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20 maggio 2020

Cuore selvaggio (David Lynch, 1990)

Cuore selvaggio (Wild at heart)
di David Lynch – USA 1990
con Nicolas Cage, Laura Dern
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Sailor Ripley (Nicolas Cage), delinquente di piccolo calibro appena uscito di prigione, e la sua fiamma Lula Fortune (Laura Dern) sono in fuga dal North Carolina verso la California per sfuggire alla madre di lei, la gelosissima Marietta (Diane Ladd). Questa però sguinzaglia sulle loro tracce sia un detective privato, Johnnie Farragut (Harry Dean Stanton), che il gangster di cui è l'amante, Marcelles Santos (J.E. Freeman), il quale a sua volta assolda alcuni killer per eliminare Sailor e il rivale Johnnie: si tratta del subdolo Bobby Peru (Willem Dafoe) e delle sorelle Perdita e Juana Durango (Isabella Rossellini e Grace Zabriskie). Il quinto lungometraggio di David Lynch è un'originale e romantica fiaba on the road, violenta e barocca, talmente ricca di elementi bizzarri e di personaggi grotteschi e sopra le righe da risultare quasi random (molti di essi avrebbero meritato un maggiore approfondimento, anziché darsi il cambio solo per far numero). Nonostante ciò, la trama è più lineare di quanto possa sembrare e affonda le sue radici nell'immaginario pop e retrò, e a volte kitsch, degli Stati Uniti del sud: vedi le numerosissime citazioni da "Il mago di Oz", Nicolas Cage con la giacca di serpente che canta le canzoni di Elvis Presley, il viaggio attraverso luoghi caratteristici come New Orleans e il Texas. Lynch, come fa spesso, narra la vicenda come se si trattasse di un ininterrotto flusso di coscienza e riesce a rendere vivi e plausibili personaggi in realtà assurdi e surreali. Alcune situazioni sembrano addirittura anticipare certe cose di Tarantino, anche se la visionarietà lynchiana rende il tutto più una fiaba moderna che una pellicola "pulp". Quello in cui i due amanti si barcamenano, cercando di ribellarsi alle difficoltà mantenendo il proprio amore come unico punto di riferimento, è – per dirla con le parole di Lula – "un mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sé un cuore selvaggio". Un mondo in cui sesso, violenza e rock'n'roll giocano un ruolo importante, e dove la morte è sempre in agguato (si pensi ai tanti incidenti stradali che i due protagonisti incrociano sulla loro strada). Da sottolineare, come detto, la ricca colonna sonora, usata spesso in maniera diegetica, e i continui riferimenti a "Il mago di Oz": dalle scarpette rosse di Lula (e quelle nere e attorcigliate, da strega appunto, della madre) ai colori stessi della fotografia che ricordano il technicolor del film del 1939, fino all'apparizione salvifica della "strega buona" (interpretata da Sheryl Lee) nel finale. Ispirato a un romanzo di Barry Gifford (di cui Lynch cambiò la conclusione), il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes e confermò una volta di più il talento visionario del regista, che ormai cominciava a debordare senza freni dalle sue opere. Curiosità: Laura Dern (già presente, come la Rossellini, nel precedente lavoro di Lynch, "Velluto blu") è figlia di Dane Ladd anche nella vita reale. Nel cast anche W. Morgan Sheppard (il signor Reindeer), Sherilyn Fenn, Crispin Glover e Pruitt Taylor Vince.

26 aprile 2020

Velluto blu (David Lynch, 1986)

Velluto blu (Blue velvet)
di David Lynch – USA 1986
con Kyle MacLachlan, Isabella Rossellini
***1/2

Rivisto in DVD.

Tornato a Lumberton, tranquilla cittadina in North Carolina ("Il paradiso dei tagliaboschi"), a causa di un malore del padre, il "bravo ragazzo" Jeffrey Beaumont (Kyle MacLachlan) si lascia coinvolgere da un mondo oscuro e perverso, che lo incuriosisce ed affascina tanto quanto lo terrorizza e lo repelle. Il rinvenimento di un orecchio umano mozzato in un campo vicino casa, infatti, lo spinge a indagare sull'accaduto insieme alla coetanea Sandy (Laura Dern), figlia del detective di polizia (George Dickerson) che si interessa del caso. Jeffrey si introduce così di nascosto nell'appartamento della cantante Dorothy Vallens (Isabella Rossellini), che si suppone implicata nella vicenda, scoprendo che questa è ricattata da Frank Booth (Dennis Hopper), trafficante di droga psicopatico e violento che le ha rapito il figlio, e intrecciando con lei una relazione malsana e sadomasochistica. Al quarto lungometraggio, dopo la delusione creativa e produttiva di "Dune", David Lynch affronta per la prima volta in maniera esplicita e compiuta molti dei temi che caratterizzeranno la sua filmografia: l'inquietudine che si cela sotto l'apparente quotidianità della vita di provincia, il mistero e la seduzione che si sposano con la violenza e l'assurdo, i crimini e le perversioni che convivono fianco a fianco con gli aspetti più rispettabili e normali di una comunità (particolarmente evidente qui il contrasto fra Sandy, ragazza ordinaria e acqua e sapone, e la problematica e seducente Dorothy). Ampio spazio è dedicato anche a simboli, oggetti e temi come i tessuti (il velluto blu del titolo, dalla veste da camera di Dorothy ma soprattutto dalla canzone "Blue velvet" di Tony Bennett – resa celebre dalla cover di Bobby Vinton – che lei intona in un locale notturno; le tende rosse in casa sua), gli insetti (le formiche sull'orecchio umano, i parassiti che brulicano sotto ogni superficie), i sogni, la fuga dalla realtà: tutte cose che torneranno a più riprese nel cinema del regista. "È uno strano mondo", commentano Jeffrey e Sandy, un mondo oscuro e corrotto di cui spesso non si ha cognizione, ma che una volta conosciuto può attrarre in maniera distruttiva, come il fuoco attrae le falene. Da segnalare anche i sottotesti psicologici ed edipici (Jeffrey "figlio" metaforico di una "coppia" problematica composta da Frank e Dorothy). La musica di Angelo Badalamenti (alla prima di molte collaborazioni con Lynch), ispirata a Shostakovich, la fotografia iperreale e colorata di Frederick Elmes, i set che evocano gli anni cinquanta (come a quegli anni risalgono i film noir e polizieschi che la madre e la zia di Jeffrey guardano di continuo, un genere caratterizzato proprio da figure archetipiche come la femme fatale) contribuiscono a creare un'atmosfera avvolgente e ineludibile, anch'essa marchio di fabbrica del regista, simile al mood fornito dalla canzone di Bobby Vinton. MacLachlan, già in "Dune", tornerà naturalmente in "Twin Peaks", la serie televisiva per la quale Lynch sembra qui fare le prove generali. Anche la Dern diventerà una sua habitué. Eccezionali e indimenticabili, naturalmente, Dennis Hopper e Isabella Rossellini. Per il ruolo di Frank, caratterizzato anche per l'uso del respiratore, il regista aveva inizialmente pensato a Willem Dafoe. Nel cast anche Dean Stockwell (il gangster omosessuale Ben Soave) e Brad Dourif (uno degli uomini di Frank).

12 gennaio 2020

Dune (David Lynch, 1984)

Dune (id.)
di David Lynch – USA 1984
con Kyle MacLachlan, Francesca Annis
**1/2

Rivisto in divx (versione estesa).

Il terzo film di David Lynch è un ambizioso adattamento di uno dei più importanti romanzi di fantascienza di tutti i tempi, "Dune" di Frank Herbert, affresco epico e caledoiscopico che mescola temi ad ampio raggio come la religione, la politica, la guerra e l'ecologia. E non pochi sono gli elementi che, dietro l'apperente setting fantascientifico, rimandano o addirittura anticipano delicate questioni e problemi del mondo contemporaneo. L'obiettivo dei produttori era quello di realizzare una sorta di "Guerre Stellari" per spettatori adulti: fu invece uno sfortunato e spettacolare flop sia di pubblico che di critica, considerato forse il meno "lynchiano" fra tutti i lavori del regista (nonostante non manchino elementi di interesse). In un lontano futuro – siamo nell'anno 10191 – l'universo è governato da un sistema di tipo feudale che vede al suo vertice l'imperatore Shaddam IV, mentre i singoli pianeti sono sotto il dominio di grandi famiglie aristocratiche. Due di queste, la casa degli Atreides e quella degli Harkonnen, sono in conflitto fra loro da tempi immemori: per eliminare i primi, che stanno mettendo a punto una nuova arma, l'imperatore stringe una segreta alleanza con i secondi. Agli Atreides, per attirarli in trappola, viene affidato l'ambito controllo del pianeta Arrakis, detto anche Dune, un mondo desertico eppure prezioso perché soltanto lì viene estratta la "spezia", misteriosa sostanza dai molti poteri, in grado di allungare la vita, accelerare l'evoluzione e ampliare la percezione (come una sorta di droga psichedelica), consentendo ai membri della Gilda dei Navigatori di “annullare lo spazio” e permettere dunque i viaggi interstellari. Grazie a un traditore, gli Harkonnen – spalleggiati dall'imperatore – attaccano gli Atreides e ne uccidono il capo famiglia, il duca Leto. Ma suo figlio Paul, scampato al massacro, si unirà ai Fremen, la popolazione indigena di Arrakis, e con il nome di Muad'Dib li guiderà in una "guerra santa" (Jihad) alla riconquista del pianeta. Vera e propria figura messianica (la sua venuta era predetta da una profezia), Paul è infatti lo "Kwisatz Haderach", l'essere supremo, risultato di un progetto di selezione genetica portato avanti per quaranta generazioni dalla sorellanza delle Bene Gesserit (la setta cui appartiene sua madre Jessica).

Pubblicato nel 1965 (ma apparso prima sotto forma di serial su rivista già dal dicembre 1963), il romanzo di Herbert era stato subito acclamato per la ricchezza e la profondità dei temi, il fascino dell'ambientazione e la complessità delle dinamiche. Giochi di potere, paranoia, sospetti e intrighi fra multiple fazioni in lotta tra loro si mescolano a riferimenti religiosi (evidenti i rimandi al Vecchio e al Nuovo Testamento, a partire dai molti nomi di ispirazione araba e semitica), filosofici e politici (la battaglia per il controllo di Arrakis, e dunque della spezia, riecheggia – oggi ancora di più! – le guerre per il petrolio che insanguinano il Medio Oriente nel nostro mondo). I tentativi di realizzarne una versione cinematografica erano partiti sin dai primi anni settanta, quando i diritti furono acquistati da Arthur P. Jacobs (il produttore de “Il pianeta delle scimmie”) con l'intenzione di far dirigere la pellicola a David Lean (che con “Lawrence d'Arabia” aveva già dimostrato di sapersela cavare con storie epiche ambientate in un deserto). Ma non se ne fece nulla, e alla morte di Jacobs i diritti passarono a un consorzio francese che mise in piedi un progetto di proporzioni mastodontiche: la regia sarebbe dovuta essere del visionario Alejandro Jodorowsky, con la collaborazione di Jean Giraud (alias Moebius), Dan O'Bannon, H. R. Giger e un cast comprendente, fra gli altri, Salvador Dalì, Orson Welles e Mick Jagger. I costi elevati e l'eccessiva durata prevista del film portarono alla chiusura del progetto, e nel 1976 i diritti vennero acquisiti da Dino De Laurentiis, che mise in cantiere una versione che avrebbe dovuto essere diretta da un giovane Ridley Scott. Dopo la rinuncia di quest'ultimo, spaventato dai continui ritardi, Raffaella De Laurentiis (figlia di Dino) scelse di rimpiazzarlo con un altro giovane e promettente regista, quel David Lynch reduce dal successo di "The elephant man" (da cui proviene anche il direttore della fotografia Freddie Francis), che per dirigere "Dune" rinunciò a un'altra proposta, nientemeno che la regia de "Il ritorno dello Jedi". Nelle intenzioni, "Dune" e i suoi eventuali seguiti avrebbero dovuto inserirsi proprio nel filone della SF avventurosa (e proficua commercialmente) aperto da "Star Wars". Ma le cose non andarono come previsto.

La lavorazione fu lunga e faticosa. Girato in Messico (i panorami desertici sono quelli dei Médanos de Samalayuca, mentre a Città del Messico furono costruiti oltre 80 set), il film – sceneggiato dallo stesso Lynch – sarebbe dovuto durare tre ore, ma uscì in sala in una versione accorciata a poco più di due ore, cosa di cui il regista si lamentò, anche perché le pressioni dei produttori limitarono il suo controllo creativo e gli negarono il final cut. Molti elementi della trama furono eliminati, semplificati o condensati, soprattutto nella parte finale, che scorre troppo rapidamente (di fatto, i primi due terzi della pellicola corrispondono al primo terzo del romanzo), rendendo il risultato poco omogeneo e a tratti confuso, e venne aggiunta una nuova introduzione narrata dalla principessa Irulan (Virginia Madsen), personaggio praticamente assente nel resto del film (fa giusto una comparsata nel finale). Costato più di 40 milioni di dollari, un'enormità per l'epoca, il film ne incassò soltanto 30 e venne stroncato dalla critica. In effetti, imbrigliato com'è dalla trama, dai personaggi e dalle esigenze di spettacolarizzazione imposte dalla produzione, fatica a respirare e non riesce ad accattivarsi l'attenzione dello spettatore. È inoltre poco "lynchiano", dicevamo, anche se non mancano sequenze più visionarie (come quelle dei sogni o delle premonizioni di Paul) e momenti di body horror (dall'aspetto deforme dei piloti della Gilda alle disgustose pratiche degli Harkonnen). Eppure a tratti ha un suo fascino innegabile, con personaggi originali e protagonisti di dinamiche di notevole crudeltà, che pianificano progetti segreti, comunicano telepaticamente o tramite il condizionamento mentale, esplorano mondi o si battono sul campo di battaglia, lasciando intravedere non pochi aspetti che avrebbero certo meritato maggior approfondimento. Negli anni seguenti usciranno (ufficialmente o meno) più versioni "estese" con le scene tagliate che tentano di ripristinare la visione originale di Lynch, risultando se non altro decisamente più coerenti, complete e godibili. Nessuna di queste, però, è stata curata direttamente dal regista, che ha preferito non aver più a che fare con questa pellicola, di fatto rinnegandola.

Il rimpianto nasce dalle enormi potenzialità del progetto, a partire dal suo affascinante scenario. Grande cura è stata posta negli effetti visivi, nelle scenografie e nei costumi. Pur ambientato in un lontano futuro, il mondo del film è tutt'altro che asettico: le scenografie sono sporche e realistiche, e testimoniano di un mondo "vissuto" e con un passato. I pianeti sono militarizzati, i personaggi sono bizzarri, eccentrici, talvolta anche sgradevoli fisicamente (soprattutto gli Harkonnen). Dune è un pianeta interamente desertico e ostile, spazzato da violente tempeste di sabbia e di elettricità statica nonché abitato dai “vermi”, mostruose creature (realizzate da Carlo Rambaldi) che nascondono un misterioso legame con la spezia e che sono venerate come divinità dai Fremen, la popolazione indigena del pianeta. Questi, nomadi del deserto dai caratteristici occhi azzurri come il mare, sono capaci di sopravvivere in un ambiente inospitale di cui conoscono ogni segreto, anche grazie a innovazioni tecnologiche come le tute distillanti che riciclano il sudore e i fluidi corporei. Nel vasto cast, volti conosciuti – Sting (Feyd-Rautha), Patrick Stewart (Gurney Halleck), Dean Stockwell (il dottor Yueh), Brad Dourif (Piter De Vries), José Ferrer (l'imperatore), Max von Sydow (il dottor Kynes), Freddie Jones (Thufir Hawat), Silvana Mangano (la reverenda madre), Linda Hunt (la Shadout Mapes) – si affiancano a interpreti alle prime armi. Il protagonista Kyle MacLachlan (Paul Atreides), al debutto sul grande schermo, legherà la propria carriera a doppio filo con quella di Lynch, recitando per lui in “Velluto blu” e soprattutto nel serial televisivo “I segreti di Twin Peaks”, nonché nel suo prequel "Fuoco cammina con me". Jürgen Prochnow è il Duca Leto Atreides, Kenneth McMillan è il Barone Vladimir Harkonnen, Francesca Annis è Lady Jessica, Sean Young è Chani, Everett McGill è Stilgar, Richard Jordan è l'amico Duncan Idaho (personaggio che qui appare in poche scene, ma che diventerà una figura chiave nei numerosi seguiti del romanzo), Paul Smith (il "finto" Bud Spencer!) è Rabban, e infine Alicia Witt, all'epoca di soli 8 anni, è Alia, la sorella di Paul. La colonna sonora è opera del gruppo rock Toto, con la collaborazione di Brian Eno per il "tema della profezia". Nel 2000, dal romanzo di Herbert è stata tratta una serie tv in tre episodi. E a fine 2021 dovrebbe arrivare nelle sale una nuova versione cinematografica, divisa in due parti, firmata da Denis Villeneuve.

22 ottobre 2019

The elephant man (David Lynch, 1980)

The Elephant Man (id.)
di David Lynch – USA/GB 1980
con John Hurt, Anthony Hopkins
***1/2

Visto in DVD.

La vera storia di John Merrick (Hurt, che recita sotto un pesante make up curato da Christopher Tucker), "l'uomo elefante", così chiamato per via della deformazione congenita di cui soffriva al volto e su gran parte del corpo. Esibito come fenomeno da baraccone nella Londra di fine ottocento, fu notato dal dottor Frederick Treves (Hopkins), medico chirurgo presso il London Hospital, che se ne prese cura e divenne suo amico, salvandolo da violenze e umiliazioni. Il secondo lungometraggio di David Lynch, dopo lo sperimentale "Eraserhead", è quello che lo ha reso noto anche presso il pubblico generalista. Ispirato alle memorie di Treves, si rifà forse nell'impostazione al classico di François Truffaut "Il ragazzo selvaggio", con cui condivide il tema, l'ambientazione ottocentesca e la fotografia in bianco e nero. Merrick (il cui vero nome era Joseph, non John), una volta ripulito e "reintrodotto" in società, dimostra di non essere affatto quel mostro che il suo aspetto lasciava credere: gentile e sensibile, conquista tutti con la sua anima nobile, la passione per l'arte e i suoi modi affabili, e finisce per dare una lezione di umanità a coloro che lo circondano, mostrando di non provare mai odio, rancore o sentimenti negativi, né verso i suoi aguzzini né per la propria condizione. Celebre il suo unico grido di disperazione, verso il finale: "Io... non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano!". In un certo senso il film capovolge le regole dell'horror: qui è il "mostro" ad avere paura delle persone normali, essendo soggetto in continuazione agli sguardi degli altri, che abbiano fini voyeuristici oppure scientifici. A parte alcune sporadiche sequenze surrealiste (l'incipit e la conclusione, in cui si vede la madre di John spaventata da un branco di elefanti), Lynch dirige con stile sorprendentemente sobrio e classico, coadiuvato dalla bella fotografia di Freddie Francis e dalle ottime prove degli attori: nel cast ci sono anche John Gielgud (il direttore dell'ospedale), Anne Bancroft (Madge Kendal, celebre attrice di teatro che si prende a cuore le sorti di John), Wendy Hiller (la capo infermiera), Freddie Jones (l'imbonitore Bytes, che cerca in ogni modo di riprendersi il suo "tesoro") e Michael Elphick (il portiere notturno, che si fa pagare per mostrarlo ai curiosi). Suggestiva anche la colonna sonora di John Morris, integrata dall'Adagio per archi di Samuel Barber. Co-prodotto da Mel Brooks (che non volle essere accreditato, nel timore che il pubblico pensasse che si trattasse di un film comico), il lungometraggio riscosse un grande successo di critica: venne nominato a otto premi Oscar, anche se non se ne aggiudicò nessuno, e fu responsabile diretto dell'introduzione, a partire dall'edizione successiva, della statuetta per il miglior trucco.

15 giugno 2019

Eraserhead (David Lynch, 1977)

Eraserhead - La mente che cancella (Eraserhead)
di David Lynch – USA 1977
con Jack Nance, Charlotte Stewart
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il tipografo Henry (Nance) sposa Mary (Stewart), dopo che la ragazza ha dato alla luce un figlio prematuro: questi, però, è una mostruosa creatura aliena, il cui pianto incessante rischia di fare impazzire l'uomo... Al primo lungometraggio (con una faticosa gestazione di oltre cinque anni) dopo una serie di corti (perlopiù in animazione) e di sperimentazioni artistiche, Lynch sconvolge lo spettatore con una pellicola quasi muta, in bianco e nero, con forti rimandi al cinema d'avanguardia, surrealista ed espressionista, ma anche con un taglio tutto suo, paragonabile solo a Cronenberg e Tsukamoto, e che mescola il mondo onirico a quello concreto e materico, fra situazioni grottesche e altre profondamente disturbanti, live action ed animazione a passo uno, pupazzi e animatroni, rumori di fondo e corpi che rilasciano liquidi corporei, strane visioni futuristiche e suggestioni retrò. Surreale, horror e angosciante, indimenticabile visivamente (a partire dalle strane fattezze del protagonista, con quella distintiva e folta capigliatura), curato nella scenografia (la casa, la periferia degradata, l'ambiente post-industriale, il teatrino) e negli effetti speciali (curati dallo stesso regista), nella sua folle commistione il film presenta una storia facilmente leggibile come una metafora del matrimonio e della vita adulta, con la paura della famiglia e del ménage coniugale, le ansie e i disagi che sorgono dalla nascita di un figlio che non si desidera, le tentazioni di una scappatella con la vicina di casa, l'insicurezza sul proprio lavoro e sul proprio destino (la testa di Henry si stacca, e il suo cervello viene utilizzato per produrre le gomme delle matite, da cui il titolo). Siamo di fronte a quella "inquietudine del quotidiano" che permeerà in un modo o nell'altro tutti i lavori più personali di Lynch.

14 giugno 2019

The amputee (David Lynch, 1974)

The amputee
di David Lynch – USA 1974
con Catherine Coulson, David Lynch
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Mentre era impegnato nelle riprese del suo primo lungometraggio, "Eraserhead", Lynch venne a sapere che il suo amico e collaboratore Frederick Elmes era stato incaricato dall'American Film Institute di acquistare una grande quantità di videocassette vergini in bianco e nero e di valutare quale fosse il migliore fra due differenti lotti. Lynch allora si offerse di realizzare, nell'arco di una sola giornata, un breve cortometraggio in due versioni, utilizzando prima una e poi l'altra videocassetta. Il risultato è questo "The amputee", di cui esistono appunto due varianti. Il film – girato in un'unica ripresa senza montaggio – mostra una donna, con le gambe amputate appena sopra il ginocchio, seduta su una poltrona e intenta a scrivere una lettera. Mentre un medico (interpretato dallo stesso Lynch) cerca di medicarle le ferite, udiamo la voce della donna recitare la lettera, una lunga confessione a proposito di sentimenti e amicizie, che cita numerosi personaggi senza un vero e proprio background. Anche se è interessante confrontare le due varianti (di durata diversa, rispettivamente 5 e 4 minuti, nonostante il contenuto sia identico sia a livello visivo che di testo), il cortometraggio è forse il meno significativo fra tutti i lavori sperimentali di Lynch.

The grandmother (David Lynch, 1970)

The grandmother
di David Lynch – USA 1970
con Richard White, Dorothy McGinnis
**1/2

Visto in DVD.

Trascurato e maltrattato dai propri genitori, un bambino fa "crescere" una nonna a partire da un seme in soffitta. Finanziato dall'American Film Institute, questo mediometraggio (dura 34 minuti) è il primo passo di David Lynch nel mondo del "vero cinema", dopo due corti studenteschi e sperimentali. In realtà lo stile non è molto diverso dal precedente "The alphabet", con una commistione di riprese dal vero (stavolta preponderanti) e di animazione (alcuni inserti), ma la durata più lunga consente al giovane regista di mettere maggiormente in mostra il suo talento, dimostrando di saper già padroneggiare il mezzo a sufficienza. Praticamente muto, visivamente cupo e inquietante, ricco di sonorità e di immagini angoscianti, il film veicola un tema, quello della paura della famiglia, che sarà al centro anche del primo lungometraggio di Lynch, "Eraserhead", anche se qui è mostrato dal punto di vista del bambino (e non del genitore). Vista l'importanza della musica e dei suoni, va segnalata come degna di nota la prima collaborazione del regista con il sound designer Alan Splet, che lo seguirà in altri suoi lavori. In seguito al completamento del film, Lynch e Splet vennero invitati dall'AFI a frequentare le lezioni del loro Center for Advanced Film Studies.

The alphabet (David Lynch, 1968)

The alphabet
di David Lynch – USA 1968
con Peggy Lentz
**1/2

Visto in DVD.

Dopo la video-installazione "Six men getting sick", David Lynch non pensava di continuare con il cinema. Cambiò idea quando un compagno di studi all'Accademia di Belle Arti, rimasto impresso dal precedente lavoro, gli propose di realizzarne un altro, finanziandogli l'acquisto di una cinepresa. Con questa, a ventidue anni, il regista realizzò il suo primo vero e proprio cortometraggio (dura quattro minuti), che combina live action (l'attrice era la sua prima moglie, Peggy Lentz) e animazione. Il film, surrealista e avanguardista, mostra una ragazza nel letto, in preda agli incubi, che canta la filastrocca con cui viene insegnato l'alfabeto ai bambini. Il significato sembra chiaro: la paura dell'apprendimento, ovvero una delle angoscie più profonde del vissuto infantile. In effetti, il film fu ispirato a una situazione realmente accaduta a una nipotina di Peggy. Dopo una serie di immagini disegnate e animate, di cui sono protagoniste (oltre a figure umane ed animali) le lettere dell'alfabeto, nel finale la ragazza del film muore per un'improvvisa emorragia. La pellicola fu apprezzata al punto che l'American Film Institute concesse a Lynch un finanziamento per produrre un cortometraggio più lungo ed elaborato, che sarà "The grandmother", il quale a sua volta varrà l'accesso del regista al Center for Advanced Film Studies dell'AFI, dove comincerà a girare il suo primo lungometraggio, "Eraserhead".

Six men getting sick (David Lynch, 1966)

Six men getting sick, aka Six figures getting sick (six times)
di David Lynch – USA 1966
animazione su schermo scolpito
**1/2

Visto in DVD.

All'età di vent'anni, mentre frequentava l'Accademia di Belle Arti della Pennsylvania, Lynch ebbe l'occasione di girare il suo primo film: un cortometraggio d'animazione di un minuto, da proiettare in loop su uno schermo scolpito, dove si trovavano tre calchi della sua stessa testa realizzati dall'amico Jack Fisk. La pellicola mostra sei persone (le tre teste scolpite, e altre tre soltanto disegnate) attraverso vari stadi di malattia, visualizzati attraverso perdite di sangue, vomito, e cambiamenti ai loro organi interni: i colori impazziscono di colpo, dando l'idea che gli stomaci esplodano e le teste prendano fuoco. Più un esempio di videoarte che di cinema vero e proprio, l'opera fu ideata dal giovane Lynch nell'ambito di una mostra organizzata dalla scuola, che invitava gli studenti a presentare lavori sperimentali di pittura e scultura. Il regista pensò di proporre un quadro in movimento e con effetti sonori (il suono di una sirena), senza immaginare di avere un futuro come cineasta. Il lavoro, insieme agli altri corti studenteschi e sperimentali che realizzerà negli anni seguenti, è stato poi reso disponibile al pubblico in un DVD con il commento dello stesso Lynch: nella sua semplicità e brevità, già mette in mostra il suo eccezionale talento visivo, l'interesse per il body horror e la capacità di stimolare l'angoscia dello spettatore.

3 luglio 2012

Una storia vera (David Lynch, 1999)

Una storia vera (The Straight Story)
di David Lynch – USA 1999
con Richard Farnsworth, Sissy Spacek
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Paola e Ilaria.

Per far visita al fratello Lyle, reduce da un infarto e con cui non parla da oltre dieci anni, l'anziano e malandato Alvin Straight decide di percorrere le 240 miglie che lo separano da lui (attraverso gli stati dello Iowa e del Wisconsin) a bordo di un tagliaerba: non possiede infatti la patente, a causa dei suoi problemi di vista e di deambulazione, e "sente" di dover compiere il viaggio da solo. Lungo il percorso, effettuato con estrema lentezza, bivaccherà sotto le stelle, farà diversi incontri interessanti (fra gli altri: una ragazza scappata di casa perché incinta e un'automobilista che continua a investire cervi "che escono dal nulla") e sperimenterà la solidarietà altrui. Bizzarro road movie che celebra la calma e la forza di volontà, oltre che i valori morali e il desiderio di riconciliazione del protagonista (che trasudano anche dalle conversazioni con il vecchio reduce di guerra e con il prete). Come hanno fatto notare diversi critici, è curioso il contrasto fra la "lentezza" con cui procede il viaggio di Alvin e la teorica esigenza di arrivare a destinazione il più presto possibile, viste le condizioni del fratello e la propria vecchiaia. Nel complesso si tratta di un oggetto davvero particolare all'interno della filmografia di Lynch (che lo ha definito come il suo film "più sperimentale"): pacato e riflessivo, lontanissimo dalle atmosfere inquietanti e oniriche dei suoi altri lavori, è l'unico del quale il regista non ha scritto la sceneggiatura, nonché l'unico distribuito dalla Walt Disney (e senza restrizioni di pubblico). Come rivela il titolo italiano – quello originale è invece un gioco di parole sul nome del protagonista, visto che Straight significa "diritto, retto" – si tratta di una storia accaduta davvero (nel 1994, quando Alvin aveva 73 anni). La pellicola è stata girata lungo il percorso realmente effettuato da Straight, e le riprese (cosa insolita durante la lavorazione di un film) sono state effettuate in stretto ordine cronologico. Bella la colonna sonora di Angelo Badalamenti. Fondamentale l'interpretazione di Richard Farnsworth (a sua volta gravemente malato per un tumore alle ossa che gli paralizzava le gambe: durante le riprese non doveva fingere di camminare con le stampelle), morto suicida l'anno successivo all'età di 80 anni. Il fratello di Alvin, Lyle, che appare solo nella scena finale, è interpretato da Harry Dean Stanton, mentre Sissy Spacek è la figlia con qualche disabilità mentale.

12 febbraio 2007

Inland Empire (D. Lynch, 2006)

Inland Empire – L'impero della mente (Inland Empire)
di David Lynch – USA/Polonia 2006
con Laura Dern, Justin Theroux
**

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa.

L'ultimo film di Lynch è un incubo visionario caratterizzato dalla sovrapposizione di diversi piani di realtà (o di universi paralleli). Ma se in "Mulholland Drive" i piani erano sostanzialmente due, quello "reale" e quello onirico, qui invece le cose sembrano – a una prima visione, ma ne serviranno altre – ben più complicate. "Inland Empire" (ma il titolo, per volontà esplicita del regista stesso, andrebbe scritto tutto in maiuscolo) è forse la storia di un'attrice alle prese con una difficile parte nel remake di un film "maledetto"? O è la storia del suo personaggio e della sua vicenda di degradazione fino alla morte sul selciato della via delle stelle di Hollywood? Si tratta forse soltanto dell'immaginazione di una giovane ragazza che si lascia troppo coinvolgere da quello che vede in tv, al punto da inserire i propri cari (il marito e il figlio) all'interno della vicenda? Oppure è il racconto profetico di una vecchia megera, una vicina di casa che gioca con il passato e il futuro? Sono domande senza risposta, ma se a questo si aggiungono strani personaggi che parlano in polacco, una misteriosa stanza popolata da conigli alle cui frasi rispondono le sonore risate di una platea invisibile (oppure si tratta di una laugh track, come quelle delle sitcom?), angoscianti flussi spazio-temporali e il solito campionario di atmosfere, suoni e colori tipico del cinema del regista, ecco che le tre ore del film si traducono in un frastuono emotivo da gustare senza mettere troppo in funzione il cervello. In fondo Lynch ha cominciato a piacermi quando mi sono reso conto che guardare le sue opere è come ammirare un quadro astratto: non bisogna sempre cercarci una storia, facendo combaciare a forza tutti i pezzi, ma basta lasciarsi assorbire dalle atmosfere proprio come se si assistesse a un sogno privo di consequenzialità logica. Purtroppo, però, "Inland Empire" non ha la brillantezza, il calore e la sensualità del già citato "Mulholland Drive", è un po' troppo lungo e pesante per essere davvero un capolavoro e a tratti mi ha persino annoiato. Ho letto che Lynch ha iniziato a realizzarlo senza avere uno script, e che scriveva ogni scena appena prima di girarla: questo non va a discapito del risultato finale, ma in un certo senso spiega il senso di improvvisazione e di dispersione che si percepisce durante la visione e la mancanza di valore simbolico delle situazioni e dei personaggi. La Dern è un'habituè di Lynch, avendo già recitato in "Velluto blu" e "Cuore selvaggio". Fra gli altri volti noti, ci sono Jeremy Irons (il regista), Harry Dean Stanton (il suo assistente Freddy) e Nastassja Kinski in un'apparizione speciale.