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16 dicembre 2022

Illusioni perdute (Xavier Giannoli, 2021)

Illusioni perdute (Illusions perdues)
di Xavier Giannoli – Francia 2021
con Benjamin Voisin, Vincent Lacoste
***

Visto in TV (Now Tv).

Nella Francia della Restaurazione, a inizio Ottocento, Lucien de Rubempré (Benjamin Voisin) è un giovane poeta di campagna, ingenuo e idealista, che – spinto anche dall'amore per la sua nobile mecenate, la baronessa de Bargeton (Cécile de France) – si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Anziché trovare un editore per i suoi componimenti, che non interessano a nessuno, entrerà in contatto con un mondo ben diverso da quello che immaginava: il giornalismo satirico e di costume, di stampo liberale, di cui – tramite l'amicizia con lo spregiudicato redattore Étienne Lousteau (Vincent Lacoste) – diventa in breve tempo una delle firme più celebri, grazie ai suoi articoli arguti, feroci e taglienti. Quello della stampa è un universo corrotto, dove tutti sono in vendita, recensioni e stroncature di romanzi o rappresentazioni teatrali dipendono soltanto da quanto si è disposti a pagare, e le notizie false sono all'ordine del giorno. Dall'omonimo romanzo di Honoré de Balzac, una sorta di "Quarto potere" ottocentesco: nonostante lo stile classico e, almeno all'inizio, molto letterario e apparentemente ingessato, il film è vivace e incredibilmente attuale nel mettere in luce le storture, gli interessi, le menzogne, i favoritismi, il commercio che si annidano dietro la stampa e quelli che oggi chiameremmo i mass media. Nulla di diverso rispetto a oggi, dalle fake news alla pubblicità occulta, dai tentativi di indirizzare l'opinione pubblica (memorabili le "claque" di applauditori o di fischiatori che, a teatro, si vendono al miglior offerente, guidate dal subdolo Singali (Jean-François Stévenin) come se fosse un direttore d'orchestra) a quelli di affossare col gossip la reputazione di politici o personalità illustri. Che non si tratti di un'esagerazione o di una travisazione della realtà odierna nel passato lo dimostrano altri esempi simili nella letteratura e nell'arte ottocentesca (il primo che mi viene in mente: il personaggio di Macrobio nella "Pietra del paragone" di Gioacchino Rossini, simile per molti versi al Lousteau di Balzac). In mezzo a tutto questo, Lucien ci sguazza ma soffre anche, per l'anelito verso la purezza dell'arte e l'amore che, tutto sommato, continua a provare, frammisto al desiderio di elevarsi socialmente e di essere accettato nella classe aristocratica, cosa che lo trascina verso la distruzione. Ottima la ricostruzione d'epoca. Nel ricco cast, molti volti noti: Xavier Dolan è il romanziere Nathan, "rivale" di Lucien ma da lui sinceramente ammirato; Gérard Depardieu è il "buzzurro" editore Dauriat; Salomé Dewaels è la ballerina di varietà Coralie, di cui Lucien si invaghisce; Jeanne Balibar l'intrigante marchesa d'Espard. Numerosi premi César (compreso quello per il miglior film francese dell'anno).

30 agosto 2020

Jean de Florette (Claude Berri, 1986)

Jean de Florette (id.)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Gérard Depardieu, Daniel Auteuil, Yves Montand
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Prima parte di un dittico di pellicole che comprende anche "Manon delle sorgenti": girati di seguito e ambientati a dieci anni di distanza l'uno dall'altro, i due film raccontano in realtà un'unica storia, nelle sue premesse (in questo film) e nelle sue conseguenze (il successivo). Nella Provenza di inizio Novecento, il gobbo Jean Cadoret (Depardieu), contabile di città, eredita dallo zio una fattoria sulle colline, composta da una casa e da un ampio terreno, e vi si trasferisce con la famiglia – la moglie Aimée e la figlioletta Manon – con l'intenzione di vivere in modo naturale, allevando conigli e coltivando zucche. I suoi metodi "scientifici" sono visti con scetticismo dagli agricoltori locali, ma la difficoltà principale è data dalla mancanza di acqua, condizione peggiorata da un'estate particolarmente arida. Nella tenuta si trova in realtà una ricca sorgente, ma Jean lo ignora, anche perché è stata tappata dai suoi vicini Ugolin (Auteuil) e César "Papet" Soubeyran (Montand), ai quali fa gola il terreno e che sperano di constringerlo a venderlo a poco prezzo... Il valore della terra ma soprattutto dell'acqua come bene più prezioso dell'oro, le fatiche della vita rurale e contadina, le piccole e grandi meschinerie dell'animo umano, la chiusura delle comunità verso chi viene dall'esterno, la crudeltà della natura che si rispecchia nell'avidità dell'uomo sono i temi (peraltro svolti in maniera mai pesante) di un film dall'ambientazione quasi "mitica" e fuori dal tempo. Pur ambientato subito dopo la fine della Grande Guerra, infatti, la vicenda potrebbe svolgersi in ogni periodo e da qualsiasi parte del mondo. E il sequel, con le sue rivelazioni, amplificherà ancora di più la portata della tragedia che si svolge fra le spoglie colline di quest'angolo di terra. Ottime le interpretazioni di tre autentici mostri sacri del cinema francese, da un Montand a fine carriera nel ruolo del patriarca dei Soubeyran, famiglia un tempo ricca e numerosa e ridotta ora sulla via dell'estinzione, ai giovani Auteuil (imbruttito con un naso finto) e Dépardieu (la cui moglie è interpretata dalla sua reale consorte, Élisabeth), e bella e avvolgente la fotografia calda e luminosa di Bruno Nuytten che rende "magiche" le località e i paesaggi in cui si svolge la storia. Il dittico è tratto dal ciclo di romanzi "L'eau des collines" di Marcel Pagnol, primo regista eletto nell'Académie française, che a sua volta li scrisse dopo la delusione per i tagli imposti dai produttori al suo "Manon des sources", lungometraggio di quattro ore del 1952, al quale Berri rende dunque in qualche modo giustizia. A fare da filo conduttore musicale c'è il tema de "La forza del destino" di Giuseppe Verdi: per ora un semplice motivetto intonato da Jean con l'armonica e ripreso dalla figlia, ma in seguito un segno premonitore e impressionante dell'ineluttabilità dal dato.

29 marzo 2020

L'ingorgo (Luigi Comencini, 1979)

L'ingorgo - Una storia impossibile, aka Black-out in autostrada
di Luigi Comencini – Italia/Fra/Spa/Ger 1979
con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni
***

Visto in divx.

Alle porte di Roma, un gigantesco ingorgo stradale blocca centinaia di autovetture, costringendo i proprietari a bivaccare letteralmente in macchina. E quando cala la notte, vengono fuori anche i peggiori istinti dell'uomo. Pellicola apocalittica e corale, con decine di personaggi e di storie minime e grottesche che si intersecano, con la quale Comencini (coadiuvato da un eccezionale gruppo di attori) lancia strali un po' a tutta la società italiana. C'è il ricco avvocato interpretato da Alberto Sordi, in auto con il segretario (Orazio Orlando), che disprezza il popolino nonostante si trovi nella stessa situazione; il famoso attore Marco Montefoschi (Marcello Mastroianni), con la fobia del pubblico, che viene ospitato da un ammiratore (Gianni Cavina) che vorrebbe in cambio una raccomandazione a Cinecittà, e per questo motivo sarebbe disposto a concedergli una notte con la moglie incinta (Stefania Sandrelli). Un "professore" (Ugo Tognazzi) che ha una tresca con la giovane Angela (Miou-Miou) all'insaputa del marito di lei (Gérard Depardieu). Una coppia che, fra una tenerezza e un litigio, sta festeggiando le nozze d'argento (Fernando Rey e Annie Girardot). E ancora: una numerosa famiglia napoletana, con il padre (Lino Murolo) furioso con la figlia Germana (Giovannella Grifeo) perché è rimasta incinta; un nevrotico in crisi d'astinenza da tabacco (Patrick Dewaere); un malato in ambulanza (Ciccio Ingrassia); quattro uomini armati di pistola (fra cui José María Prada e Ferdinando Murolo); una giovane hippie (Angela Molina) che fraternizza con l'autista di un camion (Harry Baer) ma che poi, durante la notte, sarà violentata da tre giovinastri. E anche in un ambiente così ristretto (l'intero film è ambientato su un tratto di pochi metri di strada, oltre che nei terreni circostanti) si affrontano quasi tutte le questioni sociali, politiche o di costume dell'italia di quegli anni: le speculazioni edilizie, i conflitti di classe, i cambiamenti del costume (l'aborto, il divorzio), la politica, le contestazioni giovanili, il calcio, l'informazione (con la tv che è costretta a sospendere le trasmissione e a interrompere i telegiornali per mancanza di personale: sono tutti imbottigliati nel traffico), oltre che vizi individuali come la violenza, il menefreghismo, l'opportunismo, l'ipocrisia. E naturalmente al centro di tutto c'è il consumismo, di cui proprio l'automobile, ormai alla portata di tutti, è il simbolo per eccellenza. Metaforica anche la sequenza del bambino (la coscienza collettiva?) che dorme sin dalla nascita. Anna Melato (sorella minore di Mariangela), che doppia Angela Molina, canta "Il treno dei bambini" su testo di Gianni Rodari, mentre Giovannella Grifeo canta la canzone dell'ingorgo ("Ingorgo, paralisi di vita...."). Nel cast anche Nando Orfei (l'autista di Mastroianni), José Sacristán (il prete comunista), Ester Carloni (la nonna) e il pilota di moto Enrico Lorenzetti (il ciclista). La sceneggiatura, ispirata a un racconto di Julio Cortázar ("L'autostrada del sud"), è firmata da Comencini insieme a Ruggero Maccari e Bernardino Zapponi. Juan Luis Buñuel è regista della seconda unità: chissà che film sarebbe venuto fuori se l'avesse diretto il suo celebre padre (in fondo l'ingorgo nasce senza un vero motivo, proprio come l'impasse de "L'angelo sterminatore")!

8 novembre 2019

L'ultima donna (Marco Ferreri, 1976)

L'ultima donna (La dernière femme)
di Marco Ferreri – Italia/Francia 1976
con Gérard Depardieu, Ornella Muti
**

Visto in divx.

Costretto a un mese di ferie forzate (o in cassa integrazione?) dalla fabbrica dove lavora, un giovane ingegnere e padre single (Depardieu: il personaggio è chiamato Giovanni nella versione italiana e Gérard in quella francese) si innamora della misteriosa Valeria (Muti), maestra presso il nido d'infanzia dove lascia il figlio Pierino. I due si ritrovano a convivere – insieme al bambino – nell'appartamento di lui, da dove escono di rado e dove occasionalmente Giovanni riceve ancora le visite dell'ex moglie Gabrielle (Zouzou), che lo ha abbandonato per dedicarsi a tempo pieno alla "lotta femminista". Dal suo canto, Valeria ha lasciato il più anziano Michele (Michel Piccoli), ma è spesso tentata di tornare da lui. Anche perché il nuovo rapporto è tormentato da continue tensioni e incomprensioni, amplificate dall'egoismo "prevaricatore" dell'uomo e dall'incertezza evanescente della donna. Grande scandalo (per i nudi integrali, in particolare quelli di Depardieu) ma anche successo al botteghino per quello che in superficie è un film noiosetto sulle difficoltà di dar vita a una relazione di coppia in un mondo che cambia e dove "il modello di famiglia non funziona più". Per certi versi (vedi l'insistenza sul sesso) sembra voler fare il verso a "Ultimo tango a Parigi", anche se in maniera più nichilista e meno liberatoria, soffrendo inoltre per via di un personaggio femminile poco caratterizzato, che non ha ricordi e non sa che cosa vuole (non aiuta il fatto che la Muti sia bella e basta). La scena finale dell'evirazione vorrebbe sottolineare l'impotenza maschile di fronte alle rivendicazioni di un nuovo ruolo per la donna. In seconda lettura, però (come suggerisce l'amico Giuliano nel suo blog), siamo di fronte a una specie di allegoria, che pesca a piene mani dai simboli e dai miti, come gli amori di Marte e Venere (da notare come Giovanni costruisca giocattoli da guerra per il figlio), con il bambino pacioccoso che ricorda gli Eros e gli amorini rubicondi di tanti dipinti barocchi, trascendendo così l'attualità "militante" e la dicotomia fra maschilismo e femminismo (che diventa semmai quella fra patriarcato e matriarcato). E in questo caso il ruolo della donna, "amore" assoluto, ideale e irraggiungibile (vedi anche le citazioni a Marilyn Monroe), acquista un diverso significato: è "l'ultima donna", appunto, dopo la quale non possono essercene altre. Il film è stato girato a Créteil, periferia industriale di Parigi, ma la località non viene specificata nella versione italiana, lasciando intendere che possa essere ambientata nel nostro paese. Piccole parti per Renato Salvatori, Giuliana Calandra e Nathalie Baye. Curiosità: i doppiatori italiani dei due protagonisti (Flavio Bucci e Micaela Pignatelli) sono stati marito e moglie.

19 ottobre 2019

1492 - La conquista del paradiso (R. Scott, 1992)

1492 - La conquista del paradiso (1492: Conquest of Paradise)
di Ridley Scott – Francia/Spagna/USA/GB 1992
con Gérard Depardieu, Sigourney Weaver
*1/2

Rivisto in DVD.

Realizzato per il 500° anniversario della scoperta dell'America, un biopic su Cristoforo Colombo che racconta i suoi viaggi, l'approdo su quelle che credeva essere le coste orientali dell'India e il tentativo di stabilire le prime colonie d'oltremare. Semplicistico, lineare e mai emozionante (anche perché privo di qualsiasi sottigliezza), il film è un polpettone informe e senza guizzi, con una sceneggiatura scolastica, una ricostruzione storica romanzata e stereotipata e una regia di maniera. Inoltre, pur sfiorando il tema del "paradiso perduto" (l'arrivo degli spagnoli in America porta ben presto la morte, la violenza e la barbarie, insanguinando quello che sembrava un luogo idilliaco), i fari della vicenda restano sempre puntati sulla figura – in fondo non così interessante – di Colombo, ritratto in modo vago come idealista e ambizioso al tempo stesso: e manca una seria e sincera riflessione su quelle che saranno davvero le conseguenze del suo viaggio, soprattutto per le popolazioni indigene (ma questa è un'altra storia). Realizzato come co-produzione internazionale (e si vede dal cast: oltre a Gérard Depardieu come protagonista e Sigourney Weaver come regina Isabella, ci sono anche Tchéky Karyo, Armand Assante, Fernando Rey, Michael Wincott e Ángela Molina), il film rappresenta l'inizio del periodo meno ispirato e brillante della carriera di Ridley Scott, che, messosi alle spalle i suoi capolavori, di fatto non tornerà mai più ai livelli precedenti (pur firmando ancora alcuni occasionali successi di pubblico – vedi "Il gladiatore" – e di critica – vedi "Sopravvissuto - The martian"). La cosa migliore del film, oltre alle interpretazioni e alla splendida fotografia "pubblicitaria" di Adrian Biddle (le navi che veleggiano al tramonto, o la luce del sole che si riflette sulle onde), rimane senza dubbio la colonna sonora di Vangelis (alla seconda collaborazione con Scott dopo "Blade runner"), con il suo tema enfatico e corale ispirato alla "Follia" medievale. Anche la Weaver aveva già lavorato con il regista (in "Alien").

13 luglio 2014

Una pura formalità (G. Tornatore, 1994)

Una pura formalità
di Giuseppe Tornatore – Italia 1994
con Gérard Depardieu, Roman Polanski
***

Visto in TV.

È notte, piove, e un uomo (Depardieu) viene portato in una cadente e isolata stazione di polizia di campagna, in mezzo al bosco, per essere interrogato dal commissario locale (Polanski) a proposito di un delitto che si è svolto in un casolare vicino. L'uomo afferma di essere un famoso scrittore, Onoff, che da anni vive isolato dal resto del mondo e delle cui opere – guarda caso – il commissario è un fervente lettore. La pioggia all'esterno è incessante, la corrente elettrica va e viene, le linee telefoniche sono interrotte, i dintorni sono disseminati di trappole e le penne non scrivono. Fra reticenze, vuoti di memoria, amare confessioni e vani tentativi di fuga, l'interrogatorio si protrarrà tutta la notte, fino a quando la verità verrà a galla. Da una sceneggiatura dello stesso Tornatore che pare scritta per il teatro (e infatti, negli anni a venire, sarà rappresentata più volte sul palco), una pellicola decisamente atipica per il cinema italiano (non a caso è interpretata da due "star" straniere, peraltro frutto di un casting altrettanto atipico: Polanski, in particolare, raramente recita da protagonista in pellicole non sue). L'atmosfera, più che ricordare un thriller poliziesco, oscilla fra il claustrofobico e il kafkiano, fino a sfociare nel metafisico (il finale può far venire in mente, per associazione d'idee, "After life" di Hirokazu Koreeda). Ma soprannaturale a parte, se l'avesse diretto lo stesso Polanski non ci sarebbe stato da stupirsene, visti i tanti elementi che ricordano le sue pellicole, soprattutto quelle degli esordi. In ogni caso, prova d'autore per il regista (con senno di poi, il titolo può essere letto anche come "Solo una questione di forma") e d'attore per i due protagonisti, che hanno recitato in francese e sono stati doppiati nella versione italiana da Corrado Pani (Depardieu) e Leo Gullotta (Polanski). Colonna sonora di Ennio Morricone, in collaborazione con il figlio Andrea: la canzone "Ricordare", intonata da vari personaggi durante il film e con testo dello stesso Tornatore, è cantata in italiano da Depardieu sui titoli di coda.

12 settembre 2013

Green Card (Peter Weir, 1990)

Green Card - Matrimonio di convenienza (Green Card)
di Peter Weir – USA/Australia/Francia 1990
con Gérard Depardieu, Andie MacDowell
**1/2

Rivisto in TV.

Georges, un compositore francese, e Brontë, un'ortocultrice newyorkese, contraggono matrimonio pur essendo perfetti sconosciuti e promettendo di non rivedersi più. In questo modo lui può ottenere la carta verde (il permesso di residenza illimitata negli Stati Uniti per gli stranieri) e lei può occupare l'appartamento dei suoi sogni, con annessa una favolosa serra, che i proprietari intendevano affittare soltanto a una giovane coppia. Ma quando gli ispettori dell'immigrazione cominciano ad indagare su di loro, i due dovranno iniziare una forzata convivenza, e studiare alla perfezione il passato e le abitudini l'uno dell'altra, per "dimostrare" di essere davvero marito e moglie. Naturalmente, alle iniziali idiosincrasie per le rispettive differenze (lei è ambientalista, vegetariana, chiusa in sé stessa e rigorosa in tutto ciò che fa; lui è un artista scapigliato, estroverso e spontaneo, che vive alla giornata) seguirà un reale innamoramento. Peter Weir si dà alla commedia romantica leggera (oggi diremmo "chick flick"), allontanandosi per una volta dalla complessità psicologica degli altri suoi lavori, con l'aiuto di due attori assai carismatici e di una sceneggiatura (dello stesso regista) che cerca di superare – o almeno di non far pesare troppo – i limiti intrinseci del genere, su tutti la prevedibilità. Certo, lo spunto di partenza è assai esile, per non dire poco credibile, ma il risultato è quanto meno gradevole, anche perché a ben vedere riesce a "riciclare" sotto forme più facili molti dei temi che Weir aveva già affrontato nei suoi precedenti film: il cambiamento che arriva all'improvviso, l'incontro (o lo scontro) fra culture diverse, il confronto con ciò che ci è estraneo. E anche l'amore fra i due protagonisti, che nasce quasi dal nulla, può essere ricondotto a quel fascino per il mistero e per l'inspiegabile che permea tutto il cinema del regista australiano. Nota a margine: chissà come l'avrebbe girato un Polanski, magari ai tempi de "L'inquilino del terzo piano", vista la presenza inquietante di vicini e dirimpettai ficcanaso. Il film servì a introdurre Depardieu alle audience americane. La scena in cui i due protagonisti si "fabbricano" foto e falsi ricordi sembra riecheggiare "L'ultima donna" di Ferreri (con lo stesso Depardieu). La colonna sonora di Hans Zimmer saccheggia Mozart ed Enya.

29 dicembre 2011

Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

Novecento
di Bernardo Bertolucci – Italia 1976
con Robert De Niro, Gérard Depardieu
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Alfredo Berlinghieri (De Niro), figlio dei proprietari di una grande azienda agricola, e Olmo Dalcò (Depardieu), figlio dei braccianti che ci lavorano, nascono lo stesso giorno, il 27 gennaio 1901 (la data della morte di Giuseppe Verdi: il film è ambientato proprio nei luoghi verdiani, in una fattoria nel comune di Busseto e nella "Bassa", fra le province di Parma, Cremona, Reggio Emilia e Mantova). Nonostante le differenze di classe sociale, i due ragazzi diventeranno grandi amici e cresceranno insieme. Ma il loro rapporto sarà messo a dura prova dagli eventi storici che segneranno l'Italia nella prima metà del secolo: dall'avvento del fascismo alle tragedie della seconda guerra mondiale (la pellicola si conclude – a parte un breve controfinale – proprio nel giorno della liberazione, il 25 aprile 1945). Per tutta la vita Olmo porterà avanti le proprie idee socialiste, mentre Alfredo – che pure in gioventù le guardava con una certa simpatia – lascerà che le prepotenze e la violenza dei fascisti si facciano strada anche nel microcosmo della tenuta di famiglia. Se non il capolavoro, di certo il film più celebre, ambizioso e personale di Bertolucci, una pellicola epica e lunghissima (dura oltre cinque ore, divise in due parti che uscirono separatamente al cinema – proprio come farà Marco Tullio Giordana con quello che può essere considerato un suo seguito ideale, "La meglio gioventù") che conquista lo spettatore per la sua natura di grande affresco corale, per la maestria tecnica (la fotografia è di Vittorio Storaro, il montaggio di Franco Arcalli, le scenografie di Ezio Frigerio e Gianni Quaranta, la musica di Ennio Morricone), per il realismo e l'attenzione ai particolari (nella messa in scena della vita contadina – dal lavoro nei campi ai riti e ai canti popolari – ma anche di quella borghese, come nelle sequenze che mostrano la vita "oziosa" di Alfredo in compagnia dello zio Ottavio) e soprattutto per l'ampio respiro storico della vicenda, abbinato però a uno sguardo che rimane sempre focalizzato su un piccolo territorio (i grandi eventi della storia del ventesimo secolo – da cui il titolo della pellicola – sono filtrati da una prospettiva intima e locale, in maniera non dissimile da quello che farà il tedesco Edgar Reitz nell'ancora più monumentale "Heimat").

Detto questo, il film – forse in parte ispirato a "Il mulino del Po" – è tutt'altro che equilibrato e ha anche i suoi bravi difetti: in particolare il manicheismo che – in nome dell'antifascismo e dell'apologia del socialismo – porta a idealizzare il popolo contadino e a demonizzare i borghesi e i "padroni", conducendo a sequenze un po' troppo sopra le righe (come quelle legate ai personaggi di Attila e di Regina, per esempio quando uccidono un bambino senza motivo). Poco convincente anche il trattamento riservato ai due protagonisti principali, Alfredo e Olmo, che man mano che la trama procede perdono importanza e restano sempre più ai margini degli eventi. Nella seconda metà del film, più che a narrare la loro storia, il regista sembra interessato soprattutto a mettere in scena una vicenda collettiva: significativa la lunghezza che viene riservata alla sequenza finale della liberazione nel cortile della fattoria. Grandioso il cast: erano anni in cui il nostro cinema poteva permettersi di ricorrere a grandi attori stranieri anche per i ruoli principali (e non per semplici comparsate), e poco importa se dovevano interpretare personaggi così permeati di italianità. Certo, nel 1976 De Niro e Depardieu – che appaiono anche in una scena di nudo frontale – erano giovani e a inizio carriera, ancora lontani dalla fama che avrebbero conquistato in seguito, ma tutto ciò non fa che valorizzare l'intuizione di Bertolucci e la sua decisione di scritturarli per il film. E comunque, anche il resto del cast non scherza: nei panni delle due donne amate da Olmo e Alfredo ci sono Stefania Sandrelli e Dominique Sanda (che avevano recitato già insieme ne "Il conformista"), in quelli dei nonni ci sono mostri sacri come Burt Lancaster e Sterling Hayden, per non parlare poi della coppia di cattivi formata da Donald Sutherland (Attila) e Laura Betti (Regina), di Romolo Valli (il padre di Alfredo), di Werner Bruhns (lo zio Ottavio), di Alida Valli (la vedova Pioppi) e dei tanti altri comprimari (fra cui vorrei ricordare Stefania Casini, la prostituta epilettica, e Pippo Campanini, il prete del paese). Nota di merito, infine, per i giovanissimi Roberto Maccanti e Paolo Pavesi che interpretano rispettivamente Olmo e Alfredo da bambini nella prima ora di film. Il film si apre con un'immagine de "Il quarto stato" di Pellizza da Volpedo, dipinto realizzato nel 1901 e dunque anch'esso un simbolo del ventesimo secolo: non a caso era stato collocato all'ingresso del Museo del Novecento recentemente inaugurato a Milano.

16 febbraio 2011

Paris, je t'aime (aavv, 2006)

Paris, je t'aime
di registi vari – Francia 2006
film a episodi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ideato dal produttore e regista Emmanuel Benbihy, che ha girato le sequenze di raccordo insieme a Frédéric Auburtin, "Paris, je t'aime" è un film a episodi sul tema dell'amore, in cui ogni segmento (ciascuno della durata di cinque minuti) è dedicato a uno dei venti arrondissements (i quartieri municipali) di Parigi. In realtà i cortometraggi sono solo diciotto: mancano quelli dedicati all'undicesimo e al quindicesimo arrondissement, girati rispettivamente da Raphaël Nadjari e da Christoffer Boe ma eliminati dal montaggio finale per questioni di equilibrio (i due registi sono comunque citati fra i ringraziamenti nei titoli di coda). Realizzato da un'ottima rosa di cineasti internazionali, il film è più piacevole del previsto: la visione non è mai noiosa, grazie anche alla brevità degli episodi che si succedono senza soluzione di continuità e che restituiscono un'immagine ideale di una città complessa, multietnica e romantica come la capitale francese. Certo, come tutte le pellicole di questo tipo soffre un po' per la qualità altalenante dei diversi episodi (i migliori mi sono parsi quelli di Cuarón, Coixet e Schmitz, i peggiori quelli dei Coen e della Chadha), ma il livello medio è piuttosto buono e c'è anche una sostanziale omogeneità stilistica, visto che la troupe tecnica è spesso la stessa (fanno eccezione alcuni registi che hanno voluto al proprio fianco i loro collaboratori abituali). Non mancano comunque episodi che si distaccano nettamente dagli altri per temi, fotografia e atmosfere (su tutti quello di Vincenzo Natali). Da sottolineare i gustosi "camei" di alcuni cineasti all'interno degli episodi dei colleghi, come Wes Craven che interpreta la vittima del vampiro nel segmento di Natali, o Alexander Payne che veste i panni di Oscar Wilde nell'episodio diretto dallo stesso Craven. Il film si conclude con una breve sequenza nella quale rivediamo tutti i personaggi dei vari episodi mentre interagiscono fra loro. Visto il successo dell'operazione, sono stati messi in cantiere film simili ambientati in altre città (il primo a essere uscito, nel 2009, è "New York, I love you").

"Montmartre", di Bruno Podalydès, con Bruno Podalydès e Florence Muller (**)
Dopo aver trovato a fatica un parcheggio, un uomo rimane in auto a rammaricarsi della propria solitudine; poi nota una donna svenuta sul marciapiede e corre in suo soccorso. Un incipit non troppo significativo, ma l'espressività del protagonista rimane impressa.

"Quais de Seine", di Gurinder Chadha, con Cyril Descours e Leïla Bekhti (*1/2)
Seduto al fianco di due amici che si divertono a fare commenti volgari su tutte le donne che passano per strada, un ragazzo si innamora di una giovane musulmana e scopre che il padre di lei è più tollerante del previsto. Troppo buonista per convincere appieno.

"Le Marais", di Gus Van Sant, con Gaspard Ulliel ed Elias McConnell (**1/2)
Un giovane artista, recatosi in una tipografia, si sente attratto da un ragazzo che lavora lì e cerca di spiegargli di aver trovato l'anima gemella: ma i due non si capiscono perché parlano lingue diverse. Interessante, ma forse meritava un maggiore sviluppo. Cameo di Marianne Faithfull.

"Tuileries", di Joel ed Ethan Coen, con Steve Buscemi e Julie Bataille (*1/2)
Un turista americano ossessionato dalla Gioconda, seduto in attesa della metropolitana, commette l'errore dal quale la sua guida turistica lo aveva messo in guardia: incrociare lo sguardo di altre persone, nella fattispecie quello di una coppia di innamorati litigiosi. La solita scemenza dei Coen, che vorrebbero far ridere senza riuscirci.

"Loin du 16e", di Walter Salles e Daniela Thomas, con Catalina Sandino Moreno (**)
Un'immigrata brasiliana canta una ninna nanna al suo bambino prima di lasciarlo in una nursery per recarsi al lavoro. Come donna di servizio, canta la stessa ninna nanna al figlio della sua datrice di lavoro. Esile.

"Porte de Choisy", di Christopher Doyle, con Barbet Schroeder e Li Xin (**1/2)
Un rappresentante di articoli per parrucchiere arriva in un bizzarro salone di bellezza gestito da una ragazza cinese che pratica le arti marziali. Un episodio variopinto, grottesco e surreale, nel quale il direttore della fotografia di Wong Kar-wai si dimostra ancora legato a temi e personaggi hongkonghesi (nella colonna sonora c'è anche una canzone di Faye Wong).

"Bastille", di Isabel Coixet, con Sergio Castellitto e Miranda Richardson (***)
Un uomo progetta di lasciare la moglie per una donna più giovane. Ma quando scopre che la coniuge è malata di leucemia, sceglie di restare al suo fianco e finisce con l'innamorarsi nuovamente di lei. Commentato dalla voce off di un narratore, è uno degli episodi più suggestivi e malinconici, quasi un noir. Non mancano momenti di sottile ironia, come quando il marito si "sacrifica" accompagnando la moglie a vedere un film di Bela Tarr.

"Place des Victoires", di Nobuhiro Suwa, con Juliette Binoche e Willem Dafoe (**)
Una madre, sconvolta e ossessionata dalla recente morte del figlioletto, ha l'occasione di dirgli addio per l'ultima volta grazie all'intercessione dello spirito di un cowboy. All'inizio poco accattivante, ma poi si rivela un'originale variazione sul tema dell'elaborazione del lutto.

"Tour Eiffel", di Sylvain Chomet, con Paul Putner e Yolande Moreau (**1/2)
Un buffo bambino racconta come i suoi genitori, entrambi mimi, si sono incontrati e innamorati. Comicità infantile, visionaria e surreale: per una volta Chomet non usa l'animazione e si affida ad attori in carne e ossa, anche se non rinuncia al suo stile cartoonistico e caricaturale.

"Parc Monceau", di Alfonso Cuarón, con Nick Nolte e Ludivine Sagnier (***)
Un uomo anziano si incontra per strada con una donna più giovane: dai loro discorsi sembrerebbe che i due siano amanti, ma alla fine si scoprirà che si tratta di un padre e di una figlia, la quale lo ha chiamato perché faccia da babysitter al nipotino mentre lei va al cinema con un'amica. Girato magistralmente in un unico piano sequenza e con un'ottima sceneggiatura (in due lingue).

"Quartier des Enfants Rouges", di Olivier Assayas, con Maggie Gyllenhaal e Lionel Dray (**1/2)
Un'attrice americana, a Parigi per recitare in un film in costume, chiede a uno spacciatore di procurarle dell'hashish e si illude di stringere amicizia con lui. Ma quando gli chiederà di rivederlo, lui non si presenterà. Bello e in linea con il cinema struggente di Assayas (che, in mancanza dell'amata Maggie Cheung, ha reclutato un'altra Maggie).

"Place des fêtes", di Oliver Schmitz, con Seydou Boro e Aïssa Maïga (***)
Un immigrato nigeriano, ferito a morte con una coltellata da un gruppo di teppisti, domanda un caffé alla giovane volontaria che lo ha soccorso e che, come rivela un rapido flashback, aveva già incontrato in passato. Incisivo e commovente: un vero e proprio film, nonostante la breve durata.

"Pigalle", di Richard LaGravenese, con Bob Hoskins e Fanny Ardant (**)
Una coppia di mezza età litiga in un locale a luci rosse: o meglio finge di farlo per ravvivare il proprio rapporto, visto che si tratta di due attori teatrali. Colpi di scena, atmosfera torbida e due ottimi interpreti, ma lascia un po' il tempo che trova.

"Quartier de la Madeleine", di Vincenzo Natali, con Elijah Wood e Olga Kurylenko (**1/2)
Un ragazzo si innamora di una bellissima vampira dopo averla sorpresa di notte mentre azzannava una vittima per la strada. Atmosfere retrò da cinema muto ed espressionista (con citazioni da Murnau e Feuillade) per un cortometraggio che gioca con il colore e il sonoro, stilisticamente affascinante.

"Père-Lachaise", di Wes Craven, con Emily Mortimer e Rufus Sewell (**1/2)
Una coppia di fidanzati in "luna di miele anticipata" visita il cimitero di Père-Lachaise. Dopo un litigio, il fantasma di Oscar Wilde aiuta il ragazzo a riconciliarsi con l'innamorata. Non un horror, come ci si aspetterebbe da Craven, ma una riflessione romantica sull'importanza del sense of humour.

"Faubourg Saint-Denis", di Tom Tykwer, con Melchior Beslon e Natalie Portman (**1/2)
Credendo che la sua fidanzata lo abbia lasciato, uno studente cieco richiama alla memoria i momenti più importanti della sua storia con lei. Ma la ragazza, un'aspirante attrice americana, stava soltanto recitando un copione. Come in "Lola corre", Tykwer sfrutta un montaggio rapido e sequenze ripetute e accelerate per dare vigore a uno degli episodi più romantici del lotto.

"Quartier Latin", di Gérard Depardieu, con Ben Gazzara e Gena Rowlands (*1/2)
Un'anziana coppia, separata da tempo, si incontra in un bar per mettere a punto le pratiche del divorzio. Depardieu veste i panni del barista, ma la storia (sceneggiata dalla stessa Rowlands) annoia e non dice poi molto.

"14e arrondissement", di Alexander Payne, con Margo Martindale (**)
Una turista americana, sempliciotta e sovrappeso, racconta con candore e ingenuità una vacanza trascorsa da sola a Parigi, e spiega il motivo per cui ama questa città. Una conclusione bonaria e un po' ingenua, proprio come la sua protagonista.

22 settembre 2010

Potiche (François Ozon, 2010)

Potiche - La bella statuina (Potiche)
di François Ozon – Francia 2010
con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Siamo nel 1977, stagione di grandi scioperi e contestazioni. Quando la fabbrica di ombrelli diretta dal marito (Fabrice Luchini) si trova a fronteggiare disordini e rivendicazioni sindacali, la ricca e borghese Suzanne Pujol (Deneuve) – fino ad allora confinata in casa a fare "la bella statuina" – è costretta ad assumerne temporaneamente la direzione. E grazie anche ai consigli del deputato comunista Maurice Babin (Depardieu), un tempo suo amante, riesce a riportare l'armonia in fabbrica. Il marito non perderà tempo a esautorarla e a riappropriarsi della poltrona di comando: ma lei, che ha ormai assaporato la libertà e la voglia di realizzarsi personalmente, si dedicherà alla politica, candidandosi come deputata e sfidando sul suo terreno anche Babin. L'associazione d'idee fra la Deneuve e gli ombrelli fa venire subito alla mente "Les parapluies de Cherbourg", ma più che una pellicola a sfondo romantico questa è semmai una graffiante screwball comedy in chiave femminista, che riporta in auge la guerra dei sessi e la fonde con la lotta di classe. Fra colori pastello, momenti pop e kitsch, un divertente ritmo musicale e un cast in stato di grazia (ci sono anche Karin Viard, la segretaria, Judith Godrèche, la figlia di destra, e Jérémie Renier, il figlio di sinistra; Suzanne da giovane è invece interpretata da Elodie Fregé), il film è soltanto all'apparenza leggero e svagato: Ozon, che torna a lavorare con la Deneuve dopo "8 donne e un mistero", inserisce fra le righe, come suo solito, accenni ad argomenti spinosi di ogni genere e gioca con un personaggio dalle molte sfaccettature, capace di offrire diverse sorprese allo spettatore.

5 marzo 2009

36 Quai des Orfèvres (O. Marchal, 2004)

36 Quai des Orfèvres (id.)
di Olivier Marchal – Francia 2004
con Daniel Auteuil, Gérard Depardieu
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Cupo, teso, avvincente polar ambientato nel mondo della polizia parigina (il titolo non è altro che l'indirizzo della sede principale della police judiciaire), con cui il regista e sceneggiatore Marchal (a sua volta ex poliziotto) mette in scena dinamiche violente e personaggi che sembrano quasi i protagonisti di una tragedia greca (o, ancora meglio, di un romanzo d'appendice: nel finale i rimandi a "Il conte di Montecristo" sono evidenti). Ne risulta un film di genere riuscito e avvincente, che mi ha lasciato soddisfatto sotto ogni aspetto. La pellicola si incentra sulla forte rivalità fra Léo Vrinks (Auteuil) e Denis Klein (Depardieu), commissari un tempo amici ma ora in guerra fra di loro sul lavoro (sono a capo di divisioni contrapposte, fra le quali non corre buon sangue), in carriera (sono entrambi in lizza per succedere al capo della polizia) e in amore (la moglie di Vrinks è stata la donna di Klein). Pur di mettere le mani su una banda di sanguinosi rapinatori che assaltano furgoni blindati, Vrinks accetta di scendere a patti con uno dei suoi informatori e di lasciarsi coinvolgere in un delitto: l'ambizioso Klein approfitterà del suo errore ma a sua volta si macchierà di parecchie nefandezze. Una sceneggiatura eccellente, nella quale tutti i particolari si incastrano alla perfezione (vedi il coltello che Titi, Francis Renaud, sottrae all'inizio al malcapitato Bruno, e che tornerà nel finale); personaggi al confine fra il bene e il male (i poliziotti non esitano a usare mezzi illeciti, a dedicarsi a vendette private o a calpestare in continuazione il codice deontologico; e a volte sono più legati da amicizia o rispetto ai rappresentanti del sottobosco, come malviventi o prostitute, che ai propri colleghi); sviluppi inaspettati o inesorabili; colpi bassi di ogni genere e senza concessioni: già a metà film non si tratta più di uno scontro fra poliziotti e criminali, bensì di un duello tutto interno alla polizia. Se Auteuil è intenso e convincente come sempre, Depardieu è bravo a dare vita a un personaggio piuttosto inedito per lui, una vera canaglia. Nel cast ci sono anche André Dussolier (il capo della polizia) e Valeria Golino (la moglie di Vrinks). L'attrice che interpreta alla fine la figlia di Vrinks è la vera figlia di Auteuil, mentre Catherine Marchal (la poliziotta) è la moglie del regista.

14 febbraio 2008

Asterix alle Olimpiadi (Forestier, Langmann, 2008)

Asterix alle Olimpiadi (Astérix aux jeux olympiques)
di Fréderic Forestier, Thomas Langmann – Francia 2008
con Clovis Cornillac, Gérard Depardieu
*

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo film dal vivo dedicato ai personaggi creati da Goscinny e Uderzo, "Asterix e Obelix contro Cesare", era piuttosto brutto, nonostante Benigni. Il secondo, "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", era invece molto carino, nonostante la Bellucci (merito quasi esclusivamente del geniale Alain Chabat, che lo aveva scritto, diretto e interpretato). Questo terzo, che nell'anno di Pechino 2008 non poteva che essere dedicato alle Olimpiadi, è scadente sotto tutti i punti di vista, e francamente c'era da aspettarselo visto che Chabat è stato esautorato. Battute che non fanno mai ridere, ritmo sotto tono, personaggi insulsi e irriconoscibili, lo spirito di Goscinny completamente assente, un monocorde Alain Delon (che sostituisce Chabat come Giulio Cesare) e Depardieu che "citano" i loro successi precedenti (in particolare "Cyrano" per il secondo), una comparsata di divi dello sport (ma se la coppia Michael Schumacher-Jean Todt e il wrestler Nathan Jones hanno almeno un minimo ruolo nella storia, gli altri – Zinedine Zidane, la tennista Amelie Mauresmo, il cestista Tony Parker – compaiono solo nella sequenza finale, buona giusto per i titoli di coda). Rispetto ai due film precedenti sono cambiati parecchi attori (Asterix in primis: si passa dall'anonimo Christian Clavier al forse più azzeccato Clovis Cornillac), Obelix vede sparire il proprio nome dal titolo, e la sceneggiatura dà molto più spazio a Bruto (Benoît Poelvoorde), l'inetto e traditore figlio di Cesare, che non ai due galli. L'unico spunto interessante, anche se trattato in maniera banale, è quello di considerare la pozione magica come doping, il che impedisce ad Asterix e Obelix di usarla durante le gare. Da segnalare anche stavolta la presenza di alcune "star" italiane: dopo Benigni e la Bellucci, è la volta di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu nei panni dei giudici di gara. Pessimo, come ormai è nella norma, il doppiaggio italiano, in particolare per il personaggio della principessa greca. Nel finale c'è anche un inutile ritorno fuori contesto di Numerobis, l'architetto egiziano di Cleopatra, forse nel tentativo di recuperare un po' dell'umorismo nonsense del secondo film.

18 luglio 2007

Je t'aime, moi non plus (S. Gainsbourg, 1976)

Je t'aime, moi non plus (id.)
di Serge Gainsbourg – Francia 1976
con Jane Birkin, Joe Dallesandro
**1/2

Visto in DVD.

Un camionista gay si innamora di una ragazza androgina (minuta, capelli corti, seno piccolo), chiamata "Johnny" perché sembra un ragazzo, che lavora presso una stazione di servizio. Ma non riesce a far sesso con lei se non sodomizzandola. Ambientato negli Stati Uniti, in una regione desolata e disabitata non meglio definita, racconta una storia di personaggi disperati che lottano contro la solitudine del loro vero essere e mostra senza fronzoli una storia di amore e di sesso senza la necessità di ricorrere a uno stile patinato, anzi sfiorando lo squallido (vedi certe ambientazioni come la discarica della spazzatura, le strade polverose, il locale dove lavora Johnny, il ballo con lo strip-tease, gli alberghi a ore dove si recano i due protagonisti). Il titolo è preso dalla celebre – e altrettanto "scandalosa" – canzone di Gainsbourg, che però compare solo in versione strumentale (il resto della colonna sonora è invece un insolito country). Bella la scelta di paesaggi e scenografie iperrealistiche, così come la fotografia e i colori vivaci (il camion giallo, i cieli azzurri). Gerard Depardieu compare in una piccola particina.