23 ottobre 2018

L'uscita dalle fabbriche Lumière (L. Lumière, 1895)

L'uscita dalle fabbriche Lumière
(La sortie de l'usine Lumière à Lyon)
di Louis Lumière – Francia 1895
****

Visto su YouTube (tre versioni).

La data "ufficiale" della nascita del cinema è fissata per convenzione al 28 dicembre 1895, ovvero il giorno della prima proiezione pubblica (e a pagamento), nel Salon indien du Grand Café sul Boulevard des Capucines a Parigi, di dieci cortometraggi girati dai fratelli Louis e Auguste Lumière (anche se il "regista" è da considerarsi solo il primo) con la macchina da presa di loro invenzione, il cinématographe, brevettato il 13 febbraio 1895 e in grado non solo di impressionare ma anche di proiettare le pellicole. In realtà, i Lumière (il cui cognome significa "Luce": nomen omen!) non sono stati i primi cineasti della storia: da Louis Le Prince (1888) a William Friese-Greene (1889), passando per pionieri come Wordsworth Donisthorpe, Etienne-Jules Marey e Georges Demenÿ fino a W. K. L. Dickson, William Heise e gli altri impiegati di Thomas Edison (dal 1890), già numerosi erano stati coloro che avevano dimostrato di essere in grado di registrare e poi riprodurre filmati con immagini in movimento. Gli stessi Louis e Auguste avevano a loro volta iniziato a compiere esperimenti in questo campo già tre anni prima, nel 1892, quando il padre Antoine era andato in pensione affidando ai figli l'industria fotografica di famiglia. A quell'anno risalirebbe uno dei loro primi film sperimentali, purtroppo andato perduto, "Le prince de Galles" con protagonista il futuro re Edoardo VII, figlio della regina Vittoria (da non confondere con il film dallo stesso nome girato dieci anni dopo, il 9 agosto 1902, che mostra il passaggio della carrozza reale in occasione dell'incoronazione dello stesso Edoardo VII). Ma fu la straordinaria innovazione tecnologica del cinématographe, superiore a tutti gli apparecchi precedenti per qualità dell'immagine, praticità, leggerezza e durata della pellicola (ben 52 secondi), a consentire loro di surclassare il kinetoscopio di Thomas Edison (che permetteva la visione dei film soltanto a uno spettatore per volta, guardando attraverso un foro e girando una manovella) o il contemporaneo bioscopio dei fratelli tedeschi Skladanowsky (ispirato alla lanterna magica). È dunque giusto attribuirgli il merito della nascita del "cinema" come lo intendiamo oggi, ovvero come luogo e rito di visione collettiva.

I dieci film proiettati agli spettatori in quel fatidico giorno erano i seguenti:
- L'uscita dalle fabbriche Lumière
- Il volteggio
- La pesca dei pesci rossi
- L'arrivo dei fotografi al congresso di Lione
- I maniscalchi
- L'innaffiatore innaffiato
- La colazione del bimbo
- Il salto alla coperta
- La Place des Cordeliers a Lione
- Il mare (Bagno in mare)

"L'uscita dalle fabbriche Lumière", il primo in assoluto a essere mostrato al pubblico, era stato girato il 19 marzo dello stesso anno e mostra le porte di un capannone delle fabbriche di materiale fotografico dei Lumière a Montplaisir (alla periferia di Lione), mentre ne fuoriscono gli operai (in maggioranza donne) al termine del loro turno di lavoro. Oltre alle persone a piedi, c'è qualcuno che esce in bici. Inoltre passa anche un cane e, nel finale, una carrozza trainata da cavalli, probabilmente con a bordo i padroni, prima che un custode chiuda le porte. La prima cosa da notare è che, pur trattandosi formalmente di un documentario (che mostra un evento reale), c'è comunque un notevole lavoro di messa in scena e anche di direzione degli attori. Le persone sono state istruite a non guardare in macchina e a non camminare direttamente in direzione della camera. Inoltre, il semplice fatto che esistano diverse versioni del film (almeno tre, girate in diversi periodi dell'anno come testimoniano gli abiti primaverili o invernali), rivela che i cineasti e gli "attori" seguivano uno script. Infine, la posizione delle ombre suggerisce che le riprese si siano svolte verso mezzogiorno (probabilmente per avere più luce) o nella tarda mattinata, e dunque non certo alla fine della giornata di lavoro. Anche per questi motivi, c'è chi sospetta che l'abbigliamento degli operai non fosse quello indossato da loro abitualmente, ma scelto per l'occasione (si notano gonne ampie e grossi cappelli piumati). Il film (o almeno la sua prima versione) dura 46 secondi e venne girato, come tutte le pellicole dei Lumière, in quello che diventerà per lungo tempo lo standard dell'industria del cinema, ovvero con una pellicola da 35mm, un aspect ratio di 1,33:1 e una velocità di 16 fotogrammi al secondo. Da notare anche l'eccellente qualità cinematografica e la profondità di campo, superiore di molto ai lavori dei pionieri del cinema che avevano preceduto i due fratelli (segnatamente Edison, i cui film dovevano essere girati all'interno di studi di posa e non in esterni). Oggi il capannone da cui uscivano gli operai esiste ancora (anche se il resto dell'edificio è stato demolito) e ospita l'Istituto Lumière.

22 ottobre 2018

Das boxende Känguruh (Max Skladanowsky, 1895)

Das boxende Känguruh
aka Mr Delaware and the Boxing Kangaroo
di Max Skladanowsky – Germania 1895

Visto su YouTube.

Il 1° novembre 1895, quasi due mesi prima della proiezione pubblica dei fratelli Lumière a Parigi, un'altra coppia di fratelli, i tedeschi Max ed Emil Skladanowsky, avevano organizzato in un teatro di Berlino una proiezione (a pagamento) di pellicole realizzate da loro stessi. La tecnologia del loro bioscopio (ispirata a quella della lanterna magica) si rivelò però nettamente inferiore rispetto al cinématographe dei rivali francesi: l'apparecchio era ingombrante e poco pratico (anche perché utilizzava pellicole da 54 mm, ben più grandi di quelle da 35 mm dei Lumière), e la durata dei film era assai ridotta (5-6 secondi, che si ripetevano in continuazione). Per questi motivi, non appena l'invenzione dei Lumière apparve sul mercato, fu subito chiaro che quella degli Skladanowsky era destinata al fallimento. Ciò nonostante, i due fratelli tedeschi meritano di certo una menzione e un posto d'onore fra i pionieri del cinema (nel 1995, Wim Wenders dedicherà loro una pellicola a metà strada fra la fiction e il documentario). Fra i film che più fecero scalpore in occasione della prima proiezione, sono da ricordare "Bauerntanz zweier Kinder" (alias "Italienischer Bauerntanz"), che mostra due bambini che danzano; "Serpentinen Tanz", ispirata alla danza serpentina di Annabelle Whitford (filmata da Dickson per Edison nel 1894); "Akrobatisches Potpourri" (che mostra le acrobazie di una famiglia di ginnasti); e soprattutto "Das boxende Känguruh", nel quale un pugile si batte contro un canguro, entrambi con i guantoni (il film ispirerà un remake per kinetoscopio nel 1896 da parte di Birt Acres).

The execution of Mary Stuart (Alfred Clark, 1895)

The execution of Mary Stuart
aka The execution of Mary, Queen of Scots
di Alfred Clark – USA 1895
con Mrs. Robert L. Thomas

Visto su YouTube.

Il film mostra Maria Stuarda, regina di Scozia, condotta dalle guardie inglesi davanti al ceppo del boia, dove si inginocchia. Il boia solleva la sua ascia, taglia di netto la testa della donna e poi la solleva, mostrandola a tutti. Diretto da Alfred Clark (da poco entrato negli studi Black Maria) per Thomas Edison, con William Heise come cameraman, questo breve cortometraggio (circa 18 secondi) è degno di nota per svariati motivi: non solo si tratta di uno dei primi film Edison di ambientazione "storica", e dunque con attori professionisti che recitano nelle parti di personaggi realmente vissuti (in precedenza, la maggior parte della produzione per il kinetoscopio consisteva in gag, scene di pugilato o numeri da vaudeville), ma soprattutto può vantare il primato di contenere il primo "effetto speciale" della storia del cinema, e forse anche del primo esempio di "montaggio invisibile" (per la precisione, si tratta di una tecnica di stop action). L'attrice che interpreta Maria Stuarda, infatti, viene sostituita da un manichino un attimo prima che la scure del boia cada sul ceppo, staccandole la testa. L'effetto – a fini narrativi, dunque, e non puramente artistici – è senza dubbio realistico ed eccezionale: solo l'occhio attento e allenato di uno spettatore moderno si rende conto della sostituzione. La leggenda vuole che all'epoca diversi membri del pubblico si convinsero che l'attrice fosse stata uccisa sul serio! L'anno successivo Clark abbandonò il cinema per dedicarsi alla sua vera passione: la registrazione del suono e lo sviluppo del grammofono.

Incident at Clovelly Cottage (Birt Acres, 1895)

Incident at Clovelly Cottage
The Arrest of a Pickpocket
The Derby
The Oxford and Cambridge University Boat Race
di Birt Acres [e Robert W. Paul] – GB 1895

Quando nel 1894 il kinetoscopio di Edison venne presentato a Londra, alcuni acquirenti chiesero a Robert William Paul, un fabbricante di materiale fotografico, di costruirne delle copie. Paul inizialmente rifiutò, per poi cambiare idea dopo aver scoperto che Edison aveva brevettato la sua invenzione soltanto negli Stati Uniti. Ne acquistò un esemplare a sua volta, lo smontò e ne studiò il funzionamento, per poi costruirne una versione "britannica" che vendette in numerose copie (una delle quali a Georges Méliès), agevolando così la diffusione del cinema in Europa. Poiché però c'era carenza di film da proiettare (il funzionamento della macchina da presa di Edison, a differenza del kinetoscopio che serviva solo a "proiettare" le pellicole, era un segreto ben custodito), Paul strinse un sodalizio con Birt Acres, a sua volta inventore ed esperto di fotografia (che aveva inventato un dispositivo per il movimento della pellicola durante il processo di sviluppo), per mettere a punto un apparecchio per riprendere le immagini in movimento. La camera di Paul e Acres, completata nel marzo del 1895, è stata la prima macchina da presa inventata in Gran Bretagna: utilizzava pellicole da 35mm e impressionava 40 fotogrammi al secondo (come l'apparecchio di Edison). Dopo un primo film di prova girato nel febbraio del 1895 ("Cricketer Jumping Over Garden Gate"), mai distribuito commercialmente, a marzo fu la volta di "Incident at Clovelly Cottage", considerato oggi "il primo film britannico", di cui però sopravvivono solo alcuni fotogrammi che mostrano la moglie e il figlio neonato dello stesso Acres e un uomo che probabilmente era il suo assistente Henry Short. La pellicola fu girata davanti alla casa di Acres nel sobborgo londinese di Barnet. Dopo aver realizzato insieme diversi altri film ("Oxford and Cambridge Boat Race", "Rough Sea at Dover", "The Arrest of a Pickpocket", "The Carpenter's Shop", "Boxing Kangaroo", e una ripresa del Derby del 1895), le strade di Paul e di Acres si divisero e nel 1896 i due uomini presentarono al mercato ciascuno un proiettore diverso. Naturalmente l'invenzione dei fratelli Lumière finì poi per surclassare entrambi, ma i due continuarono a ideare innovazioni tecniche per diversi anni.

21 ottobre 2018

Dickson experimental sound film (W. K. L. Dickson, 1894)

Dickson Experimental Sound Film
di William K. L. Dickson – USA 1894
con William K. L. Dickson

Visto su YouTube.

Alla fine del 1894 (o forse all'inizio del 1895), Dickson cominciò a sperimentare anche col sonoro, girando negli studi del Black Maria quello che oggi è considerato il primo film con una colonna sonora sincronizzata. La breve pellicola (circa 17 secondi) mostra due uomini che ballano mentre un terzo (lo stesso Dickson) suona con il violino un brano dall'opera "Les cloches de Corneville" del compositore francese Jean Robert Planquette. Dickson suona davanti a un grande imbuto che serve a catturare il suono e a registrarlo su un cilindro, allo scopo di riprodurlo poi in contemporanea con la "proiezione" del film. Oltre a essere il primo tentativo di registrare contemporaneamente immagini e suono (Dickson pensava di costruire un nuovo dispositivo apposito per riprodurre entrambi, il kinetofono, visto che il kinetoscopio non prevedeva alcuna colonna sonora: ma l'invenzione non fu mai completata, forse perché i problemi di sincronizzazione si rivelarono insormontabili), il cortometraggio è comunque interessante per diversi altri aspetti, a partire dal fatto che a ballare siano due uomini (e non un uomo e una donna). probabilmente frutto di una trovata estemporanea. Per molti anni si ritenne che il cilindro con la colonna sonora fosse andato perduto, finché non venne ritrovato nel 1998, riparato, ri-registrato e finalmente sincronizzato con il video.

Annabelle dance (W. K. Dickson, W. Heise, 1894)

Annabelle Butterfly Dance,
Annabelle Sun Dance, Annabelle Serpentine Dance
di William K. L. Dickson, William Heise – USA 1894
con Annabelle Moore Whitford

Visto su YouTube.

Tra i film più popolari per il kinetoscopio realizzati nei laboratori Edison ci sono quelli che vedono come protagonista Annabelle Moore Whitford, detta "Peerless Annabelle", una danzatrice di varietà che viene ripresa mentre si esibisce in diversi tipi di balli (Butterfly Dance, Sun Dance, Serpentine Dance). I movimenti enfatici delle braccia e delle gambe donano alle pellicole una certa carica erotica che la rese estremamente popolare, trasformandola, se vogliamo, nella prima diva cinematografica. Ma non è tutto: questi film (realizzati in diverse versioni e in più riprese, dal 1894 al 1896: Annabelle veniva richiamata da Dickson e Heise negli studi di posa ogni volta che le copie rimaste si erano troppo rovinate ed era necessario girarne di nuove) possono vantare anche il primato di essere le prime pellicole a colori della storia del cinema: diverse copie furono infatti dipinte a mano fotogramma per fotogramma prima di essere distribuite. Il film ha ispirato anche una pellicola simile ("Serpentinen Tanz") diretta da Max Skladanowsky nel 1895.

Fred Ott's sneeze (W. K. L. Dickson, 1894)

Fred Ott's Sneeze
aka Edison Kinetoscopic Record of a Sneeze
di William K. L. Dickson – USA 1894
con Fred Ott

Visto su YouTube.

Nel 1894, mentre nascono i primi locali appositamente dedicati ai kinetoscopi (Edison aveva deciso di non vendere gli apparecchi, preferendo noleggiarli e controllare così il mercato), la produzione di pellicole a loro destinate si intensifica. Negli studi Black Maria vengono prodotti svariati film, della durata media di quaranta secondi, ovvero la quantità massima di pellicola che il kinetoscopio poteva contenere. Arrivano anche i primi film "a colori" (quelli con la danzatrice Annabelle, dipinti a mano), mentre Dickson comincia a sperimentare col sonoro. Fra le pellicole da ricordare, però, ce n'è una che inizialmente non era destinata al pubblico: fu prodotta infatti soltnato a scopi pubblicitari, con l'intenzione di pubblicarla – sotto forma di singoli fotogrammi – come accompagnamento a un articolo sul settimanale "Harper's Weekly". Il film, che dura solo cinque secondi, mostra il baffuto Fred Ott, uno degli assistenti di laboratorio di Edison, mentre inala del tabacco in polvere e poi starnutisce. Ott era noto fra i suo colleghi, tra le altre cose, proprio per il suo starnuto piuttosto comico: il tecnico compare anche in un altro film del 1894, "Fred Ott holding a bird". Il corto fu girato nei primi giorni di gennaio e, secondo alcune fonti, si tratta del più antico film esistente di cui è stato registrato il copyright (oggi ovviamente scaduto).

20 ottobre 2018

Lo zoo animato (Étienne-Jules Marey, 1893)

Lo zoo animato
Rabbits
Chat en chute libre
di Étienne-Jules Marey – Francia 1893

Visto su YouTube.

Di Marey, del suo assistente Demenÿ e del suo "fucile fotografico" (in grado di impressionare dodici fotogrammi al secondo) ho già parlato qui. A partire dal 1893, con il filmato di un coniglio lasciato cadere da alcuni metri di altezza, lo scienziato iniziò a studiare con la sua invenzione il movimento degli animali. Nei mesi successivi riprese – fra gli altri – cavalli, cani, pecore, asini, uccelli, pesci, rettili, insetti, spaziando dunque dagli elefanti alle creature microscopiche. L'insieme di questi filmati veniva chiamato dallo stesso Marey "Lo zoo animato". Dei suoi lavori, il più iconico è sicuramente diventato quello (girato nel 1894) che mostra la caduta di un gatto che atterra (su un materasso) sulle quattro zampe. Marey lo girò proprio per verificare se l'animale poggiasse a terra tutte le quattro zampe nello stesso momento (lo fa). La maggior parte dei film venivano realizzati presso la Station Physiologique di Parigi, nel Bois du Boulogne, dove Marey e Demenÿ lavoravano.

Blacksmith scene (W. K. L. Dickson, 1893)

Blacksmith scene
di William K. L. Dickson – USA 1893
con Charles Kayser, John Ott

Visto su YouTube.

Un fabbro e due suoi aiutanti, in officina, battono con i loro martelli un pezzo di metallo incandescente sull'incudine, poi fanno una pausa per bersi una birra (si passano una bottiglia tra di loro) e infine ricominciano a lavorare. Si tratta del più antico film sopravvissuto fra quelli girati nel cosiddetto Black Maria, il primo studio cinematografico della storia, uno teatro di posa la cui costruzione era iniziata nel 1892 sui terreni dei laboratori di Edison a West Orange, nel New Jersey, per essere riservato esclusivamente alle riprese cinematografiche. Ma non è l'unica novità per le produzioni di Edison: la pellicola dura una trentina di secondi (niente male, se si pensa che i precedenti lavori di Dickson andavano da 1 a 8 secondi) e anche la qualità dell'immagine mostra un netto miglioramento. Certo, la visione, attraverso il kinetoscopio (di cui Edison ottenne il brevetto il 14 marzo 1893), era ancora riservata a uno spettatore per volta, senza dunque il "brivido" dell'esperienza collettiva: mancano ancora due anni all'invenzione dei fratelli Lumière! Per alcuni critici, la pellicola vanta anche il primato di essere la prima a mostrare degli "attori" impegnati a seguire una "sceneggiatura" (ma questo è discutibile: se vogliamo, anche le persone che giravano in tondo in "Roundhay Garden Scene" di Le Prince stavano seguendo le indicazioni del "regista"). Nel corso dello stesso anno Dickson e compagni realizzarono nel Black Maria svariati altri film, con protagonisti ballerine, acrobati, sportivi e lavoratori impegnati in esibizioni di vario genere, gran parte dei quali sono andati perduti (di "Horse Shoeing" sopravvivono solo tre fotogrammi). Il 9 maggio 1893 al Brooklyn Institute si tiene la prima esibizione pubblica di molte di queste pellicole con il kinetoscopio.

19 ottobre 2018

Pauvre Pierrot (Émile Reynaud, 1892)

Pauvre Pierrot
Autour d'un cabine
di Charles-Émile Reynaud – Francia 1892

Visto su YouTube.

Fra i tanti pionieri del cinema, uno dei più interessanti è stato senza dubbio Émile Reynaud, autore di quelli che possono essere considerati i primi film d'animazione. Già nel 1876 Reynaud aveva inventato il prassinoscopio, evoluzione dello zootropio (dove i disegni presenti all'interno di un cilindro vengono osservati attraverso delle fenditure) che utilizzava una serie di specchi per riflettere le immagini verso l'osservatore. Abbinando al prassinoscopio il metodo di proiezione della lanterna magica, Reynaud mise a punto il suo "teatro ottico": un sistema di nastri mobili faceva scorrere delle lastre di vetro (su cui erano dipinti personaggi e sfondi) davanti alla luce del proiettore, mostrando così allo spettatore quelle che lui battezzò "pantomime luminose", ciascuna delle quali comprendeva da 500 a 700 lastre di vetro dipinte a mano dallo stesso Reynaud, per una durata da 2 a 5 minuti. La prima dimostrazione pubblica avvenne nell'ottobre 1892 presso il museo Grévin a Parigi e riscosse un enorme successo (facile capire il perché: storie lunghe, complesse, a colori). Di fatto si trattò della prima proiezione di immagini in movimento a un pubblico pagante, tre anni prima di quella dei fratelli Lumière. Negli anni successivi, però, la comparsa di sistemi di ripresa e di proiezione più sofisticati fece cadere il teatro ottico nel dimenticatoio e l'ultima proiezione in pubblico al museo Grévin avvenne nel 1900. In seguito Reynaud, in un momento di disperazione, distrusse tutte le sue "pantomime", gettandole nella Senna. Ne sono sopravvissute soltanto due: "Pauvre Pierrot" (1891, che faceva parte della prima proiezione pubblica del 1892) e "Autour d'un cabine" (1893, proiettato dal 1894). Nel primo, Pierrot suona una serenata a Colombina, ma deve vedersela con Arlecchino. Nel secondo, assistiamo a scene di gioco e di vita su una spiaggia. Le altre pantomime andate perdute sono "Un bon bock" (1888, proiettato dal 1892), "Le clown et ses chiens" (1890, proiettato dal 1892) e "Un rêve au coin du feu" (1894). Fra le innovazioni introdotte da Reynaud (e a cui i fratelli Lumière si ispirarono), non va dimenticata l'idea di "perforare" la pellicola in modo da consentire il suo trascinamento attraverso il proiettore.

A hand shake (W. K. L. Dickson, 1892)

A Hand Shake
Fencing
di William K. L. Dickson – USA 1892

Visto su YouTube.

Dei cinque film di prova girati nei laboratori di Edison nel 1892, ne sopravvivono soltanto due, peraltro in pessime condizioni: "A Hand Shake" mostra una stretta di mano fra i cineasti William K. L. Dickson e William Heise (le cui fattezze si riconoscono a malapena); "Fencing" fa invece parte della solita serie di brevi esibizioni di acrobati, sportivi o ballerine, riprese su sfondo nero (gli altri di quest'anno sono "Boxing", "Wrestling" e "Man on parallel bars"), che ricordano i lavori pionieristici di Eadweard Muybridge od Ottomar Anschütz sullo studio del movimento. In ogni caso, è evidente che la strada da compiere prima dello sfruttamento commerciale del kinetoscopio era ancora lunga...

18 ottobre 2018

Je vous aime (Georges Demenÿ, 1891)

Je vous aime
di Georges Demenÿ – Francia 1891
con Georges Demenÿ

Visto su YouTube.

Considerato il primo "primo piano" della storia del cinema (in realtà un piano medio, dalle spalle in sù), questo film, che mostra un uomo – lo stesso Demenÿ – che pronuncia la frase "Je vous aime" ("Ti amo"), fa parte di una serie di pellicole commissionate ad Etienne-Jules Marey da Hector Marichelle, direttore dell'Istituto Nazionale Francese per i Sordomuti, che intendeva utilizzarli per insegnare ai suoi studenti a parlare e a leggere le labbra. Marey affidò il progetto a Georges Demenÿ, suo assistente presso la Station Physiologique di Parigi. Marichelle aveva richiesto espressamente che gli attori fossero inquadrati da vicino, in modo che il movimento delle labbra fosse chiaro e visibile Da notare come Demenÿ tenga gli occhi socchiusi, forse disturbato dai riflessi dallo specchio che lo illuminava (la luce era necessaria per far risaltare i lineamenti del volto). Probabilmente il film si rivelò poco utile ai fini educativi, ma colpì molto gli spettatori e rese assai popolare il piano medio fra i primi cineasti (Edison lo utilizzerà nel 1896 nel suo "Il bacio"). Il progetto spinse Demenÿ a interessarsi sempre di più al cinema, portandolo infine alla rottura con Marey. Dopo essere stato infatti il suo braccio destro per quattordici anni, i due si separarono nel 1894 quando Demenÿ decise di dedicarsi agli aspetti commerciali della nuova invenzione (mentre al suo mentore interessavano solo quelli scientifici ed educativi). Negli anni successivi, Demenÿ perfezionò il "cronofotografo" di Marey e inventò un proprio "fonoscopio", che riproduceva in sequenza le immagini impresse su un disco in rotazione. Demenÿ fondò anche una compagnia per commercializzare i suoi "ritratti parlanti", senza troppo successo (la sua idea era quella di fare concorrenza agli album di fotografie!). Ma il suo maggior contribuito tecnico allo sviluppo del cinema fu l'invenzione di un meccanismo per il movimento intermittente della pellicola, che venne poi venduto a Léon Gaumont e incluso nel Vitascope di Edison. Le sue soluzioni tecnologiche rimasero in uso per un paio di decenni.

La vague (Étienne-Jules Marey, 1891)

La vague
di Étienne-Jules Marey – Francia 1891

Visto su YouTube.


Come altri pionieri della fotografia dell'epoca, anche lo scienziato e medico francese Étienne-Jules Marey, direttore della Station Physiologique di Parigi, era interessato allo studio del movimento animale. Nel 1882, insieme al suo assistente Georges Demenÿ (che a sua volta avrà un ruolo importante nella storia del cinema dei primordi), aveva costruito il "fucile fotografico", uno strumento capace di impressionare dodici fotogrammi in un secondo sfruttando un meccanismo del tutto simile a quello di una comune rivoltella (a testimonianza di ciò, in inglese il verbo to shoot ha ancora oggi il duplice significato di "sparare" e di "effettuare una ripresa cinematografica"). Il fucile registrava le immagini su lastre di vetro, anche utilizzando la medesima lastra per più fotogrammi. Fra i suoi studi, il più celebre è forse quello del movimento di un gatto che atterra al suolo sulle zampe. Marey e Demenÿ passarono dalla fotografia al cinema quando, come molti altri, cominciarono a utilizzare pellicole di celluloide, ma soprattutto furono fra i primi a usare un meccanismo di scatto ad intermittenza per impressionare i singoli fotogrammi della pellicola, ispirati probabilmente dalle invenzioni del fotografo tedesco Ottomar Anschütz. Si tratta di un elemento fondamentale per la nascita del cinema come lo conosciamo oggi. I film di Marey erano realizzati ad alta velocità (60 immagini al secondo) e con un'ottima qualità, anche se proiettati in slow motion. Spesso mostravano animali o il corpo umano in movimento. "La vague" ("L'onda"), il più antico rimasto fra quelli da lui realizzati, è invece – come suggerisce il titolo – la ripresa di un'onda che si infrange su uno scoglio (fu girato nella baia di Napoli).

17 ottobre 2018

Dickson greeting (W. K. L. Dickson, 1891)

Dickson Greeting
Newark Athlete
Men Boxing
di William K. L. Dickson – USA 1891

Visto su YouTube.

Da una visita all'esposizione universale di Parigi del 1889, Thomas Edison tornò con alcune idee e concetti nati in Europa che furono assai utili al suo dipendente William K. L. Dickson nell'ulteriore sviluppo del kinetografo: l'abbandono del cilindro in favore di una pellicola flessibile su cui imprimere immagini in sequenza (idea suggeritagli dal fucile cronofotografico di Étienne-Jules Marey); l'utilizzo di una pellicola perforata per un migliore scorrimento sui rulli (come nel "teatro ottico" inventato da Charles-Émile Reynaud nel 1888); e l'inserimento di una fonte di luce intermittente per "congelare" momentaneamente la proiezione di ciascuna immagine, sfruttando così la teoria della persistenza della visione per ottenere una miglior illusione di moto continuo (come faceva il tachiscopio elettrico dell'inventore tedesco Ottomar Anschütz). Già alla fine del 1890 questi elementi furono inglobati da Dickson e collaboratori nel progetto del kinetoscopio: in questa fase fu deciso di utilizzare una pellicola da 35 mm, fissando dunque lo standard tuttora in uso. Al 1891, per la precisione al 20 maggio, risale la prima dimostrazione pubblica dell'apparecchio negli Stati Uniti. Nei laboratori Edison, una delegazione di circa 150 membri della National Federation of Women's Clubs potè assistere – uno alla volta, visto che il kinetoscopio obbligava alla visione singola! – a "Dickson Greeting", un cortometraggio sperimentale di circa tre secondi in cui lo stesso Dickson salutava inchinandosi, sorridendo e togliendosi il cappello. Quello stesso anno, Edison fece la domanda per brevettare il kinetoscopio (che però venne lanciato commercialmente solo nel 1894, quando aprirono le prime sale dedicate esclusivamente alla visione dei filmati). Oltre a "Dickson Greeting", risalgono al 1891 almeno altri sei film prodotti nei laboratori Edison, di cui ne sono sopravvissuti solo due.

"Newark Athlete" mostra un giovane atleta che fa roteare due clave indiane (attrezzi da giocoliere). Filmato in maggio o in giugno nei laboratori Edison di West Orange, nel New Jersey (presso i quali saranno costruiti più tardi i Black Maria Studios, ovvero i primi studi di posa e di produzione cinematografica della storia), si tratta della più antica pellicola fra tutte quelle scelte dall'United States National Film Preservation Board per la conservazione nella Libreria del Congresso degli Stati Uniti.

"Men Boxing" dura circa 5 secondi e mostra due attori (con ogni probabilità, due impiegati della compagnia di Edison) con guantoni da pugilato, mentre fingono di battersi sul ring. Girato anch'esso fra maggio e giugno 1891 nei laboratori di West Orange, il film non fu mai presentato al pubblico ed è da considerarsi un lavoro di prova per sperimentare gli apparecchi e le tecnologie che venivano messe a punto in quegli anni.

16 ottobre 2018

London Trafalgar Square (W. Donisthorpe, 1890)

London Trafalgar Square
di Wordsworth Donisthorpe – GB 1890

Visto su YouTube.


Anarchico, scacchista e inventore, l'inglese Wordsworth Donisthorpe è una figura forse marginale fra i pionieri della cinematografia, ma merita una segnalazione per aver brevettato nel 1885 – dunque prima non solo dei Lumière, ma anche di Le Prince e di Edison – una macchina da presa chiamata kinesigraph, con la quale era in grado di "riprendere una successione di immagini fotografiche a uguali intervalli di tempo, in modo da registrare il movimento". Solo nel 1890, però, riuscì a produrre un film su celluloide vero e proprio, che mostra il traffico di Trafalgar Square a Londra, realizzata insieme al cugino William C. Crofts, a sua volta inventore e pioniere della fotografia. Ne sopravvivono solo 10 fotogrammi, incorniciati da un mascherino circolare, che comunque rappresentano il più antico film ambientato nella capitale inglese sopravvissuto fino ad oggi (visto che i lavori di William Friese-Greene del 1888-1889 sono andati perduti).

Monkeyshines (W. K. L. Dickson, 1890)

Monkeyshines, No. 1
Monkeyshines, No. 2
Monkeyshines, No. 3
di William K. L. Dickson – USA 1890

Visto su YouTube.

Il terzo posto nella storia del cinema, dopo Louis Le Prince e William Friese-Greene, va a William Kennedy Laurie Dickson, un dipendente di Thomas Edison (sì, l'inventore della lampadina e del fonografo!). Quest'ultimo, impressionato dai risultati del fotografo inglese Eadweard Muybridge (che era riuscito a scattare sequenze di foto che, viste di seguito, davano l'illusione del moto), aveva deciso di investire tempo e risorse nella realizzazione di apparecchi in grado di catturare "immagini in movimento", già immaginandone – a differenza degli altri pionieri – un possibile sfruttamento commerciale. Gli esperimenti iniziarono nel 1888 nei laboratori di Edison negli Stati Uniti, ma i veri progressi si ebbero a partire dall'anno dopo, quando George Eastman rese disponibile sul mercato i primi rotoli di pellicole fotografiche basate su celluloide. Dickson, su commissione di Edison, costruì una macchina da ripresa chiamata kinetografo (che inizialmente imprimeva le immagini su un cilindro), e nel novembre 1890 (fonti meno attendibili parlano addirittura del giugno 1889) realizzò insieme al collega William Heise i primi film mai girati negli Stati Uniti: una serie di brevi pellicole sperimentali chiamate "Monkeyshines". Si trattava di film di prova, ancora non destinati al pubblico. In "Monkeyshines No. 1", così come nei suoi due "sequel" girati lo stesso anno (la prima serie della storia!), si può (intra)vedere l'assistente di laboratorio Sacco Albanese (altri parlano di John Ott) mentre si muove e fa ampi gesti con le braccia. Oltre al kinetografo, Dickson mise a punto anche un apparecchio per vedere le immagini riprese, chiamato kinetoscopio, che però consentiva la visione a un solo spettatore per volta. Si trattava infatti di una grande cassa all'interno della quale erano posizionati dei rulli che permettevano il trascinamento della pellicola. Funzionava come un juke-box: inserendo una moneta nell'apposita fessura (già si pensava allo sfruttamento economico!), lo spettatore poteva azionare i rulli con una manovella e vedere così le immagini scorrere attraverso un piccolo foro in cima all'apparecchio.

15 ottobre 2018

Hyde Park Corner (William Friese-Greene, 1889)

Brighton Street Scene
Hyde Park Corner
Leisurely Pedestrians, Open Bus etc...
Traffic in King's Road, Chelsea

di William Friese-Greene – GB 1889

Subito dopo Louis Le Prince, e prima di Thomas Edison (o meglio, del suo collaboratore William K. L. Dickson), la piazza d'onore nella storia del cinema spetta a un fotografo e inventore britannico, William Friese-Greene, che sin dal 1886 aveva collaborato con John Rudge, un costruttore di “lanterne magiche” di Bath, per mettere a punto un apparecchio che fondesse i principi della fotografia con quelli delle immagini in movimento: una "cinecamera", appunto. Il primo prototipo era chiamato biophantascope, e proiettava lastre fotografiche di vetro. Il passaggio decisivo fu quello di utilizzare la celluloide, ovvero la carta fotosensibile della Eastman da poco disponibile sul mercato. Fra il 1888 e il 1890 Friese-Greene girò quelli che sarebbero da considerare il secondo gruppo di film mai realizzati (dopo quelli di Le Prince): sequenze riprese per strada e nei parchi, a Brighton e a Londra, dai titoli “Brighton Street Scene” (1888), “Hide Park Corner” (1889), “Leisurely Pedestrians, Open Topped Buses and Hansom Cabs with Trotting Horses” (1889), “Traffic in King's Road, Chelsea” (1890). Peccato che siano andati tutti perduti. Friese-Greene uscì dalla storia del cinema a causa del suo pessimo fiuto per gli affari: non riuscì a sfruttare le sue invenzioni a fini commerciali (una dimostrazione pubblica effettuata nel 1890 si rivelò un fallimento), andò in bancarotta e fu costretto a vendere ad altri i diritti della sua macchina “cronofotografica” (che riprendeva dieci immagini al secondo su una pellicola di celluloide perforata). In seguito, si diede alle sperimentazioni nel campo del colore: suo figlio Claude realizzò alcuni dei primi film a colori (non colorati a mano) all'inizio degli anni venti.

14 ottobre 2018

Roundhay garden scene (Louis Le Prince, 1888)

In occasione del 130° anniversario del primo film mai realizzato (che cade proprio oggi), per qualche settimana riserverò il blog alla pubblicazione di una serie di post dedicati ai primi, misconosciuti, pionieri del cinema. Sono infatti convinto che, per apprezzare pienamente la settima arte, occore conoscere anche i suoi incerti passi iniziali. Ovviamente, trattandosi di pellicole quasi sperimentali, il consueto sistema di giudizi in stelline non è applicabile.

Per una curiosa coincidenza (accuratamente pianificata!), questo è anche il 3000° film di cui scrivo su questo blog.

Roundhay Garden Scene
Traffic across Leeds Bridge
Accordion player
di Louis Le Prince – Francia/GB 1888

Visto su YouTube.

Quando nasce il cinema? La data convenzionalmente fissata, il 28 dicembre 1895, è in realtà solo quella della prima proiezione pubblica (e a pagamento) con cui i fratelli Lumière presentarono il loro cinématographe. In precedenza, tuttavia, molti altri pionieri avevano sperimentato con macchine fotografiche a ripresa continua e avevano realizzato rudimentali pellicole che a tutti gli effetti possono dirsi cinematografiche (da citare, in particolare, i risultati dell'inglese Eadweard Muybridge, del tedesco Ottomar Anschütz e del francese Étienne-Jules Marey). Ma se proprio vogliamo stabilire uno spartiacque fra la produzione generica di “immagini in movimento” (che si trattasse di disegni, come nelle cosiddette “lanterne magiche”, di ombre o anche di fotografie) e la realizzazione di veri e propri “film” (ossia sequenze di fotogrammi impressi “in diretta” e continuamente su una pellicola attraverso una singola lente, e non di foto o immagini su carta, prodotte separatamente e riassemblate in un secondo momento), sembra che la palma del primo film della storia – o almeno del primo tuttora conservato – debba andare a Louis Aimé Augustin Le Prince (anch'egli francese, come i Lumière) con il suo “Roundhay Garden Scene”, un cortometraggio – chiamiamolo così: si tratta di poche decine di fotogrammi, per una durata di due secondi! – girato in Inghilterra il 14 ottobre 1888.

Il film mostra quattro persone – Adolphe Le Prince, figlio di Louis; Harriet Hartley, un'amica di famiglia; Joseph Whitley e Sarah Whitley, i suoceri di Le Prince – muoversi in cerchio nel giardino di Oakwood Grange, la casa dei Whitley a Roundhay, nei sobborghi di Leeds. La pellicola di celluloide (carta Eastman) era perforata e veniva mossa all'interno della macchina da presa grazie a ruote dentate. Visto che l'apparecchio era designato come “apparato per la proiezione di immagini animate”, è presumibile che si tratti non solo del primo film girato, ma anche del primo a essere stato proiettato (anche se in privato, e non davanti a un pubblico pagante). Attorno a quest'opera, che ci mostra uno spensierato momento di vita famigliare, aleggia anche un macabro mistero. Innanzitutto, Sarah Whitley morì dieci giorni dopo le riprese. Poi – e soprattutto – lo stesso Le Prince sparì meno di due anni dopo, il 16 settembre 1890, mentre era a bordo di un treno che lo portava da Digione a Parigi: le teorie sulla sua scomparsa sono diverse (suicidio, sparizione volontaria, omicidio per questioni di eredità o addirittura per una “guerra di brevetti”, visto che Le Prince era sul punto di registrare la sua invenzione e di effettuare una dimostrazione negli Stati Uniti, anticipando di poco Edison), ma nessuna è mai stata confermata.

Dei suoi lavori, oltre a “Roundhay Garden Scene”, ci rimangono altri due film, girati sempre nel 1888. “Traffic Crossing Leeds Bridge” mostra carri e carrozze trainate da cavalli per la strada, nei due sensi di marcia, e passanti sul marciapiede, uno dei quali attraversa addirittura la carreggiata. La location, il ponte sul fiume Aire, fu scelta appositamente perché garantiva la presenza di un certo traffico. La ripresa è fatta leggermente dall'alto. Adolphe Le Prince, figlio di Louis, era presente come assistente del padre (fu il primo aiuto regista della storia!). La versione restaurata e digitalizzata, oggi disponibile, comprende 65 fotogrammi e dura 2,76 secondi. “Accordion Player” mostra invece Adolphe Le Prince mentre suona una fisarmonica diatonica (un “organetto”, per intenderci), sempre davanti ai gradini della casa di suo nonno Joseph Whitley a Roundhay. A differenza degli altri due film, quando scrivo quest'ultimo non è stato ancora ripulito e digitalizzato (su YouTube è visibile una rimasterizzazione amatoriale dei primi 17 fotogrammi).

Inoltre sopravvivono 14 dei 16 fotogrammi di “Man walking around a corner”, un lavoro risalente addirittura all'anno prima, il 1887. Pur essendo precedente a “Roundhay”, non è però da considerarsi il primo film della storia perché fu realizzato con una fotocamera con 16 diverse lenti, ognuna delle quali scattava una foto in rapida successione (una serie di fotografie separate, dunque, e non una pellicola): una tecnica già sperimentata da altri pionieri come l'astronomo Pierre Jules César Janssen (che nel 1874 catturò il passaggio di Venere davanti al sole) e i succitati Eadweard Muybridge (che nel 1878 “riprese” in questo modo un cavallo al galoppo) ed Étienne-Jules Marey (che nel 1882 aveva inventato un “fucile cronofotografico”, in grado di scattare 12 fotogrammi consecutivi al secondo).

13 ottobre 2018

L'albero dei frutti selvatici (N. B. Ceylan, 2018)

L'albero dei frutti selvatici (Ahlat Ağacı)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2018
con Aydın Doğu Demirkol, Murat Cemcir
***

Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Appena laureato, il giovane Sinan torna nella città di provincia dove è nato, indeciso sul proprio futuro: diventare insegnante come suo padre Idris, che pure negli ultimi anni ha dilapidato denaro e reputazione scommettendo alle corse dei cavalli e riempendosi di debiti? Oppure inseguire il sogno di diventare scrittore, pubblicando (a proprie spese) un libro di "riflessioni sulla cultura locale"? O ancora, fare come molti suoi amici in un momento di crisi economica e culturale, arruolandosi nelle forze armate? Con i suoi tempi lunghi (il film dura oltre tre ore) e la consueta cura nell'analisi psicologica dei personaggi e del loro rapporto con il mondo circostante, Ceylan racconta una crisi esistenziale la cui soluzione era forse a portata di mano: il recupero del rapporto fra padre e figlio, quel padre che il protagonista tiene a distanza per troppo tempo, deluso e infastidito da lui come lo è dal resto del mondo, prima di accorgersi che in fondo i due sono molto più simili di quanto non pensasse. Il titolo originale, che poi è anche quello del libro scritto da Sinan, si riferisce a una specie di pero selvatico che cresce sulle alture della provincia di Çanakkale (vicino alle rovine dell'antica Troia): l'albero è ovviamente una metafora del rapporto fra padre e figlio, sottolineandone le similitudini (anche a livello di testardaggine e spigolosità): in fondo non si dice che il frutto non cade mai troppo lontano dal fusto che l'ha generato? E in generale la natura, con i suoi ritmi e le sue stagioni (quasi l'intero film è girato in autunno, tranne alcune brevi scene invernali nel finale), pare essere l'ancora di salvataggio per chi non riesce proprio a sentirsi in sintonia con gli uomini di un mondo ipocrita e che sembra sempre cambiare in peggio (si pensi alle lunghe scene dialogo di Sinan con lo scrittore affermato, con il capocantiere, o con i due imam, attraverso le quali mette a confronto con gli altri la propria visione dell'arte, della società e della religione). Come spesso nei film di Ceylan, il fulcro di tutto sono la famiglia e i luoghi delle proprie origini, ai quali i suoi personaggi introspettivi e irrequieti, che accettino o meno la propria sconfitta, fanno inesorabilmente ritorno. Lo stile, lucido e formalmente elegante, è qui appena un po' più sporco (con occasionali flare o sfocature), ma nell'intensità generale si concede alcuni momenti onirici che confermano il carattere sognatore e visionario dei due protagonisti (vedi anche il doppio finale: cupo e pessimista, con il sucidio del giovane, oppure lieto e ottimista, con Sinan che decide di restare al fianco del padre per aiutarlo a trovare l'acqua nel pozzo nella vecchia fattoria di famiglia, che il genitore ha rimesso in sesto per ritirarcisi a vivere come pastore dopo essere andato in pensione). Nota di colore: il cavallo di legno che si vede nel film è il modello usato per le riprese del film "Troy" con Brad Pitt.

10 ottobre 2018

Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957)

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1957
con Max von Sydow, Gunnar Björnstrand
***1/2

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni e altra gente.

Di ritorno dalle crociate, il cavaliere Antonius Block (Max von Sydow) e il suo scudiero Jons (Gunnar Björnstrand) attraversano un paese sconvolto dalla pestilenza, dove gli uomini muoiono come mosche e tutti temono che sia giunta la fine del mondo prevista dall'Apocalisse ("Quando l'angelo aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece silenzio e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe..."). Block, angosciato dal silenzio di Dio e tormentato dai dubbi che si aprono nella propria fede (mentre di contro lo scudiero Jons è più pragmatico e razionalista), si ritrova faccia a faccia con la Morte impersonificata (Bengt Ekerot), un'alta e tetra figura dalla pelle bianca e dal manto nero: e per prendere tempo, la sfida a una partita a scacchi (seguendo in questo un'iconografia medievale che mostrava spesso il tristo mietitore impegnato in tale attività). Man mano che la partita procede, trascinandosi di giorno in giorno, il cavaliere e lo scudiero proseguono il loro viaggio verso casa, incontrando fra gli altri una serva muta (Gunnel Lindblom) che Jons prende con sé; un fabbro di villaggio (Åke Fridell) con la moglie infedele (Inga Gill); e soprattutto una compagnia itinerante di attori e saltimbanchi, formata dal capocomico Jonas (Erik Strandmark) e dai giovani coniugi Jof (Nils Poppe) e Mia (Bibi Andersson), con il loro figlioletto Mikael. Saranno proprio questi ultimi, puri di cuore e di spirito (al punto che Jof, pur non comprendendo le proprie visioni, è in grado di percepire il trascendente e il soprannaturale), gli unici a salvarsi dalla Morte che il cavaliere, protraendo al massimo il tempo della partita a scacchi, condurrà con sé fino al proprio castello. Ambientato in un medioevo cupo ed oscuro, dove le campagne sconvolte dalla peste sono percorse da pellegrini penitenti e flagellanti (al canto del "Dies Irae") e da monaci che mettono alle fiamme le presunte streghe, forse il film più famoso di Ingmar Bergman, di certo quello che più di ogni altro è entrato nell'immaginario cinematografico e collettivo (non si contano gli omaggi, le citazioni, i riferimenti, anche in lavori del tutto diversi e che apparentemente non hanno niente in comune con le riflessioni esistenziali – prima ancora che religiose – del regista svedese: si pensi a "Last action hero" o a "Un mitico viaggio").

L'immagine del cavaliere che gioca a scacchi con la morte è sicuramente potente, ma la pellicola offre molto di più: è il percorso di un uomo che comincia a farsi delle domande nel momento in cui si rende conto di stare ormai avvicinandosi al proprio destino finale, un percorso che non tutti fanno allo stesso modo (il contraltare del cavaliere, come detto, è lo scudiero nichilista: ma c'è anche chi proietta le proprie paure all'esterno, cercando un capro espiatorio – la ragazza accusata di essere una strega (Maud Hansson) – oppure chi semplicemente rifiuta di accettare la situazione). Tutti dobbiamo morire, ma non tutti ci avviciniamo alla morte nello stesso modo. Anche formalmente il film gioca con gli estremi: la vita e la morte sono simboleggiate dal bianco e nero (e non a caso, nella partita a scacchi, la morte muove i pezzi neri), che la fotografia di Gunnar Fischer esalta in modo magistrale. E nella cupezza generale, risaltano la luce e la gioia di vivere della giovane famiglia di saltimbanchi: il momento in cui giocano con il bambino sul prato, in cui si gustano il latte e le fragole (un "posto delle fragole" ante litteram!) svela il reale significato della felicità: apprezzare e godersi la vita momento per momento, come lo stesso cavaliere riconosce affermando che porterà quell'istante nella propria memoria. In tutto questo, Bergman – che come Shakespeare condisce il dramma con alcune scenette comiche (quelle relative al fabbro e alla moglie che scappa con l'attore) – si ispira, oltre che alle suddette iconografie medievali (si pensi anche all'ultima scena, quella della "danza con la Morte", o ai dipinti che un artigiano sta tracciando sulle pareti di una chiesa diroccata), a un piccolo dramma teatrale, "Pittura su legno", da lui stesso scritto qualche anno prima. Insignito del premio speciale della giuria al Festival di Cannes, il film divenne un classico istantaneo e portò Bergman alla fama internazionale. La pellicola segna anche l'inizio della collaborazione con il regista svedese di due intepreti che in seguito appariranno ripetutamente nei suoi lavori: Max von Sydow (attore teatrale all'esordio assoluto nel cinema) e Bibi Andersson.

8 ottobre 2018

Ordet - La parola (Carl Theodor Dreyer, 1955)

Ordet - La parola (Ordet)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1955
con Henrik Malberg, Preben Lerdorff Rye
****

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni, Giuliana e altra gente.

Uno dei crucci dell'anziano fattore Morten (Henrik Malberg), patriarca della famiglia Borgen, è la follia del figlio Johannes (Preben Lerdorff Rye), che si crede Gesù Cristo e vaga per la casa e la campagna in vestaglia, predicando nel deserto. Non è l'unico, però: ci sono anche il figlio maggiore Mikkel (Hemil Hass Christensen), che ha perso la fede, e il minore Anders, che si è innamorato di Anna, figlia del sarto del villaggio con cui i Borgen sono in disputa da anni per questioni teologiche. Quando la tragedia colpisce la famiglia con la morte per parto di Inger (Brigitte Federspiel), moglie di Mikkel e cuore pulsante della serenità domestica, sarà proprio un miracolo compiuto dal “folle” Johannes a trasformare il dolore in gioia. Capolavoro del cinema della spiritualità, tratto da un dramma teatrale del 1932 del pastore luterano Kaj Munk, il penultimo film di Dreyer (una delle sue pellicole di maggior successo critico, vincitrice fra l'altro del Leone d'Oro a Venezia) è un'intensa e commovente riflessione sul mistero dell'irrazionale e del trascendente, sul potere della fede, della volontà e – come da titolo – della parola. Il riferimento principale, come suggerito anche dal nome del figlio pazzo (Johannes), è l'incipit del Vangelo di Giovanni (“In principio era la parola...”: una parola vivente e che dona, o restituisce, la vita). Da notare che quello di Johannes non è solo un delirio mistico, tanto che compie il miracolo quando ormai è già rinsavito: anche se esso avviene tramite lui, la fede che lo catalizza è quella “pura” e semplice di una bambina, la nipotina Maren, l'unica che vede al di là dell'ordinario, della ragione e delle apparenze. A lei si contrappongono non solo gli altri membri della famiglia, ma anche le figure delle autorità “ufficiali”, come il pastore del villaggio (cinico e burocratico, anche nel discorso al funerale, colmo di luoghi comuni) e il dottore (un medico scrupoloso ma scientista), che non si accorgono della straordinarietà che li circonda. Che la sceneggiatura derivi da un testo teatrale (fra l'altro già portato sullo schermo nel 1943 dallo svedese Gustaf Molander, con Victor Sjöström come protagonista) è evidente nella composizione delle scene (quasi tutte in interni) e dei dialoghi, anche se Dreyer arricchisce la pellicola con la sua regia essenziale e rigorosa, con lunghi e lenti piani sequenza, con la fotografia austera in bianco e nero, con alcuni scorci esterni (i campi di grano, il canneto, il vento che muove i panni bianchi stesi ad asciugare, simbolo dello spirito) di un mondo fuori dal tempo (se non fosse per i telefoni e l'automobile del dottore, potremmo essere nel settecento o nell'ottocento). E non manca un accenno di satira sociale e religiosa (la faida teologica fra i due patriarchi, che appartengono a correnti protestanti diverse fra loro, raccontata quasi con toni da commedia).

7 ottobre 2018

I bambini del cielo (Majid Majidi, 1997)

I bambini del cielo, aka I ragazzi del paradiso (Bacheha-ye aseman)
di Majid Majidi – Iran 1997
con Amir Farrokh Hashemian, Bahare Seddiqi
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Dopo che Alì ha perso le scarpe della sorellina Zahra, che aveva portato dal ciabattino a far riparare, i due bambini decidono di fare a turno nell'indossare le consunte scarpe da ginnastica del ragazzo, anche se questo comporta continui problemi (come l'arrivare tardi a scuola). Essendo di famiglia povera, i due bambini non possono chiedere al padre (Reza Naji) di comprar loro delle nuove scarpe, e perciò cercano di arrangiarsi per proprio conto. A un certo punto Alì si iscrive alla gara di corsa della scuola, che assegnerà in premio al terzo classificato proprio un nuovo paio di scarpe da ginnastica: ma arrivare terzo non è così facile... Di evidente ispirazione kiarostamiana (ricorda diverse pellicole dei suoi esordi, come "Il viaggiatore", ma anche i primi film di Panahi, come "Il palloncino bianco": e come quelli è stato girato in gran parte in segreto per le strade della città, in modo da catturarne un'immagine più realistica possibile), ma con un'espressività e una vitalità propria, il film ha scomodato ad alcuni critici persino un paragone con il neorealismo italiano, in particolare con "Ladri di biciclette" per la scena in cui Ali va con il padre nei quartieri alti in cerca di lavoro come giardiniere (una scena in cui si mettono a confronto due zone di Teheran e due mondi completamente diversi: quello dei quartieri vecchi, poveri e fuori dal tempo, e quello delle moderne e lussuose ville dei benestanti). Certo, il lieto fine, la semplicità e la purezza del racconto lo fanno sembrare quasi una fiaba, così come la ricchezza dei colori, le bellezza delle immagini e la calda empatia dei personaggi. Eccellenti, come spesso accade nel cinema iraniano, i piccoli protagonisti (Ali ha 8 anni, la sorellina Zahra 6), nonché le dinamiche interne del loro mondo e i rapporti con gli adulti (genitori, insegnanti). È stata la prima pellicola iraniana in assoluto a essere nominata per l'Oscar come miglior film straniero.

5 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte (T. Gilliam, 2018)

L'uomo che uccise Don Chisciotte (The man who killed Don Quixote)
di Terry Gilliam – GB/Spa/Fra/Por/Bel 2018
con Adam Driver, Jonathan Pryce
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Mentre si trova in Spagna per la lavorazione di uno spot pubblicitario, il cinico e disilluso regista Toby Grisoni (Adam Driver) scopre che Javier (Jonathan Pryce), l'anziano ciabattino che dieci anni prima aveva interpretato per lui il ruolo di Don Chisciotte in un film studentesco girato in quegli stessi luoghi, è impazzito e crede di essere davvero il leggendario personaggio di Cervantes. Convinto che Toby sia Sancho Panza, il vecchio lo coinvolgerà nelle proprie illusioni, trascinandolo con sé in una serie di disavventure picaresche in una campagna arcaica e religiosa, a metà strada fra il sogno e la realtà, fino a una folle serata in una festa in costume nel castello di un oligarca russo. Testamento della creatività e della forza di volontà di Gilliam, nonché summa di tutto il suo cinema (per dirne alcune: la (con)fusione fra immaginazione e realtà viene da "La leggenda del re pescatore", la serie di peripezie fantastiche ed esagerate da "Le avventure del barone di Munchausen", il medioevo grottesco e parodistico da "Monty Python e il sacro Graal"), il film esce finalmente nelle sale dopo una lunghissima gestazione, grane finanziarie e legali e una ventina d'anni di tentativi, problemi e incidenti di ogni genere (raccontati con dovizia di particolari nel documentario "Lost in La Mancha", che mostra il dietro le quinte delle riprese del 2000, quando gli attori protagonisti avrebbero dovuto essere Johnny Depp e Jean Rochefort). Ed è curioso ricordare come anche un altro celebre regista visionario e indipendente, Orson Welles, abbia lavorato per anni a un "Don Chisciotte", nel suo caso rimasto incompiuto. Caotico, diseguale, confusionario, colorato, sopra le righe, con una messinscena elaborata e barocca, il film tocca i temi da sempre cari al cineasta americano, su tutti la potenza della fantasia e dell'immaginazione: è evidente come per Gilliam fosse irresistibile la fascinazione per un personaggio come Don Chisciotte, che viene qui visto come un archetipo immortale, che si reincarna continuamente per continuare a vivere sulla faccia della Terra, anche a distanza di secoli. D'altronde, le avventure di Chisciotte erano sin dall'inizio il prodotto della sua folle fantasia, il desiderio di mantenere in vita l'epopea cavalleresca anche in tempi moderni, in un mondo cambiato e dove le antiche regole della cortesia e dell'onore non esistono più (siamo ora in un mondo che vive nel timore dei terroristi musulmani, o dove i ricchi, con i loro abusi e le loro prepotenze, fanno il bello e il cattivo tempo, "giocando" a ricostruire un medioevo farlocco e stereotipato). Che proprio un regista, ovvero un uomo che per mestiere crea fantasie e illusioni, sia destinato a rinverdire i fasti di Don Chisciotte è dunque assolutamente coerente. Adam Driver si cala nella parte che avrebbe dovuto essere di Johnny Depp imitandone il modo di recitare, tanto che in numerose scene è difficile non pensare proprio a lui. L'ottimo Pryce è un habituè di Gilliam, avendo recitato già in "Brazil", "Munchausen" e "I fratelli Grimm". Nel resto del cast si riconoscono Stellan Skarsgård (il produttore), Olga Kurylenko (la moglie del capo) e Rossy de Palma (una contadina). Joana Ribeiro è Angelica, la "Dulcinea" del caso, Óscar Jaenada il misterioso gitano.

4 ottobre 2018

Billy Lynn (Ang Lee, 2016)

Billy Lynn - Un giorno da eroe (Billy Lynn's long halftime walk)
di Ang Lee – USA/GB/Cina 2016
con Joe Alwyn, Kristen Stewart
***

Visto in TV, con Sabrina.

Protagonista di un atto eroico durante un'azione di guerra in Iraq, il giovane Billy Lynn (Joe Alwyn) viene celebrato insieme agli altri membri della sua squadra durante un breve rientro in patria. Con loro è costretto a "intrattenere" il pubblico in una cerimonia durante l'intervallo di una partita di football (il cosiddetto halftime show), fra cheerleader, ballerini e cantanti (le Destiny's Child!). Dentro di lui, però, monta lo stress post-traumatico, il dolore per la morte di un commilitone (Vin Diesel), i sensi di colpa per aver ucciso un soldato nemico e l'incertezza sulla scelta di tornare a combattere oppure di accettare il suggerimento della sorella (Kristen Stewart) e farsi congedare dal servizio attivo. Da un romanzo di Ben Fountain, un'interessante riflessione sul "vissuto" di un giovane soldato diventato eroe per caso (e suo malgrado) e catapultato in un mondo di propaganda e di retorica patriottica che non ha alcuna risonanza dentro di lui. Anzi, l'attenzione e e luci della ribalta non fanno altro che esacerbare i suoi dubbi e risvegliare i ricordi traumatici della guerra (che si alternano alle scene in diretta: la storia si svolge praticamente nell'arco di una sola serata). Il plot ricorda in parte "Flags of our fathers" di Clint Eastwood, che però era ambientato durante la seconda guerra mondiale. Negli Stati Uniti il film non ha riscosso alcun successo, forse anche perché mette in discussione l'eroismo e le motivazioni dei soldati americani in Iraq, nonché lo stile di vita di chi è rimasto in patria (di fronte allo spettacolo kitsch e alle celebrazioni durante la partita – che a loro modo ricordano quelle viste in "Apocalypse Now" – i soldati commentano: "Una pagliacciata? No, una normale giornata americana"). Il giovane Joe Alwyn, all'esordio, mi è parso assai promettente. Nel cast anche Garrett Hedlund (il sergente), Makenzie Leigh (la cheerleader) e, per una volta in ruoli non comici, Chris Tucker (il manager) e Steve Martin (il magnate del football). Nelle sale la pellicola è uscita anche in 3D e, prima in assoluto, con un high frame rate (di 120).

3 ottobre 2018

Poveri milionari (Dino Risi, 1958)

Poveri milionari
di Dino Risi – Italia 1958
con Maurizio Arena, Renato Salvatori
**

Visto in TV.

Terzo episodio delle avventure di Romolo (Arena) e Salvatore (Salvatori), cominciate con "Poveri ma belli" e proseguite con "Belle ma povere". A questo giro manca la co-protagonista Marina Allasio, sostituita da Sylva Koscina in un ruolo piuttosto stereotipato, e cambia anche il setting della vicenda: ma senza l'ambientazione proletaria (che diventa piccolo borghese) si perde molto dell'atmosfera che rendeva speciali i primi due film. Freschi di nozze l'uno con la sorella dell'altro – Marisa (Lorella De Luca) e Anna Maria (Alessandra Panaro) – dopo una problematica luna di miele i giovani si trasferiscono a vivere in un appartamento ancora in costruzione (mancano persino i vetri alle finestre). Investito dall'auto della ricchissima ed eccentrica Alice (Koscina), Salvatore perde la memoria e viene accolto in casa da questa, che se ne innamora e lo nomina direttore generale dei grandi magazzini di cui è proprietaria. Si tratta degli stessi negozi dove Romolo lavora come commesso, e dove Salvatore farà assumere anche Marisa, di cui si invaghisce senza sapere che è già sua moglie... Non più bulli di borgata, i due personaggi sembrano ora uscire da una commedia degli equivoci americana o dalle pagine di un fumetto comico (la trovata dell'amnesia è quanto di più riciclato ci possa essere), e la pellicola risulta assai lontana dal realismo precedente, oltre che prevedibile e debole sia come trama che come gag (un'altra botta in testa farà guarire Salvatore). Ma la verve dei due attori (che battibeccano di continuo), oltre al buon ritmo della regia di Risi, tiene a galla la baracca e garantisce un innocuo divertimento. Dei due interpreti, che con questa trilogia ottennero un'improvvisa popolarità, quello che farà poi la carriera migliore è Salvatori (lo ricordiamo, per esempio, ne "I soliti ignoti", "Rocco e i suoi fratelli" e "Queimada"). Cameo per Fred Buscaglione.

2 ottobre 2018

Belle ma povere (Dino Risi, 1957)

Belle ma povere
di Dino Risi – Italia 1957
con Maurizio Arena, Renato Salvatori
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

È il sequel di "Poveri ma belli". Gli amici Romolo (Arena) e Salvatore (Salvatori) sono ormai fidanzati l'uno con la sorella dell'altro, le giovani Anna Maria (Alessandra Panaro) e Marisa (Lorella De Luca). Le due ragazze sognano il matrimonio, ma prima vorrebbero che i compagni mettessero la testa a posto e si trovassero un lavoro stabile. Non sarà facile: Romolo, più portato per lo studio, riesce a diplomarsi in elettrotecnica e ad aprire un piccolo negozio di radio, ma per farlo è costretto a chiedere un prestito all'ex amica e fidanzata Giovanna (Marisa Allasio). Salvatore, meno bravo a scuola, passa invece da un lavoretto all'altro (come quello di riscuotere le tasse sui cani da compagnia). Nel frattempo, bisticci e incomprensioni seminano zizzania fra loro e le ragazze, tanto che Romolo avrà la tentazione di un'altra avventura con Giovanna, anche perché lei lo incoraggia nella speranza di ingelosire il suo nuovo corteggiatore Franco (Riccardo Garrone). Salvatore, invece, accetterà di partecipare a un furto, scassinando proprio la gioielleria di Franco. Per fortuna, grazie all'intervento delle due fidanzatine, tutto si risolverà senza danni e le due coppie potranno convolare a nozze (una dopo l'altra, utilizzando gli stessi abiti). Commedia garbata ed episodica, messa in cantiere nel giro di pochi mesi dopo il successo del film precedente, dal quale gli attori riprendono le rispettive parti (con un ruolo più importante, come da titolo, per le due fidanzate). Questa volta i toni leggeri e disimpegnati non vanno a discapito di riflessioni più profonde sulla gioventù, le difficoltà sociali (il lavoro, la povertà), le responsabilità e l'amicizia. Carlo Giuffré è il biondo corteggiatore di Marisa. Memorabile il bassotto Endimione. La trilogia si completerà l'anno seguente con "Poveri milionari".

1 ottobre 2018

Poveri ma belli (Dino Risi, 1957)

Poveri ma belli
di Dino Risi – Italia 1957
con Maurizio Arena, Renato Salvatori, Marisa Allasio
**1/2

Visto in TV.

Romolo (Arena) e Salvatore (Salvatori), due giovani bellimbusti, vivono con le rispettive famiglie nello stesso condominio popolare nel centro di Roma, presso piazza Navona. I due, amici sin dall'infanzia, trascorrono le giornate andando a caccia di ragazze, che si passano l'un l'altro senza troppi pensieri. Ma quando incontrano la bellissima e prosperosa Giovanna (Allasio), commessa di un negozio di sartoria maschile, se ne innamorano all'istante, diventando rivali e rischiando di mettere a repentaglio la propria amicizia... Grande successo di pubblico (e prima consacrazione per Risi) per una commedia entrata subito nell'immaginario popolare. Giovanile e scanzonata, leggera e senza troppe pretese, ricca di gag (fra l'umoristico e il satirico) e di belle ragazze, è impreziosita dagli scenari di Roma e dai dialoghi spigliati. Vista l'ambientazione proletaria, c'è chi ha parlato di "neorealismo in salsa rosa", e non c'è dubbio che il regista dimostra di essere "in perfetta sintonia con l'evoluzione del costume nazionale". Dato l'eccellente riscontro il film avrà ben due seguiti, sempre diretti da Risi e con gli stessi attori: "Belle ma povere" (1957) e "Poveri milionari" (1958), dove si aggiungerà anche una traccia di analisi sociale, qui ancora mancante. Alla sceneggiatura hanno collaborato Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa. La bella fotografia in bianco e nero è di Tonino Delli Colli. La Allasio, allora sconosciuta come gli altri attori, divenne una celebrità, ma non seppe più togliersi di dosso il personaggio della ragazza bella, al tempo stesso ingenua e smaliziata (è perfettamente consapevole dell'effetto che fa sugli uomini). Lorella De Luca e Alessandra Panaro sono le sorelle minori dei due protagonisti, del cui affetto loro non si accorgono fino alla fine. Mario Carotenuto è lo zio Mario, proprietario del negozio di dischi. Ettore Manni è Ugo, l'ex (manesco) di Giovanna.

30 settembre 2018

Venezia e Locarno 2018 - conclusioni

Una rassegna senza guizzi, capolavori o titoli davvero memorabili, forse anche perché mancavano i film che a Venezia hanno ricevuto i premi principali (a partire dal Leone d'Oro "Roma"). Le cose migliori sono state il Pardo d'Oro di Locarno ("A land imagined" di Yeo Siew Hua), "Tramonto" dell'ungherese Lászlo Nemes e "Il fiume" del kazako Emir Baigazin. Gradevoli, benché leggerini, anche i lavori di Assayas ("Non-fiction"), Gipi ("Il ragazzo più felice del mondo") e Duprat ("Mi obra maestra"). Gli asiatici non hanno deluso, ma soprattutto per gli aspetti estetici e stilistici: sia "Killing" di Tsukamoto che "Shadow" di Zhang Yimou aggiungono ben poco, come contenuti, alle rispettive filmografie. Mi aspettavo di più dalla pattuglia hollywoodiana, che ha puntato tutto sulle biografie e le storie vere: "The first man" di Chazelle, "At the eternity's gate" di Schnabel e "Blackkklansman" di Spike Lee, comunque, si sono almeno dimostrati buoni prodotti d'intrattenimento, e una visione la meritavano. E poi c'è stato il recupero di "The other side of the wind", pellicola incompiuta di Orson Welles. Male, invece, "The nightingale" di Jennifer Kent, l'unico film davvero brutto fra quelli visti. Temi ricorrenti di molte pellicole: le storie vere, come detto, e in generale l'arte (la pittura di "Mi obra maestra" e "At eternity's gate", la scrittura di "Non-fiction", il cinema di "Il ragazzo più felice del mondo" e "The other side of the wind", il canto di "The nightingale", ma anche le arti marziali di "Killing" e "Shadow").

29 settembre 2018

Mi obra maestra (Gastón Duprat, 2018)

Mi obra maestra
di Gastón Duprat – Argentina/Spagna 2018
con Guillermo Francella, Luis Brandoni
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Arturo (Francella), proprietario di una galleria d'arte, cerca a fatica di tenere a galla il suo amico di lunga data Renzo Nervi (Brandoni), anziano pittore che non vende più un quadro, anche a causa del suo carattere burbero e scostante che lo porta a rifiutare ogni compromesso (come i lavori su commissione) o ad adeguarsi ai nuovi gusti del pubblico. Il rapporto fra i due amici si dipana fra alti e bassi, finché non hanno l'idea di fingere la morte dell'artista per far schizzare alle stelle l'interesse per i suoi dipinti (nonché il loro prezzo)... Dopo "Il cittadino illustre", Duprat presenta un'altra pellicola sul tema della creatività, dell'arte contemporanea e della percezione del suo valore. Più leggero e meno profondo del film precedente, il film diverte comunque grazie alla corrosiva satira del mondo dell'arte e per la simpatia e l'affiatamento dei due protagonisti (per non parlare di un pizzico di black comedy). I dipinti attribuiti a Renzo che si vedono nel film sono in realtà opera del pittore argentino Carlos Gorriarena. La sceneggiatura è scritta a quattro mani da Duprat con il fratello Andrés (direttore del museo nazionale delle belle arti di Buenos Aires), mentre Mariano Cohn – co-regista del lungometraggio precedente – figura solo come produttore.

28 settembre 2018

Shadow (Zhang Yimou, 2018)

Shadow (Ying)
di Zhang Yimou – Cina 2018
con Deng Chao, Sun Li, Zheng Kai
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato nell'epoca in cui la Cina era divisa in più regni, il film ha come protagonista Jing (Deng Chao), una "Ombra", ovvero un sosia perfetto che il comandante dell'esercito del regno di Pei utilizza come propria controfigura da quando versa in gravi condizioni di salute per via di una ferita inflittagli dal rivale Yang. Il comandante vorrebbe riconquistare la città di Jing, caduta in mano nemica, e utilizza il sosia per forzare la mano al proprio re (Zheng Ryan), che invece non intende rompere la tregua con quello che ora è un alleato. Uno spunto che ricorda il "Kagemusha" di Kurosawa (ma gli sviluppi sono differenti), complessi intrighi di corte, eleganti duelli all'arma bianca, e anche un sanguinoso finale shakespeariano in cui muoiono (quasi) tutti: nel nuovo film di Zhang Yimou c'è l'intero repertorio delle pellicole wuxiapian di ambientazione storica. Ma a rimanere impresso è lo stile estetico con cui è girato, a cominciare dalla tavolozza cromatica: se si eccettua il colorito roseo delle persone, la luce gialla delle candele e il rosso del sangue, tutto il film è praticamente in bianco e nero, una bicromia che caratterizza interni ed esterni, oggetti ed edifici, costumi e armature. Il bianco e nero richiama ovviamente la duplicità (bene/male, maschio/femmina, yin/yang), che si riflette anche nelle scenografie (i duellanti si battono sopra un enorme simbolo del tao) oltre che ovviamente nella trama, incentrata sul tema del doppio e dei tradimenti. Spettacolari, come al solito, le scene d'azione (dai duelli di addestramento fra il comandante e la sua ombra, interpretati peraltro dallo stesso attore, all'assalto alla città assediata), con combattimenti alquanto originali (l'ombrello utilizzato contro l'alabarda, i movimenti sinuosi femminili contro quelli rigidi maschili). Guan Xiaotong è l'indomita principessa, Sun Li la moglie del comandante, Wang Qianyuan il capitano Tian.

27 settembre 2018

The other side of the wind (Orson Welles, 2018)

The other side of the wind
di Orson Welles – USA/Iran/Francia 2018
con John Huston, Peter Bogdanovich
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Daniela e Ciro, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In occasione del suo settantesimo compleanno, un'eccentrica corte di fan, documentaristi, giornalisti, critici e collaboratori si riunisce nella villa del vecchio regista J. J. "Jake" Hannaford (John Huston). Durante la festa vengono proiettati alcuni spezzoni del suo ultimo film, "The other side of the wind", la cui lavorazione si è interrotta per mancanza di fondi e per la misteriosa scomparsa del giovane attore protagonista, John Dale (Bob Random). Orson Welles lavorò a questo film – nel quale recitano molti suoi amici e registi: non solo Huston, ma anche Peter Bogdanovich, Oja Kodar, Susan Strasberg, Norman Foster, Dennis Hopper, Paul Mazursky, Claude Chabrol, Tonio Selwart, Lilli Palmer, e tanti altri – dal 1970 al 1976, producendo oltre 100 ore di girato e cominciando a montarlo senza però mai arrivare a una versione finale. Dopo innumerevoli traversie artistiche, produttive e legali, la pellicola esce soltanto adesso – nelle sale e in tv – grazie a Netflix, con una colonna sonora di Michel Legrand e il montaggio di Bob Murawski (Welles è morto nel 1985). In parte metacinema (il personaggio di Hannaford, con le sue traversie produttive, assomiglia ovviamente allo stesso Welles, anche se il regista ha affermato di essersi ispirato a Ernest Hemingway), in parte satira (siamo di fronte a un nuovo "Hollywood party", che prende stavolta in giro la New Hollywood degli anni '70) e in parte parodia (il film nel film ricorda le atmosfere dei lavori di Antonioni, ma anche il cinema di exploitation e atmosfere surrealiste alla Dalì), la pellicola ondeggia fra la commedia, il dramma e il mockumentary, e affronta i temi della creazione artistica e dell'omosessalità repressa (quella di Hannaford che, invaghito del suo attore protagonista, nasconde le proprie pulsioni focalizzando invece il suo film sulle grazie della ragazza esotica (Oja Kodar) che lui insegue, e distraendo così – da buon prestigiatore – l'attenzione del pubblico). La molteplicità dei punti di vista si fa caotica ed espressiva, attraverso una miriade di immagini e frammenti che si fondono in un montaggio frenetico, l'alternanza fra colore e bianco e nero (nonché quella fra il widescreen, per il film nel film, e il 4:3), la camera a mano, i dialoghi incessanti e sovrapposti. L'insieme, nella sua sovrabbondanza e immensità, restituisce un affresco del frizzante e ipocrita sottobosco hollywoodiano, arricchito da immagini evocative, esplicite o simboliche: l'ultimo prodotto di un inarrivabile genio del cinema.

26 settembre 2018

The nightingale (Jennifer Kent, 2018)

The nightingale
di Jennifer Kent – Australia 2018
con Aisling Franciosi, Baykali Ganambarr
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Per inseguire l'ufficiale britannico (Sam Claflin) e i due soldati che l'hanno violentata e hanno ucciso suo marito e suo figlio, l'ex galeotta irlandese Clare (Franciosi) si fa guidare dall'aborigeno Billy (Ganambarr) fra i boschi della Tasmania del 1825 (che allora era una colonia penale a cielo aperto). Fra i due nascerà una sorta di solidarietà, in quanto entrambi hanno perso la propria famiglia per colpa degli inglesi. Un revenge movie forzato, melodrammatico, manipolatore e manicheo, oltre che inutilmente lungo. Anche perché la protagonista cambia idea e personalità ad ogni svolta, soltanto per rimandare l'inevitabile resa dei conti e prolungare l'inseguimento. Anche le ripetute scene di violenza e uccisioni appaiono gratuite, al solo scopo di mostrare quanto cattivi siano i cattivi. Alcuni critici americani avevano polemizzato quest'anno con la Mostra di Venezia perché in concorso c'era soltanto un film di una regista donna: ma dopo averlo visto si può ben dire che sarebbe stato meglio se non ci fosse stato nemmeno questo (che pure la giuria ha voluto premiare con un contentino). Buona comunque la parte centrale, quando sono in scena soltanto la protagonista e l'aborigeno, che in mezzo alla natura riescono a superare le rispettive diffidenze e a scoprire quanto abbiano in comune (a partire dal canto e dal soprannome: "usignolo" lei, "merlo nero" lui). Pretestuoso (e in fondo inutile) il formato 4:3.

25 settembre 2018

BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018)

BlacKkKlansman (id.)
di Spike Lee – USA 2018
con John David Washington, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

La storia vera di Ron Stallworth (Washington), il primo poliziotto di colore assunto nel dipartimento di Colorado Springs, che negli anni '70 riuscì a entrare a far parte (ovviamente sotto copertura) della sezione locale del Ku Klux Klan, facendosi sostituire da un collega bianco, Flip Zimmerman (Driver), quando doveva incontrare gli altri membri faccia a faccia. Ispirandosi al libro di memorie scritto dallo stesso Stallworth, Spike Lee racconta la vicenda con toni da commedia, irridendo i razzisti di ieri e di oggi (presentati per lo più come psicopatici o disadattati), e concludendo addirittura la pellicola con un aggancio all'attualità (i disordini durante la marcia dei suprematisti bianchi a Charlottesville, e le frasi di Donald Trump sull'argomento). L'ambientazione negli anni settanta consente di citare esplicitamente la cultura dell'epoca, a partire dai film di blaxploitation come "Shaft", "Super Fly" o "Coffy", ma soprattutto di mostrare le tensioni razziali di una società che stava mutando rapidamente. Certo, come sempre nei film di Lee è inutile cercare sottigliezze o ambiguità, e il registro non è sempre coerente, ondeggiando fra il realismo e la satira in maniera disuguale (vedi il montaggio in parallelo dei razzisti che si gustano "Nascita di una nazione" e i neri che rievocano un episodio di linciaggio): ma la pellicola stimola comunque riflessioni su orgoglio, appartenenza e identità. Washington (figlio di Denzel) non pare sempre a suo agio, anche perché sfoggia un'improbabile capigliatura afro, mentre il sempre bravo Driver è più convincente nel ruolo dell'infiltrato di origine ebrea. L'intera vicenda, se vogliamo, è una variazione del "Cyrano de Bergerac" (e di adattamenti come quello visto nel film "Un uomo in prestito"). Laura Harrier è Patrice, l'attivista delle Pantere Nere.

Il fiume (Emir Baigazin, 2018)

Il fiume (Ozen)
di Emir Baigazin – Kazakistan 2018
con Zhalgas Klanov, Eric Tazabekov
***

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

"Il fiume genera sempre desiderio, ma le sue acque sono pericolose". In una fattoria nella steppa kazaka, isolata e fuori dal mondo, vive una famiglia composta da padre, madre e cinque figli, tutti maschi. I ragazzi trascorrono le giornate lavorando e giocando in estrema semplicità e povertà, sotto la supervisione del maggiore di loro, Aslan, al quale il severo padre ha affidato l'educazione dei fratelli. La routine è interrotta dall'arrivo inatteso di un cugino di città, Kanat: un "extraterrestre", per come si presenta (giacca d'argento metallizzata, Segway, tablet che emette misteriosi e affascinanti suoni elettronici), o forse un diavolo (le fattezze sono androgine, dai capelli biondi agli abiti colorati e femminili), e come tale tentatore, che introduce rivalità e dissidi fra i membri della famiglia, spingendoli a stravolgere le poche regole con cui gestivano la propria vita. Nascono così nuovi desideri, delazioni, un'economia fondata sul baratto, e si perde l'innocenza. Con un grande talento visivo (il regista è anche direttore della fotografia) e uno stile sobrio, astratto e minimalista, la pellicola mette in scena un racconto di formazione metafisico e simbolico, dove il simbolo più potente di tutti è proprio l'ampio fiume che scorre in mezzo al deserto, dalle acque veloci e turbinose. Insieme ai precedenti film di Baigazin, "Lezioni d'armonia" e "L'angelo ferito", forma una sorta di trilogia. Suggestiva l'ambientazione: fino all'arrivo di Kanat, non sembra nemmeno di assistere a un film di ambientazione contemporanea, tanto sono scarne le scenografie e i costumi (muri bianchi, distese desertiche e rocciose, semplici abiti di tela).

24 settembre 2018

Killing (Shinya Tsukamoto, 2018)

Killing (Zan)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2018
con Sosuke Ikematsu, Yu Aoi
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Il ronin Mokunoshin Tsuzuki (Ikematsu), ospite di una famiglia di contadini, viene assoldato da un altro samurai senza padrone, il più anziano Sawamura (interpretato dallo stesso Tsukamoto), che intende portarlo nella capitale a combattere per lo Shogun. Ma prima che possano partire, vengono coinvolti in una sanguinosa faida con un gruppo di briganti che si sono accampati nei pressi del villaggio. E il giovane Tsuzuki, riluttante a uccidere senza motivo, dovrà fare i conti con la violenza che è insita nell'uomo, anche in quelli – come Sawamura – che sembrano all'apparenza più saggi. Con un budget bassissimo (pochi attori, una capanna e un bosco a fare da sfondo all'intera vicenda) e uno stile vibrante ed energico, ancora legato a quello dei primordi, Tsukamoto si dà al jidai-geki per riflettere sul significato della violenza e, in particolare, sull'atto dell'uccidere (a prescindere dalle ragioni). E mette in scena una tragedia universale, che comincia come "I sette samurai" ma poi prende tutt'altra piega, stravolgendo le certezze e le consuetudini del genere con lucidità e incisività. Se pure non dice nulla di particolarmente originale o di sconvolgente (che la violenza chiami altra violenza è risaputo, e anche che la ragione e il torto non sono distribuiti in maniera netta), il film riesce a trasmettere un profondo senso di inquietudine, lasciando infine lo spettatore vagare da solo in un mondo cupo e terribile. Yu Aoi è la ragazza, Tatsuya Nakamura il capo dei briganti, Ryusei Maeda il giovane contadino.

23 settembre 2018

Tramonto (László Nemes, 2018)

Tramonto (Napszállta)
di László Nemes – Ungheria 2018
con Juli Jakab, Vlad Ivanov
***

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Nel 1913, la giovane orfana Írisz giunge a Budapest con l'intenzione di farsi assumere nel prestigioso negozio di cappelli Leiter, fondato dai suoi genitori (morti in un incendio quando lei aveva solo due anni) e ora gestito dall'ambiguo signor Brill. Scoprirà di avere anche un fratello, lo sfuggente e misterioso Kálmán, bollato da tutti come un assassino e a capo di un gruppo di rivoltosi che intendono ribellarsi contro il potere austriaco, sabotando anche i festeggiamenti per l'anniversario del negozio stesso. Il secondo lungometraggio di Nemes è soltanto all'apparenza un thriller caotico e filosofico: in realtà, il piano individuale è uno specchio di quello sociale, politico e storico: e il continuo senso di smarrimento della protagonista, che non sa da che parte stare, che rimane invischiata in una ragnatela di enigmatici intrighi e che perde la propria identità (finendo per identificarsi con il fratello, anche nel ruolo di capo della rivolta), esemplifica la situazione dell'Ungheria, formalmente parte dell'impero austro-ungarico ma di fatto soggiogata ai voleri dei sovrani di Vienna (qui i regnanti e gli ufficiali di lingua tedesca fanno il bello e il cattivo tempo, e sono un concentrato della corruzione dell'etica e della moralità di fine impero). Il negozio di cappelli Leiter, espropriato e usurpato, è così una metafora della nazione magiara (sottomessa e privata delle proprie radici): per riconquistare la propria identità e la libertà sarà prima necessario spazzare via tutto con una rivolta violenta. Il continuo parallelo fra il contesto personale e quello storico arricchisce a dismisura un film già complesso di suo, ricco esteticamente e stilisticamente: c'è chi ha criticato il fatto che la regia ricalchi la trovata del lavoro precedente di Nemes, "Il figlio di Saul", che incollava la macchina da presa al protagonista (sempre in primo piano o visto di nuca, seguito con lunghi piani sequenza) e lasciava sfocati e confusi gli eventi sullo sfondo. In effetti, se lì serviva a mantenersi isolati dall'orrore, qui la scelta sembra meno giustificata, ma in realtà illustra tutta l'incertezza e lo smarrimento in un bivio epocale, il "tramonto" (come da titolo) di un mondo che dietro l'eleganza e la raffinatezza della moda e i fasti dell'impero nascondeva una tragedia pronta a scoppiare. Anzi, l'esplosivo era già piazzato, bastava soltanto accendere la miccia. Non a caso la pellicola termina mostrandoci una trincea della prima guerra mondiale, l'evento che segnerà compiutamente la fine di quel "mondo di ieri" tanto caro a Stephen Zweig: una trincea dove la stessa Írisz rivedrà forse Kálmán e si ricongiungerà finalmente con la propria parte mancante, quella parte di cui – in assenza appunto del fratello – aveva dovuto farsi carico. Forse Nemes tira troppo la corda (la lunghezza del film è un po' eccessiva), ma gli spunti, come detto, sono notevolissimi: uno su tanti, il distorcimento della fiaba di Cenerentola (il principe che sceglie la più bella delle ragazze al ballo per portarla con sé a palazzo, e le fa addirittura togliere le scarpe, anche se non certo per metterle una scarpetta di cristallo). Nella colonna sonora spicca il quartetto "La morte e la fanciulla" di Schubert.

22 settembre 2018

First man - Il primo uomo (D. Chazelle, 2018)

First man - Il primo uomo (First man)
di Damien Chazelle – USA 2018
con Ryan Gosling, Claire Foy
**1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La vita di Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, raccontata dal 1961 (appena prima di entrare, da pilota collaudatore e ingegnere civile, nel programma spaziale della NASA) allo storico allunaggio del 20 luglio 1969. Dopo i fasti di "La La Land", Chazelle (e Gosling) tornano "sulla terra" (si fa per dire) con una pellicola dall'impostazione decisamente classica, un film biografico senza troppi guizzi, che si trattiene proprio nel mettere in scena la figura principale. L'Armstrong interpretato da Gosling (con la sua solita inespressività) è un personaggio ai limiti dell'autistico: dedito al suo lavoro, preciso e silenzioso, incapace di stringere relazioni con coloro che lo circondano, che si tratti di superiori, colleghi o famigliari. E così al film manca un vero appiglio emotivo: c'è giusto quello, fornito all'inizio, della morte per malattia della figlioletta Karen, un lutto che Neil porterà silenziosamente dentro di sé per i tanti anni a venire (e che sublimerà gettando in un cratere lunare proprio il braccialetto della bambina). Anche gli altri astronauti, peraltro, non escono brillantemente dalla sceneggiatura di Josh Singer: vedi Buzz Aldrin (Corey Stoll), per esempio, ritratto come un cazzone insensibile, mentre Mike Collins è a malapena citato. Dove invece il film ha i suoi pregi è nella rappresentazione del difficile e travagliato percorso che – attraverso le missioni Gemini e Apollo – ha portato l'uomo sulla Luna: un percorso fatto di esperimenti e fallimenti, di prove ed errori (con tanto di morti, come le tre vittime dell'incendio dell'Apollo 1), di cui la pellicola è una fedele testimonianza, a partire dall'insistenza sui materiali e le tecnologie dell'epoca (lamiere cigolanti, viti e bulloni, capsule tutt'altro che "fantascientifiche"). E dunque proprio il fascino e l'avventura dell'esplorazione spaziale sono i fattori che tengono incollato allo schermo lo spettatore, forse un po' annoiato, nelle sequenze finali dell'allunaggio e della camminata sulla superficie del satellite: "Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità", appunto. In negativo, da mettere in conto i soliti cliché sull'ansia della moglie rimasta a casa, un tipo di personaggio di cui sembra proprio impossibile fare a meno in questo tipo di film. Non male invece (e per nulla scontata) la colonna sonora di Justin Hurwitz. Jason Clarke è Ed White, Kyle Chandler è Deke Slayton, Ciarán Hinds è Gene Kranz.

Frères ennemis (David Oelhoffen, 2018)

Frères ennemis
di David Oelhoffen – Francia/Belgio 2018
con Matthias Schoenaerts, Reda Kateb
**

Visto al cinema CityLife Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Quando lo spacciatore Imrane (Adel Bencherif), in procinto di vendere un grosso carico di cocaina, viene ucciso a tradimento da un misterioso sicario, il suo complice Manuel (Matthias Schoenaerts) e il poliziotto della narcotici Driss (Reda Kateb) decidono di unire le forze per indagare e rintracciare i responsabili. Anche perché provenivano tutti e tre dal medesimo quartiere alla periferia di Parigi, e un tempo erano amici fraterni... Una crime story realistica e d'atmosfera, costruita come un giallo e con due protagonisti che lavorano su fronti opposti ma hanno lo stesso obiettivo. Ottimi e intensi gli attori (in particolare Schoenaerts), e buona la regia, che descrive un sottobosco cupo e desolato, ma in sostanza la pellicola ha poco di originale da offrire e si limita a intrattenere per un paio d'ore, senza particolari sbavature (il che, comunque, non è da buttar via). Da notare l'insistenza sul tema della famiglia (e, di riflesso, sui legami e sui tradimenti): tutti, dal poliziotto ai delinquenti più incalliti, hanno figli, mogli, genitori, zii o parenti cui badare o da cui dipendere, e spesso anche i rapporti di amicizia entrano prepotentemente in gioco al pari dei legami di sangue, intrecciandosi inesorabilmente con gli affari e gli obblighi "professionali".

Il ragazzo più felice del mondo (Gipi, 2018)

Il ragazzo più felice del mondo
di Gipi – Italia 2018
con Gipi, Gero Arnone, Davide Barbafiera
**1/2

Visto al cinema CityLife Anteo (rassegna di Venezia).

Il fumettista Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti, scopre che da vent'anni qualcuno – spacciandosi per un ragazzino – invia lettere scritte a mano a tutti i disegnatori italiani, chiedendo loro un disegno. E con l'aiuto degli amici Gero (Arnone), Davide (Barbafiera) e Francesco (Daniele), oltre che del cameramen Andrea (che non si vede mai), decide di girare un film per raccontare questa storia (l'intenzione è quella di recarsi a casa del "fan", per smascherarlo ma anche per portargli in visita tutti i suoi fumettisti preferiti). Metacinema e metarealtà si fondono nel secondo lungometraggio dell'autore, che parte da una storia vera (confermata dalle interviste a diversi colleghi: fra questi Laura Scarpa ed Emiliano Mammuccari) per parlare di amicizia, di sogni e di felicità. Da un lato assistiamo alle vicissitudini produttive del gruppo di amici (i cui legami sono messi a dura prova quando proprio Gipi, cedendo alle lusinghe di una ricca casa di produzione, accetta di metterli da parte), dall'altro riflette in più modi sul valore e sul significato della felicità, per esempio attraverso l'importanza della gratificazione per chi fa un lavoro come il disegnatore, che dipende dal consenso altrui (e, in epoca digitale, deve difendersi dagli attacchi gratuiti e indiscriminati degli haters dei social network). Tanta ironia e tante battute divertenti, anche se a tratti la comicità va sul volgarotto (e Gipi, come al solito, non ha timore di esporre sé stesso, con tutte le sue fisime, al pubblico ludibrio). Mitici gli amici mammoni, che a fine avventura si scambiano le mamme. Fra i numerosi camei, nel ruolo di sé stessi, il produttore Domenico Procacci, l'editore Francesco Coniglio, le attrici Kasia Smutniak e Jasmine Trinca.

21 settembre 2018

At eternity's gate (Julian Schnabel, 2018)

At eternity's gate
di Julian Schnabel – USA/Francia 2018
con Willem Dafoe, Rupert Friend
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh, ovvero il soggiorno nella "casa gialla" ad Arles, il ricovero nell'istituto psichiatrico di Saint-Rémy e l'ultimo periodo ad Auvers-sur-Oise. Ma a differenza di pellicole biografiche come "Brama di vivere", questo film è meno interessato a fornire una rappresentazione fedele degli eventi della vita del pittore (anzi, si prende parecchie libertà, dando corpo a "leggende" come il fatto non sia morto suicida, bensì ucciso per errore da due ragazzini che giocavano con un fucile), e più invece a rappresentare visivamente sullo schermo il suo febbrile stato d'animo e la frenesia della sua pittura (si spiega così la macchina da presa a mano, spesso ondeggiante, ai limiti del fastidioso). E soprattutto vuole leggere la figura di Van Gogh in chiave mistica e cristologica, con tanto di paragone con Gesù, anch'egli "incompreso" in vita. Un paragone che fa il pittore stesso, in modo esplicito e consapevole, nella scena – la più importante del film, ma forse anche quella con i dialoghi più brutti – in cui conversa con un prete (Mads Mikkelsen) mentre è ricoverato nell'istituto. Addirittura, al momento del funerale, Schnabel ci mostra gli invitati che, in presenza del suo cadavere, cominciano già lo "sciacallaggio" dei suoi dipinti. Se in primo piano c'è dunque l'arte di Van Gogh e la tecnica pittorica, viste come un mezzo per "raggiungere e rappresentare il divino" (ricordiamo che il regista stesso è un pittore, il che spiega l'attenzione a certi dettagli), il film sembra invece rinunciare a scavare nell'uomo: la discesa della follia non è spiegata o lasciata nel vago, e la rimozione del suicidio è gravemente indicativa, visto che annulla il senso di colpa e svuota di significato i rapporti con gli altri (da Gauguin alle donne al fratello Theo). Al limite Schnabel indugia a lungo nel mostrare il pittore che cammina per la campagna o che dipinge, portando così lo spettatore a perdersi nei propri pensieri (con il rischio di giocarsi spesso la loro attenzione). Tanta forma, dunque, ma poca sostanza: si pensi anche agli artifici visivi (la visione in soggettiva distorta) e uditivi (i dialoghi ripetuti e sfasati), che lasciano il tempo che trovano. Insomma, la pellicola non convince. Bravo comunque Dafoe, premiato a Venezia con la Coppa Volpi come miglior attore: ma Kirk Douglas, come Van Gogh, era decisamente più somigliante. Nel cast anche Oscar Isaac (Paul Gauguin), Rupert Friend (Theo), Mathieu Amalric (il dottor Gachet) ed Emmanuelle Seigner (madame Ginoux).