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25 settembre 2019

Gloria mundi (Robert Guédiguian, 2019)

Gloria mundi (id.)
di Robert Guédiguian – Francia 2019
con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, Federica e Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Alla nascita della nipotina Gloria, Sylvie (Ariane Ascaride) contatta dopo anni il suo ex marito Daniel (Gérard Meylan) per informarlo che è diventato nonno. Appena uscito di prigione, l'uomo torna dunque a Marsiglia per stringere nuovamente i contatti con i membri della famiglia, trovandoli tutti in una forte crisi dovuta al lavoro. La neomamma, Mathilda (Anaïs Demoustier), è commessa in prova in un atelier dove è vessata dalla padrona; suo marito Nicolas (Robinson Stévenin), autista di vetture a noleggio con conducente, è vittima di un agguato da parte di colleghi tassisti; il secondo marito di Sylvie, Richard (Jean-Pierre Darroussin) viene sospeso dal suo lavoro come autista di bus; la stessa Sylvie, impiegata di un'impresa di pulizie, deve fare i conti con gli scioperi selvaggi organizzati dai suoi colleghi; gli unici cui apparentemente le cose vanno bene sono la sorella di Mathilda, Aurore (Lola Naymark), e il suo compagno Bruno (Grégoire Leprince-Ringuet), che gestiscono un negozietto di compravendita di oggetti usati, senza troppi scrupoli e senza guardare in faccia nessuno, nemmeno i propri familiari in difficoltà. Guédiguian ha sempre affrontato i temi del lavoro e della famiglia in un mondo in continuo cambiamento, ma mai con tale pessimismo. Le occasioni e le opportunità si riducono a vista d'occhio, mentre il gap generazionale si allarga: le nuove generazioni non solo hanno meno prospettive di quelle che le hanno precedute, ma sono anche dominate dall'egoismo e dalla mancanza di quella solidarietà che, in qualche modo, un tempo aiutava ad andare avanti. Al ritratto simpatetico dei personaggi più anziani fa così da contraltare il cinismo e l'egocentrismo di quelli più giovani, che dividono l'universo fra vincenti e perdenti e capiscono che l'unico modo per restare a galla è quello di vivere sulla pelle degli altri. "Parafrasando Marx", ha detto il regista, "ovunque regni, il neocapitalismo ha schiacciato relazioni fraterne, amichevoli e solidali, e non ha lasciato altro legame tra le persone se non il freddo interesse e il denaro, annegando tutti i nostri sogni nelle gelide acque del calcolo egoistico". Chissà che mondo erediterà la piccola Gloria, rappresentante della generazione ancora successiva, e se quando sarà grande le cose cambieranno di nuovo... Pur con alcune svolte melodrammatiche, un film attuale, realistico e intenso, dai contenuti quasi sgradevoli in certi passaggi, che fonde molto bene le sue due anime, quella sociale e quella familiare. E ci sono anche alcuni sprazzi di poesia (gli haiku estemporanei composti da Daniel). Bella la colonna sonora di Michel Petrossian. Un po' inspiegabile la Coppa Volpi assegnata alla pur brava Ascaride per una prova in fondo normale all'interno di un film corale.

27 settembre 2017

La casa sul mare (Robert Guédiguian, 2017)

La casa sul mare (La villa)
di Robert Guédiguian – Francia 2017
con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Quando l'anziano padre Maurice (Fred Ulysse) piomba in stato catatonico dopo un ictus, i suoi tre figli si ritrovano insieme per la prima volta dopo molti anni nella villetta dove lui abitava, in un piccolo ex villaggio di pescatori sulla Costa Azzurra (il film è stato girato nella calanca di Méjean, presso Marsiglia). Si tratta di Angèle (Ariane Ascaride), attrice teatrale che da vent'anni vive nel rancore per la morte della figlia Blanche, annegata proprio mentre era con il nonno; di Joseph (Jean-Pierre Darroussin), cinico intellettuale e vecchio militante di sinistra, irrimediabilmente geloso della sua giovane compagna Bérangère (Anaïs Demoustier); e di Armand (Gérard Meylan), che a differenza degli altri due non ha mai abbandonato il villaggio costiero, anche per gestire il ristorante che aveva aperto insieme al padre. Ma il paese, un tempo brulicante di vita, è ormai semideserto, per via della crisi economica e dello scarso appeal verso i più giovani (mentre i vecchi muoiono o, addirittura, scelgono di suicidarsi). Tuttavia, il doloroso viaggio nel passato, dopo le prime difficoltà e incertezze, si rivela proficuo per i tre fratelli, che riusciranno a superare i propri traumi e le incomprensioni, scoprendo nuovi amori o nuove ragioni di vita. Una pellicola che forse è la summa di tutto il cinema di Guédiguian: riflessioni nostalgiche sulla famiglia, la società e la politica, con riferimenti all'attualità (ci sono militari che pattugliano le coste in cerca dei migranti che sbarcano clandestinamente) ma anche e soprattutto al passato. Il tutto un po' macchiato, nel finale, da una scontata retorica umanista: tuttavia, la buona costruzione dei personaggi (in alcuni di loro, anche solo per certi tratti, non è difficile immedesimarsi), le ottime interpretazioni e la suggestiva ambientazione (il piccolo villaggio nella baia ricorda diversi paesi della Liguria) lo rendono ben più che gradevole. Alla fine, si resterebbe volentieri un po' più a lungo insieme a loro. Nel cast anche Yann Trégouët (Yvan, il vicino di casa), Jacques Boudet e Geneviève Mnich (i suoi anziani genitori) e Robinson Stévenin (Benjamin, il pescatore che si innamora di Angèle).

11 giugno 2011

Le nevi del Kilimangiaro (R. Guédiguian, 2011)

Le nevi del Kilimangiaro (Les neiges du Kilimandjaro)
di Robert Guédiguian – Francia 2011
con Jean-Pierre Darroussin, Ariane Ascaride
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il cinquantenne Michel, appena licenziato – insieme ad altri 19 colleghi – dall'industria portuale di Marsiglia dove era impiegato come operaio ma anche come sindacalista, dopo tanti anni di lavoro e di lotta sociale si trova un po' a disagio a vivere un dorato prepensionamento da piccolo borghese, attorniato dall'affetto della famiglia e dei nipoti. In occasione delle nozze d'argento, parenti e amici donano a lui e alla moglie Marie-Claire una grossa somma di denaro e due biglietti per una vacanza in Africa, ai piedi del Kilimangiaro: ma prima che i due coniugi possano partire, vengono rapinati in casa da una coppia di ladri mascherati. Avendo riconosciuto in uno dei due il giovane Christophe, un operaio che era stato licenziato insieme a lui, Martin lo fa arrestare: ma solo per farsi poi prendere dai sensi di colpa quando scopre che il ragazzo aveva agito per necessità e per mantenere i due fratelli piccoli. Lui e Marie-Claire rinunceranno così al viaggio e accoglieranno a vivere con sé i due bambini. Nonostante la troppa carne al fuoco (il dramma esistenziale, i conflitti familiari e generazionali, il confronto fra coscienza e giustizia sociale), una regia un po' anonima e una sceneggiatura non sempre equilibrata, grazie ai toni leggeri e alle buone interpretazioni il film riesce a mantenersi a galla fino alla fine e risulta una gradevole visione. Filo conduttore della vicenda è un vecchio albo a fumetti dell'Uomo Ragno ("Strange") che era appartenuto a Michel da ragazzo (il protagonista ha sempre sognato di essere un supereroe anche nella vita, impegnandosi nelle battaglie che riguardano i più deboli e indifesi) e che, rubato da Christophe insieme al denaro, permette all'uomo di identificare il colpevole. Il titolo, invece, non si riferisce al racconto di Hemingway (da cui fu tratto un film con Gregory Peck) ma a una bella canzone di Pascal Danel. Nei titoli di coda si rivela l'ispirazione al poema di Victor Hugo "La povera gente".