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18 ottobre 2022

Il peccato di Lady Considine (A. Hitchcock, 1949)

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn)
di Alfred Hitchcock – GB 1949
con Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Michael Wilding
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Australia, 1831. Charles Adare (Wilding), gentiluomo irlandese giunto a Sydney per fare fortuna, conosce Sam Flusky (Cotten), ex galeotto che, scontata la pena, è diventato un ricco proprietario terriero. Questi lo assume per tenere compagnia alla moglie, Lady Henrietta Considine (Bergman), che vive isolata dalla società e soffre di depressione. La coppia, infatti, è tormentata da un tragico passato (lui fu condannato ai lavori forzati per aver ucciso in Europa il fratello di lei, che disapprovava la loro unione per via della differenza di classe: aristocratica la donna, un semplice stalliere l'uomo) e da un stigma sociale che non l'ha abbandonata nemmeno all'altro capo del mondo... Secondo film in technicolor di Hitchcock dopo il precedente "Nodo alla gola", nonché terzo e ultimo con la Bergman come protagonista (dopo "Notorious" e "Io ti salverò"), segna anche il breve ritorno di sir Alfred in Inghilterra, dove dirigerà ancora un altro film ("Paura in palcoscenico") prima di ritrasferirsi definitivamente a Hollywood. Si tratta di un melodramma romantico a sfondo storico-sociale, piuttosto sopra le righe e abbastanza lontano dai soliti thriller cari al regista (anche se non mancano paralleli con lavori realizzati in precedenza, si pensi a "Rebecca"): l'ottima qualità della regia, assai mobile ed elaborata, che fa ampio ricorso a lunghi piani sequenza, e l'uso dei colori, quasi pastello, dona all'insieme un'aura tutta particolare, al limite dell'astratto o dell'irreale, il che gli consente di superare i limiti di un soggetto – tratto da un romanzo di Helen Simpson – da soap opera (un mix fra "L'amante di Lady Chatterley" e certi polpettoni storici ambientati in luoghi esotici), evidenti per esempio nel personaggio della governante Milly (Margaret Leighton), la domestica di casa, ambigua e manipolatrice. Buone le prove degli attori: da ricordare il lungo monologo della Bergman in cui Henrietta confessa a Charles il proprio tragico passato. Il film è noto in Italia anche con il titolo "Sotto il capricorno", traduzione letterale dell'originale (il capricorno in questione è il tropico che attraversa l'Australia).

9 marzo 2022

Le piace Brahms? (Anatole Litvak, 1961)

Le piace Brahms? (Goodbye again)
di Anatole Litvak – USA/Francia 1961
con Ingrid Bergman, Yves Montand, Anthony Perkins
**1/2

Visto in divx.

Paula (Ingrid Bergman), arredatrice d'interni, quarantenne e divorziata, ha una relazione che si trascina da cinque anni con Roger (Yves Montand), commerciante dongiovanni che non ha nessuna intenzione di sposarla, anche perché ama sentirsi libero di vivere numerose altre scappatelle, sapendo però di poter sempre tornare da lei. Quando la donna comincia a essere corteggiata da Philip (Anthony Perkins), l'irrequieto e perdigiorno figlio venticinquenne di una sua ricca cliente (Jessie Royce Landis), comincia a mettere in discussione la propria vita... Dal romanzo "Aimez-vous Brahms?" di Françoise Sagan, un (melo)dramma sentimentale ed esistenziale che si regge soprattutto sulla bravura dei tre interpreti, oltre che sullo sfumature psicologiche di personaggi prigionieri dei propri ruoli, confusi nei propri sentimenti, in cerca di un'impossibile felicità e ossessionati dall'età (c'è chi vuole essere più giovane, come Roger, e chi vuole essere più vecchio, come Philip). È un film di sentimenti incerti e maturi al tempo stesso, che l'ambientazione parigina ammanta di fascino e intellettualismo, facendolo forse sembrare più profondo di quanto non sia (la storia è in realtà molto lineare e, in fondo, prevedibile). Il malinconico finale, che richiama l'incipit, mostra che non è cambiato nulla, se non una consapevolezza più acuta e triste della vecchiaia e dell'importanza di un legame anche fragile per vincere la solitudine (tutto il contrario, dunque, dell'idealizzazione dell'amore). La frase del titolo, gettata lì con nonchalance da Philip per invitare Paula a un concerto, è un modo per chiedere alla donna se ama davvero il suo compagno. E proprio la musica di Brahms (in particolare il bellissimo ed espressivo terzo movimento della terza sinfonia) ricorre più volte, arrangiata in modi diversi (diventa persino una canzone jazz!), per l'intera pellicola. Il doppiaggio italiano modifica il nome di Roger Demarest in Renzo Demarco.

9 dicembre 2021

Notorious (Alfred Hitchcock, 1946)

Notorious - L'amante perduta (Notorious!)
di Alfred Hitchcock – USA 1946
con Ingrid Bergman, Cary Grant, Claude Rains
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Figlia americana di una spia nazista incarcerata per tradimento, Elena Huberman (Ingrid Bergman) viene contattata dall'agente segreto T.R. Devlin (Cary Grant) affinché sfrutti la sua ascendenza per avvicinarsi ad Alessio Sebastian (Claude Rains), un ricco espatriato tedesco in Brasile, e ne conquisti la fiducia, sperando così di venire a conoscenza dei suoi segreti. La ragazza accetta, spingendosi fino a sposare Sebastian, pur essendosi nel frattempo innamorata (ricambiata) di Devlin... Seminale thriller spionistico con cui Hitchcock recupera alcuni temi già trattati in opere precedenti (come "Amore e mistero" o "L'uomo che sapeva troppo", quello del 1934), aggiornandoli e contaminandoli con una preponderante love story: il "triangolo" fra Grant, Rains e la Bergman, anzi, è il vero motore della vicenda, ancor più della trama gialla/spionistica (il "MacGuffin", in questo caso, è la polvere di uranio che i tedeschi stanno contrabbandando per costruire una bomba, e che Sebastian conserva all'interno delle bottiglie di cabernet nella sua cantina). A guidare la trama, infatti, sono i rapporti fra i personaggi: quello fra Devlin ed Elena, considerata da tutti come una "donna di facili costumi", alcolizzata e dal comportamento immorale (questo è uno dei significati del titolo "Notorious"), che si amano in segreto; e quello fra Elena e Sebastian, che passa dall'amarla al volerla uccidere dopo aver scoperto il suo doppio gioco (che però non può rivelare ai propri complici, per il timore che se la prendano con lui per la sua ingenuità). L'uomo, insieme alla madre (una memorabile Leopoldine Konstantin, attrice austriaca qui alla sua unica apparizione hollywoodiana), cercherà dunque di avvelenarla lentamente con il caffè, in una serie di scene reminiscenti de "Il sospetto". Notevole la costruzione della suspense, per esempio nella sequenza della festa in casa di Sebastian, durante la quale Devlin ed Elena cercano di introdursi nella cantina senza che il padrone di casa se ne accorga. Memorabile anche il bacio fra i due protagonisti, della durata record di due minuti e mezzo, che in realtà è una serie di baci interrotti ogni tre secondi per aggirare un'assurda regola del codice Hays che vietava di mostrare sullo schermo un'effusione più lunga, appunto, di tre secondi. Grant e la Bergman erano entrambi al secondo film con Hitchcock (rispettivamente dopo "Il sospetto" e "Io ti salverò"), mentre Rains, che non aveva mai lavorato con il regista inglese, aveva ovviamente già recitato con la Bergman in "Casablanca". Proprio l'ottimo Rains sarà nominato agli Oscar come miglior attore protagonista, una delle due nomination ricevute dal film (l'altra è quella alla sceneggiatura di Ben Hecht). Sir Alfred appare nei panni di uno degli invitati alla festa, mentre beve un bicchiere di champagne. Nella versione originale, il personaggio della Bergman non si chiama Elena ma Alicia (e Alessio è Alexander).

27 ottobre 2021

Io ti salverò (Alfred Hitchcock, 1945)

Io ti salverò (Spellbound)
di Alfred Hitchcock – USA 1945
con Ingrid Bergman, Gregory Peck
***

Visto in TV (Prime Video).

La dottoressa Costanza Petersen (Ingrid Bergman), giovane psicoanalista che lavora in un istituto psichiatrico, si innamora a prima vista del nuovo primario, il dottor Edwardes (Gregory Peck). E quando si scoprirà che costui è un impostore amnesico, che ha preso il posto del vero Edwardes (probabilmente da lui ucciso), decide di fuggire insieme a lui, nel tentativo di "curarlo", aiutandolo a recuperare la memoria e, si spera, a scagionarlo. Sceneggiato da Ben Hecht a partire da un romanzo di Francis Beeding, un thriller romantico imperniato sul tema della psicoanalisi, di cui vengono spiegate le basi (fu coinvolto persino uno "psychiatric advisor"). La pellicola si apre infatti con una didascalia che ne illustra le fondamenta scientifiche, oltre che con una frase dal "Giulio Cesare" di Shakespeare ("La colpa non è nelle stelle, ma in noi stessi"). Certo, a ben vedere la vicenda è a tratti improbabile per la semplicità con cui mette in scena i meccanismi dell'amnesia, della rimozione e del complesso di colpa: diciamo che si tratta di un'approssimazione a fini hollywoodiani (e in futuro si vedrà ben di peggio, con la psicoanalisi spesso oggetto di ridicolo). Da segnalare la sequenza del sogno, che fu immaginata da Salvador Dalì (con evidenti influssi dei dipinti di De Chirico) e diretta da William Cameron Menzies anziché da sir Alfred, per via di contrasti con il produttore David O. Selznick che portarono, fra le altre cose, a tagliare la suddetta sequenza riducendola a soli due minuti (secondo alcune fonti, in originale erano venti: il resto pare sia andato perduto). Proprio il sogno rivelatore contribuirà a risolvere la trama gialla, rivelando l'identità del vero colpevole. Ottimi i due protagonisti, in particolar modo la splendida Bergman nei panni di una donna considerata fredda e razionale che scopre per la prima volta l'amore, cosa che la discredita agli occhi dei colleghi ("Una donna innamorata occupa l'ultimo posto nella scala dei valori intellettuali"), al che lei replica "Ma il cuore vede più lontano della mente, a volte" e, parlando del finto Edwardes, "Non potrei amarlo così tanto se fosse malvagio". L'attrice è al primo di tre film girati con Hitchcock (gli altri due saranno "Notorious" e "Il peccato di Lady Considine"). Anche Peck tornerà a lavorare con il regista inglese ne "Il caso Paradine". Curiosità: la domanda che Costanza gli rivolge, "Sei mai stato a Roma?" sembra prefigurare "Vacanze romane"!

Molti temi ed elementi sono tipicamente hitchcockiani (l'uomo in fuga, la donna salvifica, la location risolutiva – in questo caso la montagna innevata). Notevole il capovolgimento dei ruoli di forza fra i due sessi rispetto alle consuetudini (qui l'eroina è la protagonista impavida e l'uomo è l'elemento sperso, in difficoltà e da salvare). Nel cast anche Leo G. Carroll (il dottor Murchison, il vecchio primario della clinica), Rhonda Fleming (all'esordio sul grande schermo: è la ninfomane violenta) e soprattutto Michael Čechov, nipote del drammaturgo Anton Čechov, nei panni del vecchio dottor Brulov, il mentore di Costanza. Allievo di Stanislavskij e insegnante di recitazione, Čechov contava fra i suoi allievi a Hollywood proprio Peck e la Bergman. La regia di Hitchcock (che si concede il consueto cameo: è l'uomo che esce dall'ascensore dell'albergo fumando un sigaro) è elegante, con tanti zoom e primi piani e un uso espressionistico della luminosa fotografia di George Barnes. Da sottolineare la resa delle immagini del subcosciente (come il corridoio con le porte che si aprono per lasciare entrare la luce, nel momento del bacio fra i due protagonisti), l'ossessione di Peck per le righe nere su fondo bianco (che gli riportano alla mente lo shock subito), la sequenza dell'arresto e della condanna dell'uomo (attraverso una serie di primi piani della Bergman), la soggettiva da dentro il bicchiere di latte e soprattutto quella, nel finale, della pistola dell'assassino, che ruota di 180 gradi e che consentì alla produzione di superare il divieto della censura nel mostrare un suicidio sullo schermo. Dopo lo sparo, per due fotogrammi la pellicola è colorata di rosso. La bella colonna sonora di Miklós Rózsa (che vinse l'Oscar: il film ricevette anche le candidature come miglior pellicola, regista, attore non protagonista (Čechov), fotografia ed effetti visivi) fa ampio uso del theremin, all'epoca una novità: ma anch'essa fu oggetto di contrasti fra il regista e il produttore. Cosa non rara nei lungometraggi di quegli anni, il film si apre con una "overture" di quattro minuti (su immagine fissa) e si chiude con una "exit music" di oltre due (manca invece l'"intermission"). L'edizione italiana presenta come al solito nomi "italianizzati" (Costanza, Antonio, Alessio, ecc., al posto degli originali Constance, Anthony, Alex...).

28 novembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (S. Lumet, 1974)

Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express)
di Sidney Lumet – GB 1974
con Albert Finney, Lauren Bacall
**1/2

Rivisto in divx.

Sul celebre treno che da Istanbul conduce in Europa, proprio nella cuccetta a fianco di quella dove dorme l'investigatore Hercule Poirot, viene ucciso a coltellate mister Ratchett (Richard Widmark), ricco uomo d'affari americano dal passato torbido. I sospettati sono numerosi: praticamente tutti coloro che viaggiano nello stesso vagone. Mentre il convoglio è bloccato dalla neve in mezzo ai Balcani, il grande detective belga saprà barcamenarsi fra i tanti (troppi) indizi e ricostruire le insolite circostanze in cui è avvenuto l'omicidio. Da uno dei romanzi più famosi di Agatha Christie, forse il miglior adattamento cinematografico di un giallo classico della scrittrice inglese, visto che può contare sulla regia di un solido professionista come Lumet e su un cast all star che comprende, fra gli altri, Sean Connery, Ingrid Bergman, Anthony Perkins, Lauren Bacall, Jacqueline Bisset, Vanessa Redgrave e John Gielgud. Più che la risoluzione del delitto in sé (che da un certo punto in poi comincia a essere evidente anche chi non avesse letto il romanzo), quello che conta è l'atmosfera e il substrato psicologico della vicenda, con tutti i pezzi che vanno lentamente al proprio posto e il ruolo di ciascun personaggio che viene pian piano definito. Decisamente old style per ambientazione (metà anni trenta), impostazione (il classico whodunit con l'investigatore che interroga uno a uno i sospettati), regia, recitazione e colonna sonora, il film ha tutta la scorrevolezza delle migliori pagine della Christie, nonché un finale a suo modo memorabile. Il plot è ispirato al vero caso del rapimento del figlio di Charles Lindbergh, avvenuto nel 1932, solo due anni prima della pubblicazione del romanzo. Albert Finney dà vita a un Poirot impomatato, mentre nel cast corale svettano la Bacall (in un ruolo acido e autoironico) e la Bergman (per lei anche un Oscar come attrice non protagonista). Notevole la scelta di Perkins per la parte del giovane con un complesso edipico (reminiscenze di "Psyco"?). Rifatto per la tv nel 2001 e nuovamente per il cinema (diretto e interpretato da Kenneth Branagh) nel 2017.

10 giugno 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (V. Fleming, 1941)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Victor Fleming – USA 1941
con Spencer Tracy, Ingrid Bergman
**

Visto in divx.

Nella Londra vittoriana, il devoto ma eccentrico medico Henry Jekyll (chiamato "Enrico" nel doppiaggio d'epoca, che italianizza tutti i nomi propri) mette a punto una pozione che permette di separare la parte "malvagia" di un uomo da quella "buona". Frustrato dalla lunga assenza della fidanzata Beatrice, che il padre ha portato con sé in un viaggio in Europa, la sperimenta su sé stesso: e nei panni del deforme Hyde si dedica al vizio e ai bagordi. Ma scoprirà che tenere sotto controllo il proprio lato oscuro non è così facile. Il film è praticamente un remake della precedente versione del 1931 con Fredric March, alla quale non aggiunge nulla e di cui ricalca pari pari non solo la struttura ma anche numerose scene. Nei dieci anni trascorsi da allora, però, a Hollywood era entrato in vigore il codice Hays di autocensura: e dunque la nuova pellicola non può che risultare blanda e annacquata se confrontata con quella di Mamoulian. È inoltre molto più moralista (si apre e si chiude con sermoni e preghiere religiose), assai meno estrema (a parte il finale, nel quale Hyde uccide il padre di Beatrice, tutto quello che il mostro fa è procurarsi un'amante e scatenare risse nei locali: altro che "malvagità assoluta"!) e molto meno efficace nel mettere visivamente in scena gli impulsi animaleschi o sessuali che facevano del personaggio interpretato dieci anni prima da March quel capolavoro di caratterizzazione che era. Qui le uniche sequenze degne di nota sono le brevi visioni che Jekyll sperimenta mentre beve la pozione: deludono, invece, gli effetti ottici della trasformazione, resa tramite una banale serie di dissolvenze. Anche Spencer Tracy, stranamente inadeguato e insicuro nei panni di Jekyll e mai terrorizzante in quelli di Hyde, sfigura rispetto al suo predecessore; tanto che March (che era suo amico) all'uscita del film gli spedì un ironico telegramma in cui lo ringraziava per la forte spinta data alla sua carriera dai paragoni che tutti facevano fra le due prove, invariabilmente a favore del primo. Per evitare troppi confronti scomodi, comunque, i produttori acquistarono i diritti del film precedente e tentarono di farne sparire tutte le copie dalla circolazione (per fortuna qualcuna si è salvata dalla distruzione, altrimenti sarebbe diventato un film perduto). Quanto alle due attrici, è curiosa la scelta di assegnare alla sensuale Lana Turner il ruolo della fidanzata perbene e alla pudica Ingrid Bergman quello della prostituta tentatrice (che qui, a dire il vero, è soltanto una cameriera). Nei progetti iniziali, in effetti, era l'esatto contrario: fu proprio la Bergman, stufa di personaggi "buoni", a chiedere l'inversione. Pare che Tracy avrebbe voluto Katharine Hepburn (con cui all'epoca non aveva ancora mai lavorato!) in entrambi i ruoli, a suggerire uno sdoppiamento anche della figura femminile: sarebbe stato interessante. In ogni caso, la Bergman nei panni di Eva, viziosi prima e spaventati poi, è probabilmente la cosa migliore della pellicola.

15 maggio 2014

Angoscia (George Cukor, 1944)

Angoscia (Gaslight, aka Murder in Thornton Square)
di George Cukor – USA 1944
con Ingrid Bergman, Charles Boyer
***

Visto in divx, con Sabrina.

La giovane Paula (Ingrid Bergman, che per questa interpretazione vinse il suo primo Oscar), fresca di matrimonio, torna a vivere nella casa di Londra dove dieci anni prima fu assassinata sua zia Alice, celebre cantante lirica. L'atmosfera macabra del luogo la tormenta ancora, cominciando lentamente a farla impazzire... oppure è quanto cerca di farle credere, per motivi oscuri, il suo manipolativo marito (Charles Boyer)? Remake di un film britannico di Thorold Dickinson del 1940 (a sua volta tratto da un dramma teatrale di Patrick Hamilton del 1938), è un thriller psicologico ambientato in epoca vittoriana e dalle atmosfere ambigue e paranoiche, a metà strada fra i noir di Hitchcock (che, fra l'altro, da un altro testo di Hamilton trasse "Nodo alla gola") e un Polanski ante litteram ("Repulsion"). Per una volta, dunque, Cukor si allontana dalle commedie sofisticate e romantiche che lo hanno reso celebre, ma se la cava comunque benissimo. Per calarsi meglio nel ruolo di una donna che lentamente impazzisce, la Bergman si documentò approfonditamente, al punto da recarsi in un istituto di igiene mentale e studiare a lungo le espressioni del viso e degli occhi di una paziente (e l'anno successivo, in "Io ti salverò", passerà dall'altra parte della barricata!). Nel cast anche Joseph Cotton (il detective che si prende a cuore le sorti di Paula) e una non ancora diciottenne Angela Lansbury (compì gli anni proprio durante le riprese) nei panni della cameriera, nominata all'Oscar come miglior attrice non protagonista. Il titolo originale si riferisce all'illuminazione a gas, ancora presente nelle strade e nelle case di Londra agli inizi del ventesimo secolo: proprio l'affiocarsi delle fiammelle nelle lampade di casa è l'indizio che permette al detective di risolvere il mistero. Wikipedia spiega che "dal titolo originale 'Gaslight' deriva l'espressione Gaslighting, che indica una forma di violenza psicologica attraverso cui la vittima viene indotta a dubitare della sua percezione della realtà. Tale violenza può consistere in manovre esteriori (come il nascondere o spostare oggetti) o psicologiche. Così facendo, il molestatore fa credere alla vittima di essere colpevole dei maltrattamenti subiti, mostrandosi al contempo compassionevole".

19 marzo 2007

Casablanca (Michael Curtiz, 1942)

Casablanca (id.)
di Michael Curtiz – USA 1942
con Humphrey Bogart, Ingrid Bergman
****

Rivisto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

"Everybody comes to Rick's."
"Play it, Sam."
"Of all the gin joints, in all the towns, in all the world, she had to walk into mine."
"Here's looking at you, kid."
"Kiss me. Kiss me as if it were the last time."
"Was that cannon fire or is it my heart pounding?"
"We'll always have Paris."
"It doesn't take much to see that the problems of three little people don't amount to a hill of beans in this crazy world."
"Round up the usual suspects."
"Louis, I think this is the beginning of a beautiful friendship."

Durante la seconda guerra mondiale, la città di Casablanca nel Marocco francese è diventata un fondamentale punto di passaggio per tutti coloro – rifugiati, patrioti o semplici disperati – che cercano di fuggire dall’Europa. Da Casablanca, grazie ad apposite e ambitissime “lettere di transito” firmate dalle autorità, è possibile infatti raggiungere Lisbona e da lì imbarcarsi per l’America. È quello che cercano di fare il partigiano Victor Laszlo (Paul Henreid), eroe della resistenza ricercato dai nazisti, e sua moglie Ilsa Lund (Ingrid Bergman), approfittando del fatto che due di queste preziose lettere, trafugate dal subdolo malvivente Ugarte (Peter Lorre), sono finite nelle mani dell’americano Rick Blaine (Humphrey Bogart), gestore del Rick's Café ed ex amante di Ilsa. Cinico e disilluso, anche se con un passato di combattente repubblicano in Spagna e contrabbandiere d’armi in Africa, Rick si mantiene apparentemente distaccato e neutrale rispetto al conflitto, tollerando la presenza nel proprio locale di membri di tutte le parti in guerra. Ma il ritorno di Ilsa, dal quale era stato abbandonato senza spiegazioni e che ancora ama, lo spingerà a prendere una decisione. Ci sono film che non fanno semplicemente parte della storia del cinema: sono la storia del cinema. Certo, Curtiz non è Hawks, Welles o Wilder: ma poco importa. A volte un film diventa un capolavoro non per merito di un singolo individuo (regista, attore o sceneggiatore che sia), ma perché tutte le parti che lo compongono contribuiscono insieme al risultato finale, convergendo miracolosamente nella stessa direzione e producendo un fenomeno simile all'“interferenza costruttiva” nella fisica delle onde. Ed è qui che nasce il mito. Nella scheda sul suo dizionario del cinema, il Mereghetti cita Umberto Eco: "Quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza, si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ridere, cento commuovono". Per nessun film, forse, questo è vero come per "Casablanca", una struggente celebrazione del sacrificio.

Tratta da un testo teatrale di Murray Burnett e Joan Alison che non era ancora mai andato in scena, e fortemente voluta dal produttore Hal B. Wallis, la pellicola ebbe un successo oltre ogni aspettativa. Vinse i premi Oscar per il miglior film, la regia e la sceneggiatura (oltre ad altre cinque nomination) e colpì l'immaginazione del pubblico non solo al momento della sua uscita ma anche, e soprattutto, negli anni a venire. Contribuì a rendere mitici Bogart e la Bergman, cui il regista non lesina primi piani e la sceneggiatura (dei fratelli gemelli Julius e Philip Epstein, con Howard Koch) frasi memorabili come quelle citate in apertura, ma sono indimenticabili tutti i personaggi, anche quelli minori: dall’ambiguo capitano francese Renault (Claude Rains), che cerca di restare a galla in un mondo corrotto in cui pure sguazza con nonchalance, al maggiore tedesco Strasser (Conrad Veidt), principale "cattivo" del film; dal pianista Sam (Dooley Wilson), che canta la canzone di Herman Hupfeld "As time goes by" (la frase "Suonala ancora, Sam", resa celebre anche da Woody Allen, non è mai pronunciata esattamente in questi termini nella pellicola) al fidato cameriere Carl (S.Z. Sakall), fino a Ferrari (Sydney Greenstreet), proprietario del locale rivale Blue Parrot. Ancora oggi citatissimo a destra e a manca (due esempi su tanti: Emir Kusturica in "Gatto nero gatto bianco" e Steven Soderbergh in "Intrigo a Berlino"), oltre che oggetto di omaggi parodie (dai fratelli Marx al già menzionato Allen, senza dimenticare una storia di Topolino firmata da Giorgio Cavazzano), va assolutamente gustato in lingua originale. Soltanto quando l'ho visto per la prima volta in inglese, infatti, mi sono reso conto che si trattava davvero di un capolavoro assoluto e non del classico film sopravvalutato dalla critica per meriti pregressi. Nell'edizione italiana, oltre ai dialoghi cambiati qua e là, manca completamente il personaggio del capitano Tonelli, forse ritenuto offensivo ai tempi dell’uscita nel nostro paese (nel 1946).