21 ottobre 2020

Arirang (Kim Ki-duk, 2011)

Arirang (id.)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2011
con Kim Ki-duk
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In seguito a una profonda crisi artistica e personale, ma anche per lo shock dovuto a un incidente capitato sul set del suo precedente film, "Dream" (in cui l'attrice Lee Na-young aveva rischiato di morire impiccata), il regista Kim Ki-duk si è ritirato a vivere come un eremita in una tenda dentro una baracca in montagna, isolato da tutto e da tutti. Qui trascorre le giornate a spaccare legna, a sciogliere la neve, a mangiare frutta o cibo istantaneo, senza contatti con nessuno, e in compagnia soltanto di un gatto. Ma pian piano, con una videocamera, comincia a riprendere sé stesso, auto-intervistandosi in una sorta di confessione "come regista e come essere umano". A metà fra il documentario, il cinema-verità e la finzione metacinematografica (che in qualche modo ricorda "This is not a film" di Jafar Panahi, altro regista costretto all'isolamento ma per tutt'altri motivi), questo insolito film è un modo con cui Kim prova a spiegare al mondo (e a sé stesso) i motivi della sua assenza dalle scene per tre anni (dal 2008 al 2011), dopo che in precedenza aveva sfornato pellicole a getto continuo, non senza lasciare perplessi per la qualità dei suoi ultimi lavori, sempre più esili e tirati via. In effetti proprio Kim ammette che lavorava troppo e in fretta, che girare film era diventato per lui un meccanismo perverso di cui non poteva più fare a meno, e che l'incidente capitato sul set lo ha portato a ripensare tutta la sua esperienza. In una lunga seduta di auto-analisi in cui conversa con sé stesso (o con la propria ombra), il regista parla di cinema, dei propri film, della vita e della morte, lamenta l'abbandono (o il "tradimento") da parte dei suoi assistenti (finiti a lavorare per case di produzione commerciali), traccia un bilancio esistenziale e professionale, e lancia un grido di disagio (espresso attraverso la canzone tradizionale "Arirang"). Pur mostrando essenzialmente un solo personaggio che conversa con sé stesso, il film non è mai noioso e anzi è altamente interessante, una grande lezione di cinema che spiega meglio di mille documentari cosa è la settima arte e come si intreccia con il concetto di verità. Nell'esprimere la struggente necessità di girare un film "per dimostrare di essere ancora un regista", Kim varca costantemente il confine fra documentario e film drammatico (si pensi al finale "kitaniano", in cui il protagonista si fabbrica una pistola e scende in città per compiere la sua vendetta, calandosi nel ruolo fittizio del gangster). Pellicola importante, segna l'inizio di una nuova fase creativa per il regista coreano, che lo porterà al Leone d'Oro a Venezia nel 2012 con "Pietà", ma è anche un compendio di tutto il suo cinema e una riflessione sulla sua vita precedente: in una sequenza Kim si commuove guardando una sequenza di "Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera", in un'altra compaiono le locandine di tutti i suoi film passati, e nel finale vengono mostrati i quadri da lui dipinti in Francia e numerose foto sue e del set dei suoi lavori. Curiosità: la popolare canzone "Arirang" (risalente a oltre 600 anni fa!) aveva già ispirato e dato il titolo a un film muto del 1926, una delle prime influenti pellicole del cinema coreano (oggi purtroppo considerata perduta).

20 ottobre 2020

La ragazza senza storia (A. Kluge, 1966)

La ragazza senza storia (Abschied von Gestern)
di Alexander Kluge – Germania 1966
con Alexandra Kluge, Günter Mack
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Anita G. (Alexandra Kluge, sorella del regista) è una ragazza ventiduenne fuggita dalla Germania Est in cerca di nuove opportunità. La pellicola, tratta da un racconto dello stesso Kluge, la segue nel suo vagabondare per la Germania Ovest, fra furtarelli, condanne, lavoretti, vicende sentimentali (più o meno opportunistiche). Premiato a Venezia con il gran premio della giuria, si tratta di uno dei primi film importanti del cosiddetto Nuovo Cinema Tedesco, il movimento fondato da un gruppo di giovani cineasti in aperta ribellione contro il "cinema dei padri" e ispirato alla Nouvelle Vague francese: qui sono evidenti gli influssi di Godard, per esempio, nella struttura a episodi e nel montaggio libero e disgiunto (anche sonoro), nei cartelli con frasi a punteggiare la vicenda come commenti o titoletti, nei frequenti primi piani della protagonista, nella dislocazione narrativa, ma soprattutto nel tentativo di ritrarre "la vita vera" e le peripezie di un personaggio che sembra reale e non il frutto di una sceneggiatura preconfezionata o "commerciale". Lo stile è caratterizzato da un grande (neo)realismo, quasi documentaristico, con personaggi minori che, intervistati, parlano del loro passato (e di quello della Germania), del lavoro, della società. E Anita, "ragazza con la valigia", con i suoi difetti e le sue difficoltà, rappresenta tutti coloro che cercano di restare a galla nella vita, in un mondo dove gli interessi e gli egoismi dominano su tutto (gli appartenenti alle generazioni precedenti, in particolare, appaiono evasivi o incomprensibili). In un certo senso, è lei stessa una personificazione della Germania che vorrebbe iniziare una nuova vita dopo le tragedie della guerra (e della divisione del paese in due), senza peraltro dimenticare il passato, verso il quale dimostra curiosità e voglia di conoscenza. Si mantiene a galla con piccoli furti, prova diversi lavoretti (vendere dischi per imparare lingue straniere, fare le pulizie in un albergo), si aggrappa ad alcuni uomini (uno studente, un segretario del ministero della cultura), prova a iscriversi all'università (per studiare scienze politiche e sociologia), inizia a studiare il francese, a leggere Kafka, ad ascoltare Verdi (dimostrando così una notevole apertura culturale), ma alla fine si scontra sempre con le stesse difficoltà. In mezzo a tanto realismo, c'è spazio anche per alcune sequenze più surreali od oniriche (un segno della confusione, dell'incertezza, o semplicemente dei sogni e delle fantasie della protagonista). Edgar Reitz, il futuro regista di "Heimat" nonché co-firmatario con Kluge del "manifesto di Oberhausen", la dichiarazione del 1962 da cui nasce il NCT, fa da cameraman.

19 ottobre 2020

The bad batch (Ana Lily Amirpour, 2016)

The bad batch (id.)
di Ana Lily Amirpour – USA 2016
con Suki Waterhouse, Jason Momoa
**

Visto in TV.

In un mondo (futuro?) dove i criminali, i reietti e i "membri non funzionanti della società" (rinominati "the bad batch", che potremmo tradurre come "il lotto difettato") vengono isolati e spediti a vivere nel deserto del Texas, la stessa sorte capita alla giovane Arlen (Suki Waterhouse). Ribelle e introversa, la ragazza non si troverà a suo agio né fra i culturisti selvaggi, tatuati e cannibali (!) che abitano nelle lande desolate (e che le mangiano un braccio e una gamba!) né con gli appena più civilizzati abitanti di Comfort, cittadina fortificata e dominata dal carismatico DJ – con tanto di harem – che si fa chiamare "il Sogno" (Keanu Reeves) e che conserva il proprio potere dispensando musica e droghe. Ma sceglierà di seguire uno dei primi, Miami Man (Jason Momoa), per aiutarlo a ritrovare la figlioletta (Jayda Fink) che proprio lei gli aveva sottratto... Il secondo lungometraggio della Amirpour è, come il precedente "A girl walks home alone at night", un pastiche bizzarro e originale, per quanto non del tutto riuscito. Le suggestioni (fra "Mad Max" e "1997: Fuga da New York", per non parlare di scenari che sembrano usciti da un film di Robert Rodriguez, Tarantino o Jodorowsky) legate al mondo selvaggio e distopico in cui un'umanità di reietti e di freak vive allo sbando, nonché alcuni interessanti personaggi o situazioni quasi da cinema sperimentale o underground (a partire dalla protagonista amputata), non riescono a compensare il soggetto esile, la mancanza di ritmo e l'inconcludenza narrativa (non sappiamo quasi nulla del passato dei personaggi e in molti casi essi vengono abbandonati senza una risoluzione), senza contare che è difficile trovare qualcuno a cui aggrapparsi o con cui empatizzare (la stessa Arlen rimane muta per gran parte della pellicola e si comporta poi in maniera irrazionale, prima di manifestare una sorta di ricerca di riscatto o redenzione, il desiderio di "essere la soluzione per qualcosa"). Apprezzabile, comunque, il cinismo e la mancanza di buoni sentimenti: Arlen non si lascia tentare da impulsi materni nei confronti della bambina, e il tenero coniglietto finisce arrostito. Nel cast anche un irriconoscibile Jim Carrey (il vecchio eremita), nonché Giovanni Ribisi, Diego Luna e Yolonda Ross. Premio speciale della giuria alla mostra del cinema di Venezia.

18 ottobre 2020

Il canto del cigno (Kenneth Branagh, 1992)

Il canto del cigno (Swan song)
di Kenneth Branagh – GB 1992
con John Gielgud, Richard Briers
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Al termine di una serata in suo onore, un anziano attore teatrale (John Gielgud) si ritrova sul palcoscenico, in compagnia del suo suggeritore (Richard Briers), a riflettere sulla propria vita, sul significato del proprio mestiere e sulla potenza del teatro, che rievoca grazie a frammenti di celebri opere shakespeariane (Re Lear, Amleto, Romeo e Giulietta, Otello) che gli hanno regalato i più grandi successi professionali. Branagh porta sullo schermo l'omonimo atto unico di Anton Cechov (adattato da Hugh Cruttwell) con due soli interpreti e una scenografia scarna e in penombra. Nonostante la breve durata (il corto dura 23 minuti), c'è di tutto: la stanchezza e la disillusione di un attore ormai vecchio e solo, i rimpianti e il bilancio di una vita, il rapporto dolceamaro con il teatro (e il pubblico), la concezione del palco come "luogo sacro", il valore dell'immaginazione e il potere della recitazione. Commovente nella sua semplicità, grazie anche a due eccezionali attori. Gielgud all'epoca aveva 88 anni, proprio come dichiara di averne il protagonista, e dunque nel suo ruolo potrebbe esserci qualcosa di autobiografico: di fatto il cortometraggio è un omaggio rivolto a lui. Quanto al caloroso Briers, è da sempre una presenza costante nei film di Branagh.

17 ottobre 2020

Dopo l'uomo ombra (W. S. Van Dyke, 1936)

Dopo l'uomo ombra (After the thin man)
di W. S. Van Dyke – USA 1936
con William Powell, Myrna Loy
**1/2

Visto in divx.

Tornati a San Francisco per trascorrere in pace l'ultimo dell'anno, dopo aver risolto brillantemente il caso de "L'uomo ombra", il detective Nick Charles e sua moglie, l'ereditiera Nora, si ritrovano coinvolti in un altro giallo, legato stavolta alla famiglia di lei. Robert (Alan Marshal), il fedifrago marito di Selma (Elissa Landi), cugina di Nora, viene infatti trovato ucciso in strada: fra i sospettati ci sono Polly (Penny Singleton), la ballerina di varietà che Robert frequentava; Dancer (Joseph Calleia), l'ambiguo proprietario del locale dove questa lavorava; Lum Kee (William Law), il suo socio cinese; Phil (Paul Fix), il "fratello" della ragazza; e David (James Stewart), ex pretendente di Selma che era stato da lei rifiutato in favore di Robert. Ancora una volta, pur se inizialmente riluttante, Nick saprà risolvere il caso. Secondo dei sei film dedicati alla brillante coppia formata da Nick e Nora Charles, personaggi creati da Dashiell Hammett nel romanzo "L'uomo ombra". Qui Hammett ha fornito ai cineasti un soggetto originale, sceneggiato come nella prima pellicola da Albert Hackett e Frances Goodrich (nominati all'Oscar). La struttura è la stessa della precedente avventura (con ulteriori omicidi che si aggiungono al primo, e il finale con tutti i sospettati riuniti in una stanza per individuare il colpevole), così come i toni da commedia sofisticata, che danno alla vita di coppia di Nick e Nora (anche in questo caso grandi consumatori di alcolici) altrettanta enfasi che alla vicenda poliziesca. Il cagnolino Asta, oltre a essere protagonista a sua volta di alcune scenette comiche a tema coniugale (in cui deve allontanare un "pretendente" che insidia la sua compagna Mrs. Asta), interferisce nella vicenda quando mangia parzialmente un biglietto anonimo che era stato inviato al padrone. Nel finale, mentre lasciano San Francisco per tornare sulla costa est, Nora comunica a Nick che un bambino è in arrivo. Nel cast anche Jessie Ralph, Sam Levene e George Zucco. James Stewart, a inizio carriera, ha un ruolo minore: non era ancora una star.

16 ottobre 2020

Le regole della truffa (Rob Minkoff, 2011)

Le regole della truffa (Flypaper)
di Rob Minkoff – USA 2011
con Patrick Dempsey, Ashley Judd
***

Visto in TV, con Sabrina.

Una banca viene rapinata contemporaneamente da due bande diverse: la prima è composta da tre criminali professionisti e high-tech (Mekhi Phifer, Matt Ryan e John Ventimiglia), la seconda da una coppia di balordi (Tim Blake Nelson e Pruitt Taylor Vince). Fra i clienti, presi in ostaggio insieme al personale dell'istituto, c'è il nevrotico e semi-autistico Tripp (Patrick Dempsey), che non può mettere a tacere le proprie straordinarie capacità osservative, in grado di catturare ogni dettaglio. Grazie a queste, si rende subito conto che c'è qualcosa di strano: forse qualcuno trama nell'ombra, ha manipolato entrambe le bande di rapinatori e ha un secondo (o un terzo) fine... Scritto da Jon Lucas e Scott Moore (gli sceneggiatori di "Una notte da leoni") e diretto dal co-regista de "Il re leone", un heist movie comico e vivacissimo, caratterizzato da un ritmo senza sosta, ricco di false tracce e di colpi di scena: da un lato guarda al cinema corale e umoristico alla Guy Ritchie (alcuni personaggi sembrano usciti da "Snatch"), dall'altro al classico giallo deduttivo alla Agatha Christie (quando tutti i presenti, rapinatori od ostaggi che siano, si sospettano a vicenda, sembra quasi di essere in un remake di "Dieci piccoli indiani" o in una partita di "Cluedo"), con echi da "I soliti sospetti" e "Quel pomeriggio di un giorno da cani", il tutto senza risultare pretenzioso, senza strizzatine d'occhio post-moderne allo spettatore e senza traccia di messaggio morale (è puro intrattenimento!). Merito anche di un protagonista unico nel suo genere, osservatore come Sherlock Holmes ma disinibito e impulsivo per via di una sorta di ADHD (la sindrome di deficit di attenzione e iperattività). Gli altri personaggi sono più stereotipati o macchiettistici, ma comunque adeguatamente funzionali al loro ruolo. Ashley Judd è la cassiera di cui Tripp si innamora, i dipendenti della banca sono interpretati da Jeffrey Tambor (il direttore), Curtis Armstrong, Rob Huebel, Adrian Martinez e Octavia Spencer, e gli altri clienti da Natalia Safran ed Eddie Matthews. Passato quasi inosservato in sala e bistrattato dalla critica, il film meriterebbe una rivalutazione.

15 ottobre 2020

Jojo Rabbit (Taika Waititi, 2019)

Jojo Rabbit (id.)
di Taika Waititi – USA/Nuova Zelanda 2019
con Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In Germania, mentre infuria la seconda guerra mondiale, il piccolo Johannes "Jojo" Betzler (Davis, al suo esordio), un bambino di dieci anni, entra a far parte della Hitler-Jugend. Pur preso in giro dai ragazzi più grandi (che gli affibbiano l'appellativo di "Jojo coniglio": ed è così che avrebbe dovuto essere tradotto il titolo del film, lasciato invece in originale), Jojo è talmente indottrinato al credo nazista da avere come amico immaginario proprio un simulacro di Adolf Hitler (interpretato dal regista stesso), che lo conforta e lo consiglia davanti a ogni difficoltà della vita. Tutto comincia a cambiare quando il bambino scopre che dietro uno scompartimento segreto della propria casa si nasconde una ragazza ebrea, Elsa (McKenzie), che sua madre Rosie (Scarlett Johansson) ha accolto a sua insaputa. Liberamente ispirato a un romanzo di Christine Leunens ("Come semi d'autunno"), il cui protagonista aveva però 17 anni, un film che affronta i temi del nazionalsocialismo e dell'olocausto con toni originali e da commedia, almeno fino a un certo punto: dopo un eccellente incipit, infatti, la pellicola smarrisce per strada la cosa più interessante e divertente, ovvero l'irriverente Hitler virtuale, per dedicarsi a un più scontato rapporto di amicizia/amore fra il piccolo nazista e la giovane ebrea (già visto con alcune varianti in parecchi film su questo tema, per esempio "Il bambino con il pigiama a righe"). E il modo in cui "Adolf" viene scacciato e letteralmente defenestrato da Jojo, nel finale, appare troppo netto ed eccessivamente enfatico (e non solo perché esso era di fatto un sostituto paterno): l'addio a un amico immaginario avrebbe dovuto essere gestito con più sfumature, ma forse ci si preoccupava troppo di aver reso il Führer simpatico e divertente (e infatti ci sono stati critici che non lo hanno apprezzato). Rimane il merito di aver mostrato la guerra, con i suoi orrori e le sue tragedie, ma anche aspetti quali la propaganda e l'indottrinamento, dal punto di vista di un bambino (anche in questo caso non mancano i precedenti, a partire da "I figli di Hitler" di Dmytryk, girato "in tempo reale" nel 1943). Nel complesso il lungometraggio è piacevole, meno originale di quanto sembri ma dal mood indovinato, che mostra i campi di addestramento come se si trattasse di campi scout, nonché i lati più visionari e infantili di un periodo storico cupo e tragico (quando la guerra arriva fino in città, siamo di fronte alla fine dell'infanzia). Nel cast brilla Sam Rockwell nei panni del bizzarro capitano istruttore Klenzendorf. Nonostante dialoghi a tratti un po' artificiali e qualche luogo comune, la sceneggiatura (dello stesso Waititi) ha vinto l'Oscar. Nell'anacronistica colonna sonora ci sono canzoni dei Beatles e di David Bowie cantate in tedesco. Ambientato in una città della Germania non meglio precisata, il film è stato girato in realtà in Repubblica Ceca. Waititi ha deciso di interpretare personalmente l'Hitler comico (accodandosi a una lista di precedenti illustri, a partire da Chaplin) perché aveva qualche difficoltà a trovare un attore famoso interessato alla parte.

14 ottobre 2020

L'ululato (Joe Dante, 1981)

L'ululato (The howling)
di Joe Dante – USA 1981
con Dee Wallace, Christopher Stone
***

Visto in divx.

Dopo essere stata aggredita a New York da un misterioso stalker (Robert Picardo), la conduttrice televisiva Karen White (Dee Wallace) piomba in uno stato di shock e non ricorda più nulla dell'accaduto. Uno psichiatra, il dottor George Waggner (Patrick Macnee), la invita allora a trascorrere insieme al marito Bill (Christopher Stone) un mese di riposo in una colonia fra i boschi, da lui gestita, a scopi terapeutici. Qui la donna scoprirà che i pazienti del dottore (così come l'uomo che l'aveva aggredita) sono tutti lupi mannari... Da un romanzo di Gary Brandner, un classico dell'horror dei primi anni ottanta, che ha lanciato la carriera di Joe Dante (poi decollata definitivamente con il successivo "Gremlins", prima di arrestarsi per divergenze con gli studios e una serie di flop). Il film è significativamente uscito in un anno, il 1981, di revival per i licantropi (ci furono anche "Un lupo mannaro americano a Londra" di John Landis e il meno celebre "Wolfen, la belva immortale" di Michael Wadleigh). Ma a differenza da Landis, più che al classico uomo lupo della Universal, Dante e gli sceneggiatori John Sayles e Terence H. Winkless guardano alle atmosfere dei film di Val Lewton e Jacques Tourneur (come "Il bacio della pantera"), puntando su uno stato prolungato di tensione impalpabile (che si scioglie nel finale, ma che in precedenza – si pensi ai momenti in cui Karen ode gli ululati nei boschi – costruisce la suspence senza mostrare nulla) e calando i temi horror nelle inquietudini della vita quotidiana e moderna. Memorabile, in particolare, il finale altamente satirico, nel quale una trasformazione in lupo mannaro mostrata in diretta televisiva viene accolta dal pubblico con indifferenza e scetticismo ("È solo un trucco, come lo sbarco sulla Luna!") e interrotta subito da uno spot pubblicitario (di cibo per cani!). Nonostante numerosi ammiccamenti (il cartoon con Ezechiele Lupo, le scatolette di chili Wolf, il poema "Howl" di Allen Ginsberg), omaggi e citazioni (quasi tutti i personaggi minori hanno nomi di celebri registi di film sui lupi mannari, come George Waggner, appunto, ma anche Terence Fisher, Roy William Neill, Erle Kenton, Sam Newfield, Jacinto Molina e Lew Landers), prima del finale il tono del film si mantiene assolutamente serio, mescolando a sequenze horror anche interessanti approfondimenti psicologici (la figura del lupo mannaro è vista come un modo per l'uomo di ricongiungersi con il proprio lato animale e bestiale, la parte primitiva di sé che la civiltà ha cercato di reprimere; ed Eddie Quist, fuggito dalla "colonia" fra i boschi per dare sfogo ai propri istinti nella grande città, lega patologicamente questi impulsi al sadismo e alla pornografia). Rispetto ai licantropi classici, questi temono il fuoco e possono essere uccisi da pallottole d'argento, ma per il resto sono virtualmente immortali (e famelici: non si contano gli indizi legati al consumo di carne). Altre suggestioni sembrano associare il film ad altri capolavori del genere horror: il tema della setta (la colonia) ricorda "Rosemary's baby" di Polanski, la mancanza di via di scampo per la protagonista (anche perché il morso di un lupo mannaro "condanna" la vittima alla stessa sorte) richiama invece "La notte dei morti viventi" di Romero. Gli effetti speciali, di Rob Bottin, sono di ottimo livello, pur con qualche occasionale caduta di stile (come la brevissima sequenza in animazione). Le scene delle trasformazioni, forse non belle come quella del film di Landis, sono altrettanto lunghe e spaventevoli. Nel vasto cast anche Dennis Dugan, Belinda Balaski (Chris e Terri, i due colleghi di Karen), Elisabeth Brooks (Marsha, la "mangiauomini" vestita di pelle), John Carradine, Slim Pickens, Kevin McCarthy, Don McLeod, Noble Willingham. Dick Miller è il libraio, Herbie Braha il commesso del pornoshop. Camei per lo sceneggiatore e futuro regista John Sayles, per Roger Corman e per Forrest J. Ackerman. Con sette sequel (di scarso valore).

13 ottobre 2020

The arrival (David Twohy, 1996)

The arrival (id.)
di David Twohy – USA 1996
con Charlie Sheen, Lindsay Crouse
*1/2

Visto in TV.

Il radioastronomo Zane Zaminsky (Charlie Sheen) capta un segnale proveniente dallo spazio: che si tratti della prova dell'esistenza di vita extraterrestre? Ma i suoi superiori alla NASA non solo rifiutano di dargli retta, ma distruggono le registrazioni del segnale e poi lo licenziano. Con l'aiuto di una ricercatrice che studia i cambiamenti climatici (Lindsay Crouse), Zane scoprirà che è in atto un complotto a più livelli: in effetti gli alieni sono già sulla Terra, hanno assunto fattezze umane e stanno modificando il pianeta, aumentando le temperature per renderlo più adatto alla propria specie... Scritto e diretto da Twohy, al secondo film da regista dopo "Timescape", un thriller d'azione e fantascientifico che attualizza il classico tema dell'invasione aliena, spogliandolo dalle paranoie legate ai sottotesti politici (quelli di pellicole come "L'invasione degli ultracorpi" o "Essi vivono") e rivestendolo invece di argomenti ambientalisti (i pericoli del riscaldamento globale). Peccato che tutto sia raffazzonato e dozzinale, dalla caratterizzazione dei personaggi alle svolte narrative, e che culmini in scene d'azione prive di tensione o di spessore. Molte anche le cadute di stile o le ingenuità (la scena degli scorpioni nella stanza d'albergo in Messico sembra appartenere a un altro genere di film). Nel cast anche Teri Polo (la fidanzata di Zane), Ron Silver (il suo capo) e Tony Johnson (il ragazzino nero). Oscurato alla sua uscita da "Independence day", il film è semmai da confrontare con "Contact" di Robert Zemeckis (uscito l'anno successivo) e "Arrival" di Denis Villeneuve (uscito nel 2016, con cui ha comune il titolo e l'argomento, ma poco altro).

12 ottobre 2020

La febbre degli scacchi (V. Pudovkin, 1925)

La febbre degli scacchi (Shakhmatnaya goryachka)
di Vsevolod Pudovkin e Nikolai Shpikovsky – URSS 1925
con Vladimir Fogel, Anna Zemcova
***

Rivisto su YouTube.

Un giovane (Vladimir Fogel) è talmente ossessionato dal gioco degli scacchi da trascurare la fidanzata Vera (Anna Zemcova), dimenticandosi persino del giorno del suo matrimonio. La "febbre degli scacchi", peraltro, sembra contagiare tutti gli abitanti della città, a prescindere dall'età, dal ruolo o dal ceto sociale, complice anche un importante torneo in corso di svolgimento con numerosi campioni internazionali. Fra questi c'è il campione del mondo José Raúl Capablanca (che interpreta sé stesso), grazie al quale anche la ragazza si appassionerà a sorpresa a questo gioco. E nel finale i due fidanzati si ritroveranno felicemente insieme ad assistere al torneo. Brillante cortometraggio comico che segna ufficialmente l'esordio alla regia di Vsevolod Pudovkin (insieme allo sceneggiatore Nikolai Shpikovsky), già assistente e allievo di Lev Kuleshov, prima delle grandi pellicole a tema storico e sociale che gli daranno la notorietà. Qui siamo in puro territorio slapstick, con gag degne delle comiche di Chaplin o Keaton (dagli infiniti gattini che fuoriescono dagli abiti del protagonista, alle scenette per la strada con poliziotti e passanti, dalle peripezie di Vera che ovunque si volti trova qualcosa di scacchistico a tormentarla, ai tentativi falliti di suicidio dei due fidanzati). Divertente anche come il film testimoni della popolarità che questo gioco (anzi, sport!) godesse già presso il pubblico russo (tanto che un'amica di Vera la mette in guardia: "Il più grande pericolo per la vita coniugale sono gli scacchi!"). Pudovkin e Shpikovsky approfittarono del torneo in corso di svolgimento a Mosca per riprendere non solo Capablanca ma anche altri famosi giocatori durante le partite. Camei per registi sovietici come Boris Barnet e Yakov Protazanov. Si dice che il corto avrebbe ispirato il romanzo "La difesa di Lužin" di Vladimir Nabokov.

11 ottobre 2020

Idioti (Lars von Trier, 1998)

Idioti (Dogme #2: Idioterne)
di Lars von Trier – Danimarca 1998
con Bodil Jørgensen, Jens Albinus
**1/2

Rivisto in divx.

Guidati da Stoffer (Jens Albinus), un gruppo di ragazzi gioca a "fare l'idiota", ovvero a fingersi ritardati e minorati mentali, anche (e soprattutto) in pubblico. È un modo per esprimere la parte più autentica, infantile e nascosta di sé stessi, ma anche per provocare la reazione o il disagio della gente "normale" e smascherarne le ipocrisie borghesi. I membri del gruppo, che abitano tutti insieme in una villetta di campagna come in una comune, non esitano a inscenare situazioni imbarazzanti, o persino a recitare anche quando si trovano fra di loro. Ma pian piano litigi, incomprensioni e complesse dinamiche interne ne mineranno l'unità, mentre gli interventi esterni di conoscenti e famigliari porteranno a dissolvere l'esperienza: l'unica che la condurrà fino alla fine sarà Karen (Bodil Jørgensen), l'ultima arrivata, timida e introversa, per la quale "fare l'idiota" avrà una valenza liberatoria di fronte all'incomprensione di chi le sta attorno in occasione di una grave tragedia familiare. Il secondo lungometraggio certificato "Dogme 95" (e l'unico del movimento firmato dal suo co-creatore Lars von Trier) è una pellicola che può risultare fastidiosa e sgradevole anche per lo spettatore, "vittima" della recita dei personaggi e costretto ad assistere alle loro performance, comprese scene di nudo e di sesso (molte delle quali eliminate dalla versione italiana), ma che nell'intensa scena finale acquista quello spessore che non sembrava possedere in precedenza. Lungi dall'essere semplicemente irrispettosi e infantili, i protagonisti "cercano l'idiota che hanno dentro di sé" perché, dopo tutto, "la verità la si impara dai bambini e dagli ubriachi" (una frase che ben descrive molti film di LVT, a partire da "Le onde del destino"). In ossequio alle regole del Dogma, il film è girato con la camera a mano, senza illuminazione artificiale, e con un suono in presa diretta e diegetico (il tema del "Cigno" di Saint-Saëns è intonato con un'armonica). Lo stesso regista non è accreditato nei titoli. L'unica norma del decalogo violata è quella che nega l'utilizzo delle controfigure (von Trier ha invece fatto ricorso a due attori pornografici nella scena della penetrazione durante l'ammucchiata). Ogni tanto il montaggio inserisce delle interviste ai membri del gruppo, che come in un documentario rievocano l'esperienza e ne raccontano le dinamiche. La sceneggiatura fu scritta da LVT in soli quattro giorni. Le riprese furono effettuate con una videocamera digitale, lasciando grande spazio all'improvvisazione del cast (che comprende anche Anne Louise Hassing, Nikolaj Lie Kaas, Anne-Grete Bjarup Riis e Troels Lyby).

10 ottobre 2020

Loro (Paolo Sorrentino, 2018)

Loro (aka Loro 1 e Loro 2)
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia 2018
con Toni Servillo, Riccardo Scamarcio
**

Visto in divx.

Dopo il film anticonvenzionale che aveva firmato su Giulio Andreotti ("Il divo", nel 2008), Sorrentino si occupa stavolta di Silvio Berlusconi, proseguendo nel portare sul grande schermo (con una "rielaborazione e reinterpretazione in chiave strettamente artistica", come sottolinea precauzionalmente la didascalia introduttiva) le figure più importanti della cronaca e della politica dell'Italia del ventesimo secolo, trasfigurandole a suo modo in chiave pulp e post-moderna. Anche in questo caso, però, l'impressione è che si badi soprattutto all'estetica e alle frasi ad effetto, e che manchi una riflessione non superficiale sul personaggio e sul suo impatto sulla società e la politica italiana (che invece c'era, per esempio, anche nel film di Nanni Moretti "Il caimano"). Berlusconi è ritratto nella sua vita privata, quasi sempre all'interno della villa di Porto Rotondo in Sardegna: siamo attorno al 2008, dunque già negli anni del suo declino, quando cominciano a filtrare i primi scandali sessuali e il matrimonio con Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) entra in crisi. Uscito nelle sale diviso in due parti (ma come già nei casi di "Novecento" e "Nymphomaniac", si tratta a tutti gli effetti di un unico film, tanto che in seguito è stata resa disponibile una versione unificata, sia pure con qualche taglio), il lungometraggio reca un titolo curioso, "Loro". Va ovviamente contrapposto a "Lui", come è chiamato Berlusconi nella parte iniziale della pellicola da chi non vuole farne apertamente il nome, rievocando ovviamente un altro celebre "lui" della politica italiana, Benito Mussolini. "Loro" sono tutti quelli che, per lo più per interesse, gravitano attorno a Berlusconi (il titolo francese del film è ancora più esplicito: "Silvio et les autres"), ovvero l'entourage che lo circonda, una corte di "nani e ballerine" che lo sfruttano e ne vengono sfruttati in un mercimonio di potere e di sesso. Fra di essi ci sono figure reali (Mariano Apicella, Noemi Letizia, Ennio Doris, Fedele Confalonieri) e immaginarie (ma in cui si possono facilmente riconoscere personaggi autentici, come Lele Mora, Walter Lavitola, Sandro Bondi, Sabina Began o Daniela Santanché), fra cui spicca Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), evidentemente ispirato a Gianpaolo Tarantini, imprenditore pugliese che cerca di entrare nelle grazie di Silvio sfruttando la sua passione per le donne e organizzando una festa a base di ragazze "disinibite" nella sua villa in Sardegna. Berlusconi stesso (interpretato da un sempre ottimo Servillo, vera e propria "maschera" dal perenne sorriso, che parla con cadenza brianzola e canta in napoletano) entra in scena solo dopo un'ora della prima parte (40 minuti nella versione "unificata"), relegando di colpo Scamarcio sullo sfondo e non abbandonando più il centro dell'attenzione. Siamo negli anni del declino, abbiamo detto, in cui il rapporto con Veronica si è irrimediabilmente incrinato, in cui Silvio è politicamente confinato all'opposizione (ma riuscirà a far cadere il governo di centrosinistra grazie alla compravendita di parlamentari), in cui la noia e la stanchezza sono mitigate per l'appunto dalle "cene eleganti".

Costruito su una serie di scenette episodiche e slegate l'una dall'altra (la migliore è probabilmente quella dell'incontro con Ennio Doris, interpretato anch'esso da Servillo che così dialoga con sé stesso, seguita dalla telefonata in cui Silvio – spacciandosi per l'agente immobiliare "Augusto Pallotta" – intende dimostrare a sé stesso di essere ancora il "venditore più bravo di tutti"), che accatastano personaggi macchiettistici, il film si concentra su vari aspetti del personaggio Berlusconi ma non riesce mai a scalfirne la superficie, mostrandocelo evasivo nei momenti chiave (il dialogo con Veronica, ma anche quello con la giovane Stella (Alice Pagani), l'unica che gli resiste). Sorrentino sembra quasi voler giustificare questa mancanza di analisi, dichiarando esplicitamente che in Silvio non c'è più di quello che appare ("La sinistra non riesce a mettermi a fuoco, pensa che tutto sia sempre complesso, e invece è tutto così elementare"). Eppure il regista non sembra nemmeno provarci, e si limita a mostrare la sua megalomania, la sua volgarità, la decadenza, lo sfoggio di ricchezza e potere, la sua ossessione per le donne e il sesso (anche se le ragazze – cui dona, come un marchio, il ciondolo della farfallina – sono tutte rifatte, anoressiche o grossolane, mai – con l'eccezione appunto di Stella – genuinamente "belle"). Qua e là si butta comunque un sassolino, come quando si afferma che Silvio "fa battute e pagliacciate perché afflitto da un grande complesso di inferiorità". Dopo altre scene slegate dal resto (la rielezione, il terremoto all'Aquila, l'incontro con Mike Buongiorno), il film si conclude all'improvviso, quasi random e anticlimaticamente, mostrandoci un Silvio che aziona il suo tanto celebre vulcano finto, all'interno della villa in Sardegna, quando è da solo. E Scamarcio? dimenticato. La lunghezza della pellicola, e il parallelo con personaggi ed eventi reali, può certamente lasciare qualcosa allo spettatore, ma nel complesso mi è parso un film inutile, uno sfoggio di stile che a livello artistico e tecnico, beninteso, è sempre bello o quantomeno interessante, ma che non offre nulla che non si fosse già visto nei lavori precedenti di Sorrentino (e con qualche citazione da "The Wolf of Wall Street" di Scorsese): siamo quasi di fronte a un lungo videoclip, a una sorta di portfolio o demo, con sequenze accompagnate da una colonna sonora che abbina la musica di Lele Marchitelli con varie canzoni pop (ma ci sono anche "Domenica bestiale" di Fabio Concato, cantata da lui stesso, e "Voi che sapete" da "Le nozze di Figaro" di Mozart, per non parlare delle canzoni napoletane intonate da Servillo/Berlusconi, fra cui "Malafemmena"; e non poteva mancare ovviamente "Meno male che Silvio c'è"). Un film in fondo innocuo, che infatti è passato quasi inosservato (niente scandali, sollevazioni o processi) e che, a distanza di soli due anni, già pochi ormai si ricordano. La sua colpa, forse, è anche quella di essere uscito quando ormai Berlusconi è già lentamente scivolato fuori dall'attenzione e dalla vita politica italiana, dopo una sovraesposizione multidecennale che ci ha resi tutti un po' stanchi e poco propensi a interessarci nuovamente al personaggio e a tutto ciò che lo circonda. Nel cast anche Dario Cantarelli (il maggiordomo vestito di bianco), Kasia Smutniak (Kira/Began), Euridice Axen (la moglie di Morra), Fabrizio Bentivoglio (Santino/Bondi), Roberto De Francesco (Sala/Mora), Anna Bonaiuto (Cupa/Santanché) e Ricky Memphis (Pasta/Lavitola).

9 ottobre 2020

Un compleanno da ricordare (J. Hughes, 1984)

Un compleanno da ricordare (Sixteen Candles)
di John Hughes – USA 1984
con Molly Ringwald, Anthony Michael Hall
**1/2

Visto in TV.

Nel giorno tanto atteso in cui compie sedici anni, la liceale Samantha (Molly Ringwald) scopre che nessuno della sua famiglia, la cui attenzione è calamitata dal matrimonio della sorella previsto per il giorno dopo, si è ricordato della ricorrenza. E a scuola le cose non vanno molto meglio, visto che Sam non trova il coraggio di dichiararsi a Jake (Michael Schoeffling), il ragazzo più grande di cui è innamorata, mentre nel contempo deve tenere a bada le attenzioni non gradite dell'intraprendente matricola Ted (Anthony Michael Hall)... È il film d'esordio alla regia per Hughes, maestro della commedia per teenager degli anni ottanta, che poi firmerà classici del genere come "Breakfast club", "La donna esplosiva" e "Una pazza giornata di vacanza", prima di dedicarsi esclusivamente alla sceneggiatura. I temi ci sono tutti: quelli legati alla crescita e allo scarto generazionale (i nonni, e le figure adulte in generale, sono comicamente distanti, assenti, disinteressati o incomprensibili), quelli comico-farseschi, quelli incentrati sulle dinamiche famigliari e scolastiche, e quelli prettamente romantici, miscelati insieme in maniera efficace e con un finale soddisfacente. Il punto di vista è quasi sempre adolescenziale, mai moralista (anche quando si parla di sesso), retorico o paternalista, il che naturalmente è un grande pregio. Certo, non mancano personaggi (il cinese Long Duk Dong, la tettona, la ragazza geek) sopra le righe o politicamente scorretti, che oggi per vari motivi sarebbero considerati imbarazzanti o impresentabili, ma in realtà non si va mai oltre la "semplice" stupidità (che indubbiamente a tratti può anche far ridere). Più problematiche forse la battuta sull'automobile nera e in generale il personaggio di Caroline. Da notare l'utilizzo ironico di celebri temi musicali. Nel vasto cast, in ruoli minori, anche i fratelli John e Joan Cusack.

8 ottobre 2020

Che fine ha fatto Bernadette? (R. Linklater, 2019)

Che fine ha fatto Bernadette? (Where'd You Go Bernadette)
di Richard Linklater – USA 2019
con Cate Blanchett, Billy Crudup
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Un tempo un'eccentrica ma brillante architetta, Bernadette Fox (Blanchett) si è ritirata dalle scene da vent'anni. Fortemente misantropa, vive da reclusa in una grande e decadente villa a Seattle, dove l'ha portata il marito Elgie (Crudup) che lavora alla Microsoft, e trascorre le giornate facendo acquisti su internet, comunicando con un'assistente virtuale o in perenne lite con la vicina Audrey (Kristen Wiig) e con le madri dei compagni di classe della figlia sedicenne Bee (Emma Nelson), unica persona che la comprende. Ma proprio il desiderio della figlia di organizzare una crociera in Antartide per tutta la famiglia la fa piombare in uno stato di stress e di ansia irrazionale. E quando il marito suggerisce un suo ricovero in una clinica psichiatrica, Bernadette fugge di casa e si reca in Antartide da sola. Qui, in un continente ghiacciato che è più un luogo mentale che fisico, ritroverà fiducia ed entusiasmo grazie a una nuova sfida creativa, quella di progettare una base scientifica al Polo Sud. Da un romanzo di Maria Semple, un ritratto di una donna irrequieta e in balia delle proprie spinte creative e distruttive (come la trimurti della mitologia indiana): Bernadette è un'artista che ha smesso di creare, soggetta a pressioni sociali e a responsabilità da cui cerca di fuggire in ogni modo, che però saprà trovare un nuovo equilibrio nel luogo più lontano e isolato di tutti. Nonostante un lieto fine un po' facile, la pellicola scorre gradevole e leggera, grazie a personaggi simpatici (anche nella loro acidità) e a situazioni a tratti esilaranti, che mescolano il dramma con la commedia, senza rinunciare a descrivere l'alienazione in una società moderna e interattiva. La critica non l'ha gradita più di tanto, ma io mi sono divertito. Il cast comprende anche Laurence Fishburne, Zoë Chao, Judy Greer e James Urbaniak. Nella colonna sonora (e sui titoli di coda, che illustrano la costruzione della base in Antartide) c'è "Time after time" di Cyndi Lauper. Il titolo italiano, senza motivo e in maniera poco originale, richiama "Che fine ha fatto Baby Jane?".

7 ottobre 2020

5 cm al secondo (Makoto Shinkai, 2007)

5 cm al secondo (Byosoku 5 senchimetoru)
di Makoto Shinkai – Giappone 2007
animazione tradizionale
**

Visto in TV.

Diviso in tre episodi ambientati a qualche anno di distanza l'uno dall'altro, il secondo lungometraggio di Makoto Shinkai (anche se rientra nella definizione per il rotto della cuffia, visto che dura poco più di un'ora) è una riflessione poetica e romantica sui rapporti sentimentali e sui concetti di spazio e tempo che tengono a distanza le persone. Nel primo segmento, "Il capitolo dei fiori di ciliegio", il protagonista Takaki e l'amica Akari si separano alla fine delle scuole elementari, quando lei si trasferisce da Tokyo nella vicina prefettura di Tochigi. Un anno più tardi, Takaki cercherà di raggiungerla in treno. Ma una forte nevicata manda in tilt il sistema dei trasporti, e il ragazzo giungerà in ritardo all'appuntamento... Il secondo, "Cosmonauta", è ambientato alla fine del liceo, che Takaki ha frequentato nell'isola di Tanegashima, dove sorge il centro spaziale giapponese. Stavolta la voce narrante è quella di Kanae, ragazza di lui innamorata, che però rinuncia a dichiararsi quando capisce che l'amico ha un'altra persona nel cuore. Infine il terzo, "5 centimetri al secondo", ci mostra il protagonista nella vita adulta, in preda ai rimpianti per ciò che non è stato: le scenografie tornano nei luoghi del primo episodio, mentre un rapido montaggio di immagini, sogni e ricordi (sulle note della canzone "One more time, one more chance" di Masayoshi Yamazaki) permette di riconnettere le esistenze di Takaki e Akari. Se preso a sé stante, ciascuno dei tre segmenti è caratterizzato da una storia in fondo esile e banale, con personaggi debolmente caratterizzati e che non rifuggono dai cliché delle storie romantiche o a sfondo scolastico. A dargli un valore aggiunto è il collante, nonché lo stile realizzativo, che mostra un estremo realismo nel disegno degli sfondi, con ambientazioni e scenografie al limite del fotoricalco. Meno indovinati invece i personaggi, dal design anonimo e appena abbozzato. Nel complesso una pellicola a tratti interessante ma che lascia il tempo che trova, forse troppo forzatamente (e pesantemente) "poetica", ma che potrà risuonare in chi sta vivendo (o ha vissuto) un'adolescenza fatta di amori incompiuti. Vaghe suggestioni cosmico-fantascientifiche (l'esplorazione spaziale come metafora dei contatti umani) nel secondo segmento, il migliore dei tre. Il pretestuoso titolo, spiegato quasi subito, si riferisce alla presunta velocità con cui i fiori di ciliegio cadono a terra.

6 ottobre 2020

Parigi ci appartiene (Jacques Rivette, 1961)

Parigi ci appartiene (Paris nous appartient)
di Jacques Rivette – Francia 1961
con Betty Schneider, Françoise Prévost
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

A Parigi, nell'estate del 1957, la studentessa di lettere Anne Goupil (Betty Schneider) viene introdotta dal fratello Pierre (François Maistre) in un circolo di artisti e intellettuali irrequieti e nichilisti. Uno di essi, lo scrittore americano Philip Kaufman (Daniel Crohem), in esilio dagli Stati Uniti per via del maccartismo, le rivela che il recente suicidio del musicista Juan potrebbe essere dovuto a un complotto da parte di una misteriosa "organizzazione" che intende prendere il potere su scala mondiale, e che la sua ex ragazza, l'enigmatica femme fatale Terry Yordan (Françoise Prévost), ne sarebbe coinvolta. Terry ora sta con Gerard Lenz (Giani Esposito), regista teatrale impegnato a mettere in scena, fra mille difficoltà, il "Pericle" di Shakespeare. Innamoratasi di Gerard, quando scopre che proprio lui potrebbe essere la prossima vittima, Anne si getta alla ricerca di un nastro perduto con la registrazione delle musiche di Juan, che potrebbe essere la chiave del mistero. Distribuito nel dicembre 1961 dopo una lunga gestazione (era stato scritto nel 1957 e girato a partire dal 1958), il primo (ambizioso) lungometraggio di Jacques Rivette è uno strano thriller avvolgente ma fumoso, che fino alla fine lascia nell'incertezza e nel dubbio, senza compensare lo spettatore per la lunga visione. Tutto è infatti vago e confuso, e si respira un forte senso di improvvisazione, non giustificato dal fascino che gli autori della Nouvelle Vague hanno sempre nutrito per la narrativa e il cinema di genere (giallo, noir e spionaggio in primis). Il titolo (ispirato a una frase di Peguy, "Paris n'appartient à personne") è ironico, visto che i protagonisti si sentono tutt'altro che parte di Parigi: sono soli e squattrinati, immigrati e alienati, carichi di dubbi e di angoscia esistenziale, e la città stessa fa di tutto per tenerli a distanza (si intravedono piazze deserte, strade notturne, tetti e piccole stanze in affitto). Crisi personali, paure di complotto, paranoia politica, mistero e tensione si intrecciano senza un vero perché: e se alcuni personaggi sono ben costruiti (l'ingenua e innocente Anne, che ha il suo contraltare nella fredda e misteriosa Terry; Gerard, che perde il controllo sul proprio spettacolo quando inizia a accettare troppi compromessi), l'insieme manca di troppa sostanza per convincere appieno. Come in molti film della Nouvelle Vague, l'arte fa capolino da tutte le parti: i personaggi guardano una sequenza del "Metropolis" di Fritz Lang, Philip disegna inquietanti mostri stilizzati dalla bocca enorme, il "Pericle" è descritto come una metafora della vita intera (o forse del film stesso: "Pericle descrive un mondo caotico ma non assurdo, come il nostro", dice Gerard). Nel cast anche Jean-Claude Brialy (Jean-Marc, l'attore amico di Anne) e Jean-Marie Robain (l'ambiguo economista De Georges). Camei per Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Jacques Demy e lo stesso Rivette.

Le coup du berger (Jacques Rivette, 1956)

Le coup du berger
di Jacques Rivette – Francia 1956
con Virginie Vitry, Jean-Claude Brialy
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

La bionda Claire (Virginie Vitry) riceve in regalo una bella pelliccia di visone dal suo amante Claude (Jean-Claude Brialy). Non potendo giustificare la cosa agli occhi del marito Jean (Jacques Doniol-Valcroze), escogita allora un trucco: chiude la pelliccia in una valigia che lascia al deposito bagagli della stazione, e finge di aver trovato per caso il tagliando che consente di ritirarla, incaricando il marito di farlo. La valigia che Jean riporta a casa, tuttavia, non contiene la preziosa pelliccia ma soltanto un manto di coniglio di scarso valore. La sera, a una festa, vedendo la pelliccia indossata dalla sorella Solange (Anne Doat), Claire capirà che anche il marito aveva un'amante... Tratto da un racconto di Roald Dahl ispirato a un popolare aneddoto (già portato al cinema due anni prima in "Accadde al commissariato" di Giorgio Simonelli, e in seguito trasposto anche in un episodio della serie televisiva "Alfred Hitchcock presenta"), e raccontato da una voce narrante (quella di Rivette) come se si trattasse di una simbolica partita a scacchi (il titolo originale, "Il colpo del pastore", è l'equivalente del nostro "matto del barbiere"), questo cortometraggio segna l'esordio professionale da regista per Jacques Rivette e, in un certo senso, per l'intero gruppo della Nouvelle Vague. Le riprese furono eseguite nell'appartamento di Claude Chabrol, all'epoca collega di Rivette ai "Cahiers du cinéma", che lo finanziò grazie a un'eredità della moglie, insieme alla casa di produzione Les Films de la Pleïade di Pierre Braunberger, e contribuì alla sceneggiatura con Rivette e il direttore della fotografia Charles Bitsch. Jean-Marie Straub è l'aiuto regista. Fra gli invitati alla festa si riconoscono lo stesso Chabrol, François Truffaut e Jean-Luc Godard.

5 ottobre 2020

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, 1981)

Un lupo mannaro americano a Londra
(An American Werewolf in London)
di John Landis – USA/GB 1981
con David Naughton, Jenny Agutter
***

Rivisto in TV.

Due giovani americani, in vacanza in Gran Bretagna, vengono aggrediti nella brughiera scozzese da una misteriosa creatura selvaggia: Jack (Griffin Dunne) ci rimette le penne, mentre David (David Naughton), ricoverato a Londra, viene informato dal fantasma dell'amico che al primo plenilunio si trasformerà in un lupo mannaro. Mettiamo subito le cose in chiaro: nonostante il nome del regista/sceneggiatore (e il titolo che richiama "Un americano alla corte di Re Artù" di Mark Twain, libro peraltro citato nei dialoghi), questo film non è una commedia, bensì un horror con tutte le carte in regola e con una notevole dose di gore, che gioca ad attualizzare un classico dei mostri Universal ("L'uomo lupo" del 1941 con Lon Chaney Jr., anch'esso citato dai personaggi), rivisitandolo in chiave moderna, realistica e quotidiana. Landis aveva già realizzato qualcosa del genere con il suo film d'esordio, "Slok", ma quello era a tutti gli effetti una parodia. Qui invece, coadiuvato dagli stupefacenti (per l'epoca) effetti speciali di Rick Baker (che mostrano "in diretta" la trasformazione di David in licantropo, oltre che Jack in vari stati di decomposizione, e che vinsero la prima edizione dell'Oscar per il miglior trucco), confeziona un film che fa davvero paura e che coinvolge anche con la trovata di rendere protagonista della vicenda (suo malgrado) proprio il "mostro", per lunghi tratti inconsapevole di essere tale e convinto che l'amico che gli appare anche dopo la morte sia soltanto uno dei tanti incubi notturni che lo perseguitano. Fra le dichiarate fonti di ispirazione, anche "Il mastino dei Baskerville" e naturalmente "Dracula" (per le scene nel pub). Landis ammise che la sequenza della trasformazione era forse troppo lunga, ma la qualità del lavoro di Rick Baker fu tale che non se la sentì di tagliare alcunché. Fra le scene più memorabili, quella in cui David cerca di farsi arrestare da un bobby insultando gli inglesi ("La regina Elisabetta è un uomo!... Shakespeare è francese!") e quella in cui incontra le proprie vittime in un cinema porno a Piccadilly Circus (il film che si vede sullo schermo, girato appositamente da Landis, è "See You Next Wednesday", pellicola-cameo che ricorre per scherzo in quasi tutti i lavori del regista). Jenny Agutter è l'infermiera Alex, che accudisce David e si innamora di lui. Nel cast anche John Woodvine (il dottor Hirsch), Brian Glover (uno degli avventori del pub "L'agnello maciullato") e Frank Oz (l'ambasciatore americano). La bella colonna sonora comprende molte canzoni e ballate dedicate alla luna, come "Blue Moon" (sui titoli di testa e di coda), "Moondance" e "Bad Moon Rising". Nel 1997 è uscito un sequel ("Un lupo mannaro americano a Parigi").

4 ottobre 2020

Sangue bleu (Nino Oxilia, 1914)

Sangue bleu
di Nino Oxilia – Italia 1914
con Francesca Bertini, Angelo Gallina
**1/2

Visto su YouTube.

L'irrequieta principessa Elena di Montvallon (o Mira di Monte Cabello, a seconda delle copie) si separa consensualmente dal consorte, il principe Egon, stufo della sua continua gelosia. Per via delle macchinazioni di una rivale, che grazie alle foto di due investigatori privati la fa accusare di frequentazioni illecite, le viene però tolta la custodia dell'amata figlioletta. Caduta in disgrazia e finita nelle braccia di un attore francese (André Habay), che ne dilapida le ricchezze al gioco e la costringe a recitare a teatro (!) per guadagnare altro denaro, mediterà il suicidio in scena, durante una rappresentazione della "Carmen". Curioso melodramma (genere che all'epoca era assai popolare nel cinema italiano: si pensi anche a "Ma l'amor mio non muore" di Mario Caserini, uscito l'anno precedente) con la classica eroina che soffre senza colpe per la crudeltà di chi le sta intorno, ambientato in un mondo di nobili costretti a "contaminarsi" con la borghesia (la protagonista soffre perché le è stata tolta la figlia, certo, ma anche perché deve umiliarsi recitando in pubblico, lei che in precedenza lo aveva fatto soltanto per beneficenza e davanti ai suoi pari), ma che dà ampio spazio alla rappresentazione dei sentimenti e dei tormenti interiori attraverso suggestive immagini. Da sottolineare l'inatteso lieto fine. Al di là del soggetto prosaico, quello del talentuoso Oxilia – già noto come poeta e commediografo, e celebre per "Addio giovinezza!" – è un cinema già maturo per i temi e per lo stile: la regia cerca inquadrature varie e dinamiche, la fotografia sfrutta in maniera magistrale le luci e le ombre, le scenografie sono realistiche e non più teatrali, la recitazione comincia a scolorire l'enfasi in momenti più intimi e compassati. Il regista morirà purtroppo a soli 28 anni durante la prima guerra mondiale, dopo aver firmato solo una manciata di film. La Bertini fu una delle prime "dive" del cinema italiano, insieme a Maria Jacobini e Lyda Borelli. La copia esistente è stata restaurata a partire da una pellicola conservata in un museo olandese.

3 ottobre 2020

La vallée (Barbet Schroeder, 1972)

La vallée, aka Obscured by Clouds
di Barbet Schroeder – Francia 1972
con Bulle Ogier, Michael Gothard
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Interessata all'acquisto di piume di uccelli esotici, Viviane (Bulle Ogier), moglie di un diplomatico in vacanza in Nuova Guinea, si unisce alla spedizione di un gruppo di ragazzi francesi verso una valle misteriosa nel cuore dell'isola, situata fra montagne inaccessibili e in zone inesplorate e non segnate sulle mappe. Il secondo lungometraggio di Schroeder racconta di un viaggio verso l'ignoto che è contemporaneamente una ricerca della libertà e del cambiamento e un desiderio di tornare al "paradiso perduto". Già prima di partire la protagonista, ricca e annoiata borghese, si lascia attrarre dallo stile di vita libero e anticonformista dei suoi compagni di viaggio, che praticano l'amore libero e consumano droghe: e l'incontro con la natura e gli indigeni la portano lentamente a conoscere e ad esplorare sempre di più la parte più "naturale" e selvatica del mondo che la circonda e di sé stessa. La meta, come detto, è simbolicamente il "paradiso" (da cui provengono appunto gli uccelli del paradiso, il cui bellissimo piumaggio colorato è irresistibile fonte di desiderio), e il percorso per raggiungerlo – dapprima in jeep, poi a cavallo e infine a piedi, attraversando la giungla e inerpicandosi su montagne avvolte nella nebbia – è disseminato di insidie (quale il serpente, di cui inizialmente Viviane ha terrore ma con cui poi familiarizza). Ma attenzione: come Olivier (Michael Gothard), uno dei quattro compagni di Viviane, spiega a una protagonista che dopo essere stata accolta fra gli indigeni e invitata a partecipare alle loro cerimonie si illude di essere entrata a far parte della tribù, "il paradiso ha tante uscite ma nessun ingresso", e una volta persa l'innocenza è quasi impossibile ritrovarla: "dalla conoscenza non si torna indietro, e forse dovevamo fare il contrario di quello che abbiamo fatto, ovvero dare un altro morso alla mela". Gli aborigeni che appaiono sullo schermo appartenevano alla tribù Mapuga. Come il precedente "More", anche questo film ha una colonna sonora firmata appositamente dai Pink Floyd, che la pubblicarono nell'albo "Obscured by Clouds". Mai doppiata o distribuita in Italia, la pellicola è fortemente legata alla cultura hippie e anni '70. Ma per l'interessante stile quasi improvvisato e antropologico sembra anticipare certe cose di Peter Weir e Werner Herzog.

2 ottobre 2020

Moonlight whispers (Akihiko Shiota, 1999)

Moonlight whispers (Gekko no sasayaki)
di Akihiko Shiota – Giappone 1999
con Kenji Mizuhashi, Tsugumi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La liceale Satsuki (Tsugumi) rompe il fidanzamento con Takuya (Mizuhashi), suo compagno nella squadra di kendo della scuola, dopo aver scoperto che lui è incapace di condurre una relazione normale. Il ragazzo, infatti, è masochista e feticista, le ruba oggetti intimi e la registra di nascosto, preferendo questi simulacri a un rapporto diretto con lei. Non si tratta però di una perversione fine a sé stessa, ma dell'unico modo che ha di amarla: vuole starle vicino, osservarla e condividere la sua vita come se fosse il suo cagnolino. Dopo l'iniziale repulsione, pian piano anche lei comincia a essere attratta, seppur controvoglia, dal potere che esercita su di lui, umiliandolo e costringendolo a seguirla e ad assistere di nascosto ai suoi incontri con altri ragazzi. I temi del feticismo, della dominanza e della sottomissione, delle perversioni sessuali e del sadomasochismo sono trattati con inconsueta delicatezza in una pellicola – tratta da un manga – di ambientazione liceale e con tutte le caratteristiche dei film romantici per adolescenti, come solo i giapponesi sanno fare. Siamo di fronte in fondo a una storia di coming-of-age, con due ragazzi alla scoperta di un modo diverso da quello comunemente accettato (ma altrettanto valido) di amarsi. Insieme a "Don't look back", uscito in contemporanea, si tratta del film d'esordio (e forse più noto) di Shiota.

1 ottobre 2020

La ragazza nella nebbia (D. Carrisi, 2017)

La ragazza nella nebbia
di Donato Carrisi – Italia 2017
con Toni Servillo, Alessio Boni
**

Visto in TV, con Sabrina.

In una cittadina di montagna, isolata in una valle delle Alpi, una ragazza sparisce misteriosamente alla vigilia di Natale. A indagare sulla sua scomparsa, temendo sia rimasta vittima di un omicidio, giunge lo spregiudicato ispettore Vogel (Toni Servillo), i cui metodi consistono nel richiamare l'attenzione dei mass media e spettacolarizzare la vicenda, manipolando le informazioni e spingendo così il colpevole a commettere un passo falso. Colpevole che l'ispettore ritiene di aver individuato nel professor Martini (Alessio Boni), insegnante nel liceo locale: e pur avendo soltanto lievi indizi, non esita a manipolare le prove per poterlo arrestare... L'opera prima dello scrittore Donato Carrisi, tratta ovviamente da un suo romanzo, è un giallo-noir ricco di colpi di scena e dalla struttura non banale (la vicenda principale è in realtà raccontata in flashback dallo stesso ispettore Vogel al dottor Flores (Jean Reno), psichiatra che lo interroga perché a sua volta è accusato di un omicidio), con un soggetto interessante (anche se per molti versi implausibile) ma numerosi problemi a livello di sceneggiatura. E non mi riferisco solo ai dialoghi scolastici, di qualità amatoriale o da fiction televisiva, ma soprattutto alla caratterizzazione dei personaggi, Vogel in primis, per certi versi pretestuosa (e funzionale solo alle necessità dell'intreccio) e per altri oscillante e contraddittoria (è davvero poco credibile, per esempio, che un ispettore che ci è stato presentato come poco interessato alla verità, al punto da non esitare a mandare sotto processo un sospettato senza prove o addirittura falsificandole, nonché abituato a manipolare i media e l'opinione pubblica, si trasformi improvvisamente in un vendicatore in prima persona in nome di un senso di giustizia che mai aveva dimostrato di possedere). Anche l'ambientazione è troppo vaga: girato in Alto Adige (in Val d'Ega, a Nova Levante e Carezza), il film si svolge in una cittadina dal nome francese, dove si parla italiano ma i cognomi sono tedeschi: che volesse essere in Svizzera? Imperdonabile comunque la neve che va e viene, da scena a scena, in maniera casuale. Nel complesso, un film che avrebbe meritato una revisione della sceneggiatura e una regia più esperta, visto che l'idea di base e gli attori di talento non mancavano. Curiosità: dieci anni prima, Servillo aveva interpretato un film per certi versi simile a questo, "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli.

30 settembre 2020

Il corvo (Alex Proyas, 1994)

Il corvo - The crow (The Crow)
di Alex Proyas – USA 1994
con Brandon Lee, Rochelle Davis
***

Visto in TV.

Ucciso durante la "notte del diavolo", alla vigilia di Halloween, insieme alla sua ragazza, il musicista Eric Draven (Brandon Lee) è magicamente riportato in vita un anno dopo per vendicarsi dei suoi assassini. Da un fumetto di James O'Barr, un revenge movie dall'aura maledetta con una storia e un mood anni ottanta ma un'estetica dark che si rifa al cinema di Hong Kong degli anni novanta (evidenti le ispirazioni da John Woo, Ching Siu-Tung e Tsui Hark). A tratti semplicistico e imperfetto, ma innegabilmente ricco di fascino, anche grazie alla regia di Proyas (di cui, insieme al successivo "Dark City", è il lavoro più celebre) e alla fotografia di Dariusz Wolski (che trasuda atmosfera e dà vita a una città notturna, perennemente sotto la pioggia, che ricorda la Gotham City di Batman). Molto, in effetti, richiama i comics più cupi dell'epoca (Batman appunto, ma anche Blade o Sandman), forse per l'origine del soggetto: oltre che una creatura soprannaturale e immortale (con alcuni connotati religiosi), Eric è una sorta di vendicatore mascherato, con il volto dipinto di bianco, a metà fra un clown malvagio e un fantasma, sempre accompagnato da un corvo ultraterreno che funge da legame fra il mondo dei vivi e quello dei morti (e attraverso i cui occhi Draven può scrutare i suoi nemici). La fama di cult gli è giunta anche da una tragica circostanza: l'attore protagonista (figlio di Bruce Lee, peraltro) è morto accidentalmente sul set a pochi giorni dalla fine delle riprese, ucciso dal colpo di una pistola che avrebbe dovuto essere caricata a salve ma che per errore conteneva un proiettile difettoso. Il fatto che la trama stessa della pellicola parli di un uomo che torna dalla morte è incredibilmente inquietante. Rochelle Davis è la piccola skater Sarah, Ernie Hudson il poliziotto buono Albrecht, mentre fra i tanti cattivi spiccano Michael Wincott (il boss Top Dollar), Bai Ling (la sua sorella/amante Myca), David Patrick Kelly, Angel David, Michael Massee e Laurence Mason (i quattro balordi responsabili della morte di Eric). Fu proprio Massee, senza volerlo, a sparare il colpo che uccise Lee. La pellicola, dedicata a lui e alla sua fidanzata Eliza Hutton, fu completata ricorrendo a una controfigura (come era capitato anche al padre di Brandon ne "L'ultimo combattimento di Chen") e alla computer grafica. Curiosità: la controfigura in questione era Chad Stahelski, il futuro regista dei film di John Wick. Memorabile la colonna sonora a base di brani rock, punk, metal e gothic di gruppi del calibro dei Cure ("Burn"), Rage Against the Machine ("Darkness"), Helmet, Nine Inch Nails e The Jesus and Mary Chain. Grande successo di pubblico e pure di critica: ne seguirono alcuni sequel e anche una serie tv, accolti però male (anche per via dell'assenza di Lee). Il titolo (da non confondere con l'omonimo noir di Clouzot del 1943) è forse ispirato alla poesia di Edgar Allan Poe (in originale "The Raven").

29 settembre 2020

Ritual (Hideaki Anno, 2000)

Ritual (Shiki-jitsu)
di Hideaki Anno – Giappone 2000
con Shunji Iwai, Ayako Fujitani
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Di ritorno nella sua città natale, un regista (Iwai) incontra una bizzarra ragazza (Fujitani) con il volto dipinto e un ombrello rosso, che si sdraia sui binari dismessi della stazione ferroviaria. Incuriosito dal suo strano comportamento, comincia a frequentarla, poi a filmarla nella sua routine e nelle sue idiosincrasie, per trasferirsi infine da lei, in un grande edificio disabitato, dove vive circondata da oggetti di colore rosso e trascorre giornate sempre uguali, come a seguire una sorta di "rituale", oltre a confondere la fantasia con la realtà. Alienata e sciroccata, con un passato probabilmente tragico (che fine hanno fatto il padre, la madre e la sorella, che cita in continuazione?), la ragazza è sola e prigioniera di un loop. Ogni giorno afferma "Domani è il mio compleanno", posticipando di fatto il domani e trasformando l'oggi in ieri per ritardare la sua inevitabile morte. In effetti il suo desiderio, almeno all'inizio, è quello di sparire completamente: ma proprio l'incontro con il regista le dona una compagnia di cui non riesce più a fare a meno. Ambientato a Ube (città mineraria e industriale nel sud del Giappone) nell'arco di un mese esatto (con cartelli che scandiscono i giorni trascorsi e contano quelli che mancano), e interpretato dal regista di quel piccolo capolavoro che è "All about Lily Chou-Chou" (ma il personaggio sembra una proiezione dello stesso Anno, visto che si tratta di un regista d'animazione che aspira a dirigere anche film dal vivo), il secondo lungometraggio in live action dell'autore di "Evangelion" è tratto da un romanzo della stessa Ayako Fujitani (figlia, incredibile a dirsi, di Steven Seagal!), che l'attrice e il regista hanno adattato insieme: un racconto che parla della paura dell'abbandono (o del cambiamento) e di due solitudini che si incontrano e si consolano a vicenda, con l'assurdo e il folle che fanno capolino nella disperazione e nella tristezza, colorandole di rosso (o esaltando quello – colore del sangue, dopotutto! – già presente). Purtroppo la profondità dei temi, le belle immagini (la fotografia è di Yuichi Nagata) e l'ottima prova di Fujitani non riescono a compensare i dialoghi pesanti e filosofici e una trama esile e ripetitiva. E la pellicola, ahimè, può risultare soporifera, senza la crudezza di un Sion Sono, la folle violenza di un Miike o (solo in parte) l'astratta poesia di un Kitano. Nel cast anche Jun Murakami e Shinobu Otake. Il film è stato il primo a essere prodotto dallo Studio Kajino, la succursale dello Studio Ghibli che si occupa di pellicole dal vivo.

28 settembre 2020

Destinazione... Terra! (Jack Arnold, 1953)

Destinazione... Terra! (It came from outer space)
di Jack Arnold – USA 1953
con Richard Carlson, Barbara Rush
**1/2

Visto in divx.

"Then at a deadly pace
it came from outer space,
and this is how the message ran..."

I cieli notturni sul deserto dell'Arizona sono solcati da quella che sembra una meteora in fiamme, che si schianta presso una miniera. Il giovane astronomo dilettante John Putman (Richard Carlson), primo ad accorrere sul luogo insieme alla fidanzata Ellen (Barbara Rush), vede chiaramente che nell'enorme cratere è precipitata un'astronave, prima che questa venga nascosta da una frana. Ma nessuno gli crede. E una creatura extraterrestre, uscita dalla navicella, si aggira per il deserto, assumendo l'aspetto degli esseri umani che incontra. Da un soggetto originale di Ray Bradbury, un B-movie di fantascienza assai semplice e ingenuo ma a suo modo pionieristico e influente, che si distingue da altre pellicole coeve simili per il ribaltamento dei ruoli: gli alieni, si scoprirà, non hanno affatto cattive intenzioni, sono capitati sulla Terra per caso e sono pacifici, anche se più avanzati tecnologicamente. I "cattivi" sono invece i terrestri, che – a parte John – ricorrono subito alla violenza e non sono disposti a dare fiducia a ciò che è diverso ("questa gente è contro chiunque la spaventi in un modo o nell'altro") o a superare le apparenze (gli alieni, nelle loro reali fattezze, sono mostri orribili, creature lovecraftiane con un solo occhio). Evidente il messaggio che incita a vincere le diffidenze dovute alla diversità e alla paura, in contrasto con i timori sulla Guerra Fredda e le metafore anti-comuniste che permeavano gran parte dei film di questo genere negli anni cinquanta (con poche ma notevoli eccezioni, come "Ultimatum alla Terra"). Si narra che Bradbury propose due soggetti, uno con gli alieni cattivi e l'altro con gli alieni buoni, e accettò di collaborare al film solo quando lo studio scelse il secondo. Memorabili le soggettive del mostro (che osserva il mondo da un occhio gelatinoso). Nel cast anche Charles Drake (lo sceriffo) e Joseph Sawyer (Frank, il capo degli operai rapiti). La pellicola fu girata e proiettata in 3D. Negli anni seguenti il regista Jack Arnold si specializzerà in film di fantascienza e horror, firmando numerosi altri classici come "Il mostro della laguna nera" e "Radiazioni BX: distruzione uomo".

27 settembre 2020

L'assassino (Elio Petri, 1961)

L'assassino
di Elio Petri – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Salvo Randone
**1/2

Visto in divx.

Antiquario romano spregiudicato e maneggione, Alfredo Martelli (Mastroianni) viene arrestato alle prime luci dell'alba perché sospettato di aver ucciso la propria amante Adalgisa (Micheline Presle), con cui era indebitato, per sposare una fidanzata più giovane e ricca, Nicoletta (Cristina Gaioni). Portato in questura, sarà interrogato per l'intera giornata dal commissario Palumbo (Randone). È il primo lungometraggio di Elio Petri, già autore di diverse sceneggiature e di due brevi documentari, su un soggetto dello stesso regista e di Tonino Guerra (sceneggiato anche da Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa). La struttura da thriller poliziesco è abbastanza originale: le 24 ore quasi kafkiane che Alfredo trascorre in procura, sul luogo del delitto e infine (la notte) in prigione sono punteggiate da numerosi flashback, momenti della giornata precedente ma anche della sua vita passata, che ne ricostruiscono i trascorsi, la personalità e l'identità, riportandogli alla mente (e mostrando a noi spettatori) i retroscena legati a ciò che racconta alla polizia. Veniamo così a conoscenza della natura meschina e approfittatrice dell'uomo, dei suoi sentimenti, rimpianti e sensi di colpa, dei rapporti che lo legavano all'amante, ai famigliari, agli amici. Il tutto mentre l'indagine poliziesca va avanti, con i crismi del vero giallo (Alfredo è colpevole o innocente? E in quest'ultimo caso, chi è davvero l'assassino?). Nel frattempo viene descritto anche l'ambiente intorno a lui, con i giornali che già pubblicano la sua foto, lo ritengono colpevole e intervistano tutti coloro che lo conoscevano. Ottimamente costruito (anche se un po' a tavolino) e recitato (nel cast anche Andrea Checchi, Marco Mariani, Paolo Panelli, Toni Ucci, Giovanna Gagliardo), non scevro di momenti ironici ("Conoscete questo?" "È Marc'Aurelio a cavallo!"), il film ebbe qualche problema con la censura per via del modo in cui è rappresentata la polizia (ovvero subdola e disposta ad agire fuori dalle regole). Petri aveva conosciuto Mastroianni e ne era diventato amico durante le riprese del film "Giorni d'amore" di Giuseppe De Santis, dove era sceneggiatore.

26 settembre 2020

Ciò non accadrebbe qui (I. Bergman, 1950)

Ciò non accadrebbe qui (Sånt händer inte här)
di Ingmar Bergman – Svezia 1950
con Signe Hasso, Alf Kjellin, Ulf Palme
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Rifugiatasi in Svezia da un paese straniero (chiamato Liquidatzia nella finzione filmica: ma si tratta evidentemente di uno degli stati baltici che facevano allora parte dell'Unione Sovietica), la brillante chimica forense Vera (Signe Hasso) viene raggiunta a sorpresa dal marito Atkä Natas (Ulf Palme), che era inizialmente rimasto in patria. La donna sospetta che l'uomo sia un informatore delle spie della Liquidatzia che si nascondono nel paese con il compito di riportare indietro tutti gli esuli. In parte ha ragione, ma ha anche torto, perché Natas a sua volta intende consegnare importanti documenti (segreti industriali, nonché la lista di tutte le spie) all'ambasciata degli Stati Uniti per ottenere in cambio la cittadinanza americana. Forse il film più insolito (e minore) della filmografia di Ingmar Bergman, che peraltro non ne firma né il soggetto né la sceneggiatura (opera di Herbert Grevenius, che ha rielaborato un romanzo del norvegese Waldemar Brøgger): un thriller di spionaggio (e di propaganda politica) noioso e poco ispirato, interessante giusto come documento storico-sociale e per l'ambiguità di quasi tutti i personaggi. Fra le scene degne di nota, quella delle riunioni segrete degli esuli (all'interno di un cinema che proietta i cartoon di Paperino: ma l'arte in generale fa capolino un po' ovunque, visto che l'appartamento di Natas è situato sopra le quinte di un teatro di varietà, e che le spie usano un giradischi per coprire i rumori delle torture) e quella del confronto fra Natas e Almkvist (Alf Kjellin), il poliziotto con cui Vera vorrebbe rifarsi una vita. Buona comunque la regia, mobile quanto basta, e la fotografia oscura e inquietante di Gunnar Fischer, degna di un film muto. Il nome Atkä Natas è un anagramma di Äkta Satan, "Vero Satana", mentre il nome della nave è quello di un quotidiano comunista svedese, "Nydag Kominform", letto al contrario. La versione inglese, girata in parallelo, si intitola "High Tension".

25 settembre 2020

The Fantastic Four (Oley Sassone, 1994)

The Fantastic Four
di Oley Sassone – USA/Germania 1994
con Alex Hyde-White, Rebecca Staab
*

Visto su YouTube.

Dopo aver acquisito dei bizzarri superpoteri durante un volo nello spazio, lo scienziato Reed Richards (Alex Hyde-White), il pilota Ben Grimm (Michael Bailey Smith) e i fratelli Johnny (Jay Underwood) e Susan Storm (Rebecca Staab) devono affrontare la vendetta del perfido Dottor Destino (Joseph Culp). La storia di questo film è più interessante del film stesso: venne messo in cantiere soltanto perché il produttore tedesco Bernd Eichinger, che aveva acquisito i diritti sui personaggi da Stan Lee nel 1986 (all'epoca il Marvel Cinematic Universe era ancora di là da venire, e la Marvel stessa non pensava minimamente di mettersi a realizzare pellicole in prima persona), li avrebbe persi se non fosse riuscito a produrre almeno un film entro una data stabilita. Quando mancavano pochi mesi alla scadenza, non essendo riuscito a stringere un accordo remunerativo con una grande casa di produzione, Eichinger si rivolse al leggendario Roger Corman, cineasta specializzato in B-movies ed esperto nel girare pellicole in poco tempo e a bassissimo costo, che con la sua struttura, in meno di un mese, gli sfornò questo lungometraggio. Il quale, all'insaputa persino di Sassone (che era un regista di video musicali) e degli interpreti, era destinato sin dall'inizio a non essere mai distribuito ufficialmente: le copie che oggi possono essere viste (per esempio su YouTube) circolano illegalmente. Detto questo, se la povertà realizzativa è evidente (la recitazione è atroce, gli effetti speciali sono ridicoli – con l'eccezione forse del "costume" della Cosa, per lo meno accettabile – e la storia è alquanto confusa), c'è da dire che dal film trasuda se non altro un certo rispetto per il materiale di partenza: i personaggi, tanto il favoloso quartetto quanto il Dottor Destino, risultano fedeli a quelli creati da Stan Lee e Jack Kirby (anche se le uniformi sono quelle del periodo in cui la serie era disegnata da John Byrne), persino più di quanto si vedrà nei lungometraggi che la Fox realizzerà negli anni Duemila (a loro volta non particolarmente accattivanti: cinematograficamente parlando, questa franchise è sempre stata sfortunata). Per questo motivo, anche nella sua ingenuità e bruttezza, si potrebbe quasi finire per volergli bene. Ciò nonostante, alla resa dei conti, è impossibile passare sopra alle tante ridicolaggini che si succedono sullo schermo, dai due sgherri di Destino (un sovrano con solo due sudditi?) alla sottotrama con il ladro di gioielli (The Jeweler, ispirato all'Uomo Talpa) che vive nelle fogne e che rapisce la scultrice cieca Alica. E tutto è imbarazzantemente a livello amatoriale: anche se fosse stato distribuito nelle sale o attraverso l'home video, il film sarebbe andato incontro a un meritatissimo flop.

24 settembre 2020

On the edge (John Carney, 2001)

On the edge, aka Catch the Sun
di John Carney – Irlanda 2001
con Cillian Murphy, Tricia Vessey
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio (ed esserne miracolosamente uscito indenne) gettandosi da un dirupo con un’automobile rubata insieme all’urna con le ceneri del padre appena defunto, lo scapestrato Jonathan (l'allora semi-esordiente Cillian Murphy), pecora nera della famiglia, viene ricoverato per tre mesi in una clinica psichiatrica. Qui fa la conoscenza di altri giovani pazienti con tendenze suicide, che hanno stretto un patto con il dottor Figure (Stephen Rea), il sensibile psichiatra che li ha in cura: proveranno a non tentare più di uccidersi almeno fino a capodanno. Sarcastico ma insicuro, Jonathan si atteggia a ribelle ma pian piano si integra nella routine dell’istituto e soprattutto stringe amicizia con alcuni dei suoi problematici "colleghi": in particolare con Toby (Jonathan Jackson), che sembra il più tranquillo ed equilibrato del gruppo ma è in realtà quello con i maggiori tormenti interiori, e con Rachel (Tricia Vessey), di cui si innamora e per la quale ritroverà interesse a vivere. In effetti, proprio osservando la vulnerabilità degli altri, prenderà coscienza della propria e del valore della vita. Un piccolo film gradevole ma poco originale: parte bene, ma poi si fa prevedibile, risultando in fondo banalotto nei personaggi e nell’esplorazione dei temi del disagio esistenziale e del suicidio, sui quali non dice nulla di particolarmente nuovo. Bravi comunque gli attori e belle le musiche (dello stesso regista). Il film non è mai stato distribuito in Italia, dove la fortuna di Carney inizierà soltanto con il successivo "Once" del 2007.

23 settembre 2020

Lo sceicco d’Arabia (Frank De Quell, 1982)

Lo sceicco d’Arabia
di Frank De Quell – Cecoslovacchia/Italia 1982
con Ugo Benelli, Alfredo Mariotti
*1/2

Visto su YouTube.

Indeciso su quale delle sue tre pretendenti sposare, il conte Asdrubale (Andrej Hryc) decide di metterle alla prova fingendo di aver perso tutti i propri averi al gioco. Solo una delle tre resterà al suo fianco. Riduzione per la televisione slovacca de "La pietra del paragone", opera giovanile di Gioacchino Rossini assai gradevole anche se oggi poco nota. Ma i numerosi tagli (per non parlare di alcune modifiche al testo) necessari per rientrare in un'ora di durata ne snaturano la complessità, cancellando praticamente ogni caratterizzazione dei personaggi femminili (Clarice, in particolare, non si distingue da Fulvia o Aspasia, visto che le sue arie e i suoi duetti sono eliminati). Maggior spazio hanno invece i tre ospiti "scrocconi" nel castello del conte, ovvero il giornalista prezzolato Macrobio (Alfredo Mariotti), il poeta Giocondo (Ugo Benelli) e il compositore Pacuvio, che in sua assenza corteggiano le tre dame: anche per loro la pacchia finirà quando il conte, travestito da sceicco arabo, fingerà di mettere i sigilli a tutto ciò che è contenuto nella dimora (ripetendo allo sfinimento la parola "Sigillara!", che nel 1812 – come ci racconta Stendhal – divenne un meme ante litteram!). Pochissime le informazioni che si trovano in rete su questo film: di fatto sappiamo solo quello che ci dicono i titoli di coda. Fra gli interpreti dovrebbe esserci anche Claudio Desderi (che però non ho riconosciuto: che "presti" solo la voce a Pacuvio?). L'orchestra è quella sinfonica della radio di Bratislava, diretta da Piero Bellugi. Le scene in esterni sono state girate nel complesso di Lednice-Valtice, in Repubblica Ceca. Il regista Frank De Quell, al quale è attribuita anche la sceneggiatura, aveva lavorato in teatro negli anni sessanta, prima di dedicarsi alla televisione.

22 settembre 2020

La vendetta del cineoperatore (W. Starewicz, 1912)

La vendetta del cineoperatore (Mest kinematograficheskogo operatora)
di Władysław Starewicz – Russia 1912
animazione a passo uno
**1/2

Visto su YouTube.

Una coppia di coleotteri si tradisce a vicenda: lui frequenta una libellula che danza in un night club, mentre lei – approfittando delle sue frequenti assenze – ha una relazione con un insetto pittore. Le tresche verranno alla luce quasi contemporaneamente, per via di una cavalletta gelosa che ha ripreso su pellicola gli incontri clandestini del coleottero con la libellula, e li proietta poi in pubblico (un caso di "revenge porn" ante litteram!). Innovativa pellicola d'animazione in stop motion che racconta una cinica storia di infedeltà coniugale, la cala in un contesto surreale di insetti che vivono in un mondo semi-antropomorfo (hanno case, locali notturni, atelier e teatri, e si spostano in carrozza o in bicicletta) e strizza l'occhio all'allora nuova moda del cinema. Si tratta del più famoso dei tanti film con pupazzi-insetti realizzati da Starewicz per la compagnia cinematografica di Aleksandr Khanzhonkov. Nato a Mosca da genitori lituani di origine polacca, Starewicz aveva cominciato a interessarsi di cinema mentre era direttore del museo di storia naturale di Kaunas. Dopo aver realizzato alcuni brevi documentari, progettò di riprendere su pellicola la lotta fra due coleotteri: poiché però gli insetti non erano in grado di sopravvivere sotto la luce dei riflettori necessari per le riprese, decise di ricreare la battaglia con la tecnica dell'animazione a passo uno, ispirandosi ad alcuni lavori di Émile Cohl. Creò dunque una specie di burattini con i corpi di insetti morti, con fili d'acciaio articolati al posto delle gambe. Il primo film da lui girato in questo modo, "Lucanus Cervus" (1910), è andato perduto, ma ne sopravvivono diversi altri, sempre più elaborati e fantasiosi, alcuni dei quali prendevano in prestito le loro trame da classici testi della letteratura. Oltre che da Cohl, la tecnica dello stop motion era già stata usata occasionalmente da registi come Georges Méliès e Segundo de Chomón, ma Starewicz la portò ad un altro livello, lavorando con grande cura e meticolosità. Fra gli altri suoi titoli di questo periodo vanno ricordati "La bellissima Ljukanida", "La cicala e la formica" e "La notte prima di Natale". Dopo la rivoluzione d'ottobre si trasferì in Francia, dove continuerà a lavorare fino alla morte nel 1965.

21 settembre 2020

Misery non deve morire (Rob Reiner, 1990)

Misery non deve morire (Misery)
di Rob Reiner – USA 1990
con James Caan, Kathy Bates
***1/2

Rivisto in TV.

Uscito di strada con la sua auto per via di una tormenta di neve, lo scrittore Paul Sheldon (James Caan) viene soccorso dall'infermiera Annie Wilkes (Kathy Bates), che vive in una fattoria isolata fra le montagne. Ma quando la donna scopre che l'uomo intende "uccidere" per sempre Misery, protagonista della serie di romanzi commerciali che gli ha dato il successo e di cui lei è una grande fan, lo segrega e lo tortura per costringerlo a "resuscitare" il personaggio... Da un romanzo di Stephen King (che, per una volta, ha apprezzato l'adattamento: la sceneggiatura è firmata da William Goldman), un thriller ad alto tasso di tensione e coinvolgimento, graziato da eccezionali interpretazioni (la Bates vinse l'Oscar) e da numerosi sotto- e sovratesti. Al di là del puro intrattenimento horror, che può contare su un'atmosfera claustrofobica con un personaggio alla mercé di un altro (lo scrittore ha le gambe fratturate ed è impossibilitato a muoversi, se non strisciando o con una scomoda sedia a rotelle), l'intera vicenda può essere letta come una metafora del rapporto fra un creatore di storie e i suoi lettori/spettatori. Fino a che punto il primo è davvero "padrone" del destino dei suoi personaggi? Sheldon (come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes prima di lui) intende sbarazzarsi di Misery perché ambisce a scrivere romanzi più "seri", realistici ed autoriali, che possano dargli quella fortuna critica e quella soddisfazione personale che i suoi lavori più popolari non gli offrono, ma non si rende conto dell'importanza e del valore che questi hanno per i suoi lettori come fonte di sogno e di escapismo. Sono i fan, più degli autori, a investire tempo ed emozioni nei personaggi e nel loro mondo, tanto da sentirsi traditi quando gli scrittori maltrattano le loro creature (o le fanno agire in maniera contraddittoria: vedi Annie che critica le trovate "irrealistiche" che Paul inventa per far tornare in vita Misery). Se Caan è ottimo in un ruolo che forse King avrà concepito come semi-autobiografico, la Bates è indimenticabile nei panni della goffa ma inquietante infermiera con un passato da killer (che lentamente viene alla luce): se inizialmente sembra eccentrica e apprensiva ma innocua, man mano che il film procede si rivela un'aguzzina calcolatrice e psicopatica, ancora più terribile perché è sinceramente "l'ammiratrice numero uno" di Sheldon, da cui è ossessionata al limite del fanatismo. Nel cast ci sono Lauren Bacall (l'agente di Paul), Richard Farnsworth (l'anziano sceriffo) e Frances Sternhagen (sua moglie), questi ultimi due quasi personaggi da film dei fratelli Coen. La fotografia è del futuro regista Barry Sonnenfeld, già collaboratore proprio dei Coen. Rob Reiner aveva già adattato per il grande schermo un testo di Stephen King con il precedente "Stand by me". Il film potrebbe aver ispirato un episodio della quarta serie di "Le bizzarre avventure di JoJo" (quello con Yukako).

20 settembre 2020

Secondo amore (Douglas Sirk, 1955)

Secondo amore (All That Heaven Allows)
di Douglas Sirk – USA 1955
con Jane Wyman, Rock Hudson
***

Visto in TV.

Cary (Jane Wyman), benestante vedova quarantenne, ancora piacente e corteggiata, si innamora del giardiniere Ron (Rock Hudson), affascinata dal suo stile di vita libero e genuino. Ma dovrà affrontare la disapprovazione e le maldicenze di coloro che le stanno attorno, dalle amiche del circolo ai suoi stessi figli, che vedono di cattivo occhio un possibile secondo matrimonio con un uomo più giovane di lei e di classe sociale inferiore. E quando la donna, di fronte a timori e incertezze, sceglierà di rinunciare al proprio amore, finirà per pentirsene. Gli altri, infatti, non si renderanno nemmeno conto della portata del suo sacrificio. Da un romanzo di Edna e Harry Lee, sceneggiato da Peg Fenwick, uno dei più celebri melodrammi di Sirk: artificiale e altamente esagerato, certo, ma questa è la cifra del regista che, se all'epoca dell'uscita del film l'aveva fatto bollare come "pellicola per signore", nel corso degli anni seguenti l'ha portato a essere amato da fior di cineasti (come Rainer Werner Fassbinder, che vi si ispirerà per "La paura mangia l'anima", Todd Haynes, in "Lontano dal paradiso", e François Ozon, che citerà la scena del daino sotto la neve nel suo "8 donne e un mistero"). Di fronte alla disapprovazione di chi le sta attorno, alla paura di essere mal giudicata, alle chiacchiere e ai pregiudizi, Cary avrà la tentazione di piegarsi alle convenzioni, perdendo di vista proprio quelle qualità che l'avevano fatta innamorare di Ron: non la sua prestanza o la sua gioventù, ma la sua sincerità, la capacità di non dare importanza alle cose futili o alle apparenze e di vivere invece seguendo i propri valori (il riferimento letterario, esplicito, è al "Walden" di Thoreau). Per questo motivo Ron, che abita nei boschi in un vecchio mulino ristrutturato e coltiva alberi, è del tutto estraneo alla vita sociale cui Cary era abituata (il cui simbolo è la televisione, elettrodomestico che inizia a diventare "indispensabile" nelle case delle signore per tener loro compagnia). Ad arricchire il film c'è la straordinaria fotografia di Russell Metty con i suoi incredibili colori (gli abiti, il fogliame), che risaltano soprattutto nelle scenografie naturali. La colonna sonora è fornita da Liszt (Consolazione n. 3), Brahms e Schumann. Molto bello il doppio senso del titolo italiano. La Wyman e Hudson (nonché Agnes Moorehead, in una parte minore) erano già stati protagonisti per Sirk del precedente "Magnifica ossessione".

19 settembre 2020

Il servo (Joseph Losey, 1963)

Il servo (The servant)
di Joseph Losey – GB 1963
con Dirk Bogarde, James Fox
***

Visto in divx.

Il giovane aristocratico londinese Tony (James Fox) assume come cameriere personale lo zelante Hugo Barrett (Dirk Bogarde), affidandogli la gestione della propria casa. La sua fidanzata Susan (Wendy Craig) non prova simpatia per il valletto, ma si ritrova allontanata dalla casa quando Barrett vi introduce la propria amante Vera (Sarah Miles), spacciandola per sorella e facendola assumere come domestica. E lentamente, in un crescendo di ambiguità e di tensione, i ruoli del servo e del padrone (con i relativi rapporti di controllo e di dominanza) dapprima si sfumano, poi si mescolano e infine si invertono. Da un romanzo di Robin Maugham del 1948, che Harold Pinter ha adattato cercando di attualizzarne il più possibile i contenuti, un magistrale trattato sul conflitto di classe, che mette in mostra i lati più ambigui del rapporto fra padrone e servo. Tony è un giovane nullafacente, legato alle tradizioni (la scelta di avere un valletto personale, cosa che Susan trova antiquata, è quasi un modo di mettere in mostra un privilegio) e che millanta fantomatici progetti di lavoro (come la costruzione in intere città nella giungla brasiliana); Barrett è un domestico scrupoloso e metodico, la cui organizzazione di ogni dettaglio della vita del proprio padrone si trasforma in una macchinazione alle sue spalle (come quando spinge Vera fra le sue braccia), per motivi tutt'altro che chiari (qual è il suo vero scopo? un gioco di potere? la rivalsa sociale? la ricerca di agio e ricchezza? la manipolazione psicologica?). Le scene finali (le migliori del film), in cui la relazione fra i due si fa sempre più malsana e patologica, quando perdono tempo rinchiusi in casa, impegnati in giochi infantili come "vecchi amici" o in squallidi festini, sembrano illustrare l'inevitabile e inarrestabile regressione cui questi rapporti sono soggetti nel mondo moderno. In questo contesto, i temi della decadenza, della perdita dell'identità, della discesa verso l'inferno sembrano anticipare certe cose di Polanski e di Kubrick. Ma fra i film che in seguito potrebbero essersi ispirati a questo ci sono anche "I giorni del cielo" di Malick (entrambi citano l'episodio biblico di Abramo e Sara) e "Parasite" di Bong Joon-ho. Belle la fotografia in bianco e nero e le scenografie, con l'uso ripetuto e insistito di oggetti di arredamento come specchi e quadri.

18 settembre 2020

Herzog incontra Gorbaciov (W. Herzog, 2018)

Herzog incontra Gorbaciov (Meeting Gorbachev)
di Werner Herzog [e André Singer] – Germania/GB/USA 2018
con Werner Herzog, Mikhail Gorbaciov
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Visto in TV, con Sabrina.

Documentario sulla vita e l'esperienza politica di Mikhail Gorbaciov, l'ultimo presidente dell'URSS, che contribuì in maniera fondamentale alla fine della Guerra Fredda con le sue riforme incentrate sulla perestrojka ("ristrutturazione") e la glasnost ("trasparenza"). Queste, basate sull'innovazione dell'economia e dell'agricoltura, sulla maggior apertura al mondo e alla democrazia, sullo smantellamento dell'arsenale nucleare, non si concretizzarlo fino in fondo, però, per via della dissoluzione dell'Unione Sovietica, che avvenne con tempi molto più rapidi di quanto aveva previsto, estromettendolo di fatto da ogni carica nel 1991, quando tutte le ex repubbliche sovietiche dichiararono l'indipendenza. Il regista tedesco Werner Herzog lo ha incontrato in tre occasioni nell'arco di sei mesi per intervistarlo: e dalle loro lunghe chiacchierate, integrate con video e materiali di repertorio, nasce questo ritratto a 360 gradi che illustra l'intera vita dell'uomo politico, dalle umili origini in un villaggio di campagna alla scalata nei ranghi del partito comunista (dove si differenziava da tutti gli altri per le idee innovative, la visione allargata e le capacità di cogliere lo spirito del tempo), dal periodo delle riforme (in cui trasformò il rapporto dell'URSS con l'Occidente e gli Stati Uniti, lavorando al dialogo e al disarmo nucleare) a momenti chiave come la catastrofe di Chernobyl o il colpo di stato dell'agosto 1991, fino a un bilancio del panorama odierno, a proposito del quale l'ex capo di stato non nasconde una certa amarezza per il ritorno dei nazionalismi e l'attuale ricrescita della tensione fra USA, Russia e Cina. Herzog – che ammira Gorbaciov anche perché si deve in gran parte a lui, in fondo, la riunificazione della Germania – si fa quasi da parte, lasciando i riflettori all'ex segretario del PCUS (il titolo originale, a differenza di quello italiano, non menziona il regista) e lo rende protagonista di un ritratto che scava nell'uomo più che nel politico, tratteggiandolo come una "figura tragica": il risultato è una pellicola narrativa e umanistica prima che documentaristica o giornalistica, che ne celebra le gesta ma ne sottolinea anche il dolore per la morte della moglie o il rammarico e il pentimento per alcuni errori di sottovalutazione commessi.