il posto di polizia, la casa di Hashem, l'ospedale, il tribunale, l'orfanotrofio). Nel corso dell'odissea di Hashem, di Taji e del bambino, osserviamo vari rappresentanti di un'umanità allo sbando che, fra egoismo e disperazione, filosofeggia sulla vita e sulle relazioni fra persone: si pensi, per esempio, alla discussione fra il medico (aggredito dai parenti di una donna che ha perso il figlio) e il poliziotto, o allo scambio di battute che Hashem ha in tribunale con un uomo che con cinismo gli suggerisce di abbandonare il bambino e di pensare solo a sé stesso (salvo rivedere lo stesso uomo, nel finale, pontificare in televisione sulla necessità di una maggiore compassione verso gli altri). Il cinismo, l'ipocrisia, le paranoie (la "paura" di Hashem sull'essere osservato dai vicini di casa in compagnia di Taji) influiscono sui rapporti di amicizia e su quelli sentimentali: la relazione con Taji, in particolare, attraversa varie fasi, con la donna che lo accusa di vivere alla giornata e di non pensare al futuro (la scelta di tenere il bambino equivale a quella di voler vivere e crescere insieme). Realizzato prima della rivoluzione islamica degli anni settanta, il film colpisce per quanto è diverso da tutto ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dal cinema iraniano: la città è moderna e tentacolare (nella prima sequenza, di notte, abbondano le insegne luminose al neon, mentre alla radio sono trasmessi racconti gialli – la voce è di Golestan stesso – e messaggi pubblicitari), mentre l'elegante e avvolgente fotografia in bianco e nero (a tratti quasi da film noir), i tempi dilatati e la regia espressiva (con notevoli movimenti di macchina, ma anche sequenze statiche significative, si pensi alla telefonata "muta" dell'infermiera) ricordano il contemporaneo cinema d'autore europeo. Memorabile il finale, ambientato nell'orfanotrofio, con lunghe inquadrature silenziose sui bambini lì custoditi, abbandonati, malati e piangenti, durante le quali Taji, nonostante tutta la sua buona volontà, capisce che non può assumere su di sé tutte le sofferenze del mondo. Il significato del titolo è spiegato dallo stesso regista: «Il titolo è tratto da un verso proverbiale di una poesia di Farid al-Din Attaar, un poeta persiano ucciso in un massacro durante l’invasione mongola dell’Iran nel XIII secolo. Il verso recita: “Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo”. La citazione è stata inserita non solo per dire che i dettagli della storia sono un riflesso della durezza della società che il film ritrae, o alla quale allude. Intende anche richiamare l’attenzione sui dettagli presenti parallelamente in una dimensione meno visibile, portatrice di un significato estraneo ma tangibile, e quasi complementare, di ciò che sta avvenendo: come due distinti strumenti musicali che, suonando note e tonalità differenti, producono un suono o un’aria compositi, da ascoltare, o da esprimere...».

29 aprile 2022

La libertà di Brema (R. W. Fassbinder, 1972)

La libertà di Brema (Bremer Freiheit)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Wolfgang Schenck
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Trasmesso sulla televisione tedesca nel dicembre del 1972, questo film è l'adattamento di una delle tante opere teatrali di Fassbinder: in quanto tale, gli elementi cinematografici sono di poco conto (il personaggi si muovono su un palco, e c'è giusto un fondale su cui vengono proiettate immagini di specchi d'acqua e occasionali primi piani), mentre i punti di forza sono soprattutto il testo, ricco di spunti, e la recitazione, in particolare quella della protagonista (gli attori sono quelli dell'Antiteater, il collettivo diretto dallo stesso Fassbinder: nel cast ci sono Wolfgang Schenck, Kurt Raab, Hanna Schygulla). Il soggetto si ispira a un episodio realmente accaduto a Brema a inizio Ottocento: una donna, Geesche Gottfried, fu giudicata colpevole di aver ucciso quindici persone nel corso di oltre un decennio, tutti avvelenati con l'arsenico (messo nel tè o nel caffè): fra questi il suo primo marito, i suoi figli, i suoi genitori e vari parenti. Fu l'ultima persona giustiziata pubblicamente nella città di Brema. Fassbinder ne rilegge la vicenda in chiave di emancipazione femminile: in un periodo e in un contesto sociale in cui la donna doveva essere del tutto sottomessa all'uomo (che si trattasse del marito, del padre o del fratello), di fatto una serva in casa propria, Geesche non ha altro modo di farsi strada che eliminare fisicamente i suoi tormentatori: cerca così una via per poter seguire i propri sentimenti, per gestire di persona l'azienda di famiglia (una selleria) e per non essere dipendente dalla volontà, dalle consuetudini o dalle imposizioni della morale altrui (comprese quelle della religione, che – come le dice la madre – vuole che la felicità non debba essere cercata sulla terra, qui e ora, ma solo nell'aldilà). E di fronte alle ipocrisie (ogni matrimonio è considerato "felice" dalla società, anche se le donne sono schiavizzate), alle incomprensioni o ai pregiudizi misogini di chi le sta attorno ("Una donna è troppo stupida per capire"), Geesche trova – attraverso il delitto – il modo per rivendicare la propria libertà. Il sottotitolo recita "Una tragedia borghese".

27 aprile 2022

La camera verde (François Truffaut, 1978)

La camera verde (La chambre verte)
di François Truffaut – Francia 1978
con François Truffaut, Nathalie Baye
***

Rivisto in divx.

Reduce dagli orrori della prima guerra mondiale, e dopo aver perso la moglie in giovane età, il giornalista Julien Davenne (Truffaut stesso, alla sua ultima prova come attore) ha sviluppato un vero e proprio culto ossessivo per i morti: è convinto i defunti possano "continuare a vivere, dentro di noi", purché non vengano dimenticati e non se ne tradisca la memoria. Per questo disapprova l'amico che, pochi mesi dopo la morte della moglie, è già pronto a risposarsi di nuovo; e per questo rinuncia a una promozione, che implica trasferirsi a Parigi in un giornale più grande, pur di continuare a lavorare nel piccolo paese dove è sempre vissuto e dove può commemorare amici, conoscenti e lettori ormai scomparsi. Pian piano si "ritira dalla vita", chiuso in sé stesso (con la sola compagnia di una vecchia domestica e di un bambino sordomuto), e diventa un "virtuoso della necrologia", scrivendo annunci funebri con una passione e una personalità senza pari (senza mai ripetere le stesse frasi di cordoglio: in una delle scene iniziali, se la prende con le parole di circostanza di un prete a un funerale). Per commemorare nel modo migliore la moglie, ma anche tutte le persone che hanno "contato" nella sua vita, restaura un'antica cappella funebre nel cimitero locale, raccogliendo lì tutti i ritratti e gli oggetti loro appartenuti. E quando conosce la giovane Cécilia (Nathalie Baye), innamorata di lui, le chiede di condividere insieme l'onere di custodire la cappella e di vegliare sui rispettivi defunti, nonostante la ragazza sia convinta invece che si debba dimenticare il passato e andare avanti. Ambientato nel 1928 e ispirato ad alcuni racconti di Henry James ("L'altare dei morti", "Gli amici degli amici" e "La tigre nella giungla"), un film che riflette in modo profondo sul senso del lutto e sul rapporto fra i vivi e i morti, ma soprattutto sull'importanza del ricordo e sul rifiuto dell'oblio, visto come sinonimo di superficialità a livello di sentimenti ("Sono scandalizzato dalla facilità con cui si dimenticano i morti"). In un certo senso, la pellicola prosegue nel percorso autobiografico che Truffaut ha sempre seguito durante tutta la sua filmografia (a partire da "I quattrocento colpi", per continuare in "Effetto notte" e "L'uomo che amava le donne"): qui l'attenzione si sposta alla vecchiaia e all'approccio alla morte, con la sua presenza incombente ("Metà delle persone che ho conosciuto sono già morte", diceva il regista in un'intervista pubblicata quello stesso anno), annunciata talvolta dalla degradazione del corpo (le foto degli insetti, ma anche dei corpi dei soldati sventrati dalla guerra, che Julien mostra al piccolo Georges). Nonostante il titolo, che si riferisce alla stanza che Julien ha dedicato come memoriale alla moglie, la fotografia della pellicola è cupa e quasi priva di colori. Jean Dasté è l'anziano caporedattore del giornale. La moglie di Julien, che appare solo in ritratto, è Laurence Ragon, mentre fra le foto degli altri defunti della cappella si riconoscono Marcel Proust, Oscar Wilde, Henry James, Jean Cocteau, Honoré de Balzac, Raymond Queneau, Henri-Pierre Roché, Maurice Jaubert (autore della colonna sonora) e Oskar Werner. Il fatto che uno dei pochi personaggi con cui Julien cerca di comunicare sia un ragazzino sordomuto (Patrick Maléon) ci ricorda naturalmente "Il ragazzo selvaggio", un altro film di Truffaut che aveva anche interpretato come protagonista. Piccole citazioni anche per Hitchcock (la scena del bambino in fuga e poi arrestato, un'esperienza biografica che il regista inglese aveva raccontato al collega in una delle sue interviste) e Buñuel (il manichino con le fattezze della moglie, che ricorda una sequenza di "Estasi di un delitto").

26 aprile 2022

Teresa Venerdì (Vittorio De Sica, 1941)

Teresa Venerdì
di Vittorio De Sica – Italia 1941
con Vittorio De Sica, Adriana Benetti
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il giovane pediatra Pietro Vignali (De Sica), medico fannullone e mantenuto dal padre ricco (Annibale Betrone), è costretto dal genitore, stufo del suo stile di vita, ad assumere l'incarico di ispettore sanitario in un orfanotrofio femminile. Qui conosce l'intraprendente orfanella diciottenne Teresa Venerdì (Adriana Benetti), che lo assiste come infermiera e si innamora di lui, riportando in qualche modo ordine nella sua vita (non senza, in primo luogo, una buona dose di scompiglio). Il terzo film di De Sica come regista è un garbato mix fra commedia degli equivoci e melodramma romantico, sulla falsariga del precedente "Maddalena... zero in condotta": la sceneggiatura, ispirata a un soggetto dell'ungherese Rezső Török (come da consuetudine per il cosiddetto "cinema dei telefoni bianchi", che si appoggiava spesso a lavori teatrali di autori magiari), è spigliata e vivace, con le peripezie di un Pietro vessato da un lato dai debiti e dai creditori, e dall'altro da vicende sentimentali incrociate: ha infatti un'amante (Anna Magnani!), che fa la cantante e la soubrette, e un'inopportuna fidanzatina (Irasema Dilian) frivola e svampita, che parla sempre in rima perché appassionata di poesia. C'è poi spazio anche per varie macchiette comiche, a partire da Antonio Perticone (Virgilio Riento), il cameriere combinaguai, di bassa estrazione e poco avvezzo alle buone maniere dell'alta società. Proprio diverse frecciatine legate ai rapporti fra le classi sociali si annidano dietro l'apparente leggerezza (vedi il disdegno degli arricchiti, o aspiranti tali, verso i servi o i lavori più umili; il diverso tipo di rapporto nei confronti delle arti; l'atteggiamento dei medici più anziani, che per ogni malanno prescrivono l'olio di ricino). Guglielmo Barnabò è Agostino Passalacqua, il padre della fidanzata Lilli; Elvira Betrone è la direttrice dell'orfanotrofio.

24 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (K. Branagh, 2022)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2022
con Kenneth Branagh, Tom Bateman
**

Visto in TV (Disney+).

In crociera sul Nilo, Hercule Poirot (Kenneth Branagh) deve indagare sull'omicidio dell'ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot), uccisa durante il suo viaggio di nozze. Secondo film – dopo "Assassinio sull'Orient Express" – della nuova serie dedicata al personaggio ideato da Agatha Christie, di fatto un remake dell'omonima pellicola del 1978 con Peter Ustinov. Pur non deviando dal romanzo o dall'adattamento precedente nei punti chiave della vicenda (il che significa che l'identità del colpevole, e la meccanica dell'assassinio, sono le stesse), se ne discosta in diversi dettagli e nella caratterizzazione di alcuni personaggi secondari, a cominciare dal "dottor Watson" di turno, che in questo caso non è il colonnello Race ma il giovane Bouc (Tom Bateman), l'amico di Poirot già visto nel primo film, che narrativamente prende anche il posto del Tim Allerton del libro originale. Notevoli cambiamenti (con chiari intenti di political correctness) anche per i personaggi di Salome (Sophie Okonedo) e Rosalie Otterbourne (Letitia Wright), con la prima che non è più una scrittrice ma una cantante blues di colore, di cui peraltro Poirot si innamora. E al pari del film del 2017 (anche se con meno eccessi), il detective interpretato da Branagh esonda dai limiti di un investigatore da whodunit: il regista/attore lo dota di una backstory, con tanto di flashback ambientato durante la prima guerra mondiale per spiegare l'origine dei suoi celebri baffi, nonché di emozioni e sentimenti di cui si poteva benissimo fare a meno. Girato elegantemente (belle, come sempre, le scene in bianco e nero che ricostruiscono a posteriori come è avvenuto il delitto: meno convincente l'evento clou visto in diretta, che rende più facile immaginare chi sia l'assassino), con un miglior equilibrio narrativo, ma anche con un cast meno stellare del lungometraggio di Guillermin (fra gli altri interpreti ci sono Emma Mackey, Armie Hammer, Annette Bening, Russell Brand, Jennifer Saunders e Dawn French), il film soffre a livello di sceneggiatura per qualche ridondanza e poca sottigliezza (tutto è più esplicitato, a partire dal rapporto lesbico fra Marie Van Schuyler e Miss Bowers, in precedenza lasciato soltanto intendere fra le righe). E stavolta non è stato girato in Egitto (ricostruito digitalmente), ma in Inghilterra. Probabili ulteriori sequel.

23 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (J. Guillermin, 1978)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di John Guillermin – GB 1978
con Peter Ustinov, David Niven
**

Rivisto in divx.

La giovane ereditiera Linnet Ridgeway (Lois Chiles), in luna di miele in Egitto dopo le nozze con l'avventuriero Simon Doyle (Simon MacCorkindale), viene uccisa durante una crociera sul Nilo. I sospettati sono parecchi, visto che in molti avevano interesse per la sua morte: a cominciare dalla sua ex amica, e rivale in amore, Jacqueline De Bellefort (Mia Farrow), che l'aveva più volte minacciata in pubblico. Ma a indagare sull'accaduto c'è l'ineffabile detective belga Hercule Poirot (Peter Ustinov), coadiuvato dall'amico colonnello Johnny Race (David Niven). Dal romanzo giallo di Agatha Christie "Poirot sul Nilo", il secondo dei film classici sul personaggio dopo "Assassinio sull'Orient Express" di Sidney Lumet di quattro anni prima, nel quale l'investigatore era però interpretato da Albert Finney. La falsariga è la stessa: una location ristretta (lì un treno, qui un battello), un nutrito numero di sospetti – tutti con un movente (il cast comprende nomi come Bette Davis, Maggie Smith, Angela Lansbury, Olivia Hussey, Jane Birkin, George Kennedy, Jon Finch e Jack Warden) – e il detective che nel finale raduna tutti in un salone per spiegare chi è il colpevole e come è avvenuto il delitto. Rispetto al film precedente, però, questo è meno accattivante, un po' troppo lungo (soprattutto nella prima parte) e ripetitivo, nonché meno brillante nella regia di Guillermin e nella sceneggiatura di Anthony Shaffer, più interessata ai fatti che alle sfumature psicologiche dei personaggi. Da notare comunque i sottotesti lesbici nel personaggio di Miss Bowers (Maggie Smith), la dama di compagnia dell'anziana Bette Davis. Musiche di Nino Rota. Il film è stato girato in esterni in Egitto: i personaggi visitano, fra gli altri, i templi di Luxor e Abu Simbel. Peter Ustinov interpreterà ancora Poirot in "Delitto sotto il sole" (1982) e "Appuntamento con la morte" (1988), nonché in tre film per la tv. Rifatto da Kenneth Branagh nel 2022.

21 aprile 2022

La Gomera (Corneliu Porumboiu, 2019)

La Gomera - L'isola dei fischi (La Gomera)
di Corneliu Porumboiu – Romania/Fra/Ger 2019
con Vlad Ivanov, Catrinel Marlon
***

Visto in divx.

A La Gomera, isola delle Canarie, esiste una bizzarra lingua fatta solo di fischi, simili quelli degli uccelli, sviluppata dai pastori locali per comunicare a grandi distanze. Cristi (Vlad Ivanov), poliziotto corrotto della squadra narcotici di Bucarest, immanicato con Zsolt (Sabin Tambrea), imprenditore che lavora per conto di una banda di trafficanti di droga, vi si reca per impararla: gli servirà infatti per comunicare con i complici dell'uomo e organizzarne la fuga, senza farsi intercettare dai colleghi che ormai sospettano di lui. Ma intrighi e doppi giochi sono in agguato... Insolito e interessante thriller/neo-noir poliziesco, sfaccettato e complesso, con una struttura narrativa costruita su una serie di flashback e divisa in otto capitoli – ciascuno intitolato a un diverso personaggio – non in ordine cronologico. Il tema del linguaggio e della comunicazione, a partire dalla strana lingua dei fischi (il "silbo gomero", che esiste realmente), si appoggia su una vicenda caratterizzata da una ragnatela di relazioni fra i vari personaggi, tutti con una notevole dose di ambiguità e dove il bene e il male si fondono fra loro: dal protagonista stesso, poliziotto corrotto ma "buono" (e soprattutto silenzioso e impenetrabile: non abbiamo mai accesso ai suoi pensieri), alla bella Gilda (Catrinel Marlon), femme fatale amante/complice di Zsolt, di cui anche Cristi si innamora; dalla spregiudicata procuratrice Magda (Rodica Lazar), superiore di Cristi, che non esita a usare metodi discutibili pur di raggiungere i propri scopi, al boss della droga Paco (Agustí Villaronga) e al suo sottoposto Kiko (Antonio Buíl), fino all'inquietante concierge (István Teglas), appassionato di opera e proprietario di un motel al centro di diverse scene. Linguaggio, infatti, non significa solo parole, o fischi: è anche musica (fra i brani ricorrenti ci sono "Casta Diva" dalla "Norma", l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro", e la Barcarola dai "Racconti di Hoffmann" di Offenbach), e naturalmente cinema (innumerevoli le citazioni (meta)filmiche: il nome stesso di Gilda, lo spezzone di "Sentieri selvaggi" in cui viene usata un'altra lingua dei fischi!, il fatto che lo showdown finale avvenga in uno stabilimento cinematografico abbandonato, l'allusione alla scena di "Psyco" nella doccia). Citazione anche per un classico del cinema noir rumeno, "Un commissario accusa" di Sergiu Nicolaescu. Il finale forse è un po' disgiunto e trascinato. Anche se perfettamente guardabile a sé stante, il film è di fatto un sequel/spin-off del precedente "Politist, adjectiv" (2009) di Porumboiu, in cui Cristi aveva conosciuto il giovane Zsolt.

19 aprile 2022

Musica maestro (aavv, 1946)

Musica maestro (Make mine music)
di Jack Kinney, Clyde Geronimi, Hamilton Luske, Joshua Meador, Robert Cormack – USA 1946
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Ottavo "classico Disney" (il terzo costituito da una compilation di corti; il quarto se contiamo anche "Fantasia", che però era più organico), nonché forse quello meno noto e di più difficile reperibilità: è l'unico, per dire, che non è disponibile per lo streaming sulla piattaforma Disney+. Si tratta anche del primo film Disney distribuito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale gran parte dello staff di animatori della casa di Burbank (almeno quelli non chiamati sotto le armi) era stato impegnato nella realizzazione di film di propaganda per conto del governo americano, con il risultato di arrestare lo sviluppo di veri e propri lungometraggi animati come i grandi capolavori degli esordi: è per questo motivo che i sei "classici" usciti fra il 1942 e il 1949 non sono altro che raccolte di segmenti spesso slegati fra loro, quasi sempre a tema musicale. Al pari del successivo "Lo scrigno delle sette perle", possiamo considerarlo una sorta di "Fantasia" (il sottotitolo è in effetti "A musical fantasy") di impronta pop, country e jazzistica, anziché incentrato sulla musica classica. Fra i musicisti coinvolti figurano nomi come Benny Goodman e Dinah Shore.

1. I Testoni e i Cuticagna (The Martins and the Coys)
Due famiglie di contadini di montagna sono impegnate in una faida, talmente feroce da prendersi a fucilate fino a quando non ci lasciano tutti le penne, tranne uno per clan: un giovane e una ragazza che naturalmente si innamoreranno e si sposeranno (pur continuando a litigare). Il brano è cantato dal gruppo vocale radiofonico King's Men: nell'edizione italiana, invece, dal Quartetto Cetra. È probabilmente il segmento più controverso e censurato (è assente, per esempio, da quasi tutte le edizioni del film in home video), per via dell'eccessiva violenza (con parecchi morti) e dell'uso disinvolto delle armi da fuoco. L'episodio si ispira alla celebre e autentica faida fra i clan Hatfield e McCoy.

2. Palude blu (Blue Bayou)
Le immagini di questo segmento, che mostrano due aironi in una palude delle Everglades, erano originariamente destinate a "Fantasia", dove avrebbero dovuto essere abbinate al "Clair de lune" di Claude Debussy. Scartate dal montaggio finale di quel film, sono state riciclate qui, sostituendo però la colonna sonora con una lenta canzone intonata da due membri del coro di Ken Darby (nella versione italiana da Alberto Rabagliati).

3. Quando i gatti si riuniscono (All the Cats Join In)
Sulle note di un brano jazzato di Benny Goodman, un gruppo di ragazzi e ragazze va a scatenarsi nella danza in un bar (un soda shop) al ritmo di un juke box, mentre la matita del disegnatore completa lo scenario loro attorno, dando quasi l'impressione che l'episodio venga realizzato e illustrato "in diretta". Simpatico.

4. Senza te (Without You)
Una malinconica ballata romantica, cantata da Andy Russell (Natalino Otto nella versione italiana), accompagna le tristi immagini di una giornata piovosa, osservata dalla finestra di una casa, e poi di un cielo al tramonto. "A ballad in blue" è il sottotitolo: il blu, in inglese, è il colore della malinconia.

5. Casey at the Bat (id.)
Il comico e musicista di origine italiana Jerry Colonna recita un poema di Ernest Thayer su un giocatore di baseball che ha la possibilità di far vincere la propria squadra, capovolgendo il risultato di un incontro proprio all'ultima battuta dell'ultimo inning: ma per la troppa sicurezza nei propri mezzi, si fa eliminare. Questo segmento era assente nella prima versione italiana, forse perché nel nostro paese il baseball e le sue regole erano poco note.

6. Due silhouette (Two Silhouettes)
Le silhouette di due ballerini (David Lichine e Tatiana Riabouchinska) danzano su un fondale astratto, sulle note di una canzone di Dinah Shore.

7. Pierino e il lupo (Peter and the Wolf)
La favola russa di Pierino e il lupo, nella versione musicale di Sergei Prokofiev (in cui ogni personaggio è rappresentato da un diverso strumento musicale), è trasposta in animazione con la regia di Clyde Geronimi: è l'episodio più puramente "disneyano" del film, come stile e come estetica. La voce narrante in originale è di Sterling Holloway, in italiano è di Stefano Sibaldi.

8. After You've Gone (id.)
Ancora Benny Goodman e la sua orchestra sono protagonisti di questo episodio, il più breve del film, in cui una serie di immagini surreali sono dedicate a quattro strumenti musicali in versione antropomorfizzata (un flauto, un pianoforte, una chitarra e una batteria), accompagnate da un brano solo strumentale.

9. Gianni di Feltro e Alice di Paglia (Johnnie Fedora and Alice Bluebonnet)
Le sorelle Andrews (il Quartetto Cetra nella versione italiana) raccontano con il loro canto un'insolita storia d'amore fra due cappelli nella vetrina di un negozio: vengono separati quando sono acquistati da due diversi clienti, ma dopo varie avventure si ritroveranno nel momento e nelle condizioni più inattese, ovvero sulla testa di due cavalli che, affiancati, trainano un carretto.

10. La balena che voleva cantare all'Opera (The Whale Who Wanted to Sing at the Met)
La notizia che in mare vive una balena dalle stupefacenti doti canore sconvolge il mondo. Gianni (Willie in originale), questo il suo nome, già si immagina di cantare al teatro dell'opera di New York. Ma l'impresario Tetti Tatti, convinto che l'animale abbia inghiottito un cantante, le dà la caccia a bordo di una baleniera. Con il suo finale tragico, o meglio agrodolce, è l'episodio forse più celebre della pellicola, sicuramente quello che rimane più impresso. L'attore e baritono Nelson Eddy fornisce le voci di tutti i personaggi: nella versione italiana si alternano Alberto Sordi nelle parti parlate e il basso-baritono Saturno Meletti in quelle cantate. Fra i brani intonati dalla balena, spiccano "Largo al factotum" dal "Barbiere di Siviglia" di Rossini e le tre voci maschili del sestetto dalla "Lucia di Lammermoor" di Donizetti (più spezzoni da "Pagliacci", "Tristano e Isotta" e "Mefistofele").

18 aprile 2022

Sogni di una notte (Mikio Naruse, 1933)

Every-night dreams (Yogoto no yume)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Kurishima, Tatsuo Saito
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Per poter mantenere il figlio Fumio (Teruko Kojima), che è costretta a crescere da sola dopo essere stata abbandonata dal marito, Omitsu (Sumiko Kurishima) lavora come cameriera e intrattenitrice in una bettola frequentata soprattutto da marinai. Quando il marito Mizuhara (Tatsuo Saito) torna a casa dopo tre anni, la donna accetta di riaccoglierlo, nella speranza di ricominciare una nuova vita. L'uomo, però, fatica a trovare lavoro, essendo debole e gracile: e pur di procurarsi il denaro che possa permettere alla moglie di abbandonare un mestiere fonte di umiliazioni e attenzioni non gradite, decide di dedicarsi al crimine... Ambientato in un Giappone in preda alla povertà e alla depressione, questo intenso melodramma (neo)realista è forse fra i film più importanti del periodo muto di Naruse (periodo del quale, peraltro, sono sopravvissuti pochi titoli, solo cinque su 24). Il finale tragico e commovente, in particolare, con la madre che implora il figlio di crescere "forte" per non fare la fine del padre, è ancora oggi di grande impatto, così come la descrizione delle difficoltà della famiglia di mantenere l'onestà e la dignità di fronte alle avversità economiche e sociali. Stilisticamente, la regia di Naruse è già elegante, e fa uso di zoom, movimenti di macchina e un montaggio rapido (in particolare nella sequenza della rapina), mentre i personaggi sono ben descritti e si fondono con l'ambiente circostante. Takeshi Sakamoto è il "Capitano", l'avventore del bar che mette i suoi occhi su Omitsu. Jun Arai e Mitsuko Yoshikawa sono i vicini di casa.

16 aprile 2022

The visit (M. Night Shyamalan, 2015)

The visit (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2015
con Olivia DeJonge, Ed Oxenbould
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Mentre la mamma è in crociera, i fratelli Rebecca (15 anni) e Tyler (13 anni) vanno in visita per una settimana nella fattoria dei nonni, che non hanno mai conosciuto. Ma la permanenza si tinge presto di colori inquietanti, per via dello strano comportamento dei due anziani parenti: che si tratti solo dell'età, di demenza senile, o c'è dell'altro? Ispirandosi da un lato allo "stacco generazionale" che c'è fra lo stile di vita di due ragazzini moderni e quello di due vecchi contadini, e dall'altro ad alcuni classici temi delle fiabe (come "Hänsel e Gretel": vedi la scena in cui la ragazzina è invitata dalla nonna a entrare dentro il forno per pulirlo), Shyamalan firma un horror/thriller a basso budget, quasi "studentesco", senza effetti speciali o location impegnative, e praticamente con solo cinque attori (i ragazzi, i nonni, e la mamma; otto, se contiamo alcuni personaggi minori). La tecnica è quella del found footage: Rebecca, appassionata di cinema, intende documentare l'intera vacanza con le sue telecamere per farne un "documentario"; di fatto, tutto ciò che vediamo nel film è ciò che lei e il fratello riprendono ("Se noi due non partecipiamo all'evento non possiamo girare"), una trovata assai popolare nel genere horror (si pensi, per esempio, a "Cannibal Holocaust", "Blair Witch Project" o "Cloverfield"). Anche se la tensione si perde un po' nel finale, dopo l'inevitabile colpo di scena, nel complesso il film regge fino in fondo, anche per merito delle buone interpretazioni (i nonni sono Peter McRobbie e Deanna Dunagan), nonché per l'impostazione low tone e il punto di vista, quasi infantile, dei due ragazzini, di fronte alle inquietanti "stranezze" dei nonni. Dopo i flop dei precedenti (e costosi) "L'ultimo dominatore dell'aria" e "After Earth", per Shyamalan un progetto così "piccolo" (che finanziò personalmente) fu una boccata d'aria fresca.

15 aprile 2022

That fatal sneeze (Lewin Fitzhamon, 1907)

That fatal sneeze
di Lewin Fitzhamon – GB 1907
con Thurston Harris, Gertie Potter
**

Visto su YouTube.

Per vendicarsi di uno scherzo che lo zio gli aveva fatto la sera prima a tavola, un ragazzo durante la notte gli cosparge di pepe il fazzoletto, la spazzola e gli abiti. La mattina dopo, l'uomo non può fare a meno di starnutire in continuazione. Gli starnuti sono così potenti da rovesciare i mobili dentro casa, dal far cadere le merci esposte nei negozi, da distruggere le porte e le finestre degli edifici e da provocare letteralmente un terremoto. Inseguito da passanti, negozianti e poliziotti furiosi, mentre il monello se la ride, l’uomo finisce infine per autodistruggersi... con uno starnuto. Ben realizzata, con una robusta dose di effetti speciali artigianali, questa commedia di produzione britannica non è altro che una gag “da fumetto” prolungata, nello stile di “Bibi e Bibò” o, se vogliamo, di altri film pioneristici degli esordi come il “Mary Jane Mishap” del 1903. Quello che la rende interessante, però, è l’importanza dell’ambiente attorno ai personaggi e il modo con cui il protagonista interagisce con esso. La “distruzione” che gli starnuti dell’uomo arrecano al mondo circostante è la chiave delle gag, non gli starnuti in sé. Siamo agli albori di quello che diventerà il cinema slapstick, con la comicità “fisica” che farà la fortuna delle comiche americane di Sennett, Lloyd, Chaplin e Keaton, e dunque stiamo distaccandoci dal “cinema delle attrazioni” di Méliès o Chomón per andare verso un cinema più “narrativo”. Non a caso, forse, qui gli effetti speciali sono per lo più “pratici” e meno “ottici” (mobili e oggetti che si muovono grazie a fili, non dissolvenze o sovrimpressioni: persino la sequenza del terremoto è stata realizzata collocando la macchina da presa su una tavola in equilibrio, e lasciandola ondeggiare per simulare l’oscillazione del terreno).

14 aprile 2022

The Adam project (Shawn Levy, 2022)

The Adam Project (id.)
di Shawn Levy – USA 2022
con Ryan Reynolds, Walker Scobell
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Il dodicenne Adam Reed (Walker Scobell) riceve la visita di sé stesso adulto (Ryan Reynolds), proveniente dal futuro grazie a un "jet temporale", che chiede il suo aiuto per impedire che i viaggi del tempo – resi possibili dalle ricerche del loro padre (Mark Ruffalo) – vengano inventati. Pellicola d'azione fantascientifica dove tutto è al minimo comune denominatore: la regia, la produzione, la recitazione, la sceneggiatura (con dialoghi didascalici e una buona dose di retorica a tema famigliare, per non parlare del finale iper-prevedibile). Fra personaggi e situazioni scontate (i bulli a scuola, la mamma single, i cattivi generici con motivazioni altrettanto generiche), cerca di vivacizzare la trama con tentativi di umorismo goffo da film Marvel: vedi i battibecchi di Adam con sé stesso, o con il padre. Nonostante i concetti scientifici (i paradossi sono evitati spiegando che la linea temporale cambia solo quando si torna nel proprio "tempo stabilito") e gli effetti speciali, tutto sembra su scala piccola, e non mancano buchi logici o semplicemente personaggi che si comportano in modo stupido. Nei dialoghi si citano "Terminator" e "Ritorno al futuro". Jennifer Garner è la madre di Adam, Zoe Saldana la moglie, Catherine Keener la cattiva. Di fatto un tv movie. Il progetto originale, risalente a dieci anni prima, prevedeva Tom Cruise come protagonista.

13 aprile 2022

I colori (Abbas Kiarostami, 1976)

I colori (Rangha)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
**1/2

Visto su YouTube.

Cortometraggio sul tema dei colori, girato da Kiarostami nel periodo in cui lavorava per il Kanun (l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti). Stavolta non viene raccontata una storia: vediamo una mano impugnare dei pennelli e, uno dopo l'altro, intingerne la punta in una vaschetta di colore e poi in un bicchiere d'acqua. Seguono (in rapida successione, accompagnate da una voce femminile e da una musichetta allegra) immagini di vari oggetti di uso comune, ma anche fiori e animali, caratterizzati da quel colore. Inizialmente il rosso, poi il verde, il giallo, il blu, l'arancio, il bianco, il viola e infine il nero. L'intento pedagogico è esile ma ovvio (guidare i bambini alla scoperta dei colori, il che significa alla scoperta del mondo), ma a colpire è la sensibilità artistica. E il percorso non è lineare: non mancano infatti inattese disgressioni (la comparsa di arcobaleni, dove i colori si affiancano o si fondono insieme) o spunti "narrativi" (la gara di automobiline, con tanto di immagini di un bambino alla guida di una di esse; il passaggio pedonale, che ricorre sia nei segmenti dedicati ai tre colori del semaforo, sia in quello del bianco; la baerchetta di carta nel ruscello). Di impatto anche la sequenza in cui il bambino, con una pistola giocattolo, spara su una fila di bottiglie contenente acqua colorata, distruggendole una dopo l'altra. Ogni colore, infine, è associato anche a emozioni o concetti astratti: il nero conclusivo, per esempio, è il colore di una lavagna, e dunque dell'apprendimento. Nell'insieme, la breve pellicola (dura quindici minuti) fornisce tanti spunti, situazioni, piccoli episodi, da non annoiare mai e da mettere in mostra in maniera perfetta il talento affabulatorio di Kiarostami, capace di catturare lo spettatore con la poesia del quotidiano e le libere associazioni a partire da immagini semplici. Gli stessi colori si sciolgono l'uno nell'altro e si confondono, come le "mille gradazioni" della vita.

12 aprile 2022

Il vestito per il matrimonio (A. Kiarostami, 1976)

Il vestito per il matrimonio (Lebasi baraye arusi)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
con Hassan Darabi, Mehdi Nekoueï, Massoud Zand
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ali, Hossein e Mamad sono tre giovani amici che lavorano negli esercizi commerciali che si affacciano sul cortile interno di un palazzo. Ali fa il garzone nella bottega di un sarto: quando una cliente benestante commissiona un vestito su misura per il figlio, da indossare il giovedì seguente al matrimonio della sorella, Hossein chiede all'amico di prestarglielo la sera di mercoledì, promettendo di riportarglielo indietro prima che la donna venga a ritirarlo la mattina dopo. Ma anche Mamad vuole sfoggiare il vestito, e convince Hossein a cederglielo... L'abito che dà il titolo a questo mediometraggio è l'oggetto del desiderio dei giovani protagonisti, un autentico status symbol (simbolo di ricchezza ed eleganza, come quella dei modelli che appaiono nel catalogo nel negozio del sarto) da sfoggiare, anche solo per una sera, per uscire con una ragazza (nel caso di Hossein) o per andare a teatro ad assistere allo spettacolo di un prestigiatore (nel caso di Mamad) e potersi permettere di salire sul palco come volontario. E mentre i genitori e gli adulti non comprendono questo desiderio ("Io indosso lo stesso vestito da nove anni!"), i ragazzi (e lo spettatore con loro) si interrogano se l'abito tornerà nel negozio sano e salvo prima che la cliente giunga a reclamarlo (soprattutto perché Mamad ha una reputazione per farsi coinvolgere nelle risse e tornare a casa con gli abiti strappati). Incentrato in fondo su un "piccolo" episodio, come altri lavori di Kiarostami il film si apre a un respiro più ampio grazie alla simpatica caratterizzazione dei tre amici e del luogo in cui lavorano, un microcosmo dove l'arte del commercio e delle transazioni si espande alle relazioni di tutti i giorni (si veda come i ragazzi "contrattino" ogni favore reciproco). In fondo, anche in questo caso, i problemi dell'infanzia o dell'adolescenza non sono altro che un simulacro, più ingenuo e innocente, di quelli dell'età adulta. Nota: Hassan Darabi, che interpreta Ali, era già stato il protagonista del precedente lungometraggio di Kiarostami, "Il viaggiatore".

10 aprile 2022

Donnie Darko (Richard Kelly, 2001)

Donnie Darko (id.)
di Richard Kelly – USA 2001
con Jake Gyllenhaal, Jena Malone
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Liceale con problemi psichiatrici, Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) riceve una notte la visita soprannaturale di "Frank", un individuo con un (mostruoso) costume da coniglio, che gli annuncia che la fine del mondo è prossima: mancano solo 28 giorni, 6 ore e spiccioli... La notte stessa, il motore di un aereo di linea piomba misteriosamente giù dal cielo, schiantandosi sulla casa dei Darko, e precisamente sulla stanza del ragazzo. E nei giorni che seguono, nel corso di un progressivo "distacco dalla realtà", il traumatizzato Donnie – che si è salvato soltanto perché era fuori di casa, in preda a un consueto sonnambulismo – compie una serie di atti vandalici (istigato da "Frank") ai danni della scuola e degli adulti ipocriti che lo circondano, si innamora di Gretchen (Jena Malone), una ragazza appena arrivata nel quartiere, e si lascia ossessionare dal concetto dei viaggi nel tempo, che potrebbe spiegare molte delle cose strane che gli accadono intorno... Da una sceneggiatura scritta dal regista stesso (all'esordio) subito dopo essersi diplomato alla scuola di cinema, un film bizzarro e unico nel suo genere: un thriller enigmatico che innesta suggestioni e angosce disturbanti, alla David Lynch, su uno scenario da tipica commedia scolastica liceale, con tanto di rapporti con gli amici, i famigliari, gli insegnanti in una piccola cittadina (in Virginia). Passato quasi inosservato alla sua uscita, si conquisterà rapidamente la fama di cult movie per il fascino che esercita su uno spettatore al quale vengono forniti numerosi elementi che sembrano acquistare significato soltanto con il senno di poi, al termine del "loop" temporale, o con una seconda visione (altamente ripagante: è un film che andrebbe certamente visto più di una volta). Eccezionale il comparto attoriale: Jake Gyllenhaal era quasi agli esordi, sua sorella Maggie interpreta la sorella maggiore dello stesso Donnie, i genitori sono Holmes Osborne e l'ottima Mary McDonnell, mentre fra i comprimari troviamo nomi noti come Drew Barrymore (l'insegnante di letteratura), anche produttrice, e Patrick Swayze (il "guru" del pensiero attitudinale), oltre a Katharine Ross (la terapista), Beth Grant (l'insegnante bigotta) e Jolene Purdy (la compagna introversa). Nella colonna sonora di Michael Andrews, anche canzoni dei Tears for Fears (compresa una cover di "Mad World"), Joy Division, Echo & the Bunnymen. Curiosità: il film si svolge nell'arco di 28 giorni (dal 2 ottobre 1988 al 30, Halloween): lo stesso periodo di tempo impiegato da Kelly prima per scriverlo e poi per girarlo. Nel 2009, senza il contributo del regista originale, è uscito "S. Darko", un sequel dedicato alla sorella minore di Donnie, Samantha.

9 aprile 2022

Gods of Egypt (Alex Proyas, 2016)

Gods of Egypt (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 2016
con Nikolaj Coster-Waldau, Brenton Thwaites
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un antico Egitto immaginario e mitologico, uomini e dèi (che sono alti il doppio dei mortali, hanno oro anziché sangue nelle vene, e possono trasformarsi in creature metalliche e ibride uomo-animale) convivono pacificamente e in prosperità, grazie all'illuminata saggezza del re Osiride. Quando il suo malvagio fratello Seth (Gerard Butler) ne usurpa il trono, accecando ed esiliando il legittimo erede Horus (Nikolaj Coster-Waldau), signore dell'aria, il paese piomba in rovina. Ad aiutare Horus a reclamare il trono sarà un mortale, l'orgoglioso e coraggioso ladruncolo Beck (Brenton Thwaites), in cerca di un modo per riportare in vita la ragazza che ama, Zaya. La mitologia egiziana è solo un pretesto per mettere in scena un'avventura fantasy e d'azione, ambientata in un mondo fantastico e soprannaturale, dove l'influenza delle divinità sulla vita degli uomini è quanto mai concreta (il "cattivo" Seth impone ai mortali di dover pagare in denaro o altre ricchezze il passaggio nell'aldilà). Flop al botteghino e stroncato dalla critica, il film in realtà è molto divertente se si sta al gioco: non ci si aspetti una particolare profondità, ma un puro e adrenalinico intrattenimento, senza sovrastrutture o significati retorici al di là dei luoghi comuni del genere (l'amicizia, la vendetta, l'amore). Visivamente straripante, con un'estetica visionaria che fa quasi pensare più a "Scontro tra Titani" o al Tarsem Singh di "Immortals" che non alle cupezze neo-noir di Proyas (ma senza l'inconsistenza "fuffosa" del regista indiano), il lungometraggio reinterpreta a proprio modo temi e spunti derivanti dalla mitologia (Ra, il dio del Sole, che ogni notte si batte contro il demone del caos e dell'oscurità Anofi; la Sfinge, con i suoi misteriosi enigmi; Anubi e il mondo dei morti) ma si concede anche lunghe ed elaborate sequenze d'azione, affogate in un mare di scenari in computer grafica. Eppure, a differenza di altre pellicole del genere, non ci si annoia, almeno non sempre. L'intento di Proyas era quello di realizzare una pellicola ad alto budget che non si fondasse su franchise pre-esistenti, ma il riscontro del pubblico non c'è stato. Geoffrey Rush è Ra, Élodie Yung è la dea dell'amore Hathor, Chadwick Boseman il dio della saggezza Thoth, Courtney Eaton la schiavetta Zaya (difficile non tenere gli occhi puntati sulla sua... scollatura).

7 aprile 2022

Apollo 10 e mezzo (R. Linklater, 2022)

Apollo 10 e mezzo (Apollo 10½: A Space Age Childhood)
di Richard Linklater – USA 2022
animazione rotoscope
**

Visto in TV (Netflix).

Stanley, nove anni e ultimo di sei fratelli, vive con la famiglia alla periferia di Houston: il film – il terzo di Linklater in animazione rotoscope, dopo i più artistici "Waking life" e "A scanner darkly" – rievoca in chiave nostalgica l'estate del lancio dell'Apollo 11 e della conquista della Luna, eventi (ri)visti con gli occhi dell'infanzia. Gran parte della pellicola, in effetti, è spesa a raccontare le esperienze di quei mesi: la vita in famiglia, i giochi più o meno pericolosi con i fratelli e gli altri ragazzi del quartiere, le canzoni, i film e i programmi TV dei tardi anni Sessanta, il tutto mentre il programma spaziale della NASA domina l'interesse collettivo e l'immaginario di tutti. In effetti lo stesso Stanley, nella sua immaginazione, si vede partecipare alla grande impresa, assoldato per testare il modulo lunare e poi raggiungere in segreto la Luna (con la missione Apollo 10 e mezzo) prima dei veri astronauti. Parzialmente autobiografico (e in questo molto simile come impostazione al recente "Belfast" di Kenneth Branagh, nonché a mille altri film del genere), visto che lo stesso Linklater è nato a Houston nel 1960, il lungometraggio è però nel complesso noiosetto, come quando qualcuno ti vuole raccontare per forza le sue esperienze d'infanzia, anche se sono poco interessanti. La voce narrante (di Stanley da adulto), in originale, è di Jack Black. Fra i tanti film di quegli anni citati nella pellicola, c'è "Conto alla rovescia" di Robert Altman.

5 aprile 2022

Alta fedeltà (Stephen Frears, 2000)

Alta fedeltà (High Fidelity)
di Stephen Frears – GB/USA 2000
con John Cusack, Iben Hjejle
***

Rivisto in TV (Disney+).

Dopo la rottura con la fidanzata Laura (Iben Hjejle), l'ansioso Rob Gordon (John Cusack), ex DJ, appassionato di musica e proprietario di un negozio di dischi nella periferia di Chicago, ripensa alle sue storie sentimentali passate e ai motivi per cui sono finite male. Per capirne le ragioni, decide di rintracciare le cinque ragazze che gli hanno spezzato di più il cuore: la "top five" delle rotture più dolorose. Insieme ai due dipendenti che lavorano nel suo negozio, il timido Dick (Todd Louiso) e l'esuberante Barry (Jack Black), è infatti solito passare il tempo snocciolando classifiche sulle cose più svariate: a cominciare dalla musica, certo (i dischi o le canzoni più belle su particolari temi), ma anche su tutti gli aspetti della sua vita privata. Dall'omonimo romanzo di Nick Hornby (che però era ambientato a Londra), una pellicola che trasuda amore, oltre che per i simpatici personaggi e per le loro vicende romantiche, soprattutto per la musica. Il negozio di Rob vende vinili e si rivolge ad appassionati consapevoli della grande musica del passato, che non inseguono soprattutto le mode, a costo di essere sbeffeggiati nei loro gusti dall'atteggiamento snob dei suoi commessi (in particolare dal provocatorio Barry): e il fascino per i vecchi dischi, le lunghe discussioni sugli artisti e sui concerti, i sogni di far parte di quel mondo porteranno Rob, nel finale, a lanciarsi persino a produrre il CD di due ragazzini che bazzicano il suo negozio (spesso rubando, più che comprando, gli album esposti). In linea con il romanzo di Hornby, cui è piuttosto fedele, il film è brillante e spigliato, condotto per mano da un protagonista insicuro e semi-depresso, che parla in camera direttamente con lo spettatore (rivelando, fra le varie cose, i segreti per realizzare una compilation ideale su cassetta) e ripercorre le sue storie passate, il tutto mentre cerca (e spera) disperatamente di ricucire i rapporti con Laura. Le sue ex ragazze sono interpretate, fra le altre, da Catherine Zeta-Jones, Lili Taylor e Joelle Carter. Tim Robbins è Ian/"Ray", la nuova fiamma di Laura; Lisa Bonet è la cantante Marie DeSalle; Joan Cusack (sorella di John) è Liz, amica di Laura e Rob; Bruce Springsteen ha un cameo nel ruolo di sé stesso. Ottimo Black. Ricchissima, ovviamente, la colonna sonora (per non parlare dei brani o dei dischi soltanto menzionati nei dialoghi): per selezionarne i contenuti, Frears e gli sceneggiatori hanno passato in rassegna circa 2000 canzoni!

3 aprile 2022

Red (Domee Shi, 2022)

Red (Turning Red)
di Domee Shi – USA 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Quando entra nella pubertà, la tredicenne Mei – ragazzina di origine cinese, ma residente con la famiglia a Toronto – scopre di trasformarsi in un gigantesco panda rosso ogni volta che è in preda a forti emozioni. Si tratta di una "maledizione" che da sempre colpisce le donne della sua famiglia, ma che è possibile eliminare con un complicato rituale: peccato che questo debba essere eseguito nella stessa sera di plenilunio in cui la ragazzina progettava di andare con le amiche (e di nascosto dai genitori) al concerto della loro boy band preferita... I temi della crescita, dell'improvviso e inaspettato ingresso nell'età adulta ("Sono un orribile mostro rosso", esclama Mei dopo la prima trasformazione, con un esplicito riferimento alle prime mestruazioni), della ribellione ai genitori (una sfida mossa dalle difficoltà di essere all'altezza delle aspettative della madre, una tipica e terribile asian mom, ingombrante e protettiva, che controlla ogni aspetto della vita della figlia e si attende da lei l'eccellenza in ogni campo) e del "non nascondere il lato negativo di sé, ma trovargli posto e conviverci" (il messaggio di "non reprimere la bestia, ma darle sfogo" fa inevitabilmente volare il pensiero al "Dottor Jekyll e Mister Hyde" di Stevenson, di cui la pellicola è praticamente una rilettura, magari ispirata anche a "Ranma 1/2" e "Totoro") sono al centro di un film simpatico, benché semplicistico e un po' troppo piacione e giovanilistico. Targato Pixar, sembra quasi strizzare gli occhi più alla televisione che al cinema. In effetti, come i precedenti "Soul" e "Luca", è uscito direttamente sulla piattaforma di streaming Disney+, anziché nelle sale. È il primo lungometraggio diretto dalla sino-canadese Domee Shi (anche sceneggiatrice), dopo il corto "Bao" del 2018.