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31 luglio 2021

Nomadland (Chloé Zhao, 2020)

Nomadland (id.)
di Chloé Zhao – USA 2020
con Frances McDormand, David Strathairn
***

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo la morte del marito e la chiusura della miniera in cui lavorava (che ha portato all'abbandono della cittadina in cui risiedevano: siamo attorno al 2012, negli anni della grande crisi economica), Fern ha iniziato a vivere da "nomade", spostandosi e dormendo in un furgone (van) che è di fatto la sua casa, viaggiando per l'America occidentale, guadagnandosi da vivere con lavoretti temporanei e contando sulla solidarietà incrociata delle altre persone che hanno scelto il suo stesso stile di vita. Dico "scelto", nonostante i disagi e i pochi mezzi a disposizione, perché le occasioni per rimettere radici da qualche parte non mancherebbero, date le offerte che ogni tanto giungono da parenti o da amici di stabilirsi presso di loro. Ma il desiderio di indipendenza e di assaporare la libertà di muoversi dove e come si vuole, la paura del futuro o la disillusione per i rapporti sociali di lunga data e verso un mondo dominato dal capitalismo, impediscono a lei – e ai tanti altri come lei – di rinunciare a questa vita. Al terzo film (e dopo il già notevole "The rider", che le era valso un contratto con la Marvel per dirigere uno dei prossimi cinecomic, "Eternals": la lavorazione di questo è proceduta in parallelo con la pre-produzione di quello), la regista sino-americana Chloé Zhao ha fatto il botto: Leone d'Oro a Venezia e premio Oscar per il miglior film (forse facilitato anche dalla ridotta concorrenza per via della lunga chiusura dei cinema per il Covid). Ispirato a un libro-inchiesta della giornalista Jessica Bruder – che per diversi mesi ha vissuto in un camper, aggregandosi a comunità di "nomadi" costretti dalle difficoltà economiche a spostarsi di città in città per gli Stati Uniti in cerca di lavoro – il film si sviluppa senza trama, fatto di tanti piccoli momenti ed episodi, risultando a tratti quasi documentaristico (e di fatto lo è: documenta una realtà). Al centro c'è sempre il personaggio di Fern, interpretato da una straordinaria Frances McDormand (anche lei premiata con l'Oscar, così come la regista), umanissima ed "eccentrica, audace e sincera" (come la definisce la sorella), mentre la pellicola stessa ha toni misurati, senza mai sfociare nel pretenzioso o nel melodrammatico (ed è questa la sua forza). Attorno alla protagonista si muovono pochi personaggi ricorrenti, come quelli interpretati dall'attore David Strathairn e da alcuni veri "nomadi" (Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells). Notevoli inoltre i paesaggi, gli scenari e le ambientazioni, praticamente sempre extraurbani, che restituiscono un'immagine dell'America più "pura" e immacolata (per esempio i suoi parchi naturali).

27 giugno 2020

Senza tregua (John Woo, 1993)

Senza tregua (Hard Target)
di John Woo – USA 1993
con Jean-Claude Van Damme, Yancy Butler
**1/2

Rivisto in DVD.

Giunta a New Orleans per rintracciare il padre senzatetto, una ragazza (Yancy Butler) assume il marinaio Chance Boudreaux (Van Damme) affinché la aiuti nella ricerca. Insieme scopriranno che l'uomo è rimasto vittima di una banda di criminali che organizzano vere e proprie "cacce all'uomo" per facoltosi clienti, scegliendo le loro prede fra i reietti della società. Il primo film americano di John Woo, dopo i successi hongkonghesi che gli valsero la chiamata a Hollywood, è un action movie chiaramente ispirato al classico "La pericolosa partita" del 1932. La trama è semplice e lineare e i personaggi sono tagliati con l'accetta (basti pensare ai "cattivi" Lance Henriksen e Arnold Vosloo), ma la regia nelle scene d'azione, pur lontane dai livelli dei film precedenti, è sicuramente un valore aggiunto, anche perché in esse si percepisce tutta l'artigianalità hongkonghese (siamo in epoca pre-digitale!). I ralenti, la camera mobile, la fotografia colorata (di Russell Carpenter) e gli elementi simbolici (la colomba bianca) compensano dunque in parte i difetti, a partire da un protagonista inespressivo (ma atletico e tamarro: un JCVD che non si limita a dare calci, ma spara con pistole e fucili a pompa, va in moto e a cavallo, e prende a pugni e poi morde un serpente a sonagli!). Lo scontro finale avviene in una vecchia fabbrica abbandonata che funge da magazzino per mascheroni e carri di carnevale. Kasi Lemmons è la poliziotta Marie, Wilford Brimley il vecchio "zio" distillatore clandestino (con la calzamaglia rossa di Superpippo), mentre lo sceneggiatore Chuck Pfarrer interpreta la prima vittima dei cacciatori. Non fidandosi del tutto del regista, la casa di produzione gli affiancò Sam Raimi, pronto a subentrargli qualora ce ne fosse stato bisogno, e tagliò poi diverse sequenze considerate troppo violente per il pubblico americano per evitare il divieto ai minori (la versione giunta da noi, per fortuna, ne ha conservate alcune). Viste le difficoltà di adattarsi all'industria hollywoodiana, Woo impiegherà tre anni prima di dirigere un altro film.

25 giugno 2020

Senza lasciare traccia (Debra Granik, 2018)

Senza lasciare traccia (Leave no trace)
di Debra Granik – USA 2018
con Ben Foster, Thomasin McKenzie
***

Visto in TV, con Sabrina.

Reduce di guerra con disturbi da stress post-traumatico, Will (Ben Foster) sceglie di isolarsi dalla società e di andare a vivere nei boschi insieme alla figlia adolescente Tom (Thomasin McKenzie). I due si insediano così in un parco naturale nei pressi di Portland, in Oregon, da dove vengono però cacciati dalle guardie forestali e affidati ai servizi sociali. Trasferiti dapprima in una fattoria e poi di nuovo in fuga verso nord, fino allo stato di Washington, riprenderanno per breve tempo ad accamparsi nei boschi, prima di entrare in contatto con una comunità di abitanti del luogo. E mentre la ragazza sentirà lo stimolo di integrarsi con gli altri e di avere una vita sociale, per il padre questo rimarrà impossibile. Da un romanzo di Peter Rock, sceneggiato dalla regista e dalla sua consueta collaboratrice Anne Rosellini, un bel film che nei temi trattati può ricordare "Captain Fantastic" e "Into the wild". Con una differenza enorme, però: ciò che in quelle pellicole era un atto di ribellione o di anticonformismo, se non addirittura un semplice capriccio, qui è una vera e propria necessità, un bisogno di cui Will non può fare a meno e che viene messo ancora più in risalto dalla differenza fra lui e la figlia, che pur amandolo e seguendolo in ogni passo è invece ancora disposta ad "avere fiducia" negli altri e a non provare paura (la metafora delle api e degli apicoltori, che non temono di esserne punti, è eloquente). La ricerca di autonomia, il desiderio di "pensare con la nostra testa" e di non dare importanza ai giudizi degli altri, nascondono dunque il semplice fatto di non essere in grado di vivere in modo diverso, se non a costo di rinunciare a una parte di sé: l'alternativa sarebbe suicidarsi, come fanno infatti molti altri reduci di guerra. Nel raccontare la storia, la pellicola sceglie un approccio low key, molto naturale e quasi minimalista, che non esaspera i toni né sensazionalizza i personaggi o l'argomento. Se la cosa all'inizio può lasciare un po' freddi, alla lunga paga: e un film che nelle prime battute sembrava non avere una direzione precisa, alla fine la trova, colpisce nel profondo e rischia di rimanere nell'anima.

20 gennaio 2020

Quel freddo giorno nel parco (R. Altman, 1969)

Quel freddo giorno nel parco (That cold day in the park)
di Robert Altman – USA/Canada 1969
con Sandy Dennis, Michael Burns
**1/2

Visto in divx.

In un freddo giorno d'autunno, la solitaria e repressa Frances (Sandy Dennis) – che vive nella casa di Vancouver un tempo appartenuta alla madre – nota un ragazzo (Michael Burns) seduto su una panchina nel parco di fronte, fradicio sotto la pioggia. Mossa a compassione, lo invita a entrare in casa e gli offre cibo, un letto e un bagno caldo. Il ragazzo non parla, ma sembra accettare di buon grado le offerte della ragazza: e la sua sola presenza basta a riaccendere la spenta Frances, finora priva di ogni vita affettiva (i suoi unici frequentatori sono anziani conoscenti e amici della madre). Scopriremo poi che il misterioso ragazzo in realtà finge soltanto di essere muto: è un hippy che vive alla giornata, che si diverte a ingannare la gente e che occasionalmente fugge dalla casa di Frances (dove lei prova a tenerlo rinchiuso) per tornare a frequentare gli scapestrati amici di un tempo. Nel frattempo la donna lo coccola come un cucciolo, cerca disperatamente il suo affetto e, pur di tenerlo legato a sé, giunge persino ad avventurarsi per la città in cerca di una prostituta per lui... Un film sobrio ma dal particolare fascino, che si fa via via sempre più inquietante (anche per via del ribaltamento di ruoli: si passa dal punto di vista di lei a quello di lui), ben diretto da un Altman agli esordi, grazie anche alla fotografia “brumosa” di László Kovács e alla malinconica musica d'atmosfera di Johnny Mandel. La sceneggiatura (di Gillian Freeman) è tratta da un romanzo di Richard Miles. Eccellenti i due protagonisti (lui sembra quasi uno hobbit!). Edward Greenhalgh è il dottor Stevenson, Luana Anders l'amica Sylvia, Suzanne Benton la prostituta Nina. Nell'edizione italiana mancano diverse scene (tagliate senza motivo se non quello di accorciare la pellicola).

4 gennaio 2016

Il corridore (Amir Naderi, 1985)

Il corridore (Davandeh)
di Amir Naderi – Iran 1985
con Majid Nirumand, Abbas Nazeri
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il piccolo Amiro, orfano e senzatetto, vive di espedienti in una città portuale sulla costa iraniana. Abita all'interno di una barca arenata sulla spiaggia e si guadagna da vivere nei modi più disparati: rovistando fra i rifiuti che si accumulano sulla spiaggia, ripescando e rivendendo le bottiglie vuote portate dalla corrente (competendo in questo con gli altri bambini della zona), vendendo acqua ghiacciata, lavorando come lustrascarpe. Fra un'esperienza e l'altra, si impegna in gare di velocità con gli altri orfani, scoprendo di essere essere assai abile nella corsa, in grado persino di tenere testa a una bicicletta o di correre dietro a un treno. E poco importa se in queste gare ogni scorrettezza è lecita (spintoni, sgambetti, trattenute): anche la vita in fondo è così. Il primo film di Naderi (e uno dei primi film iraniani dopo la rivoluzione) ad aver raggiunto una certa notorietà anche al di fuori del proprio paese, aprendo la strada a tutta una serie di pellicole d'autore e di grande risonanza, caratterizzate da alcuni punti in comune: un impianto "neorealista", una forte attenzione ai bambini (visto che in gran parte erano prodotte dal Kanoon, ovvero l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, un ente culturale statale che – fra le tante arti – promuoveva anche il cinema e che ha finanziato le prime opere di registi come Abbas Kiarostami e lo stesso Naderi), una straordinaria inventiva nella visuale cinematografica e nella strategia narrativa per superare i limiti di budget e le imposizioni sui soggetti. Qui spicca il rapporto di Amiro con l'ambiente che lo circonda. Se il bambino è affascinato dalle grandi navi bianche che giungono nel porto (sognando di partire, un giorno, a bordo di una di esse) e dai piccoli aerei da turismo che decollano dal vicino aeroporto, per il resto la sua energia e la sua vitalità si rispecchiano nelle forze e negli elementi della natura, impetuosi come lui: le onde del mare che si infrangono sugli scogli, i fuochi che ardono sulla spiaggia, il ghiaccio che si scioglie. E Amiro non perde occasione per gridare tutta la sua voglia di vivere e il suo desiderio di partire, facendo in modo che le sue urla si fondano con il rumore delle navi, degli aerei al decollo o dei treni. Il porto commerciale è crocevia di stranieri: ai tavolini siedono europei e americani, nei cinema si proiettano film occidentali (su un muro si intravede la locandina dell'italiano "La polizia incrimina, la legge assolve") e le edicole vendono riviste come "Oggi" e "Gente Motori". Amiro ne acquista qualcuna per le immagini di aeroplani (non sa leggere nemmeno il farsi, figuriamoci le lingue straniere). Sarà proprio questo uno degli stimoli (oltre al desiderio di "crescere") che lo porterà a iscriversi, seppure in ritardo, a scuola. A proposito: straordinario il piccolo protagonista, Majid Nirumand, che ritroveremo quattro anni più tardi in "Acqua, vento, sabbia". Il film è parzialmente autobiografico: nato nella città portuale di Abadan, anche Naderi è cresciuto orfano, vivendo per strada e passando da un lavoretto all'altro prima di diventare fotografo e infine regista.

24 novembre 2015

Il vagabondo (R. W. Fassbinder, 1966)

Il vagabondo (Der Stadtstreicher)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1966
con Christoph Roser, Susanne Schimkus
**1/2

Visto su YouTube.

Prima di esordire nel mondo del cinema nel 1969 con il suo primo lungometraggio, Fassbinder realizzò due corti di circa dieci minuti (pare che ce ne fosse stato anche un terzo, "This Night", andato perduto), fortemente influenzati dalla corrente della Nouvelle Vague francese. In questo "Il vagabondo", in particolare, è evidente l'omaggio a "Il segno del leone" di Eric Rohmer: se quello mostrava il girovagare di un clochard nella Parigi desolata d'estate, qui siamo invece nelle periferie di Monaco di Baviera (scenario che rimarrà una costante in quasi tutti i lavori del regista) in un freddo autunno-inverno. Il protagonista, un uomo senza fissa dimora che dorme nelle stazioni, si lava alle fontanelle pubbliche e possiede solamente i suoi vestiti e una borsa, trova per caso una pistola sul selciato: non sa che farci, e dopo aver cercato inutilmente di disfarsene, medita di usarla per suicidarsi. Ma prima di riuscirci, la pistola gli verrà rubata da due giovani che lo stavano pedinando. Girato in bianco e nero e in gran parte muto (c'è una sola scena in cui i personaggi parlano, che culmina con il protagonista che intona una canzone infantile), il film sembra uscire da un altro tempo, o da un'altra realtà. In ogni caso, è molto espressivo, e particolarmente focalizzato sulle immagini, dalle quali traspare tutto il mondo interiore del personaggio. Fassbinder stesso fa un cameo nella scena dei bagni pubblici.

19 settembre 2015

Subway (Luc Besson, 1985)

Subway (id.)
di Luc Besson – Francia 1985
con Christopher Lambert, Isabelle Adjani
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

In fuga dopo aver fatto saltare in aria una cassaforte, il ladruncolo Fred si rifugia nella metropolitana di Parigi, nei cui sotterranei – anche dopo l'ora di chiusura – vive tutta una comunità di ladri, artisti, disadattati e senzatetto. Sulle sue tracce c'è Héléna, la donna cui Fred ha rubato alcuni documenti compromettenti e di cui si è innamorato a prima vista, che a sua volta è in fuga dall'oppressiva ricchezza del proprio matrimonio; e un nutrito gruppo di poliziotti, sia privati (al soldo del marito di Héléna) che statali (guidati dal flemmatico commissario Gesbert). Il secondo lungometraggio di Besson, pur ancora un po' grezzo, è quello che ha portato all'attenzione del grande pubblico l'energetico regista francese e il suo stile prettamente visivo (la corrente in cui si iscriveva all'epoca era quella del cinema du look, movimento di cui facevano parte anche Carax, Beineix, Jeunet e Caro, più attenti alle qualità dell'immagine e all'atmosfera generale che non alla sceneggiatura vera e propria, nella quale si ritrovavano peraltro contaminazioni e riferimenti alla cultura pop, ai fumetti e alla televisione). Ambientato quasi completamente nei tunnel e nei corridoi della metrò parigina (ma alcuni set sono stati ricostruiti dal leggendario Alexandre Trauner), un mondo claustrofobico e surreale – illuminato dai neon e dalle insegne e delimitato da transenne e scale mobili – dove si dipana una sorta di gioco di "guardie e ladri" con continui incontri, separazioni e ritrovi fra i personaggi, il film può contare sull'interpretazione di un interessante gruppo di attori, alcuni affermati e altri ancora no: oltre al protagonista Christopher Lambert (con un'iconica capigliatura bionda e, almeno all'inizio, un elegante smoking da cameriere) e alla bella Isabelle Adjani, si riconoscono Jean-Hugues Anglade (il ladro pattinatore), Jean Reno (il batterista), Richard Bohringer (il venditore di fiori) e Jean-Pierre Bacri (il poliziotto chiamato "Batman"). Il veterano Michel Galabru è il commissario Gesberg, mentre il compositore Éric Serra è il bassista del gruppo rock che Fred mette insieme, raccattandone i componenti fra i suonatori ambulanti che bazzicano le varie fermate, e che si esibisce in un finale che riecheggia "Fino all'ultimo respiro" di Godard. Il senso del divertimento e della contaminazione di cui prima sono evidenti sin dal cartello introduttivo, che (citando Vonnegut e altri) mette insieme Socrate, Sartre e Sinatra.

19 settembre 2014

Jackie & Ryan (Ami Canaan Mann, 2014)

Jackie & Ryan
di Ami Canaan Mann – USA 2014
con Ben Barnes, Katherine Heigl
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Ryan è un giovane musicista che vagabonda per il paese con la sua chitarra, viaggiando clandestinamente a bordo dei treni merci e suonando per le strade i classici del folk e del country. Jackie è una madre divorzianda, con figlioletta di nove anni a carico, fuggita da New York per tornare a vivere nella città dove è nata, Ogden (nello Utah), a sua volta con un passato di musicista, una carriera che ha messo da parte troppo presto. Il loro incontro sembra finalmente accendere qualcosa nelle rispettive vite: Ryan troverà lo stimolo e l'ispirazione per scrivere una propria canzone ed esprimere l'inquietudine della sua anima, mentre Ryan scoprirà in sé la forza per resistere alle prepotenze dell'ex marito che vorrebbe toglierle la bambina. Al suo terzo film, la figlia di Michael Mann dimostra di essere ormai una cineasta solida e consapevole dei propri mezzi. Anche sceneggiatrice, mette in scena una storia di persone vive e reali con la leggerezza dei migliori film romantici e musicali ma senza rinunciare a un setting talmente realistico da essere palpabile (magnifici i paesaggi innevati e gli scorci di una citta apparentemente fredda e inospitale ma che in realtà, a conoscerla bene, offre rifugi nei luoghi più segreti: squarci di una periferia americana sconvolta dalla crisi economica ma dove i cuori caldi delle persone battono ancora). Ne risulta un film gradevole, onesto, intimo, fuori dal tempo, compassato, privo di artificialità e di retorica. Certo, l'intreccio è poco originale e la storia in certi momenti (specialmente nel finale) si trascina forse un po' troppo a lungo: ma l'esibizione di Ryan in sala di registrazione, quando finalmente può suonare la "sua" canzone, quella che gli è costata tanto tempo e fatica, ripaga ampiamente le attese.

5 luglio 2014

L'imperatore del nord (R. Aldrich, 1973)

L'imperatore del nord (Emperor of the North)
di Robert Aldrich – USA 1973
con Lee Marvin, Ernest Borgnine
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nel 1933, al culmine della grande depressione, molti senzatetto si spostavano attraverso gli Stati Uniti nascondendosi a bordo dei treni merci. Shack (Ernest Borgnine), violento e brutale capotreno del convoglio numero 19 delle ferrovie dell'Oregon, è celebre per non aver mai permesso a nessuno di viaggiare clandestinamente sui propri vagoni: verrà sfidato da quello che tutti chiamano "il Numero 1" (Lee Marvin) e che si fregia del titolo di imperatore dei vagabondi. Nella loro lotta senza esclusione di colpi tenterà di inserirsi anche il giovane Cigaret (Keith Carradine), hobo fanfarone e alle prime armi, al quale il Numero 1 cercherà inutilmente di fare da maestro di vita. Pellicola d'azione ispirata ai racconti e alle memorie di viaggio di Jack London, tutta costruita sul confronto fra personaggi che rappresentano rispettivamente la legalità fine a sé stessa (l'odio di Shack verso i vagabondi è una pura questione d'orgoglio) e la vita da nomade e senza catene (l'imperatore non ha una vera meta da raggiungere: il traguardo di Portland rappresenta per lui soltanto una sfida all'avversario, così come non auspica per sé un futuro migliore o la fine della crisi economica). Col procedere della trama, la violenza sale di tono fino al sanguinoso scontro finale. Il personaggio di Keith Carradine è quasi un terzo incomodo, introdotto soltanto per movimentare la trama e aggiungere qualche linea di dialogo nei momenti in cui i due contendenti non si trovano faccia a faccia. Molte le scene da ricordare: a parte i combattimenti sui treni in corsa, anche il battesimo nel fiume e il furto del tacchino. Il titolo originale avrebbe dovuto essere "L'imperatore del Polo Nord", ma il film fu poi rieditato con il nome attuale. Naturalmente sia Marvin che Borgnine avevano già lavorato insieme (e con Aldrich) in "Quella sporca dozzina". Il progetto era originariamente di Sam Peckinpah, che cinque anni dopo riciclò l'idea in "Convoy", dove la sfida è fra un camionista ribelle e un poliziotto intransigente (quest'ultimo interpretato sempre da Borgnine).

19 febbraio 2013

Dodes'ka-den (Akira Kurosawa, 1970)

Dodes'ka-den (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone 1970
con Yoshitaka Zushi, Noboru Mitani
***1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

In una baraccopoli alla periferia di Tokyo, fra cumuli di detriti e di spazzatura che fanno da sfondo al parallelo degrado umano e civile, un variopinto gruppo di personaggi porta avanti le proprie vite in maniera corale e intrecciata. Il giovane Rokuchan (Yoshitaka Zushi) trascorre le proprie giornate "guidando" un tram invisibile per le vie del quartiere, producendo con la bocca il rumore del passaggio sulle rotaie (il titolo del film, "Dodes'ka-den", si riferisce proprio all'onomatopea del tram che sferraglia), per il dispiacere e il dolore rassegnato di sua madre (Kin Sugai). I due operai Masuda e Kawaguchi (Hisashi Igawa e Kunie Tanaka), amici e ubriaconi, si scambiano con nonchalance le case e le mogli (Hideko Okiyama e Jitsuko Yoshimura). Un barbone (Noboru Mitani) che abita con il figlioletto (Hiroyuki Kawase) nella carcassa di un'automobile, sogna di costruire una moderna casa con piscina su una collina erbosa: ma i suoi progetti di fantasia andranno in frantumi quando il bambino – che si procurava da mangiare per sé e per il padre, chiedendo avanzi nei ristoranti nei dintorni – morirà per un'intossicazione alimentare. Il tenebroso e taciturno Hei-San (Hiroshi Akutagawa), che vive in isolamento in una baracca metallica, riceve la visita della moglie (Tomoko Naraoka), che aveva ripudiato in seguito a un tradimento: anche se lei è pentita, lui non riuscità a perdonarla. La quindicenne Katsuko (Tomoko Yamazaki), affidata agli zii che l'hanno adottata (Tatsuo Matsumura e Tsuji Mari), viene sfruttata, costretta a lavorare come una schiava (fabbricando fiori di carta) e persino violentata dallo zio, che approfitta di una breve assenza della moglie: in preda a un impulso di follia autodistruttiva, tenterà di suicidarsi e di portare con sé nella morte anche l'unica persona che la trattava con gentilezza, un garzone del negozio di sakè. Il giovale Ryo (Shinsuke Minami) è sposato con una donna che lo tradisce in continuazione (Yoko Kusunoki), al punto che deve darsi da fare per convincere i propri figlioletti di essere effettivamente il loro genitore (probabilmente non lo è, ma a lui non importa: quello che conta sono i sentimenti che li legano insieme). Il mite impegato Shima (Junzaburo Ban), afflitto da una cospicua serie di tic nervosi, è benvoluto da tutti; così non è per sua moglie (Kiyoko Tange), sgradevole e sgarbata. Ma lui, di fronte agli amici che lo consigliano di cacciarla di casa, la difende appassionatamente. L'anziano artigiano Tamba (Atsushi Watanabe) ha mantenuto buon senso e saggezza anche di fronte alla miseria: convince un energumeno ubriaco a calmarsi (disarmandolo con la frase "Mi sembri stanco, vuoi che prenda il tuo posto?"), offre di propria volontà del denaro a un ladro che era penetrato nella sua abitazione, e riesce – con uno stratagemma – a scoraggiare un uomo che aveva deciso di suicidarsi. Sullo sfondo, un gruppo di donne perennemente intente a lavorare presso una fontana commenta – come un coro – le vicende del quartiere.

Definito dai critici "tragico e trascendente", "Dodes'ka-den" è un film fondamentale, di svolta e di rottura, tanto nella carriera quanto nella vita di Kurosawa. Primo film senza Toshiro Mifune dopo diciassette pellicole consecutive (regista e attore avevano litigato per l'interpretazione troppo solenne fornita da Mifune nel precedente "Barbarossa", che Kurosawa avrebbe voluto ritratto in maniera più umana), primo film a colori (e che colori!), primo film girato in maniera indipendente (e dunque in piena libertà artistica ed espressiva, senza imposizioni da parte dei produttori), primo film realizzato dopo una pausa di ben cinque anni (in precedenza, tra un lavoro e l'altro, non ne erano mai passati più di due). Dopo il successo critico ma il flop commerciale di "Barbarossa", nessun produttore giapponese sembrava ormai disposto a finanziare un nuovo film di un regista che, è vero, aveva sfornato grandi successi come "Rashomon", "I sette samurai" e "Yojimbo", ma che si era anche sempre rivelato un intransigente perfezionista, facendo lievitare parecchio tempi e costi. Alcuni tentativi di lavorare con gli americani non andarono a buon fine (uno di questi progetti, "A trenta secondi dalla fine", verrà realizzato in seguito da Andrei Konchalovsky). "L'imperatore" decise allora di dare vita, insieme a tre altri colleghi (Kon Ichikawa, Koisuke Kinoshita e Masaki Kobayashi), a una casa di produzione indipendente (chiamata "Yonki-no-kai", ovvero "I quattro cavalieri") per poter realizzare ambiziosi progetti senza scendere a compromessi artistici. Il primo fu appunto "Dodes'ka-den", che per la sua coraggiosa scelta di mettere in scena la vita in una bidonville andò incontro a un clamoroso insuccesso: non dimentichiamo che erano gli anni in cui il Giappone si beava di un boom economico senza precedenti. Il fallimento della società e l'ostracismo degli altri produttori portarono Kurosawa sull'orlo della depressione e del suicidio (un tentativo in effetti ci fu, anche se non si sa quanto convinto: è da ricordare, a tal proposito, che anche il fratello maggiore di Akira, Heigo, si era suicidato a trent'anni). Per fortuna il grande regista fu salvato dall'apprezzamento e dalle proposte di lavoro dei suoi ammiratori stranieri, in primis russi e americani, che gli consentirono di realizzare i suoi capolavori successivi ("Dersu Uzala" i russi, "Kagemusha" e "Ran" gli americani) e di trovare così una nuova vitalità e una nuova giovinezza anche in patria ("Sogni", "Rapsodia in agosto" e "Madadayo").

Il film è l'adattamento di alcuni racconti di Shugoro Yamamoto, "scrittore contemporaneo particolarmente attento all'indagine sulla vita e i sentimenti delle classi diseredate". Nel suo libro, "Quartiere senza sole", i racconti erano quindici ed erano ambientati in epoche differenti; Kurosawa ne ha scelti otto e ha deciso di "fonderli insieme", collocandoli tutti nella stessa epoca e nello stesso luogo. Montagne di detriti e di rifiuti a perdita d'occhio, senza un filo d'erba o l'ombra della natura (l'unico albero è secco: "Un albero morto non è più un albero", commenta la moglie di Hei-sam, paragonandolo al marito). L'argomento, l'ambientazione e la struttura della pellicola possono ricordare il precedente "I bassifondi", anche se Kurosawa aveva già raccontato in parecchi suoi lavori la sofferenza e la disperazione degli emarginati ("L'angelo ubriaco", "Vivere", "Barbarossa") e si è sempre distinto per un profondo umanesimo che è forse il vero filo conduttore della sua produzione, persino nelle pellicole epiche (come non ricordare i contadini de "I sette samurai"?). Qui però c'è più astrazione e maggior stilizzazione, che rendono l'affresco ancora più universale. Se l'ambientazione è contemporanea, non è però ben definita: potrebbe svolgersi negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando macerie e povertà erano uno scenario più comune; oppure mostrare come, anche negli opulenti anni settanta del boom economico e in una delle nazioni più ricche e fiorenti del pianeta, potevano esistere oasi di degrado e di infelicità (che portano con sé, di converso, anche violenza, pazzia e psicosi). E pure le scelte artistiche, come l'uso dei colori, ammantano l'affresco di una luce ultraterrena e lo staccano dalla concretezza tipica delle pellicole neorealiste. Non siamo dalle parte di Mizoguchi, nemmeno per un momento. E infatti non tutto è nichilismo e pessimismo: oltre a poveri, disperati, pazzi, schizofrenici e violenti, ci sono anche uomini saggi, benvoluti, equilibrati, compassionevoli, che conservano buon senso e dignità (Shima, Tamba, la zia di Katsuko, il ragazzo del sakè). Tamba, in particolare, ricorda a tratti il pellegrino Tahei de "I bassifondi", quello che insegnava che "ogni essere umano è degno di stima": è lui, per esempio, l'unico a confortare il barbone alle prese con la malattia del figlio (alle comari che gli stanno lontane, temendolo perché irascibile e violento, ribatte: "è solo timido"). C'è poi chi, pure in mezzo alla miseria, sogna un improbabile futuro migliore, almeno con l'immaginazione (il barbone stesso) o con la pazzia (Rokuchan): sono queste forme "creative" (e dunque "artistiche") a impedire loro di vedere lo squallore che li circonda e a consentirgli di sorridere con ottimismo di fronte al dolore e alle incertezze della vita.

Per la prima volta alle prese con i colori, da artista par suo (non dimentichiamo che in gioventù, prima che quella di regista, stava per intraprendere la carriera di pittore) Kurosawa non può che farne un uso espressionistico. Per molti versi la pellicola anticipa "Sogni", e non solo per l'essere un collage di otto differenti storie (che qui si dipanano in parallelo, anziché essere separate l'una dalle altre). La tavolozza a disposizione della fotografia è variopinta e intensa: si va dai colori caldi dei tramonti o delle scene di torbida passione (l'abito di una delle donne alla fontana, il "letto di fiori" sul quale viene violata Katsuko, il rosso e il giallo dei due amici-ubriachi che si scambiano le mogli) ai colori freddi e smorti del dolore e della malattia (su tutti i grigi, i viola e i blu che accompagnano la malattia del bambino e il volto sempre più smunto e "orchesco" del padre, che sembra uscire da un dipinto di Munch o di Van Gogh; ma anche l'atmosfera cupa nella baracca del marito tradito che non riesce a perdonare la moglie). A tratti, appunto, sembra di assistere in anticipo ai segmenti più disperati e macabri di "Sogni". L'episodio-cornice, quello di Rokuchan con il suo tram fantasma, pare invece quasi girato in bianco e nero, a parte naturalmente i colori del cielo, del sole, della luna e delle stelle che circondano il suo vagare nella bidonville. L'espressività delle immagini è accompagnata da quella delle musiche del grande compisitore Toru Takemitsu, che in seguito tornerà a collaborare con Kurosawa realizzando la colonna sonora di "Ran". La durata del film, inizialmente prevista di quattro ore, è stata ridotta in fase di montaggio a circa due ore e mezzo: e chissà che alcuni dei segmenti non siano stati un po' sacrificati. In effetti, non tutti gli episodi presentano la stessa intensità. Di fronte alla drammaticità di alcuni, altri risultano più leggeri, quasi comici (gli amici che si scambiano le mogli), altri spingono forse eccessivamente sul patetico (quello di Ryo e dei suoi cinque figli) e altri semplicemente si limitano a fare da sfondo. In ogni caso, a rendere più ricco e poetico il film, aprendo ampie finestre sul mondo esterno e permettendo allo spettatore di "respirare" oltre i limiti angusti della baraccopoli, ci sono quei magnifici squarci surreali (il tram di Rokuchan, la casa immaginaria del barbone, i tic di Shima) e tante immagini che valgono da sole più di mille parole (le scenografie, le pennellate, i sogni).

16 settembre 2011

Himizu (Sion Sono, 2011)

Himizu
di Sion Sono – Giappone 2011
con Shota Sometani, Fumi Nikaido
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nel Giappone sopravvissuto al terremoto e allo tsunami dell'11 marzo 2011, il quattordicenne Sumida vive senza genitori (la madre è scappata con un altro uomo; il padre, violento e ubriaco, si fa vivo solo per picchiarlo e per estorcergli denaro) in una capanna fuori città, dove gestisce l'azienda di famiglia, uno scalcinato noleggio di barche. Ossessionato da inquietanti sogni premonitori, il ragazzo dà ospitalità nel terreno adiacente alla sua casa a una manciata di senzatetto che hanno perso ogni cosa nel disastro. Di lui si innamora una sua compagna di classe, la sciroccata Chazawa, che gli impone la propria presenza con la forza e fa di tutto per scuoterlo e portarlo ad amare la vita. Sumida, desideroso soltanto di trascorrere un'esistenza ordinaria e di basso profilo, è però costretto a fronteggiare la violenza e la meschineria del mondo adulto: dopo aver commesso un terribile delitto, nel tentativo di reagire alla malvagità che lo circonda, cercherà di espiare a modo suo. Tratto da un manga (di Minoru Furuya), il nuovo film di Sono è un caotico e disperato grido di riscatto, dove follia, confusione e violenza si legano ad avvenimenti del mondo reale. Dopo che la sceneggiatura era già stata scritta, infatti, il regista ha deciso di modificarla per fare riferimento al terribile disastro che aveva appena colpito il paese, inserendo una serie di sequenze che mostrano la distruzione causata dal cataclisma e legando le vicende dei personaggi (in particolare quelle dei senzatetto ospitati da Sumida) proprio al tragico evento, seppure in maniera un po' posticcia. Per il resto, sono presenti molti dei temi tipici dei suoi lavori, a partire dalle famiglie disfunzionali (sia il padre di Sumida che i genitori di Chazawa – la madre è interpretata da Asuka Kurosawa – manifestano non solo una completa mancanza di affetto verso i figli, ma addirittura il desiderio di vederli morti). Ma il risultato non convince appieno, e l'eccesso di violenza assume toni talmente esagerati da risultare quasi parodistico: insomma, un film difficile da prendere sul serio. Premiati a Venezia, forse un po' generosamente, i due giovani protagonisti. Nel cast ci sono anche Denden (il mafioso con il quale il padre di Sumida contrae un forte debito) e Tetsu Watanabe (Horuno, il barbone che lo salda per riconoscenza verso il ragazzo). Himizu significa "talpa": il titolo si riferisce al desiderio del protagonista di vivere isolato dal mondo e cieco alle sue violenze e alle sue ingiustizie. Il commento musicale consiste quasi esclusivamente nell'incipit del "Requiem" di Mozart, le cui prime battute vengono ripetute ad libitum ad accompagnare i movimenti dei personaggi: una tecnica che si riscontrava già nei lavori precedenti di Sono (vedi il brano di Mahler utilizzato in "Cold Fish").

11 settembre 2010

I figli della violenza (Luis Buñuel, 1950)

I figli della violenza (Los olvidados)
di Luis Buñuel – Messico 1950
con Alfonso Mejía, Roberto Cobo
****

Rivisto in DVD, con Martin.

Il terzo lungometraggio messicano di Buñuel, scritto con Luis Alcoriza, è uno dei suoi massimi capolavori non solo di quel periodo ma anche in generale. Racconta le vicende di un gruppo di bambini e ragazzi di strada a Città del Messico, delinquenti per natura o per necessità: fra i protagonisti spiccano Jaibo, il più grande e il leader del gruppo, appena fuggito dal riformatorio e pronto a ogni nefandezza pur di sopravvivere (rapinare ciechi e mendicanti, sfruttare gli amici, persino uccidere chi lo tradisce); e il giovane Pedro, che vorrebbe rimettersi sulla retta via e riconquistare l'affetto di una madre che non lo ama (anche perché è il frutto di una violenza), perennemente vittima dei colpi bassi di un destino avverso. A fianco dei bambini ci sono adulti che li sfruttano (il giostraio) o li disprezzano (il vecchio cieco), genitori che li abbandonano (il padre di Ojitos) o semplicemente li ignorano (la madre di Pedro). La durezza del film è a malapena scalfita dall'introduzione "moralista" con la voce fuori campo (probabilmente posticcia) e da un paio di battute pronunciate da personaggi che rappresentano le autorità: ma al poliziotto che dice "Forse dovremmo punire voi genitori, per come agite verso i vostri ragazzi", e al direttore del centro di rieducazione che parimenti afferma "Invece di rinchiudere i ragazzi, bisognerebbe rinchiudere la miseria", fanno da contraltare le parole di indifferenza della mamma di Pedro e quelle di disprezzo del vecchio cieco ("Dovrebbero ucciderli tutti prima che nascano"). In un crescendo di tensione e di pugni nello stomaco, si arriva a un finale terribile e non consolatorio, che non intende certo offrire soluzioni al problema della povertà e della delinquenza giovanile. Se il film appartiene di diritto al filone del realismo sociale (che Buñuel stesso aveva già approcciato con "Las hurdes") e sembra in parte debitore del neorealismo italiano, presenta però anche elementi tipicamente buñueliani, come le allucinate sequenze dei sogni (di Pedro e, nel finale, di Jaibo), quelle "feticiste" (il latte sulle gambe della giovane Maria, il pediluvio della madre di Pedro), alcuni momenti surrealisti (l'uovo tirato contro la telecamera), lo smascheramento dei vizi della borghesia (la scena, muta, del pedofilo che tenta di adescare Pedro) e la violenza sugli animali (l'uccisione dei polli). Quasi assenti, invece, temi e riferimenti religiosi. Meravigliosa, soprattutto nelle scene notturne, la fotografia in bianco e nero di Gabriel Figueroa.

14 maggio 2010

L'impareggiabile Godfrey (G. La Cava, 1936)

L'impareggiabile Godfrey (My man Godfrey)
di Gregory La Cava – USA 1936
con William Powell, Carole Lombard
***

Visto in DVD.

Un classico della screwball comedy anni trenta. Un barbone viene assunto come maggiordomo nella villa di una famiglia ricca ed eccentrica, dopo che ha aiutato la figlia minore a vincere una specie di "caccia al tesoro" organizzata fra i membri dell'alta società (i partecipanti dovevano condurre con sé un derelitto). Qui il misterioso Godfrey, che si rivelerà sorprendentemente all'altezza (è garbato, intelligente e ironico), insegnerà ai viziati abitanti della casa i veri valori della vita, come l'umiltà e il rispetto, ma anche come ritrovare equilibrio e felicità. E grazie alle sue competenze finanziarie rimetterà persino in sesto i conti in rosso della famiglia. Fra satira sociale (i ricchi vengono ritratti come fuori di testa, bizzarri, insensibili) e riferimenti realistici all'attualità (come quelli alla grande depressione: fra i "colleghi" di Godfrey ci sono anche banchieri caduti in rovina), il film è condito da squarci surreali e tocchi di melodramma romantico. Powell e la Lombard (nei panni dell'ingenua e stupida Irene, che finisce con l'innamorarsi di Godfrey) nella vita reale erano stati sposati dal 1931 al 1933, e questo forse spiega la tensione palpabile in alcune scene. Grandioso il cast di contorno, che comprende Eugene Pallette (il placido capofamiglia, ormai rassegnato a sopportare le stravaganze della consorte e delle indisciplinate figlie), Alice Brady (la moglie svampita e smemorata), la bella Gail Patrick (l'orgogliosa e arrogante figlia maggiore), Jean Dixon (la cameriera sensibile), Alan Mowbray (il vecchio amico di Godfrey) e Mischa Auer (l'irresistibile musicista scroccone, protetto dalla padrona di casa, che imita un gorilla e suona al piano "Oci Ciornie"). Molto belli anche i titoli di testa, con le insegne luminose sui tetti. Il film ricevette sei nomination agli Oscar: per regia, sceneggiatura e tutte le quattro riservate agli attori (per Powell, Lombard, Auer e Brady). Nel 1957 ne è stato fatto un remake con David Niven.

14 gennaio 2010

La leggenda del re pescatore (T. Gilliam, 1991)

La leggenda del re pescatore (The fisher king)
di Terry Gilliam – USA 1991
con Jeff Bridges, Robin Williams
***1/2

Rivisto in DVD, con Ginevra, Giovanni e Rachele.

La carriera di Jake Lucas, speaker radiofonico cinico e rampante, si arresta bruscamente quando spinge senza volerlo uno dei suoi ascoltatori a compiere una strage in un locale di Manhattan frequentato da yuppie. Sconvolto dai sensi di colpa, Jake finisce col ritirarsi dal mondo: ma verrà scosso dall'incontro con l'eccentrico Parry, ex professore di storia trasformatosi in un barbone e precipitato nella follia dopo aver perso la moglie proprio in quella sparatoria. Convinto di essere un cavaliere medievale e di avere il compito di recuperare il Santo Graal (in realtà un trofeo custodito nella libreria di una casa sulla quinta avenue), Parry chiede l'aiuto di Jake, il quale – sentendosi responsabile del suo stato – se ne prende a cuore le sorti e cerca di ripagare il proprio debito aiutandolo a conquistare il cuore della goffa impiegata Lydia, di cui Parry è invaghito. Ma chi ha veramente bisogno di aiuto è Jake, non Parry: e per risorgere dall'inferno in cui è precipitato dovrà fare ben di più, calandosi fino in fondo nel mondo irreale e fiabesco dell'amico e lasciandosi guidare da lui fino a riscoprire la semplicità della vita e la bellezza del mondo che lo circonda. Uno dei migliori film di Terry Gilliam, nonostante si tratti di un progetto non suo (è il primo lungometraggio al quale non ha collaborato a livello di scrittura – anche se il Santo Graal, la follia e gli elementi fantastici in un contesto urbano sono elementi tipici delle sue opere – nonché il primo in cui non figura nessuno degli ex membri dei Monty Python). Le tendenze più estreme e visionarie del regista vengono tenute sotto controllo dall'ottima sceneggiatura di Richard LaGravanese, capace di fondere romanticismo ed elogio della pazzia e di lavorare sui temi del perdono, della redenzione e della grazia divina, benché alcuni passaggi – soprattutto nel finale – sembrino un po' affrettati. Davvero ottimi i due interpreti, ben affiancati da Mercedes Ruehl e Amanda Plummer (e c'è anche un cameo di Tom Waits), per non parlare della buffa drag queen Michael Jeter. Ma a colpire è soprattutto la trasfigurazione in chiave fantasy e surreale della città di New York, trasformata (grazie a luci, effetti, scenografie e alla fotografia di Roger Pratt) in un'ambientazione fiabesca e medievale, con tanto di castelli, boschi e cavalieri, dove la verità e la bellezza si nascondono fra montagne di rifiuti, negli scantinati, in scalcinati videoshop, in contrapposizione ai freddi attici e ai grattacieli dei quartieri alti. Come regista, Gilliam aggiunge molte idee di suo: meravigliosa, per esempio, la sequenza in cui Perry sta seguendo Lydia e, per un momento, la hall della stazione si trasforma in un salone da ballo; visivamente interessante anche l'interno del palazzo-castello, con le scalinate che sembrano uscire da un quadro di M. C. Escher. In una scena è ben visibile un poster di "Brazil" sulla parete, mentre fra le canzoni intonate da Robin Williams spiccano "How about you?" (più volte) e "Lydia the tattooed lady" (resa celebre da Groucho Marx). Nel ciclo arturiano, il "re pescatore" è il malato custode del Santo Graal che può essere curato dalla sua infermità soltanto grazie all'intervento di un "eletto" dall'animo semplice: nel film questo personaggio può essere identificato con ciascuno dei due protagonisti, visto che in un certo senso Jake e Parry si guariscono a vicenda.

28 novembre 2009

Crocodile (Kim Ki-duk, 1996)

Crocodile (Ag-o)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 1996
con Cho Jae-hyun, Ahn Jae-hong
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'ottima opera d'esordio dell'autodidatta Kim Ki-duk è quasi una sorta di "Accattone" alla coreana: il protagonista Yong-pae, detto "Coccodrillo", è un senzatetto violento e profittatore che vive sotto un ponte presso il fiume Han, a Seul, insieme a un bambino e ad un altro barbone più anziano, e approfitta dei tanti suicidi che si gettano nel fiume per svuotare i loro portafogli (o addirittura per chiedere ricompense ai soccorritori in cambio di indicazioni su dove si trova il corpo). Una notte salva dall'acqua una ragazza, che – nonostante lui la violenti ripetutamente – decide di restare con il gruppo. La pellicola procede accumulando scene e sequenze che sembrano slegate l'una dall'altra ma che contribuiscono a definire i personaggi e i loro rapporti: "Coccodrillo" si guadagna da vivere costringendo il bambino a vendere gomme da masticare o cianfrusaglie ai passanti, organizza truffe e ricatti destinati a finir male, perde al gioco tutto il denaro che guadagna faticosamente, si affeziona alla ragazza al punto da voler vendicarne la delusione d'amore affrontando il suo ex fidanzato. Nel finale, con l'ingresso in campo di una coppia di killer, le sottotrame si complicano e si infittiscono. Il mondo descritto da Kim in questo suo primo film (e in generale in tutta la prima fase della sua filmografia, molto più "viva" e convincente rispetto allo sterile estetismo che caratterizza invece i suoi lavori più recenti) è un mondo disperato, dove "degrado sociale e umano si mescolano"; un mondo fatto di sbandati e di isolati che vivono – per scelta o per obbligo – ai margini della società; dove però, anche attorno a un personaggio aggressivo e amorale come il protagonista, può lentamente prendere forma una famiglia sui generis che si scopre unita e solidale nelle difficoltà, nonostante gli occasionali litigi (come quando il bambino ribelle cerca inizialmente di proteggere la ragazza addirittura mutilando i genitali del "Coccodrillo"). Criticato per la violenza a volte eccessiva di molte scene (il rapporto sadomasochistico fra uomo e donna si rivedrà comunque in opere successive come "L'isola" o "Bad guy"), Kim ha spiegato di aver voluto rappresentare qualcosa – la violenza fisica e psicologica – che fa comunque parte integrante della nostra esistenza. Il suo, però, non è certo realismo: anzi, non mancano i momenti stranianti, grotteschi (il bicchiere di sangue), onirici o quasi surreali, come le suggestive sequenze subacquee, quando finalmente "Coccodrillo" sembra ritrovarsi nel proprio ambiente naturale, le acque salmastre di un fiume sì inquinato ma comunque in grado di proteggerlo da un mondo esterno crudele e ostile: soltanto sotto la superficie dell'acqua sembra possibile trovare la pace e la libertà (di cui la tartaruga colorata di azzurro, così come le barchette di carta del bambino, sono un evidente simbolo).

16 maggio 2009

Tra le pietre grigie (K. Muratova, 1983)

Tra le pietre grigie (Sredi serykh kamnej)
di Kira Muratova – URSS 1983
con Igor Shaparov, Oksana Shlapak
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un severo giudice, ossessionato dalla morte della moglie, si trasferisce con i figlioletti in una fatiscente villa di campagna che un tempo era appartenuta a un conte. Attorno alla casa, nei giardini e fra le rovine di un'antica chiesa, si aggira un gruppo di vagabondi, folli e straccioni: fra loro, oltre a ex generali, aristocratici e intellettuali che ormai sopravvivono rubando e mendicando, ci sono anche quelli che un tempo erano i servitori del conte. Vasya, il figlio del giudice, stringe amicizia con il giovane Valek e con la piccola Marusia, una bambina che ben presto si ammala perché "le pietre grigie succhiano la vita". Con lentezza tarkovskiana, la pellicola affronta temi di natura sociale quali il contrasto fra povertà e rispetto della legge, l'onestà e la necessità, la proprietà e il furto, il destino e le differenze di classe, con i bambini pronti a superare le barriere che tengono invece separati i mondi degli adulti. Proprio il piccolo Vasja, che ruba la bambola della sorella per donarla alla febbricitante Marusia, favorirà una sorta di comprensione fra i senzatetto e il giudice, e aiuterà anche il padre a scuotersi dal suo torpore. Girato presso Odessa, il film avrebbe subito forti tagli da parte della censura dell'URSS, al punto che la Muratova ha fatto togliere il proprio nome dai titoli sostituendolo con lo pseudonimo di Ivan Sidorov. Ma oggi la critica alla società sovietica pare meno interessante degli aspetti puramente cinematografici, immagini e atmosfere comprese. Dopo una prima mezz'ora snervante e difficile da seguire, il film cresce di significato e di intensità: però non mi ha lasciato con la voglia di recuperare altri lavori della regista. Belle comunque le scene dove la bambina abbraccia la bambola, con l'una che è quasi una copia dell'altra.

20 febbraio 2009

Boudu salvato dalle acque (J. Renoir, 1932)

Boudu salvato dalle acque (Boudu sauvé des eaux)
di Jean Renoir – Francia 1932
con Michel Simon, Charles Granval
***

Visto in DVD, con Marisa.

Il libraio Edouard salva dall'annegamento il barbone Boudu, che si era gettato nella Senna, e lo ospita a casa sua dove vive con la moglie (una strepitosa Marcelle Hainia) e la giovane cameriera (Sévérine Lerczinska). L'eccentrico e imprevedibile vagabondo metterà a soqquadro la vita della famiglia, portando il caos e l'anarchia all'interno dell'ordinato mondo borghese che lo ha accolto: ma alla lunga la sua presenza catalizzerà quel cambiamento che in fondo tutti i personaggi agognavano. Come uno scatenato Dioniso che invade senza freni il mondo di Apollo (quella della mitologia greca è una metafora insistita che spunta a più riprese, a partire dalla scena iniziale in cui il libraio è visto come un satiro che insidia la domestica/ninfa), il clochard sporca la casa, infastidisce tutti, importuna la cameriera, ostacola il corteggiamento del padrone di casa a quest'ultima, risveglia le voglie sessuali della moglie, costringe ciascuno a ripensare alla propria esistenza. E proprio quando – grazie a un'improvvisa e inaspettata ricchezza – sembra che possa finalmente integrarsi nella società, sceglie di rinunciare a tutto e di riprendere la sua vita da senzatetto. Come ha commentato Jean Douchet, "Il caos deve far visita all'ordine e mettere tutto sottosopra. L'ordine viene arricchito da questa confusione temporanea, ma il caos deve poi tornare al proprio mondo". Dietro l'apparenza di una farsa comica e leggera, tutto il film è un potente elogio della libertà dalle convenzioni morali e sociali, girato con delicatezza e una grande umanità che fa il pari con lo stile moderno e all'avanguardia: Renoir sfrutta al meglio i movimenti di macchina e i campi lunghi (la passeggiata di Boudu per Parigi, ripresa con il teleobiettivo), il paesaggio naturale (magnifico il finale lungo il fiume) e le scenografie in interni. Alcuni elementi sembrano anticipare "L'atalante" di Jean Vigo: non solo per la presenza del bravissimo (e irriconoscibile) Michel Simon – e c'è anche Jean Dasté in un ruolo minore – ma anche per le immagini del fiume con le sue chiatte, per il matrimonio sull'acqua, per la colonna sonora (spesso diegetica), per la freschezza delle situazioni. Ne esiste un remake americano con Nick Nolte, "Su e giù per Beverly Hills", che non ho visto.

23 gennaio 2009

Tokyo Godfathers (Satoshi Kon, 2003)

Tokyo Godfathers (id.)
di Satoshi Kon – Giappone 2003
animazione tradizionale
***

Rivisto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Dopo i complessi e stratificati "Perfect Blue" e "Millennium Actress", Kon stupisce tutti con la sua opera apparentemente più accessibile e lineare, quasi mainstream, accusata a torto di buonismo soltanto per il fatto di presentarsi come una favola moderna di ambientazione urbana e natalizia. Anche questa pellicola in realtà è strutturata su più livelli e merita visioni ripetute, non solo per la sua eccellente fattura tecnica ma anche per la profonda umanità dei personaggi e per l'intensità della vicenda. I protagonisti sono tre senzatetto (un barbone che ha abbandonato la propria famiglia a causa dei debiti, un travestito che sogna una famiglia, una ragazzina fuggita di casa), emarginati non per colpa della società ma per loro precisa volontà, che trovano un neonato abbandonato in mezzo ai rifiuti. Anziché consegnarlo alla polizia, i tre si mettono in testa di rintracciare i suoi genitori. Intraprenderanno così un difficile viaggio attraverso una Tokyo innevata e inospitale, nel corso del quale dovranno fare i conti con il proprio passato e ripensare il proprio presente. Scenografie curatissime, personaggi ottimamente caratterizzati, momenti di pura commozione, haiku passeggeri: il film scorre senza intoppi verso l'inevitabile lieto fine, quando tutte le fila della vicenda vengono tirate, e non mancherà qualche colpo di scena. Per quanto possa sembrare strano, il film è alla lontana un remake del lungometraggio di John Ford "In nome di Dio – Il texano", che infatti in originale si intitolava "Three godfathers", nel quale John Wayne e due compagni fuorilegge trovavano un bambino nel deserto.

23 dicembre 2008

Una locanda di Tokyo (Yasujiro Ozu, 1935)

Una locanda di Tokyo (Tokyo no yado)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1935
con Takeshi Sakamoto, Yoshiko Okada
***

Visto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Nel quarto e ultimo film della serie Kihachi-mono, Takeshi Sakamoto interpreta un operaio disoccupato e padre di due figli. Privi di un tetto e di risorse economiche, i tre riescono in qualche modo a sopravvivere catturando cani randagi e consegnandoli al canile in cambio di una ricompensa, ma il denaro è così scarso che sono spesso costretti a scegliere fra un pasto frugale o una notte al coperto nella sala comune della Manseikan, una sorta di ostello popolare. A un certo punto le cose sembrano andare meglio: Kihachi trova un lavoro e conosce una ragazza di cui si innamora. Quest'ultima, però, si trova in una situazione simile alla sua: è povera e sola, senza casa o lavoro e con una figlia a carico. E quando la piccola Kimiko si ammala gravemente, Kihachi decide di compiere una rapina per procurarsi il denaro necessario a farla ricoverare. Dopodiché, si consegna spontaneamente alla polizia. L'ambientazione povera e desolata (gran parte del film si svolge in esterni fra strade e campi, con fabbriche e ciminiere sullo sfondo) e i toni che anticipano il neorealismo (un paragone con "Ladri di biciclette" non sarebbe fuori posto) ne fanno una delle pellicole di Ozu più intense e drammatiche dal punto di vista dei contenuti. Ma non si tratta di un film di denuncia sociale (la sceneggiatura non lancia strali contro nessuno), quanto piuttosto di un ritratto della miseria e della disoccupazione con le quali dovevano fare i conti molti strati della popolazione delle aree industriali durante la depressione, e che mi ha ricordato, con le dovute distanze e forse per la presenza dei bambini, "Una tomba per le lucciole". Per fortuna il finale, seppur non lieto, non è così triste. Fra le scene più belle, quella quasi surreale in cui padre e figli si godono un lauto banchetto immaginario. Il maggiore dei figli di Kihachi è interpretato dal "solito" Tokkan Kozo, ovvero Tomio Aoki, ormai dodicenne.

21 giugno 2008

Into the wild (Sean Penn, 2007)

Into the wild - Nelle terre selvagge (Into the wild)
di Sean Penn – USA 2007
con Emile Hirsch, William Hurt
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Visto in DVD, con Giovanni.

Quando questo film era uscito al cinema, non ero andato a vederlo perché l'argomento (che presentava pericolose affinità con "Centochiodi", uno dei titoli che più avevo detestato nel corso della stagione precedente) non mi interessava. Adesso, avendo appena visto il lungometraggio d'esordio di Penn, "Lupo solitario", ho deciso – grazie a Giovanni – di recuperarlo. La pellicola racconta la storia (vera) di Chris, un ragazzo che dopo la laurea sceglie di partire in vagabondaggio per l'America in cerca della "libertà assoluta". Disgustato dalla società materialistica (ma in realtà soprattutto dai genitori), brucia il suo denaro e i suoi documenti d'identità e assume persino un nuovo nome, "Alexander Supertramp", vagando per oltre due anni da un luogo all'altro nell'ovest degli Stati Uniti fino a raggiungere la sua meta più ambita, l'Alaska, per bivaccare completamente da solo in mezzo alla natura, da lui al contempo idealizzata e sottovalutata. Qui, dopo aver trascorso diversi mesi in un autobus abbandonato fra le foreste, morirà di fame a 24 anni. La sua sconsiderata scelta di vita (condita da affermazioni più che discutibili, come "Se ammettiamo che l'essere umano possa essere governato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere" oppure "Ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dai rapporti tra le persone") non poteva che rivelarsi perdente: alla fine proprio la vituperata ragione si vendicherà e lo tradirà quando, nonostante i suoi libri, mangerà per errore delle piante velenose; e forse, nell'ultimo respiro prima della morte, si pentirà delle sue decisioni, riappropriandosi del suo vero nome, sognando di riabbracciare i genitori e soprattutto scrivendo su una pagina "La felicità non è reale se non è condivisa". Queste scene finali mi hanno un po' riconciliato con un film che per il resto non mi ha convinto: è decisamente troppo lungo (inutile, per esempio, il secondo incontro con la coppia di hippy: di loro avevamo già capito tutto la prima volta), utilizza il paesaggio in maniera superficiale (immagini e inquadrature sono da cartolina), non brilla nei personaggi di contorno (nella cui descrizione la retorica sale spesso sopra il livello di guardia) e avrebbe avuto sicuramente da guadagnarci se fosse stato girato sotto forma di documentario, come aveva fatto Werner Herzog con il suo "Grizzly man". Non a caso il fotogramma con l'autoscatto del “vero” Chris emoziona più di tutto il resto della pellicola. Mantenendo una certa distanza fra lo spettatore e le vicende del protagonista, e limitandosi a presentare i fatti senza caricarli di contenuti emozionali, si sarebbe evitato il rischio di far passare il messaggio che la scelta incosciente ed estrema di Chris abbia avuto un senso (a questo proposito ho trovato davvero insopportabili le frasi fuori campo della sorella, piene di poetismo adolescenziale e di retorica da quattro soldi). Ci sarebbe voluto insomma un intervento diretto del regista (o dello sceneggiatore) che dicesse chiaramente al pubblico "Questa è la storia di un idiota che ha gettato via la propria vita, non immedesimatevi in lui come di solito si fa al cinema, non lasciatevi coinvolgere". Senza infamia e senza lode la regia, forse un po' troppo didascalica. Non ho gradito certi inutili vezzi come l'uso dello split screen, dei freeze frame, dei ralenti e delle accelerazioni. Buona invece l'interpretazione di Hirsch: vederlo nel finale così smunto fa una certa impressione.