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12 febbraio 2019

La dolce vita (Federico Fellini, 1960)

La dolce vita
di Federico Fellini – Italia 1960
con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg
****

Visto in divx.

Pochi film sono entrati nell'immaginario collettivo e nella storia del cinema globale come "La dolce vita", uno dei capolavori di Fellini, il cui titolo stesso (forse una citazione dal Paradiso di Dante) è diventato un'espressione idiomatica usata – anche all'estero – per indicare uno stile di vita mondano e spensierato come quello che caratterizzava via Veneto e la Roma del boom economico, cosmopolita e mediatica, alla fine degli anni cinquanta e agli inizi degli anni sessanta (molti episodi del film sono infatti ispirati ad eventi reali, di costume ma anche di cronaca nera). Per non parlare di termini come "paparazzi" per indicare i fotoreporter scandalistici, invadenti e senza scrupoli, dal nome del fotografo Paparazzo (Walter Santesso), amico del protagonista, modellato sul reporter romano Tazio Secchiaroli, divenuto celebre proprio per aver immortalato alcuni di questi eccessi. Siamo in effetti in un momento di passaggio e di profondi cambiamenti all'interno della società italiana ed europea in generale. Un Mastroianni iconico (con i suoi occhiali scuri) interpreta il suo omonimo Marcello Rubini, giornalista di rotocalchi, dongiovanni e inquieto viveur, sempre a caccia di scandali e di vip nella Roma "bene" del mondo dello spettacolo e dell'aristocrazia, mentre attraversa una crisi esistenziale per via delle sue ambizioni frustrate (il suo sogno era quello di diventare un romanziere) e di un rapporto difficile e insofferente con la compagna Emma (Yvonne Furneaux). La sceneggiatura (scritta da Fellini insieme ai fidi Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, con la collaborazione di Brunello Rondi) ce lo mostra al lavoro in un mosaico di situazioni e di episodi, spesso slegati l'uno dall'altro, di cui è sovente soltanto uno spettatore od osservatore passivo. Di questi, il più (giustamente) celebre è quello che lo vede interagire con Sylvia (Anita Ekberg), prorompente ed esuberante attrice hollywoodiana di origine svedese, che accompagnerà in una gita notturna per le strade di Roma, culminante in quel bagno nella fontana di Trevi che è forse la singola scena più celebre di tutto il nostro cinema (omaggiata poi in decine di altre pellicole, a cominciare da "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola). L'intero episodio sembra cominciare a mettere in crisi le certezze e l'esistenza stessa di Marcello, che di fronte alla semplicità e all'esuberanza della ragazza inizia a dubitare del proprio stile di vita ("Ma sì, ha ragione lei, sto sbagliando tutto!"), così imprigionato in schemi e ruoli borghesi.

In realtà, Marcello non pare far tesoro di questi insegnamenti, dato che l'intera pellicola alterna momenti di consapevolezza (spesso legati a episodi drammatici o nostalgici: l'inspiegabile suicidio dell'amico Steiner (Alain Cuny), la cui vita apparentemente "perfetta" Marcello aveva affermato di invidiare; oppure la serata trascorsa per locali notturni insieme al padre (Annibale Ninchi), giunto inaspettatamente a Roma dal paese, e con il quale comincia a recuperare un rapporto mai sviluppato) ad altri di assoluto svago, incoscienza e rilassatezza (i ricevimenti, come quello nel castello degli aristocratici fuori Roma, o il party/orgia a Fregene per festeggiare l'annullamento del matrimonio dell'amica Nadia (Nadia Grey: anche lei, come Mastroianni, conserva il proprio nome), all'insegna di spogliarelli e volgarità). Tutto il film, a ben vedere, corre lungo il tema del contrasto: c'è contrasto fra la ricchezza e la povertà, fra l'arretratezza e il benessere, fra la dignità e l'edonismo, fra l'ordine e la libertà, fra la vita e la noia, fra il classico e il moderno (si pensi ai balli e alla musica rock – a cantare è un giovane Adriano Celentano! – in mezzo alle rovine di Caracalla), fra il sacro e il profano, fra momenti di silenzio e di contemplazione e altri di caos tra la folla e il circo mediatico, fra scorci di una Roma arcaica o provinciale e quella invece moderna e cosmopolita (l'ambiente in cui bazzica Marcello è pieno di stranieri), fra un centro città fatto di edifici classici e una periferia di cantieri e palazzi in costruzione, fra emozioni contrastanti (ma spesso coesistenti) come la tristezza e l'allegria. I contrasti sono evidenti sin dall'inizio (si passa da un'immagine della statua di Gesù, portata in volo da moderni elicotteri, a danzatori esotici in un locale notturno orientale) e perdurano per tutta la pellicola. E nonostante ci si muova nel mondo moderno del jet set, in molte sequenze si respira un'atmosfera "circense", tipicamente felliniana (si pensi ai clown che si esibiscono al cabaret dove Marcello si reca con il padre), grazie anche alle musiche di Nino Rota. Fra gli altri episodi da ricordare, quello del presunto "miracolo" dei due bambini che affermano di aver visto la Madonna e che richiama una folla di credenti, curiosi e giornalisti (si tratta di una delle due scene – l'altra è quella del castello dei nobili – non presenti nella sceneggiatura originale e improvvisate sul set). Il finale, con il ritrovamento della mostruosa manta sulla spiaggia (forse un riferimento simbolico al caso di Wilma Montesi), si ricongiunge con l'incipit: in entrambe le scene, le parole di Marcello (con le ragazze che prendono il sole sul tetto, con la ragazzina sul lungomare) sono coperte dai rumori ambientali (le pale dell'elicottero, il suono delle onde), rendendo difficile la comunicazione. Siamo già di fronte al tema dell'incomunicabilità, così caro ad Antonioni...

Pur proveniente da un paese di provincia, Marcello è ben introdotto nell'ambiente romano dei Vip e dei divi, conosce tutto e tutti, o meglio tutte: sono le donne che gli ruotano intorno e che incontra, infatti, uno dei fili conduttori della storia. A partire da Maddalena (Anouk Aimée), ricca e infelice, che gioca a corteggiare a più riprese (vanno persino a fare l'amore nella stamberga allagata di una prostituta), salvo vederla sparire proprio quando lei, ubriaca, gli dichiara il proprio amore. Marcello e Maddalena sono complici e simili, perfetto specchio l'uno dell'altra (nonostante le differenze di classe e di risorse economiche). Del tutto diversa è invece Sylvia, donna perfetta venuta dal nulla che irrompe nella sua vita per donargli alcuni momenti magici e andarsene improvvisamente come era venuta. La più prosaica Emma resta invece per lo più a casa annoiata mentre lui è in giro a lavorare, e il suo rapporto con lei è altalenante: si passa da tentativi di suicidio a litigi furiosi, seguiti da immediate riappacificazioni (che dimostrano, se non altro, l'inconcludenza e l'incapacità di decidere della propria vita da parte del protagonista, perennemente in cerca di sé stesso). Nel ricchissimo cast anche Lex Barker (il fidanzato di Sylvia), Magali Noël (la ballerina francese Fanny), Jacques Sernas, Riccardo Garrone e la cantante Nico. La ragazzina sulla spiaggia è Valeria Ciangottini. Il film avrebbe dovuto essere prodotto da Dino De Laurentiis, che si tirò indietro perché la sceneggiatura era "troppo caotica" (e perché Fellini voleva a tutti i costi Mastroianni come protagonista, anziché un attore straniero come Paul Newman): gli subentrarono Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato. Altri attori presi in considerazione per ruoli minori furono Maurice Chevalier (per il padre di Marcello) ed Henry Fonda (per Steiner), mentre Luise Rainer avrebbe dovuto interpretare una scrittrice in una sequenza che fu poi eliminata dalla sceneggiatura. La pellicola, che nonostante alcune iniziali polemiche – o forse anche per la pubblicità da esse scaturita – riscuoterà un enorme successo di pubblico (persino inaspettato, vista la struttura insolita e le tre ore di durata), diventando istantaneamente un fenomeno di critica e di costume, si rivelerà nel corso degli anni una delle più influenti del cinema moderno, lanciando definitivamente la carriera di Fellini (è con questa e il successivo "8 1/2" che nasce il termine "felliniano"), e non cessando mai di ispirare altri registi e artisti (basti pensare a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, che ne è quasi un aggiornamento a cinquant'anni di distanza). Palma d'Oro al Festival di Cannes. Nominata a quattro Oscar, vinse quello per i migliori costumi.

18 dicembre 2018

Le notti di Cabiria (F. Fellini, 1957)

Le notti di Cabiria
di Federico Fellini – Italia 1957
con Giulietta Masina, François Périer
***1/2

Visto in divx.

Maria Ceccarelli, in arte Cabiria (il nome è un omaggio al leggendario film muto del 1914, ideato nientemento che da Gabriele D'Annunzio), è una prostituta di Roma, una popolana minuta e sgraziata che lavora di notte fra le rovine della "Passeggiata Archeologica". Assai diversa dalle sue colleghe e compagne di borgata, cerca di mantenersi a galla con una certa dignità (si vanta di possedere una casa e di non aver mai dormito per la strada), senza mai smettere di sognare l'amore e una vita migliore. La pellicola la segue attraverso una serie di episodi apparentemente slegati fra loro, cominciando da quando viene "mollata" da Giorgio, suo sedicente fidanzato che le ruba la borsa e la getta nel Tevere, da dove viene ripescata da alcuni ragazzini. Fra le sue avventure notturne spiccano l'incontro con il grande e attempato divo del cinema Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari, praticamente nei panni di sé stesso), che la invita nella sua lussuosa villa dopo aver litigato con l'amante (Dorian Gray), salvo abbandonarla quando si riappacifica con quella; l'episodio dell'uomo con il sacco, che si aggira per le campagne romane a fare "beneficenza laica" ai poveri e diseredati che vivono nelle grotte e nelle catacombe (una sequenza eliminata dalla censura, per essere poi recuperata nella versione restaurata del film, e che era stata ispirata a Fellini dall'incontro con una persona reale); il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Divino Amore, alla quale Cabiria chiede inutilmente la grazia di poter "cambiare vita"; la scena dell'ipnotizzatore (Aldo Silvani), che riesce in qualche modo a portare allo scoperto l'innocenza e la tenerezza che la donna nasconde sotto la sua scorza cinica; e naturalmente tutta la parte finale in cui Cabiria si illude di aver trovato un uomo che l'ama e che la vuole sposare nonostante il suo passato (François Périer), salvo rendersi conto che si tratta dell'ennesimo profittatore (in un pre-finale che riecheggia l'incipit). Ma una materia che nelle mani di un altro regista avrebbe potuto sfociare nel patetismo e nel melodrammatico, in mano a Fellini diventa fiaba e poesia, come dimostra il bellissimo finale in cui Cabiria, rimasta ormai senza nulla, torna a sorridere alla vita quando viene affiancata e circondata da ragazzi che suonano e che ballano, come in una specie di circo: e la lacrima cristallizzata sul viso, mentre guarda in macchina cercando quasi il contatto con lo spettatore, la accomuna subito a Gelsomina, al Matto e agli altri personaggi de "La strada". È proprio la sua innocenza interiore, più che quello che ha vissuto nel corso del suo lavoro, a darle forza e speranza e a proteggerla dal male che la circonda. Il personaggio, sempre interpretato dalla Masina (che qui sforna forse la prova migliore della sua carriera), era già apparso in una breve scena del primo film di Fellini, "Lo sceicco bianco": qui viene arricchito dai racconti e dalle esperienze di una vera "passeggiatrice" romana, conosciuta da Fellini durante le riprese de "Il bidone". Il risultato è un ricco e colorato affresco d'ambiente, mai sopra le righe o accondiscendente verso i personaggi e il mondo disperato in cui vivono. Grande successo di critica, con numerosi riconoscimenti (fra cui l'Oscar per il miglior film straniero e il premio per la migliore attrice a Cannes). Franca Marzi è l'amica Wanda, Ennio Girolami è il giovane magnaccia, Mario Passante è lo zio zoppo. La sceneggiatura di Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli (alla quale ha collaborato anche Pier Paolo Pasolini, cui si deve evidentemente il "realismo" dei dialoghi) ispirerà il musical di Broadway "Sweet Charity" e l'omonimo film di Bob Fosse.

28 ottobre 2018

Il bidone (Federico Fellini, 1955)

Il bidone
di Federico Fellini – Italia 1955
con Broderick Crawford, Richard Basehart
***

Visto in TV.

L'anziano Augusto (Broderick Crawford) e i più giovani Roberto (Franco Fabrizi) e Carlo (Richard Basehart), detto Picasso, sono tre truffatori romani che organizzano ingegnosi "bidoni" ai danni della povera gente, per lo più contadini ignoranti. Per esempio, si travestono da inviati del Vaticano e fanno credere che un peccatore in punto di morte ha confessato di aver sepolto un tesoro nel loro terreno, che potranno tenersi se pagheranno le messe da far celebrare in memoria del defunto. I tre non sembrano avere particolari problemi di coscienza nel sottrarre i risparmi a quella che in fondo è gente messa peggio di loro: e nonostante i relativi successi, restano delinquenti di mezza tacca, sempre senza un soldo, personaggi "crepuscolari" e consapevoli del proprio fallimento esistenziale. Picasso, aspirante pittore, non potrà più celare la natura del proprio "lavoro" alla moglie Iris (Giulietta Masina), quando questa inizierà ad avere dei sospetti, e deciderà di cambiare vita. Roberto, il più viveur e scapestrato dei tre, dopo essersi bruciato ogni legame preferirà trasferirsi a Milano. Soltanto Augusto, in piena crisi di mezza età, invecchiato e disilluso per non aver combinato nulla nella vita, continuerà a riciclare gli stessi trucchi insieme a nuovi complici: ma quando cercherà di ingannare anche i suoi soci, allo scopo di intascare il denaro necessario a pagare gli studi della figlia Patrizia (che aveva abbandonato insieme a sua madre: "In questo lavoro non si può avere una famiglia", aveva detto a Picasso), sarà da questi malmenato e abbandonato a morire nella campagna. Scritto insieme ai soliti collaboratori di allora, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, "Il bidone" è uno dei film meno noti e più puramente drammatici di Fellini, nonché uno dei più realistici e meno surreali/onirici, anche se la natura ingenua e "fumettosa" delle truffe messe in scena dai protagonisti è quasi da commedia alla Totò. Ma se molto spazio è riservato a questi imbrogli, altrettanto è dedicato a scavare nei dubbi, nell'umiliazione e nella malinconia dei personaggi, con quello di Augusto che svetta su tutti come l'autentico protagonista della pellicola (a lui, non a caso, è riservato l'intero e tragico finale). L'interprete, Broderick Crawford, aveva vinto l'Oscar qualche anno prima grazie alla sua interpretazione del politico ruspante Willie Stark in "Tutti gli uomini del re": qui è doppiato da Arnoldo Foà (che già aveva prestato la voce ad Anthony Quinn nel precedente "La strada"). Inizialmente Fellini e i produttori avevano pensato nientemeno che ad Humphrey Bogart per la parte di Augusto, ma l'attore era già troppo malato per venire a recitare in Italia. La Masina e Basehart (doppiato da Enrico Maria Salerno) tornano a lavorare insieme dopo "La strada", anche se per molti versi il film ricorda più "I vitelloni", con il suo ritratto di personaggi falliti. La sequenza della festa di capodanno a casa di Rinaldo (Alberto De Amicis), il collega di Augusto che – a differenza sua – ha fatto i soldi e li ha messi da parte, piena di volgarità e di ricchezza ostentata, pare invece anticipare "La dolce vita". La musica di Nino Rota è vivace e a ritmo di swing.

27 luglio 2018

La strada (Federico Fellini, 1954)

La strada
di Federico Fellini – Italia 1954
con Anthony Quinn, Giulietta Masina
****

Rivisto in divx.

La giovane Gelsomina (Giulietta Masina), proveniente da una famiglia povera e numerosa, viene venduta dalla madre a Zampanò (Anthony Quinn), rozzo artista di strada che gira per i paesini di provincia dell'Italia centrale, esibendosi in prove di forza e numeri da circo (come spezzare una catena con i muscoli del petto). La ragazza diventa così la sua assistente e la sua compagna: e nonostante le sue maniere rudi e sgarbate, finisce con l'affezionarcisi, anche se a un certo punto sarà tentata di abbandonarlo per fuggire via con un altro saltimbanco, più giovane e affabile: l'equilibrista chiamato Il Matto (Richard Basehart)... Da un soggetto scritto da Fellini insieme al fedele collaboratore Tullio Pinelli (e sceneggiato con Ennio Flaiano), un film fiabesco e fuori dal tempo, forse la quintessenza della poetica fellinana (che infatti dichiarò a più riprese trattarsi del film che meglio lo rappresentava, a cui era affezionato nonostante le tante difficoltà durante la sua realizzazione), che innesta una vena tenera, comica e visionaria (il mondo dei clown e dei saltimbanchi) sugli scenari e gli elementi del neorealismo (la povertà, il patetismo, la durezza della strada), creando qualcosa di originale e completamente nuovo, che parla di fantasia e di solitudine, di speranza e di malinconia. Il finale, soprattutto con il drammatico epilogo, aggiunge spessore all'insieme e arricchisce ulteriormente la caratterizzazione dei personaggi. I produttori Dino De Laurentiis e Carlo Ponti avevano insistito per scritturare attori internazionali (Quinn e Basehart), guardando già al mercato estero (dove in effetti il film riscosse un grande successo, donando notorietà anche al regista), mentre Fellini lottò per imporre la propria moglie come protagonista. I risultati sono straordinari, al punto che si faticherebbe a pensare a questi personaggi interpretati da qualcun altro (come Alberto Sordi o Silvana Mangano, che furono presi inizialmente in considerazione). Ottima, in particolare, la prova di Quinn (doppiato in italiano da Arnoldo Foà), ma è soprattutto la Masina, con la sua faccia da clown triste, i suoi silenzi e le movenze da Charlie Chaplin (specialmente quando ne indossa la bombetta), a diventare immediatamente una memorabile icona del cinema italiano e felliniano (per non parlare di Basehart, con la finta lacrima sul viso). Il tema musicale, usato in funzione diegetica (viene suonato dal Matto e poi ripreso da Gelsomina) è firmato da Nino Rota. Il mondo degli artisti girovaghi, anche se si trattava di attori di teatro e non di saltimbanchi, era già stato descritto da Fellini nel suo primo lavoro, "Luci del varietà", girato in coppia con Lattuada. Il film vinse il Leone d'Argento al Festival di Venezia (scatenando una polemica con coloro, come Zeffirelli, che sostenevano invece "Senso" di Visconti) e soprattutto, nel 1957, l'Oscar per il miglior film straniero, il primo di quattro per Fellini (nonché il primo come categoria ufficiale). Enormemente influente: fra le tante imitazioni e parodie, da ricordare una storia di Topolino disegnata da Giorgio Cavazzano.

25 luglio 2018

I vitelloni (Federico Fellini, 1953)

I vitelloni
di Federico Fellini – Italia 1953
con Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Alberto Sordi
***

Visto in divx.

In una citta costiera di provincia (il film è stato girato a Ostia e Fiumicino, ma idealmente è ambientato sulla riviera adriatica), cinque giovani sfaccendati – Fausto (Franco Fabrizi), Alberto (Alberto Sordi), Leopoldo (Leopoldo Trieste), Moraldo (Franco Interlenghi) e Riccardo (Riccardo Fellini) – rifiutano di crescere e di assumersi le responsabilità della vita adulta, e bighellonano senza lavoro, fra donne, chiacchiere, giochi e sogni di fuga che non metteranno mai in atto. Sceneggiato da Fellini con i fidi Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano, parzialmente autobiografico e in quanto tale antesignano di "Amarcord" nel raccontare i piaceri e le frustrazioni legati alla crescita in una piccola città di provincia, il film ha una struttura libera, corale ed episodica, sgangherata e disarticolata come i suoi protagonisti, che favorisce l'atmosfera sopra le convenzioni narrative cinematografiche e accatasta scenette e momenti senza una vera trama. Un filo conduttore comunque c'è, ed è quello fornito dalle vicissitudini del donnaiolo Fausto, che non rinuncia alle avventure galanti nemmeno dopo essere stato costretto a sposare Sandra (Leonora Ruffo), la sorella di Moraldo, per averla messa incinta. Dal canto suo, il sensibile Moraldo è forse l'unico del gruppo a sviluppare una certa coscienza (e infatti nel finale sarà il solo a partire in cerca di una nuova vita), mentre gli altri non imparano mai dai propri errori e non provano sensi di colpa, se si eccettuano quei brevi momenti di lucidità e di consapevolezza dei propri fallimenti (come la scena che mostra Alberto ubriaco e piagnucolante al termine della festa di Carnevale). Leopoldo è l'intellettuale, aspirante drammaturgo i cui sogni di gloria non saranno mai realizzati, Alberto è l'impertinente sempre pronto agli scherzi (è diventata iconica la scena in cui irride un gruppo di operai stradali: "Lavoratori... Prrr!"), Riccardo è – insieme a Moraldo – l'alter ego dello stesso Fellini (non a caso è interpretato da suo fratello).

Il titolo, poi entrato nell'uso comune, è una parola forse inventata dallo stesso Fellini o da Flaiano, che definisce – per usare le parole del regista – "i disoccupati della borghesia, i figli di mamma", quelli che "brillano nei tre mesi della stagione balneare la cui attesa e i cui ricordi occupano tutto il resto dell'anno". E infatti i cinque amici, descritti con affetto e indulgenza, ma anche crudeltà e realismo, sono personaggi senza aspirazioni serie e senza particolari qualità, eterni scapestrati che vivono in un limbo che appare immobile, ma che in realtà è sospeso fra il passato di un'Italia che si appoggiava ai sacrifici e al duro lavoro (rappresentata qui dai genitori) e il futuro di un paese che sarà fondato sul boom economico e sullo svago. Proprio per questo, nonostante il carattere autobiografico e nostalgico, il film è lucido a modo suo nel riflettere i cambiamenti in atto nella società italiana agli inizio degli anni cinquanta. Riscosse un buon successo, anche all'estero (con una nomination all'Oscar per la sceneggiatura), e (ri)lanciò le carriere di Fellini e di Sordi dopo il flop de "Lo sceicco bianco". Con un tono agrodolce e malinconico (evidente, per esempio, nelle passeggiate invernali sulla spiaggia), e in mezzo ad elementi reminescenti del neorealismo (il bambino che lavora come ferroviere, fin troppo maturo per la sua età, con cui Moraldo si confida), sono presenti già sequenze prettamente felliniane: la suddetta festa di Carnevale, per esempio, fra pagliacci, figure di cartapesta (fra cui Totò ed Eta Beta) e un Sordi clownesco vestito da donna, ma anche il furto della statua dell'angelo o brevi momenti come la corsa dei seminaristi sulla spiaggia o il sacerdote arrampicato sull'albero. Carlo Romano e Lída Baarová sono il proprietario del negozio di articoli religiosi (per il quale Fausto lavora brevemente) e sua moglie. Enrico Viarisio e Paola Borboni sono i genitori di Moraldo e Sandra. Il ruolo dell'anziano e famoso attore omosessuale (Achille Majeroni) era stato pensato per Vittorio De Sica.

12 luglio 2018

Lo sceicco bianco (F. Fellini, 1952)

Lo sceicco bianco
di Federico Fellini – Italia 1952
con Brunella Bovo, Alberto Sordi
***

Visto in divx.

La giovane sposina Wanda (Brunella Bovo), giunta a Roma dalla Sicilia in luna di miele con il marito Ivan Cavalli (Leopoldo Trieste), è una grande appassionata dei fotoromanzi di avventura esotica (allora incredibilmente popolari in Italia), in particolare quelli con protagonista Fernando Rivoli (Alberto Sordi) nei panni dello "Sceicco bianco", al quale scrive lettere di ammirazione e dedica ritratti. Allontanatasi di nascosto dal marito per visitare la redazione del fotoromanzo, finirà col trascorrere l'intera giornata (e nottata!) fuori dall'albergo, sul set della nuova avventura del suo eroe preferito, rimanendone delusa quando scopre che dietro il costume si cela una persona qualunque, anzi un mediocre seduttore da strapazzo. E nel frattempo, Ivan avrà il suo da fare per mantenere nascosta la fuga della moglie (che ne comprometterebbe l'onore) ai parenti con i quali avrebbe dovuto visitare Roma (in programma c'è persino un'udienza papale!). Sceneggiato da Fellini insieme a Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano da un soggetto di Michelangelo Antonioni (che inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo di persona, ma si dichiarò insoddisfatto del trattamento di Fellini e Pinelli; Antonioni aveva già affrontato il tema dei fotoromanzi come "fabbrica di sogni" nel cortometraggio "L'amorosa menzogna"), il film segnò così l'esordio del regista riminese da solo dietro la macchina da presa (in precedenza aveva co-diretto con Alberto Lattuada "Luci del varietà"). Antonioni avrebbe voluto dare alla storia un taglio fortemente satirico, mentre Fellini sceglie di mettere in scena la fascinazione di una ragazza provinciale e ingenua per una vita da sogno, migliore persino della "vita vera", che scoprirà però non esserne altro che una caricatura. Il contrasto fra l'immaginazione e la fantasia (personaggi con abiti esotici, scenari da favola, avventure romantiche) e la realtà prosaica (le periferie romane, il litorale laziale che dovrebbe simulare il deserto africano, i dialetti e le volgarità) contribuisce a dare spessore a una commedia originale e già tipicamente felliniana, non priva di momenti di affettuosa tenerezza oltre che di ironia. Sordi, a tratti, è irresistibile, mai sopra le righe, anche quando fa il verso a Rodolfo Valentino. Il personaggio della prostituta Cabiria, interpretato da Giulietta Masina in una breve scena, sarà espanso da Fellini e diventerà protagonista di un intero film, "Le notti di Cabiria". Ernesto Almirante è il regista del fotoromanzo, Ugo Attanasio è lo zio di Ivan. Musiche di Nino Rota. All'epoca la critica cinematografica stroncò la pellicola, salvo poi rivalutarla negli anni successivi.

29 marzo 2018

Luci del varietà (Lattuada, Fellini, 1950)

Luci del varietà
di Alberto Lattuada, Federico Fellini – Italia 1950
con Peppino De Filippo, Carla Del Poggio
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Visto in divx.

Checco Dalmonte (Peppino De Filippo) è il capocomico di una scalcinata compagnia di guitti e attori di varietà che gira di città in città con scarsa fortuna. Quando al gruppo si unisce la giovane ed esuberante ballerina Liliana (Carla Del Poggio), il successo sembra finalmente arridere. E Checco, attratto dalla prorompente ragazza, progetta di lasciare la partner di lunga data Melina (Giulietta Masina) per mettere in piedi con lei una compagnia del tutto nuova. Ma sarà abbandonato da Liliana alla prima occasione, quando la ragazza riceverà un'offerta da un importante impresario, e dovrà tornare con i colleghi di prima e alla vita di un tempo. Dolce-amaro e semi-autobiografico omaggio al mondo dell'avanspettacolo (ritratto con affetto e ironia) e ai «ricordi della provincia italiana vista dai finestrini dei treni e dalle quinte di teatrini sgangherati e male illuminati di quando giravo l'Italia con una compagnia di rivista» (come ha dichiarato lo stesso Fellini), il film segna ufficialmente l'esordio dietro la macchina da presa per il cineasta riminese (in precedenza "solo" sceneggiatore e aiuto regista) ma anche la fine del rapporto di collaborazione con Lattuada dopo diversi film realizzati insieme (i due ebbero anche alcuni contrasti sull'attribuzione della paternità dell'opera). Alcune sequenze "sognanti", in effetti, appaiono assai felliniane (l'escursione in campagna, la camminata notturna di Checco per Roma e l'incontro con gli artisti di strada), mentre l'impianto complessivo e la caratterizzazione dei personaggi, più cinica e obiettiva, sembrerebbero opera di Lattuada. Forse ancora più interessante del film stesso è la storia della sua produzione. Lattuada da tempo auspicava di liberarsi dai lacci dei grandi produttori, per recuperare autonomia creativa. Per questo, quando la Lux (con cui aveva collaborato in passato, ma con cui negli ultimi tempi aveva avuto qualche contrasto) rifiutò il soggetto, il regista e l'amico sceneggiatore decisero di produrre in prima persona la pellicola, attraverso una cooperativa (formata dai due cineasti e dalle rispettive consorti – Del Poggio e Masina – con la compartecipazione di alcuni attori e tecnici), anticipando in questo il Lizzani di "Achtung! Banditi!". Ma problemi economici, organizzativi e di distribuzione, nonché il boicottaggio della stessa Lux (che contemporaneamente mise in cantiere un film assai simile, "Vita da cani" di Monicelli con Aldo Fabrizi e la Lollobrigida, facendolo uscire nelle sale due mesi prima del concorrente) decretarono l'insuccesso dell'esperienza. Se non altro, da allora in poi Fellini intraprese seriamente la carriera di regista: due anni dopo realizzerà il suo primo film da solo, "Lo sceicco bianco". La sceneggiatura è firmata dai due registi più Tullio Pinelli (e pare, non accreditato, Ennio Flaiano). Nel cast anche Folco Lulli, Dante Maggio, John Kitzmiller (il trombettista americano) e Franca Valeri (la coreografa ungherese). Fra le ballerine di fila ci sono le non ancora famose Giovanna Ralli e Sophia Loren (accreditata come Sofia Lazzaro).

9 dicembre 2016

Boccaccio '70 (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica, 1962)

Boccaccio '70
di Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica – Italia 1962
con Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Sophia Loren
**

Visto in divx.

Ideato da Cesare Zavattini (non nuovo a questo tipo di progetti: si vede che amava particolarmente le pellicole collettive), un film in quattro episodi – ciascuno di circa 50 minuti: il totale supera le tre ore, decisamente troppe – che intende aggiornare le novelle del Boccaccio e il loro tema (l'amore e il sesso) alla contemporaneità. Il risultato, però, francamente non è esaltante: la pellicola tira per le lunghe soggetti che forse meritavano maggior concisione (oppure, se proprio si volevano approfondire i personaggi, dei film a sé stanti) e non si amalgamano fra loro, risultando interessante principalmente per i nomi coinvolti e come documento di costume. Gli episodi di Fellini e di Visconti, comunque, spiccano sugli altri e non tradiscono le caratteristiche più tipiche dei loro autori.

"Renzo e Luciana", di Mario Monicelli (**), con Marisa Solinas e Germano Gilioli
La segretaria Luciana e il fattorino Renzo sono costretti a tenere nascosto il loro amore e persino a sposarsi in segreto, per non farsi licenziare dall'azienda dove entrambi lavorano. In nome dell'amore, sapranno però ribellarsi al moralismo ipocrita che li circonda. Ambientato in una Milano di periferia, fredda e ostile, l'episodio più (neo)realista e meno divertente del film (venne persino eliminato dalla versione internazionale della pellicola), interessante come spaccato sociale degli anni sessanta ma non particolarmente avvincente. Tratto dal racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dall'antologia "Gli amori difficili", sceneggiato dallo stesso Calvino con Giovanni Arpino e Suso Cecchi d'Amico. Il titolo è un evidente richiamo ai "Promessi sposi".

"Le tentazioni del dottor Antonio", di Federico Fellini (***), con Peppino De Filippo e Anita Ekberg
Antonio Mazzuolo è un rigido e inflessibile fustigatore della morale altrui. Indignato perché di fronte alle sue finestre è stato installato un cartellone pubblicitario con una seducente pin-up, fa di tutto per farlo rimuovere. Ma l'immagine lo ossessiona al punto da comparire anche nei suoi sogni... La prima parte costruisce il protagonista e la sua crociata contro tutto ciò che è immorale o "pornografico" (dalle coppiette che si appartano, alle riviste vendute nelle edicole). La seconda, di registro onirico, è surreale e allucinata, con una Ekberg gigante che cammina di notte per le strade di Roma. Alla sceneggiatura hanno contribuito Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. La colonna sonora di Nino Rota comprende la canzoncina-jingle "Bevete più latte!", un vero tormentone. Primo lavoro di Fellini a colori (anticipando di tre anni "Giulietta degli spiriti").

"Il lavoro", di Luchino Visconti (**1/2), con Tomas Milian e Romy Schneider
Finito sui giornali per uno scandalo con ragazze squillo, il giovane e scapestrato conte Ottavio deve vedersela con l'ira flemmatica della moglie tedesca Pupe, che vorrebbe lasciarlo e cercarsi un lavoro (anche se si preoccupa: "I lavoratori si annoiano? Ma fino all'angoscia?"). L'episodio più esistenzialista e nichilista del lotto, ambientato tutto nei vasti saloni della dimora milanese del conte, che mette a confronto le vacue preoccupazioni di quest'ultimo con quelle della consorte, degli avvocati e della servitù (tutti personaggi che sembrano muoversi – e vivere – su piani paralleli e mai destinati a incontrarsi veramente). La sceneggiatura, di Visconti e Suso Cecchi d'Amico, è ispirata alla novella di Guy de Maupassant "Sul bordo del letto".

"La riffa", di Vittorio De Sica (**), con Sophia Loren e Luigi Giuliani
A Lugo, durante una fiera di paese, una lotteria clandestina mette in palio una notte d'amore con la bellissima maggiorata Zoe, imbonitrice di un baraccone di tiro a segno. A vincere sarà il timido sacrestano locale, ma la donna preferirebbe fuggire con il giovane allevatore che poco prima l'aveva salvata dalla carica di un toro... Sceneggiato dallo stesso Zavattini, poco più di una barzelletta tirata per le lunghe, con la Loren (e la sua carica erotica) assoluta protagonista, in un mondo di piccola gente di paese, contadini e allevatori che per trasorrere una notte con lei farebbero follie. La musica è di Armando Trovajoli.

24 giugno 2011

E la nave va (Federico Fellini, 1983)

E la nave va
di Federico Fellini – Italia 1983
con Freddie Jones, Barbara Jefford
**1/2

Rivisto in divx.

Luglio 1914: mentre l'Europa sta per entrare in guerra, un transatlantico di lusso salpa da un porto italiano per portare le ceneri della "più grande diva di tutti i tempi", la defunta cantante d'opera Edmea Tetua – come da sue ultime volontà – fino alla sua isola natale, nel mar Egeo, dove verranno disperse in mare. A bordo della nave ci sono molte celebrità e personaggi eccentrici: cantanti, direttori d'orchestra, musicisti, impresari e gente di spettacolo, più alcuni dei più altolocati ammiratori della diva (compreso un granduca austriaco) e un giornalista, il signor Orlando, che presenta al pubblico gli stravaganti ed enigmatici passeggeri e fa la cronaca del viaggio, rivolgendosi agli spettatori in prima persona. Fra amori, capricci, gelosie e piccoli problemi, i primi giorni trascorrono tranquilli: ma poi il "mondo reale" fa irruzione sotto forma di un nutrito gruppo di profughi serbi che invade inaspettatamente il ponte (il comandante li ha raccolti in mare, mentre tentavano di raggiungere l'Italia per fuggire dai disordini in patria) e della minacciosa corazzata austro-ungarica che appare all'orizzonte per reclamare i naufraghi. Ironico e surreale, il film di Fellini (co-sceneggiato da Tonino Guerra) non vuole dunque soltanto omaggiare il mondo del "bel canto" ma anche ritrarre la brusca conclusione di un periodo storico – la Belle Epoque, quella dell'Europa prima della guerra – della cui alta borghesia fa una satira a tratti impietosa. E proprio come in "Titanic", la nave affonda mentre sul ponte si continua a cantare e a suonare.

Caratterizzato da una struttura episodica che alterna momenti comici e grotteschi (il rinoceronte che soffre di mal di mare, o forse di mal d'amore; il basso che con la sua voce profonda fa cadere in catalessi una gallina) ad altri di grande suggestione (i musicisti che improvvisano un brano di Schubert in cucina, suonando su bicchieri e cristalli; l'esibizione dei cantanti nella sala macchine), il film ha tutti i crismi del divertissement, e come tale va accolto e giudicato. Nel ricco cast internazionale, è da segnalare Pina Bausch nei panni della principessa cieca che "vede" le note musicali e le voci come se fossero colori. Victor Poletti (che con Fellini girò qualche anno dopo un celebre spot per Campari, quello in cui cambiava il paesaggio del finestrino del treno con il telecomando) è il tenore Fuciletto, Sarah-Jave Varley è la giovane e bella Dorotea di cui Orlando si invaghisce, mentre Barbara Jefford è l'altezzosa soprano Ildebranda Cuffari, gelosa della popolarità della diva defunta. Edmea Tetua (interpretata da Janet Suzman in filmati d'epoca), naturalmente, è ispirata a Maria Callas (che era morta poco prima del film). Oltre che con la musica (nel film compaiono tanti brani classici, ludicamente mescolati con le immagini, come nella scena del coro al momento in cui la nave salpa o in quella dove i cuochi lavorano velocemente in cucina e i passeggeri mangiano al rallentatore sulle note di Tchaikovsky; e numerose arie d'opera – soprattutto di Verdi – fuse insieme o cantate su testi nuovi e scritti per l'occasione da Andrea Zanzotto), Fellini gioca con il (meta)cinema: la pellicola si apre come se si trattasse di un film appunto del 1914, muto e in bianco e nero (poi progressivamente arrivano colore e sonoro), e si conclude svelando invece allo spettatore la finzione cinematografica, mostrando cioè il set e la troupe al lavoro (come farà anche Abbas Kiarostami ne "Il sapore della ciliegia").

25 febbraio 2007

L'amore in città (aavv, 1953)

L'amore in città
di Cesare Zavattini, Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Citto Maselli, Alberto Lattuada – Italia 1953
con attori non professionisti
*1/2

Visto in DVD.

Nelle intenzioni di Cesare Zavattini, teorico del neorealismo, questo film a episodi avrebbe dovuto essere il primo numero de "Lo spettatore", una "rivista cinematografica" semestrale, strutturata proprio come una rivista cartacea, con tanto di editoriale e di sommario. Ma i risultati deludenti e l'assoluta mancanza di interesse da parte del pubblico impedirono di proseguire l'esperimento. Oggetto del film sono i diversi aspetti dell'amore in una grande città moderna: una Roma gigantesca e ostile, quasi refrattaria a ogni forma di affetto, con i muri ricoperti di manifesti elettorali e le strade che di notte appaiono vuote e deserte. Lo stile è quello dell'inchiesta, con divagazioni all'insegna del "pedinamento" e dell'osservazione della vita reale. I vari episodi sono diretti da giovani promettenti registi che (Fellini a parte) girano senza attori professionisti e spesso con i reali protagonisti delle vicende descritte.

"Amore che si paga" di Carlo Lizzani (*)
Un viaggio-inchiesta nel mondo della prostituzione, raccontato da un narratore moralista, accondiscendente e ammiccante verso il pubblico. Di scarso interesse anche dal punto di vista storico e di costume.

"Tentato suicidio" di Michelangelo Antonioni (*1/2)
I protagonisti di alcuni tentativi di suicidio per amore raccontano la propria storia. Noia, noia, noia. Non siamo molto lontani da programmi televisivi odierni come quelli in onda di pomeriggio su Raidue o simili. E dire che avevo acquistato il DVD soltanto per questo segmento...!

"Paradiso per tre ore" di Dino Risi (**1/2)
Le tre ore del titolo sono quelle che le collaboratrici domestiche si concedono la domenica pomeriggio nelle sale da ballo della capitale. La macchina da presa si muove tra le coppiette che danzano, mostrando approcci timidi o sfrontati, sguardi romantici, ritmi lenti e scatenati, e mille storie che si intrecciano nei brevi momenti di pausa fra un brano musicale e l'altro. Forse l'episodio migliore, assieme a quello di Maselli.

"Agenzia matrimoniale" di Federico Fellini, con Antonio Cifariello (**)
Per realizzare un'inchiesta sul funzionamento delle agenzie matrimoniali, un giornalista finge di essere interessato a trovare una moglie a un amico... licantropo (!). Fellini usa toni surreali (si veda anche la prima parte, con la faticosa "ricerca" dell'agenzia in un condominio di dimensioni colossali) in maniera tutto sommato efficace.

"Storia di Caterina" di Francesco [Citto] Maselli, con Caterina Rigoglioso (**1/2)
Scritto e co-diretto da Zavattini, è tratto da un reale fatto di cronaca, la storia di una donna lasciata dal compagno e costretta dalla povertà ad abbandonare il proprio figlio in un parco, solamente per pentirsene quasi subito e tornare a reclamarlo. Asciutto e toccante.

"Gli italiani si voltano" di Alberto Lattuada (*)
È l'unico episodio muto: soltanto la musica accompagna ironicamente le passeggiate di una serie di giovani ragazze dietro le quali tutti i maschi si voltano: gag "originalissime" (?) come l'uomo in macchina che si schianta perché distratto da una ragazza, o il ciccione (il regista Marco Ferreri) che fatica a salire una lunga scalinata per seguire una fanciulla. Una perdita di tempo: ha tutta l'aria di un riempitivo per terminare il film su un tono più leggero.

29 gennaio 2007

Tre passi nel delirio (Vadim, Malle, Fellini, 1968)

Tre passi nel delirio (Histoires extraordinaires)
di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini – Francia/Italia 1968
con Jane Fonda, Alain Delon, Terence Stamp
**

Rivisto in DVD.

Un film a episodi tratto dai racconti di Edgar Allan Poe che avevo già visto parecchi anni fa ma che non ricordavo quasi per niente, eccezion fatta per qualche immagine del primo episodio che mi era rimasta nella mente. Le tre storie sono ambientate in epoche differenti (un medioevo fiabesco e irreale per Vadim, un ottocento austero e opprimente per Malle, un ventesimo secolo grottesco e infernale per Fellini) e presentano protagonisti ossessionati dal paranormale che li tormenta fino a farli impazzire (come peraltro recita, correttamente, il titolo italiano del film). La qualità dei tre cortometraggi, però, è piuttosto disuguale. Se da Vadim non mi aspettavo molto di più, Malle (che pure poteva contare su uno dei racconti più interessanti di Poe) mi ha piuttosto deluso. Bello, invece, l'episodio di Fellini, soprattutto dal punto di vista estetico e visivo: è sicuramente il migliore dei tre.

"Metzengerstein" di Roger Vadim, con Jane Fonda e Peter Fonda (*1/2)
Dopo aver fatto uccidere il cugino che l'aveva respinta, una nobile viziata e dissoluta è tormentata da un gigantesco destriero nero che potrebbe essere lo spirito del congiunto. Insoddisfacente e inconcludente, si salva per i bei paesaggi (è girato in Finistère, nella Bretagna francese) e per Jane Fonda, bellissima anche se poco in parte, che sfoggia tutta una serie di eleganti vestitini medievali. Brutta invece la musica e mediocre la narrazione, che lascia troppo spazio alla voce fuori campo.

"William Wilson" di Louis Malle, con Alain Delon e Brigitte Bardot (*1/2)
Per tutta la vita, un uomo crudele e sadico è perseguitato da un misterioso sosia che manda all'aria le sue malefatte. Da uno dei racconti più interessanti di Poe sul tema del doppio, Malle tira fuori una versione scialba e priva di tensione. Curiosa la parte di Brigitte Bardot, giocatrice d'azzardo con il sigaro.

"Toby Dammit" di Federico Fellini, con Terence Stamp (***)
Un attore inglese, nevrastenico, alcolizzato e ossessionato dal demonio, giunge a Roma per interpretare "il primo western cattolico". Farà una brutta fine. L'episodio di Fellini è il migliore, e non solo perché è quello più personalizzato (ambientato ai giorni nostri, nel mondo del cinema, in una Roma trasfigurata dalla splendida la fotografia di Giuseppe Rotunno, con colori, luci e tonalità rosse). Tutto concorre a farne un piccolo gioiellino: la musica di Nino Rota, i moltissimi volti dei caratteristi, il tono grottesco, il protagonista che parla inglese e non è tradotto (il resto degli attori parla in italiano). Peccato soltanto che la scena finale, quella sulla strada che si interrompe nella nebbia, non sia bella e convincente come la parte iniziale all'aeroporto e quella centrale alla cerimonia di consegna dei premi cinematografici.