26 ottobre 2021

Provvedimenti contro i fanatici (W. Herzog, 1968)

Provvedimenti contro i fanatici (Maßnahmen gegen Fanatiker)
di Werner Herzog – Germania 1968
con Petar Radenkovic, Mario Adorf
**

Visto in DVD.

Il primo lavoro a colori di Herzog è un breve mockumentary surreale e nonsense, girato presso la pista di un ippodromo vicino a Monaco di Baviera. Vengono intervistati una serie di fantini, ciascuno dei quali si prodiga in discorsi fumosi e privi di significato. Uno di essi, in particolare, afferma di avere l'incarico (auto-attribuitosi?) di "proteggere i cavalli dai fanatici", perché "anche i cavalli sono esseri umani" (sic!). Le persone intervistate vengono tutte, immancabilmente, interrotte da un vecchio signore senza un braccio che insiste affinché se ne vadano via, in quanto lui è l'unico che sa trattare veramente i cavalli. Fra i protagonisti si riconosce un giovane Mario Adorf. L'ultima scena, anziché all'ippodromo (da cui è stato cacciato), è ambientata presso uno zoo, dove l'uomo di cui sopra è passato dal proteggere i cavalli ai fenicotteri. Herzog stesso ha dichiarato che il film non deve essere preso sul serio, e che l'ha girato con intenti umoristici.

25 ottobre 2021

Ultime parole (Werner Herzog, 1967)

Ultime parole (Letzte Worte)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Antonis Papadakis, Lefteris Daskalakis
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Mentre si trovava in Grecia per girare il suo primo lungometraggio ("Segni di vita"), Herzog ha realizzato in soli due giorni anche questo breve corto, che attraverso il montaggio di alcune interviste agli abitanti di Creta racconta la storia dell'ultimo uomo (Antonis Papadakis) rimasto a vivere da solo sull'isola di Spinalonga, un tempo colonia per lebbrosi, nutrendosi di lucertole, fino a quando non viene trovato e riportato a terra ("alla civiltà, si presume"). Se il protagonista si limita ad affermare di non voler dire niente (l'incipit del film recita: "Mi dicono che devo dire di no, ma io non dico neanche questo: sono le mie ultime parole"), anche i discorsi degli altri personaggi sono bizzarri, visto che spesso ripetono più volte le loro battute come se stessero facendo le prove generali davanti alla macchina da presa. In particolare, due poliziotti raccontano di come hanno trovato l'uomo, e un medico elargisce alcuni aneddoti sui lebbrosi. A intervallare il tutto, alcune sequenze con musiche e canti popolari, con Papadakis che suona la lira tradizionale e Daskalakis il bouzouki. Significativo come, anche con una struttura non convenzionale, con il montaggio di materiali eterogenei e con il curioso mix fra documentario e finzione, Herzog riesca già a costruire una storia e dei personaggi interessanti.

La difesa esemplare della fortezza Deutschkreutz (W. Herzog, 1966)

La difesa esemplare della fortezza Deutschkreutz
(Die beispiellose Verteidigung der Festung Deutschkreuz)
di Werner Herzog – Germania 1966
con Peter Brumm, Georg Eska
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il terzo cortometraggio giovanile di Herzog (dopo "Ercole" e "Gioco sulla sabbia", quest'ultimo mai proiettato o distribuito) è, per dirla con le parole dello stesso regista, "una satira dello stato di guerra e pace e delle assurdità che ispira". Accompagnati da una voce fuori campo, che divaga su usi e costumi medievali degli antichi proprietari del castello e vaneggia a proposito di vari argomenti legati alla guerra, vediamo quattro uomini penetrare in un grande edificio-fortezza abbandonato e in rovina (la location si trova in Austria orientale, quasi al confine con l'Ungheria), indossare uniformi militari (abbandonate lì durante la seconda guerra mondiale) e "giocare" ad addestrarsi come soldati. In particolare, si preparano a difendere la fortezza da un imminente attacco, che però non si verificherà mai ("Il nemico ci ha abbandonati"), anche perché nella campagna all'esterno si vedono al massimo alcuni contadini al lavoro. L'accenno a un precedente utilizzo del castello come ospedale psichiatrico, oltre al suo passato di fortezza medievale e poi di teatro bellico durante la seconda guerra mondiale, aggiunge spessore all'insieme, che a tratti prefigura alcuni dei lavori immediatamente successivi (nello specifico, "Segni di vita" e "Anche i nani hanno cominciato da piccoli"), ed è interessante nel mettere in scena una "ricostruzione fittizia" della realtà che però aiuta a focalizzare l'attenzione sulle contraddizioni dell'essere umano.

24 ottobre 2021

Ercole (Werner Herzog, 1962)

Ercole (Herakles)
di Werner Herzog – Germania 1962
con Reinhard Lichtenberg
**

Visto in DVD.

Questo cortometraggio di nove minuti è il primo film realizzato da Werner Herzog, all'epoca ventenne. Essenzialmente un lavoro di montaggio, alterna riprese di un culturista che si allena in palestra, sollevando pesi e flettendo i muscoli (si tratta di Reinhard Lichtenberg, Mister Germania 1962), con scene girate in esterni che evocano sei delle mitologiche dodici fatiche di Ercole, trasfigurate in chiave moderna. Alla domanda "Pulirà le stalle di Augia?", seguono le immagini di una grande discarica di rifiuti; a "Ucciderà l'Idra di Lerna?", quelle di una lunga fila di automobili imbottigliate nel traffico; dopo "Domerà i cavalli di Diomede?" si vedono sfrecciare i bolidi di una corsa automobilistica (con tanto di incidente, ripreso a Le Mans); a "Sconfiggerà le Amazzoni?" segue la sfilata di soldatesse in uniforme; dopo "Vincerà i giganti?" si vedono le macerie di enormi caseggiati distrutti; e infine, alla domanda "Resisterà agli uccelli stinfali?" seguono le immagini di aerei da guerra americani che sganciano bombe. Ad accompagnare il tutto, una musica jazzata. Herzog stesso ammetterà che il breve film era "stupido e senza troppo senso", ma che gli è stato utile come sorta di apprendistato ("Fare un film è stato meglio che andare alla scuola di cinema"), nonché per capire meglio cosa volesse fare in seguito.

22 ottobre 2021

Sette spose per sette fratelli (S. Donen, 1954)

Sette spose per sette fratelli (Seven Brides for Seven Brothers)
di Stanley Donen – USA 1954
con Jane Powell, Howard Keel
***

Rivisto in TV (Now Tv).

I sette fratelli Pontipee, rudi boscaioli che vivono in solitudine fra le montagne dell'Oregon, meditano di prendere moglie. Il primo a riuscirci è Adamo (Howard Keel), il maggiore, che conquista l'amore di Milly (Jane Powell), la cui presenza ingentilisce subito la casa. Ma per trovare la propria sposa, gli altri sei dovranno ricorrere a un rapimento, ispirandosi al "ratto delle Sabine". Per fortuna le ragazze rapite, costrette a trascorrere l'inverno nella capanna fra le montagne, finiranno per innamorarsi dei loro rapitori... Fortunata commedia western musicale, sceneggiata da Albert Hackett, Frances Goodrich e Dorothy Kingsley a partire da un racconto di Stephen Vincent. I toni sono leggeri e disimpegnati, come in una fiaba (impossibile, per esempio, non vedere un parallelo con "Biancaneve e i sette nani" nelle sequenze in cui Milly riordina la casa e insegna le buone maniere ai cognati attaccabrighe, sporchi e incolti), il che aiuta a passare sopra a una trama da non prendere alla lettera, altrimenti sarebbe in fondo estremamente maschilista (le donne sono oggetti da rapire, ben contente di mettersi al servizio degli uomini e sfornare bambini), come dimostrerà Sam Peckinpah trasfigurandola in "Sfida nell'Alta Sierra". Le canzoni, i balli, le coreografie e i costumi colorati (ognuno dei fratelli ha un colore che lo identifica, in contrasto con i "rivali" pretendenti delle ragazze, tutti vestiti di grigio, nella sequenza forse più bella e dinamica di tutte, quella del ballo del paese) contribuiscono alla gradevolezza dell'insieme. Notevole anche la canzone malinconica "Lonesome polecat", girata da Donen in un unico piano sequenza. Il cast, di cui fanno parte ballerini professionisti, comprende Jeff Richards, Matt Mattox, Marc Platt, Jacques d'Amboise, Tommy Rall e Russ Tamblyn (i fratelli di Adamo: Beniamino, Caleb, Daniele, Efraim, Filidoro e Gedeone, tutti rigorosamente in ordine alfabetico) e Julie Newmar, Nancy Kilgas, Betty Carr, Virginia Gibson, Ruta Lee e Norma Doggett (le sei ragazze rapite). Premio Oscar alla colonna sonora di Adolph Deutsch e Saul Chaplin (la pellicola ricevette altre quattro nomination, fra cui quelle per il miglior film e la miglior sceneggiatura). Nel 1978 ne è stato tratto un musical teatrale.

20 ottobre 2021

The last duel (Ridley Scott, 2021)

The last duel (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 2021
con Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un tempo amici, gli scudieri – e poi cavalieri – Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver) diventano progressivamente rivali, quando le fortune del primo presso il conte Pierre II d'Alençon (Ben Affleck) cominciano a calare e quelle del secondo a crescere. Dopo aver accusato l'avversario di aver approfittato della sua assenza dal castello per violentare sua moglie Marguerite (Jodie Comer), circostanza che Jacques nega, Jean ottiene dal re e dal parlamento di Parigi di potersi battere a duello contro di lui per stabilire chi dice la verità. Siamo nella Francia di Carlo VI, alla fine del quattordicesimo secolo, e il loro passerà alla storia come l'ultimo "duello di Dio", ovvero l'ultimo duello giudiziario ufficialmente riconosciuto. Da un fatto di cronaca realmente accaduto (e che fece scalpore tanto all'epoca quanto nei secoli successivi: ne parleranno fra gli altri Jean Froissart, Diderot e Voltaire), una pellicola che utilizza una struttura alla "Rashomon" per farci assistere alla stessa storia tre volte, narrata dal punto di vista rispettivamente di Jean, di Jacques e di Marguerite. Le loro tre "verità", a dire il vero, non appaiono troppo in contraddizione fra loro (come invece succedeva nel capolavoro di Kurosawa): semplicemente varia il "sentimento", l'interpretazione di fatti che ciascuno abbellisce o sfuma a seconda della propria sensibilità. E così, per esempio, il matrimonio fra Jean e Marguerite risulta felice agli occhi di lui, infelice a quelli di lei; l'assalto di Jacques alla donna è un atto d'amore secondo Le Gris, un sopruso secondo Marguerite; e Jean si percepisce come un guerriero valoroso a cui vengono fatti dei torti, mentre gli altri lo vedono come un incolto caparbio e irascibile. La sceneggiatura (di Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener), tratta dal romanzo di Eric Jager, è un po' meccanica, con un ardito (e troppo insistito) parallelo fra il ruolo della donna nei secoli bui (assoggettata al controllo degli uomini, e impossibilitata a difendersi da sola) e il movimento #MeToo degli anni recenti. Pare evidente anche un rimando (per lo meno tematico) al primo film in assoluto di Ridley Scott, "I duellanti", anche se questo è di grana più grossa. Nel complesso un film interessante, graziato da buone prove (l'ottimo Driver e l'intensa Comer su tutti) e un buon livello di ricostruzione storica. La fotografia di Dariusz Wolski è molto fredda: dopotutto eravamo in una "piccola era glaciale".

18 ottobre 2021

American psycho (Mary Harron, 2000)

American Psycho (id.)
di Mary Harron – USA 2000
con Christian Bale, Chloë Sevigny
***

Visto in TV (Netflix).

Patrick Bateman (uno straordinario Bale), giovane broker di Wall Street e quintessenza dello yuppie newyorkese durante gli anni Ottanta (si vede Reagan in televisione), è segretamente un serial killer. Ha continuamente il bisogno di commettere omicidi violenti, un bisogno che sfoga su prostitute e senzatetto, ma anche – occasionalmente – sui propri colleghi, come nel caso di Paul (Jared Leto), che fa a pezzi con un'ascia. Dal romanzo cult di Bret Easton Ellis, uno dei ritratti più cinici, immorali e nichilisti (ma con toni da black comedy, bizzarramente accattivanti) del lato oscuro del capitalismo e del sogno americano, attraverso la figura di uno psicopatico sui generis che incarna una delle figure chiave dell'economia statunitense, il gestore di fondi d'investimento. Dedito alla cura del proprio corpo, all'edonismo e al narcisismo, ammiratore di Donald Trump (ma anche di Ted Bundy), fa sfoggio di ricchezza, frequenta ristoranti alla moda (o millanta di farlo), veste abiti firmati e confronta lo stile dei propri biglietti da visita con quelli dei colleghi: ma se questi sono semplicemente vuoti e superficiali, lui è anche misogino, sadico, violento e perverso. Narrata con uno stile così lucido da sembrare quasi astratto, la storia in sé è alquanto lineare (Bateman è sempre al centro dell'attenzione, non seguiamo altri personaggi all'infuori di lui, tanto da invitare quasi a una sorta di "partecipazione" ai suoi delitti), anche se nel finale si colora di ambiguità, suggerendo che tutto si svolga nella sua folle immaginazione: a questo proposito anche il romanzo lasciava intendere che Bateman fosse un narratore inaffidabile. Ciascuno dei delitti è abbinato a un diverso brano musicale (di Huey Lewis and the News, Phil Collins, Whitney Houston e i Genesis) che Patrick ascolta su CD, spiegandolo e introducendolo alla propria vittima. Frase tormentone (che contribuisce al collocamento temporale della vicenda): "Devo restituire delle videocassette". Chloë Sevigny è Jean, la segretaria di Bateman. Willem Dafoe è il detective della polizia. Nel cast anche Justin Theroux, Bill Sage, Josh Lucas, Reese Witherspoon, Samantha Mathis e Cara Seymour. Pur dividendo il pubblico e suscitando controversie per le scene di sesso e violenza, il film è stato accolto con favore dalla critica. Il titolo, forse involontariamente, rievoca il classico di Hitchcock "Psycho". "Le regole dell'attrazione", uscito nel 2002, ne è uno spin-off.

16 ottobre 2021

Confessioni di una mente pericolosa (G. Clooney, 2002)

Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a dangerous mind)
di George Clooney – USA 2002
con Sam Rockwell, Drew Barrymore
**

Visto in TV (Now Tv).

Il film che segna l'esordio alla regia di George Clooney è una biografia (romanzata? vedi sotto) di Chuck Barris (Sam Rockwell), ideatore e conduttore di popolari programmi televisivi americani fra gli anni Sessanta e Settanta, come "Il gioco delle coppie", "Tra moglie e marito" e il celeberrimo "The Gong Show" (un format simile al nostro "La corrida"). Nella sua autobiografia, scritta nel 1984, Barris millantò di aver lavorato in segreto come killer per la CIA durante la guerra fredda, e di aver ucciso numerosi agenti nemici nel corso dei suoi viaggi all'estero: che sia vero o meno (quasi sicuramente non lo è), il film lo prende sul serio, anche se i toni della narrazione sono semi-comici. L'intera vicenda – con lo svilupparsi in parallelo delle due "carriere" di Chuck – è raccontata in flashback dallo stesso Barris, mentre scrive la propria biografia, rinchiuso in una camera d'albergo. Nel ruolo del protagonista Rockwell "steals the show", come si suol dire: attorno a lui si muovono lo stesso Clooney (l'agente della CIA che lo assolda), Rutger Hauer (la spia tedesca), e soprattutto Drew Barrymore e Julia Roberts, le due donne di cui Chuck si innamora nella sua doppia vita (una pubblica, l'altra segreta). Pur di apparire nel film dell'amico George, Barrymore e la Roberts hanno accettato di ridursi il compenso al minimo. Particina anche per Maggie Gyllenhaal (Debbie), e cameo per Brad Pitt e Matt Damon nei panni dei concorrenti sconfitti in una puntata de "Il gioco delle coppie". Nel complesso un film divertente ma ondivago, con una narrazione frammentata e un po' confusa che contrappone una brillante e svagata leggerezza a una certa ambizione artistico-intellettuale (alcuni critici hanno ravvisato nello stile della pellicola un mix di influenze dei registi con cui Clooney, da attore, ha più lavorato, ovvero Steven Soderbergh e i fratelli Coen). Peccato che alla resa dei conti non riesca a creare nulla di veramente memorabile, a parte forse il titolo, e che tanto la satira (o l'analisi) del mondo dello spettacolo quanto il cinismo da black comedy risultino alquanto superficiali. Lo sceneggiatore Charlie Kaufman ha disconosciuto in parte la pellicola, lamentando di non essere stato coinvolto da Clooney nelle fasi di produzione e montaggio.

13 ottobre 2021

Dune (Denis Villeneuve, 2021)

Dune (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2021
con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson
***

Visto al cinema Colosseo.

Nell'anno 10191, l'imperatore della galassia affida alla Casa Atreides la gestione del pianeta Arrakis, un mondo tutto ricoperto dal deserto, preziosissimo perché vi si estrae la "spezia", la sostanza che rende possibile i viaggi spaziali. Gli Atreides subentrano agli Harkonnen, ma ignorano di essere vittima di un tranello: l'imperatore infatti intende eliminarli, aiutando i loro rivali a sconfiggerli con un attacco a sorpresa. Alla morte del padre, il duca Leto, soltanto suo figlio Paul Atreides (Timothée Chalamet), insieme alla madre Jessica (Rebecca Ferguson), riesce a sopravvivere, inoltrandosi nel deserto e unendosi a una tribù di Fremen, i misteriosi abitanti del pianeta, che adorano i giganteschi vermi che si nascondono sotto la sabbia e che da secoli attendono l'arrivo di un messia... Nuovo e ambizioso adattamento del libro di Frank Herbert, uno dei più grandi romanzi di fantascienza (se non il più grande) di tutti i tempi, dopo i tentativi falliti di Alejandro Jodorowsky e Ridley Scott (tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta), quello riuscito – ma controverso – di David Lynch (1984) e la serie televisiva di John Harrison (2000): Villeneuve, al terzo film di fantascienza consecutivo (dopo "Arrival" e "Blade Runner 2049") e al primo dopo dieci anni in cui ha collaborato anche alla sceneggiatura (l'ultimo era stato "La donna che canta", guarda caso un'altra ambientazione legata al Medio Oriente), ha scelto di dividere il romanzo in due parti, di cui questa pellicola (l'inizio di una franchise?) adatta soltanto la prima. Il sequel è ancora da realizzare (i due film non sono stati girati back-to-back, come da recenti consuetudini hollywoodiane) ma dovrebbe sperabilmente uscire entro un paio di anni, con un possibile terzo titolo che dovrebbe poi portare sullo schermo "Il messia di Dune", il secondo romanzo della serie.

Sono tornato al cinema dopo un anno e nove mesi (per la precisione, a 627 giorni dall'ultima volta!) perché questo era un film da vedere sul grande schermo. Epico, colossale e spettacolare, capace di dar vita a un'intera galassia che ribolle di intrighi, complotti e dinamiche fra le numerose forze in gioco (e in retrospettiva sono evidenti, per esempio, le influenze che il romanzo di Herbert ha avuto su "Guerre stellari" e su tutto il mondo ideato da George Lucas, di cui è quasi una versione adulta), ma anche lontano dalle baracconate fracassone di molti film d'azione americani. L'aura solenne e austera che si respira, semmai, fa pensare a pellicole di altri tempi, come i grandi classici "Kagemusha" e "Ran" di Akira Kurosawa, con i loro tempi lenti e i personaggi tragici e shakespeariani. E poi c'è l'ambientazione, il pianeta deserto di Arrakis, con i suoi scoperti rimandi al Medio Oriente o alle culture arabe e magrebine (oggi forse ancora più che negli anni Sessanta!), al popolo sfruttato per gli interessi commerciali di entità esterne che vogliono spremere le risorse naturali fino all'ultima goccia (qui la spezia, nel mondo reale il petrolio). In "Dune" non ci sono solo battaglie e astronavi, infatti, ma politica, economia, religione, anzi proprio questi sono i temi prevalenti. Alcuni aspetti, rispetto al romanzo (e anche al film di Lynch), sono a dire il vero semplificati, ma era inevitabile: Villeneuve preferisce fare meno cose, ma farle meglio, e in quel che ci offre riesce a restituire tutta l'epicità, la grandiosità e il mistero che permeava le pagine scritte (anche se taglia o elimina molti pensieri dei vari personaggi). Un esempio sono i Fremen, un altro i vermi giganti, ai quali rende decisamente giustizia. Forse l'ultima parte della pellicola si dilunga un po' troppo, perdendo il ritmo che era stato costruito fino ad allora, e sarebbe stato meglio concludere questa prima pellicola subito dopo la morte del duca Leto, ma è un difetto veniale.

Nei panni del protagonista, Chalamet appare decisamente più in parte di quanto non fosse stato Kyle MacLachlan nel film di Lynch. In generale il casting mi è parso eccellente, con interpreti in grado di infondere dignità e carisma ai rispettivi ruoli, come nel caso del guerriero Duncan Idaho (Jason Momoa), personaggio che avrà un'inaspettata ma notevole importanza nel resto della saga; del militare Gurney Halleck (Josh Brolin), mentore di Paul; o dell'enigmatico capo tribù Stilgar (Javier Bardem). Fra i migliori c'è anche Stellan Skarsgård nel ruolo del barone Harkonnen, spaventoso e intimidente, e non più una macchietta com'era nel film del 1984. Oscar Isaac è il duca Leto, padre di Paul; Dave Bautista è Rabban, il nipote del barone; Zendaya è Chani, la giovane Fremen che appare nei sogni precognitivi di Paul; Charlotte Rampling è la veridica dell'imperatore, una delle Bene Gesserit, la potente e misteriosa setta femminile che da millenni manipola le linee genetiche per arrivare a produrre il "Kwisatz Haderach", l'essere supremo. L'unico gender swapping di rilievo (tutto sommato accettabile) è quello relativo al dottor Kynes, trasformato in donna (Sharon Duncan-Brewster). Solo in alcuni casi (Stephen McKinley Henderson come Thufir Hawat, Chang Chen come dottor Yueh, David Dastmalchian come Piter De Vries) devo ammettere di aver rimpianto i volti scelti da Lynch. Ottimi e realistici gli effetti speciali (i vermi, come già detto, sono impressionanti e restituiscono quel senso di divinità e di forza misteriosa della natura che è loro connaturato; ma notevoli anche i costumi e il design di armi e astronavi, a partire dai veicoli "a libellula") ma anche tutto il comparto sonoro, con la musica di Hans Zimmer e soprattutto un mix audio estremamente curato che in certi momenti domina e trascina con sé i sensi dello spettatore (si pensi, per esempio, alla "Voce", il modo in cui le Bene Gesserit influenzano la volontà altrui).

11 ottobre 2021

From beyond (Stuart Gordon, 1986)

From Beyond - Terrore dall'ignoto (From Beyond)
di Stuart Gordon – USA 1986
con Barbara Crampton, Jeffrey Combs
**

Visto in TV (Prime Video).

Il dottor Pretorius (Ted Sorel) e il suo assistente Crawford (Jeffrey Combs) mettono a punto una macchina, il "risonatore", capace di stimolare la ghiandola pineale e risvegliare così una sorta di "sesto senso" che permette di guardare in un'altra dimensione attorno a noi, popolata da pericolosi e orripilanti mostri. Dopo l'apparente morte di Pretorius, Craword viene ritenuto pazzo e affidato alle cure di una psichiatra, la dottoressa McMichaels (Barbara Crampton), che gli suggerisce di ritentare l'esperimento... Il secondo film di Stuart Gordon, come il precedente "Re-animator", è ispirato a un racconto di H.P. Lovecraft ("Dall'ignoto"), sceneggiato da Dennis Paoli e prodotto dal suo amico Brian Yuzna (oltre che interpretato dagli stessi attori), e fonde l'horror (anzi, in questo caso il body horror) con la fantascienza. Pur tecnicamente un B-movie (il budget è basso, anche se gli effetti speciali artigianali non sono da buttar via, soprattutto nel mettere in scena mostri grotteschi come Pretorius, trasformato in un ammasso informe di carne; e la lavorazione, per risparmiare, fu effettuata in Italia, a "Dinocittà"), è un film folle e visionario, malsano e disgustoso, ai limiti dell'exploitation, tanto da essersi ritagliato – come il lavoro precedente del regista – un'aura da cult movie. A tratti si respira aria di Cronenberg. La storia sfiora molti temi, compreso quello delle pulsioni sessuali (Pretorius era un pervertito sadomasochista, e la macchina, oltre a materializzare i mostri, influenza anche gli istinti e le inibizioni erotiche), oltre naturalmente all'abusato dibattito sui limiti della curiosità scientifica, e non mancano scene ad effetto (Crawford trasformato in uno zombie mangiacervelli) che aiutano a superare i limiti intrinseci del genere, le ingenuità anni ottanta e la povertà produttiva. Nel cast anche Ken Foree (l'agente "Bubba" Brownlee) e Carolyn Purdy, moglie del regista (la dottoressa Bloch). Musiche di Richard Band.

9 ottobre 2021

Sulla infinitezza (Roy Andersson, 2019)

Sulla infinitezza (Om det oändliga)
di Roy Andersson – Svezia/Germania/Norvegia 2019
con Martin Serner, Jan Eje Ferling
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Premiato a Venezia con il Leone d'Argento per la regia (dopo che il precedente film di Andersson, "Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza", aveva vinto il Leone d'Oro), il sesto lungometraggio del regista svedese prosegue sulla falsariga degli altri suoi lavori del ventunesimo secolo (ovvero quelli a partire da "Canzoni dal secondo piano"): una serie di vignette, anzi di quadri con camera fissa, che mostrano storie minime (alcune davvero minime), presentate da due misteriosi osservatori esterni e slegate fra di loro, con personaggi colti nella loro quotidianità. Fra questi: un prete che ha perso la fede, e la cosa lo tormenta al punto di affidarsi a uno psichiatra (anche perché sogna il proprio personale calvario), o un uomo che ritrova un vecchio compagno di studi e ci rimane male perché non viene salutato. Non mancano però momenti onirici, surreali o metafisici: una coppia di amanti che "fluttua" sopra la città, o Adolf Hitler nel suo bunker prima della sconfitta definitiva... Nonostante l'assenza di movimenti di macchina e la semplicità del montaggio, è evidente la grande cura nella messa in scena di ogni situazione, che dà origine appunto a veri e propri tableaux vivants. La fotografia è desaturata, con colori smorti ai limiti del bianco e nero, e l'insieme ha un suo bizzarro fascino, anche se non è facile coglierne il senso ultimo: il titolo, così come alcune sequenze (i due ragazzi che discutono dell'energia che non può essere distrutta), lascia pensare all'incompiutezza di un'umanità destinata a non raggiungere mai una conclusione soddisfacente. Si spiegano così anche alcuni paesaggi che sembrano proseguire per sempre all'orizzonte, o perdersi fra la nebbia, come la strada dell'ultimissima vignetta, apparentemente senza fine, ma sulla quale un uomo è rimasto con la macchina ferma (in generale l'ambiente circostante appare sempre più grande dei personaggi: non ci sono mai primi piani).

7 ottobre 2021

Il posto (Ermanno Olmi, 1961)

Il posto
di Ermanno Olmi – Italia 1961
con Sandro Panseri, Loredana Detto
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

Da Meda, cittadina della Brianza, il giovanissimo Domenico (Panseri) si reca a Milano nella speranza di farsi assumere in una grande azienda. Siamo infatti negli anni del boom economico, quando un posto fisso come impiegato, specie in una grande città, era ormai un'alternativa preferibile al lavoro in campagna ("È un posto sicuro per tutta la vita"). Dopo una lunga serie di esami Domenico viene assunto, ma è mandato in un reparto esterno dove, in attesa che si liberi un posto da impiegato, viene utilizzato come fattorino. Nel frattempo ha conosciuto una ragazza, la spigliata Antonietta (Loredana), che si fa chiamare Magalì (alla francese) ed è stata assunta insieme a lui ma nella sede centrale, e faticherà per rivederla... Il secondo lungometraggio di Ermanno Olmi, dopo una lunga serie di corti e di documentari industriali (girati prevalentemente per la Edison, dove lavorava: gli uffici e i palazzi dove si svolge il film sono proprio quelli milanesi della società energetica), è un ritratto delicato e intimo di un momento chiave della società italiana, caratterizzato dallo sviluppo del settore terziario e dalla nascita del consumismo, visto attraverso gli occhi di un giovane sperduto, timido e silenzioso. I toni sono realistici (evidente la lezione del neorealismo), ma con una vena surreale e malinconica (vedi la descrizione dell'ambiente di lavoro e dei vari colleghi, ognuno con le proprie manie o idiosincrasie, e soprattutto la sequenza finale del ballo di capodanno organizzato dal dopolavoro aziendale) che in certe cose sembra anticipare Iosseliani ("La caduta delle foglie") o Kaurismäki. La pellicola è preziosa anche per la cura nella descrizione dell'ambiente, ritratto in un momento di passaggio in cui il vecchio dialetto milanese convive con la modernità (si intravede Piazza San Babila sconvolta dal cantiere per la metropolitana), il tutto senza di perdere di vista le peripezie intime del giovane protagonista, più interessato a rivedere la ragazza di cui si è invaghito che non al suo nuovo lavoro, una routine ("Siamo una sorta di grande famiglia") triste e ben poco accattivante (gli uffici, la mensa), nella quale si sente a poco agio, anche perché circondato da persone più anziane di lui e che spesso non lo degnano di uno sguardo (fa eccezione l'usciere che lo prende sotto la sua protezione). Gli attori erano quasi tutti non professionisti: uno degli esaminatori è interpretato dal critico Tullio Kezich.

5 ottobre 2021

The guilty (Antoine Fuqua, 2021)

The Guilty (id.)
di Antoine Fuqua – USA 2021
con Jake Gyllenhaal, Christina Vidal
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Mentre Los Angeles è preda al caos e le sue colline sono scosse dall'emergenza incendi, Joe Baylor (Gyllenhaal), poliziotto caduto in disgrazia e sotto processo per abuso della forza, deve affrontare un difficile turno di notte come operatore del 911, il centralino delle emergenze. E quando viene chiamato da una donna che afferma di essere stata rapita dall'ex compagno (e che gli telefona fingendo di stare parlando con la figlia), si prende personalmente a cuore la missione di salvarla. Anche perché ci sono di mezzo dei bambini, e Joe, fra una miriade di problemi personali, corre anche il rischio di perdere ogni rapporto con la propria figlioletta... Il messaggio, un po' banale, è "Chi soffre salva chi soffre". Remake del film danese "Il colpevole - The Guilty" di Gustav Möller, del 2018: un one-man-show che si svolge praticamente tutto in un unico ambiente (il centralino del 911) e con un solo attore (più una manciata di comparse intorno a lui) che comunica con il mondo esterno attraverso microfono e computer, mentre la vicenda è narrata esclusivamente per mezzo delle voci degli altri personaggi. L'idea è buona, anche se non certo nuova (basti pensare, in tempi recenti, al ben più riuscito "Locke"): peccato che la meccanica sia melodrammatica, la sceneggiatura abbia diversi buchi logici e la caratterizzazione sia snervante e problematica, con un protagonista sempre nervoso, collerico e impulsivo, a cui nessuno dice mai niente con chiarezza. Il tutto solo per fare andare avanti la storia e per giustificare il colpo di scena a metà pellicola, peraltro non imprevedibile. Aggiungiamoci un doppiaggio dei personaggi secondari non proprio eccellente, che per un film basato solo su dialoghi e voci non è certo il massimo (ah, se lo avessero doppiato negli anni 70/80, quando la qualità dei doppiatori italiani era ben diversa!): in originale le voci sono, fra gli altri, di Ethan Hawke, Riley Keough, Paul Dano e Peter Sarsgaard. In ogni caso, è un film evidentemente girato al risparmio (cachet del protagonista a parte). Regia mediocre.

25 settembre 2021

The company (Robert Altman, 2003)

The Company (id.)
di Robert Altman – USA 2003
con Neve Campbell, Malcolm McDowell
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Quasi senza trama, il film segue le vicissitudini di una compagnia di danza moderna, guidata dal direttore artistico italo-americano Alberto Antonelli (Malcolm McDowell), mentre prova e poi mette in scena una serie di balletti. Fra i vari membri del corpo di ballo spicca la giovane Ry (Neve Campbell), che dimostra tutto il suo talento interpretando una difficile coreografia in uno spettacolo all'aperto, mentre nel cielo soprastante infuria una tempesta. Le prove e gli allenamenti, le lunghe sequenze dei balletti, le bizzarre scenografie, sono punteggiate da piccoli incidenti (l'infortunio a una ballerina, la ridistribuzione dei ruoli) e intervallate da momenti di svago o di vita quotidiana – Ry, che si guadagna da vivere come cameriera, inizia a frequentare un giovane cuoco, Josh (James Franco) – senza però mai sfiorare luoghi comuni o melodrammaticità: di fatto è quasi un documentario più che un film narrativo. Buona comunque la caratterizzazione dei personaggi. Neve Campbell, che da giovane ha studiato balletto, è anche co-autrice del soggetto, poi sceneggiato da Barbara Turner (la madre di Jennifer Jason Leigh). Altman, ovviamente, si trova a proprio agio nel dirigere un film corale, il cui risultato finale è dato dalla somma (o dalla sovrapposizione) di tanti elementi. I danzatori sono quelli del Joffrey Ballet di Chicago, e il personaggio interpretato da McDowell si ispira a Gerald Arpino, fondatore della compagnia in questione.

23 settembre 2021

La donna del lago (L. Bazzoni, F. Rossellini, 1965)

La donna del lago
di Luigi Bazzoni, Franco Rossellini – Italia 1965
con Peter Baldwin, Virna Lisi
**

Visto su YouTube.

Bernard (Peter Baldwin), scrittore in crisi esistenziale, torna nel paese sul lago fra le montagne dove sin da ragazzo si recava in villeggiatura. Ma il paese, e in particolare l'albergo in cui alloggia, è scosso da alcune morti misteriose: dapprima Tilde (Virna Lisi), la giovane e bella cameriera di cui lo stesso Bernard si era invaghito, apparentemente vittima di suicidio; e poi Adriana (Pia Lindström), l'evanescente moglie di Mario (Philippe Leroy), figlio del padrone dell'albergo (Salvo Randone), che annega nelle acque del lago dopo una delle sue strane passeggiate notturne... Dal romanzo omonimo di Giovanni Commisso (dal titolo "rossiniano", o meglio tratto dal poema di sir Walter Scott), il primo film di Luigi Bazzoni – che firma la regia in coppia con Franco Rossellini; la sceneggiatura invece è di Giulio Questi, insieme ai due registi e a un Ernesto Gastaldi non accreditato – è un giallo morboso ma senza troppo nerbo, ispirato ai "misteri di Alleghe" (anche se la pellicola è stata girata a Bolsena e a Brunico), serie di delitti che scossero l'opinione pubblica nel dopoguerra. La risoluzione della vicenda, peraltro non troppo imprevedibile (e che si rifà ai primi due dei suddetti delitti), giunge all'improvviso nel finale: quel che conta, però, è l'atmosfera di angoscia e alienazione del protagonista, testimoniata dalle frequenti scene oniriche, che la fotografia di Leonida Barboni ammanta di una particolare luminosità, nelle quali l'uomo si immagina retroscena e confessioni dei personaggi che gli stanno attorno. Valentina Cortese è Irma, la sorella di Mario; Piero Anchisi è Francesco, il proprietario del negozio di foto che accompagna Bernard nelle sue "indagini"; Ennio Balbo è l'ispettore di polizia. Musiche di Renzo Rossellini.

21 settembre 2021

I Mitchell contro le macchine (M. Rianda, 2021)

I Mitchell contro le macchine (The Mitchells vs the Machines)
di Mike Rianda, Jeff Rowe – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Netflix).

Famiglia scalcinata e disfunzionale (soprattutto per via del difficile rapporto fra la figlia maggiore, Katie, aspirante cineasta in procinto di trasferirsi in un college in California, e il padre Rick, appassionato di natura e sopravvivenza che non sembra comprendere o apprezzare i talenti della giovane adolescente), i Mitchell sono tutt'altro che perfetti: eppure toccherà a loro salvare il mondo quando i robot prodotti dal guru dell'elettronica di consumo Mark Bowman (una sorta di Steve Jobs), capeggiati da un'intelligenza artificiale contenuta in un telefono cellulare, cercheranno di impadronirsi del pianeta. Divertente film d'animazione, prodotto da Phil Lord e Christopher Miller (quelli di "Piovono polpette" e "Lego Movie"), co-sceneggiato con Jeff Rowe e diretto da Mike Rianda, che si sarebbe ispirato (pare) alle dinamiche della sua stessa famiglia e ai ricordi dei viaggi in auto durante le vacanze estive. Per riallacciare i rapporti con Katie, infatti, Rick si propone di accompagnarla al college in auto insieme al resto della famiglia (la madre Linda, "collante" che si sforza di tenere unito il gruppo, e il figlio piccolo Aaron, appassionato di dinosauri). Della comitiva fanno parte anche il cane strabico Monchi e due dei robot cattivi, diventati buoni perché difettosi. Simpatico e vivace, il film – come gran parte dell'intrattenimento su larga scala di Hollywood – insiste ripetutamente sui suoi messaggi, veicolati praticamente ogni due minuti a beneficio di uno spettatore distratto: l'unità della famiglia, che deve rimanere tale anche quando uno dei figli è ormai adulto e vorrebbe andare per la propria strada, e l'eccessiva dipendenza dalle tecnologie (cellulari ed elettrodomestici smart in primis), che fra le altre cose rappresentano una barriera fra le generazioni più giovani e quelle più anziane e meno avvezze all'uso dei computer. Il tutto avvolge di retorica non necessaria quella che sarebbe stata una divertente avventura che gioca con i cliché delle pellicole di fantascienza apocalittica (evidenti i rimandi a "Terminator"), diminuendo in parte la gradevolezza dell'insieme, anche se il parallelo fra l'interconnessione digitale e quella famigliare (il titolo del film, in un primo momento, avrebbe dovuto essere proprio "Connected") non è banale. Fra le righe si capisce che Katie è lesbica. Interessanti il disegno e l'animazione, che combinano varie tecniche (dal collage al tratto a matita), in maniera non dissimile da "Spider-Man: Un nuovo universo" (dove già c'era lo zampino di Phil Lord). La pellicola sarebbe dovuta uscire nei cinema a inizio 2020, poi – un po' per motivi commerciali, un po' per via del Covid – è stata posticipata più volte, fino a essere distribuita direttamente in TV, sulla piattaforma Netflix.

20 settembre 2021

Body bags (J. Carpenter, T. Hooper, 1993)

Body bags - Corpi estranei (Body Bags)
di John Carpenter, Tobe Hooper [e Larry Sulkis] – USA 1993
con Alex Datcher, Stacy Keach, Mark Hamill
**

Visto in TV (Prime Video).

Antologia di tre episodi horror, nello stile de "I racconti della cripta" o "Ai confini della realtà". L'intenzione era proprio quella di farne una serie televisiva come le suddette, ma durante le riprese il canale tv che le aveva commissionate si tirò indietro, e allora il girato fu trasformato in un film per le sale. Curiosità: due episodi su tre hanno a che fare con trapianti (rispettivamente di capelli e di un occhio). In "La stazione di rifornimento" (diretto da John Carpenter), durante il turno di notte alla cassa di una stazione di servizio, una ragazza (Alex Datcher) deve vedersela con un maniaco omicida (Robert Carradine). In "Hair" (accreditato sempre a Carpenter, ma in realtà diretto anche da Larry Sulkis), un uomo ossessionato dalla perdita dei capelli (Stacy Keach) si sottopone a un trapianto sperimentale: ma le cose non andranno come avrebbe voluto... In "Eye" (diretto da Tobe Hooper), un promettente giocatore di baseball (Mark Hamill) perde l'occhio in un incidente stradale. Gli verrà trapiantato quello di un efferato assassino, che gli provocherà strane allucinazioni... Sono tre storie horror oneste ma in fondo prevedibili (anche con i finali a sorpresa), accompagnate da sceneggiature di stampo (e di livello) televisivo. La cosa più interessante sono forse le sequenze introduttive e di raccordo, dai toni comico-grotteschi e ambientate in un obitorio, dove lo stesso Carpenter, nei panni di un inquietante medico legale, funge da cicerone (una sorta di zio Tibia), presentandoci i cadaveri rinchiusi nei sacchi (da cui il titolo del film) e raccontandone le storie: nel finale a lui si aggiungono anche Tom Arnold e Tobe Hooper. Sparsi per gli altri episodi ci sono camei anche per David Naughton, Sam Raimi, Wes Craven, Roger Corman e Greg Nicotero. David Warner è il dottore nel secondo segmento, Twiggy la moglie di Mark Hamill nel terzo.

18 settembre 2021

Il pianeta proibito (Fred M. Wilcox, 1956)

Il pianeta proibito (Forbidden Planet)
di Fred M. Wilcox – USA 1956
con Leslie Nielsen, Anne Francis, Walter Pidgeon
***

Rivisto in divx.

"Anne Francis stars in Forbidden Planet..."

In missione sul quarto pianeta del sistema di Altair per indagare sul destino di una spedizione di scienziati giunta lì vent'anni prima e di cui non si è più avuto notizia, i membri dell'equipaggio di un incrociatore stellare vi trovano un unico superstite, il dottor Morbius (Walter Pidgeon), che vive lì con la figlia Alta (Anne Francis) e un robot-tuttofare, Robby. Impegnato a decifrare i segreti del Krell, una razza di creature intelligenti ed evolute che un tempo – prima di sparire nel nulla lasciando dietro di sé sofisticate apparecchiature tecnologiche – abitava sul pianeta, Morbius si mostra scostante verso i nuovi arrivati, invitandoli in ogni modo a ripartire. Ma gli eventi prenderanno una brutta piega quando i soldati si scopriranno attaccati da un misterioso mostro invisibile... Con un soggetto vagamente ispirato alla "Tempesta" di William Shakespeare (il mostro, scopriremo, è fatto "della sostanza di cui sono fatti i sogni"), una pellicola di fantascienza che ha fatto storia, probabilmente la più popolare e celebre nel suo genere fino ad allora. Molti aspetti – l'astronave "militare" che va a esplorare nuovi mondi, la rigida suddivisione nei ruoli dell'equipaggio (il comandante, il dottore...), gli elementi tecnologici da hard SF mescolati al tema dei viaggi interstellari (anche se l'astronave ha ancora l'aspetto del classico disco volante) – sono evidentemente precursori di "Star Trek", mentre lo sforzo produttivo e i notevoli effetti speciali (in particolare le animazioni, opera di Joshua Meador della Disney) ci fanno comprendere di non trovarci di fronte al solito B-movie. Persino elementi tutto sommato marginali nella trama, come il robot Robby, sono diventati iconici: talmente popolare da essere in seguito riutilizzato in numerose altre opere cinematografiche, televisive ("Lost in space") o a fumetti, Robby risponde (fra le altre cose) alle leggi della robotica di Asimov (è impossibilitato a fare del male agli esseri umani), ha una propria personalità che lo rende un vero personaggio in grado di interagire con gli umani, e divenne forse il robot più celebre del cinema dai tempi del "Metropolis" di Fritz Lang, tanto da essere commercializzato sotto forma di giocattolo (uno dei primi casi di merchandising!). Nonostante un ritmo che oggi forse può risultare un po' datato e noiosetto, il film affascina con il suo mix di avventura, horror e psicologia (i "mostri dell'Id" sono prodotti dal subcosciente degli esseri umani). La bella Anne Francis, all'esordio, sarà ricordata nella canzone "Science Fiction" del "Rocky Horror Show". Leslie Nielsen, che interpreta il comandante, diventerà naturalmente famoso in tarda età come attore comico (e vederlo recitare in maniera "seria" è sempre un po' straniante!). Nel cast anche Warren Stevens (il dottore) e Jack Kelly (il tenente dongiovanni). Da segnalare la colonna sonora elettronica di Bebe e Louis Barron.

16 settembre 2021

Climax (Gaspar Noé, 2018)

Climax (id.)
di Gaspar Noé – Francia 2018
con Sofia Boutella, Romain Guillermic
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per prepararsi a una tournée negli Stati Uniti, un gruppo di giovani ballerini si rinchiude nel grande salone di una scuola di danza con lo scopo di provare la coreografia, mentre all'esterno infuria una tempesta di neve. Ma per qualche strano motivo (forse una droga aggiunta alla sangria che bevono dopo le prove), lentamente si fanno prendere dalla follia e dalla disinibizione e danno vita a episodi di paranoia e di violenza. Insolito nello stile, nella struttura (i titoli di coda sono all'inizio, quelli di testa a metà del film), nel montaggio (che alterna lunghissimi piani sequenza ad altri momenti più frammentati), nelle inquadrature (basti pensare a tutta la sequenza conclusiva, il "climax" del film appunto, girata con la telecamera capovolta), nell'accompagnamento sonoro (con incessanti brani di musica elettronica, che comprendono, fra gli altri, arrangiamenti di Erik Satie, Giorgio Moroder e Daft Punk), e in generale della direzione degli interpreti (tutti autentici ballerini anziché attori professionisti – Boutella e Souheila Yacoub a parte – ai quali Noé ha chiesto di improvvisare in totale libertà: la sceneggiatura vera e propria, ispirata a un episodio reale, era di sole cinque pagine, e il tutto è stato girato in pochi giorni!), il lungometraggio è un'angosciante e allucinata discesa all'inferno, fra atmosfere ipnotiche e orgiastiche, che non lesina provocazioni. Dalla danza (ricca di energia e sensualità, ai limiti della possessione: Noé si è ispirato ai cosiddetti "vogueing" e "krumping") e dalle interazioni fra i personaggi si passa prima a discorsi sul sesso e la violenza e poi alla completa perdita di controllo da parte dei ventiquattro personaggi, tutti ben caratterizzati dai rispettivi interpreti con pochi tocchi. Si prova disagio, non solo per il crescendo di follia ma anche perché la storia non porta a nulla se non all'evidenziare come gli aspetti negativi e selvatici degli esseri umani siano sempre lì, addormentati dietro la coscienza e pronti a venire alla luce. Le provocazioni registiche non si limitano al piano formale ma spaziano anche a quello contenutistico, per esempio attraverso le scritte godardiane in sovrimpressione che punteggiano la pellicola (a partire dalla presentazione, "Un film francese e fiero di esserlo", per terminare con aforismi come "Vivere è una collettività impossibile" e "Morire e un'esperienza straordinaria"). Nella fotografia di Benoît Debie prevale il colore rosso: negli abiti, nel pavimento, nella sangria, nel sangue, e infine nelle luci. Le coreografie del ballo sono di Nina McNeely. La sequenza iniziale con le video-interviste ai ballerini chiarisce subito i debiti e le fonti di ispirazione del film: a fianco del monitor, infatti, sono impilati libri e videocassette, fra le quali spiccano "Suspiria" di Dario Argento e "Salò" di Pier Paolo Pasolini (oltre a Żuławski, Fassbinder, Romero...). Di fronte all'accoglienza positiva della critica (il film ha vinto anche alcuni premi ai festival internazionali), Noé – noto per i suoi lavori controversi e provocatori – ha scherzato: "Devo aver sbagliato qualcosa".

15 settembre 2021

11 minuti (Jerzy Skolimowski, 2015)

11 minuti (11 minut)
di Jerzy Skolimowski – Polonia/Irlanda 2015
con Wojciech Mecwaldowski, Paulina Chapko
*1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Diverse storie, con protagonisti numerosi personaggi, scorrono parallele nell'arco di 11 minuti (dalle 17.00 alle 17.11) in una grande città (il film è stato girato a Varsavia, ma in parte anche a Dublino), prima di convergere tutte in un finale... esplosivo. La principale vede Anna (Paulina Chapko), aspirante attrice, recarsi nella camera d'albergo di Richard (Richard Dormer), ambiguo produttore/regista che vuole approfittarsi di lei, mentre suo marito (Wojciech Mecwaldowski) cerca in ogni modo di fare irruzione nella stanza. Seguiamo anche, fra gli altri, un professore di liceo costretto a riciclarsi come venditore di hot dog (Andrzej Chyra), suo figlio che lavora come corriere (Dawid Ogrodnik), un giovane ladruncolo (Lukasz Sikora), un anziano pittore (Jan Nowicki), una coppia di scalatori (Piotr Głowacki e Agata Buzek), una ragazza punk con il suo cane (Ifi Ude), una dottoressa in ambulanza (Anna Maria Buczek). Il messaggio è che nel casuale brulicare della città, le esistenze di tanti sconosciuti possono collidere o influenzarsi l'un l'altra nei modi più impensati. Un incontro o un rapporto di cause ed effetto è sempre dietro l'angolo, così come elementi in comune possono legare insieme persone che conducono vite separate anche se abitano fianco a fianco. Le varie storie, come le vite delle persone, sfiorano e nascondono temi complessi, negativi (gelosia, disadattamento, droga, pornografia, pedofilia) o positivi (amore, parentele, gentilezza, arte), con alcuni elementi che condividono all'insaputa di tutti (la "macchia scura" nel cielo, che si ritrova nel disegno del pittore o nel "pixel morto" sugli schermi di sorveglianza della polizia, che a loro volta nel finale riuniscono tutte le immagini in un unico, caleidoscopico e confuso ritratto della vita). Peccato che l'insieme convinca poco: anche se la regia, variegata e multiforme, ricorre a varie tecniche di ripresa (si pensi al collage di video che apre la pellicola), sembra più di trovarsi di fronte a un esercizio di stile che a un vero film. E gran parte delle vicende rimangono senza una conclusione soddisfacente, anche se proprio questo era il punto (il caso domina le esistenze, rendendo inutile ogni pianificazione o tentativo di dar loro una svolta).

13 settembre 2021

Shazam! (David F. Sandberg, 2019)

Shazam! (id.)
di David F. Sandberg – USA 2019
con Zachary Levi, Asher Angel
**

Visto in TV (Netflix).

Grazie alla magia di un antico e misterioso mago (Djimon Hounsou), il quattordicenne Billy Batson (Asher Angel) diventa in grado di trasformarsi in un supereroe (Zachary Levi) con un nutrito ventaglio di superpoteri. Peccato che, anche in un corpo adulto e muscoloso, la sua mente resti quella di un bambino... Dopo aver cercato – insieme al fratello adottivo Freddy (Jack Dylan Grazer), entusiasta patito di fumetti – di comprendere meglio quali siano le proprie capacità, dovrà usarle per combattere il malvagio dottor Sivana (Mark Strong), che ha risvegliato i demoni che personificano i sette peccati capitali. Il personaggio al centro di questo film (che fa parte dell'universo DC, lo stesso di Batman e Superman, come ci confermano i numerosi riferimenti a questi due eroi) ha una lunga e curiosa storia alle spalle: nato negli anni quaranta sulla carta stampata con il nome di "Captain Marvel", per un decennio fu il fumetto di supereroi più venduto in assoluto, surclassando come popolarità anche Superman. La DC Comics, però, fece causa alla casa che lo pubblicava, la Fawcett, sostenendo che fosse una copia del suo personaggio. E negli anni settanta, ironicamente, ne acquisì i diritti, integrandolo nel proprio universo. Nel frattempo, però, era nata la Marvel: e intitolare un albo a fumetti con il nome della propria principale concorrente non era forse il caso. Così l'albo è stato rinominato "Shazam!" (la parola che Billy grida per trasformarsi, acronimo di coloro da cui prende le abilità: Salomone, Hercules, Atlante, Zeus, Achille e Mercurio) mentre il personaggio continuava a chiamarsi "Capitan Marvel", almeno fino agli anni duemila, quando quest'ultimo nome (che nel frattempo è andato a designare anche diversi eroi della Casa delle Idee: vedi per esempio il recente film con Brie Larson) è stato abbandonato, e ora l'eroe si chiama ufficialmente Shazam. Alla cosa si fa riferimento comicamente nella sceneggiatura, con Freddy che suggerisce a Billy diversi "nomi da supereroe" che non fanno mai presa (da Captain Sparklefingers a Mister Philadelphia, da Red Cyclone a Maximum Voltage).

Il tema del ragazzino che si ritrova all'improvviso nel corpo di un supereroe è indubbiamente l'aspetto più interessante della pellicola, ma la sceneggiatura di Henry Gayden ci gioca solo fino a un certo punto: per fare un esempio recente, una situazione analoga era stata raccontata molto meglio in "Jumanji: Benvenuti nella giungla". Non aiuta il fatto che Asher Angel sia già praticamente un teenager, quindi più grande del Billy Batson dei fumetti che era solo un bambino, e dunque il suo comportamento infantile quando è trasformato in Shazam (vedi le esclamazioni "Santa polenta!") sembrano fuori luogo. Ma l'impostazione comica e parodistica ha il suo perché e nel complesso risulta divertente e gradevole, con echi del vecchio telefilm "Ralph supermaxieroe" (Shazam è goffo e impacciato, quasi a disagio quando usa i suoi poteri) mescolati con l'ossessione dei ragazzi per la popolarità e i social (Billy e Fred pubblicano le proprie imprese su YouTube). In generale, la scoperta delle proprie capacità e di come usarle è una chiara metafora della crescita e dell'ingresso nell'età adulta. Sarebbe bastato questo, e invece il film la appesantisce con l'insistenza sul tema della famiglia (sia il buono che il cattivo hanno alle spalle una storia di incomprensione e di esclusione: in generale, le due backstory parallele sono la cosa meno riuscita della pellicola), anche se in qualche modo era connaturato anche al fumetto: vedi la "Marvel family" che appare nel finale, con i fratelli e le sorelle adottive di Billy – oltre a Freddy, anche Mary (Grace Fulton), Darla (Faithe Herman), Eugene (Ian Chen) e Pedro (Jovan Armand) – che a loro volta vengono dotati di poteri per aiutare il protagonista nella sua battaglia. Fra i punti negativi anche l'inevitabile ossessione per l'inclusività (neanche a sceglierli apposta, del gruppo fanno "democraticamente" parte un nero, un asiatico, un latino-americano... inoltre uno è disabile, uno è ciccione, uno è video-dipendente...) e il fatto che i "sette peccati capitali" siano solamente dei generici mostroni. La storia si svolge a Filadelfia. Un sequel ("Shazam! Fury of the Gods") è in arrivo nel 2023.

11 settembre 2021

Matrix Revolutions (Wachowski, 2003)

Matrix Revolutions (The Matrix Revolutions)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2003
con Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss
*1/2

Rivisto in divx.

Terzo episodio di "Matrix", girato in contemporanea al secondo e che nelle intenzioni avrebbe dovuto concludere la trilogia (mentre scrivo è invece in preparazione un quarto capitolo). Avevamo lasciato Neo (Reeves) in coma, al termine del precedente "Matrix Reloaded", dopo essere riuscito in qualche modo a usare i suoi poteri contro le macchine anche al di fuori del mondo virtuale di "Matrix". La sua coscienza si trova ora in una sorta di "limbo", da dove viene recuperato dai suoi amici – Trinity e Morpheus, aiutati per l'occasione dal misterioso Seraph (Collin Chou) – che hanno avuto la meglio sul Merovingio. Mentre Zion, la città sotterranea degli ultimi uomini liberi, è assediata dalle terribili "seppie", Neo comprende che l'unico modo per ottenere la fine della guerra è quello di andare a trattare direttamente con le macchine nel loro quartier generale. Qui proporrà un patto: in cambio della pace, sconfiggerà definitivamente l'agente Smith (Hugo Weaving), programma senziente ormai sfuggito ad ogni controllo, che replicandosi come un virus ha già invaso ogni angolo di Matrix e minaccia di impadronirsi anche del mondo esterno (dove è già giunto una volta, "infettando" Bane (Ian Bliss), uno dei soldati umani). Se la sceneggiatura tira le fila della vicenda, il film – stroncato da pubblico e critica – ne banalizza anche la complessità e completa definitivamente il distacco dalle tematiche che avevano fatto la fortuna dell'originale. Basti pensare che, a parte un incipit peraltro verboso e pretenzioso (costellato com'è di dialoghi costituiti da una serie di domande e risposte fumose, piene di filosofia spicciola sull'amore e il karma) e lo scontro conclusivo con Smith, la maggior parte dell'azione non si svolge nel mondo virtuale che dà il nome alla serie ma in quello reale (con la fotografia che passa dai toni dominanti di verde a quelli di blu), impegnati a seguire l'assedio delle "seppie" contro la città di Zion, difesa da soldati in esoscheletri metallici. Messa da parte ogni suggestione filosofica o concettuale, il film si trasforma dunque in una pellicola fracassona di fantascienza bellica, allontanandosi dalle radici cyberpunk e dai temi digitali/informatici (retrò o meno), i cui pochi elementi superstiti annegano in un mare di genericità e di fuffa. Ancora più imperdonabile, pertanto, è l'anticlimaticità del finale. Le macchine tanto temute, che tengono prigionieri da oltre un secolo gli esseri umani, non solo non vengono sconfitte ma si scende a patti con esse, con la scusa di un "nemico comune" da debellare (ovvero Smith, contro cui Neo si batte nell'unica sequenza degna di essere ricordata, lo scontro nella città sotto la pioggia). La trovata delude su più fronti, compresa la sua pretestuosità e la maniera improvvisa con cui viene calata sul tavolo da gioco (e forse i Wachowski ne erano in parte consapevoli, visto il nome – "Deus ex machina"! – che hanno dato al "re delle macchine"). Poco cerimonioso anche il destino dei tre personaggi classici della serie: Neo e Trinity escono (per ora) di scena, Morpheus è ridotto a un semplice comprimario, mentre è incredibile la quantità di tempo e spazio sprecata a seguire personaggi minori, di cui non ci importa nulla, durante l'assedio di Zion (Zee, Kid, Mifune...). Fra le new entry anche l'Uomo del Treno (Bruce Spence), programma al servizio del Merovingio. Mary Alice sostituisce Gloria Foster nel ruolo dell'Oracolo. Il quarto capitolo, diretto dalla sola Lana (ex Larry) Wachowski, dovrebbe chiamarsi "Matrix Resurrections".

9 settembre 2021

Il bandito delle 11 (Jean-Luc Godard, 1965)

Il bandito delle 11 (Pierrot le fou)
di Jean-Luc Godard – Francia 1965
con Jean-Paul Belmondo, Anna Karina
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Intellettuale e insegnante di spagnolo, sposato a Parigi con una ricca italiana, l'insoddisfatto Ferdinand (Belmondo) ritrova per caso una sua ex studentessa, Marianne (Karina), con cui aveva avuto in passato una relazione e che si ostina a chiamarlo Pierrot (per via della canzone "Au clair de la lune"), e decide di mollare tutto per scappare insieme a lei. Durante la rocambolesca fuga verso il sud della Francia, i due commetteranno furti e rapine, intrecceranno una relazione romantica che procederà fra alti e bassi, e saranno implicati in un misterioso intrigo internazionale. Già protagonista del film d'esordio di Godard (l'iconico "Fino all'ultimo respiro", di cui questo è un discendente diretto), Belmondo torna in una pellicola decostruita e che sembra improvvisata sul momento, senza una trama in mente (anche se in realtà non è così, e la pellicola porta avanti il discorso artistico del regista). E infatti ogni sequenza pare virare il film in una direzione diversa, o addirittura appartenere a un genere cinematografico differente: si passa dal descrivere l'alienazione e la noia della borghesia, al gangster movie con tradimenti e omicidi, dalla fuga romantica e liberatoria (con echi delle vicende di Bonnie e Clyde) alla ricerca di vita in mezzo alla natura, dal musical – con un paio di graziose canzoni intonate all'improvviso dalla ragazza, in particolare la bella "Ma ligne de chance" nella pineta – alla commedia sofisticata, dal thriller politico e legato all'attualità – il misterioso fratello di Marianne è in qualche modo coinvolto nei tumulti in Medio Oriente – al surrealismo con la scena conclusiva, quasi da fumetto, in cui Ferdinand si dipinge il volto di blu e si fa saltare in aria con la dinamite, in quella che qualcuno ha definito "la conclusione esplosiva del primo periodo godardiano". A legare il tutto, i pensieri e le parole dei due protagonisti che, come voci narranti (e spesso intersecanti o alternate), commentano ogni scena, le introducono come se fossero capitoli di un romanzo (ma la numerazione dei suddetti capitoli è del tutto incoerente: a volte si salta un numero, a volte lo si ripete, a volte si torna indietro), ci appiccicano citazioni letterarie, artistiche o cinematografiche, e persino slogan e spot pubblicitari. In piu, a un certo punto Ferdinand comincia a tenere un diario (che diventa filo conduttore delle vicende) e, in un'occasione, si rivolge direttamente agli spettatori (come Belmondo aveva già fatto in "À bout de souffle"). Il risultato è un film libero, disorganizzato, caleidoscopico, sperimentale: da un lato come la vita vera (che infatti è tutt'altro che "chiara, logica, organizzata", dice Marianne), dall'altro ammantato di artificialità (sottolineata dalla fotografia di Raoul Coutard, ricca di colori primari: Pierrot descrive Marianne come "una ragazza in un film di Hollywood, in technicolor", mentre altri passaggi citano i dipinti di Velázquez, Van Gogh, Renoir). Peccato solo che la storia si faccia così incoerente, caotica, disordinata e confusa che dopo un po' si rinuncia del tutto a seguirla con attenzione: chi guardasse un film solo per la trama, dunque, si astenga. Fra le scene iconiche, quella dell'auto che finisce in mare. All'inizio, alla festa, appare il regista Sam Fuller nel ruolo di sé stesso (dicendo "Un film è come una battaglia"). L'uomo al porto, nel finale, che afferma di udire la musica extradiegetica, è invece Raymond Devos. "Pierrot le fou" (Pierrot il pazzo) era il nomignolo di un vero bandito degli anni quaranta, Pierre Loutrel. Il titolo italiano è invece incomprensibile.

7 settembre 2021

Lo spione (Jean-Pierre Melville, 1962)

Lo spione (Le doulos)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1962
con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani
**1/2

Rivisto su YouTube, per ricordare Jean-Paul Belmondo.

Appena uscito di prigione, e dopo aver regolato i conti con un ex complice, lo scassinatore Maurice (Serge Reggiani) tenta un nuovo colpo ma viene sorpreso sul posto dalla polizia, che qualcuno aveva prontamente avvertito. In fuga, e convinto che a tradirlo sia stato l'amico Silien (Jean-Paul Belmondo), medita vendetta: ma è proprio lui l'informatore? Da un romanzo di Pierre Lesou, un noir d'atmosfera con una trama intricata e una ragnatela di misteri e ambiguità. Per gran parte della pellicola, infatti, seguiamo le mosse di Silien – che trama, mente, inganna – senza che sia mai chiaro da che parte stia, se sia effettivamente uno "spione" o se sia rimasto fedele all'amico. Solo alla fine si spiegherà ogni cosa, prima che il destino, in un ulteriore e inevitabile controfinale, concluda a modo suo la vicenda. Un giovane Belmondo è sfacciato, carismatico e sornione, sempre sicuro di sè e capace di muoversi in un sottobosco di criminali legati da forti rapporti di amicizia, che però possono incrinarsi di fronte al minimo sgarbo. E non mancano piccoli e grandi colpi di scena, che talvolta giungono inaspettati come improvvisi scatti di violenza quando meno ce li si aspetta (la didascalia introduttiva recita: "Bisogna scegliere. Morire... o mentire?"). Bella la fotografia in bianco e nero di Nicolas Hayer, che tratteggia una Parigi notturna e piovosa. Belmondo aveva già recitato per Melville l'anno prima in "Léon Morin, prete" (e tornerà l'anno seguente ne "Lo sciacallo"). Nel cast anche Michel Piccoli, Jean Desailly, René Lefèvre, Philippe March, Monique Hennessy e Fabienne Dali. Musiche di Paul Misraki. Volker Schlöndorff è l'aiuto regista, Bertrand Tavernier ha collaborato alla produzione. Il titolo originale, un termine gergale che significa "cappello", indica un informatore della polizia.

6 settembre 2021

Matrix Reloaded (Wachowski, 2003)

Matrix Reloaded (The Matrix Reloaded)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2003
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
*1/2

Rivisto in divx.

In seguito all'enorme (e non scontato) successo del primo "Matrix", furono messi in cantiere non uno ma ben due seguiti, girati contemporaneamente e distribuiti nelle sale a sei mesi di distanza l'uno dall'altro, con tanto di cliffhanger alla fine del primo. Un cliffhanger che non fu gradito dal pubblico, all'epoca poco abituato ad assistere a un film "che non terminava": certo, c'era appena stato il precedente della trilogia de "Il Signore degli Anelli" e, qualche decennio prima, quello degli ultimi due film di "Ritorno al futuro", ma in questo caso la scritta "To be continued" giungeva davvero troppo repentina e inaspettata, per di più dopo una visione già estenuante. È infatti un po' tutto il film a deludere chi aveva apprezzato il precedente (chi invece non lo aveva visto, richiamato in sala dall'hype, si trovò di fronte a una pellicola quasi incomprensibile, dato che la conoscenza delle premesse della storia vengono date per scontate). La trama è assai convoluta, ma può essere riassunta in qualche modo: avendo ormai accettato il ruolo dell'Eletto che, secondo una profezia, porrà fine alla lunga guerra fra l'umanità e le macchine che tengono prigioniera la razza umana nel mondo virtuale di "Matrix", l'ormai onnipotente Neo (Reeves) viene a sapere dall'Oracolo (Gloria Foster) – che scopre essere a sua volta un programma senziente – qual è la sua missione: raggiungere la "Sorgente" del programma. Per farlo avrà bisogno del Fabbricante di Chiavi (Randall Duk Kim), tenuto prigioniero dal perfido Merovingio (Lambert Wilson), e nel frattempo vedersela con l'Agente Smith (Hugo Weaving), ormai slegatosi dal sistema e diventato una sorta di virus in grado di auto-duplicarsi. Ma quando, grazie all'aiuto degli amici Morpheus (Fishburne) e Trinity (Moss), raggiungerà la Sorgente, verrà a sapere dall'Architetto (Helmut Bakaitis) – colui che ha progettato Matrix – che la profezia era falsa, e che il suo ruolo è sempre stato quello di facilitare la distruzione di Matrix per farla rinascere da zero, cosa già accaduta cinque volte in passato. Tuttavia si ribellerà e tornerà nel mondo reale, nel tentativo di salvare la città sotterranea di Zion (dove vivono i pochi umani rimasti liberi) dall'imminente attacco delle macchine.

Ciò che nel primo film era affascinante (il tema del "risveglio" e della scoperta di una realtà virtuale) viene qui messo da parte per costruire un mondo su più ampia scala, e l'impressione è che non fosse necessario (scompare del tutto, fra l'altro, il punto di vista di chi vive ignaro all'interno di Matrix). Pachidermico, noioso, pieno di elementi poco ispirati o che appaiono fuori contesto (a partire dal ballo sensuale degli abitanti di Zion), con una marea di personaggi del tutto superflui (Lock, Niobe, il "navigatore" Link, il consigliere Hamann....) e situazioni che si succedono una dopo l'altra, spesso slegate fra di loro come le missioni di un videogioco, il lungometraggio appare privo di equilibrio e disorganico, barcamenandosi sull'alternanza fra le (vuote) riflessioni filosofiche sui concetti di destino e di libera scelta, e lunghe (e noiose) scene d'azione assai meno indovinate e spettacolari di quelle del film precedente, oltre che prive di adrenalina per l'eccesso di ralenti nella loro messa in scena (il bullet time non è più una novità). A proposito di queste, da ricordare comunque la lotta di Neo contro i tanti Smith, e quella con gli sgherri del Merovingio (fra cui due fantasmi albini gemelli) che culmina nell'inseguimento in autostrada. Certo, se uno può piegare a piacimento la realtà, non si capisce perché continui a lottare usando le arti marziali. In generale Neo è ormai un non-personaggio, un tool privo di caratterizzazione, buono solo per far avanzare la storia e assumere, nel finale, ulteriori connotati messianici (addirittura "resuscita" Trinity, dopo che era morta come da sua premonizione). Ma il punto più basso della pellicola è forse l'apparizione della pessima Monica Bellucci nel fugace ruolo di Persephone, la moglie del Merovingio: ancor più nell'edizione italiana, quando parla con la sua indecente dizione (che crea uno scarto respingente rispetto ai doppiatori professionisti che danno voce agli altri personaggi). La fotografia insiste ancora di più sulle tonalità di verde quando ci si trova dentro Matrix, per distinguere quel mondo da quello reale. Gloria Foster e Aaliyah (che doveva interpretare Zee, la compagna di Link, poi sostituita da Nona Gaye) sono morte durante le riprese. Ottimo il risultato al botteghino: ma poi il terzo capitolo, "Matrix Revolutions", incasserà la metà di questo.

4 settembre 2021

Le bianche distese (M. Rasoulof, 2009)

Le bianche distese (Keshtzar haye sepid)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2009
con Hasan Pourshirazi, Younes Ghazali
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Da trent'anni Rahmat (Pourshirazi), con la sua barca a remi, visita i villaggi e le comunità che vivono sulle isole rocciose e sulle coste di un vasto lago salato (il film è stato girato sul Lago di Urmia, nelle province azere dell'Iran settentrionale) per "raccogliere le lacrime" degli abitanti. Le versa infatti in un'ampolla di vetro e le porta via, insieme a tutti i loro dolori: nel far questo è testimone di lutti, funerali, ma anche strani riti, cerimonie e superstizioni, spesso crudeli (una ragazza data "in sposa al mare" affinché interceda per far cadere la pioggia; un nano calato in un pozzo per recare agli spiriti sotterranei le preghiere degli abitanti del villaggio, le cui parole sono state racchiuse in barattoli di vetro; un pittore condannato alla cecità perché si ostina a dipingere il mare di colore rosso). Ad accompagnarlo, per un breve periodo, ci sarà un ragazzo, Nassim (Ghazali), che si finge sordo e muto, partito alla ricerca del proprio padre. Suggestivo, poetico e visionario (gli elementi antropologici sono in gran parte frutto dell'immaginazione del regista, anche sceneggiatore), il terzo film di finzione di Rasoulof si colloca in quell'area del World Cinema già frequentata da autori come Pasolini ("Medea"), Paradžanov ("Ashik Kerib") e Naderi ("Acqua, vento, sabbia"), fra riti ancestrali, antichi costumi e località sperdute nell'Asia centrale. Proprio i magnifici scenari (le coste e gli scogli incrostati di sale, le acque del lago che si confondono con il cielo, le isole rocciose sperse in mezzo al nulla) valgono da soli la visione, senza poi contare le musiche e i canti popolari che punteggiano gli eventi e la bellezza di un mondo arcaico e fuori dal tempo. Per il resto i dialoghi sono sparsi e rarefatti, i personaggi semplici osservatori, la tavolozza cromatica basilare. A curare il montaggio c'è Jafar Panahi, collega e amico del regista e a sua volta grande cineasta: sia Rasoulof che Panahi, rappresentanti di un cinema anticonformista e indipendente, avranno continui problemi con la censura di stato e saranno condannati nel 2010 per "propaganda contro il governo" a non poter girare più altri film (cosa che continueranno invece a fare clandestinamente). L'episodio del pittore imprigionato, i cui occhi vengono "rieducati" a forza perché, a differenza di tutti gli altri, vede (e dipinge) il mare di colore rosso anziché blu, è una chiara metafora delle pressioni e delle persecuzioni del regime verso gli artisti non allineati.

3 settembre 2021

Mi permette, babbo! (Mario Bonnard, 1956)

Mi permette, babbo!
di Mario Bonnard – Italia 1956
con Alberto Sordi, Aldo Fabrizi
**

Visto in TV (RaiPlay).

Il più grande cruccio di Alessandro Biagi (Aldo Fabrizi), gestore di un'avviata macelleria romana, è il genero Rodolfo (Alberto Sordi), che ha sposato sua figlia Marina e abita ora insieme al resto della famiglia. Indolente e fonte continua di disturbo, Rodolfo è infatti un aspirante cantante lirico che vive alle sue spalle, "pagando" con prelibati filetti le lezioni di canto che prende dall'altrettanto scroccone maestro D'Aragona (Achille Majeroni). Ma alla fine, in qualche modo, Rodolfo riesce a coronare il proprio sogno e a farsi scritturare per un debutto a teatro, nel ruolo (assai minore) del dottore che cura Violetta nell'ultimo atto della "Traviata". Peccato che la sua megalomania manderà tutto all'aria, quando si ostinerà a voler concludere l'opera cantando una frase che Giuseppe Verdi stesso aveva eliminato dopo la prima rappresentazione ("È spenta!"). Commediola sostenuta dalla verve dei due bravi protagonisti, dai caratteri opposti (il che rende difficile la convivenza), attorno ai quali si muovono altre figure di minor rilievo (dai vari membri della famiglia ai personaggi che bazzicano attorno al teatro). Fra gli interpreti spiccano Gina Amendola (la moglie di Alessandro, incapace di cogliere ogni battuta o allusione, come il Jenkins di "Dylan Dog" per intenderci), Turi Pandolfini (il vecchio nonno collerico, sempre alle prese con sedie che traballano, cui vuole segare le gambe), Pina Bottin (la cameriera Rosa, innamorata – ma non ricambiata – di uno dei figli di Alessandro) e Paola Borboni (la "nobile russa", moglie del maestro di canto). Il basso Giulio Neri appare nella parte di sé stesso, mentre la "Traviata" è interpretata da Rosanna Carteri (Violetta) e Afro Poli (Germont). Curiosità: come aiuto regista figura Sergio Leone, che in quegli anni si faceva le ossa proprio sotto l'ala protettiva di Bonnard (in sostituzione del quale debutterà alla regia, non accreditato, tre anni più tardi, ne "Gli ultimi giorni di Pompei").

2 settembre 2021

Giulio Cesare (Giovanni Pastrone, 1909)

Giulio Cesare
di Giovanni Pastrone – Italia 1909
con Giovanni Pastrone, Luigi Mele
*1/2

Visto su YouTube.

Ispirato alla tragedia di Shakespeare (anche se ovviamente, trattandosi di un muto, sono assenti parole, dialoghi e monologhi), il film racconta gli eventi storici che vanno dal ritorno di Giulio Cesare (Pastrone) a Roma dopo la campagna di Gallia alla sua uccisione in senato a opera dei congiurati guidati da Bruto (Mele), fino alla morte di quest'ultimo durante la battaglia di Filippi. È uno dei primi lavori importanti di Giovanni Pastrone, pioniere del nascente cinema italiano che aveva appena rilevato una piccola società di produzione (la Carlo Rossi & C. di Torino), di cui era contabile, dando vita alla Itala Film e portandola poi al successo internazionale con una serie di pellicole di genere storico-epico, sull'onda de "Gli ultimi giorni di Pompei" di Luigi Maggi dell'anno precedente. Il culmine, naturalmente, si avrà con il grande kolossal "Cabiria" del 1914. Qui le ambizioni sono ancora limitate, la durata del film è di poco più di una decina di minuti, costumi e scenografie sono al risparmio (se si eccettuano un paio di scene, come quella del trionfo di Cesare o quella conclusiva della battaglia di Filippi, che coinvolgono invece numerose comparse e persino dei cavalli), ma soprattutto la recitazione, la messa in scena e la regia sono ancora a livelli primitivi: più teatro filmato, insomma, che cinema. Assente anche ogni forma di montaggio narrativo, mentre gli "effetti speciali" si limitano a due sovrimpressioni (il sogno di Calpurnia, in cui la moglie di Cesare ha la premonizione dell'attentato, e l'apparizione finale del fantasma del dittatore ucciso a Bruto). Per fortuna i progressi non solo non mancheranno ma avverranno a velocità sorprendenti, facendo evolvere notevolmente il linguaggio della settima arte nel giro di pochissimi anni.

31 agosto 2021

Matrix (Andy e Larry Wachowski, 1999)

Matrix (The Matrix)
di Andy e Larry Wachowski – USA/Australia 1999
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
***

Rivisto in DVD.

L'irrequieto programmatore Thomas Anderson (Keanu Reeves), anche hacker con il nome di "Neo", ha sempre pensato che qualcosa non tornasse nel mondo attorno a lui. E non si sbagliava: contattato dal misterioso Morpheus (Laurence Fishburne), capo di un gruppo di resistenza clandestina al "sistema", scoprirà che la realtà in cui vive non è altro che una simulazione virtuale, chiamata "Matrix", all'interno della quale sono imprigionate le menti degli esseri umani, i cui corpi sono invece incapsulati e sfruttati come fonte di energia bioelettrica. Siamo infatti nel futuro, e non nel 1999 come lui credeva, un futuro in cui le "macchine" hanno vinto una guerra contro l'umanità. Ma proprio Neo potrebbe essere "l'eletto" che cambierà le carte in tavola, potendo alterare le regole del sistema dall'interno... Al secondo film come registi (dopo "Bound") e al terzo come sceneggiatori (dopo anche "Assassins"), gli allora fratelli – e oggi sorelle – Wachowski fanno il botto, realizzando una pellicola che colpì come poche l'immaginario collettivo, rinnovando il genere fantascientifico e in particolare il sottogenere del cyperpunk, di cui mai fino ad allora erano state sfruttate appieno le potenzialità sul grande schermo (fra i titoli che ci avevano provato negli anni novanta: "Johnny Mnemonic" con lo stesso Keanu Reeves, e "Strange days"). Certo, l'originalità è molto minore di quanto possa sembrare a prima vista: i contenuti "pescano" da innumerevoli racconti e romanzi di fantascienza letteraria (si pensi ai lavori di Philip K. Dick, Frederick Pohl e William Gibson) e a fumetti (come l'episodio "Terrore in una piccola città" dei Fantastici Quattro di John Byrne) ma anche da film precedenti ("Dark city" di Alex Proyas su tutti, ma pure "Essi vivono" e, se vogliamo, "The Truman Show"), anime ("Ghost in the shell") e serie tv ("Doctor Who"). Non basta: anche il mood e le atmosfere retrò si ispirano a pellicole precedenti (il neo-noir e la SF hanno sempre avuto un forte connubio), mentre le coreografie delle scene d'azione sono chiaramente debitrici al cinema di Hong Kong (i film di John Woo, Tsui Hark, Yuen Woo-ping: quest'ultimo, non a caso, è il responsabile delle arti marziali nel film). Il ricorso al wire-work è ubiquo, e persino abiti e look dei personaggi (gli spolverini neri, i completi in pelle, gli occhialini) sembrano uscire da pellicole dell'ex colonia britannica come "La vendetta della maschera nera". Il che non ha impedito loro di diventare iconici in occidente, come un po' tutto il film, che ha appunto avuto il merito di frullare molte cose insieme per dar vita a un mix intrigante e coinvolgente su più livelli, dando visibilità (e popolarità) mainstream a temi e atmosfere fino ad allora di nicchia.

Non si può negare infatti l'enorme impatto, anche culturale, che "Matrix" ha avuto sul grande pubblico. Al di là della storia fantascientifica (con tanto di finale aperto: Neo accetta il proprio ruolo di "eletto" a capo della resistenza, ma la guerra è tutt'altro che vinta), la pellicola ha saputo intercettare inquietudini da sempre presenti nella società, che in passato sfociavano nella contestazione e oggi, non di rado, nel complottismo ("Matrix è il mondo che ti è stato messi davanti agli occhi per nasconderti la verità", "è un sistema che [i poteri che ci governano segretamente] usano per tenerci sotto controllo", gli uomini non sanno nemmeno di essere schiavi, e di quelli che lo scoprono, non tutti vogliono svegliarsi o essere liberi), tanto che alcuni elementi, immagini e metafore del film (a partire dall'iconica scena della "pillola azzurra e pillola rossa") sono state adottate proprio dal mondo complottista. Altro dialogo cult: "Mi fanno male gli occhi" (Neo) – "Perché non li hai mai usati" (Morpheus). Il tema del risveglio, della presa di coscienza e della consapevolezza, comunque, consente illustri riferimenti letterari ("Alice nel paese delle meraviglie", pluricitata) e filosofici (dalle visioni del mondo orientali, "Il cucchiaio non esiste", a quelle dell'antica Grecia, la caverna di Platone e il "Conosci te stesso", fino a Baudrillard). A questo si aggiunge l'ambito digitale/informatico, per quanto questo aspetto oggi risulti un po' datato (e lo sembrava anche nel 1999: vedi i vecchi monitor a fosfori con le caratteristiche tonalità di verde – l'alternativa era l'ambra! – e le linee telefoniche usate per il trasferimento dei dati: le fibre ottiche erano ancora di là da venire). L'intera Matrix ricorda un po' quegli ambienti virtuali online, come "Second Life", che in epoca pre-social media andavano tanto di moda. Per quanto riguarda la rappresentazione del "mondo reale", ovvero la parte di film ambientata nel (vero) futuro, la CGI ci mostra suggestioni a metà fra "Terminator" e il body horror di Cronenberg e Tsukamoto. Parliamo infine degli aspetti messianici (Neo, la cui venuta è stata profetizzata da un'Oracolo, a un certo punto letteralmente muore e risorge) e di quelli super-eroistici (l'ultima inquadratura del film ce lo mostra addirittura volare come Superman: ma altri riferimenti vanno a Batman, a Blade – che nel film del 1998 con Wesley Snipes sfoggiava occhialini e abiti molto simili ai suoi – e, perché no?, ai molteplici manga e anime giapponesi i cui personaggi ricevono un costante power upgrade.

La ricchezza di spunti e temi è anche una scusa per portare sullo schermo scene d'azione spettacolari, all'epoca rivoluzionarie (per quanto ispirate, come già ricordato, al cinema di Hong Kong). Su tutte l'irruzione di Neo e Trinity (Carrie-Anne Moss) nel palazzo dove Morpheus è tenuto prigioniero, con una tempesta di proiettili che fanno a pezzi ogni centimetro quadrato della sala, o la scena in cui Neo "scansa" le pallottole che vengono sparate contro di lui (forse la più celebre del film, imitata e parodiata numerose volte negli anni a venire: fu realizzata con una tecnica chiamata da allora bullet time, che consiste nel piazzare una serie di videocamere attorno agli attori e di fondere insieme le immagini riprese per dare l'illusione del movimento al rallentatore mentre l'inquadratura gira intorno a velocità normale). La sequenza dell'addestramento, invece, ricorda ovviamente un videogioco (e non a caso fra i film che svilupperanno ulteriormente i concetti di "Matrix" ci sono pellicole dall'impianto dichiaratamente legato ai videogame, come "Ready Player One" e i nuovi "Jumanji"). Paradossalmente, tutto questo mondo sembra molto più interessante del protagonista, la cui natura di "eletto" gli impedisce di diventare davvero un personaggio con cui identificarsi (alla fine addirittura può "vedere" il codice sorgente attorno a sé). Meglio i personaggi secondari, dal carismatico Morpheus alla "tosta" Trinity. Hugo Weaving è l'agente Smith, il principale antagonista della pellicola, uno dei "programmi senzienti" che pattugliano Matrix in cerca dei ribelli (rappresentati come una sorta di "uomini in nero", con giacca, cravatta e occhiali scuri, capaci di forzare entro un certo limite le regole del mondo virtuale); Joe Pantoliano è il "traditore" Cypher, Gloria Foster il misterioso "Oracolo". La fotografia di Bill Pope punta su colori smorti, spesso con tinte di verde che richiamano i succitati monitor monocromatici dell'epoca. Il film riscosse un enorme successo commerciale e di critica (vinse quattro premi Oscar, tutti tecnici: per gli effetti speciali, il montaggio, il sonoro e il montaggio sonoro), il che consentì di mettere in cantiere due seguiti da girare back-to-back, "Matrix Reloaded" e "Matrix Revolutions", usciti nel 2003 ma non proprio indovinati. Il problema è che, nonostante il finale aperto (come già detto), i Wachowski non avevano davvero pensato a come proseguire la storia: e la mancanza di coesione e di progettazione visibile già in questo primo capitolo mostrerà tutte le sue crepe nei sequel.

29 agosto 2021

Il viaggio di Felicia (Atom Egoyan, 1999)

Il viaggio di Felicia (Felicia's journey)
di Atom Egoyan – GB/Canada 1999
con Bob Hoskins, Elaine Cassidy
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

Fuggita dalla natìa Irlanda in cerca del ragazzo inglese che l'ha messa incinta, la giovane Felicia (Elaine Cassidy) viene accolta e aiutata da Joe (Bob Hoskins), direttore del catering in una grande azienda di Birmingham, che vive da solo in una grande villa, circondato dai ricordi della madre (Arsinée Khanjian), un tempo celebre ed eccentrica protagonista di un programma tv sulla cucina. Ma dietro le maniere affabili e premurose dell'uomo si nasconde qualcosa di strano e pericoloso... Inquietante thriller costruito su due personaggi, con la sceneggiatura che svela poco a poco le sue carte: per quanto riguarda Felicia, attraverso una serie di flashback ambientati in Irlanda che ci mostrano i retroscena della sua fuga; di Joe, invece, veniamo lentamente a conoscenza del forte complesso di madre (della quale continua ogni sera a guardare le videoregistrazioni delle ricette: "il cibo di fa sentire amati", dice) e poi della sue "abitudini" di avvicinare ragazze sole, scappate da casa o in difficoltà. Nell'originalità del mostrare la storia da un duplice punto di vista (l'uomo, manipolatore e mentitore, ossessionato dai ricordi e dal passato, è di fatto protagonista del film quanto la sua vittima) si percepiscono echi di diversi film classici, a partire da quelli di Hitchcock (la scena in cui Joe porta a Felicia una tazza di cioccolata calda con il sonnifero è una citazione evidente da "Il sospetto"), per non parlare di "Arsenico e vecchi merletti", "Viale del tramonto" e "Che fine ha fatto Baby Jane". E nonostante il setting contemporaneo (una Birmingham operaia e industriale), i rimandi al passato strabordano da ogni parte, a cominciare dalla colonna sonora (Joe ascolta le oldies di Malcolm Vaughan, cantante gallese degli anni cinquanta, come "My special angel", di cui cita le parole in uno dei suoi dialoghi con Felicia), che pure comprende anche cose come "The sensual world" di Kate Bush. Peccato per alcuni tocchi un po' sopra le righe e per alcuni personaggi minori dalla caratterizzazione eccessiva (il padre di Felicia, la predicatrice religiosa).

28 agosto 2021

Self/less (Tarsem Singh, 2015)

Self/less (id.)
di Tarsem Singh – USA 2015
con Ryan Reynolds, Ben Kingsley
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Damian Hale (Ben Kinsgley), ricchissimo e anziano immobiliarista cui restano pochi mesi di vita, ha l'opportunità di "ringiovanire" quando un misterioso medico (Matthew Goode) gli offre la possibilità di trasferire la sua mente in un nuovo corpo, giovane e sano. Scoprirà però che il corpo in questione non è stato creato in laboratorio, come gli era stato fatto credere, ma è quello di un ex marine (Ryan Reynolds) cui è stata "sovrascritta" la coscienza. E lotterà per salvare la moglie (Natalie Martinez) e la figlioletta dell'uomo. Sceneggiato dai fratelli Alex e David Pastor, a partire da un interessante spunto che ricorda diversi classici racconti di fantascienza (nonché, in parte, il film "Operazione diabolica" di John Frankenheimer), un thriller che si sviluppa poi in maniera banale e stereotipata, con una sceneggiatura scolastica e non sempre convincente. L'idea di base e il potenziale dilemma che l'accompagna, così come la "crescita" del personaggio (Damian è indeciso se smettere di prendere il medicinale che stabilizza la propria coscienza all'interno del corpo che lo ospita), sono sacrificate in favore di scene d'azione tutt'altro che memorabili. E anche la regia di Tarsem, priva dei suoi soliti tocchi visionari, appare professionale ma abbastanza anonima.

26 agosto 2021

Tropical malady (A. Weerasethakul, 2004)

Tropical malady (Satpralat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2004
con Banlop Lomnoi, Sakda Kaewbuadee
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film è diviso in due parti che raccontano storie separate e apparentemente slegate l'una dall'altra: la prima segue la relazione fra il contadino Tong (Kaewbuadee) e il soldato della pattuglia forestale Keng (Lomnoi), ex commilitoni che rimangono amici e infine scoprono di amarsi; la seconda, narrata come se fosse una fiaba e praticamente muta (con tanto di didascalie in sovrimpressione), ci mostra un soldato nella giungla (sempre Lomnoi) alle prese con lo spirito di una tigre (sempre Kaewbuadee) che lo tormenta. Lento, magico, sfuggente, ma anche estremamente noioso, il lungometraggio è a tutti gli effetti un precursore del successivo (e premiato a Cannes) "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" (c'è già un accenno a tale zio in una linea di dialogo di Tong, personaggio che tornerà a sua volta nel film seguente). Se la prima parte incuriosisce nel suo mix di modernità e tradizioni e consente di stringere un legame empatico con i suoi personaggi (in maniera non dissimile da altro cinema del sud-est asiatico, per esempio quello taiwanese di Tsai Ming-liang o quello filippino di Lav Diaz, con cui condivide tempi dilatati e sospesi), a tratti fa però già intravedere la deriva "fuffosa" e antinarrativa che prenderà in seguito. E infatti la soporifera seconda parte smarrisce inevitabilmente la presa sullo spettatore, nonostante le suggestioni soprannaturali e oniriche e l'affascinante ambientazione nella giungla notturna; suggestioni che però puntano solo sull'immagine e non si traducono in sostanza né narrativa né emozionale.

24 agosto 2021

Dancer in the dark (Lars von Trier, 2000)

Dancer in the dark (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Svezia/Francia 2000
con Björk, Catherine Deneuve
***1/2

Rivisto in divx.

Selma (Björk), madre single e immigrata negli Stati Uniti dalla Cecoslovacchia (la storia si svolge negli anni sessanta), lavora come operaia in una fabbrica, è appassionata di vecchi musical e sta diventando cieca per una malattia degenerativa ereditaria di cui non ha fatto parola con nessuno. Lavora duro e risparmia ogni dollaro proprio per consentire al figlio Gene di essere operato e guarito dallo stesso destino quando compirà tredici anni. Ma per difendere il suo prezioso denaro dall'avidità di un vicino di casa, il poliziotto Bill (David Morse), finisce per ucciderlo ed è condannata a morte... Dopo "Le onde del destino", di cui è quasi un film gemello (anche nello stile, ispirato al manifesto Dogme 95: la camera a mano, le inquadrature ravvicinate e ondeggianti, la fotografia sgranata e "povera" – almeno sulla carta – e i colori smorti, il tutto però ravvivato dagli occasionali inserti in cui la protagonista, sognando ad occhi aperti, immagina di trovarsi all'interno di quei musical che ama tanto), LVT porta sullo schermo un'altra storia di estremo sacrificio femminile, con una protagonista pura, innocente, altruista e quasi infantile, che in nome dell'amore per il figlio accetta qualsiasi destino: in questo caso si soffre ancora di più, perché agli occhi della maggior parte del mondo Selma passa ingiustamente per un'assassina spregiudicata, egoista e incapace di amare. Soltanto in pochi – la collega e amica Kathy/"Cvalda" (Catherine Deneuve), il timido corteggiatore Jeff (Peter Stormare), la secondina del carcere Brenda (Siobhan Fallon) – le mostrano empatia e le restano accanto fino alla fine. Il soggetto può certo apparire eccessivamente melodrammatico, con il destino (e la malvagità degli uomini) che si accaniscono in ogni modo sulla nostra eroina, ma il regista danese sceglie volutamente di calcare la mano come nei feuilletton vecchio stile e sa perfettamente come muovere le corde giuste per accrescere l'intensità emotiva e far leva sulla sensibilità dello spettatore, catturandolo in una morsa di emozioni che stritola nel profondo dell'animo (impossibile trattenere la commozione!). E proprio come Selma "evade" dalla realtà con l'immaginazione quando questa si fa troppo dura, anche LVT ci concede occasionali momenti di respiro e di bellezza con le canzoni che nella mente della protagonista, accompagnate da balletti e coreografie proprio come un musical, punteggiano la pellicola (due anni prima Tsai Ming-liang aveva fatto lo stesso in "The hole"). I brani, in stile lo-fi e post-industriale (visto che inglobano i rumori ambientali, come "il ritmo delle macchine"), sono tutti composti e interpretati dalla stessa Björk: la canzone migliore è quella della scena sul treno, "I've Seen It All", nominata anche all'Oscar. In una delle sue rare prove d'attrice, la cantante islandese offre una performance eccezionale, anche se la lavorazione si è rivelata talmente difficile – i rapporti con Lars von Trier non erano certo idilliaci, come ha rivelato in seguito – nonché esaustiva dal punto di vista emotivo da farle dichiarare che non avrebbe più recitato in nessun altro film (ma qualche anno dopo ci ripenserà). Nel cast anche Cara Seymour (Linda, l'inconsapevole moglie di Bill), Jean-Marc Barr (il superiore alla fabbrica), Vincent Paterson (il regista della rappresentazione amatoriale di "Tutti insieme appassionatamente"), Željko Ivanek (il pubblico ministero al processo) e Udo Kier (il dottore). Joel Grey interpreta il ballerino di tip tap Oldřich Nový, idolo d'infanzia di Selma. Come in un musical classico, la pellicola si apre con tre minuti e mezzo di schermo buio, accompagnati dalle note di una "ouverture", mentre si chiude con la "penultima canzone" (in quanto Selma detesta le "ultime canzoni" perché segnalano la fine del film). Il titolo si ispirerebbe alla canzone "Dancing in the dark", dal musical "Spettacolo di varietà" (1953) con Fred Astaire e Cyd Charisse.