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16 febbraio 2021

Piovono pietre (Ken Loach, 1993)

Piovono pietre (Raining stones)
di Ken Loach – GB 1993
con Bruce Jones, Julie Brown
***

Rivisto in TV (Prime Video).

"Sulla classe operaia piovono pietre sette giorni alla settimana", dice un amico sindacalista a Bob (che replica "E piovono tutte addosso a me!"), operaio disoccupato e squattrinato che si arrabatta come può per guadagnare da vivere per sé e per la propria famiglia. Nonostante le difficoltà, Bob non intende rinunciare a comprare per la propria figlia Coleen il vestito per la prima comunione, rifiutando per orgoglio l'offerta della parrocchia di ricorrere a un abito usato. Chiede così un prestito, finendo però nelle grinfie di uno strozzino... Uno dei primi film di Ken Loach a riscuotere ampio successo di pubblico e critica, facendo conoscere il suo cinema proletario e "impegnato" al di là dei propri confini. I temi sono molteplici, in uno scenario di realismo e critica sociale (anche se non mancano scenette semi-comiche o grottesche, come il tentativo di Bob e dell'amico Tommy (Ricky Tomlinson) di rubare una pecora dal pascolo per rivenderla a un macellaio): la forte disoccupazione conseguente alle riforme thatcheriane (col conseguente proliferare di lavoretti in nero e precariato, di cui approfittano personaggi senza scrupoli), la piaga dell'usura, il rapporto con la religione (Bob è cattolico, in una Gran Bretagna protestante, e proprio dal prete locale, padre Barry (Tom Hickey), giunge il consiglio salvifico che condurrà a un insperato lieto fine), l'umanità dei personaggi nonostante un contesto ambientale disperato (vedi anche gli accenni alla droga che minaccia il futuro dei giovani) e alcune frecciate politiche rivolte tanto a sinistra quanto a destra. Premio della giuria al Festival di Cannes, il secondo per Loach dopo quello ricevuto tre anni prima per "L'agenda nascosta". La colonna sonora, insolita per il genere, è firmata da Stewart Copeland.

15 giugno 2016

Io, Daniel Blake (Ken Loach, 2016)

Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake)
di Ken Loach – GB 2016
con Dave Johns, Hayley Squires
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo quarant'anni di lavoro come carpentiere in una segheria, Daniel Blake ha dovuto smettere a causa di un infarto. Ma per un cavillo gli viene negato l'assegno di invalidità: l'uomo è così costretto a una lunga trafila fra uffici e call center per cercare di far valere i propri diritti, vittima di una burocrazia ottusa e ridicola che sembra fare apposta a mettergli i bastoni fra le ruote. Intenzionato a non darsi per vinto e al tempo stesso a non perdere la propria dignità, Daniel le prova tutte, e nel frattempo stringe amicizia con Katie, madre single con due figli a carico, a sua volta disoccupata e alla disperata ricerca di una fonte di sostentamento. Ken Loach ha sempre fatto film "politici", e questo – premiato a Cannes con la Palma d'Oro, la seconda per il regista britannico dopo "Il vento che accarezza l'erba" nel 2006 – non solo non è da meno, ma è forse uno dei suoi lavori più esplicitamente di denuncia sociale. È un film cupo e pessimista, che mette al centro un vecchio lavoratore tagliato completamente fuori dal nuovo mondo "digitale" che si è formato intorno a lui, prigioniero di un meccanismo statale e burocratico che sembra aver perso di vista il proprio fine, in una società dove soltanto la solidarietà fra poveri, che si aiutano e sostengono a vicenda, può offrire qualche spiraglio di speranza e di fiducia per il futuro. Ma come tutti i film a tema, ha naturalmente i suoi limiti: nonostante la calda umanità del protagonista e la cura psicologica della sceneggiatura nel descrivere le tribolazioni di Katie, la Newcastle in cui si svolge la storia sembra troppo costruita per essere vera, e tutti i personaggi con cui interagisce Daniel non hanno personalità al di là del loro ruolo nelle sue vicende. Ma il brusco finale (con la lettera di Dan letta da Katie, quasi un manifesto per rivendicare la propria dignità di uomo e di lavoratore) è senza dubbio commovente.

6 febbraio 2016

La parte degli angeli (Ken Loach, 2012)

La parte degli angeli (The Angels' Share)
di Ken Loach – GB/F/I/B 2012
con Paul Brannigan, John Henshaw
**1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

Robbie (Branningan), teppista di Glasgow che ha sempre condotto una vita problematica, vorrebbe mettere la testa a posto, anche perché sta per diventare padre. Ma non è facile, visto che nessuno sembra disposto a dargli fiducia. Condannato a trecento ore di lavori socialmente utili in seguito a una rissa, fa la conoscenza del bonario Harry (Henshaw), che lo prende sotto la propria ala protettiva e, fra le altre cose, lo introduce al mondo della degustazione del whisky. L'occasione della riscossa giungerà quando verrà a conoscenza dell'imminente vendita, in un'asta esclusiva, di un barile di preziosissimo whisky invecchiato oltre quarant'anni, particolarmente bramato dagli appassionati... Di solito apprezzo Loach a corrente alternata, trovando alcuni suoi lavori troppo schematici e manichei, ma mi sembra che il regista – che pure non rinuncia mai a ritrarre il mondo dei più deboli e degli emarginati, e soprattutto il contesto sociale di povertà e disoccupazione in cui si muovono – dia il meglio di sé quando, più che lanciare un messaggio, si "limiti" a raccontare una storia, meglio se condita da una venatura leggera e ottimista, all'insegna della redenzione, come nel caso de "Il mio amico Eric" o del film in questione. La simpatia dei personaggi, l'insolito contesto "enologico" (da confrontare con "Sideways" di Payne, dove si degustavano vini in California!), il tema del riscatto dei perdenti e il valore dell'amicizia si fondono mirabilmente in una commedia realistica e non consolatoria, dove non tutto fila liscio ma ci si ingegna per trarre il meglio da ciò che si ha a disposizione, e dove per una volta la volontà e la solidarietà vengono ricompensate. In più, un setting inconfondibilmente e orgogliosamente scozzese, che fonde ambienti proletari (le periferie di Glasgow), scenari turistici (il castello di Edimburgo) e gli elementi più caratteristici della nazione (i kilt, i pub, e ovviamente il whisky). Premio della giuria a Cannes. Il titolo si riferisce a quella parte di distillato che evapora in modo naturale dai barili durante l'invecchiamento. Nella colonna sonora spicca la classica "I'm Gonna Be (500 Miles)" dei Proclaimers.

17 giugno 2014

Jimmy's hall (Ken Loach, 2014)

Jimmy's hall (id.)
di Ken Loach – GB/Irlanda 2014
con Barry Ward, Simone Kirby
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Rientrato in patria nel 1932, dopo dieci anni trascorsi in esilio negli Stati Uniti per aver combattuto dalla parte "sbagliata" durante la guerra civile, l'irlandese Jimmy Gralton decide di riaprire la vecchia sala da ballo di campagna che fu costruita anni prima sul terreno della sua fattoria. La sua scelta fa felici i giovani (e non solo) della regione, che hanno finalmente un luogo dove divertirsi che non sia sotto il controllo delle istituzioni (la chiesa cattolica in primis), tanto più che nella sala in questione, oltre a ballare, si organizzano anche corsi di lettura, di poesie, di canto, e persino di pugilato...; ma inevitabilmente si attira gli strali del parroco locale, dei notabili e dei "benpensanti" che vedono di cattivo occhio le idee socialiste di Jimmy e dei suoi amici. La tensione cresce, la politica ci si mette in mezzo, e Gralton finirà con l'essere espulso nuovamente dal paese. Ispirandosi a una storia vera, Loach racconta una vicenda che, se fosse stata trattata con maggior ironia, avrebbe potuto quasi sembrare un episodio della saga di Don Camillo e Peppone. Invece, con il suo solito schematismo (i buoni tutti da una parte, i cattivi tutti dall'altra), il regista la rende un pesante atto d'accusa contro chi cerca di limitare la libertà altrui, anche quando si tratta di qualcosa di assolutamente innocuo (canti e danze di campagna). Nella scena in cui Jimmy fa il suo discorso contro i "padroni" e contro il capitalismo, pare quasi rivolgersi al pubblico di oggi: e l'ombra delle Grande Depressione riecheggia quella dell'attuale crisi economica, rendendo la pellicola una metafora della situazione odierna.

11 settembre 2011

11 settembre 2001 (aavv, 2002)

11 settembre 2001 (11'09"01 - September 11)
di registi vari – Francia 2002
film a episodi
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Sono passati esattamente dieci anni dall'attentato alle Torri Gemelle di New York. Per ricordarlo, ho rivisto bel questo film a episodi nel quale undici registi di diverse nazionalità (uno solo, Sean Penn, è americano) affrontano l'argomento da molteplici punti di vista e in piena libertà creativa. Ciascuno dei segmenti in cui è divisa la pellicola dura esattamente 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma: ovvero, come recita il titolo originale, 11'09"01. La presenza di filmmaker arabi (l'egiziano Chahine) e del medio oriente (l'israeliano Gitai, l'iraniana Makhmalbaf), oltre che di autori notoriamente critici verso la politica degli Stati Uniti (come il britannico Ken Loach), garantisce una prospettiva globale, rassicurando coloro che temevano un'operazione puramente celebrativa o conciliatoria. Non siamo di fronte né a un instant-movie né a una semplice cronaca dell'evento: molti registi (come Tanovic, Loach o Imamura) hanno anzi sfruttato l'occasione per parlare di altre tragedie che hanno coinvolto vittime innocenti e che rispetto all'attentato dell'11 settembre hanno magari ricevuto una copertura "mediatica" minore; altri (come Lelouch, Penn o Nair) hanno invece raccontato la tragedia da un punto di vista personale o individuale. Anche dal lato tecnico il film offre una grande varietà di stili, con alcuni episodi che spiccano per la sperimentazione formale (su tutti quello di Iñárritu).

1) "Iran", di Samira Makhmalbaf (***), con Maryam Karimi
Un gruppo di bambini afgani, rifugiati in Iran, discutono del crollo delle Torri Gemelle (e della volontà di Dio) mentre la loro maestra cerca inutilmente di far loro osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime. La figlia di Mohsen Makhmalbaf (che qui fa il montatore) sceglie – come è consuetudine del cinema iraniano – di osservare la realtà attraverso lo sguardo innocente dei bambini, apparentemente incapaci di cogliere la reale portata di quello che è accaduto in una città così distante da loro, e realizza un episodio semplice ma commovente.

2) "Francia", di Claude Lelouch (***1/2), con Emmanuelle Laborit e Jérome Horry
Una fotografa sordomuta è giunta alla fine della sua relazione sentimentale con un uomo che fa la guida turistica a New York. Ma il crollo delle torri, di cui lei non si accorge per via della sua sordità, saprà riunire la coppia. Girato tutto dal punto di vista della donna, l'episodio fa a meno dell'audio (è praticamente muto, con sottotitoli) e restituisce il senso di percezione mutilata della realtà da parte di chi soffre di un handicap fisico. Insieme a quello messicano (che invece, in maniera speculare, è quasi tutto incentrato sul sonoro) è uno dei segmenti migliori del film.

3) "Egitto", di Youssef Chahine (*1/2), con Nour El-Sherif e Ahmed Haroun
Rientrato in patria da New York subito dopo l'11 settembre, il regista Chahine incontra il fantasma di un giovane marine americano, morto anni prima in un attentato in Libano. Insieme a lui, riflette insieme sulla spirale di odio, violenza e vendetta che insanguina il mondo. L'episodio meno convincente del lotto: per il regista l'attacco dell'11 settembre è solo un pretesto per parlare delle tensioni in Medio Oriente. Peccato che lo faccia in maniera banale, demagogica e didascalica.

4) "Bosnia-Erzegovina", di Danis Tanović (**), con Dzana Pinjo e Aleksandar Seksan
Come ogni undici del mese, un gruppo di donne bosniache si prepara a scendere in piazza per ricordare i caduti del massacro di Srebrenica (avvenuto l'11 luglio del 1995). La notizia del crollo delle torri a New York non impedirà loro di manifestare lo stesso. Un buono studio dei personaggi e il merito di ricordare una tragedia dimenticata sono i pregi di un episodio che però non rimane particolarmente impresso. A distanza di qualche anno dalla prima visione, lo avevo completamente rimosso.

5) "Burkina Faso", di Idrissa Ouedraogo (**1/2), con Lionel Zizréel Guire
Un gruppo di bambini ritiene di aver avvistato Osama Bin Laden per le strade del mercato di Ouagadougou, e pianifica di catturarlo con armi di fortuna per riscuotere la taglia da 25 milioni di dollari messa su di lui dagli Stati Uniti. Come la Makhmalbaf, anche il regista africano sceglie di guardare l'attualità attraverso gli occhi ingenui e innocenti dei bambini, e realizza l'episodio più leggero e divertente del film, ritraendo al contempo la povera realtà dei paesi dell'Africa occidentale.

6) "Regno Unito", di Ken Loach (***), con Vladimir Vega
Il musicista Vega, esule cileno che ora vive a Londra, scrive una lettera ai genitori e ai parenti dei morti delle Torri Gemelle, partecipando al loro dolore ma ricordando come anche il Cile abbia avuto il suo 11 settembre: nello stesso giorno del 1973, infatti, il colpo di stato del generale Pinochet abbatteva il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Attraverso una voce narrante e l'utilizzo di immagini di repertorio, Loach coglie l'occasione per denunciare la complicità degli Stati Uniti nell'accaduto. Un po' fuori tema, ma d'impatto.

7) "Messico", di Alejandro González Iñárritu (***1/2)
Mentre il nero dello schermo è interrotto da flash luminosi che illustrano i momenti più tragici del giorno dell'attentato (le persone che si gettano dalle torri, il crollo degli edifici), l'audio fonde insieme le voci dei testimoni e dei sopravvissuti, i rumori ambientali, i notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo, i messaggi inviati via cellulare ai propri cari da coloro che erano rimasti intrappolati nelle torri o dagli aerei dirottati, e così via, in una cacofonia di suoni, rumori e musica che rendono questo video-messaggio l'episodio artisticamente più significativo. Al termine, una domanda: la luce di Dio ci guida o ci acceca?

8) "Israele", di Amos Gitaï (**), con Keren Mor e Liron Levo
Una giornalista televisiva sta tentando di fare un servizio in diretta da una strada di Tel Aviv dove si è appena verificato un attentato, intralciando anche il lavoro dei soccorritori. Ma scopre di non essere in onda perché contemporaneamente c'è stato il disastro delle Torri Gemelle. Girato in un unico piano sequenza (ma senza particolare maestria tecnica), si tratta di un episodio caotico e confuso che sembra trascinarsi troppo a lungo, non aiutato dalla scarsa simpatia di personaggi petulanti, isterici, esageratamente macchiettistici.

9) "India", di Mira Nair (**), con Tanvi Azmi e Kapil Bawa
Una donna pakistana, immigrata da tempo con la famiglia a New York, piange il figlio, musulmano ma nato negli Usa, scomparso da casa dal giorno dell'attentato delle Torri. Inizialmente il ragazzo è addirittura accusato di essere un complice dei terroristi: ma sei mesi più tardi, quando il suo corpo viene ritrovato, si scoprirà che invece aveva eroicamente tentato di salvare altre vite. Ispirato a una storia vera, è un episodio che si focalizza sul sentimenti anti-islamici nell'America del post-11 settembre. Peccato però che sia raccontato in maniera non troppo brillante.

10) "Stati Uniti d'America", di Sean Penn (***), con Ernest Borgnine
Un anziano vedovo trascorre le giornate da solo nel suo appartamento, imprigionato insieme ai ricordi della moglie scomparsa. Sul davanzale c'è un vaso di fiori avvizziti, che sbocceranno nuovamente soltanto quando il crollo delle torri permetterà ai raggi del sole, che in precedenza era sempre oscurato dal WTC, di raggiungere la finestra. Episodio malinconico e bizzarro, dal finale un po' surreale e al limite dello sberleffo (anche se c'è chi ha parlato di "poesia del dolore"), girato in maniera assai curata e con grande attenzione ai dettagli. Strepitoso l'interprete, l'ottantacinquenne Borgnine.

11) "Giappone", di Shohei Imamura (**1/2), con Tomorowo Taguchi, Kumiko Aso
Siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Disgustato dall'umanità dopo aver assistito agli orrori del conflitto, un soldato giapponese torna a casa convinto di essere un serpente, strisciando per terra per la disperazione della sua famiglia. Girato da Imamura con la consueta commistione fra stile realistico e contenuto allegorico, il segmento che conclude il film è anche l'unico a non fare un riferimento diretto alla tragedia dell'11 settembre. Ma la scritta finale in sovrimpressione ("Non esistono guerre sante") lascia ben pochi margini all'interpretazione.

19 giugno 2009

Il mio amico Eric (Ken Loach, 2009)

Il mio amico Eric (Looking for Eric)
di Ken Loach – GB 2009
con Steve Evets, Eric Cantona
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Pur rimanendo ancorato alla descrizione degli ambienti proletari che gli sono cari, Loach sorprende e diverte con una pellicola decisamente più leggera (e ottimista) del consueto e caratterizzata da un insolito elemento surreale. Il protagonista, Eric Bishop (un ottimo Steve Evets, attore televisivo semisconosciuto e dal nome curiosamente palindromo), è un postino di mezza età in preda a forti crisi depressive: non si è mai ripreso dall'aver abbandonato la prima moglie Lily molti anni prima, subito dopo la nascita di una figlia (che ormai è in procinto di laurearsi), e ora vive con due figliastri (residui di rapporti e matrimoni successivi), con i quali ha forti problemi di incomunicabilità, e in preda alla più totale confusione mentale. Gli amici e i colleghi cercano di aiutarlo come possono, con divertenti e improvvisate sedute psicologiche e corsi di autostima. E un risultato, in effetti, lo ottengono: Eric vede materializzarsi davanti ai propri occhi nientemeno che l'ex calciatore francese Eric Cantona, di cui è un grande tifoso e che considera una figura carismatica e di riferimento. Cantona – il cui ruolo nella vicenda ricorda i "fantasmi" dickensiani o il coniglio Harvey del film con James Stewart – lo stimola a rimettere in sesto la sua vita e a riallacciare i contatti con Lily. E quando la ritrovata famiglia è minacciata da una gang di microcriminali con i quali uno dei figliastri era malauguratamente entrato in contatto, Eric ha la forza di reagire: insieme a tutti i suoi amici e colleghi organizza una spettacolare "spedizione punitiva" a casa dei malviventi, dimostrando che l'unione – e centinaia di maschere da Eric Cantona! – fa la forza, oltre che la vittoria sta nel gioco di squadra (e nell'unione dei lavoratori, tanto per ricordare che siamo sempre di fronte a una pellicola di Loach!). Impagabile la frase rivolta al capo dei cattivi: "Dovunque andrai a nasconderti, io ti ritroverò. And you know why? Because I'm a fucking postman!". Ma divertentissime anche le continue metafore e i proverbi (in francese) che l'ex giocatore del Manchester United sforna a ripetizione davanti a Eric, un'attitudine che nasce da una reale conferenza stampa nel corso della quale il calciatore si limitò a pronunciare le seguenti parole: "Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine" (il filmato viene mostrato durante i titoli di coda), per non parlare della risposta che a un certo punto dà nel film: "I'm not a man, I'm Cantona". Anche questa, naturalmente, è una pellicola da gustarsi assolutamente in lingua originale, visto il particolare slang (dove una parola su tre è "fuck" o "fucking") parlato da Eric e dagli altri personaggi.

28 marzo 2008

Tickets (Olmi, Kiarostami, Loach, 2005)

Tickets
di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Ken Loach – Italia/GB 2005
con Carlo Delle Piane, Silvana de Santis
**

Visto in divx alla Fogona.

Tre episodi – ambientati in un convoglio ferroviario – che sfumano l'uno nell'altro senza una separazione netta, con alcuni personaggi comuni che "traghettano" lo spettatore attraverso le varie storie. Nel segmento di Ermanno Olmi (*1/2), un anziano farmacologo (Delle Piane) che sta tornando in Italia dalla Germania rimpiange un possibile amore mai nato con la bella interprete (Valeria Bruni Tedeschi) che lo ha aiutato a trovare il posto in treno. Mentre i vagoni vengono perlustrati da una pattuglia di militari alla misteriosa ricerca di qualcosa, il professore ha un gesto di solidarietà nei confronti di un bambino albanese in viaggio con la sua famiglia. Nell'episodio di Abbas Kiarostami (**), un giovane che sta svolgendo il servizio civile pianta in asso l'arrogante e odiosa moglie di un generale che deve accompagnare e che lo schiavizza in continuazione. Nell'episodio di Ken Loach (**1/2), infine, tre tifosi scozzesi della squadra di calcio del Celtic, in viaggio verso Roma per assistere a una partita, cedono generosamente uno dei loro biglietti alla famiglia albanese di cui sopra, per poi sfuggire alla polizia una volta giunti in stazione grazie all'aiuto dei tifosi romanisti. L'ambientazione all'interno di un convoglio di Trenitalia è il filo conduttore dell'intera pellicola, ma solo Loach sfutta anche il titolo del film ("Biglietti"). Nel complesso, una pellicola che non graffia e non colpisce particolarmente. Olmi è troppo populista, Kiarostami è simpatico ma effimero, solo Loach mette in scena dei "veri" personaggi.

12 settembre 2007

In questo mondo libero... (Ken Loach, 2007)

In questo mondo libero... (It's a free world...)
di Ken Loach – GB 2007
con Kierston Wareing, Juliet Ellis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Dopo la parentesi storica de "Il vento che accarezza l'erba" (che pure gli era valsa la Palma d'Oro al festival di Cannes), Loach torna allo scenario contemporaneo e ai temi di denuncia sociale che più gli stanno a cuore. La protagonista, una ragazza madre, dopo essere stata licenziata, apre con un'amica un'agenzia clandestina di lavoro interinale: nonostante le buone intenzioni iniziali, da sfruttata diventerà a sua volta sfruttatrice, perdendo gradualmente la propria innocenza e la propria umanità. Il tema del lavoro e quello dei diritti dei più deboli sono da sempre al centro delle pellicole del regista, dai tempi di "Piovono pietre" e anche prima. Stavolta li affronta da un punto di vista forse meno ovvio del solito, ma sempre in maniera dura e assolutamente non consolatoria, puntando i riflettori soprattutto sulla condizione disperata degli immigrati legali e illegali provenienti dai paesi dell'est (Ucraina e Polonia).

14 giugno 2006

Il vento che accarezza l'erba (Ken Loach, 2006)

Il vento che accarezza l'erba (The wind that shakes the barley)
di Ken Loach – GB/Irlanda 2006
con Cillian Murphy, Padraic Delaney
**1/2

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes)

È il film che ha vinto la Palma d'Oro. Racconta alcuni episodi della rivolta degli irlandesi contro l'esercito di occupazione britannico, nel 1920. Crudo e spietato, riesce a comunicare con passione ed efficacia le tensioni e le contraddizioni della guerra (toccante, per esempio, la scena dell'esecuzione della giovane spia), ma pecca per il solito manicheismo di Loach: da un lato sono tutti rozzi e cattivi e dall'altro invece tutti buoni e sensibili, anche se mettere in scena le prepotenze e i soprusi degli inglesi serve a far indignare lo spettatore e a farlo partecipare con più coinvolgimento alle vicende. Comunque interessante: soprattutto nella seconda parte, quando gli stessi irlandesi si dividono fra quelli che accettano la tregua proposta dagli inglesi e quelli che continuano a ribellarsi in nome di ideali socialisti. Ovviamente si mettono a combattere fra loro, e altrettanto ovviamente abbiamo due fratelli che si trovano a lottare uno contro l'altro su fronti opposti della barricata. Per la prima volta ho visto il bravo Cillian Murphy in un ruolo positivo (dopo "Red Eye" e "Batman Begins").