30 novembre 2022

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki, 1996)

Nuvole in viaggio (Kauas pilvet karkaavat)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1996
con Kati Outinen, Kari Väänänen
***1/2

Rivisto in divx.

Ilona (Outinen), capocameriera in un ristorante, e il marito Lauri (Väänänen), autista di tram, perdono il lavoro quasi contemporaneamente. E trovarne uno nuovo non è facile, in un mondo e una città che cambia rapidamente e che offre poche garanzie. Dopo aver esaurito ogni possibilità, riusciranno a risollevarsi aprendo un ristorante tutto loro. Dopo "Ombre nel paradiso" e "La fiammiferaia", Kaurismäki firma un altro affresco sui problemi socio-economici delle classi medie e povere, nonché uno dei suoi film migliori, con i suoi attori preferiti e il suo consueto stile asciutto, laconico e bordato di humour (humour finlandese, si badi bene, con personaggi apparentemente inespressivi e sempre silenziosi, in ogni circostanza). I toni malinconici (il rimpianto per il passato e per un mondo "con più stile"), la colonna sonora (dove abbondano canzoni nostalgiche ma anche brani della sesta sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij), le scenografie colorate e la fotografia in chiaroscuro fanno da sfondo a una vicenda quotidiana di due personaggi pieni di dignità anche quando sono alle prese con problemi pressanti come quelli legati al lavoro e alla disoccupazione. Problemi dai quali, a volte, non basta la buona volontà per uscire, anche perché chi è onesto è comunque circondato da imbroglioni grandi e piccoli. Attorno ai due protagonisti ruota un bel cast di caratteristi (Elina Salo, Markku Peltola, Sakari Kuosmanen, Matti Onnismaa), mentre le "nuvole in viaggio" del titolo, quelle verso cui i due coniugi volgono lo sguardo nel finale, rappresentano i momenti buoni o brutti della vita, che vanno e vengono a loro piacimento o portati da un vento imprevedibile. Scene cult: l'uscita dal cinema ("Abbi pazienza, è tua sorella") e quella della riappacificazione fra i coniugi ("Tra noi è finita" - "Torniamo a casa" - "Va bene"). Da notare anche le due brevi sequenze mute che adombrano la tragica perdita di un figlioletto. Come in quasi ogni film del regista finlandese, i protagonisti hanno un cane. Premio speciale al festival di Cannes.

28 novembre 2022

You and me (Fritz Lang, 1938)

You and me
di Fritz Lang – USA 1938
con George Raft, Sylvia Sidney
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

L'ex rapinatore Joe Dennis (George Raft) sta cercando di rifarsi una vita onesta, lavorando come commesso nei grandi magazzini di proprietà del signor Morris (Harry Carey), filantropo che ama dare una seconda possibilità agli ex galeotti. Qui si innamora della collega Helen (Sylvia Sidney) e finisce per sposarla, ignorando che anche la ragazza ha trascorsi criminali: quando lo scopre, per la delusione accetta la proposta dei suoi ex complici di rapinare proprio il negozio in cui lavora. Sarà Helen a insegnare a lui e agli altri ladri perché "il crimine non paga" (e non con un pistolotto morale, ma con un ragionato calcolo... economico!). Il terzo film americano di Fritz Lang è forse uno dei suoi lavori più incompresi e di minor successo (tanto da non essere mai stato importato nel nostro paese, e per questo motivo manca di un titolo italiano), dai toni insoliti che mescolano tanti generi e tipologie di pellicola: si va dalla commedia romantica a quella a sfondo sociale post-Depressione, dal dramma morale al noir gangsteristico, il tutto condito con un'insolita leggerezza (per alcuni critici si tratta dell'unica commedia mai diretta da Lang). Le sequenze notturne e alcune belle scene (quella in cui gli ex galeotti ricordano e rimpiangono i "bei tempi" in cui erano in cella, o quella della "lezione" che Helen elargisce ai rapinatori) e un buon cast di contorno (con tanti attori "secondari" ma brillanti, come Warren Hymer, Barton MacLane, Robert Cummings) forniscono un interessante substrato per un film che però appare decisamente legato al suo tempo e debitore al cosiddetto Lehrstűck, il "teatro didattico" alla Bertolt Brecht: non a caso le musiche sono accreditate a Kurt Weill, sodale di Brecht, che però abbandonò il progetto prima della conclusione, lasciando solo una canzone (quella introduttiva, che ironizza sul consumismo e recita "Non puoi avere niente per niente, devi pagare") e alcuni spezzoni di colonna sonora. Anche la lavorazione fu travagliata, per via di contrasti fra Lang e la sceneggiatrice Virginia Van Hupp (che lavorò su un soggetto di Norman Krasna), nonché fra i due attori protagonisti. Il risultato fu un sonoro flop di pubblico e di critica ("meritato", disse lo stesso Lang), rivalutato solo in tempi recenti.

26 novembre 2022

La figlia dell'inganno (Luis Buñuel, 1951)

La figlia dell'inganno (La hija del engaño)
di Luis Buñuel – Messico 1951
con Fernando Soler, Alicia Caro
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Tradito dalla moglie, e in dubbio sulla paternità della loro figlia, un uomo (Fernando Soler) ripudia la donna e affida la bambina a una coppia di contadini. Vent'anni dopo, diventato ricco (anche se misantropo) e proprietario di un locale notturno, decide di rintracciare la ragazza (Alicia Caro)... Altro film del periodo "alimentare" di Buñuel in Messico, tratto da una commedia teatrale spagnola ("Don Quintín, el amargao") di cui aveva già curato una precedente versione cinematografica, nel 1935, in Spagna (come sceneggiatore, ma non accreditato): di conseguenza, è l'unico soggetto di cui Don Luis ha lavorato a due versioni. Nonostante la trama chiaramente melodrammatica, i toni sono quelli della commedia, se non della farsa, soprattutto nella seconda parte, grazie ad alcuni personaggi secondari – come i due "sgherri" di Don Quintín (Fernando Soto e Nacho Contla), protagonisti di svariati siparietti – e alla parodia degli ambienti gangsteristici. Il finale, però, è decisamente affrettato, con l'improvvisa riconciliazione fra padre e figlia che sembra cadere un po' dal nulla. Niente dunque di memorabile o di "buñueliano", anche se il film si iscrive a buon diritto nel periodo d'oro del cinema messicano di quegli anni. Nel cast Rubén Rojo e Amparo Garrido.

24 novembre 2022

La casa sulla scogliera (Lewis Allen, 1944)

La casa sulla scogliera (The uninvited)
di Lewis Allen – USA 1944
con Ray Milland, Gail Russell
**1/2

Visto in divx.

Il musicista londinese Roderick Fitzgerald (Ray Milland) si trasferisce con la sorella Pamela (Ruth Hussey) in una villa appena acquistata, situata sulla scogliera in Cornovaglia. La casa, rimasta disabitata da vent'anni, ha la fama di essere stregata, dopo la morte della precedente proprietaria Mary Meredith, la cui giovane figlia Stella (Gail Russell), che vi aveva vissuto fino all'età di tre anni e che sembra incapace di staccarsi dai ricordi del passato, ne è attratta in maniera misteriosa e morbosa... In effetti, di notte nelle stanze soffiano strani spifferi, si ode un profumo di mimose e, a volte, persino il pianto di una donna. E quando una forza inspiegabile sembra trascinare Stella verso il baratro della scogliera, Roderick (che nel frattempo se ne è innamorato), decide di indagare, ricorrendo a una seduta spiritica... Da un romanzo dell'irlandese Dorothy Macardle, una ghost story delicata e sospesa, con un finale a sorpresa. Anche se il protagonista sembra Roderick, tutto ruota intorno a Stella, ai suoi traumi passati e alla necessità di superarli per entrare nell'età adulta. I ritmi compassati non sono certo quelli di un horror moderno, così come la tensione e la suspence, spesso sotto il livello di guardia: a renderlo un film interessante sono le atmosfere e l'intricato background della dimora, i cui precedenti abitanti (Mary, la madre di Stella, descritta da tutti come pura e virtuosa; suo marito, pittore fedifrago; e Carmela, la sua "rivale", una zingara spagnola infida e passionale), pur defunti, continuano ad "agire" all'interno del misterioso ambiente e a smuovere la psiche di Stella. Nel cast anche Donald Crisp (il nonno di Stella), Alan Napier (il medico) e Cornelia Otis Skinner (l'inquietante signorina Holloway, ex infermiera e amica di Mary). La canzone "Stella by Starlight", composta nel film da Roderick, diventerà un classico del repertorio jazzistico. Nomination agli Oscar per la fotografia di Charles Lang (che comprende anche un "effetto speciale" nell'apparizione del fantasma). Il regista Lewis Allen era all'esordio nel lungometraggio (aveva diretto soltanto un corto di propaganda in tempo di guerra).

22 novembre 2022

Comeuppance (Derek Chiu, 2000)

Comeuppance (Tin yau ngan)
di Derek Chiu – Hong Kong 2000
con Jordan Chan, Patrick Tam, Sunny Chan
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il sottobosco criminale di Hong Kong è scosso da una serie di omicidi, non riconducibili a una resa di conti fra gang. Vari boss della triade, infatti, vengono misteriosamente avvelenati: chi al night club, chi al ristorante, chi nella sauna... A indagare è il poliziotto Michael (Sunny Chan), che sospetta del giornalista Hak (Jordan Chan), dato che questi scrive una rubrica gialla nella quale si raccontano delitti molto simili a quelli veri. Ma il vero colpevole è il giovane e insospettabile Sung (Patrick Tam), una "persona qualunque" che lavora in un laboratorio fotografico e uccide i criminali per semplice spirito di giustizia, traendo ispirazione talvolta proprio alla rubrica di Hak... Prodotto dalla Milkyway di Johnnie To, un thriller poliziesco dai toni leggeri e con tre protagonisti alla pari, ben diretto e recitato anche se forse si perde un po' nel finale. La sceneggiatura si concentra soprattutto sulla messinscena e sui modi bizzarri in cui il killer riesce ad avvelenare le sue vittime, diventando poi il protagonista di una sorta di feuilleton sui quotidiani (che tutti seguono con curiosità e attenzione), tanto da apparire in brevi sequenze, nell'immaginario popolare, al fianco di altri "anti-eroi" del cinema o della letteratura hongkonghese. Interessante anche il mutuo rapporto fra i fatti reali e quelli di finzione (Sung, con le sue azioni, ispira Hak, che con le sue idee ispira a sua volta Sung). Dei tre personaggi, il poliziotto resta il meno memorabile.

20 novembre 2022

Mio cugino Vincenzo (Jonathan Lynn, 1992)

Mio cugino Vincenzo (My cousin Vinny)
di Jonathan Lynn – USA 1992
con Joe Pesci, Marisa Tomei
**1/2

Rivisto in TV (Disney+).

Quando i giovani newyorkesi Billy (Ralph Macchio) e Stan (Mitchell Whitfield), di passaggio per l'Alabama, vengono arrestati dalla polizia locale con l'accusa di aver ucciso il commesso di una stazione di servizio (confessando fra l'altro il delitto, sia pure senza volerlo, visto che credevano di essere stati incriminati per non aver pagato una scatoletta di tonno), i due decidono di ricorrere all'aiuto legale del cugino di Billy, Vincenzo Gambini (Joe Pesci), avvocato appena iscritto all'albo e senza alcuna esperienza in aula. "Con dieci euro mio cugino lo faceva meglio": chi non ha mai pensato di risparmiare qualcosa rivolgendosi ad un aiuto in famiglia? Ma forse, se c'è di mezzo la propria vita (i due ragazzi rischiano la sedia elettrica), la questione è un pelo più delicata. Eppure, nonostante l'apparente inettitudine, e pur scontrandosi a più riprese con un giudice inflessibile e puntiglioso (Fred Gwynne) che non sopporta il suo andare sopra le righe (per non parlare dei suoi modi da italo-americano, decisamente fuori posto nel profondo Sud), il buon Vincenzo riuscirà a smontare le testimonianze e a fare chiarezza nella vicenda, anche con l'aiuto della vistosa ed eccentrica fidanzata Mona Lisa (Marisa Tomei) e delle sue conoscenze in campo automobilistico. Courtroom drama, anzi comedy, che gioca sugli equivoci (nella prima parte i fraintendimenti si sprecano) e sullo scontro fra personalità e ambienti opposti (Vincenzo e gli altri personaggi provenienti da Brooklyn si ritrovano immersi in uno stato, l'Alabama, che viaggia su... binari differenti), con buoni momenti comici e personaggi ben caratterizzati. L'inizio è un po' lento, ma poi la pellicola decolla e, come ogni film ambientato in tribunale che si rispetti, si fa via via più avvincente fino alla risoluzione finale. Divertenti, in particolare, i continui siparietti fra Vincenzo e il giudice. Molti i dialoghi e le scene (si pensi alla lite con il giocatore di biliardo, o allo scambio sul rubinetto rotto) che ironizzano sulla litigiosità e l'ossessione ai dettagli di un paese, gli Stati Uniti, dove pare che esista un avvocato ogni 300 abitanti. Premio Oscar (a sorpresa) per Marisa Tomei come attrice non protagonista: così a sorpresa che nacque presto una leggenda urbana, priva di fondamento, secondo la quale l'annunciatore sbagliò a leggere il nome nella busta.

18 novembre 2022

Titane (Julia Ducournau, 2021)

Titane (id.)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2021
con Agathe Rousselle, Vincent Lindon
***

Visto in TV (Now Tv).

Dopo aver fatto sesso con un'automobile (una Cadillac, per la precisione!), la taciturna e psicopatica ballerina Alexia (Agathe Rousselle) – che ha una placca di titanio nel cranio, in seguito a un'incidente in macchina quando era piccola – fugge di casa lasciandosi dietro una scia di sangue, e assume l'identità di Adrien, un ragazzo scomparso da dieci anni. Il padre di questi (Vincent Lindon), folle e carismatico comandante di una caserma di pompieri, la accoglie nella propria casa (e nella propria squadra), riconoscendola come suo figlio: o forse sa benissimo che non lo è, ma nel suo delirio la considera tale. Quello che Vincent ignora, però, è che Alexia è incinta di un ibrido uomo/macchina al titanio, appunto. Il secondo lungometraggio (dopo "Raw") di Julia Ducournau, vincitore a sorpresa al festival di Cannes (è la seconda Palma d'Oro assegnata a una regista donna, dopo quella a Jane Campion per "Lezioni di piano" che però aveva vinto ex aequo), è un film bizzarro, sorprendente, estremo, in certe cose disturbante, ma di sicuro originalissimo (anche se debitore, per certi versi, al cinema di David Cronenberg, Shinya Tsukamoto e Takashi Miike). La protagonista psicopatica e serial killer, l'assurdità della contaminazione uomo/macchina (con tanto di... perdite d'olio anziché di sangue o liquido amniotico), le atmosfere trasgressive, stranianti e surreali sono comunque al servizio della psicologia e dei sentimenti dei personaggi, evidenti in particolare nel rapporto "fra padre e figlio" che si instaura fra Vincent e Alexia/Adrien, ciascuno dei quali alla disperata ricerca di una "ricucitura" delle ferite di un passato tragico (solo accennato, ma non difficile da ricostruire). Affascinante e inquietante l'atmosfera, ottima la recitazione, ardita la regia (ben servita dalla colorata fotografia di Ruben Impens): è un film che difficilmente lascia indifferenti, nel bene e nel male, ma che merita di essere premiato per il tentativo di andare oltre i luoghi comuni del cinema preconfezionato. La bella colonna sonora di Jim Williams è condita da alcune canzoni fra cui anche una in italiano, "Nessuno mi può giudicare" di Caterina Caselli.

16 novembre 2022

Il tesoro (G. W. Pabst, 1923)

Il tesoro (Der Schatz)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1923
con Hans Brausewetter, Lucie Mannheim
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Svetelenz (Werner Krauss), lavorante al servizio di un fabbricante di campane (Albert Steinrück), si convince che nella casa del suo padrone è nascosto un tesoro, sepolto prima dell'occupazione dei turchi. A trovarlo sarà Arno (Hans Brausewetter), giovane orafo e scultore, ma Svetelenz se ne impossesserà con l'inganno, con l'intenzione di cederlo al padrone in cambio della mano di sua figlia Beate (Lucie Mannheim), che invece è innamorata proprio di Arno... Il primo film diretto dall'austriaco G. W. Pabst, uno dei più influenti registi di lingua tedesca durante la repubblica di Weimar, è una parabola sull'avidità umana, di ambientazione quasi medievale, che mette a confronto tre personaggi accecati dalla brama di oro – il mastro campanaro, sua moglie (Ilka Grüning) e Svetelenz – con due che invece scelgono l'amore e la povertà (Arno e Beate). La storia è semplice ma girata con mestiere. Oltre ai personaggi, ben caratterizzati, spiccano i set e le scenografie, in particolari gli interni della casa e della fonderia delle campane, costruiti da un team di architetti influenzati dalla corrente dell'espressionismo. Eppure, già in questo film d'esordio si nota la tendenza di Pabst ad allontanarsi dall'astrazione e dall'espressionismo tedesco per muoversi in direzione di un maggiore naturalismo e di un certo realismo, come dimostreranno i suoi lavori successivi. Esiste una colonna sonora originale, appositamente composta da Max Deutsch.

15 novembre 2022

Swiss Army Man (Daniels, 2016)

Swiss Army Man - Un amico multiuso (Swiss Army Man)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2016
con Paul Dano, Daniel Radcliffe
**

Visto su Rakuten Tv.

Naufragato su un'isola deserta, Hank (Paul Dano) viene salvato grazie al provvidenziale arrivo di Manny (Daniel Radcliffe), "cadavere vivente" le cui funzioni corporee, misteriosamente ancora attive, gli permettono di sopravvivere nella foresta e di tornare alla civiltà. Fra i due nasce anche una profonda amicizia: ma non tutto è come sembra... Bizzarrissima black comedy, opera prima del duo di registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert (noti collettivamente come i "Daniels" e in precedenza autori di video musicali), un film carico di una comicità assurda e demenziale che sconfina a tratti nell'esistenzialismo. Certo, le gag su scorregge ed erezioni sono alquanto infantili, e la pellicola rischia più volte, sin dall'inizio, di indisporre uno spettatore che potrebbe persino annoiarsi per le lunghe sequenze in cui sono in scena soltanto i due personaggi (uno dei quali, appunto, "cadaverico"), isolati in mezzo alla natura, con il primo che cerca di spiegare al secondo come funzionano le cose della vita (a cominciare dall'amore): ma nel finale la stupidità lascia spazio a una sorta di visione filosofica del mondo e dei rapporti sociali che eleva l'insieme oltre il semplice cartoon o una delle tante varianti di titoli come "Weekend con il morto". Bravo Dano, mentre Radcliffe recita sempre immobile e inespressivo (e la cosa non gli riesce difficile): eppure, al di là degli scherzi, questa è forse una delle sue migliori interpretazioni. Nel cast, nelle scene finali, anche Mary Elizabeth Winstead (Sarah, la ragazza "amata" da Hank). Il titolo originale si riferisce al coltellino svizzero (Swiss Army knife), giustamente tradotto con "multiuso" nel doppiaggio italiano.

13 novembre 2022

Il matrimonio dei benedetti (M. Makhmalbaf, 1989)

Il matrimonio dei benedetti (Arusi-ye khuban)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1989
con Mahmud Bigham, Roya Nonahali
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Haji (Mahmud Bigham), fotografo di guerra, soffre di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) in seguito agli orrori e alle atrocità di cui è stato testimone (il conflitto fra Iran e Iraq, cui ha partecipato come soldato; la guerra civile in Libano; le carestie nei paesi africani). Tornato alla vita civile, fa fatica a riadattarsi ed è costantemente turbato da immagini, pensieri e visioni. La fidanzata Mehri (Roya Nonahali) vorrebbe sposarlo, nella speranza che il matrimonio lo aiuti a recuperare felicità e serenità, nonostante l'opposizione del padre. Ma proprio durante la cerimonia, Haji avrà una ricaduta... Uno dei film più "forti" ed espressionisti di Makhmalbaf, una discesa nella follia e nell'incubo di un uomo che ha vissuto l'orrore e non riesce più a dimenticarlo. Punteggiato da una serie di visioni e di flashback, che la regia moderna (con ardite soggettive), il montaggio, la fotografia, l'uso del sonoro e la musica sottolineano con veemenza, il percorso di Haji sembra una strada senza uscita che si ripiega su sé stessa, come testimonia il suo "reportage" notturno per la città, dopo aver ricominciato a lavorare al giornale, nel quale scatta istantanee clandestine ai disagiati, i disperati e i poveri che affollano le strade (all'interno di questa sequenza, il film "rompe" suo malgrado la quarta parete – cosa peraltro non certo insolita per il cinema iraniano – quando una pattuglia di poliziotti chiede a Makhmalbaf e alla sua troupe se hanno il permesso per girare). Nel frattempo Mehri, proveniente da una famiglia ricca e privilegiata (a sua volta è un'artista), cerca di risvegliare in lui i ricordi del loro passato felice (i due si conoscevano sin da piccoli) e di convincerlo a non sentirsi responsabile o farsi carico di tutti i problemi del mondo. Curiosità: il film era citato in "Close up" di Abbas Kiarostami, nel quale Makhmalbaf recitava nel ruolo di sé stesso.

12 novembre 2022

Dolce inganno (George Stevens, 1937)

Dolce inganno (Quality Street)
di George Stevens – USA 1937
con Katharine Hepburn, Franchot Tone
**1/2

Rivisto in DVD.

Nell'Inghilterra di inizio Ottocento, la giovane Phoebe (Katharine Hepburn) soffre una delusione d'amore quando il dottor Brown (Franchot Tone), il gentiluomo di cui era invaghita e dal quale si aspettava una proposta di matrimonio, sceglie invece di abbandonarla per arruolarsi e partire per le guerre napoleoniche. Quando l'uomo tornerà, dieci anni dopo, Phoebe gli farà credere di essere la propria nipote Livy, più giovane e sbarazzina, e cercherà di sedurlo per vendicarsi di lui, non immaginando che invece Brown nel frattempo ha messo chiarezza nei propri sentimenti e ha deciso di sposare proprio la "vecchia" Phoebe... Da un'opera teatrale di J. M. Barrie (l'autore di "Peter Pan"), già portata al cinema in versione muta nel 1927, una commedia degli equivoci romantica e delicata, tutta ambientata in un quartiere, anzi in una strada (Quality Street, appunto), popolata da giovani e vecchie zitelle che sognano avventure sentimentali e spettegolano su ogni cosa. Attorno alla splendida Hepburn, che veicola tante emozioni allo stesso tempo, si aggirano infatti parenti e amiche impertinenti e curiose, mentre la trovata del travestimento, per quanto inverosimile (come può Phoebe sembrare una versione più giovane di sé stessa con tanta facilità? Risposta: è la magia del teatro!), fornisce il necessario spunto per movimentare la vicenda. Non manca poi una robusta dose di comicità, offerta soprattutto dai personaggi del sergente reclutatore (Eric Blore) e della cuoca di casa (Cora Witherspoon). Nel buon cast anche Fay Bainter (Susan, la sorella maggiore di Phoebe) ed Estelle Winwood (Mary, una delle vicine impiccione). Ottima la regia di Stevens.

10 novembre 2022

Triangle of sadness (Ruben Östlund, 2022)

Triangle of sadness (id.)
di Ruben Östlund – Svezia/Ger/Fra 2022
con Harris Dickinson, Charlbi Dean
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Carl (Harris Dickinson) e Yaya (Charlbi Dean), giovani modelli e "influencer", partecipano a una crociera di lusso a bordo di uno yacht ricolmo di russi folli e arricchiti, imprenditori superficiali e mercanti d'armi insensibili. Fra un episodio e l'altro, la crociera si rivela più movimentata del previsto. E dopo un naufragio, alcuni dei superstiti finiranno su un'isola deserta, dove i rapporti sociali si rovesceranno (l'addetta alle pulizie sulla nave, essendo l'unica in grado di procurare il cibo agli altri, diventa il capo della nuova comunità). Dopo aver vinto la Palma d'Oro a Cannes con un quadrato ("The square" nel 2017), Östlund la rivince con un triangolo (il "triangle of sadness", viene spiegato nella scena iniziale, è la zona delle rughe fra le sopracciglia). E ancora una volta prende di mira, attraverso il linguaggio della satira e del grottesco, i paradossi e le storture di una società dominata dalla vacuità, dalle apparenze e dal denaro, focalizzandosi in particolare sulla moda (dove la bellezza è una "valuta di scambio") e sul mondo dei super-ricchi. Come hanno fatto illustri precedenti prima di lui (vengono in mente il Buñuel de "Il fantasma della libertà" e il Ferreri de "La grande abbuffata", ma anche certe cose di Pasolini o, in tempi recenti, il Bong Joon-ho di "Parasite"), il regista svedese punta sul surreale contrasto fra gli opposti: dai ruoli di genere del maschio e della femmina a livello di regole sociali (vedi il litigio fra Carl e Yaya su chi debba pagare il conto al ristorante) o di rapporti di forza (il matriarcato instaurato sull'isola da Abigail (Dolly De Leon), con Carl nel ruolo del "concubino"); al dibattito "ideologico" fra l'americano comunista (il capitano della nave, interpretato dall'unica star della pellicola, Woody Harrelson) e il russo capitalista (Zlatko Burić); al contrasto fra la raffinatezza della ricchezza (i piatti di alta cucina alla cena sullo yacht) e l'oscenità e il lerciume corporale causato dal mal di mare (vomito e merda! A proposito, sul grande schermo non si vedeva una scena di vomito così dai tempi di "Stand by me", o forse da "Il senso della vita" dei Monty Python). Per non parlare del conflitto fra la civiltà e il "ritorno alle origini", basato sulla necessità di sopravvivere, dei naufraghi che, isolati dal mondo, ribaltano tutte le loro priorità e le regole cui obbedivano in precedenza. Il risultato è un film provocatorio, proprio come era "The square" (ricordiamo tutti la scena dello scimmione sui tavoli), capace di scuotere e far pensare lo spettatore come poche altre pellicole recenti. Fosse uscito negli anni sessanta o settanta, magari firmato da uno dei registi sopra citati, non ci sarebbe stato da stupirsi: ma oggi, in un'epoca di cinema sempre più commerciale, adolescenziale e preconfezionato, Östlund è certamente una mosca bianca. Se dunque il film – a tratti forzato, esagerato e ridondante (soprattutto nella seconda delle tre parti in cui è diviso, intitolate rispettivamente "Carl e Yaya", "Lo yacht" e "L'isola") – non è forse all'altezza dei lavori precedenti del regista (si pensi anche a "Forza maggiore"), riesce comunque a spiccare nel piattume generale che lo circonda. Nell'ottimo cast corale anche Vicki Berlin (Paula, l'addetta alla sicurezza sullo yacht), Iris Berben (la turista tedesca che si esprime con un'unica frase, "In den Wolken!"), Henrik Dorsin e Jean-Christophe Folly.

8 novembre 2022

Wendell & Wild (Henry Selick, 2022)

Wendell & Wild (id.)
di Henry Selick – USA 2022
animazione a passo uno
**

Visto in TV (Netflix).

Per riportare in vita i genitori defunti, l'orfana ribelle Kat Elliot stringe un patto con i suoi "demoni personali", Wendell e Wild, accettando di "evocarli" sulla Terra, dove i due demoni intendono costruire un parco dei divertimenti (!). Seguirà caos. A tredici anni di distanza da "Coraline", Henry Selick torna alla regia con un altro film animato in stop motion, sceneggiato insieme a Jordan Peele (che, in coppia col comico Keegan-Michael Key, suo sodale di vecchia data, fornisce le voci dei due demoni in questione), sempre all'insegna della commedia horror e macabra. I personaggi sono tantissimi: dalla protagonista punk e trasgressiva, all'amico Raul e le altre compagne della scuola cattolica in cui viene rinchiusa, dal diavolo "capo" Buffalo Belzer (Ving Rhames) alla suora esorcista Sorella Helley (Angela Basset), dal prete zombie Padre Best ai loschi imprenditori Lane e Irmgard Klaxon che intendono arricchirsi costruendo "prigioni private", più molti altri ancora: in effetti soggetto e sceneggiatura sono così densi di eventi e di personaggi da lasciare poco respiro all'insieme, dando luogo a una narrazione confusa, con tanti cambi di direzione e spunti accennati senza il necessario approfondimento. Fra momenti bizzarri e surreali, altri di pura black comedy in stile Grand Guignol, inconsueti messaggi sociali e politici e numerose sequenze slapstick, si rischia di perdere la trebisonda. Ma la pellicola si tiene a galla per il suo aspetto visivo, sempre interessante a livello grafico (ai pupazzi 3D si affiancano sezioni in cutout animation), e per quello che è forse l'unico filo conduttore della storia svolto con coerenza, ovvero le riflessioni sul rapporto fra genitori e figli (non solo Kat con i suoi, ma anche i due demoni con il padre satanico e la compagna di classe Siobhan con i due imprenditori). Visti i progressi della tecnica, l'animazione a passo uno è ormai quasi indistinguibile da quella al computer (e in un certo senso è un peccato).

6 novembre 2022

Cars 3 (Brian Fee, 2017)

Cars 3 (id.)
di Brian Fee – USA 2017
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Il campione delle corse automobilistiche Saetta McQueen deve vedersela con un nuovo rivale, il giovane Jackson Storm, e in generale con una nuova generazione di piloti che minacciano di spodestare le vecchie glorie come lui. Sull'orlo del pensionamento, è costretto dal suo nuovo sponsor Sterling ad affidarsi ai consigli della "coach motivazionale" Cruz Ramirez. Ma sarà invece McQueen a ispirare Cruz a diventare a sua volta una pilota e a scendere in pista per vincere la gara contro Storm. Il terzo capitolo di "Cars", il primo non diretto dal veterano e creativo John Lasseter ma dall'esordiente Brian Fee (in un insolito parallelo con la trama del film stesso!), è decisamente migliore del secondo (forse perché, come il primo, torna a essere un lungometraggio sportivo a tutti gli effetti e a concentrarsi quasi esclusivamente sul protagonista) e affronta un tema interessante e, a suo modo, pregnante: quando giunge il momento di "appendere le gomme al chiodo"? L'arrivo di nuovi e sempre più aggressivi rivali, che fanno ricorso a metodi di allenamento ultramoderni e contro i quali gli anziani campioni non possono più competere, rappresenta un momento di crisi che va affrontato nel migliore dei modi: c'è chi abbandona la lotta, chi non rinuncia a gareggiare e chi, più saggiamente, riesce a riciclarsi in una nuova forma, come quella del mentore nei confronti di una nuova generazione. Nonostante la semplicità estetica (i personaggi di "Cars", per evidenti ragioni di design, non sono certo i più ispirati a livello grafico fra tutte le franchise della Pixar) e una generale limitatezza di scenari per quello che sembrava in tutto un film minore, ancora una volta si resta colpiti di come la sceneggiatura sappia affrontare questioni mature senza banalizzarle, coinvolgendo al tempo stesso gli spettatori di ogni età in una vicenda sportiva intrigante, condita da personaggi simpatici e buone caratterizzazioni (comprese le new entry). Non so se ci saranno ulteriori episodi ma, se così non fosse, per Saetta questa è un'ottima uscita di scena.

5 novembre 2022

Making a splash (Peter Greenaway, 1984)

Making a splash
di Peter Greenaway – GB 1984
con attori non professionisti
***

Visto su YouTube.

Uno dei più affascinanti fra i lavori meno noti di Peter Greenaway, questo "piccolo" documentario senza parole (ad accompagnare le immagini c'è solo l'incessante e indispensabile musica di Michael Nyman), sul rapporto fra l'uomo e l'acqua, è il degno erede – vista l'ambientazione prevalente in piscina e il focus, nella seconda parte, sugli allenamenti di una squadra di nuoto sincronizzato – del "Taris" di Jean Vigo. Il rapido succedersi di immagini, movimenti, colori, luci, suoni e musica dà vita a un'armonia che cattura immediatamente lo spettatore, anche perché celebra qualcosa che è di natura ancestrale, un legame con le nostre origini, in tutti i sensi. Si comincia con piccole gocce che cadono dalle foglie, che formano poi rigagnoli, cascatelle e infine fiumi, popolati da pesci. Giungiamo infine alle piscine, dove i neonati muovono i primi passi, lasciando poi il posto a bambini e adolescenti che giocano o si lanciano in acqua dagli scivoli, ad adulti che si tuffano, a sportivi che nuotano o competono, fino a mostrare, nella lunga parte conclusive, le evoluzioni coreografate e caleidoscopiche delle danzatrici del nuoto sincronizzato, il tutto inframmentato occasionalmente da superfici marine o increspature sull'acqua (dai riflessi scintillanti o illuminate dal rosso del sole al tramonto o dal biancore della luna) e incorniciato da un montaggio rapido e ritmico, che va di pari passo con la colonna sonora di Nyman (il brano è "Water dances").

4 novembre 2022

Total Balalaika Show (Aki Kaurismäki, 1994)

Total Balalaika Show (id.)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1994
con i Leningrad Cowboys
**1/2

Rivisto su YouTube.

Registrazione del concerto tenuto a Helsinki nel 1993 dai Leningrad Cowboys (rock band di cui Kaurismäki aveva già diretto due film di finzione), accompagnati dall'orchestra e dal coro dell'armata russa Alexandrov: il programma è un mix fra classici del rock occidentale (da "Happy Together" a "Knockin' on Heaven's Door") e popolari brani della tradizione russa (da "Kalinka" a "Oci ciornie"), fino al gran finale con "Those Were the Days". I musicisti si esibiscono nella piazza del Senato della capitale finlandese, davanti a un'enorme folla. E la commistione colorata fra i bizzarri rocker finlandesi (con i loro ciuffi spropositati, gli occhiali scuri e le scarpe appuntite) e gli impettiti militari russi (in uniforme) è quantomeno straniante, ma le reciproche interazioni sono gioiose e contagiose: un vero inno all'universalità della musica, che unisce le culture e promuove le amicizie. La regia di Kaurismäki, pur non rinunciando a sottolineare alcuni aspetti autoironici, si mette modestamente al servizio del concerto e della musica, senza vezzi autoriali (giusto l'incipit, in cui si vedono i rispettivi gruppi firmare il contratto di collaborazione a Mosca, e i cartelli muti con i titoli delle varie canzoni, che richiamano i capitoletti dei due precedenti lungometraggi).

2 novembre 2022

Midsommar (Ari Aster, 2019)

Midsommar - Il villaggio dei dannati (Midsommar)
di Ari Aster – USA/Svezia 2019
con Florence Pugh, Jack Reynor
***

Visto in TV (Prime Video).

La studentessa americana Dani (Florence Pugh), insieme al fidanzato Christian (Jack Reynor) ed altri amici interessati ai riti e all'antropologia, si reca in un remoto villaggio nel nord della Svezia per assistere a un antico e misterioso festival pagano che celebra la "mezza estate". Ma ben presto i ragazzi – fra i quali già serpeggia una certa tensione, e che non esitano nel far uso di droghe – si accorgono che, dietro l'atmosfera quasi hippy e idilliaca e all'accoglienza apparentemente cordiale degli abitanti del villaggio, si nascondono usanze e cerimonie bizzarre e ancestrali, legate alla natura e al ciclo della vita e della morte. Il secondo film di Aster dopo "Hereditary" del 2018 è un horror decisamente particolare, dalle atmosfere sospese e inquietanti, che non punta su mostri o jump scare bensì su un senso crescente di straniamento, cui la protagonista, peraltro, non è affatto insensibile: proprio lei, fra tutti, si scoprirà sempre più assorbita dagli strani riti e dalle usanze del villaggio, al punto da entrare lentamente a far parte di quella che è un'unica grande "famiglia", comprendendo e accettando il significato delle cerimonie meglio degli altri, mentre gli amici, perché rifiutano o trasgrediscono le regole (come in una fiaba), faranno una brutta fine, in un crescendo terrificante. A livello di contenuti non mancano elementi disturbanti, come il suicidio, la disabilità, l'endogamia. A livello di stile, invece, la bella regia sa come creare una sensazione di sospensione angosciante senza dover ricorrere a particolari effetti speciali (solo scenografie e costumi, ma anch'essi molto semplici: quasi tutti il film è girato in esterni e in un grande campo verde, con una fotografia luminosa – d'altronde siamo sotto il sole di mezzanotte – mentre gran parte degli abiti degli abitanti del villaggio sono tuniche bianche). Anche in questo caso, brutto e del tutto inappropriato il sottotitolo italiano (che c'entrano i dannati?), che richiama il classico di Wolf Rilla del 1960 (o il suo remake di John Carpenter), con cui non ha invece nessun legame.

31 ottobre 2022

Hereditary (Ari Aster, 2018)

Hereditary - Le radici del male (Hereditary)
di Ari Aster – USA 2018
con Toni Collette, Alex Wolff
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Poco tempo dopo la morte della vecchia madre, Annie Graham (Toni Collette) perde anche la figlia Charlie (Milly Shapiro) in un bizzarro incidente provocato dal figlio Peter (Alex Wolff). Le difficoltà a elaborare il lutto, i rancori mai sopiti e i problemi personali (soffre di sonnambulismo, ha strane visioni) la mandano in crisi nei rapporti famigliari e nel lavoro. E nonostante lo scetticismo del marito Steve (Gabriel Byrne), che la crede pazza, si convince di essere vittima di una strana setta, di cui proprio sua madre era a capo, che intende evocare un demone... Il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore Ari Aster, dopo diversi corti, è un horror psicologico su una famiglia disfunzionale, in preda a sensi di colpa, risentimenti e relazioni irrisolte, che si colora poi di soprannaturale (guardando in parte a "Rosemary's baby") e che brilla soprattutto per la confezione. L'ottima regia, molto attenta alle scenografie (d'altronde Annie si occupa di realizzare diorami e modellini in scala, e gran parte delle inquadrature degli ambienti fanno sembrare le stanze quasi finte), è a tratti kubrickiana, con un uso sapiente di movimenti lenti e geometrie interne. Convince meno la sceneggiatura: la sua complessità finisce per sembrare meccanica e un po' fine a sé stessa, con un accumulo di elementi nella prima parte in attesa del payoff nella seconda: insomma, vuole provarci un po' troppo. Discrete le prove degli attori, ottimo il riscontro della critica. Una nota sulla distribuzione: c'era proprio bisogno di un sottotitolo italiano ("Le radici del male")?

30 ottobre 2022

Splatters - Gli schizzacervelli (P. Jackson, 1992)

Splatters - Gli schizzacervelli (Braindead)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1992
con Timothy Balme, Diana Peñalver
**1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Lionel (Timothy Balme) vive con una madre severa e "castratrice" (Elizabeth Moody), che ostacola in ogni modo la sua relazione romantica con la commessa Paquita (Diana Peñalver). Quando la donna viene morsa da una scimmia-topo della Sumatra, si trasforma in uno zombie immortale che contagia col proprio morso conoscenti e parenti. E il povero Lionel avrà il suo da fare nel tenere a bada l'orda di zombie con robuste dosi di tranquillanti... Il terzo lungometraggio di Peter Jackson, dopo "Fuori di testa" e "Meet the Feebles", è una commedia horror caotica e anarchica, demenzialmente trash e sopra le righe, piena di momenti splatter e di un disgustoso body horror. Dall'incipit alla "Indiana Jones" con gli esploratori a Skull Island (una citazione da "King Kong") in cerca della scimmia-topo ("Singaia!") al lungo e truculento finale, una vera orgia di sangue finto e frattaglie varie, la pellicola diverte all'insegna dei suoi eccessi e di una regia inventiva che si appoggia sulle lezioni di Sam Raimi (l'uso del grandangolo, i primissimi piani, il montaggio serrato, le inquadrature sghembe, le soggettive e la fotografia colorata) e di Ray Harryhausen (le animazioni a passo uno, gli effetti speciali "artigianali"). Rispetto ai due film precedenti, la qualità dei suddetti effetti è decisamente migliore e il loro uso è più esteso. E se in certi punti la sceneggiatura (di Stephen Sinclair, Fran Walsh e lo stesso Jackson) dà la sensazione di procedere per accumulo di situazioni divertenti ma anche fini a sé stesse, incentrate su un umorismo slapstick/nero a tratti eccessivo (vedi, per esempio, la scena con il neonato zombie che Lionel porta al parco, peraltro aggiunta da Jackson a fine lavorazione perché dal budget erano avanzati dei soldi), bisogna però riconoscere che in una pellicola come questa non è certo la trama che conta. Memorabile il prete che combatte gli zombie a colpi di arti marziali ("Qui ci vuole il ninja di Dio!"). La vicenda è ambientata nella città natale di Jackson, Wellington, negli anni '50. L'adattamento e il doppiaggio italiano si prendono molte libertà, accentuando la scurrilità dei dialoghi.

28 ottobre 2022

Fuori di testa (Peter Jackson, 1987)

Fuori di testa (Bad taste)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1987
con Peter Jackson, Craig Smith
***

Rivisto in divx.

Nella campagna neozelandese, un piccolo nucleo di agenti speciali inviati dal governo deve vedersela con un'invasione di alieni cannibali, scoprendo che gli extraterrestri lavorano per una compagnia di fast food intergalattica e intendono fare provviste di carne umana. Il primo film di Peter Jackson è un lavoro amatoriale (girato con pochi soldi e insieme a un gruppo di amici) che mette in mostra tutte le qualità cinematografiche e... artigianali del futuro regista de "Il Signore degli Anelli". Le scene splatter e "disgustose" abbondano (cervelli scoperchiati, tanto sangue e "frattaglie", bevute di vomito), così come costumi "fatti in casa" (gli alieni "patatosi", le cui maschere hanno le dimensioni del... forno nella cucina della madre di Jackson, dove sono state preparate) e practical effects (la casa vittoriana che decolla nel finale, ovvero un modellino spettacolarmente ben riuscito) debitori della lezione di Tom Savini: il tutto al servizio di una trama assurda e di momenti grotteschi a loro modo indimenticabili (la pecora che esplode!) e che naturalmente fanno parte del gioco. Il risultato è ridicolmente appassionante e divertente, grazie anche al dinamismo della regia, con camera mobile e a mano (nello stile del Sam Raimi de "La casa") e una musica che aggiunge dimensione alle scene d'azione. Quasi tutti recitano in più ruoli: Jackson stesso interpreta sia Derek, lo scienziato del gruppo (che perde pezzi di cervello e deve chiudersi il cranio con la cintura dei pantaloni), sia Robert, uno degli alieni. Inizialmente doveva trattarsi solo di un cortometraggio di 20 minuti, che poi è stato ampliato. La lavorazione si è protratta per quattro anni. Un bel documentario, "Good taste made bad taste", ne svela i retroscena e i metodi artigianali usati, grazie ai quali Jackson e i suoi collaboratori (qui c'è già il montatore Jamie Selkirk) si sono fatti le ossa per i film successivi (compresa la trilogia tolkieniana).

26 ottobre 2022

Licantropus (Michael Giacchino, 2022)

Licantropus (Werewolf by Night)
di Michael Giacchino – USA 2022
con Gael García Bernal, Laura Donnelly
**

Visto in TV (Disney+).

Alla morte di Ulysses Bloodstone, leader di una setta segreta che da secoli dà la caccia a mostri e varie creature soprannaturali, un gruppo di "cacciatori" si raduna per scegliere il suo successore, colui che deterrà il potere della Bloodstone, pietra magica in grado di influenzare la psiche dei suddetti mostri. Fra i candidati, che dovranno competere fra loro dando la caccia a una bestia catturata per l'occasione (il tutto ricorda il classico "La pericolosa partita" del 1932), ci sono anche Elsa (Laura Donnelly), figlia ripudiata di Ulysses, e Jack (Gael García Bernal), che in realtà è a sua volta un mostro, per la precisione un licantropo, un lupo mannaro che si trasforma nelle notti di luna piena, e che si è introdotto nella setta con l'unico scopo di liberare l'oggetto della caccia, il suo amico Ted (ovvero l'Uomo-Cosa!). Primo "special televisivo" per il Marvel Cinematic Universe, di un'ora scarsa di durata e pubblicato in streaming sulla piattaforma Disney+ sotto Halloween: lo stile e l'estetica sono quelli dei vecchi film di mostri della Universal, tanto da essere girato quasi tutto in bianco e nero (a parte i riflessi rossi emanati dalla Bloodstone, e il breve finale a colori che richiama "Il mago di Oz", con tanto di canzone "Somewhere over the rainbow" a sottolinearlo). Il titolo italiano, "Licantropus", è il nome con cui il personaggio dei fumetti era stato pubblicato nel nostro paese: faceva parte di un gruppo di character horror (come anche Dracula, la Mummia vivente e lo stesso Uomo-Cosa) con cui la Marvel aveva provato a differenziare la propria offerta negli anni settanta, uscendo dall'alveo dei "semplici" supereroi. Rispetto ai normali film del MCU, questo speciale è decisamente su piccola scala, alquanto esile e superficiale (le caratterizzazioni dei personaggi latitano: gli altri cacciatori di mostri, in particolare, sono macchiette senza profondità), ma quantomeno divertente da vedere per una serata fra amici. Harriet Sansom Harris è Verusa, vedova di Ulysses e matrigna di Elsa. Alla regia c'è il compositore (!) Michael Giacchino.

24 ottobre 2022

Possessor (Brandon Cronenberg, 2020)

Possessor (id.)
di Brandon Cronenberg – Canada/GB 2020
con Andrea Riseborough, Christopher Abbott
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Tasya Vos (Andrea Riseborough) lavora come killer per un'organizzazione che sfrutta un'avanzata tecnologia neurale per trasferire la coscienza dei propri sicari in altre persone e usarle per commettere gli omicidi. Il suo nuovo incarico consiste nel prendere possesso di Colin (Christopher Abbott), fidanzato con la figlia di un magnate dell'informatica (Sean Bean), e uccidere quest'ultimo. Ma qualcosa va storto durante la procedura, e Tasya scopre di non riuscire a controllare del tutto Colin ma soprattutto di avere difficoltà ad uscire dal suo corpo... Scritto e girato dal figlio di David Cronenberg, un thriller fantascientifico freddo e disturbante, decisamente nello stile del padre: la psiche, la memoria e i corpi vengono scambiati e sconvolti, fra allucinazioni e perdita del sé, e proprio questi sono gli aspetti più interessanti, al di là della trama legata all'organizzazione che compie gli omicidi (per non parlare della strana azienda di data mining in cui lavora Colin, che tramite webcam invade la privacy altrui per catalogare oggetti di arredamento o di uso quotidiano). La crescente alienazione della killer, che dopo ogni missione rischia di lasciare una parte di sé nel corpo che aveva posseduto, fa il resto. Un film interessante e ben fatto, sgradevole a tratti ma volutamente. Bella la fotografia di Karim Hussain. Nel cast anche Jennifer Jason Leigh (il boss di Tasya), Tuppence Middleton (la fidanzata di Colin) e Rossif Sutherland (l'ex marito di Tasya).

22 ottobre 2022

Re-Animator (Stuart Gordon, 1985)

Re-Animator (id.)
di Stuart Gordon – USA 1985
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Lo studente di medicina Herbert West (Jeffrey Combs), appena trasferitosi dall'Europa alla Miskatonic University di Arkham, in Massachusetts, conduce nel seminterrato strani esperimenti volti a riportare in vita i morti, iniettando nei cadaveri un miracoloso "reagente" in grado di riattivare le funzioni cerebrali. Peccato solo che i "rianimati" esibiscano istinti animaleschi e violenti. West sarà aiutato, dopo un'iniziale riluttanza, dal suo nuovo coinquilino e collega Dan Cain (Bruce Abbott), fidanzato con la figlia (Barbara Crampton) del direttore dell'istituto (Robert Sampson), mentre il perfido professor Hill (David Gale) cercherà di rubargli la formula segreta. Da un racconto di H.P. Lovecraft, di cui sposta il setting ai giorni nostri, un vero e proprio cult movie, opera prima di Stuart Gordon sotto l'egida del produttore Brian Yuzna (che firmerà come regista i due seguiti: "Bride of Re-Animator" nel 1990, in italiano intitolato semplicemente "Re-Animator 2", e "Beyond Re-Animator" nel 2003). Il soggetto, a metà fra un Frankenstein (nel senso del dottore pazzo, non del mostro) e un film di zombie (in fondo si parla di morti che tornano in vita), è svolto con passione e parecchia ironia, nonché con una robusta dose di gore e splatter, dando vita a sequenze memorabili nella loro demenzialità, su tutte quelle con il corpo che cammina portando in mano la propria testa, per non parlare delle scene di nudo nel finale (spassosa la recitazione del "cattivo" Gale). Il divertimento consente di passare sopra ai difetti del film (come una certa goffaggine da B-movie), anche perché gli effetti speciali – pratici e artigianali – sono talmente "disgustosi" e sopra le righe (anche quando evidentemente irrealistici: mitico il gatto morto) da catturare l'attenzione di uno spettatore non ancora abituato a quelli digitali odierni, che saranno sì più realistici ma anche molto meno coinvolgenti. E alla fine si sguazza con piacere nel folle caos scatenato da personaggi psicopatici come West e Hill. Curiosità: il "reagente", liquido dal colore verde fluorescente, era semplice luminol. Realizzato a basso costo, il film ha raggiunto la fama grazie alla successiva distribuzione nel circuito dell'home video. L'anno successivo Gordon, Yuzna, Combs e Crampton lavoreranno insieme a "From Beyond", un altro adattamento da Lovecraft.

20 ottobre 2022

Funeral march (Joe Ma, 2001)

Funeral march (Seung joi ngo sam)
di Joe Ma – Hong Kong 2001
con Eason Chan, Charlene Choi
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Duan (Eason Chan) si occupa per lavoro di organizzare funerali, curando con sensibile meticolosità ogni particolare della cerimonia. Quando viene assunto da Yee (Charlene Choi), giovane ragazza malata di cancro, per preparare il suo stesso funerale, cerca in ogni modo di convincerla a non arrendersi e a sottoporsi all'operazione che potrebbe salvarle la vita, cosa verso cui Yee è riluttante anche per via del cattivo rapporto con il padre e la matrigna. I sentimenti per Duan le faranno ritrovare la voglia di vivere, ma il destino è in agguato... Una delicata storia di emozioni, sentimenti, riflessioni su vita, morte e amore. Alla sua uscita sembrò un film "profondo", ma sono bastati vent'anni per accorgersi dei suoi limiti: nonostante una buona regia (con alcune scene notevoli: su tutte la soggettiva nel finale), l'atmosfera fredda e composta e la recitazione trattenuta, va alla ricerca di una commozione facile e un po' ricattatoria, e soffre per una parte centrale in cui i personaggi – complice anche un'informazione non ancora rivelata allo spettatore – sembrano smarrire un po' la strada, mentre si danno da fare per capire se si amano e se devono stare insieme o no. Nota: stando ai miei database, avevo già visto questo film prima di aprire il blog (dunque fra il 2001 e il 2005) e mi era anche piaciuto, eppure non ne ricordavo una sola immagine o sequenza.

18 ottobre 2022

Il peccato di Lady Considine (A. Hitchcock, 1949)

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn)
di Alfred Hitchcock – GB 1949
con Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Michael Wilding
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Australia, 1831. Charles Adare (Wilding), gentiluomo irlandese giunto a Sydney per fare fortuna, conosce Sam Flusky (Cotten), ex galeotto che, scontata la pena, è diventato un ricco proprietario terriero. Questi lo assume per tenere compagnia alla moglie, Lady Henrietta Considine (Bergman), che vive isolata dalla società e soffre di depressione. La coppia, infatti, è tormentata da un tragico passato (lui fu condannato ai lavori forzati per aver ucciso in Europa il fratello di lei, che disapprovava la loro unione per via della differenza di classe: aristocratica la donna, un semplice stalliere l'uomo) e da un stigma sociale che non l'ha abbandonata nemmeno all'altro capo del mondo... Secondo film in technicolor di Hitchcock dopo il precedente "Nodo alla gola", nonché terzo e ultimo con la Bergman come protagonista (dopo "Notorious" e "Io ti salverò"), segna anche il breve ritorno di sir Alfred in Inghilterra, dove dirigerà ancora un altro film ("Paura in palcoscenico") prima di ritrasferirsi definitivamente a Hollywood. Si tratta di un melodramma romantico a sfondo storico-sociale, piuttosto sopra le righe e abbastanza lontano dai soliti thriller cari al regista (anche se non mancano paralleli con lavori realizzati in precedenza, si pensi a "Rebecca"): l'ottima qualità della regia, assai mobile ed elaborata, che fa ampio ricorso a lunghi piani sequenza, e l'uso dei colori, quasi pastello, dona all'insieme un'aura tutta particolare, al limite dell'astratto o dell'irreale, il che gli consente di superare i limiti di un soggetto – tratto da un romanzo di Helen Simpson – da soap opera (un mix fra "L'amante di Lady Chatterley" e certi polpettoni storici ambientati in luoghi esotici), evidenti per esempio nel personaggio della governante Milly (Margaret Leighton), la domestica di casa, ambigua e manipolatrice. Buone le prove degli attori: da ricordare il lungo monologo della Bergman in cui Henrietta confessa a Charles il proprio tragico passato. Il film è noto in Italia anche con il titolo "Sotto il capricorno", traduzione letterale dell'originale (il capricorno in questione è il tropico che attraversa l'Australia).

17 ottobre 2022

Thaïs (Anton Giulio Bragaglia, 1917)

Thaïs
di Anton Giulio Bragaglia [e Riccardo Cassano] – Italia 1917
con Thaïs Galitsky, Ileana Leonidoff
*1/2

Visto su YouTube.

La contessa Vera "Nitchevo" Preobrajenska, nota nei circoli letterari con lo pseudonimo Thaïs (come il personaggio dell'opera di Massenet, ispirato a Santa Taide, e non alla Taide di Terenzio e Dante), ama i giochi e le feste, dove si prende gioco dei suoi numerosi corteggiatori. Fra questi spiccano Oscar, puro e dall'animo nobile, e il Conte di San Remo, di cui è innamorata la sua amica Bianca, danzatrice e cavallerizza. Quando Thaïs, per divertimento, seduce il Conte, Bianca per disperazione si lancia in una corsa disperata a cavallo, cade e muore. Per espiare il rimorso, anche Thaïs si suicida, rinchiudendosi nella "stanza segreta" della propria villa e riempendola di gas velenoso. Unico dei quattro film realizzati da Bragaglia nel 1917 a essere sopravvissuto, almeno in parte (l'unica copia esistente, con i titoli in francese, intitolata "Les possédées" e conservata nella Cinémathèque française di Parigi, dura 35 minuti contro i 60 della versione originale, stando al visto della censura), il film è considerato da alcuni critici come un esempio di "cinema futurista", corrente che Bragaglia ammirava e sosteneva, pur non avendo sottoscritto il "Manifesto del cinema futurista" proposto da Marinetti nel 1916. In realtà, a parte le interessanti scenografie ideate dal pittore Enrico Prampolini per la villa di Thaïs (con forme geometriche, astratte o decorative sulle pareti, come labirinti, triangoli, cerchi ed enormi occhi) e una certa libertà di linguaggio, c'è poco di innovativo, sperimentale, simbolico o appunto futuristico nella pellicola e nella vicenda che racconta, un melodramma poco interessante e realizzato in maniera alquanto amatoriale, se paragonato ad altri film girati in contemporanea (senza scomodare i kolossal di Pastrone, basti pensare a Nino Oxilia). I surrealisti, negli anni venti, produrranno pellicole ben più estreme. Qui c'è carenza dal punto di vista narrativo e, soprattutto, cinematografico: i numerosissimi cartelli si assumono il compito di fare ordine e raccontare una storia che le immagini, con sequenze brevi, statiche (con poche eccezioni, per lo più nel finale: la sequenza della cavalcata di Bianca e quella del suicidio di Thaïs) e slegate le une dalle altre, suggeriscono soltanto. Non aiuta la scarsa qualità della copia esistente (mai restaurata ufficialmente). Le due protagoniste erano attrici teatrali russe.

15 ottobre 2022

Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)

Il male non esiste (Sheytan vojud nadarad)
di Mohammad Rasoulof – Iran/Ger/Cec 2020
con Ehsan Mirhosseini, Kaveh Ahangar, Mahtab Servati
***

Visto in TV (Now Tv).

Quattro episodi sul tema della pena di morte in Iran, visto dalla prospettiva di chi è "costretto" a somministrarla, che si tratti di burocrati statali o giovani soldati di leva. Il regista (che ha girato il film clandestinamente: la pellicola è stata ovviamente bandita in patria) si è ispirato alle proprie esperienze e ha affermato di aver inteso esplorare la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità, dunque da un punto di vista personale e individuale, piuttosto che imbastire una battaglia a livello politico o sociale. Nel primo episodio, intitolato "Il diavolo non esiste" (come il titolo letterale del film stesso), assistiamo alla vita quotidiana, persino monotona, di un uomo di mezza età, con i suoi problemi famigliari, le interazioni con moglie, figlioletta e madre, la visita in banca o al supermercato per fare la spesa, i dialoghi di tutti i giorni. Solo alla fine scopriremo che lavoro fa, ovvero il boia in un carcere di Teheran: è la "banalità del male", immersa in un vissuto quotidiano dove le questioni legate al suo terribile lavoro sono completamente rimosse e lasciate da parte durante il resto della sua giornata. Nel secondo episodio, un giovane militare di leva viene assegnato al braccio della morte, con il compito di accompagnare i prigionieri verso il loro destino. Non saprà reggere alla tensione e sceglierà di "evadere". Nel terzo episodio, un altro soldato ottiene una licenza per far visita alla sua ragazza: quando questa scopre che il suo compito sotto le armi è quello di giustiziare i condannati a morte, cosa di cui non le aveva mai fatto accenno, deciderà di lasciarlo. Nel quarto, un uomo che vent'anni prima aveva disertato dall'esercito pur di non macchiarsi le mani del sangue dei condannati, confessa il proprio passato alla figlia, una ragazza che da allora è vissuta all'estero e che ignorava persino il loro legame di parentela. Quattro storie potenti, che restano dentro, legate dalla stessa tematica ma distanti per ambientazioni (molto belli, in particolare, gli scenari naturali degli ultimi due episodi), con personaggi che di fronte all'orrore del dover giustiziare altri uomini scelgono vie differenti: chi la rimozione di ogni senso di colpa, chi la fuga, chi l'ignoranza, chi la consapevolezza. Ottimi il vasto cast, la regia e la confezione. Nella colonna sonora spicca la versione di Milva di "Bella ciao" (quella connotata come "canto delle mondine"), più avanti ripresa anche in versione strumentale. Orso d'oro al festival di Berlino.

13 ottobre 2022

Entergalactic (Fletcher Moules, 2022)

Entergalactic (id.)
di Fletcher Moules – USA 2022
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

Lo street artist Jabari, celebre per il personaggio di Mr. Rager, i cui graffiti ricoprono i muri di New York, sta per cambiare la propria vita: si trasferisce in un nuovo appartamento a Manhattan, sta per trasformare Mr. Rager in un fumetto per un'importante casa editrice di comics, e si innamora della sua nuova vicina di casa, la fotografa Meadow, che a sua volta sta per presentare i propri lavori in una mostra collettiva... Se guardiamo soltanto al soggetto, alla sceneggiatura e ai personaggi, c'è davvero poco di memorabile in questo film d'animazione, ideato dal musicista e rapper Kid Cudi (al secolo Scott Mescudi, che nella versione originale dà anche la voce al protagonista; il cast comprende inoltre Jessica Williams, Timothée Chalamet, Tyrone Griffin Jr., Laura Harrier e Vanessa Hudgens) e che originariamente avrebbe dovuto essere una serie tv animata, prima di trasformarsi in uno "special": ci sono tutti i luoghi comuni della rom-com, la commedia romantica di ambientazione urbana, con i due personaggi che si incontrano, si innamorano, superano alcune incomprensioni e infine si ritrovano, attorniati dai soliti amici più o meno eccentrici che elargiscono consigli. A sollevare l'insieme non sono i contenuti, ma la forma: un'animazione moderna, colorata e gradevole, con uno stile di disegno che è una giusta via di mezzo fra il fotorealistico (c'è di mezzo il rotoscope?) e il cartoon (vedi anche le sequenze fantasiose ed espressionistiche). Aggiungiamoci una bella rappresentazione della vita culturale di New York, dell'ambiente circostante (Jabari si muove in bicicletta) e una colonna sonora sempre presente ma non troppo invadente, e il risultato è piacevole, anche se avrebbe potuto (e dovuto) osare di più, dando per esempio più spazio al personaggio di Mr. Rager (scollegato dal resto, tematicamente parlando: Jabari, d'altronde, sembra tutto tranne che un artista "arrabbiato"). Marginale anche la sottotrama legata all'app di incontri che tutti, tranne i due personaggi principali, usano.

11 ottobre 2022

Morbius (Daniel Espinosa, 2022)

Morbius (id.)
di Daniel Espinosa – USA 2022
con Jared Leto, Matt Smith
*1/2

Visto in TV (Netflix).

In cerca di una cura per la malattia ematica che lo tormenta dalla nascita, il medico Michael Morbius (Jared Leto) si inietta il DNA di un pipistrello e diventa così un vampiro, assetato di sangue ma dotato di forza e agilità sovrumane, oltre che di capacità sensoriali accresciute. Dovrà vedersela con Milo (Matt Smith), suo fratello adottivo, che ha subito la stessa trasformazione ma ha molti meno scrupoli nel nutrirsi di sangue umano. Ispirato a un personaggio Marvel decisamente minore (nato sui fumetti come nemico dell'Uomo Ragno: è il secondo, dopo Venom, a ricevere l'onore di un film tutto suo), un horror d'azione noioso e senza molte qualità, strano incrocio fra il Dottor Jekyll e Mister Hyde e un Dracula in salsa supereroistica. Gli attori si impegnano (meglio Smith di Leto, comunque; un dimesso Jared Harris è il padre adottivo di Michael e Milo, mentre la comprimaria femminile, Adria Arjona, è insignificante) e gli effetti speciali fanno il loro lavoro (nelle scene di combattimento impazza il "bullet time", ma c'è anche un interessante uso del colore durante il movimento dei personaggi): il problema è una sceneggiatura senza idee originali, con una trama costruita su mille cliché e personaggi dalle caratterizzazioni piatte, semplicistiche o ballerine. La nave dove Morbius si trasforma per la prima volta si chiama Murnau, evidente omaggio al regista di "Nosferatu" (uscito esattamente 100 anni prima!). Pochi gli accenni (a Venom e a Spider-Man) che fanno capire di trovarci in un universo condiviso: ma nelle scene in mezzo ai titoli di coda compare l'Avvoltoio (Michael Keaton) già visto in "Spider-Man: Homecoming".

9 ottobre 2022

A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967)

A ciascuno il suo
di Elio Petri – Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas
***

Visto in TV (RaiPlay).

In un paesino siciliano (mai menzionato, ma è Cefalù), Arturo Manno (Luigi Pistilli), farmacista locale e noto "sciupafemmine", riceve misteriose lettere anonime che lo minacciano di morte. Quando viene ucciso durante una battuta di caccia insieme all'amico Roscio, tutti pensano a un "delitto d'onore" (vengono sospettati i parenti di una servetta con cui aveva una relazione) e che Roscio sia rimasto coinvolto solo in quanto testimone. Ma Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), insegnante e amico delle due vittime, comincia a indagare per proprio conto, insospettito dal fatto che le lettere anonime ricevute da Arturo erano state confezionate con ritagli de "L'osservatore romano", una lettura improbabile per dei poveri contadini; e scopre che forse era proprio Roscio il vero obiettivo dell'agguato, avendo minacciato di rivelare i loschi traffici dell'avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti), influente notabile del paese e cugino di sua moglie Luisa (Irene Papas)... Tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è il primo film di Elio Petri insieme a Volontè e allo sceneggiatore Ugo Pirro, con i quali collaborerà nei suoi capolavori successivi, come "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto". E dietro le apparenze di un normale giallo (oggi diremmo "alla Camilleri"), il film affronta temi simili proprio a quelli di quei lavori, a cominciare dal potere strisciante e nascosto che si alimenta e si auto-protegge, di fronte al quale un cittadino onesto ma ingenuo – per quanto ben intenzionato – come il protagonista (un insegnante riservato, di simpatie comuniste, considerato "antisociale" dai poteri forti) non ha scampo ed è destinato a soccombere, vittima di un mondo molto più complesso di quanto poteva immaginare (il fatto che la realtà non è così semplice come appare a prima vista è un altro dei temi chiave del cinema di Petri). Siamo in Sicilia, e dunque viene spontaneo pensare alla mafia: ma non quella che assume la forma (spesso stereotipata) dell'organizzazione criminale, bensì della mafia delle piccole cose, delle "amicizie", dei rapporti clientelari o di forza, delle paure e dell'omertà, delle chiacchiere di paese e dell'ossessione per le apparenze sociali, della gente "che sa" e che però rimane in piazza a non fare niente, della continua ricerca di raccomandazioni (per lavorare o per... non farlo). Molto dinamica la regia, che ricorre di frequente a zoom, carrellate e panoramiche. Nell'ottimo cast anche Salvo Randone (il padre di Roscio, oculista cieco), Mario Scaccia (il parroco senza vocazione) e Laura Nucci (la madre di Paolo). Musiche "morriconiane" di Luis Bacalov. Il titolo è la traduzione del motto latino "Unicuique suum", presente appunto sotto la testata dell'"Osservatore romano". Nel 1976 Petri dirigerà un altro adattamento da Sciascia, sempre con Volontè come protagonista: "Todo modo".

7 ottobre 2022

Il grande teschio (Luis Buñuel, 1949)

Il grande teschio (El gran calavera)
di Luis Buñuel – Messico 1949
con Fernando Soler, Rosario Granados
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per impedire all'imprenditore milionario Ramiro de la Mata (Fernando Soler), sempre circondato da parenti fannulloni e scrocconi, di dilapidare il proprio patrimonio, il fratello medico Gregorio lascia credere a tutti che l'uomo è finito sul lastrico. Costretti a vivere in povertà, in una casa popolare, e a guadagnarsi da vivere lavorando, Ramiro e i suoi familiari riscopriranno l'unità e i veri valori della vita, compresa la figlia Virginia (Rosario Granados) che trova l'amore di un giovane disinteressato (Rubén Rojo). Il secondo film "commerciale" girato da Buñuel in Messico (comunque migliore del precedente "Gran Casino", di due anni prima) è una gradevole commedia degli equivoci a sfondo morale sui temi della famiglia e dei rapporti di classe. Il soggetto (da un romanzo di Adolfo Torrado) e gli sviluppi forse non sono originalissimi né imprevedibili, ma vengono ravvivati da una buona sceneggiatura e da un gruppo di personaggi simpatici e ben caratterizzati, degni di una farsa corale (fra i più comici c'è il fratello pigro Ladislao (Andrés Soler), oltre naturalmente allo stesso Ramiro). Lo sceneggiatore Luis Alcoriza interpreta Alfredo, lo spasimante altolocato (e lui sì, interessato solo al denaro) di Virginia. Don Luis firma la regia in maniera altamente professionale, mettendosi al servizio della storia senza alcun vezzo autoriale: pare che avesse accettato di dirigerlo a condizione che il produttore Oscar Dancigers, in cambio, gli permettesse poi di realizzare – come terzo lavoro insieme – una pellicola più personale. Questa sarà "I figli della violenza", uno dei suoi capolavori, che uscirà l'anno dopo e lo riporterà sulla scena internazionale e all'attenzione della critica. Tornando a "Il grande teschio", il titolo italiano è una traduzione maldestramente letterale dallo spagnolo, ma priva di senso: avrebbe dovuto essere "Il grande scapestrato" (la testa calda in questione, naturalmente, è il protagonista Ramiro).

5 ottobre 2022

La terra che brucia (F. W. Murnau, 1922)

La terra che brucia, aka Il campo del diavolo (Der brennende Acker)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Vladimir Gajdarov, Stella Arbenina
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

A differenza del fratello Peter (Eugen Klöpfer), che resta legato alle proprie origini, l'ambizioso Johannes (Vladimir Gajdarov) non intende portare avanti la fattoria di famiglia, mirando a qualcosa di più della semplice vita rurale, ovvero denaro e successo. Venuto a sapere che sotto il "campo del diavolo", un lotto di terreno che i contadini locali considerano maledetto perché non vi cresce niente, si trova nascosto un prezioso giacimento di petrolio, sposa con l'inganno la vedova Helga (Stella Arbenina), che ha ereditato il campo dal defunto marito. Il suicidio della donna, quando scopre che Johannes non l'ama, gli farà riconsiderare i propri valori... Dramma famigliare (il sottotitolo è "Il dramma di un uomo ambizioso") sul contrasto fra amore e avidità, che si snoda per sei atti (come capitoli di un romanzo) ricchi di eventi e di personaggi: dal conte Rudenburg (Eduard von Winterstein), ossessionato dal tesoro che secondo la leggenda si troverebbe sotto il campo del diavolo; a Gerda (Lya De Putti), la figlia del Conte, che per gelosia incendia il pozzo di petrolio (da cui il titolo della pellicola); da Lellewel (Alfred Abel), il ricco spasimante di Gerda, da lei perennemente rifiutato; a Maria (Grete Diercks), la domestica nella fattoria dei Rog, il cui amore per Johannes è da questi disprezzato. L'ambientazione rurale, con le fatiche dei contadini e le antiche superstizioni locali, è ben ricostruita, con toni cupi che la regia sottolinea anche tramite l'uso delle iridi circolari, mentre il montaggio è già sofisticato (si veda quello alternato, nel finale, fra il campo che brucia e la preghiera dei contadini a tavola). Murnau è attorniato da fior di collaboratori: alla sceneggiatura ha collaborato Thea von Harbou, alla fotografia Karl Freund.

3 ottobre 2022

21 grammi (Alejandro G. Iñárritu, 2003)

21 grammi - Il peso dell'anima (21 grams)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2003
con Sean Penn, Naomi Watts, Benicio del Toro
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Il secondo film della coppia Iñárritu (regista)-Guillermo Arriaga (sceneggiatore), al debutto negli Stati Uniti dopo la pellicola d'esordio "Amores perros", è un'altra ambiziosa vicenda corale dove le storie dei tre protagonisti – prigionieri in una spirale autodistruttiva – si intrecciano e, soprattutto, sono raccontate in maniera non lineare. La narrazione, infatti, è cronologicamente decostruita: e il montaggio ne accosta i frammenti lasciando allo spettatore il compito di rimettere insieme la trama come se fossero i tasselli di un puzzle. Jack (Benicio del Toro) è un pregiudicato che sembra aver messo la testa a posto da quando ha scoperto la religione. Provoca però un incidente stradale nel quale muoiono il marito e le figliolette di Cristina (Naomi Watts). Stravolta dal dolore, la donna ripiomba nelle cattive abitudini di un tempo (alcol e droghe), ma viene "salvata" da Paul (Sean Penn), professore di matematica cui è stato trapiantato il cuore proprio del marito di lei. E che, per sdebitarsi, accetta di portare a termine la sua vendetta nei confronti di Jack... I tre personaggi sono spinti dal lutto, da tendenze suicide o dalla proprie dipendenze (la religione, la sete di conoscenza, o più banalmente alcol e droghe), da ossessioni o semplicemente dal destino: l'esito del loro percorso, in ogni caso, sarà per certi versi sorprendente. Oltre alla narrazione decostruita, il film è degno di nota anche per la sua estetica finto-povera, con la fotografia sgranata, i colori filtrati e l'uso estensivo della camera a mano (quasi alla von Trier), come ad accentuare il realismo e l'intensità della vicenda. Il tutto, però, serve anche a dare l'impressione di una complessità maggiore di quella che la stessa storia avrebbe avuto se narrata in maniera lineare, senza contare che si trascina un po' per le lunghe, pretendendo forse troppo dallo spettatore. Ottime, in ogni caso, le prove degli attori (Del Toro e la Watts ricevettero una nomination agli Oscar): nel cast anche Charlotte Gainsbourg (la compagna di Paul), Melissa Leo (la moglie di Jack), Eddie Marsan, Danny Huston e Clea DuVall. E regia e sceneggiatura si meritano i plausi ricevuti dalla critica. Il titolo, un po' pretenzioso, si riferisce al presunto peso che un corpo umano perde nel momento della morte.

2 ottobre 2022

Bongo e i tre avventurieri (aavv, 1947)

Bongo e i tre avventurieri (Fun and fancy free)
di Jack Kinney, Bill Roberts, Ham Luske, William Morgan – USA 1947
animazione tradizionale e mista
**

Visto in TV (Disney+).

Quarto dei sei film d'animazione prodotti dalla Disney fra il 1942 e il 1949 che, anziché proporre una storia unica, consistevano in "compilation" di cortometraggi realizzati negli anni in cui lo studio aveva dovuto ridurre il personale e mettere da parte i progetti più ambiziosi per via della seconda guerra mondiale. Questa volta si tratta di due segmenti, del tutto slegati fra loro, uniti da una cornice che vede protagonista Jiminy Cricket, il grillo parlante di "Pinocchio" (film da cui tornano brevemente anche il gatto Figaro e il pesciolino Cleo), che introduce la pellicola all'insegna del binomio "divertimento e spensieratezza" ("Fun and fancy free", appunto, come recita il titolo originale). Cantando "Non ci si deve mai crucciar" (mentre dialoghi e immagini – le pagine di un quotidiano – citano i problemi che preoccupano l'opinione pubblica in quegli anni, l'angoscia per la bomba atomica in primis!), il grillo si aggira per una grande casa fino a incappare in una bambola e un orsetto di pezza, inanimati (a differenza di Pinocchio!) ma tristi, ai quali tira su il morale grazie a un disco dove la voce dell'attrice Dinah Shore (doppiata in italiano da Gemma Griarotti, mentre le canzoni rimangono in inglese) racconta la storia di Bongo, orsetto circense che trova la libertà tra i boschi e le montagne, in mezzo alla natura, e l'amore di Lulubel, orsetta per conquistare la quale (a suon di... schiaffoni!) deve competere con il massiccio Bullo. Nonostante l'animazione morbida e la buona qualità di disegni e sfondi, si tratta di un episodio poco ispirato e piuttosto insignificante (non stupisce in effetti come il personaggio di Bongo non sia mai stato ripreso). Più memorabile il secondo episodio, una rilettura della classica favola di Jack e la pianta di fagioli (assai popolare nel mondo anglosassone) con Topolino, Pippo e Paperino come protagonisti, nei panni di tre poveri contadini alle prese con un gigante. La storia ci viene raccontata dal celebre ventriloquo Edgar Bergen, in una cornice girata in live action, che la narra – insieme ai suoi pupazzi Charlie McCarthy e Mortimer Snerd – all'attrice bambina Luana Patten. Ma anche se più movimentato e divertente (anche per via della suddetta cornice, con i commenti sarcastici dei due pupazzi), questo secondo segmento (che inizialmente avrebbe dovuto essere un lungometraggio a sé stante, ma il progetto venne ridimensionato) è da ricordare soprattutto perché si tratta dell'ultima volta che Walt Disney in persona fornisce la voce a Topolino al cinema (riprenderà il ruolo, brevemente, negli anni cinquanta in televisione), nonché per la tendenza in quegli anni di usare personaggi già introdotti in precedenza (è anche il caso del grillo) come "attori" in storie ambientate al di fuori del loro solito contesto (in una scena tagliata, in cui Topolino barattava la propria mucca con i fagioli magici, si sarebbero dovuti vedere anche il Gatto e la Volpe, sempre da "Pinocchio"). Di fatto, è come se si trattasse di una "grande parodia" come quelle dei fumetti Disney realizzati in Italia. Il gigante Willie tornerà nel 1983 nel "Canto di Natale di Topolino". La regia delle sequenze animate è di Jack Kinney, Bill Roberts e Hamilton Luske, mentre William Morgan ha diretto le scene dal vivo.

30 settembre 2022

Vite vendute (Henri-Georges Clouzot, 1953)

Vite vendute (Le salaire de la peur)
di Henri-Georges Clouzot – Francia/Italia 1953
con Yves Montand, Charles Vanel
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

In un paese dell'America Centrale, quattro sbandati di origine europea accettano di condurre due camion pieni di nitroglicerina da consegnare a un vicino pozzo di petrolio in fiamme: l'incarico è pericoloso (le strade sono dissestate e in cattive condizioni, e il minimo urto o sobbalzo può far saltare in aria l'esplosivo e, con esso, l'intero camion), ma il compenso in denaro che li attende è sufficiente ad alimentare i sogni di riscatto e a vincere ogni paura... o quasi. Da un romanzo di Georges Arnaud, uno dei capolavori di Clouzot, un noir "on the road" caratterizzato da un livello incredibile di tensione crescente, man mano che i protagonisti si trovano ad affrontare gli ostacoli sul proprio cammino e, al contempo, le sofferenze fisiche e psicologiche che li accompagnano. La buona caratterizzazione dei personaggi (simpatiche "canaglie" legate da rapporti di amicizia e di rivalità) li pone davanti alle proprie stesse paure, che fronteggiano chi con coraggio e chi con codardia, chi con spensierata incoscienza e chi con mente sempre fredda, nonostante il pericolo e la morte che incombe. Fino a un finale apocalittico. Memorabile per più versi (dalle manovre lente – tutt'altro dunque che rapide o adrenaliniche – ma spericolate dei camion sulla strada, alle scene dei nostri eroi immersi nel petrolio), la pellicola offre rimandi o suggestioni a tanti film e autori precedenti e successivi: dall'incipit quasi buñueliano all'ambiente cameratesco del gruppo di espatriati che ricorda certi film di Hawks, dalle immagini spettacolari dei pozzi di petrolio in fiamme (che fanno pensare a Herzog) al "balletto" finale del camion sulle note del "Danubio blu" di Strauss (che anticipa evidentemente il Kubrick di "2001"). Intensi gli interpreti: Yves Montand (il corso Mario), Charles Vanel (l'ex gangster francese Mister Jo), Folco Lulli (l'italiano Luigi) e Peter van Eyck (lo scandinavo Bimba), i cui trascorsi vengono solo accennati. Véra Clouzot, moglie del regista, è Linda, la ragazza di Mario. Curiosità: è l'unico film ad aver vinto sia il Festival di Cannes sia l'Orso d'Oro a Berlino. Un remake nel 1977, "Il salario della paura" di William Friedkin.

28 settembre 2022

Snow White (J. Searle Dawley, 1916)

Biancaneve (Snow White)
di J. Searle Dawley – USA 1916
con Marguerite Clark, Creighton Hale
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Benvoluta da tutti a corte, la principessa Biancaneve è trattata come una serva dalla matrigna Brangomar, gelosa della sua bellezza. Quando la regina ordina al cacciatore Berthold di portarla nel bosco e ucciderla, questi la risparmia per pietà. Biancaneve trova così rifugio nella capanna dei sette nani. Sobillata da una strega, la regina proverà a raggiungerla anche lì, ma la ragazza sarà salvata dal principe Florimond che si è innamorato di lei. Questo film muto in sei rulli è uno dei primi adattamenti cinematografici della celebre fiaba dei fratelli Grimm (un precedente corto del 1902 è andato perduto). Tecnicamente parlando, si tratta di un adattamento dello spettacolo teatrale di Broadway del 1912 scritto (sotto pseudonimo) da Winthrop Ames, di cui conserva anche la protagonista Marguerite Clark, e che rispetto alla fiaba originale amplia il ruolo dei personaggi secondari, su tutti il cacciatore e i sette nani, ai quali vengono affibbiati per la prima volta dei nomi, vale a dire Blick, Flick, Glick, Snick, Plick, Whick e Quee (il più giovane dei sette, con un ruolo da macchietta comica). Walt Disney ricorda di aver visto il film al cinema quando aveva solo quindici anni e di esserne rimasto colpito: naturalmente vi si ispirerà quando, vent'anni dopo, deciderà di realizzare il suo primo lungometraggio animato. La storia è meravigliosamente raccontata, con una gran cura nelle scene (splendida la sala del trono della regina), nei costumi, nei personaggi, tutti ben caratterizzati, compresi quelli minori (le damigelle di corte, le tre figlie del cacciatore, i nani stessi). Di contro, la regia è parecchio statica, con poco o nessun uso del montaggio narrativo o dei movimenti di macchina: se pensiamo a cosa faceva Griffith in quegli stessi anni, da questo punto di vista il film non è certo innovativo. Se la sceneggiatura mantiene alcuni elementi della fiaba dei Grimm che le versioni successive (a partire da quella disneyana) preferiranno eliminare, come il pettine avvelenato con cui la regina travestita prova a uccidere Biancaneve ben prima della più celebre mela, ne introduce altri del tutto spuri: per esempio, qui la regina cattiva e la strega sono due personaggi differenti, che complottano insieme contro la protagonista (ed è la seconda a consegnare alla prima lo specchio magico). Inoltre, come detto, il cacciatore ha tre figlie che giocano un ruolo importante nella vicenda. Oltre ai sette nani (curiosità: i cartelli usano lo spelling dwarves, al posto del più corretto dwarfs, ben prima dell'uso che notoriamente ne farà Tolkien), tutti i personaggi hanno un nome. Altri elementi che invece rimarranno (e che Disney farà suoi) sono gli animaletti del bosco che aiutano Biancaneve (un uccellino e un coniglio). La pellicola fu distribuita nelle sale a Natale, come suggerisce l'incipit in cui si vede proprio Babbo Natale tirare fuori i personaggi della storia dal suo sacco, sotto forma di bambole che poi prendono vita.

26 settembre 2022

Old (M. Night Shyamalan, 2021)

Old (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2021
con Gael García Bernal, Vicky Krieps
**

Visto in TV (Now Tv).

Una famiglia di turisti in vacanza, insieme ad altre persone ospiti del loro resort, viene condotta su una spiaggia tropicale dalla quale è impossibile fuggire e dove, per uno strano fenomeno dovuto alle rocce che la circondano, l'invecchiamento dei loro corpi è accelerato: praticamente un giorno lì trascorso corrisponde a una vita intera. Una trovata originale e interessante (la sceneggiatura si ispira a una graphic novel, "Castello di sabbia", di cui però cambia i toni e il finale, fornendo una spiegazione al misterioso fenomeno che nel fumetto era assente) che viene un po' "sprecata" in una pellicola non del tutto riuscita. Tanto le psicologie dei personaggi quanto le svolte narrative sono sviluppate in maniera schematica, senza contare buchi logici e dialoghi espositivi che vanno a scapito della sospensione dell'incredulità, e i bei scenari naturali non compensano la povertà di trucco ed effetti speciali (niente invecchiamento in tempo reale, semplicemente ogni tanto gli attori vengono sostituiti da altri più adulti). Come se non bastasse, molti dei potenziali spunti che il soggetto portava con sé – i rapporti famigliari, in particolare con l'evoluzione di quelli fra genitori e figli; o l'atteggiamento di fronte alle malattie degenerative, o alla morte improvvisa – sono affrontati in maniera superficiale, preferendo puntare su tensioni e colpi di scena da horror estivo (senza però il coraggio di mostrare scene troppo forti sullo schermo). Se l'intrattenimento non manca, resta il rimpianto per cosa il film poteva essere e non è stato (basti pensare, come possibile termine di paragone, a quel capolavoro che era "L'angelo sterminatore" di Luis Buñuel!). Nel cast corale – che comprende anche Rufus Sewell, Emun Elliott, Abbey Lee ed Embeth Davidtz – il nome più noto è Gael García Bernal. Shyamalan ha il ruolo dell'autista del pulmino dell'albergo.

25 settembre 2022

Il giardino delle streghe (Fritsch, Wise, 1944)

Il giardino delle streghe (The curse of the Cat People)
di Gunther von Fritsch, Robert Wise – USA 1944
con Ann Carter, Simone Simon
***

Rivisto in DVD.

Dopo gli eventi de "Il bacio della pantera", Oliver (Kent Smith) si è risposato con la collega Alice (Jane Randolph), ma il ricordo della prima moglie defunta, Irina (Simone Simon), lo tormenta ancora. La famiglia si è trasferita fuori città, nel villaggio di Tarrytown, dove Amy (Ann Carter), la figlia della coppia, frequenta la scuola. Solitaria, introversa e "sognatrice", la bambina ha molta fantasia e pochi amici ("c'è come un muro fra lei e la realtà", dice il padre, preoccupato perché "l'immaginazione uccide"): non stupisce, dunque, che si faccia una "amica" immaginaria, un fantasma che ha proprio le fattezze di Irina, con la quale trascorre gran parte del suo tempo... Insolito horror dalle sfumature famigliari e sospese, incentrato più sulle insicurezze e le angosce infantili, in particolare le sofferenze della solitudine, che non su un pericolo esterno e concreto. Il film può essere visto e valutato a sé stante: le correlazioni con il precedente sono deboli e spurie, quasi un'imposizione dello studio per sfruttare il cast identico a quello del successo di due anni prima, mentre il produttore Val Lewton, che vi ha riversato ricordi autobiografici, avrebbe preferito differenziare le due pellicole (e lanciare questa con il titolo "Amy and her friend"). Non ci sono uomini gatto, infatti, e nemmeno streghe, se è per questo: il giardino del titolo è quello della vecchia villa che i bambini del villaggio dicono essere maledetta e abitata da spiriti. A risiederci c'è invece una vecchia e svampita attrice di teatro, Julia Farren (Julia Dean), convinta che la propria figlia sia morta e che la donna che si prende cura di lei, Barbara (Elizabeth Russell), non sia che un'impostora. Le due vicende si incrociano più volte, quando Amy fa visita a Julia e ne diventa amica, suscitando l'invidia e il rancore di Barbara. Il risultato è un insieme di temi psicoanalitici e suggestioni inquietanti (c'è di mezzo anche la leggenda di Sleepy Hollow, visto che il racconto di Washington Irving si svolge proprio a Tarrytown), favorite dalla bella fotografia – come nel film precedente – di Nicholas Musuraca, e da una colonna sonora che nella versione italiana saccheggia ampiamente la sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij. La pellicola era stata iniziata da Gunther von Fritsch, al suo debutto nel lungometraggio: ma non avendo rispettando le tempistiche (dopo i 18 giorni di riprese previsti aveva terminato solo metà film), venne sostituito dal montatore Robert Wise, che esordì così a sua volta nella regia. Alla sua uscita passò quasi inosservato, ma la rivalutazione successiva da parte della critica l'ha portato a diventare un piccolo cult movie.

23 settembre 2022

Thor: Love and Thunder (Taika Waititi, 2022)

Thor: Love and Thunder (id.)
di Taika Waititi – USA 2022
con Chris Hemsworth, Christian Bale
*1/2

Visto in TV (Disney+).

Dopo un periodo trascorso nello spazio, un Thor sempre più magniloquente, stupido e fanfarone (Chris Hemsworth) torna sulla Terra per affrontare Gorr (Christian Bale), il "macellatore di dei", che intende sterminare tutte le divinità dell'universo. Con l'aiuto di Jane Foster (Natalie Portman), la sua ex che ha ottenuto dal redivivo martello Mjolnir la capacità di trasformarsi in una variante di Thor al femminile, nonché della Valchiria (Tessa Thompson) e dell'alieno Korg, il nostro eroe cercherà di impedire al nemico di raggiungere Eternità, entità cosmica in grado di esaudire i desideri. Il quarto lungometraggio dedicato al dio del tuono, il secondo diretto da Taika Waititi dopo "Thor: Ragnarok", è uno dei film del Marvel Cinematic Universe più brutti di sempre. Il finale (leggermente) a sorpresa, e in generale tutto ciò che ruota attorno all'antagonista (che però si vede troppo poco), non bastano a nobilitare una trama semplicistica e retorica, dei dialoghi mediocri, un umorismo la cui qualità va dall'infantile all'imbarazzante (intendiamoci: è sempre lo stesso umorismo goffo e adolescenziale di tutti i film Marvel, ma stavolta appare di livello ancora più basso, vedi per esempio la scena in cui Thor viene denudato da Zeus), personaggi vacui dalla caratterizzazione ondivaga o esilissima, una recitazione scadente, una colonna sonora orribilmente random, la brutta CGI e in generale l'estetica da videogioco. L'atmosfera, per la maggior parte della pellicola, è quella di uno scherzo continuo, una buffonata con occasionali momenti "seri" (la malattia di Jane, le origini di Gorr) che generano una tremenda dissonanza tonale. E se il tutto è impossibile da prendere sul serio, manca anche quel senso di divertimento spontaneo e scanzonato che rendeva gradevole il precedente episodio. Fra le cose potenzialmente interessanti (ma trattate come una barzelletta), la "gelosia" fra le varie armi di Thor, come quella che l'ascia Stormbreaker prova verso Mjolnir, mentre la breve sequenza ambientata nella dorata città degli dei (dal ridicolo nome di Omnipotence City) sembra la parodia di un film di Tarsem Singh o del "Gods of Egypt" di Alex Proyas. Pochi o irrilevanti, stavolta, i collegamenti con gli altri film Marvel (giusto la presenza, all'inizio, dei Guardiani della Galassia), mentre abbondano quelli ai precedenti capitoli di Thor. Le due capre, oltre che dalla mitologia norrena, provengono dalla run nei comics di Walt Simonson. E a proposito di fumetti: Eternità è del tutto travisato e banalizzato. Giusto una nota di costume gli elementi di "inclusività" (il girl power, la Valchiria lesbica, l'omosessualità della razza di Korg: dettagli inutili ai fini della storia, almeno questi ultimi due, nient'altro che queerbaiting, che però sono stati censurati in alcune edizioni all'estero). Russell Crowe è uno Zeus buffone e poco cerimonioso (che nei titoli di coda invita Ercole alla vendetta contro Thor), Matt Damon, Sam Neill e Luke Hemsworth ritornano (da "Thor: Ragnarok") in un cameo nel ruolo degli attori asgardiani nell'unica scena in cui si fa riferimento (ovviamente ironico) a Odino e Loki.

21 settembre 2022

La fiera delle illusioni (Guillermo del Toro, 2021)

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (Nightmare Alley)
di Guillermo del Toro – USA/Messico 2021
con Bradley Cooper, Cate Blanchett
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

All'inizio degli anni quaranta, il truffatore Stan Carlisle (Bradley Cooper) mette a frutto le tecniche di mentalismo e chiaroveggenza che ha appreso negli anni trascorsi come imbonitore in un circo itinerante per spillare soldi ai membri dell'alta società, proponendosi come medium e spiritista, con la complicità di una subdola psicanalista (Cate Blanchett) che gli rivela i segreti dei suoi ricchi clienti. Ma quando tenterà il colpo grosso ai danni di Grindle (Richard Jenkins), un milionario recluso che soffre di sensi di colpa per la morte della ragazza che ha amato in gioventù, le cose non andranno come previsto... Il nuovo film di Del Toro, dopo il successo de "La forma dell'acqua", è un originale thriller psicologico tratto dal classico romanzo di William Lindsay Gresham che era già stato portato sul grande schermo da Edmund Goulding nel 1947 con Tyrone Power (la cui figlia Romina ha qui un breve cameo nella scena dell'esibizione di Stan al ristorante). Il protagonista, ambizioso imbonitore da fiera con un misterioso e tragico passato (svelato poco a poco), è al centro di una vicenda in cui è convinto di poter manipolare facilmente le persone intorno a sé – che si tratti delle sue "vittime", della ragazza che ama, Molly (Rooney Mara), fuggita con lui dal circo, o della subdola femme fatale Lilith (una Blanchett in versione dark lady) – salvo infilarsi in una spirale di autodistruzione che lo porterà, tormentato a sua volta dai sensi di colpa, a finire nel peggiore dei modi, in un cerchio che si chiude. Ben recitato e molto bello visivamente, il film è purtroppo debole narrativamente: la storia e le sue svolte non lasciano incantati come il precedente (e più romantico) "La forma dell'acqua", né stupefatti come un altro film su truffe e illusioni per certi versi simile, quale "The prestige" di Nolan. Da elogiare però l'ottima confezione, con regia, fotografia e scenografie all'altezza degli altri lavori di Del Toro, e un'accattivante ricostruzione ambientale, tanto nella parte legata alla fiera (la prima ora di film), tanto in quella negli ambienti più altolocati (la seconda ora). Il ricco cast comprende anche Willem Dafoe (Clem, il direttore del circo), Toni Collette e David Strathairn (i due "maghi" da cui Stan apprende i segreti del mestiere), Ron Perlman (il forzuto Bruno), Peter MacNeill, Mary Steenburgen e Holt McCallany. Quattro nomination agli Oscar (per film, fotografia, scenografie e costumi) ma nessuna statuetta vinta. In alcune sale è circolata una versione in bianco e nero che ne accentua le sfumature noir.