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30 aprile 2022

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1964)

Mattone e specchio (Khesht o ayeneh)
di Ebrahim Golestan – Iran 1964
con Zakaria Hashemi, Taji Ahmadi
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il tassista Hashem trova nella sua auto un neonato, lasciato lì da una passeggera velata. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare la donna, proverà a portare il bambino alla polizia, dove gli viene suggerito di custodirlo fino al giorno seguente e di consegnarlo all'orfanotrofio. Durante la notte, trascorsa con la compagna Taji, i due discuteranno sulla possibilità di tenerlo con sé... Il primo degli unici due film di finzione diretti dallo scrittore e documentarista Golestan, pioniere della nouvelle vague iraniana, si svolge nell'arco di 24 ore in una Teheran moderna e ostile, attraverso una serie di scene concatenate l'una nell'altra (i palazzi diroccati della periferia, il locale dove si ritrovano i tassisti alla fine del turno, il posto di polizia, la casa di Hashem, l'ospedale, il tribunale, l'orfanotrofio). Nel corso dell'odissea di Hashem, di Taji e del bambino, osserviamo vari rappresentanti di un'umanità allo sbando che, fra egoismo e disperazione, filosofeggia sulla vita e sulle relazioni fra persone: si pensi, per esempio, alla discussione fra il medico (aggredito dai parenti di una donna che ha perso il figlio) e il poliziotto, o allo scambio di battute che Hashem ha in tribunale con un uomo che con cinismo gli suggerisce di abbandonare il bambino e di pensare solo a sé stesso (salvo rivedere lo stesso uomo, nel finale, pontificare in televisione sulla necessità di una maggiore compassione verso gli altri). Il cinismo, l'ipocrisia, le paranoie (la "paura" di Hashem sull'essere osservato dai vicini di casa in compagnia di Taji) influiscono sui rapporti di amicizia e su quelli sentimentali: la relazione con Taji, in particolare, attraversa varie fasi, con la donna che lo accusa di vivere alla giornata e di non pensare al futuro (la scelta di tenere il bambino equivale a quella di voler vivere e crescere insieme). Realizzato prima della rivoluzione islamica degli anni settanta, il film colpisce per quanto è diverso da tutto ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dal cinema iraniano: la città è moderna e tentacolare (nella prima sequenza, di notte, abbondano le insegne luminose al neon, mentre alla radio sono trasmessi racconti gialli – la voce è di Golestan stesso – e messaggi pubblicitari), mentre l'elegante e avvolgente fotografia in bianco e nero (a tratti quasi da film noir), i tempi dilatati e la regia espressiva (con notevoli movimenti di macchina, ma anche sequenze statiche significative, si pensi alla telefonata "muta" dell'infermiera) ricordano il contemporaneo cinema d'autore europeo. Memorabile il finale, ambientato nell'orfanotrofio, con lunghe inquadrature silenziose sui bambini lì custoditi, abbandonati, malati e piangenti, durante le quali Taji, nonostante tutta la sua buona volontà, capisce che non può assumere su di sé tutte le sofferenze del mondo. Il significato del titolo è spiegato dallo stesso regista: «Il titolo è tratto da un verso proverbiale di una poesia di Farid al-Din Attaar, un poeta persiano ucciso in un massacro durante l’invasione mongola dell’Iran nel XIII secolo. Il verso recita: “Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo”. La citazione è stata inserita non solo per dire che i dettagli della storia sono un riflesso della durezza della società che il film ritrae, o alla quale allude. Intende anche richiamare l’attenzione sui dettagli presenti parallelamente in una dimensione meno visibile, portatrice di un significato estraneo ma tangibile, e quasi complementare, di ciò che sta avvenendo: come due distinti strumenti musicali che, suonando note e tonalità differenti, producono un suono o un’aria compositi, da ascoltare, o da esprimere...».

30 maggio 2016

Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)

Taxi Driver (id.)
di Martin Scorsese – USA 1976
con Robert De Niro, Jodie Foster
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Travis Bickle (De Niro), solitario e psicotico reduce dal Vietnam, soffre di insonnia cronica e decide quindi di farsi assumere come tassista notturno. Guidando incessamente per le strade di New York, entra in contatto con un mondo degradato che finisce per esacerbare la sua sociopatia e i suoi disturbi di personalità. La situazione peggiora quando, invaghitosi dell'avvenente Betsy (Cybill Shepherd), attivista che collabora alla campagna del candidato alle elezioni presidenziali Charles Palantine (Leonard Harris), viene da questa respinto. Ossessionato dall'idea di "ripulire la città", trasferisce tutto il suo odio sull'uomo politico, che vede come un simbolo del male imperante. Pianificherà di ucciderlo, ma non riuscendoci si getterà a testa bassa in un violento e sanguinoso scontro a fuoco per salvare una baby prostituta (Jodie Foster) dal suo sfruttatore (Harvey Keitel): e finirà con l'essere osannato dai mass media come un eroe. Uno dei più grandi film di tutti i tempi, capolavoro di Scorsese e dello sceneggiatore Paul Schrader, "Taxi Driver" coglie alla perfezione il malessere sociale ed esistenziale che permeava l'America a metà degli anni settanta, una nazione sconvolta dal trauma della guerra, dagli scandali politici e dalle rivolte sociali. Fu in effetti uno dei primi film a portare sullo schermo i disagi dei reduci del Vietnam, oltre che ad enfatizzare l'ambiguità della figura del "vigilante", mostrando quanto fosse sottile il confine fra bene e male (è solo per caso che Travis passa dall'essere un terrorista al diventare un eroe). Graziato dall'interpretazione di De Niro (cui Scorsese concesse ampio spazio di improvvisazione), il film lanciò definitivamente le carriere parallele dell'attore e del regista, che per lungo tempo continuarono a viaggiare di pari passo, e ha influenzato profondamente l'humus del cinema americano per molti anni a venire.

Schrader, che si ispirò alle memorie di Arthur Bremer (autore nel 1972 di un attentato contro un candidato alla presidenza) e alle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskij, oltre che all'esistenzialismo di Sartre e Camus, descrive la città come un vero e proprio inferno popolato da anime irrequiete e disperate, fra sporcizia, delinquenza e prostituzione. Investita da un'insolita ondata di calore estivo e deturpata anche da uno sciopero della nettezza urbana, la New York in cui si muove Travis simboleggia in realtà tutte le metropoli del mondo (lo script iniziale era ambientato a Los Angeles, ma la location fu cambiata perché nella città californiana i taxi non sono così diffusi). L'ottima fotografia di Michael Chapman, iperrealista e colorata, esalta questa visione "infernale" di una città notturna, con le strade illuminate dai neon delle insegne e soffocate dal vapore che fuoriesce dai tombini. In generale, Scorsese volle che la consistenza delle immagini ondeggiasse fra la realtà e il sogno, "come se la pellicola fosse ambientata in un limbo dove la coscienza è annebbiata". La regia avvolgente e dinamica, piena di carrelli e di ralenti, supera sé stessa nella virtuosistica sequenza finale dello scontro a fuoco, con la macchina da presa che monitora dall'alto le azioni degli uomini, quasi a volerne prendere le distanze e infine distogliere lo sguardo. La scena, fra l'altro, presenta colori desaturati rispetto al resto del film perché la commissione di censura lamentò che fosse troppo cruenta. La bellissima colonna sonora, opera di Bernard Herrmann, fu l'ultima opera del compositore (che morì prima che il film giungesse nelle sale: la pellicola è dedicata alla sua memoria) e comprende un tema principale col sassofono, mellifuo e malinconico, mentre in sottofondo si odono suoni profondi e dissonanti che simboleggiano la città, i suoi rumori, le sue trappole e la sua decadenza. Il mood jazzistico ben si sposa con un personaggio che vaga alla ricerca di sé stesso.

Immerso in un mondo di vizio, violenza e degrado, il protagonista si illude di essere al di sopra di tutto questo, al punto da vedersi come un angelo vendicatore (la simbologia religiosa, come sempre, in Scorsese è onnipresente), destinato a purificare la città. In realtà Travis ne è parte indissolubile, ne accetta le regole e non ne è immune (come dimostra la sua dipendenza dalla pornografia: ne è talmente assuefatto che gli pare del tutto normale portare Betsy a guardare un film per adulti durante il loro primo appuntamento, perdendo così di colpo ogni possibilità di mantenere un legame con la donna, che pure in qualche modo era da lui attratta e affascinata). La sua psicosi paranoide procede attraverso varie fasi, e la sua trasformazione finale in vigilante è al tempo stesso inevitabile e casuale. Rifiutato non solo da Betsy ma dall'intera società (un rifiuto, questo, che sembra corrisposto, vista la sua escerbata solitudine), Travis cerca faticosamente una nuova ragione per esistere e per tenersi a galla in un mare di follia ed ipocrisia: prova a "riorganizzare la sua vita", acquista armi da fuoco per difendersi (ma gli capiterà ben presto di usarle in altro modo), giunge poi alla convinzione di avere un compito da svolgere (uccidere Palantine). E quando fallisce miseramente anche in questo, è con spirito suicida che corre in aiuto di Iris, finendo per diventare controvoglia un eroe. Non si tratta di un personaggio simpatetico: cineasti e spettatori ne vedono tutta la follia e la psicosi, eppure non si può fare a meno di partecipare alle sue vicende, di "tifare per lui" in alcune occasioni, di assistere con curiosità agli sviluppi della sua storia, quella in fondo di un personaggio anonimo in una metropoli che annulla ogni residuo di umanità (per Iris, la salvezza consisterà nel tornare nel paese di campagna dal quale proviene).

Durante le riprese del film, De Niro stava lavorando contemporaneamente a "Novecento" di Bertolucci e si spostava spesso in aereo da un continente all'altro. La sua interpretazione, una delle più celebri della sua carriera, deve molto anche all'improvvisazione. In particolare, il celebre monologo davanti allo specchio ("Ma dici a me? Dici a me? Non ci sono che io qui...") non era previsto nella sceneggiatura. La scena divenne così popolare che in seguito fu rifatta, citata, parodiata innumerevoli volte (persino dallo stesso attore, per esempio ne "Le avventure di Rocky e Bullwinkle"!). Certo, in italiano vanta anche il valore aggiunto della voce di Ferruccio Amendola, lo storico doppiatore di De Niro. Anche dialoghi come quello fra Travis e Betsy nel caffè furono improvvisati sul momento. Fra gli elementi del personaggio diventati iconici, da ricordare il taglio alla mohicana che il protagonista sfoggia al momento in cui tenta di assassinare Palantine: fu scelto perché si trattava di un tipo di acconciatura adottata da molti soldati americani mentre combattevano nella giungla in Vietnam. Quanto al resto del cast, l'allora tredicenne Jodie Foster (che aveva già recitato per Scorsese in "Alice non abita più qui") fu seguita da uno psicologo per assicurarsi che non fosse traumatizzata dall'ambiguità della sua parte. In ogni caso, venne sostituita da una controfigura (la sorella diciannovenne) nella scena in cui accenna a slacciare i pantaloni di Travis. Il ruolo la fece diventare una star, e le procurò anche un pericoloso stalker, John Hinckley Jr., che per attirare la sua attenzione qualche anno più tardi cercò di assassinare il presidente Reagan. Harvey Keitel, protagonista dei primissimi film di Scorsese, recita nel ruolo del magnaccia. Fra gli altri volti si riconoscono Peter Boyle, Albert Brooks e lo stesso Scorsese nei panni del passeggero tradito dalla moglie. Candidato a quattro premi Oscar, il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

17 maggio 2016

La signora di mezzanotte (M. Leisen, 1939)

La signora di mezzanotte (Midnight)
di Mitchell Leisen – USA 1939
con Claudette Colbert, Don Ameche
***

Visto in divx.

La cantante e ballerina americana Eve Peabody (Colbert), senza un soldo e senza bagaglio, giunge a Parigi allo scoccare della mezzanotte con il treno proveniente da Montecarlo, dove ha perso al casinò tutti i suoi averi. L'unica cosa che le è rimasta è il vestito elegante e dorato che indossa. In cerca di un lavoro, stringe amicizia con il tassista di origine ungherese Tibor Czerny (Ameche), che naturalmente se ne innamora, ricambiato, ma presto i due si perdono di vista. Introdottasi clandestinamente a una festa dell'alta società, Eve si spaccia per la “baronessa Czerny”, prendendo a prestito il nome del tassista, e conquista il cuore di Jacques Picot (Francis Lederer), un ricco gigolò. Il suo segreto è scoperto dall'aristocratico George Flammarion (John Barrymore), che però le copre il gioco perché ha tutto l'interesse che Picot – che è l'amante di sua moglie – metta la testa a posto. Le cose si complicano quando Czerny, avendo rintracciato Eve, si presenta nella lussuosa dimora dei Flammarion, dove Eve è ospite, fingendo a sua volta di essere un barone nonché il marito della ragazza... Sceneggiato da Charles Brackett e Billy Wilder, in uno dei loro primi lavori cinematografici, un classico della commedia screwball anteguerra, assai divertente e a tratti esilarante (come nella scena della finta telefonata fra i “coniugi” Czerny e la loro figlioletta, cui presta la voce l'anziano Flammarion). Sul canovaccio della commedia degli equivoci (personaggi che mentono e fingono di essere quello che non sono) e di quella romantica (il modello è ovviamente “Accadde una notte” di Frank Capra) si appoggiano la satira dell'alta società, quella dell'arrivismo e dei conflitti di classe, e quella dei rapporti coniugali (memorabile il processo per il divorzio fra Eve e Tibor, che non sono nemmeno sposati!). Il ruolo della Colbert doveva andare inizialmente a Barbara Stanwyck, che vi rinunciò perché impegnata nelle riprese di un altro film. Insoddisfatto delle modifiche apportate alla sceneggiatura durante le riprese, Wilder decise di diventare a sua volta regista per avere il controllo completo sui propri copioni.

2 settembre 2015

Taxi Teheran (Jafar Panahi, 2015)

Taxi Teheran (Taxi)
di Jafar Panahi – Iran 2015
con Jafar Panahi, Hana Saeidi
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Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Nonostante i divieti impostigli dal governo iraniano (dal 2010 gli è proibito di fare film e di espatriare), Panahi continua a sfornare nuove pellicole, sempre girate in modo "clandestino" e spesso con sé stesso come protagonista, alle prese con i modi più inventivi di aggirare le censure e i divieti. Questa volta si improvvisa tassista, montando una videocamera a bordo della propria vettura e viaggiando per le strade di Teheran in cerca di storie e di personaggi interessanti. Il cinema iraniano, sin dai tempi di Kiarostami (si pensi per esempio a "Il sapore della ciliegia"), ha una lunga tradizione di film girati interamente o in gran parte dall'interno di un'automobile: e lo stesso vale per i temi metacinematografici. Passandosi il testimone l'un l'altro, i passeggeri di Panahi (che a volte lo riconoscono e citano i suoi film precedenti: "Lo specchio", "Oro rosso", "Offside"...) danno vita a scene di volta in volta bizzarre, drammatiche, quotidiane, realistiche o di denuncia. Ne risulta un affresco di umanità multiforme, al tempo stesso realistico e "costruito" (è evidente che siamo di fronte a una messa in scena, con tanto di sceneggiatura, e non a un documentario!): le due vecchiette convinte che liberare dei pesci rossi nell'acqua le manterrà in vita per un altro anno; la moglie di un uomo rimasto vittima di un incidente stradale che si premura di recuperare il video-testamento del marito, ripreso da Panahi con il suo cellulare; il trafficante di film occidentali, che smercia i propri dvd pirata a uno studente di cinema; un bambino di strada che trova del denaro perso da una coppia di sposi ed è riluttante a restituirlo; un'avvocatessa che si batte per i diritti civili di una ragazza condannata per aver tentato di assistere a una partita di pallavolo maschile. Alcuni di questi personaggi sono attori (non professionisti o comunque non citati nei titoli di coda, fra l'altro assenti), ma la maggior parte interpretano sé stessi: fra questi c'è la nipote di Panahi, Hana Saeidi, che lo interroga sulla censura e su cosa rende, secondo le autorità, un film "distribuibile" o meno. Proprio Hana ha ritirato per conto dello zio l'Orso d'Oro vinto dalla pellicola al Festival di Berlino. Fra i temi ricorrenti, spicca quello della criminalità: prendendo spunto da un fatto di cronaca (due scippatori condannati alla pena capitale), il film si apre con due passeggeri che discutono sull'efficacia di tale deterrente (e paradossalmente quello più convinto che la pena di morte possa essere "un esempio" per i ladri si rivela essere a sua volta un borseggiatore!). Il tema torna nell'incontro di Panahi con il suo ex vicino di casa, che è stato derubato e ha anche individuato il colpevole, ma preferisce non denunciarlo perché ne comprende le ragioni; e consente di concludere il film in maniera improvvisa quando la portiera della vettura, lasciata per un attimo incustodita, viene forzata e la preziosa videocamera che finora aveva ripreso tutto viene rubata, lasciando lo schermo nero (per fortuna la memory card non segue la stessa sorte, altrimenti – nella finzione scenica, ovviamente – non avremmo potuto vedere il film!).

22 settembre 2013

L'arte della felicità (Alessandro Rak, 2013)

L'arte della felicità
di Alessandro Rak – Italia 2013
animazione tradizionale
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Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Sergio, un tempo musicista insieme al fratello Alfredo (i due suonavano rispettivamente il piano e il violino), è diventato ora un tassista che vaga per le strade di una Napoli perennemente sommersa dalla pioggia e infestata da montagne di spazzatura. L'aver rinunciato alla musica è stato il suo modo di reagire alla decisione del fratello di trasferirsi in Nepal per vivere in un monastero buddista. E alla notizia dell'improvvisa morte di Alfredo, si chiude ancora di più in sé stesso, trascorrendo tutto il suo tempo nel taxi, senza nemmeno tornare a casa a dormire. Ma qualcosa cambierà... Film d'animazione italiano dai toni filosofici ed esistenzialisti, che intende far riflettere sul significato della vita (con forti rimandi alle teorie orientali della reincarnazione e dei cicli di morte e rinascita), sull'importanza dei legami familiari, sul caso e sulle opportunità. Francamente, le ambizioni si risolvono in gran parte in "fuffa", e se non fosse stata realizzata a cartoni animati sarebbe una pellicola dalla visione quasi insostenibile. I disegni, invece, riescono a rendere in parte accettabile l'insolita commistione fra la filosofia orientale e la realtà napoletana (per sua natura altrettanto "filosofica") e la leggera scorrevolezza con cui l'autore – al suo esordio – riesce a portare avanti il discorso. L'animazione "povera", ma ricca di dettagli, è però forse l'unico punto a favore di una pellicola che si snoda confusamente fra passato e presente, fra le lunghe conversazioni di Sergio con i suoi passeggeri (dall'ingegnere che ricicla rifiuti al dj di una trasmissione radiofonica dai toni apocalittici), i rimpianti per il passato e la sfiducia verso il futuro, da cui sgorga la consapevolezza dell'importanza di vivere pienamente il presente. Il tutto in una Napoli che viene mostrata come degradata ma ricca di potenzialità, al tempo stesso assai concreta e metafora universale di tutto il paese, se non di tutto il mondo. Visto il contesto (si parla di musicisti), delude parecchio la colonna sonora.

17 settembre 2009

La sangre y la lluvia (J. Navas, 2009)

La sangre y la lluvia
di Jorge Navas – Colombia/Argentina 2009
con Quique Mendoza, Gloria Montoya
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Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

"Tutto in una notte" per le strade buie e piovose di Bogotà. Il tassista Jorge, che ha visto da poco morire il fratello in un misterioso agguato, viene contattato da un gruppo di gangster che forse ha a che vedere con l'omicidio; la bella Angela, che gira per locali notturni in cerca di alcol, cocaina e trasgressione, lo soccorre dopo un incidente e rimane al suo fianco per tutta la nottata, restando coinvolta nella guerra fra bande di gangster e guerriglieri. La pioggia battente, le strade insanguinate e il mondo della notte fanno da sfondo a una vicenda urbana confusa e disperata. Ma se la prima parte del film non è male, incentrata com'è sull'incontro fra due personaggi solitari e alla deriva, la seconda si trascina un po' troppo (la scena in cui i due protagonisti vengono tenuti prigionieri in auto dai banditi è decisamente troppo lunga) e così si giunge alla fine, e all'alba, quasi stremati. Peccato.