13 aprile 2021

The odd one dies (Patrick Yau, 1997)

The Odd One Dies (Liang ge zhi neng huo yi ge)
di Patrick Yau – Hong Kong 1997
con Takeshi Kaneshiro, Carman Lee
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il giovane delinquente Mo (Kaneshiro), taciturno e testa calda, viene assoldato come killer a pagamento per uccidere un gangster thailandese che sta per giungere a Hong Kong. Dopo aver vinto inaspettatamente una forte somma di denaro al gioco, però, Mo decide di "subappaltare" il pericoloso incarico a un'ex detenuta dal passato torbido (Carman Lee). Ma nell'attesa del momento in cui dovranno colpire, i due finiranno per innamorarsi e progetteranno di fuggire all'estero. Prodotto da Johnnie To e scritto da Wai Ka-Fai, il primo film di Patrick Yau (regista che nel resto della carriera non combinerà poi molto: dopo altre due pellicole per la Milkyway, "The longest nite" e "Expect the unexpected", si dedicherà per lo più alla tv) è interessante soprattutto sotto l'aspetto stilistico, che a tratti ricorda i primi lavori di Wong Kar-wai (forse anche per la presenza dell'attore protagonista, che per Wong aveva recitato in "Hong Kong Express" e "Angeli perduti"): molto stilizzato, fa ampio uso di inquadrature sghembe, macchina da presa mobile, ricchezza di primi piani e una fotografia notturna e colorata. L'atmosfera dunque non manca, condita da una robusta dose di fatalismo romantico da neo-noir e black humour: ma la storia dei due loser in cerca di una via di fuga dalle proprie miserie appare a tratti un po' troppo disgiunta, fra occasionali tormentoni comici (il boss della triade cui vengono tagliate le dita) alternati a momenti (melo)drammatici.

12 aprile 2021

Il verde prato dell'amore (Agnès Varda, 1965)

Il verde prato dell'amore (Le bonheur)
di Agnès Varda – Francia 1965
con Jean-Claude Drouot, Marie-France Boyer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

François (Drouot) lavora come falegname a Fontenay-sous-Bois, appena fuori Parigi, ed è felicemente sposato con Thérèse, che gli ha dato due figli piccoli. Quando conosce la graziosa commessa delle poste Émilie (Boyer), si innamora anche di lei. Convinto che "la felicità si somma", e che dunque gli è permesso amare le due donne contemporaneamente, confida con totale sincerità i suoi nuovi sentimenti alla moglie durante un picnic sull'erba... Il terzo film di Agnès Varda (e il primo a colori) racconta con leggerezza l'illusione (maschile) della libertà amorosa e della condivisione aperta della propria felicità, in un contesto quasi idilliaco e bucolico, sottolineato dalla colonna sonora con musiche di Mozart e dal montaggio sbarazzino, che si fa spezzettato a seconda dello stato d'animo dei personaggi (vedi per esempio il momento dell'incontro di François ed Émilie sulla soglia dell'appartamento di lei). Molto interessante anche la fotografia, che punta sui colori primari (verde, giallo, rosso) come per rispecchiare le varie stagioni (la storia si svolge dalla primavera all'autunno) e che rende le scene in campagna quasi dei dipinti di Renoir. Naturalmente la tragedia farà capolino all'improvviso, a indicare che si trattava solo di un'illusione. Da notare che i membri della famiglia Chevalier (François, la moglie e i due bambini) sono interpretati da una vera famiglia (Jean-Claude, Claire, Olivier e Sandrine Drouot). Orso d'argento al festival di Berlino.

11 aprile 2021

Aliens of the deep (James Cameron, 2005)

Aliens of the deep (id.)
di James Cameron e Steven Quale – USA 2005
con James Cameron, Dijanna Figueroa
**

Visto in divx.

In compagnia di alcuni biologi marini, ma anche di scienziati dello spazio (perché l'esplorazione dell'ignoto sulla Terra è simile a quello su altri pianeti), James Cameron viaggia in diversi siti nell'Oceano Atlantico e Pacifico per immergersi con un mini-sottomarino e osservare le creature che vivono negli abissi, veri e propri "alieni" come quelli che, immagina, potrebbero trovarsi su altri mondi. Dopo "Expedition: Bismarck" e "Ghosts of the abyss", il regista continua a coltivare e a sguazzare nelle sue passioni con un altro documentario sul tema dell'esplorazione subacquea. Stavolta l'obiettivo non è il relitto di una nave, ma semplicemente la fauna (compresi batteri e molluschi!) che vive nei luoghi più remoti del nostro pianeta, a chilometri di profondità sotto il livello del mare, in particolare in corrispondenza di particolari conformazioni geologiche come i camini idrotermali: creature a tratti irreali, spesso sconosciute, e dall'aspetto decisamente "alieno". Non mancano divagazioni sulla tecnologia, sulle missioni della NASA (come l'invio dei rover su Marte o le ipotetiche esplorazioni di Europa) e la ricerca di vita extraterrestre, argomenti su cui il documentario specula e si interroga (con tanto di ricostruzione digitale: il film si conclude immaginando l'incontro con una razza di alieni sottomarini sul satellite di Giove). Nel complesso interessante, anche se salta un po' di palo in frasca e non approfondisce veramente l'argomento della vita sottomarina se non a livello di suggestione (si confronti per esempio con "Atlantis" di Luc Besson). Alla regia è accreditato anche Steven Quale, già direttore della seconda unità in "Titanic".

10 aprile 2021

Ghosts of the abyss (James Cameron, 2003)

Ghosts of the Abyss (id.)
di James Cameron – USA 2003
con Bill Paxton, James Cameron
**

Visto in divx.

"Tu lasci il Titanic, ma lui non lascia mai te". Nel 2001, quattro anni dopo l'uscita del film che gli regalò una (meritata) montagna di Oscar, James Cameron torna sul luogo dell'affondamento del celebre transatlantico per esplorarne il relitto sul fondale marino grazie a nuove tecnologie, in particolare i mini-sommergibili Mir della nave oceanografica Akademik Keldysh e i due robot dotati di videocamera Jake ed Elwood progettati da suo fratello Mike. Ad accompagnarlo, e a fungere da voce narrante, ci sono l'attore Bill Paxton (che nel film interpretava il cacciatore di tesori Brock Lovett) più numerosi scienziati, ricercatori e storici. Si sa, le immersioni subacquee e il Titanic sono due pallini del regista canadese, che in questo documentario (uscito nelle sale in 3D, e "rimpolpato" fino a un'ora e mezza di durata per la distribuzione in home video) cerca di coinvolgere anche uno spettatore che però, se non condivide la passione per l'argomento, rischia di annoiarsi. Non che il documentario non sia fatto bene o esaustivo: il problema è che non racconta nulla di davvero nuovo e di importante sulla nave, sui personaggi a bordo e sul loro destino che non si fosse già detto o compreso a sufficienza nel film del 1997. Chi ha visto quello, troverà questo ridondante (a meno di non appassionarsi alle vicissitudini degli scienziati che cercano di recuperare i robot sottomarini con cui hanno perso brevemente i contatti). L'anno precedente Cameron aveva realizzato un documentario simile su un'altra nave, la tedesca Bismarck, e due anni più tardi tornerà nelle profondità oceaniche a osservarne le forme di vita ("Aliens of the deep").

9 aprile 2021

Expedition: Bismarck (James Cameron, 2002)

Expedition: Bismarck
di James Cameron, Gary Johnstone – USA 2002
con James Cameron, Mike Cameron
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Documentario televisivo (realizzato per Discovery Channel) in cui James Cameron, in compagnia del fratello Mike (che ha progettato due robot dotati di videocamera per le riprese sottomarine, ribattezzati Jake ed Elwood, come i Blues Brothers!), di alcuni storici e di un gruppo di superstiti del naufragio, va alla ricerca del relitto della nave da battaglia tedesca Bismarck, affondata dalla flotta inglese al largo delle coste francesi nel 1941, in piena seconda guerra mondiale. In effetti lo scafo era già stato individuato sul fondale dell'Oceano Atlantico nel 1989, ma qui per la prima volta viene raggiunto ed esplorato da vicino, grazie alla nave oceanografica russa Akademik Keldysh e ai suoi mini-sommergibili chiamati Mir. Il film ne ricostruisce la dinamica dell'affondamento, oltre a raccontarne le ultime ore attraverso le testimonianze dei sopravvissuti (soltanto un centinaio di membri dell'equipaggio, su oltre 2200 che erano a bordo, riuscirono a salvarsi) e brevi filmati con attori ed effetti speciali. Le vicende sono anche collocate nel più ampio contesto della guerra e del tentativo dei tedeschi di controllare il traffico navale attorno alla Gran Bretagna. La voce narrante è quella di Lance Henriksen (che per Cameron aveva recitato in "Piraña paura", "Terminator" e "Aliens"). Da notare che la spedizione è stata effettuata nel maggio del 2002, dunque otto mesi dopo quella analoga che il regista canadese, sempre a bordo della stessa nave e con il medesimo equipaggiamento, aveva compiuto per esplorare nuovamente il Titanic, quattro anni dopo il suo celebre film, e che sarà narrata in un altro documentario (stavolta in 3D e distribuito nelle sale cinematografiche), "Ghost of the abyss".

8 aprile 2021

Voglio danzare con te (M. Sandrich, 1937)

Voglio danzare con te (Shall we dance)
di Mark Sandrich – USA 1937
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**1/2

Visto in divx.

Il ballerino classico Peter P. Peters (Astaire), che sulle scene si fa passare per il russo "Petrov", si innamora della danzatrice di varietà Linda Keene (Rogers) e la segue da Parigi a New York. Per via di un equivoco, tutti però si convincono che i due si siano sposati in segreto. L'unico metodo per risolvere la situazione, pensano, è quello di sposarsi veramente per poi divorziare... Settimo film di Fred e Ginger, il quarto diretto da Sandrich: a questo giro il valore aggiunto sono le musiche di George Gerschwin, con canzoni (su testi di Ira Gerschwin) come "They Can't Take That Away from Me" e "Let's Call the Whole Thing Off" (con il celebre verso "You like tometo, and I like tomato..."), nonché svariati numeri di ballo, anche se rispetto alle altre pellicole della coppia qui i due danzano relativamente poco insieme, giusto nella sequenza della grande sala da pranzo dell'albergo (dopo quasi un'ora di film!). In generale la partitura sinfonica gioca a mescolare la musica classica e il jazz, che rappresentano i due personaggi. Altre sequenze di danza sono quelle nella sala macchine della nave ("Slap That Bass", con Fred che balla il tip tap accompagnato da una banda di musicisti di colore, che ricorda un numero analogo di "Seguendo la flotta") e quella finale, dove a fianco di Astaire non c'è Rogers ma la ballerina Harriet Hoctor (accreditata nei panni di sé stessa), seguita da un gruppo di venti coriste con la maschera di Linda. Edward Everett Horton (l'impresario di Petrov) ed Eric Blore (l'usciere dell'albergo a New York) forniscono il consueto supporto comico. Nel cast anche Jerome Cowan (amico e impresario di Linda, che complotta affinché non lasci le scene), Ketti Gallian (l'ex partner di Petrov, che sparge la falsa voce del suo matrimonio) e William Brisbane (il corteggiatore di Linda). Coreografie di Astaire, Hermes Pan e Harry Losee.

7 aprile 2021

Amores perros (Alejandro G. Iñárritu, 2000)

Amores perros (id.)
di Alejandro González Iñárritu – Messico 2000
con Gael García Bernal, Emilio Echevarría
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Tre storie di persone e di cani (perros, parola che in spagnolo, come in italiano, può essere usata come aggettivo denigrativo: "amori cattivi") si intrecciano a Città del Messico. Il giovane Octavio (Gael García Bernal), innamorato di Susana (Vanessa Bauche), moglie del suo violento fratello Ramiro (Marco Pérez), sogna di fuggire con lei e a questo scopo comincia a procurarsi il denaro necessario facendo combattere il suo cane Kofi in un ring di combattimenti clandestini. La fotomodella Valeria (Goya Toledo), dopo aver perso l'uso delle gambe in un incidente stradale, vede incrinarsi il rapporto con l'amante Daniel (Álvaro Guerrero) anche per le peripezie del suo cagnolino Richie nel nuovo appartamento della coppia. Il barbone El Chivo (Emilio Echevarría), che si procura da vivere per sé e per i suoi numerosi cani lavorando come sicario per un corrotto agente di polizia (José Sefami), cerca di riallacciare i rapporti con la figlia che aveva abbandonato vent'anni prima per andare a fare il guerrigliero. Pellicola d'esordio per Iñárritu, scritta dall'amico Guillermo Arriaga, con cui collaborerà anche nei due lavori successivi ("21 grammi" e "Babel"). Come quelli, anche questo è un film corale con numerosi personaggi e storie che si intrecciano, al punto da non consentire una semplice divisione in tre parti: situazioni e protagonisti di ciascuna delle vicende appaiono anche nelle altre due, con diversi punti di contatto (in particolare l'incidente stradale che cambia il destino di tutti), in maniera non dissimile da "Prima della pioggia" e "Pulp fiction". Il tema principale è quello della fedeltà e del tradimento, evidente non solo nei rapporti con i cani ma anche fra le persone, spesso imparentate fra loro: da fratelli che si odiano (Octavio e Ramiro, ma anche il mandante e la vittima dell'omicidio che viene commissionato al Chivo) a coniugi che si tradiscono (Susana e Ramiro, Daniel e la moglie). E la violenza fa capolino da ogni parte, mescolata all'amore, spesso trasfigurata nel rapporto con gli animali. E così c'è chi uccide od odia le persone ma ama i cani (El Chivo) e chi li sfrutta soltanto per far soldi (Mauricio (Gerardo Campbell), il "rivale" di Octavio), cani che a loro volta rispecchiano il ventaglio di ruoli e sfumature dei personaggi umani. Esemplare Kofi, il rottweiler di Octavio, che si rivela un killer talmente spietato da innescare un cambiamento nel Chivo e costringerlo a ripensare la propria esistenza. Piuttosto lungo, è un film duro, spietato e intenso, adrenalinico e cruento, capace però di raccontare storie che scuotono nel profondo, senza divisioni nette fra bene e male o fra buoni e cattivi, dove le persone si comportano come cani e viceversa. Da guardare, magari, a fianco del "Dogman" di Garrone. Le sequenze dei combattimenti fra cani sono impressionanti, ma a quanto pare sono simulate: un cartello nel finale sottolinea che a nessun animale è stato recato danno durante le riprese. Grande successo di critica, con premi a numerosi festival e nomination agli Oscar per il miglior film straniero: sia il regista, sia lo sceneggiatore, sia l'attore protagonista (García Bernal) avvieranno da qui una fortunata carriera hollywoodiana.

6 aprile 2021

Birds of prey (Cathy Yan, 2020)

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (Birds of Prey (and the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn))
di Cathy Yan – USA 2020
con Margot Robbie, Ewan McGregor
**

Visto in TV (Now Tv).

Lasciata dall'amato Joker, la psicopatica Harley Quinn (Margot Robbie) decide che è l'occasione giusta per cambiare vita e mettersi in proprio. Sulle tracce di un prezioso diamante/MacGuffin, inghiottito dalla giovane borseggiatrice Cassandra Cain (Ella Jay Basco) e concupito dal boss criminale Roman Sionis/Maschera Nera (Ewan McGregor), sarà costretta ad allearsi con altre super(anti-)eroine, quali Black Canary (Jurnee Smollett-Bell), la Cacciatrice (Mary Elizabeth Winstead) e la detective di polizia Renee Montoya (Rosie Perez). Narrato (in maniera disgiunta) dalla protagonista in prima persona, e rivolgendosi direttamente agli spettatori, un film che rispetto al precedente "Suicide Squad", dove era stato introdotto il personaggio, schiaccia più esplicitamente sul pedale della commedia action/supereroistica alla "Deadpool" (o "Kick-Ass"): un divertimento decerebrato (e femminista: le eroine sono tutte donne, i cattivi tutti uomini e spesso picchiati senza pietà), stupido e irriverente, certo, ma pur sempre divertimento. Il ritmo frenetico senza pause, la natura anarchica del personaggio principale, i costumi punk e colorati, il profluvio di gag e battutine (anche visive: si pensi alle tante scritte o ai disegnini in sovrimpressione), un pizzico di understatement e i tocchi cinici e grotteschi arricchiscono una trama generica che sembra solo un pretesto per far interagire i vari personaggi. Anche le sequenze d'azione non vanno prese sul serio: l'abbondante violenza, in fondo, è sempre da cartone animato. Fra le tante citazioni, da segnalare quella alla Marilyn de "Gli uomini preferiscono le bionde". Pur essendo ambientato a Gotham City, nel film non appaiono né il Joker né Batman (ma sono menzionati). Harley Quinn, senza le Birds of Prey, tornerà in "The Suicide Squad - Missione suicida".

5 aprile 2021

Triple agent (Éric Rohmer, 2004)

Triple agent - Agente speciale (Triple Agent)
di Éric Rohmer – Francia 2004
con Katerina Didaskalou, Serge Renko
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

La pittrice greca Arsinoe (Katerina Didaskalou) e suo marito Fiodor Voronin (Serge Renko), esule russo, vivono a Parigi nella seconda metà degli anni Trenta. Fiodor, che prima di lasciare il proprio paese aveva militato nell'armata bianca durante la guerra civile in opposizione ai bolscevichi, lavora ora per l'associazione degli espatriati russi e sembra sempre molto informato sui fatti e i retroscena politici che scuotono l'Europa e le varie diplomazie. Al punto che molti, e a volte anche la moglie, sospettano che si tratti di una spia e che faccia il doppio (o il triplo!) gioco. Ma a favore di chi? Dei comunisti sovietici? Dei nazisti tedeschi? O del governo francese? Ispirato a una storia vera (quella di Nikolai Skoblin, ex generale della Russia bianca e agente segreto sovietico, coinvolto nella misteriosa sparizione di un altro generale esule a Parigi e poi a sua volta sparito nel nulla), un film intelligente e dai risvolti interessanti con cui Rohmer, dopo "La nobildonna e il duca", torna ad affrontare a proprio modo un periodo cruciale della storia europea, anche se come sempre nel suo cinema c'è parecchia artificiosità e una forte preponderanza dei dialoghi. Anche grazie all'inserimento di materiali di repertorio (cinegiornali degli anni 1936-1940), i complessi eventi socio-politici dell'epoca (le dinamiche di governo interne alla Francia, con il tentativo del Fronte Popolare di opporsi all'avanzata fascista; la guerra civile in Spagna; i rapporti fra la Germania nazista, l'URSS e le altre potenze europee alla vigilia della guerra) fanno da sfondo alle vicende "interne" narrate soprattutto dal punto di vista ingenuo e disincantato di Arsinoe, che ne ignora i retroscena e non è al corrente delle attività del marito, di cui le giungono a tratti solo voci e accenni da parte di amici o colleghi. L'ambiguità di Fiodor ("A volte è più intelligente dire la verità che mentire, perché nessuno ti crederà"), che sembra nascondere qualcosa o simulare anche quando apparentemente parla con sincerità (non solo di politica, ma anche di arte, viaggi o progetti di vita) e che si barcamena fra punti di vista contrapposti (non esitando a discutere con colleghi zaristi, vicini di casa comunisti, amici o parenti di varie estrazioni), lascia la moglie – e noi spettatori! – nel dubbio fino alla fine (si è parlato di "opacità delle motivazioni umane"), e la sua scomparsa finale cela un enigma destinato a non essere svelato del tutto. Alla fine il valore maggiore del film sta soprattutto nel calare lo spettatore in un particolare contesto, fornendo (attraverso i dialoghi) spunti e informazioni su un periodo critico ben preciso ma poco noto della storia europea. Nel cast anche Cyrielle Clair, Grigori Manukov e Dimitri Rafalsky.

4 aprile 2021

La naissance, la vie et la mort du Christ (A. Guy, 1906)

La naissance, la vie et la mort du Christ
aka La vie du Christ
di Alice Guy, Victorin Jasset – Francia 1906
**

Visto su YouTube.

Alice Guy è stata la prima regista donna nella storia del cinema. Aveva esordito nel 1896 con "La fée aux choux" (film andato perduto, ma di cui sono sopravvissuti due remake con lievi differenze, girati dalla stessa Guy nel 1900 e nel 1902), realizzato mentre lavorava come segretaria di Léon Gaumont, fondatore dell'omonima società di materiale fotografico (divenuta in seguito un'importante casa di produzione cinematografica, la più antica tuttora in attività). Dal 1897 al 1907 diresse e supervisionò l'intero settore cinematografico della Gaumont: oltre a realizzare numerose pellicole, sperimentò anche nei campi più tecnologici della sincronizzazione del suono, della colorazione e degli effetti speciali. Dopo aver sposato il produttore britannico Herbert Blaché nel 1907, si trasferì in America insieme a lui, fondando a New York la Solax (una delle maggiori compagnie cinematografiche precedenti l'era di Hollywood) e lasciando la Gaumont nelle mani del suo assistente Louis Feuillade. Negli Stati Uniti, fra le altre cose, pare che abbia realizzato alcuni dei primi film con un cast composto soltanto da attori afro-americani.

Questo kolossal sulla vita di Cristo, da lei diretto insieme a Victorin Jasset, fu la risposta della Gaumont al grande successo della rivale Pathé, "La vie et la passion de Jésus-Christ", firmato da Ferdinand Zecca e Lucien Nonguet nel 1903. All'epoca era perfettamente normale realizzare veri e propri "remake" di pellicole di successo, anche perché le leggi sul copyright non esistevano o venivano raramente applicate, e anche in questo caso un confronto con il film della Pathé mostra tantissime similitudini, forse inevitabili visto l'identico soggetto trattato. Rispetto al film di Zecca, però, questo presenta scenografie più ricche e sontuose e risulta complessivamente più elaborato nei costumi e nella messa in scena, oltre a vantare un maggior numero di comparse (in totale ne furono usate ben 300). L'iconografia si rifà a quella classica ma anche alle celebri illustrazioni del Nuovo Testamento di James Tissot. Per quanto riguarda la regia, invece, non si notano particolari novità di rilievo, anche se la scelta delle inquadrature è varia (alcune sequenze, come l'ultima cena, non sono frontali ma in leggera prospettiva), e non mancano profondità di campo, inserti con piano americano (santa Veronica) e movimenti di macchina (la salita al Golgota). La recitazione è enfatica, con gli attori – i cui nomi restano sconosciuti – che ricorrono ad ampi gesti delle braccia. Essenzialmente si tratta della rappresentazione illustrata di episodi con cui il pubblico aveva già familiarità (non ci sono dialoghi o spiegazioni di quello che si vede sullo schermo, e se qualcuno ipoteticamente non conoscesse i Vangeli comprenderebbe poco o nulla della storia). Ogni episodio è introdotto da un cartello con il suo titolo: lo spazio maggiore è dedicato alla passione e alla via crucis, che occupano due terzi del film. L'unico vero effetto speciale (a parte le apparizioni di angeli e angioletti) è nella scena della resurrezione, in cui si vede Gesù ascendere al cielo. Nota: il film fu la prima grande produzione girata alla Cité Elgé, all'epoca il maggiore complesso di studi cinematografici e teatri di posa al mondo, costruito l'anno precedente dalla Gaumont a La Villette.

3 aprile 2021

Emma. (Autumn de Wilde, 2020)

Emma. (id.)
di Autumn de Wilde – GB 2020
con Anya Taylor-Joy, Johnny Flynn
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

La giovane aristocratica Emma Woodhouse (Anya Taylor-Joy), che vive con il padre ipocondriaco (Bill Nighy) nella campagna inglese di inizio Ottocento, ha come passatempo – per capriccio o vanità – quello di "combinare" matrimoni fra le persone che le gravitano attorno, trascurando al contempo la propria vita sentimentale. Decisa a trovare un partito all'altezza per l'amica Harriet (Mia Goth), ragazza di umili origini ma che lei è convinta essere di nascita illustre, la spinge a rifiutare la proposta dell'agricoltore Martin (Connor Swindells) in favore del benestante vicario Elton (Josh O'Connor). Scoprirà di essersi sbagliata una prima volta quando Elton si dichiarerà innamorato invece di lei, e una seconda quando il bel gentiluomo Frank Churchill (Callum Turner), su cui aveva puntato gli occhi, convola segretamente a nozze con la "rivale" Jane Fairfax (Amber Anderson). Per fortuna troverà il vero amore nella persona più vicina e inaspettata, il sensibile George Knightley (Johnny Flynn), l'unico che sa tenerle testa e parlarle con sincerità. Dal romanzo di Jane Austen (già portato sul grande schermo nel 1996 con Gwyneth Paltrow e più volte in tv, senza dimenticare la rilettura moderna in "Ragazze a Beverly Hills"), l'opera prima della fotografa e ritrattista Autumn de Wilde, figlia d'arte: ovvio che proprio la fotografia, le scenografie e i costumi siano gli elementi messi maggiormente in risalto, fra abiti elaborati e pareti dai colori pastello che donano alla pellicola un tono pop e lezioso (a metà strada fra la "Marie Antoniette" di Sofia Coppola e il cinema di Tarsem Singh e Wes Anderson). Per fortuna, dietro l'aspetto formale (comunque assai gradevole) ci sono le complesse sfumature psicologiche dei personaggi del romanzo originale, a partire dall'irriverente, capricciosa e ostinata protagonista, in un contesto di nobili ricchi, oziosi, formali, eleganti e frivoli, impelagati in un ginepraio di rompicapi amorosi. Nel cast anche Miranda Hart, Rupert Graves, Gemma Whelan e Tanya Reynolds. Nomination agli Oscar per i costumi e per il trucco. Il titolo del film comprende anche il punto finale.

2 aprile 2021

Il mercante delle quattro stagioni (R. W. Fassbinder, 1972)

Il mercante delle quattro stagioni (Händler der vier Jahreszeiten)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Hans Hirschmüller, Irm Hermann
***

Visto in divx.

Disprezzato dalla madre, dai parenti e dagli amici, con un passato di poliziotto e soldato nella legione straniera, l'umile Hans Epp (Hirschmüller) lavora come venditore ambulante di frutta e verdura nella Monaco del dopoguerra ed è sposato con l'asfissiante Irmgard (Hermann), che lo rimprovera per ogni cosa e lo tradisce con un amante. E anche se gli affari lentamente cominciano ad andare meglio, Hans si lascerà cadere in depressione fino a morire... Scritto dallo stesso Fassbinder, che lo ha prodotto con la sua neonata Tango Film, il primo film del regista tedesco a riscuotere un certo successo anche in ambito internazionale è un dramma famigliare stratificato e ricco di temi, raccontato però con semplicità e realismo. Se in certe cose ("l'universo opprimente del miracolo economico tedesco dell'«era Adenauer» con le sue contraddizioni sociali") sembra anticipare il cinema di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, in realtà Fassbinder è interessato più all'aspetto intimo e psicologico del suo personaggio, al suo "mal d'essere" che lo porta a voler morire ("Vivrà se ne ha voglia", dice di lui la sorella Anna (Hanna Schygulla), l'unica che lo difende e lo comprende in mezzo all'ipocrisia degli altri). In questo ricorda lavori precedenti di RWF come "Perché il signor R. è diventato matto?". E una struttura non del tutto lineare (scene del passato di Hans in polizia e nella legione straniera si alternano con quelle del presente) e un protagonista illustrato "dall'esterno" (vediamo e sentiamo ciò che tutti gli altri pensano di lui, ma non abbiamo mai accesso diretto ai suoi pensieri) aggiungono spessore all'insieme. Il titolo, spiega Wikipedia, è una traduzione letterale dell'espressione francese "marchand des quatre-saisons", che indica appunto gli ambulanti di frutta e verdura. Il cast comprende Karl Scheydt (l'amante di Irmgard), Klaus Löwitsch (l'amico Harry), Kurt Raab (il cognato) e Ingrid Caven (il "grande amore" di Hans).

1 aprile 2021

Ingeborg Holm (Victor Sjöström, 1913)

Ingeborg Holm, aka Il calvario di una madre (Ingeborg Holm)
di Victor Sjöström – Svezia 1913
con Hilda Borgström, Aron Lindgren
**

Visto in TV (Netflix).

Dopo la morte del marito, una donna (Hilda Borgström) si ritrova sommersa dai debiti ed è costretta a dare in adozione i suoi tre figli, mentre lei viene rinchiusa in un ricovero per poveri. Da qui evaderà (è la parola giusta!) per correre al capezzale della figlia maggiore, malata. E a causa delle avversità della vita, diverrà pazza. Rinsavirà soltanto quando, quindici anni più tardi, potrà rivedere il secondo figlio Erik, ora cresciuto e giunto a cercarla. Da un dramma teatrale di Nils Krok (ispirato forse a una storia vera), un romanzo d'appendice di puro interesse storico, essendo uno dei primi lavori importanti del futuro regista de "I proscritti" e "Il carretto fantasma". Pare che contribuì a portare all'attenzione del pubblico in Svezia le difficili condizioni degli indigenti e il modo discutibile in cui erano gestite le case di accoglienza (il direttore e il contabile del ricovero sono ritratti come particolarmente insensibili), ma a parte la buona prova della Borgström c'è poco di interessante qui a livello cinematografico (la macchina da presa è statica e sempre fissa nella stessa posizione, e gran parte delle scene, con poche eccezioni, sono girate in interni e in campo medio o lungo). Aron Lindgren interpreta sia il marito della protagonista sia il figlio da adulto.

31 marzo 2021

Captain Marvel (A. Boden, R. Fleck, 2019)

Captain Marvel (id.)
di Anna Boden, Ryan Fleck – USA 2019
con Brie Larson, Samuel L. Jackson
*1/2

Visto in divx.

Addestrata come guerriera dai Kree, razza di alieni avanzatissimi tecnologicamente, la bionda Carol Danvers (Brie Larson) è in realtà un'aviatrice terrestre che sei anni prima aveva perso la memoria dopo aver assorbito l'energia di un reattore sperimentale che le ha donato incredibili superpoteri. Inviata da Hala, capitale dell'impero Kree, in missione sulla Terra, Carol scoprirà la verità su sé stessa e che tutto ciò che il suo istruttore, Yon-Rogg (Jude Law), le ha sempre fatto credere è falso. Il primo film dell'Universo Cinematico Marvel con una protagonista femminile (ma non il primo film Marvel in assoluto con questa caratteristica, basti ricordare "Elektra") utilizza un personaggio minore della Casa delle Idee, per di più non l'unico con questo nome (il primo Capitan Marvel, Mar-Vell, appare nel film in versione femminile, mentre la seconda, Monica Rambeau, è introdotta da bambina: lo stesso nome Capitan Marvel, peraltro, era già stato usato dall'eroe Fawcett/DC oggi noto come Shazam, prima che la Marvel se ne impossessasse per ovvi motivi). In effetti nei fumetti Carol Danvers ha una storia molto lunga e travagliata alle spalle, essendo nata come semplice comprimaria nella serie del suddetto Mar-Vell, attraversando poi varie fasi e diverse incarnazioni come Miss Marvel, Binary, Warbird. Ambientato nel 1995 (cosa sottolineata allo sfinimento dalle tante citazioni pop e "culturali": Blockbuster, Altavista, i videogiochi arcade), il film si svolge prima di tutte le altre pellicole del MCU, consentendo dunque di raccontare le "origini" di Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito digitalmente di 25 anni e qui comprimario di lusso) quando non era ancora a capo dello S.H.I.E.L.D. Introduce inoltre temi fantascientifici come la guerra fra i Kree e gli Skrull, razza aliena di mutaforma che, a sorpresa, si scoprono non essere cattivi come nei comics, in un twist a metà pellicola che gioca con le aspettative dello spettatore che conosce già i fumetti (in maniera non dissimile da quanto fatto col Mandarino in "Iron Man 3"). Peccato che la trama sia in gran parte piatta, le scene d'azione generiche e noiose, la gag autoreferenziali o forzate (vedi la ragione per la quale Fury ha perso l'occhio), gli aspetti tecnico-fantascientifici incoerenti (i poteri energetici di CM si basano sui fotoni?) e i temi triti e ritriti (l'ingiustizia della guerra, il contrasto fra l'affidarsi alle proprie emozioni – che ci rendono "umani" – e il seguire ciecamente gli ordini o l'addestramento, e naturalmente il velato messaggio femminista sulla donna che non si arrende di fronte alle difficoltà e si rialza sempre). Nel cast anche Ben Mendelsohn (lo Skrull Talos), Annette Bening (il dottor Lawson, scienziata che lavora al Progetto Pegasus), Lashana Lynch (Maria Rambeau, amica di Carol e madre della suddetta Monica) e Gemma Chan (Minn-Erva, membro della Starforce dei Kree). Clark Gregg (anche lui ringiovanito digitalmente), Lee Pace e Djimon Hounsou tornano rispettivamente nei ruoli dell'agente Phil Coulson, di Ronan l'Accusatore e di Korath (questi ultimi due si erano già visti in "Guardiani della galassia"). Cameo nella metropolitana di Stan Lee (morto prima dell'uscita del film, e al quale è dedicata la title card). Fra i meta-rimandi ad altri film del MCU c'è la spiegazione di come Fury è entrato in possesso del Tesseract (il cubo cosmico visto in "Thor" e "Avengers") e ovviamente la scena nei titoli di coda, che si colloca fra "Avengers: Infinity War" ed "Endgame" e mostra il ritorno di Carol sulla Terra. Come già accaduto per i film di Captain America, il titolo mantiene la grafia inglese anche nel nostro paese ("Captain" anziché "Capitan") per motivi di marketing. Mediocre il doppiaggio italiano.

30 marzo 2021

Non sono più qui (Fernando Frías, 2019)

Non sono più qui (Ya no estoy aquí)
di Fernando Frías de la Parra – Messico 2019
con Juan Daniel Garcia Treviño, Angelina Chen
***

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Il diciassettenne Ulises (Garcia) è il leader dei "Terkos" di Monterrey, banda di ragazzi di strada appassionati di cumbia, danza tipica latinoamericana su ritmi e musiche che vengono ascoltate e ballate in versione appositamente "rallentata". Coinvolto casualmente in una faida fra trafficanti rivali di droga, è costretto a fuggire dal Messico per emigrare clandestinamente negli Stati Uniti, a New York. Qui però, nonostante l'amicizia con la giovane cinese Lin (Chen), faticherà ad adattarsi a un nuovo stile di vita. Anche perché, nonostante le molte difficoltà, non intende rinunciare alla propria cultura. Raccontato in maniera non lineare (le scene a New York si alternano con quelle, presentate in flashback, della vita precedente di Ulises in Messico), un film che si dipana lento ma caldo e immergente, gettando uno sguardo su una particolare controcultura, chiamata "Kolombia", quella appunto della cumbia rebajada, vero e proprio simbolo di identità e di gruppo (i ragazzi, oltre a ballare, hanno gesti, segni e simboli che li identificano, per non parlare dell'abbigliamento e delle acconciature eccentriche come quelle che Ulises sfoggia con orgoglio anche a New York). Siamo di fronte a una sorta di (neo)realismo di strada, dove il contesto è quasi più importante della storia e dei personaggi, e dove l'autodeterminazione e l'identità sono messe a dura prova dalle difficoltà sociali ed economiche, tanto in patria (i cartelli della droga, la violenza e le rivolte contro la polizia) quanto in esilio (i problemi di integrazione, l'indifferenza o l'ostilità verso gli immigrati). In poche parole, è uno di quei film immersivi che "apre un mondo". Molto bello anche il rapporto fra il giovane messicano e la sedicenne cinese, che parlano lingue diverse senza capirsi ma che in qualche modo entrano in contatto fra loro attraverso gli sguardi, la musica e il ballo. Gli attori sono quasi tutti non professionisti, scelti fra veri ragazzi messicani dediti alla cumbia.

29 marzo 2021

Marlowe, il poliziotto privato (D. Richards, 1975)

Marlowe, il poliziotto privato (Farewell, My Lovely)
di Dick Richards – USA 1975
con Robert Mitchum, Charlotte Rampling
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il detective privato Philip Marlowe (Robert Mitchum) viene incaricato dall'energumeno Moose Malloy (Jack O'Halloran), appena uscito di prigione, di rintracciare la sua ragazza di un tempo, Velma Valento, misteriosamente scomparsa. E nel corso delle indagini scoprirà che lo stesso Moose è oggetto di una caccia all'uomo... Secondo adattamento cinematografico (dopo "L'ombra del passato" di Edward Dmytryk) del romanzo "Addio, mia amata" di Raymond Chandler. L'ottimo cast (con Charlotte Rampling, Sylvia Miles, John Ireland, John O'Leary, Harry Dean Stanton, Anthony Zerbe, Walter McGinn e persino un giovane Sylvester Stallone) e una regia anonima ma professionale sono al servizio di una storia apparentemente ingarbugliata, ma in cui alla fine tutti i nodi vengono sciolti. Il valore aggiunto comunque è Mitchum, che dona al personaggio notevoli sfumature (il senso dell'umorismo, con la battuta sempre pronta, ma anche una dose di fatalità e di cinismo amplificata dall'età). La bella atmosfera (la Los Angeles degli anni Quaranta, mentre Joe DiMaggio batte ogni record nel baseball e dall'Europa giungono venti di guerra), i costumi e la musica fanno il resto. Mitchum tornerà nei panni del personaggio anche nel successivo "Marlowe indaga" del 1978, il che lo rende l'unico attore ad aver interpretato il ruolo due volte.

28 marzo 2021

RocknRolla (Guy Ritchie, 2008)

RocknRolla (id.)
di Guy Ritchie – GB 2008
con Gerard Butler, Tom Wilkinson
**1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

One-Two (Gerard Butler), Mumbles (Idris Elba) e Bob il bello (Tom Hardy), piccola banda di criminali londinesi, rubano a più riprese – grazie alla complicità della contabile Stella (Thandie Newton) – il denaro che il mafioso russo Yuri (Karel Roden) dovrebbe consegnare al gangster Lenny (Tom Wilkinson) per "ungere" i politici locali e ottenere così i permessi per una grande speculazione edilizia (i riferimenti sono a oligarchi come Roman Abramovich, da qualche anno proprietario del Chelsea: non a caso le riunioni d'affari di Yuri avvengono nei salottini di uno stadio di calcio). Questo complica la vita a Lenny, che Yuri sospetta di essere implicato nei furti, già nei guai perché il russo gli ha prestato un prezioso dipinto "portafortuna" che a sua volta gli è stato sottratto dal figliastro Johnny (Toby Kebbell), rocker ribelle e tossicodipendente... L'intera vicenda ci viene narrata da Archy (Mark Strong), braccio destro tuttofare di Lenny. Con una miriade di personaggi, sottotrame intrecciate e fazioni di vario genere in contrasto fra di loro, Guy Ritchie torna ai canovacci che lo hanno reso celebre (come in "Lock & Stock" e "Snatch"), ovvero storie improbabili e semi-comiche di criminali di diversa estrazione, da delinquenti di piccolo calibro a gangster inseriti nella società, da sicari armati a sbandati improvvisati, fornendo un concitato ritratto di un sottobosco di malviventi dominato da amicizie e tradimenti, regole non scritte e relazioni che corrono sul filo. Nonostante la densità di eventi (o forse proprio per questo), a tratti si ha la sensazione che si improvvisi man mano che si va avanti. Non mancano comunque bei momenti (il rapporto fra i tre ladri, in particolare dopo la rivelazione che uno di loro è gay; quello fra Johnny e il padre; la sottotrama sul misterioso "informatore" che si annida nella malavita) e alcune indovinate scene d'azione (tutta la sequenza della rapina ai danni dei due sicari russi), ma anche svolte forzate e improbabili. Curiosità: il dipinto ambito da tutti non si vede mai (è un MacGuffin, come il contenuto della valigetta di "Pulp Fiction"). Piccoli ruoli per Jeremy Piven e Gemma Arterton. Prima dei titoli di coda, una scritta annuncia che i personaggi sopravvissuti torneranno in un seguito che non è mai stato realizzato (l'intenzione di Ritchie era quella di filmare una trilogia, con Jason Statham pronto a subentrare come nuovo antagonista).

27 marzo 2021

L’orologiaio di Saint-Paul (B. Tavernier, 1974)

L’orologiaio di Saint-Paul (L'horloger de Saint-Paul)
di Bertrand Tavernier – Francia 1974
con Philippe Noiret, Jean Rochefort
***

Visto in divx, per ricordare Bertrand Tavernier.

Michel Descombes (Noiret), orologiaio nel quartiere Saint-Paul di Lione e vedovo con un figlio adolescente, è un tranquillo e onesto lavoratore. Ma la sua vita viene scossa quando il commissario di polizia Guilboud (Rochefort) gli comunica che il figlio Bernard ha ucciso un uomo. All'oscuro completamente dei motivi e dei retroscena del delitto (di stampo politico, visto che la vittima era un picchiatore fascista? per vendetta? o per una questione amorosa, dato che è coinvolta anche una ragazza?), l'uomo si rende conto della distanza che lo ha sempre tenuto lontano dal ragazzo: ma proprio questa disgrazia contribuirà a farli riavvicinare. Il primo lungometraggio di Tavernier (che in precedenza aveva diretto due brevi segmenti all'interno di altrettanti film a episodi) è tratto da un romanzo di Georges Simenon, "L'orologiaio di Everton", di cui il regista sposta l'ambientazione nella propria città natale e, insieme ai co-sceneggiatori Jean Aurenche e Pierre Bost, fonde i temi esistenziali con riferimenti all'attualità socio-politica della Francia (le elezioni, gli scioperi, i media, la contestazione giovanile, gli scontri fra destra e sinistra). La grande qualità della pellicola, magistralmente interpretata, risiede nel naturalismo ("Non è come in un film", dice più volte il commissario) e nell'umanità con cui si ritraggono personaggi che appaiono vivi e reali anche di fronte a un mistero insolubile (non verremo mai a conoscenza delle reali motivazioni del delitto di Bernard: come in un orologio, i meccanismi in moto all'interno non sono visibili). Si parte da uno scarto generazionale ("Che cosa gli avremmo fatto a questi ragazzi?" commenta ancora il commissario, anche lui padre di un figlio che non comprende) per terminare con un relativo lieto fine, quello di una nuova intesa fra padre e figlio all'insegna del reciproco rispetto e della fiducia. La pellicola ebbe una lunga gestazione, e Tavernier trovò infine i finanziamenti necessari grazie anche all'interessamento dello stesso Noiret, ma riscosse poi un ottimo successo di pubblico e di critica (vinse l'Orso d'argento a Berlino). Musiche di Philippe Sarde. Curiosità: in una scena i personaggi parlano del film "La grande abbuffata", interpretato l'anno prima proprio da Noiret.

26 marzo 2021

Squadra omicidi, sparate a vista! (D. Siegel, 1968)

Squadra omicidi, sparate a vista! (Madigan)
di Don Siegel – USA 1968
con Richard Widmark, Henry Fonda
**

Visto in TV (Now Tv).

Le storie di alcuni agenti di un distretto investigativo di New York si intrecciano nell'arco di tre giorni (dal venerdì alla domenica). I detective Madigan (Richard Widmark) e Bonaro (Harry Guardino) si lasciano sfuggire un sospetto accusato di omicidio (Steve Ihnat), che sottrae loro anche le pistole, e si danno da fare per rintracciarlo. Il capo della polizia Tony Russell (Henry Fonda) è amareggiato perché un'intercettazione telefonica mette in dubbio l'onestà del suo braccio destro e amico di sempre (James Whitmore). Il caso di un giovane di colore incriminato ingiustamente, figlio di un medico (Raymond St. Jacques), getta un'ombra di razzismo sugli uomini del distretto. In più, la sceneggiatura (di Abraham Polonsky e Howard Rodman, tratta da un romanzo di Richard Dougherty) segue i vari agenti non solo durante il lavoro ma anche nella vita privata (più o meno virtuosa), mostrandone gli amori, le amicizie, le difficoltà coniugali, i rapporti con il sottobosco criminale e i vari informatori, la costante tensione fra lo stare dalla parte giusta e il piegare le regole quando conviene. Buona l'idea (che darà vita anche a una breve serie televisiva nel 1972, sempre con Widmark) e apprezzabile il tentativo di uscire dai cliché dei generi polizieschi e noir, ma le troppe divagazioni fanno calare a tratti l'interesse di uno spettatore che, "catturato" all'inizio con la sequenza della fuga del criminale, avrebbe forse preferito che il film si concentrasse solo su quello. Nel cast anche Inger Stevens (la moglie di Madigan), Susan Clark, Don Stroud. Pare che sul set il produttore Frank Rosenberg si scontrò a più riprese con il regista Don Siegel.

25 marzo 2021

Ma Rainey's Black Bottom (G. C. Wolfe, 2020)

Ma Rainey's Black Bottom (id.)
di George C. Wolfe – USA 2020
con Chadwick Boseman, Viola Davis
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Nella Chicago del 1927, quattro musicisti di colore attendono l'arrivo della cantante Ma Rainey (Viola Davis), detta la "madre del blues", per una sessione di registrazione prima di una tournée. Fra di loro c'è il giovane e ambizioso trombettista Levee (Chadwick Boseman), che sogna di scrivere le proprie canzoni e di mettere in piedi una band. Ma dovrà scontrarsi non solo con i colleghi più veterani e realisti e con la personalità strabordante di Ma, primadonna che intende sfruttare fino in fondo i privilegi ottenuti col proprio successo (ben consapevole che i produttori sono interessati solo ai profitti che la sua voce garantisce), ma soprattutto con un mondo ancora in preda a ingiustizie e iniquità legate al colore della pelle, fonte in lui di traumi, rabbia e frustrazione. Anche se si parla en passant di arte, lavoro o religione, infatti, il vero tema è quello razziale, trend topic di particolare peso in tempi di movimento BLM (Black Lives Matter). Di evidente origine teatrale (il dramma di August Wilson si svolge praticamente in tempo reale, in due soli ambienti – la sala di registrazione e lo scantinato sottostante – e con una manciata di attori), ma col valore aggiunto della bella e calda fotografia, un film dove tutto collima verso un tragico (ma non inaspettato) finale. Bravi gli attori: Glynn Turman, Colman Domingo e Michael Potts sono gli altri tre musicisti, più anziani di Levee; Dusan Brown (il nipote balbuziente Sylvester) e Taylour Paige (la "ragazza") sono l'entourage di Ma Rainey; i bianchi Jeremy Shamos e Jonny Coyne sono rispettivamente il manager e il produttore discografico. Ma a sorprendere è soprattutto Boseman, al suo ultimo film (è morto di tumore durante la post-produzione) e decisamente più convincente qui, in un film su piccola scala ma intenso, che nello spettacolone "Black Panther". Cinque nomination agli Oscar: per Boseman (probabilmente il favorito per la statuetta, visti anche i precedenti di Peter Finch e Heath Ledger), Davis, la scenografia, i costumi e il trucco. Il titolo è quello di una delle canzoni del repertorio di Ma Rainey, alcune vere foto della quale (con la sua band) scorrono sui titoli di coda.

24 marzo 2021

Face/Off (John Woo, 1997)

Face/Off - Due facce di un assassino (Face/Off)
di John Woo – USA 1997
con John Travolta, Nicolas Cage
***

Rivisto in DVD.

L'agente speciale dell'FBI Sean Archer (John Travolta) ha un conto in sospeso con il terrorista mercenario Castor Troy (Nicolas Cage), maniaco psicopatico al quale dà la caccia incessantemente sin da quando questi, sei anni prima, ha ucciso il suo figlioletto Tommy. Dopo averlo finalmente catturato, Sean è costretto ad assumere in segreto le fattezze del suo nemico grazie a un'innovativa procedura che sostituisce chirurgicamente al suo volto quello di Troy: l'obiettivo è introdursi nel carcere criminale dove è rinchiuso il fratello di Castor, Pollux (Alessandro Nivola), e scoprire da lui dove si trova la bomba che i due avevano collocato nel centro di Los Angeles. Ma nel frattempo Castor si risveglia dal coma, costringe i chirurgi a impiantargli il volto di Archer e uccide tutti coloro che sono a conoscenza dello scambio. I due rivali si troveranno così ad affrontarsi l'uno dei panni dell'altro, all'insaputa di avversari e alleati (compresi moglie e figlia di Sean, nella cui casa Troy si è intrufolato)... Di gran lunga il miglior film di John Woo a Hollywood, anche perché può contare finalmente su una storia originale e interessante (lo script è di Mike Werb e Micheal Colleary), per quanto piena di risvolti improbabili. In effetti la sceneggiatura era stata inizialmente pensata per un film di fantascienza: Woo volle invece ambientare la storia ai giorni nostri per focalizzarsi di più su scene d'azione adrenaliniche ed esagerate sì, ma "realistiche" (non ci sono effetti speciali digitali), il che va a discapito della plausibilità della vicenda. Bisogna infatti fare ricorso a una robusta dose di sospensione dell'incredulità per accettare che possa esistere una tecnica chirurgica in grado di scambiare in maniera rapida e reversibile non solo i volti ma anche le fattezze (dalla corporatura alla voce) di due persone in modo tale da ingannare tutti coloro che le conoscono: ma se si riesce a non pensarci troppo, ci si può godere un action movie tesissimo e stratificato, basato sul classico tema della battaglia fra bene e male (impersonati qui da due personaggi agli antipodi sotto ogni punto di vista, ma che proprio per questo finiscono col fondersi e confondersi fra loro: simbolica la scena in cui si sparano a vicenda dai due lati di uno specchio).

La regia di Woo mette in mostra tutti i suoi punti di forza – l'eleganza e l'enfasi, con ralenti e coreografie esemplari non solo nelle sequenze d'azione ma anche nei momenti minori (vedi l'istante in cui Cage esce dall'auto all'aeroporto, con il vento che gli solleva lo spolverino: un'entrata in scena davvero cool!), la capacità di mediare fra melodramma ed heroic bloodshed – e i suoi marchi di fabbrica (le immancabili colombe che volano in chiesa, una citazione da "The killer", così come le sparatorie con due pistole, i mexican standoff, gli abiti eleganti di eroi e criminali, l'inseguimento in motoscafo). L'origine fantascientifica della storia è evidente anche nella sequenza ambientata in carcere (con gli stivali magnetici per "bloccare" i prigionieri violenti). L'idea del criminale che sotto false fattezze si introduce nella vita di una famiglia infelice, risultando quasi un marito e un padre migliore di quello vero, ricorda una sottotrama della quarta serie de "Le bizzarre avventure di Jojo" (quella di Kira/Kawajiri). E il lieto fine, forse imposto dalla produzione, è talmente assurdo e forzato che Woo lo sottolinea ironicamente con l'illuminazione diffusa sul retro della scena. Buono il cast, con Travolta e Cage che devono alternarsi nel ruolo del "buono" e del "cattivo" (e provare a recitare l'uno nella parte dell'altro, imitandone le caratteristiche). Da notare che Travolta era già stato l'antagonista nel precedente film americano di Woo, "Nome in codice: Broken Arrow". Cage sembra prenderlo in giro quando ironizza su "questi capelli, questo naso e questo mento ridicolo". Nel cast anche Joan Allen (la moglie di Sean), Dominique Swain (la figlia ribelle), Gina Gershon (l'amante di Castor), Harve Presnell, Nick Cassavetes, Margaret Cho, CCH Pounder e Thomas Jane. La colonna sonora è di John Powell, con occasionali brani di Händel, Mozart, Chopin, e "Somewhere over the rainbow" abbinata a una violenta sparatoria!

22 marzo 2021

Quindici anni

Cari amici e lettori, oggi questo blog compie la bellezza di quindici anni! Sono il primo a essere sorpreso per la mia costanza nel portare avanti da così tanto tempo un progetto così impegnativo.



Purtroppo un anniversario così importante giunge mentre ci troviamo ancora in piena pandemia di Covid-19, evento funesto che, fra le altre cose, ha costretto alla chiusura le sale cinematografiche. Di fatto il 2020/21 è stato un anno senza cinema, inteso come luogo fisico per la visione e la condivisione delle pellicole. "Guardare un film è come fare insieme lo stesso sogno", recita una frase che a lungo ho meditato se inserire come sottotitolo nel mio blog: questa pandemia ci ha impedito di sognare insieme, costringendoci a ripiegare sulle visioni casalinghe. Anch'io ho incrementato queste ultime, ricorrendo sempre più spesso alle piattaforme on demand come Netflix, Prime, Now Tv e RaiPlay, che hanno sostituito in gran parte le visioni in sala e su DVD (a questo proposito, ho cominciato a indicare su quale servizio è avvenuta la visione dei film, anziché il generico "Visto in TV" che usavo in precedenza). Anche per questo motivo, il numero di titoli recensiti sul blog negli ultimi dodici mesi è stato il più alto di sempre: ben 371, oltre uno al giorno!



Di questi 371 (che portano il totale dei film nel blog a 3820), nessuno pertanto è stato visto in sala: per la prima volta in vita mia da quando ho memoria, non sono andato al cinema in un intero anno! Altre statistiche: 286 titoli erano il frutto di una prima visione, mentre 85 sono stati i film rivisti (almeno) una seconda volta. I registi più frequentati nell'arco degli ultimi dodici mesi sono stati David Cronenberg con 8 film, Otar Iosselliani con 7, Woody Allen con 6, seguiti da Ivan Reitman con 5, Jean-Luc Godard, Eric Rohmer, Winsor McCay, Isao Takahata e W.S. Van Dyke con 4.



Nel corso dell'anno ho completato le filmografie, fra gli altri, di Stanley Kubrick, Sergio Leone e Michael Cimino: ricordo che uno degli obiettivi del blog è quello di fare lo stesso per i registi più importanti. Inoltre, con la pubblicazione di "Sangue bleu" a ottobre, ho raggiunto un piccolo traguardo: sono presenti almeno tre recensioni per ogni anno di produzione dal 1894 a oggi!
In questo post vi propongo alcuni grafici che illustrano la tipologia di film recensiti sul blog, divisi per nazione (considerando anche le varie co-produzioni) e per anno. Ricordo che gli elenchi di tutti i film si trovano in alto nella colonna di sinistra, per chi accede al blog da desktop e non da mobile.

21 marzo 2021

Sound of metal (Darius Marder, 2020)

Sound of metal (id.)
di Darius Marder – USA 2020
con Riz Ahmed, Olivia Cooke
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Il batterista Ruben (Riz Ahmed) perde improvvisamente l'udito. Non rassegnandosi alla sua condizione, cerca di mettere insieme il denaro necessario a una difficile operazione chirurgica per l'impianto di una protesi acustica (anche se potrà restituirgli soltanto un suono artificiale e metallico). E nel frattempo, su suggerimento della fidanzata Lou (Olivia Cooke), trova accoglienza in una comunità di recupero dove potrà apprendere il linguaggio dei segni e soprattutto imparare ad accettare la sua nuova realtà. Sarà l'occasione per cambiare vita e ripulirsi dalle scorie di quella precedente (Ruben ha un passato di tossicodipendenza)? E riuscirà a giungere finalmente ad apprezzare anche il silenzio? Primo lungometraggio di finzione diretto da Darius Marder, in precedenza sceneggiatore per Derek Cianfrance ("Come un tuono"), il quale ha ricambiato il favore all'amico cedendogli quello che era un suo progetto originale, basato su esperienze personali di batterista affetto da acufene. Il tema del musicista (dunque di qualcuno la cui vita ruota intorno al suono) che perde l'udito, magari proprio per l'eccessiva esposizione alla musica alta, è ovviamente un classico, con sottotesti karmici e ironici, da Beethoven in poi. Sfidando le trappole della retorica, il film vi aggiunge quello del personaggio tormentato e ribelle che deve imparare a trovare la pace e un proprio equilibrio interiore. Gli attori che interpretano i membri della comunità di non udenti sono quasi tutti non professionisti affetti veramente da sordità, mentre Paul Raci (Joe, il fondatore della comunità) è figlio di genitori sordi e dunque conosce a menadito la lingua dei segni. Nel cast anche Mathieu Amalric, il padre francese di Lou. Grande successo di critica, con sei nomination agli Oscar per il miglior film, la sceneggiatura, il montaggio, gli attori (Ahmed e Raci) e quello che forse è il valore aggiunto della pellicola, ovvero il sonoro, che "simula" le sensazioni acustiche del protagonista lasciando che anche gli spettatori sperimentino cosa si prova a vivere all'improvviso in un mondo dove le voci e i suoni che ci circondano giungono ridotti o ovattati.

20 marzo 2021

Black Mask (Daniel Lee, 1996)

La vendetta della maschera nera, aka Black Mask (Hak hap)
di Daniel Lee – Hong Kong 1996
con Jet Li, Lau Ching Wan
*1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

Sotto l'identità di Maschera Nera, il timido bibliotecario Tsui Chik (Jet Li) si batte contro i membri della Squadra 701, plotone di soldati di cui lui stesso un tempo faceva parte e ai quali sono stati rimossi chirurgicamente i centri del dolore e ogni emozione umana. Da un fumetto cinese, una pellicola d'azione con una trama risibile, personaggi stereotipati e scene di combattimenti lunghe ed estenuanti. Il setting vagamente fantascientifico (che in certe cose ricorda "Heroic Trio") è subito perso per strada, le motivazioni dei cattivi sono generiche (impadronirsi del traffico di droga a Hong Kong), e la regia è piuttosto grezza. Si salvano invece la fotografia (è quella tipica di molti prodotti della Film Workshop di Tsui Hark), le interpretazioni (oltre a Li, Lau Ching Wan nei panni del poliziotto e Karen Mok in quelli della buffa collega di Tsui Chik, per motivi diversi, sono una garanzia) e soprattutto le coreografie d'azione di Yuen Woo-ping. I personaggi vanno in giro vestiti di nero, con occhialini, maschere e spolverini, e per molti versi abiti, atmosfere e scenografie sembrano anticipare "Matrix" (cui collaborerà lo stesso Yuen). Ma il "costume" del protagonista, con cappellino da chauffeur, è anche una citazione del personaggio di Kato, interpretato da Bruce Lee nel serial tv "The Green Hornet". Nel cast anche Anthony Wong, Patrick Lung e Françoise Yip. Sei anni dopo uscirà un seguito, diretto in prima persona da Tsui Hark, ma senza Jet Li.

19 marzo 2021

No blood relation (Mikio Naruse, 1932)

No blood relation (Nasanu naka)
di Mikio Naruse – Giappone 1932
con Yoshiko Okada, Yukiko Tsukuba
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

L'attrice Tamae (Yoshiko Okada), che sei anni prima aveva abbandonato il Giappone, il marito Atsumi (Shunyo Nara) e la figlia appena nata per andare a lavorare a Hollywood, torna in patria arricchita e col desiderio di riprendersi la bambina. Ma la piccola Shigeko, nel frattempo, si è affezionata a Masako (Yukiko Tsukuba), la seconda moglie di Atsumi nonché la donna che l'ha cresciuta. Con l'aiuto dell'avida suocera (Fumiko Katsuragi), e approfittando dell'assenza di Atsumi (incarcerato per bancarotta!), Tamae "rapisce" Shigeko. Ma dovrà fare i conti col fatto che a rendere veramente madre una donna non è l'aver dato alla luce un figlio, ma averlo allevato... Da un racconto di Shunyo Yanagawa, un melodramma muto nobilitato dalla regia dinamica di un giovane Naruse (si tratta del suo più antico lungometraggio tuttora esistente) con un montaggio rapido e numerosi zoom. Per il resto siamo dalle parti del classico racconto a tema sul conflitto fra povertà e ricchezza ma soprattutto fra tradizione e modernità, con la Okada nei panni della "cattiva" moga (la modern girl legata ai valori e allo stile di vita occidentale), anche se lo sguardo della macchina da presa riesce a mostrarcene anche il lato simpatetico. Curiosi i personaggi maschili di contorno: da Kusakabe (Joji Oka), reduce della Manciuria, alla coppia di ladri (Ichiro Yuki e Shozaburo Abe) che bazzicano intorno a Tamae, uno dei quali è suo fratello, protagonisti di occasionali sketch. La bambina è interpretata da Toshiko Kojima, il suo compagno di giochi (sempre intento a pescare, con scarsi risultati) è Tomio Aoki, il "Tokkan Kozo" di tanti film di Ozu.

18 marzo 2021

The deep (Baltasar Kormákur, 2012)

The Deep (Djúpið)
di Baltasar Kormákur – Islanda 2012
con Ólafur Darri Ólafsson, Jóhann G. Jóhannsson
***

Visto in TV (Prime Video).

La storia vera di Guðlaugur "Gulli" Friðþórsson, marinaio su un peschereccio islandese che naufragò al largo delle isole Vestmann, nell'inverno del 1984. Sfidando ogni logica, il giovane riuscì a nuotare fino a riva, resistendo per sei ore e senza sintomi di ipotermia in acque gelide dove è difficile sopravvivere per più di venti minuti. La sua storia attrasse l'interesse dei media e degli scienziati, che cercarono di comprendere per quali motivi l'uomo fosse riuscito nella sua impresa. Il bel film la racconta con attenzione ai dettagli (la quotidianità di Gulli, la vita di bordo, il confronto con i parenti degli altri pescatori morti nel naufragio) e senza enfasi retorica o catastrofista, concentrandosi sul vissuto umano del protagonista, sul suo interrogarsi sulla natura del "miracolo" che lo ha visto coinvolto e lasciando che la bellezza delle immagini del mare islandese (con una fotografia oscura e gelida) faciliti la partecipazione dello spettatore. Un film in fondo semplice ma diretto, che senza dare risposte intende comunque stimolare riflessioni sul senso della vita e sull'incredibile forza e spirito di sopravvivenza che si nasconde nell'individuo più inaspettato, alle prese con la crudeltà della natura (il villaggio stesso di Gulli era già sopravvissuto alla grande eruzione vulcanica del 1973). Alla fine il protagonista non può far altro che tornare alla propria vita, imbarcandosi di nuovo. Sui titoli di coda, alcuni filmati di repertorio con interviste al "vero" Gulli.

17 marzo 2021

Xiaoshan going home (Jia Zhangke, 1995)

Xiaoshan going home (Xiaoshan hui jia)
di Jia Zhangke – Cina 1995
con Wang Hongwei, Dong Shuzhe
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Mediometraggio giovanile (dura un'ora scarsa) realizzato da Jia Zhangke quando frequentava l'accademia del cinema di Pechino insieme a un gruppo di amici e collaboratori (come l'attore Wang Hongwei, con il quale lavorerà poi in diverse pellicole). La storia, semi-documentaristica ed episodica, segue le peripezie di un cuoco che da Pechino, quando il suo impiego giunge al termine, progetta di tornare al proprio paese di origine in occasione del capodanno cinese: ma prima di partire si incontra con vari amici e conoscenti, chiedendo loro di accompagnarlo e cercando di procurarsi il biglietto per il viaggio. L'anno precedente Jia aveva girato in soli due giorni un documentario di dieci minuti sui turisti in piazza Tienanmen ("One day in Beijing"), ma è con questo lavoro, filmato direttamente per le strade e i locali della città, che mette compiutamente in mostra per la prima volta il suo stile e l'attenzione alle vicende delle persone comuni, come i lavoratori e gli abitanti delle periferie cinesi. Proiettato anche all'estero in alcuni festival internazionali, il mediometraggio riscosse un buon successo e consentì al regista di incontrare il produttore Li Kit Ming e iniziare la lavorazione del suo primo vero lungometraggio, "Xiao Wu".

16 marzo 2021

Manhunter (Michael Mann, 1986)

Manhunter - Frammenti di un omicidio (Manhunter)
di Michael Mann – USA 1986
con William Petersen, Tom Noonan
**

Rivisto in divx.

Per catturare "Dente di fata" (Tooth Fairy, "fatina dei denti", nella versione originale), sfuggente serial killer che colpisce ogni plenilunio uccidendo intere famiglie, l'investigatore Will Graham (Petersen) viene incaricato di tracciare il profilo psicologico del criminale. La questione si fa personale quando l'assassino (Tom Noonan), imbeccato dal "collega" Hannibal Lecktor (Brian Cox), psichiatra pazzo che fu arrestato tre anni prima proprio da Graham, prende di mira la famiglia stessa del detective... Dal romanzo "Il delitto della terza luna" di Thomas Harris, primo volume del ciclo di Hannibal Lecter (che qui però è solo una figura minore: e la sceneggiatura, oltre a cambiarne il cognome, "glissa" sul suo cannibalismo), un thriller dall'andamento monotono e con atmosfere quasi da giallo all'italiana, compreso un protagonista inespressivo. Ma a metà strada, quando l'attenzione si sposta dal buono al cattivo, alle prese con una ragazza cieca (Joan Allen), sembra quasi diventare un altro film (non migliore del precedente, ma comunque più intrigante e originale). Più che cinematografico, il linguaggio sembra quello delle serie tv (e non è affatto un complimento!), tanto che alcuni critici citano la pellicola come modello per successivi serial polizieschi procedurali o forensi come "CSI" (con lo stesso Petersen). La regia del sopravvalutato Mann (anche sceneggiatore) è a lunghi tratti piuttosto dozzinale e non riesce a rendere nessuna scena memorabile: in effetti avevo già visto il film anni fa, ma non mi aveva lasciato nulla nella memoria, tanto che è stato come vederlo per la prima volta. Fotografia di Dante Spinotti. Nella (discutibile) colonna sonora elettronica, anche alcuni brani di Kitaro. Dopo che il personaggio di Lecter diventerà popolare grazie all'interpretazione di Anthony Hopkins nell'adattamento del successivo libro, "Il silenzio degli innocenti", di questo sarà realizzato un remake nel 2002 ("Red dragon", come il titolo originale del romanzo) proprio con Hopkins (ed Edward Norton).

15 marzo 2021

C'era una volta un merlo canterino (O. Iosseliani, 1970)

C'era una volta un merlo canterino (Iko shashvi mgalobeli)
di Otar Iosseliani – URSS 1970
con Gela Kandelaki, Jansug Kakhidze
***

Visto in divx.

Il musicista Gia (Gela Kandelaki), percussionista in un'orchestra sinfonica di Tbilisi, non riesce a combinare o a portare a termine mai niente, pur essendo impegnato in mille attività. Pieno di amici (e di amiche!) e di interessi, è uno spirito libero, curioso e irrequieto, che vive alla giornata e si distrae facilmente, che contempla la natura e osserva le professioni di coloro che gli stanno intorno, che giunge sempre in ritardo alle prove dell'orchestra (ma comunque al momento giusto per suonare la propria parte, facendo infuriare il direttore), che dà appuntamenti agli amici o alle ragazze per poi dimenticarsene, e che è letteralmente un ingranaggio fuori posto all'interno di un meccanismo ben oliato (qualche critico ci ha letto una velata critica al sistema sociale e produttivo dell'Unione Sovietica), del tutto inaffidabile e non allineato, anche se "non per dogmatismo o per volontà ma per carattere". Il secondo lungometraggio di Iosseliani è un film leggero e svagato come il suo protagonista, che la macchina da presa segue nei suoi spostamenti, nelle sue attività e nelle sue osservazioni, cogliendo l'attimo per mostrarci la vita quotidiana e lavorativa degli abitanti della città (fra gli amici e i conoscenti di Gia figurano musicisti, artigiani, medici, biologi...), quasi in una versione attualizzata (e non più spersonalizzata) de "L'uomo con la macchina da presa" di Vertov. La leggerezza di fondo fa pensare al cinema francese, ad alcune cose di Truffaut (anticipa per certi versi "L'uomo che amava le donne") o addirittura di Tati: ma il finale tragico è preannunciato a più riprese, con Gia che "sfiora" numerosi incidenti (il vaso di fiori che cade, la botola che si apre sul palcoscenico), prima di essere investito da un'automobile nel finale. Morto lui, l'ingranaggio (come suggerisce la scena finale dell'orologiaio) potrà essere rimesso in moto, e il tempo e le scadenze verranno finalmente rispettate. Potrebbe sembrare che la sua vita sia trascorsa senza lasciare traccia, ma non è così: di lui rimangono cose piccole ma importanti, come il chiodo piantato alla parete per permettere all'amico di appendere il cappello. La sceneggiatura potrebbe essere in parte autobiografica, visto che Iosseliani, prima di dedicarsi al cinema, ha studiato musica proprio al conservatorio di Tbilisi, diplomandosi in pianoforte, in composizione e in direzione d'orchestra.

Antichi canti georgiani (O. Iosseliani, 1969)

Antichi canti georgiani (Dzveli qartuli simgera)
di Otar Iosseliani – URSS 1969
**1/2

Visto su YouTube.

Documentario (di venti minuti) sui canti popolari dell'antica tradizione musicale georgiana. Accompagnati da immagini di paesaggi e di contadini al lavoro, possiamo udire esempi corali e polifonici appartenenti a vari "dialetti" musicali (quelli della Svanezia, della Mingrelia, della Guria e della Cachezia, tutte regioni storiche della Georgia). Il pregio maggiore del film è quello di non avere una voce narrante né di voler imporre un commento informativo: si limita a lasciar fluire i canti sullo sfondo a scene di vita quotidiane delle zone più rurali del paese, tuffandoci in un mondo arcaico, semplice e genuino, che sembra distare anni luce dalla frenesia della modernità.

14 marzo 2021

Il peccato (Andrei Konchalovsky, 2019)

Il peccato - Il furore di Michelangelo
di Andrei Konchalovsky – Italia/Russia 2019
con Alberto Testone, Jakob Diehl
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Alcuni episodi della vita di Michelangelo Buonarroti (interpretato da un Alberto Testone somigliantissimo al ritratto di Daniele da Volterra), negli anni in cui il papato passa dalla famiglia dei Della Rovere (Giulio II, che gli commissiona l'affresco della volta della Cappella Sistina e il proprio monumento funebre) a quella dei Medici (Leone X, che gli impone di abbandonare gli impegni presi con i rivali in favore di nuovi incarichi). Konchalovsky non ci mostra però mai il grande artista direttamente al lavoro, bensì lo ritrae impegnato a destreggiarsi in tutte le questioni e le difficoltà tangenziali: i problemi economici, i tempi di consegna perennemente "sforati", i rapporti con la famiglia o con i propri giovani assistenti (Jakob Diehl e Francesco Gaudiello), la rivalità con Raffaello, i litigi e i rancori, le relazioni sociali e politiche, la personalità scostante e solitaria, a volte ai limiti della pazzia (con tanto di visioni mistiche e di un costante dialogo interno con Dante Alighieri, sua sorta di guida spirituale)... Ne esce il ritratto di un artista tormentato e solitario, che si barcamena fra la bellezza del Rinascimento e la brutalità di un contesto dominato da miseria, violenza e volgarità (mai edulcorate). L'impronta "russa" della pellicola si vede: a tratti si ritrovano echi dell'"Andrej Rublev" di Tarkovskij (film che fu co-sceneggiato proprio da Konchalovsky), specialmente nelle scene che mostrano il lavoro e la fatica (anche fisica) dietro l'opera d'arte (in particolare nelle lunghe sequenze dell'estrazione e del trasporto dell'enorme blocco di marmo, detto "il mostro", che Michelangelo va a scegliersi personalmente nelle cave di Carrara). Suggestiva la ricostruzione storica (con costumi essenziali e una fotografia desaturata che ammanta di austerità Roma, Firenze e le Alpi Apuane) e in generale un approccio che vuole più scavare nell'anima di un personaggio contraddittorio (a proposito del denaro, delle amicizie, della religione), perennemente irascibile e intrattabile ma al tempo stesso sensibile e portatore di un intero mondo dentro di sé, che non indugiare sugli aneddoti della sua biografia (non ci sono riferimenti, per esempio, alla sua presunta omosessualità). Nel cast, in ruoli minori, anche Orso Maria Guerrini (il marchese Malaspina) e Antonio Gargiulo (Francesco Maria della Rovere).

13 marzo 2021

Il favoloso mondo di Amélie (J.P. Jeunet, 2001)

Il favoloso mondo di Amélie (Le fabuleux destin d'Amélie Poulain)
di Jean-Pierre Jeunet – Francia 2001
con Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz
***

Rivisto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Sognatrice e introversa, Amélie (Audrey Tautou) lavora come cameriera in un bar di Montmartre (il Café des 2 moulins) e ama viaggiare con la fantasia. Un giorno, dopo aver rinvenuto per caso la "scatola dei ricordi" che un bambino aveva nascosto nel suo appartamento quarant'anni prima, decide di restituirla anonimamente all'uomo ormai cresciuto. E la sua stupefacente reazione la spinge a dedicarsi a migliorare la vita delle persone che la circondano (compresi i colleghi di lavoro e gli abitanti del quartiere), riempiendoli di meraviglie e bizzarrie come una sorta di angelo custode. Ma nel contempo trascura la propria sfera sentimentale, scoprendosi incapace per timidezza di farsi avanti con il ragazzo di cui è innamorata, Nino (Mathieu Kassovitz), sognatore ed eccentrico quasi quanto lei... Il quarto (e più famoso) film di Jeunet, sceneggiato insieme a Guillaume Laurant, è stato uno straordinario successo di pubblico e di critica (anche se inizialmente fu rifiutato dal festival di Cannes), tanto da diventare una pellicola citatissima e memorabile anche per chi non l'ha mai vista (non da ultimo perché ha fatto incredibilmente presa sui "creativi" della pubblicità, che ne hanno saccheggiato a più riprese, quasi fino alla nausea, le idee, i temi, le atmosfere, le immagini, e ovviamente la musica). Non posso non riconoscere che si tratta di un bel film, ricco e con parecchi punti di forza, nonostante di fondo sia parecchio melenso, privo di una vera tensione, dai toni fiabeschi e irrealistici, con personaggi macchiettistici e una filosofia banalotta e superficiale (il "gusto particolare per i piccoli piaceri"). Il vero fattore che però gli impedisce di conquistarmi fino in fondo (a differenza della maggior parte del pubblico, che l'ha amato incondizionatamente) è connaturato allo stile di Jeunet. Nel film c'è dentro tanto, troppo: io amo più il cinema di sottrazione, dove ogni elemento ha la sua specifica ragion d'essere, mentre qui siamo nel campo dell'abbondanza (di storie, di personaggi, di immagini), tanto che se si togliesse qualcosa o lo si sostituisse con qualcos'altro, in fondo non cambierebbe nulla.

Detto questo, veniamo ai (numerosi) pregi. Dal punto di vista formale, il film è sinceramente iconico: la fotografia ipersatura e coloratissima di Bruno Delbonnel, che trasfigura Montmartre e l'intera Parigi in un libro di fiabe illustrato (coadiuvata da occasionali effetti speciali che animano oggetti o aggiungono elementi fantastici, ad amplificare l'idea delle "bizzarrie del quotidiano" che ci circondano in continuazione, come in fondo faceva anche "Magnolia"); la recitazione della Tautou, che dà vita a un personaggio tenero e curioso, che sguazza nel suo mondo fantastico con simpatia e (sporadiche) rotture della quarta parete, mentre le sue avventure ci sono commentate da una voce narrante che ogni tanto si premura di citarci strani aneddoti e, soprattutto, di elencarci i piccoli piaceri e le idiosincrasie private di lei e degli altri personaggi (un parallelo con la canzone "My favorite things" del musical "Tutti insieme appassionatamente", altro cavallo di battaglia recente dei pubblicitari); e naturalmente la musica di Yann Tiersen, autore di una colonna sonora molto bella e anzi direi fondamentale per l'atmosfera generale della pellicola, con le sue sonorità a base di piano e fisarmonica (ma non solo). Fra le "imprese" di Amélie spiccano: il giro per il mondo del nano da giardino del padre (Rufus), con tanto di fotografie spedite da ogni angolo del pianeta, che stimoleranno l'anziano genitore a uscire dal proprio guscio e a viaggiare a sua volta; lo spingere due dei frequentatori del caffé (Dominique Pinon, habitué del regista, e Isabelle Nanty) l'uno nelle braccia dell'altra; il penetrare di nascosto nella casa di uno sgarbato fruttivendolo per modificarne impercettibilmente il contenuto (una vera e propria tecnica di gaslighting, simile a quanto faceva Faye Wong in "Hong Kong Express"); e l'aiutare Nino, che colleziona fototessera scartate, a svelare l'enigma del misterioso uomo che scatta e getta via le proprie presso ogni macchinetta della città. Nel cast anche Serge Merlin (il vecchio pittore che riproduce sempre lo stesso quadro), Jamel Debbouze (l'aiutante del fruttivendolo), Clotilde Mollet, Claire Maurier. Curiosità: la prima scelta per il ruolo della protagonista era Emily Watson.

12 marzo 2021

Avventura malgascia (A. Hitchcock, 1944)

Avventura in Madagascar (Aventure malgache)
di Alfred Hitchcock – GB 1944
con Paul Clarus, Paul Bonifas
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Mentre si prepara per entrare in scena, un attore francese espatriato a Londra (Paul Clarus) racconta ai colleghi di come quattro anni prima, quando lavorava come avvocato in Madagascar (ai tempi colonia francese), si sia scontrato a più riprese con il corrotto capo della polizia locale (Paul Bonifas). Dopo l'occupazione della Francia a opera dei tedeschi, la loro battaglia si spostò sul piano politico: il poliziotto schierato con i collaborazionisti di Vichy, l'avvocato sostenitore clandestino della resistenza e a favore della liberazione del Madagascar da parte degli alleati. L'intera vicenda aiuterà uno degli attori, sosia del poliziotto, a calarsi meglio nella parte di un farabutto. Come "Bon voyage", questo cortometraggio fu girato da Hitchcock a scopo di propaganda in tempo di guerra per conto del ministero dell'informazione britannico, con attori francesi (il gruppo denominato The Molière Players). Nei limiti del possibile, la storia e la struttura drammatica sono più interessanti rispetto al film gemello: non mancano vivacità e una punta di ironia, e soprattutto i due personaggi rivali a modo loro divertenti nelle loro diatribe verbali. La scena in cui una bottiglia di acqua minerale di Vichy viene gettata nel cestino ricorda ovviamente quella analoga in "Casablanca".

11 marzo 2021

Bon voyage (Alfred Hitchcock, 1944)

Bon voyage (id.)
di Alfred Hitchcock – GB 1944
con John Blythe, Janique Joelle
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Pur essendo ormai trapiantato a Hollywood da qualche anno, nel 1944 Hitchcock girò due cortometraggi di propaganda in lingua francese (il secondo è "Avventura malgascia") per conto del ministero dell'informazione britannico. L'intenzione era quella di diffonderli nel Regno Unito e in Francia per sostenere la lotta contro gli invasori nazisti nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale. Ma a quanto pare, nessuno dei due brevi film fu effettivamente proiettato in pubblico: soltanto negli anni Novanta le pellicole vennero restaurate dal BFI e rese disponibili in home video. Di questo "Bon voyage", l'unico aspetto interessante è dato dalla struttura narrativa: la storia è infatti narrata inizialmente in flashback dal protagonista John Dougall, un ufficiale scozzese della RAF (John Blythe) fuggito da un campo di prigionia tedesco insieme a un complice, che racconta ai servizi segreti le modalità dei suoi spostamenti attraverso la Francia occupata, con l'aiuto della resistenza, fino al ritorno in Inghilterra. Ma nella seconda metà del film le stesse vicende vengono rilette in maniera del tutto diversa, per mezzo di nuove informazioni offerte dal servizio di controspionaggio che rivelano come il compagno di fuga di Dougall fosse in realtà una spia della Gestapo. A parte Blythe, il resto del cast e della troupe è composto da attori e cineasti francesi rifugiati in Gran Bretagna dopo l'occupazione tedesca (i cui nomi non sono citati nei titoli del film per evitare rappresaglie contro i loro parenti rimasti in patria).

10 marzo 2021

Time to hunt (Yoon Sung-hyun, 2020)

Time to hunt (Sanyangui sigan)
di Yoon Sung-hyun – Corea del Sud 2020
con Lee Je-hoon, Choi Woo-shik
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In una Corea economicamente in bancarotta, in preda al caos sociale e funestata da povertà e criminalità, il giovane ladruncolo Jun-seok (Lee Je-hoon), appena uscito di prigione, sogna di fuggire verso un paradiso tropicale e a questo scopo organizza una rapina a una casa da gioco clandestina insieme agli amici Ki-hoon (Choi Woo-shik), Jang-ho (Ahn Jae-hong) e Sang-soo (Park Jung-min). Ma i gangster che gestivano il locale scatenano sulle loro tracce un killer solitario e implacabile, l'ex poliziotto Han (Park Hae-soo), che darà la caccia ai ragazzi giocando con loro come il gatto con i topi... Solido crime movie che ha nelle scene di tensione e nell'umanità dei personaggi il suo punto di forza. Senza velleità autoriali (anche se il contesto sociale semi-distopico è un ingrediente inatteso e che arricchisce la vicenda) ma comunque ben diretto e interpretato, il film si lascia seguire con interesse fino a un finale, a dire il vero, un po' deludente nella sua incapacità di essere del tutto risolutivo. Nonostante alcune svolte improbabili (come i due mercanti d'armi gemelli interpretati da Jo Sung-ha), il tono di fondo è piuttosto realistico: i personaggi commettono errori o cedono all'emozione, tutti ovviamente tranne l'inarrestabile e misterioso killer, una sorta di "uomo nero" o di Babau, sempre pronto a uscire dall'ombra (o dai sogni) per avventarsi sui protagonisti, la cui fuga diventa una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

9 marzo 2021

Permanent vacation (Jim Jarmusch, 1980)

Permanent vacation (id.)
di Jim Jarmusch – USA 1980
con Chris Parker, Leila Gastil
**

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Il giovane e irrequieto Aloysious "Allie" Parker (Chris Parker) vaga per le periferie di New York, torna a vedere le macerie della casa dove è nato, fa visita alla madre ricoverata in un istituto psichiatrico, incontra diversi personaggi bizzarri, e infine ruba un'automobile e la rivende per procurarsi il denaro con cui lasciare la città. L'opera prima di Jim Jarmusch racconta un vagabondaggio che testimonia l'incapacità del suo protagonista di adattarsi al proprio ambiente ("mi sento come un tipo particolare di turista, un turista che è perennemente in vacanza") e mette subito in luce le caratteristiche del suo cinema: sperimentale, personale, indipendente ed esistenzialista, semplice e all'apparenza semi-improvvisato ma con un indubbio fascino, qui ben servito anche dalla fotografia "povera" di Tom DiCillo e dalla colonna sonora minimalista e post-industriale firmata dallo stesso Jarmusch insieme a John Lurie (che suona il sax). Lurie, che compare anche in una scena della pellicola, rimarrà un collaboratore frequente del regista e apparirà in diversi suoi film, a partire dai successivi "Stranger than paradise" e "Daunbailò". Da sottolineare gli ambienti del film, scenari di periferia disagiata, palazzi distrutti o in rovina, muri coperti da graffiti, che Jarmusch e il suo personaggio esplorano tra lentezza e silenzi. Fra le citazioni culturali, Lautréamont ("I canti di Maldoror"), Nicholas Ray (Allie va al cinema a vedere "Ombre bianche") e "Somewhere over the rainbow" (in una versione distorta per sax).

8 marzo 2021

Come le foglie al vento (Douglas Sirk, 1956)

Come le foglie al vento (Written on the wind)
di Douglas Sirk – USA 1956
con Rock Hudson, Lauren Bacall
**1/2

Visto in divx.

Innamorato di Lucy (Lauren Bacall), moglie del ricco amico Kyle Hadley (Robert Stack), il fedele Mitch Wayne (Rock Hudson) mette a tacere i propri sentimenti e per lo stesso motivo rifiuta le avances di Marylee (Dorothy Malone), sorella ninfomane e ossessiva di Kyle. Ma questa, per vendetta, convincerà il fratello che i due lo tradiscono alle sue spalle... Forse il film più celebre di Sirk, un melodramma dai toni romantici ed esasperati, in cui i tormenti e i sentimenti più negativi dell'animo umano (come rancori e gelosie, ma anche angoscia e depressione) si frappongono alla felicità dei personaggi. Rispetto ai precedenti "Magnifica ossessione" e "Secondo amore" (tutti con Hudson come protagonista), però, manca quella qualità poetica e forse persino autoironica che traslava la vicenda in un mondo di sublime irrealtà: qui siamo in un universo più concreto dove i toni melodrammatici appaiono esagerati (come la ricchezza e l'aridità degli Hadley, famiglia di petrolieri talmente potente da aver dato il nome alla cittadina in cui abitano). Di fatto Mitch e Lucy sono quasi "costretti" dagli eventi a concedersi un personale lieto fine, mentre le svolte narrative sono preannunciate con largo anticipo (non solo perché il film comincia dal tragico climax finale, tornando poi indietro nel tempo – con una fortunata scelta registica che mostra il vento girare i fogli di un calendario – per narrarne gli antefatti; ma soprattutto perché più volte i dialoghi e le immagini introducono temi e oggetti che avranno importanza successivamente, a partire dalla più classica e letterale delle "pistole di Čechov"). In ogni caso, la regia di Sirk, la fotografia di Russell Metty (con i suoi colori accesi e crepuscolari) e le scenografie di Robert Clatworthy e Alexander Golitzen sono di alto livello. Buone anche le interpretazioni, con i due comprimari Stack e Malone che svettano persino sopra i due protagonisti (non a caso furono entrambi nominati all'Oscar, e Malone vinse la statuetta). La figura dello scapestrato Kyle, in particolare, è assai sfaccettata, con un forte senso di inferiorità nei confronti dell'amico che, a differenza sua, è sempre andato incontro ai desideri e alle aspettative del padre, tanto che questi (Robert Keith) lo accoglie come un figlio e lo immagina come il vero erede della sua industria petrolifera. Sensazione che cresce quando Kyle, per una diagnosi medica errata, si convince di essere impotente, e che dunque il bambino che Lucy aspetta sia in realtà di Mitch. La sceneggiatura di George Zuckerman è tratta da un romanzo di Robert Wilder che a sua volta si ispirava a fatti reali, legati alla morte di Zachary Smith Reynolds, rampollo del tabacco. Candidatura agli Oscar anche per la canzone "Written on the wind".

7 marzo 2021

Domenica alle 6 (Lucian Pintilie, 1966)

Domenica alle 6 (Duminică la ora 6)
di Lucian Pintilie – Romania 1966
con Dan Nuțu, Irina Petrescu
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

I giovani Radu (Nuțu) e Anca (Petrescu) si incontrano per caso a un ballo e si innamorano, prima di scoprire che fanno entrambi parte della stessa organizzazione clandestina e che proprio lei era la ragazza che lui doveva incontrare "domenica alle 6". La loro storia d'amore si dipana in parallelo alle vicende della resistenza che si oppone all'oppressione fascista in Romania (siamo negli anni della seconda guerra mondiale), anzi spesso ha il sopravvento... Pellicola che segna l'esordio dietro la macchina da presa per il regista teatrale Lucian Pintilie, che con i suoi film successivi (su tutti "La ricostituzione", "La bilancia" e "Terminus Paradis") racconterà la storia della Romania da inediti e intelligenti punti di vista. In questo primo film è già evidente una certa sofisticazione del linguaggio cinematografico, con notevoli influenze del cinema francese della Nouvelle Vague (Godard e Truffaut), ma anche con una sua cifra personale e originale: la regia dinamica con i primi piani ravvicinati, l'uso della camera a mano, il montaggio non lineare (numerose sequenze ripetute, come la carrellata lungo il palazzo di ringhiera, la soggettiva nel corridoio buio di un edificio diroccato o le scene alla stazione ferroviaria, anticipano momenti successivi), per non parlare dell'ottimo uso del sonoro o della direzione degli attori. L'attenzione è tutta sui personaggi e sui loro sentimenti, mentre il contesto storico non è approfondito più di tanto (la storia potrebbe benissimo svolgersi ai giorni nostri, anzi simbolicamente è proprio così: la società repressiva in cui i protagonisti si muovono riecheggia quella contemporanea del regime comunista e della Securitate; non a caso prima di ottenere l'autorizzazione a girare Pintilie dovette lottare a lungo con la censura). Nonostante la tragicità della vicenda, si respira un'aria fresca e leggera, tipica degli amori giovanili, con personaggi che riescono ad abbinare la lotta politica clandestina (anche a costo della vita) con giochi ed esplorazioni, segno del loro anelito di libertà. Graziela Albini interpreta Maria, la donna che fa da "collegamento" fra i due innamorati all'interno della resistenza.

6 marzo 2021

Moonwalkers (Antoine Bardou-Jacquet, 2015)

Moonwalkers (id.)
di Antoine Bardou-Jacquet – Francia 2015
con Ron Perlman, Rupert Grint
**

Visto in TV (Prime Video).

Per realizzare il video di un finto allunaggio, da utilizzare nel caso in cui la missione dell'Apollo 11 andasse storta, l'agente della CIA Kidman (Ron Perlman) viene inviato a Londra per assoldare il regista Stanley Kubrick. Ma a causa di un disguido, l'uomo – che soffre di disturbi traumatici in seguito alle sue esperienze in Vietnam – si ritrova a lavorare con Johnny (Rupert Grint), manager fallito di una rock band amatoriale, e tutto il suo entourage di artisti scapestrati e underground, dediti alle droghe e alla psichedelia... Di produzione francese (è l'opera prima del regista Antoine Bardou-Jacquet) ma in lingua inglese, una commedia che fonde le ipotesi di complotto sugli sbarchi lunari con l'atmosfera hippie e la controcultura degli anni sessanta. Nonostante il curioso soggetto (di Dean Craig) e i bravi attori (mi ha sorpreso soprattutto Grint, decisamente maturato dai tempi dei primi "Harry Potter"), però, gli sviluppi sono un po' fiacchi: la scena più divertente è quella in cui Kidman, ruvido e tutto d'un pezzo, assume per errore l'LSD. Robert Sheehan è Leon, l'amico sciroccato di Johnny che si fa passare per Kubrick, Tom Audenaert è il regista alternativo. Qua e là sono sparse citazioni kubrickiane (da "2001" e soprattutto da "Arancia meccanica").

5 marzo 2021

Non ti presento i miei (Clea DuVall, 2020)

Non ti presento i miei (Happiest season)
di Clea DuVall – USA 2020
con Kristen Stewart, Mackenzie Davis
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Durante le festività natalizie, Harper (Mackenzie Davis) porta la sua fidanzata Abby (Kristen Stewart) a conoscere la propria famiglia. Piccolo particolare: non ha mai detto ai genitori (Victor Garber e Mary Steenburgen) di essere lesbica, e dunque fa passare Abby come la sua "coinquilina orfana"... Il secondo film come regista dell'ex attrice Clea DuVall (che ricordiamo, fra gli altri, in "The Faculty", "Fantasmi da Marte" e "Identità"), anche sceneggiatrice insieme a Mary Holland, è una divertente commedia sul tema del coming out. Dietro le apparenze da famiglia "perfetta" (importanti anche perché il padre punta a candidarsi come sindaco della cittadina in cui vive), si nascondono segreti e vite represse, non solo da parte di Harper ma anche delle due sorelle (Alison Brie e Mary Holland). La visione è piacevole, con classiche situazioni da sit-com natalizia o romantica (il titolo italiano, ovviamente, scimmiotta "Ti presento i miei"), fra personaggi eccentrici, momenti vivaci e un inevitabile (e zuccheroso) lieto fine riconciliante, il tutto virato però in chiave LGBT. Dan Levy è l'amico gay e consigliere di Abby, Aubrey Plaza è l'ex ragazza di Harper.