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19 gennaio 2022

Chi ucciderà Charley Varrick? (Don Siegel, 1973)

Chi ucciderà Charley Varrick? (Charley Varrick)
di Don Siegel – USA 1973
con Walter Matthau, Joe Don Baker
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Dopo una sanguinosa rapina in una piccola banca del New Mexico, nel corso della quale perde la moglie che gli faceva da autista (Jacqueline Scott), l'ex pilota d'aereo Charley Varrick (Walter Matthau) si rende conto di aver messo le mani su un bottino molto più grande del previsto, una somma di denaro troppo alta per non appartenere alla malavita. E infatti l'organizzazione cui li ha sottratti sguinzaglia subito un sicario (Joe Don Baker) sulle tracce di Charley e del suo complice, la giovane testa calda Harman (Andrew Robinson)... Un solido film d'azione vecchio stile, con personaggi interessanti (almeno gli uomini: la caratterizzazione delle donne è un po' disinvolta) e non privo di colpi di scena. Memorabile soprattuto il protagonista, criminale dilettante ma pieno di assi da giocare, che ben si districa anche quando è in fuga o preso di mira da più parti (i gangster, i poliziotti...). John Vernon è il banchiere che traffica con la mafia, Felicia Farr la sua segretaria, Woodrow Parfrey il direttore della filiale rapinata, Sheree North la falsificatrice di documenti. Don Siegel avrebbe voluto intitolare il film "L'ultimo degli indipendenti", il motto della compagnia di disinfestazione aerea di Charley Varrick, e aveva pensato a Clint Eastwood come protagonista.

29 luglio 2021

Zabriskie Point (Michelangelo Antonioni, 1970)

Zabriskie Point (id.)
di Michelangelo Antonioni – Italia/USA 1970
con Mark Frechette, Daria Halprin
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Accusato ingiustamente di aver sparato a un poliziotto durante una manifestazione all'università (sono gli anni delle contestazioni contro la guerra in Vietnam e delle violenze della polizia contro i neri), Mark (Frechette), studente di Los Angeles, ruba un piccolo aereo da turismo e fugge verso la Death Valley. Qui, nel deserto, incontra la giovane segretaria Daria (Halprin), che si sta recando in auto verso Phoenix. Faranno l'amore nudi sulla sabbia a Zabriskie Point, antica e particolare conformazione geologica fra colline di gesso e di borace. Dopo che il ragazzo sarà tornato in città e sarà ucciso dalla polizia, Daria porterà avanti a modo proprio la sua lotta contro il sistema e il conformismo, facendo esplodere con l'immaginazione la casa modello del suo boss, uno speculatore edilizio, situata proprio in mezzo al deserto. Il secondo film in lingua inglese di Antonioni (questa volta girato in America) è uno dei suoi lavori più iconici e al tempo stesso più controversi e meno universalmente acclamati (fu detestato, per esempio, dalla critica negli Stati Uniti, che lo trovò banale e qualunquista). Se in "Blow up" il regista ferrarese (anche sceneggiatore, insieme a Tonino Guerra, Sam Shepard, Clare Peploe e Fred Gardner) aveva sfruttato il contesto della Swinging London e del mondo della fotografia e della moda per riflettere sui concetti di realtà e della relatività delle esperienze sensoriali, qui fa qualcosa di simile, partendo dalle pulsioni anarchiche e dalle contestazioni giovanili per parlare più in generale di ribellione, fuga, libertà e autodeterminazione. E quale luogo migliore di un deserto (come vedremo anche in "Fandango"), della Valle della Morte, per allontanarsi da una società in cui si sta stretti o non ci si riconosce più, e cercare sé stessi? Da notare che Mark si trova a poco agio persino fra i suoi compagni rivoluzionari: nella sua anarchia è individualista, oltre ogni regola o vincolo. Come sempre, poi, in Antonioni il discorso si allarga a livelli universali che vanno oltre la situazione concreta, e non casualmente le due scene più celebri del film (l'amore nel deserto, la casa che esplode) si venano entrambe di sfumature surreali e visionarie. Nel primo caso, i due giovani amanti sono man mano attorniati da innumerevoli altre coppie che si abbracciano appassionatamente: "residui" di altre persone che sono state lì ad amarsi in passato, oppure – più probabile – un segno che i due protagonisti rappresentano un po' tutti i ragazzi che in quel momento si battono contro un sistema oppressivo e valori in cui non si riconoscono? Nel secondo caso, l'esplosione è tutta nella mente della protagonista, e viene mostrata più volte (da angolazioni diverse) e poi al rallentatore, mentre stanze, oggetti ed elettrodomestici deflagrano (la piscina, il guardaroba, la televisione, il frigorifero, la libreria) e i loro frammenti colorati volteggiano nell'aria, accompagnati dalla musica dei Pink Floyd (il tutto è un'evidente critica alla società dei consumi). La bella colonna sonora comprende anche brani dei Grateful Dead, dei Kaleidoscope e di Jerry Garcia. La fotografia, che sfrutta nel migliore dei modi i paesaggi vasti e spettrali della Death Valley, è di Alfio Contini. I due attori protagonisti erano esordienti e non professionisti (e i personaggi hanno i loro stessi nomi).

17 maggio 2021

Un pilota ritorna (R. Rossellini, 1942)

Un pilota ritorna
di Roberto Rossellini – Italia 1942
con Massimo Girotti, Michela Belmonte
*1/2

Visto in divx.

Il tenente Gino Rossati (Girotti), aggregato a una squadriglia dell'aviazione italiana incaricata di effettuare bombardamenti in Grecia e in Jugoslavia, viene abbattuto e fatto prigioniero dagli inglesi. Ma riuscirà a fuggire e a fare ritorno in patria. Da un soggetto di Tito Silvio Mursino (ovvero Vittorio Mussolini, figlio del duce e grande appassionato di cinema, che si firma con uno pseudonimo che è l'anagramma del suo nome), sceneggiato fra gli altri da Michelangelo Antonioni, è il secondo dei tre film di "propaganda" diretti da Rossellini a inizio carriera (la cosiddetta "trilogia della guerra fascista": gli altri due sono "La nave bianca" e "L'uomo dalla croce"). Come il lavoro precedente, intende celebrare l'eroismo dei militari italiani, enfatizzandone al tempo stesso il lato umano. Se la prima parte, quella ambientata all'aeroporto militare, che stempera l'inevitabile retorica patriottico-guerresca con momenti di quotidianità, cameratismo e scherzi e mostra le missioni degli aviatori in Grecia con belle riprese all'alto e dall'interno dei velivoli, è apprezzabile, la seconda, dedicata alla prigionia e poi alla ritirata degli inglesi che fanno terra bruciata portandosi dietro prigionieri e ostaggi civili – fra cui l'infermiera Anna (Belmonte), che si prende cura di un soldato amputato – è più convenzionale e meno interessante. L'energetica colonna sonora è di Renzo Rossellini, fratello di Roberto. Michela Belmonte, al debutto (ma reciterà in soli tre film), era la sorella minore della popolare attrice degli anni trenta e quaranta María Denis. Il film è dedicato "ai piloti che dai cieli di Grecia non hanno fatto ritorno".

3 dicembre 2020

Operazione Cougar (Zhang Yimou, 1989)

Operazione Cougar (Daihao meizhoubao)
di Zhang Yimou, Yang Fengliang – Cina 1989
con Ge You, Gong Li
*

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un aereo privato commerciale, in volo da Taipei a Seul, viene dirottato da un gruppo terroristico. Costretti a un atterraggio di emergenza in un campo nei pressi di Pechino, i criminali chiedono alle autorità di liberare il loro capo (imprigionato a Taiwan), minacciando di uccidere gli ostaggi. Per far fronte alla situazione, pur non avendo contatti diplomatici ufficiali da 40 anni, i governi di Pechino e Taipei decidono di collaborare inviando in segreto una task force formata da membri di entrambi i paesi. Forse la pellicola più atipica e meno significativa di tutta la filmografia di Zhang Yimou, un thriller noioso e abbastanza dozzinale, di scarso valore e nessun interesse se paragonato con le cose che in contemporanea venivano prodotte a Hong Kong (anche se il modello è semmai smaccatamente americano), e naturalmente distante anni luce dai lavori di ambientazione storica dello stesso Zhang. Che lo diresse per fare un favore a un amico che lo aveva finanziato: ma molti elementi dello script vennero eliminati dalla censura cinese, lasciando la pellicola monca e senza personaggi o aspetti di rilievo, se non l'eccessiva enfasi con cui si sottolinea ripetutamente (e con molta retorica) la collaborazione fra le nazioni rivali, un auspicio forse per una riconciliazione anche nella realtà. Lo stile cerca di rimediare alla povertà del budget con numerosissimi primi piani e pochi momenti concitati, mentre quelli più "operativi" sono resi attraverso una serie di fotogrammi fissi (a mo' di reportage fotografico) accompagnati da una voce fuori campo. Ridicolo il finale che ripropone scene già viste (anche tragiche) con una canzoncina allegra in sottofondo. Ge You è il capo dei dirottatori, Liu Xiaoning e Wang Xueqi rispettivamente i comandanti delle squadre di Pechino e Taipei, Gong Li l'infermiera che collabora controvoglia con i terroristi perché innamorata del loro capo (un personaggio fondamentalmente inutile, inquadrata spesso ma praticamente senza linee di dialogo). Il co-regista Yang Fengliang dirigerà insieme a Zhang anche il successivo "Ju Dou", dopodiché le carriere (e le fortune) dei due prenderanno strade differenti.

18 aprile 2020

Comma 22 (Mike Nichols, 1970)

Comma 22 (Catch-22)
di Mike Nichols – USA 1970
con Alan Arkin, Martin Balsam
**1/2

Visto in divx.

In una base aeronautica americana in Italia, da dove i piloti partono per bombardare gli obiettivi strategici (o meno) nel Mar Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale, il capitano Yossarian (Alan Arkin) cerca inutilmente di farsi congedare dopo aver completato il numero di missioni necessarie per avere diritto all'avvicendamento. Inutilmente non solo perché il colonnello Cathcart (Martin Balsam) continua arbitrariamente ad alzare tale numero; ma soprattutto perché il famigerato "comma 22" del regolamento militare impone che l'unica condizione valida per essere sollevati dal servizio è quella di essere pazzi: ma chi chiede di essere sollevato dal servizio, per definizione, non è pazzo. Dal romanzo di Joseph Heller (da cui recentemente è stata tratta anche una serie televisiva), una pellicola che, sulle orme di "MASH", intende mettere in luce l'assurdità e la follia che circonda ogni attività bellica. Attorno a Yossarian, infatti, si muovono personaggi alienati, grotteschi, slegati dalla realtà e protagonisti di episodi all'insegna del paradosso, della pazzia, del cinismo e dell'assurdo, con il continuo contrasto fra follia e normalità (Yossarian, che fa di tutto per farsi passare per pazzo, compreso l'andare in giro senza vestiti, appare comunque più sano e lucido di coloro che gli stanno intorno: un mondo dove il capitalismo e l'opportunismo sembrano avere più valore della vita umana o persino dell'elemento cardine della propaganda bellica, ossia il patriottismo). Pur non privo di momenti brillanti, al film mancano però l'efficacia parodistica e l'ironia surreale del capolavoro di Altman, e la continua alternanza di registri (dal grottesco al realistico) lascia spesso disorientati. Al terzo lavoro, Nichols non ottenne lo stesso riscontro dei precedenti "Chi ha paura di Virginia Woolf" e "Il laureato", ma il film è rimasto comunque nell'immaginario collettivo anche grazie a un ampio cast dove spiccano Jon Voight (il tenente maneggione Minderbinder, che mette in piedi il "monopolio" M&M Enterprises, con il quale fa affari vendendo o barattando materiale della truppa: pian piano la sua impresa diventa più importante dell'esercito o della guerra stessa), Anthony Perkins (il cappellano), Bob Newhart (il maggiore Maggiore, che riceve nel proprio ufficio solo quando non c'è) e Orson Welles (il generale Dreedle). E ancora: Art Garfunkel (sì, il cantante, al debutto sullo schermo: tre anni prima, insieme a Paul Simon, aveva firmato la celeberrima colonna sonora de "Il laureato"), Buck Henry (anche sceneggiatore), Bob Balaban, Richard Benjamin, Jack Gilford (il medico), Norman Fell, Martin Sheen. Paula Prentiss è l'infermiera, Susanne Benton l'attendente di Dreedle, Olimpia Carlisi è Luciana (la ragazza conosciuta a Piazza Navona), Marcel Dalio il vecchio italiano nel bordello.

2 giugno 2019

Carioca (Thornton Freeland, 1933)

Carioca (Flying down to Rio)
di Thornton Freeland – USA 1933
con Gene Raymond, Dolores del Río
**

Visto in TV.

Innamorato di una bella ereditiera brasiliana (Del Rio) che ha conosciuto a Miami, il direttore d'orchestra Roger Bond (Raymond) accetta una scrittura a Rio de Janeiro nella speranza di rintracciarla. Ma ignora che lei è già fidanzata proprio con il suo amico Julio (Raul Roulien), direttore dell'albergo in cui dovrà esibirsi con la sua orchestra di varietà. Pur corredata da ottimi numeri musicali (su tutti il brano "Carioca", che dà il titolo al film nell'edizione italiana e che fu anche candidato all'Oscar) e con un notevole successo al botteghino (salvando la casa produttrice RKO da una situazione difficile), si tratterebbe di una commediola musicale come tante, se non fosse per la presenza – in ruoli di secondo piano – di Fred Astaire e Ginger Rogers, che compaiono qui in coppia per la prima volta sullo schermo (sono due membri dell'orchestra di Roger) e si esibiscono anche in una sequenza di danza insieme. Anche se non sono i protagonisti della storia, Fred e Ginger mostrano da subito un'alchimia e un affiatamento sopra le righe e rubano la scena al resto del cast, tanto che la RKO non perderà tempo a "promuoverli" al rango di star nel successivo "Cerco il mio amore". La commedia, in ogni caso, è gradevole, grazie all'ambientazione esotica e ad alcune sequenze degne di nota (le "anime" di Roger e Belinha che escono dai rispettivi corpi per baciarsi, o tutta la coreografia dello spettacolare ballo finale, con le ragazze agganciate alle ali degli aeroplani che sorvolano l'albergo). Mark Sandrich, che dirigerà Fred e Ginger in gran parte dei loro film successivi, è qui regista della seconda unità.

27 maggio 2019

Sully (Clint Eastwood, 2016)

Sully (id.)
di Clint Eastwood – USA 2016
con Tom Hanks, Aaron Eckhart
**1/2

Visto in TV.

Biopic sul capitano Chesley "Sully" Sullenberger, pilota civile che il 15 gennaio 2009 fece ammarare con successo sul fiume Hudson un aereo di linea con 155 passeggeri a bordo, appena decollato dall'aereoporto La Guardia di New York, i cui motori erano stati messi entrambi fuori uso dall'impatto con uno stormo di uccelli. Più che sull'evento in sé – ottimamente ricostruito in un paio di flashback a metà pellicola – il film si concentra sui giorni immediatamente successivi, quelli in cui Sully, benché acclamato come un eroe (l'episodio fu soprannominato "il miracolo sull'Hudson", visto che tutte le persone coinvolte sopravvissero, e contribuì a riportare un po' di serenità in una New York ancora ferita dall'attentato delle Torri Gemelle e nel bel mezzo di una grave crisi economica), è costretto a fare i conti da un lato con l'improvvisa attenzione e la pressione mediatica, cui non è abituato (e la consapevolezza che monta poco a poco è spesso interrotta da dubbi e persino da incubi, più o meno a occhi aperti), e dall'altro con l'inchiesta delle autorità dell'aviazione civile per determinare se la sua decisione fu davvero quello più corretta e meno rischiosa possibile. La sceneggiatura (ispirata al libro di memorie dello stesso Sully) e la regia solida di Eastwood, insieme al concreto realismo degli effetti speciali, permettono di evitare il rischio dell'agiografia fine a sé stessa: pur celebrando l'eroismo del protagonista e di tutti i soccorritori impegnati successivamente per recuperare i passeggeri ("Il meglio di New York"), l'enfasi rimane sull'uomo prima che sull'eroe (un merito qui anche alla recitazione controllata di Tom Hanks) e il tema della collaborazione e della competenza durante le operazioni di salvataggio genera il senso di ottimismo che traspare dal finale. Grande successo di pubblico, con qualche polemica in patria per il ruolo eccessivamente "antagonistico" con cui è stato ritratto il board della sicurezza dell'aviazione civile.

5 gennaio 2019

Le ali (Larisa Shepitko, 1966)

Le ali (Krylya)
di Larisa Shepitko – URSS 1966
con Maya Bulgakova, Zhanna Bolotova
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Pilota decorata durante la seconda guerra mondiale, Nadezhda Petruchina (Maya Bulgakova) non si è mai sposata, fa ora parte del consiglio cittadino ed è la direttrice della casa dello studente. Ma nonostante le numerose attività e l'intensa vita sociale, per la quale è benvoluta da tutti, scopre di non avere punti di contatto con le giovani generazioni: né con gli studenti della sua scuola – fra i quali spicca Bystryakov (Sergei Nikonenko), un ragazzo da lei espulso per via di una banale lite e che orgoglisamente aveva rifiutato di chiedere scusa – né con la sua stessa figlia (adottiva) Tanya (Zhanna Bolotova), che ha deciso di vivere una vita indipendente e lontano da lei. Opera prima (dopo un film studentesco) di una brillante cineasta che realizzerà solo quattro lungometraggi (fra cui il celebre "Ascensione") prima di morire in un incidente stradale, "Le ali" è una pellicola intensa e significativa, ritratto agrodolce (e ricco di sfumature) di un personaggio che si ritrova a tracciare un fallimentare bilancio della propria esistenza, fra delusioni, rimpianti e presa di coscienza: il finale aperto e "libero", nel quale Nadezhda prende il volo a bordo di uno degli aeroplani, può essere interpretato come reale (un suicidio?) o simbolico. Tutto il film, in effetti, si mantiene in equilibrio fra il realismo e l'onirico, attraverso un personaggio che fatica a conciliare i propri sentimenti (e i sogni di gioventù, simboleggiati dal desiderio di volare) con il mondo che lo circonda (e la repressione del presente). Accolto con qualche perplessità in patria: non solo per aver rappresentato un'eroina di guerra come "un'anima smarrita" ma anche e soprattutto per aver evidenziato per la prima volta la presenza in Russia di un "gap generazionale".

6 settembre 2017

Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

Dunkirk (id.)
di Christopher Nolan – GB/USA/F/NL 2017
con Fionn Whitehead, Cillian Murphy
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Christopher Nolan si dà per la prima volta al genere bellico, raccontando un fondamentale episodio della seconda guerra mondiale, l'evacuazione di Dunkerque (ma perché la versione italiana non ha reintitolato il film con il nome francese della località?), nota anche come Operazione Dynamo, quando nel 1940 centinaia di migliaia di soldati britannici e francesi, riuniti sulla spiaggia e circondati da ogni lato dalle truppe tedesche, furono portati in salvo via mare attraverso la Manica fino alle coste inglesi. La vicenda è raccontata in parallelo attraverso tre linee narrative, dedicate rispettivamente alla terra ("Il molo"), all'acqua ("Il mare") e all'aria ("Il cielo"), che si svolgono rispettivamente nell'arco di una settimana, di un giorno e di un'ora, e che si intersecano solo nel finale. Ma nonostante la grande maestria tecnica, la pellicola ha un problema (peraltro da sempre il tallone d'achille di Nolan): non emoziona. La storia del giovane soldato semplice Tommy (Fionn Whitehead) che cerca disperatamente di trovare una via di fuga, e quella dei due piloti della RAF (Jack Lowden e Tom Hardy), che sorvolano lo stretto della Manica, si dipanano in maniera meccanica, con svolte prevedibili quando non del tutto convincenti. Solo il segmento della nave civile del pescatore Dawson (Mark Rylance), reclutato dalla marina militare per portare soccorso ai soldati, che con il figlio Peter (Tom Glynn-Carney) e l'amico George (Barry Keoghan) salpa per Dunkerque, raccogliendo durante il tragitto un soldato sotto shock (Cillian Murphy), fornisce qualche "aggancio" emotivo. Per il resto, interessante il capovolgimento della consueta epica della guerra: qui l'eroismo è tutto dei civili, mentre i militari sono guidati dal puro istinto di conservazione (al punto che, nel finale, alcuni di loro sono in preda alla paura e all'umiliazione per essere "semplicemente sopravvissuti", temendo di essere accolti in patria come sconfitti). Non si tratta però di una pellicola antibellica, per colpa della retorica patriottica. Grande spettacolone, con sequenze e inquadrature magistrali (le file di soldati sulla spiaggia, il cielo e il mare visto dagli aeroplani, l'affondamento delle navi), ma senza una vera anima: l'estrema cura nella precisione matematica della messa in scena non basta a produrre coinvolgimento. Anche perché manca in gran parte il contesto storico e politico della situazione. Interessante la colonna sonora di Hans Zimmer, di intensità continuamente crescente (e che ingloba anche il ticchettio di un orologio), pure se alla lunga rintronante. Apprezzabile la scarnezza dei dialoghi, con lunghe sequenze quasi mute. Nel cast anche Kenneth Branagh (il comandante della marina), James D'Arcy e Harry Styles.

8 giugno 2017

Uomini veri (Philip Kaufman, 1983)

Uomini veri (The right stuff)
di Philip Kaufman – USA 1983
con Sam Shepard, Ed Harris
**1/2

Visto in TV.

Tratto da un saggio di Tom Wolfe, il film racconta la storia dei primi sette astronauti americani, i piloti collaudatori delle missioni Mercury con cui la NASA, dal 1959 al 1963, inviò per la prima volta delle capsule nello spazio, dapprima senza equipaggio (o con uno scimpanzé) e poi con un uomo a bordo, nel tentativo di reggere il passo dei sovietici che nel frattempo, aveva mandato in orbita il primo satellite artificiale (lo Sputnik nel 1957) e poi il primo uomo (Yuri Gagarin nel 1961). La pellicola prende l'avvio nel 1949, quando il pilota dell'aeronautica Chuck Yeager (Sam Shepard), volando sopra il deserto della California, superò per la prima volta il muro del suono; e si conclude nel 1963, quando Gordon Cooper (Dennis Quaid), stabilendo il record di 22 orbite attorno alla Terra, fu l'ultimo astronauta ad andare nello spazio da solo (le successive missioni Gemini e Apollo prevederanno tutti equipaggi di almeno due membri). Pur caratterizzata da toni epici e agiografici nel celebrare il coraggio di questi moderni eroi americani (ancor più che i successi tecnologici della NASA), la lunga pellicola (oltre tre ore di durata, senza peraltro risultare mai noiosa) non è una semplice ricostruzione documentaristica dei voli Mercury ma si prende il suo tempo per caratterizzare i vari astronauti fra pregi e difetti, testosterone e spirito di squadra, orgoglio e spacconate, così come il supporto delle loro famiglie (essenzialmente mogli e compagne), le rivalità interne (fra piloti dell'aeronautica, della marina o semplici collaudatori), gli screzi con gli scienziati e i politici (rappresentati a volte in maniera irridente: particolarmente negativo è il ritratto di Lyndon Johnson, allora vicepresidente) e naturalmente il rapporto con la stampa (un elemento fondamentale delle missioni, anche in chiave di guerra fredda, fu infatti quello mediatico). Anche se manca un vero protagonista (il film è corale), fra le figure che risaltano di più ci sono quelle di Cooper, di John Glenn (Ed Harris), di Alan Shepard (Scott Glenn) e di Virgil "Gus" Grissom (Fred Ward). Gli altri astronauti sono Wally Schirra (Lance Henriksen), Kent Slayton (Scott Paulin) e Scott Carpenter (Charles Frank). Fra mogli e fidanzate figurano Barbara Hershey, Mary Jo Deschanel, Veronica Cartwright e Pamela Reed. Harry Shearer e Jeff Goldblum sono i due reclutatori della NASA. Dal punto di vista dell'accuratezza storica, alcuni passaggi hanno sollevato qualche perplessità (in particolare l'episodio dell'ammaraggio di un Gus Grissom in preda al panico), ma la potenza e il significato degli eventi restano intatti, veicolati in maniera efficace da una regia che pur mantenendo una certa ambizione va dritta al sodo, senza perdersi in svolazzi e divagazioni. Quattro premi Oscar (colonna sonora, montaggio, sonoro e montaggio sonoro) più altre quattro nomination (fra cui miglior film).

17 marzo 2015

Luciano Serra pilota (G. Alessandrini, 1938)

Luciano Serra pilota
di Goffredo Alessandrini – Italia 1938
con Amedeo Nazzari, Mario Ferrari
**

Visto in divx.

Fra i maggiori successi cinematografici italiani del ventennio fascista e in particolare dell'epoca – iniziata nel 1935 – in cui era necessario "celebrare" le imprese e le conquiste coloniali in Africa, "Luciano Serra pilota" è una pellicola importante per una serie di motivi, extrafilmici e non. Innanzitutto è uno dei due film (l'altro è "Scipione l'Africano" di Carmine Gallone) con cui vennero inaugurati gli stabilimenti di Cinecittà, costruiti nel 1937 per promuovere l'industria cinematografica nazionale; poi, vinse la Coppa Mussolini (antesignana del Leone d'Oro) come miglior film italiano alla Mostra di Venezia del 1938; infine, c'è la presenza di un giovane Roberto Rossellini (agli esordi nel mondo del cinema, e non ancora regista) alla sceneggiatura, che coadiuva Alessandrini – già autore di alcune pellicole del filone dei "telefoni bianchi" con lo stesso Nazzari – e Fulvio Palmieri. La vicenda è figlia del suo tempo, e celebra una concezione ingenua e idealistica dell'eroismo. Eppure, nonostante la supervisione di Vittorio Mussolini (secondogenito di Benito e grande appassionato di cinema), non si tratta solo di propaganda fascista: il protagonista mostra anche tratti romantici e fortemente individuali (è mosso dal desiderio di gloria personale e dall'amore per il proprio figlio). E forse questo spiega come mai piacque così tanto al pubblico, che in lui riusciva a identificarsi più facilmente che non con i personaggi di altre pellicole di propaganda uscite in quegli anni e oggi, oltre che dimenticate, praticamente inguardabili per l'alto tasso di retorica e di "amor di patria". In effetti Luciano sembra più l'eroe ribelle di un film d'avventura hollywoodiano che non un soldato fascista inquadrato e ubbidiente. La storia si apre nel 1921. Luciano Serra, aviatore durante la Grande Guerra, vive di sogni e di passione per il volo, rifiutando di mettere i piedi a terra: piuttosto che farsi assumere nell'azienda del suocero, preferisce sbarcare il lunario portando in volo i turisti sul Lago Maggiore. Ma le difficoltà economiche gli impediscono di prendersi cura della moglie e, soprattutto, del figlioletto Aldo: questi tornano dal padre di lei, mentre Luciano – considerato da tutti un fallito – decide di tentare la fortuna in America. Dieci anni dopo lo ritroviamo in Brasile, dove la sua "degradazione" prosegue, visto che gli unici lavori che trova sono in ambito circense o pubblicitario (l'episodio in cui trasporta "Simba, il leone volante", è significativo). Intenzionato a cimentarsi in un'impresa che dovrebbe procurargli la gloria necessaria a tornare in Italia a testa alta, decolla per una trasvolata atlantica in solitaria e senza scali. Ma viene colto di sorpresa da una tempesta: il suo aereo sprofonda in mare e tutti lo credono morto, compreso il figlio che, nel frattempo, ha deciso di seguirne le orme e si è iscritto all'accademia aerea. Scoppia la guerra in Africa orientale: Aldo è lì in servizio con l'aviazione. Nel corso di una tremenda battaglia, a salvare la vita a lui e a tutto il reparto sarà proprio il padre Luciano, che nel frattempo è sopravvissuto e si è arruolato fra i legionari sotto falso nome. L'atto eroico gli costa la vita, ma gli vale finalmente anche il riconoscimento e il rispetto di tutti (nonché una medaglia d'oro al valor militare). Scolastico nei dialoghi e nella sceneggiatura, ma efficace nella rappresentazione del protagonista, degli ambienti e delle situazioni, il film si lascia apprezzare per la recitazione dell'ottimo Nazzari e per il notevole sforzo produttivo, in particolare nelle scene di battaglia, quantomai realistiche e dinamiche (l'assalto al treno, il bombardamento aereo). La pellicola ebbe anche un adattamento a fumetti, opera di Walter Molino.

14 settembre 2014

Si alza il vento (Hayao Miyazaki, 2013)

Si alza il vento (Kaze tachinu)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2013
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Il giovane Jiro Horikoshi, appassionato di aviazione nel Giappone di inizio secolo, sogna (letteralmente!) di diventare progettista di aeroplani. Grazie al sostegno morale del conte Caproni, pioniere dell'aviazione italiana che appare di frequente nei suoi sogni, riuscirà a realizzare il suo obiettivo: assunto presso le industrie Mitsubishi di Nagoya, progetterà per conto dell'esercito i rivoluzionari caccia Zero, i velivoli leggeri più usati dal Giappone durante la seconda guerra mondiale (celebri anche per essere stati, nelle fasi finali della guerra, gli aerei dei kamikaze). Biografia romanzata di un personaggio realmente esistito (così come sono esistiti altri personaggi che appaiono nella pellicola, a partire da Gianni Caproni e Hugo Junkers), di cui segue le vicende da quando era bambino alla fine degli anni '10 fino al termine della seconda guerra mondiale, l'ultimo poetico film di Hayao Miyazaki (l'autore ha annunciato che si ritirerà dalla regia, anche se a dire il vero aveva già fatto lo stesso annuncio più volte in precedenza) può essere considerato il suo "testamento spirituale", visto che torna su temi comuni a quasi tutte le pellicole del grande maestro dell'animazione, in primis il volo, che qui assume anche connotazioni metaforiche. Anche se il protagonista (maschile, cosa rara per Miyazaki) si limita a progettare aeroplani e non ne piloterà mai nessuno per via della sua miopia, il librarsi nei cieli (come fa di frequente nei suoi sogni in compagnia di Caproni) è un evidente modo per sfuggire alla pesantezza e alle difficoltà del mondo reale: la malattia della giovane moglie Nahoko, le difficoltà sul lavoro (con i tanti prototipi di aerei che falliscono durante il collaudo) e la frustrazione per le divisioni fra le nazioni, che conducono a una guerra insensata e senza speranza. Nonostante le vicende della vita di Jiro siano state in parte romanzate, notevole è la cura del setting storico, che rende il film il più "realistico" e adulto e forse il meno fiabesco (ma non il meno poetico, attenzione!) fra tutti i film di Miyazaki: memorabili, per esempio, le sequenze che mostrano il grande terremoto del Kanto (1923) con la susseguente distruzione di Tokyo, così come il soggiorno di Jiro e dell'amico Honjo in Germania per visitare le industrie Junkers di Dessau, o la permanenza all'albergo di campagna dove il protagonista ritrova Nahoko (proprio il vento favorirà la loro love story!) e fa la conoscenza di un dissidente tedesco. Toccante e commovente anche tutta la sottotrama sentimentale, con il matrimonio improvvisato fra Jiro e Nahoko quando lei è già malata di tubercolosi, per non parlare della morte della ragazza fuori scena. Il film è tratto da un manga dello stesso Miyazaki, pubblicato sulla rivista di modellismo "Model Graphix" (la stessa su cui apparve il manga di "Porco Rosso"), a sua volta ispirato da un racconto del 1937 di Tatsuo Hori. Peccato che l'edizione italiana sia in parte rovinata dalla traduzione e dal (non) adattamento di Gualtiero Cannarsi, che come suo solito, in nome di un'eccessiva fedeltà all'originale giapponese, riempie i dialoghi di termini formali o desueti e li rende ridicoli e astrusi. Il titolo proviene da un verso di Paul Valéry, recitato anche nel film: "Le vent s'elève, il faut tenter de vivre" ("Si alza il vento, bisogna provare a vivere").

9 aprile 2014

A prova di errore (Sidney Lumet, 1964)

A prova di errore (Fail-safe)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Henry Fonda, Dan O'Herlihy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

In piena Guerra Fredda, il sistema automatizzato che gestisce la difesa degli Stati Uniti e le procedure per una rappresaglia in caso di attacco termonucleare da parte dei russi sembra davvero essere "a prova di errore". Eppure, qualcosa va storto: e uno stormo di sei bombardieri americani di stanza in Alaska, dotati ciascuno di due testate atomiche, riceve l'ordine irrevocabile di andare a bombardare Mosca. Dopo frenetiche consultazioni fra politici, scienziati e militari, il presidente degli Stati Uniti (Henry Fonda) telefona al suo omologo sovietico, offrendosi di aiutare i russi ad abbattere gli aerei americani. Ma quando uno dei bombardieri riuscirà ad eludere ogni difesa e raggiungere Mosca, al presidente non resterà che compiere un ultimo e terribile sacrificio pur di dimostrare la propria buona fede ed evitare lo scoppio della guerra. Thriller di fantapolitica tratto da un romanzo di Eugene Burdick ed Harvey Wheeler e uscito nello stesso anno de "Il dottor Stranamore" di Stanley Kubrick, ne propone praticamente la stessa storia (c'è persino un accenno a un ordigno "fine di mondo", in grado di contrattaccare anche dopo un'eventuale sconfitta) e ne affronta gli stessi temi, sia pure trattandoli in chiave drammatica e realistica anziché satirica e grottesca, al punto che ci furono cause incrociate: Peter George, autore del romanzo "Red Alert" da cui era stato tratto "Il dottor Stranamore", accusò Burdick e Wheeler di averlo plagiato, mentre Kubrick riuscì a convincere i produttori a ritardare l'uscita del film di Lumet, inizialmente prevista prima del suo (entrambe le pellicole erano curiosamente state messe in cantiere dalla Columbia Pictures). Eclissato, sia al momento della sua uscita che nel corso degli anni successivi, dalla fama del film di Kubrick, "A prova di errore" merita invece un convinto recupero, tanto come documento della tensione e della paranoia di quegli anni, di poco successivi alla crisi dei missili cubani (la descrizione dell'evolversi di una crisi nucleare lascia con il fiato sospeso), quanto per le sue qualità cinematografiche: merito del taglio teatrale della messinscena, della regia lucida di Lumet, delle scenografie asettiche, della recitazione intensa, e soprattutto della contrastata fotografia in bianco e nero di Gerald Hirschfeld, che si esalta nelle inquadrature claustrofobiche e nei primi piani ravvicinatissimi dei volti dei personaggi. Perdonabili alcune inaccuratezze dal punto di vista tecnico e militare, visto che il film venne girato con un budget assai limitato e senza alcuna assistenza da parte del dipartimento della difesa o dell'aviazione statunitense, che rifiutarono di collaborare per il timore di possibili ricadute negative.

La sceneggiatura di Walter Bernstein (sulla lista nera di McCarthy negli anni cinquanta per le sue simpatie di sinistra), che intende mostrare tutta la follia di una possibile guerra termonucleare, non mette a confronto le differenti ideologie fra russi e americani ma, anzi, le comuni paure, il desiderio di "fidarsi" e di fare di tutto pur di evitare una guerra. Eppure, e questo è il messaggio del film, la fiducia e il buon senso degli uomini potrebbero non bastare quando ci si affida troppo alle macchine e a un'organizzazione dove basta un piccolo errore (voluto o meno) per mettere in moto un meccanismo irrevocabile e fuori controllo. Quasi tutta l'azione si svolge in interni e in soli tre ambienti (il bunker sotterraneo della Casa Bianca, la sala conferenze del Pentagono e il quartier generale del comando strategico dell'aviazione militare), dai quali i personaggi si parlano attraverso telefoni e interfoni, e sui cui grandi schermi osservano (sembra un videogioco!) la posizione dei bombardieri e dei caccia su una mappa. I russi, al contrario, non si vedono mai sullo schermo, anche se si odono al telefono le voci del premier, di un ambasciatore e di alcuni generali. Fonda aveva recitato per Lumet già nel suo film d'esordio, "La parola ai giurati". Walter Matthau è lo scienziato (civile) guerrafondaio, Larry Hagman (il futuro J.R. di "Dallas") è il giovane interprete del presidente, mentre un quasi esordiente Dom DeLuise ha una piccola parte nei panni del sergente che viene costretto a rivelare ai russi le informazioni necessarie ad abbattere gli aerei americani. Completano il cast Dan O'Herlihy (il generale che apre e chiude la pellicola con il suo sogno "metaforico" sul matador), Frank Overton, Ed Binns e un eccellente Fritz Weaver alla sua prima apparizione sullo schermo nei panni di Cascio, il colonnello che a un certo punto rifiuta di obbedire agli ordini. Autoironica, e non certo rassicurante, la dicitura nei titoli di coda, con cui il ministero della difesa e l'aviazione degli Stati Uniti assicurano che un "rigido sistema di sicurezza e di controlli impedirebbe il verificarsi di eventi come quelli descritti nel film". Nella realtà, comunque, un ordine di attacco non sarebbe mai stato eseguito se non confermato a voce. Nel 2000 Stephen Frears ne ha fatto un remake per la televisione, trasmesso in diretta e sempre in bianco e nero, con George Clooney, Richard Dreyfuss e Harvey Keitel.

17 novembre 2013

Arcipelago in fiamme (H. Hawks, 1943)

Arcipelago in fiamme (Air force)
di Howard Hawks – USA 1943
con John Garfield, John Ridgely, Harry Carey
**1/2

Visto in divx.

Girata nei concitati mesi del 1942 (l'obiettivo era quello di uscire nelle sale il 7 dicembre, primo anniversario dell'attacco di Pearl Harbor, ma i ritardi nella lavorazione ne posticiparono la "prima" di due mesi), la pellicola racconta i primi giorni dell'ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, superando i limiti del film di propaganda grazie alla maestria registica di Hawks e a una sceneggiatura che si concentra più sulla descrizione dei personaggi e dei loro drammi personali che non sugli eventi storici, visti sempre attraverso la prospettiva umana. Testimoni e protagonisti dei fatti sono un gruppo di militari dell'aviazione americana, membri dell'equipaggio di un bombardiere B-17, che assistono impotenti all'attacco giapponese a Pearl Harbor (erano decollati da poco da San Francisco per raggiungere proprio le Hawaii) e da lì si gettano a capofitto in battaglia, dirigendosi verso le Filippine e partecipando ai primi scontri nel Pacifico. L'impostazione è corale (il cast è privo di vere stelle, ma assai bilanciato), con personaggi che coprono tutto lo spettro del genere bellico, dal veterano fatalista alla recluta inesperta ma piena di entusiasmo; e non manca nemmeno la "mascotte", un cagnolino che abbaia quando sente un nome giapponese! Nonostante qualche iniziale incomprensione e battibecco, il gruppo si rivela compatto e ognuno fa la propria parte: si teme per le sorti di madri, mogli e sorelle rimaste a terra, si soffrono gravi perdite, si combatte tutti uniti e coraggiosamente, e anche l'unico (John Garfield) che all'inizio si mostra cinico e disilluso, persino intenzionato a congedarsi al più presto, cambia rapidamente opinione e si rivela capace di atti eroici. Proprio l'eroismo e il coraggio degli avieri americani (che contrasta con la codardia e il "tradimento" dei nemici) emergono in ogni momento di un film che aveva, fra i suoi scopi, quello di coinvolgere ed esaltare il pubblico e di fargli pregustare immediatamente una rivincita sull'attacco subito dai giapponesi. Ma Hawks, come detto, è bravo a non eccedere in retorica o in glorificazione, a mantenere sempre il focus sui personaggi, a curare la verosimiglianza storica e il realismo: spettacolari, in particolare, le scene di combattimento aereo e il bombardamento finale sulla flotta giapponese che tentava di raggiungere l'Australia (un evento ispirato alla Battaglia del Mar dei Coralli). Gran parte della pellicola si svolge comunque all'interno del B-17, esso stesso un vero e proprio personaggio del film, tanto che l'equipaggio lo chiama confidenzialmente "Mary-Ann" ("Marianna" nel doppiaggio italiano). Quanto alle scene di volo, solo in parte vennero usati modellini: molte sequenze furono girate in basi americane con la collaborazione delle forze aeree, per lo più in Florida, con il coordinamento tecnico del pilota Paul Mantz. La sceneggiatura di Dudley Nichols, ancora incompleta al momento di cominciare le riprese, dedicava ampio spazio all'introduzione e alla caratterizzazione dei vari personaggi, ma fu sfrondata per esigenze di tempo e modificata sul set da Hawks stesso e nientemeno che da William Faulkner, ingaggiato per riscrivere due scene (fra cui quella della morte di John Ridgely). Grazie a tutto ciò, oggi la pellicola può essere goduta anche come "semplice" film di guerra, dal ritmo serrato e coinvolgente, e non solo come documento storico, al di là degli intenti patriottici e propagandistici. Nota a margine: curiosa (e profetica) la scena in cui il pilota di caccia interpretato da James Brown immagina un futuro in cui i velivoli saranno del tutto automatizzati e la guerra si combatterà senza uomini, solo schiacciando un bottone.

29 marzo 2013

Gli amanti passeggeri (P. Almodóvar, 2013)

Gli amanti passeggeri (Los amantes pasajeros)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2013
con Javier Cámara, Cecilia Roth
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

A bordo di un aereo di linea diretto dalla Spagna in Messico, ma costretto a girare in tondo su Toledo in attesa di trovare una pista libera per un atterraggio di emergenza a causa di un carrello in avaria, i piloti e gli assistenti di bordo (tutti gay) cercano di distrarre come possono i passeggeri della prima classe (quelli della seconda sono stati invece addormentati con un sonnifero). La trama principale e le storie personali si intrecciano fra loro in maniera più o meno comica, dando vita ad una farsa ad alta quota che a tratti sembra quasi una versione spagnola e d'autore di pellicole come i vari "aerei più pazzi del mondo" di Jim Abrahams e dei fratelli Zucker. Almodóvar in persona, in alcune interviste, ha voluto definirla come "una commedia molto, molto leggera", peraltro nella stessa vena bizzarra e surreale di altre opere da lui dirette, come "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" (se lì c'era il gazpacho drogato, qui c'è l'Agua de Valencia allungata con la mescalina). Fra eccessi a base di sesso, droga, rock'n'roll (imperdibile l'esibizione canora, con tanto di balletto, dei tre steward sulle note di "I'm so excited" delle Pointer Sisters), amoralità senza pudori, dialoghi scoppiettanti, vicende improbabili e personaggi macchiettistici, il divertimento non manca di certo, anche se alla resa dei conti si rivela un po' fine a sé stesso (nonostante ci sia chi ha parlato di "metafora" della situazione socio-politica della Spagna odierna, con la classe economica sedata mentre i piloti girano a vuoto e in classe business ne combinano di tutti i colori). Mancano invece le sorprese: le varie storie dei singoli passeggeri sono abbastanza prevedibili e si concludono tutte immancabilmente con il lieto fine (il banchiere in fuga che si riconcilia con la figlia, l'escort sadomaso che si innamora del killer assoldato per ucciderla, la sensitiva vergine a causa dei suoi poteri che trova infine l'amore). Nel ricco cast, che comprende tanti habitué del regista come Javier Cámara, Cecilia Roth, Lola Dueñas, Paz Vega, Blanca Suárez e Carmen Machi, da segnalare la comparsata iniziale dei due attori hollywoodiani che proprio da Almodóvar furono lanciati (Antonio Banderas, doppiato in maniera impagabile, e Penélope Cruz). Interessante il titolo, in cui è possibile scambiare fra loro sostantivo e aggettivo.

27 dicembre 2011

Fandango (Kevin Reynolds, 1985)

Fandango (id.)
di Kevin Reynolds – USA 1985
con Kevin Costner, Judd Nelson
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ginevra e Costanza.

Texas, 1971. Cinque amici appena diplomati al college – due dei quali hanno da poco ricevuto la cartolina di leva e dovranno dunque partire per il Vietnam – intraprendono un ultimo e spensierato viaggio on the road verso il confine messicano, che comincia come un tuffo nei ricordi e nel disimpegno dei loro giorni di adolescenti, ma strada facendo si trasforma in una presa di coscienza delle responsabilità e dei doveri dell'età adulta. E così Kenneth (Sam Roberts) decide di sposare la sua ragazza Debbie prima di partire per la guerra, mentre Gardner (Kevin Costner) – dopo aver organizzato per l'amico una cerimonia improvvisata in un paese sul confine, nonostante proprio Debbie fosse stata la ragazza che aveva amato e che tuttora ritorna nei suoi sogni (e come dice lui stesso, "se tu pensi a una donna, allora la ami") – preferisce farsi da parte (il finale non rivela se diserterà, attraversando il confine con il Messico come aveva dichiarato di voler fare, oppure se andrà ad arruolarsi). Film d'esordio del giovane regista Kevin Reynolds, ispirato a un suo precedente lungometraggio e prodotto dalla Amblin Entertainment di Steven Spielberg (che però, insoddisfatto del risultato finale, volle togliere il proprio nome dalla pellicola), è un piccolo "cult" che – come molti road movie – si snoda attraverso una serie di sequenze slegate l'una dall'altra ma di grande impatto: la battaglia al cimitero con i fuochi artificiali (che nel giro di pochi istanti si trasforma da un gioco divertente a un inquietante presagio sugli orrori della guerra); il delirante salto dall'aereo di Phil (Judd Nelson), costretto dagli amici a prendere una lezione di paracadutismo dallo scalcinato istruttore hippie Truman (Marvin McIntyre), per dimostrare di avere quel coraggio che a parole pretendeva dagli altri; e infine il matrimonio, durante il quale Gardner ballerà con Debbie il fandango del titolo (un ballo spagnolo che, come dichiarano i titoli di testa, può essere usato come metafora per indicare "un gesto folle e bizzarro"). Il bizzarro roster di personaggi è completato dal massiccio e taciturno seminarista Dorman (Chuck Bush), che legge Hesse, Sartre, Gibram e... l'incredibile Hulk, e dal comatoso Lester (Brian Cesak), che dorme per quasi tutta la pellicola e si sveglierà solo nel finale, rivelando di lavorare alla Arthur Andersen di Dallas. Tema importante è quello dell'amicizia, che dietro le goliardate, le risate e il ricordo delle imprese passate è il collante che tiene insieme i personaggi negli anni della gioventù: nell'età adulta prenderanno strade diverse, e chissà se si rivedranno mai. Gli attori Sam Robards (figlio di Jason e di Lauren Bacall) e Suzy Amis si sposarono lo stesso anno anche nella vita reale. Costner, amico di lunga data di Reynolds, ai tempi era ancora sconosciuto (proprio nel 1985 aveva recitato nel film che lo ha portato per la prima volta alla ribalta, "Silverado"): il regista lo dirigerà altre due volte, in "Robin Hood: principe dei ladri" e "Waterworld".

9 dicembre 2011

Ma che siamo tutti matti? (Jamie Uys, 1980)

Ma che siamo tutti matti? (The gods must be crazy)
di Jamie Uys – Sudafrica/Botswana 1980
con Marius Weyers, Sandra Prinsloo, N!xau
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

La caduta di una bottiglietta vuota di Coca-Cola, lanciata da un aereo che stava sorvolando il deserto del Kalahari, porta scompiglio in una tribù di boscimani che non aveva mai visto prima un oggetto del genere. Per sbarazzarsi di quella "cosa del demonio" e restituirla agli dèi che l'hanno inviata sulla terra, il guerriero Xi abbandona il villaggio per incamminarsi verso la "fine del mondo". La sua vicenda si intreccerà con quella del timido microbiologo Andrew, innamorato della bella Kate (che ha lasciato il suo lavoro di giornalista in città per fare la maestra), e di un gruppo di ribelli armati e in fuga dall'esercito. Girato in Sudafrica e in Botswana, è una bizzarra pellicola naïf, ingenua, simpatica e divertente, che ha avuto un grande successo di pubblico in tutto il mondo – dall'America al Giappone – e ha generato una serie di sequel (uno diretto dallo stesso Uys, "Lassù qualcuno è impazzito", e altri tre girati a Hong Kong!). Pur sfiorando il tema del "buon selvaggio" e la critica alla frenesia della vita moderna, la pellicola si mantiene sul registro comico e della farsa, senza appesantirlo con pedanti moralismi. Molte scene, come quelle con l'automobile di Andrew che non può essere fermata, si rifanno direttamente al cinema slapstick e delle comiche mute (ci sono persino sequenze visibilmente accelerate, per non parlare di capitomboli e scivolate sulle bucce di banana!). L'attore che interpreta Xi è un vero boscimano, chiamato N!xau (il punto esclamativo indica un "click" da produrre facendo schioccare la lingua) e, proprio come il suo personaggio, a sua volta non aveva mai visto un uomo bianco prima di incontrare il regista. Nella versione italiana, la voce fuori campo è di Paolo Villaggio.

23 novembre 2011

I medici volanti dell'Africa orientale (W. Herzog, 1969)

I medici volanti dell'Africa orientale
(Die fliegenden Ärzte von Ostafrika)
di Werner Herzog – Germania 1969
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il "Flying Doctors Service" è un'organizzazione internazionale che si occupa del soccorso medico nelle zone più isolate e impervie dell'Africa orientale (Kenya, Tanzania e Uganda). Partendo dalla base centrale di Nairobi, i "medici volanti" si muovono in aereo per recare assistenza alle popolazioni locali in caso di emergenza. Il documentario di Herzog ne mostra l'attività, i rischi (spesso si tratta di atterrare su piste di fortuna, in luoghi i cui abitanti non hanno mai visto prima un aereo da vicino: "Per loro è un'esperienza paragonabile all'atterraggio di una navicella Apollo per noi"), i problemi (la scarsità di mezzi e di risorse, ma anche le difficoltà di comunicazione), la lotta contro l'ignoranza e la superstizione (i genitori che non rivogliono indietro il bambino che è stato operato, i guerrieri Masai che guardano con timore la scaletta dell'ambulatorio), la "concorrenza" degli stregoni (anche se i medici li considerano "complementari" a loro, più psicologi che curatori). Ciò nonostante, il tono della pellicola è piuttosto ottimista: viene spiegato che "la fiducia degli africani nella nostra medicina è sorprendente. Una volta conquistata, è più assoluta che da noi". E di fronte agli sforzi e tante difficoltà che questi "missionari della medicina" affrontano per portare aiuto, vaccinazioni, prevenzione e informazioni medico-scientifiche a queste popolazioni, mi viene rabbia a pensare che invece nei paesi sviluppati come il nostro c'è ancora tanta gente che crede in truffe come l'omeopatia o alla relazione fra vaccini e autismo (salvo naturalmente ricorrere ipocritamente alla "medicina ufficiale" quando davvero ne hanno bisogno). Girato praticamente su commissione (lo ha ammesso lo stesso Herzog: "Mi era stato chiesto di realizzarlo da alcuni colleghi degli stessi medici; e anche se il risultato finale mi piace, non è un film che sento particolarmente come 'mio'. In effetti non lo chiamerei nemmeno un film, quanto più un reportage"), offre comunque momenti assai interessanti, come quelli in cui si indagano le differenze di pensiero e di percezione attraverso una serie di poster che rappresentano parti del corpo umano o animali ("Da noi non ci sono mosche così grandi", dice una donna del posto).

28 marzo 2011

Porco Rosso (Hayao Miyazaki, 1992)

Porco Rosso (Kurenai no buta)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1992
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

"Un maiale che non vola è solo un maiale".

Siamo negli anni venti, nel periodo di crisi economica e politica fra le due guerre mondiali. L'italiano Marco Pagot (il nome è lo stesso del figlio dell'animatore Nino Pagot, con cui Miyazaki aveva collaborato ai tempi de "Il fiuto di Sherlock Holmes"), già eroico pilota di caccia durante la Grande Guerra, è stato misteriosamente trasformato in un maiale e ora è noto come "Porco Rosso", dal colore dell'idrovolante che pilota nei cieli sopra il Mar Adriatico, nei pressi delle coste croate, dove si guadagna da vivere come cacciatore di taglie ai danni dei pirati che assaltano le navi di passaggio. Come questi, frequenta abitualmente l'Hotel Adriano, dove risiede e lavora la bella Gina, di cui è amico di lunga data ed è forse innamorato. L'arrivo di un nuovo rivale, l'americano Donald Curtis, lo costringerà ad accettare una difficile sfida, proprio mentre la polizia segreta italiana è sulle sue tracce per arrestarlo come traditore ("Meglio essere un maiale che un fascista!"). Al suo fianco ci sarà anche la giovane meccanica Fio, che ha rimesso a punto il suo aereo.

Di tutti i film di Miyazaki, "Porco Rosso" (che, come "Il mio vicino Totoro", è uscito nelle sale italiane con vent'anni di ritardo, cosa assurda e incomprensibile se si pensa che la pellicola è addirittura ambientata in gran parte nel nostro paese) è quello con la genesi più bizzarra e improvvisata. Il maestro, grande appassionato di velivoli e veicoli d'epoca, collaborava da tempo con una rivista nipponica di modellismo, "Model Graphix", realizzando illustrazioni ad acquarello e brevi fumetti nei quali inseriva spesso dei buffi maialini antropomorfi nei panni di piloti e meccanici. Proprio ispirandosi a uno di questi manga, su richiesta della Japan Airlines, mise in cantiere quello che avrebbe dovuto essere un cortometraggio da proiettare a bordo degli mezzi di linea della compagnia aerea (e questo spiega anche l'introduzione con le scritte in più lingue). Solo successivamente il film è stato gonfiato fino alle dimensioni di un lungometraggio che, oltre a offrire spettacolari duelli aerei, sfiora anche temi socio-politici e persino riflessioni sulla morte e l'aldilà (indimenticabile e di grande impatto la sequenza in cui Marco ricorda lo scontro aereo in cui ha visto cadere tutti i suoi compagni, e in seguito al quale ha probabilmente perduto la sua "umanità"). Apparentemente più scanzonato e leggero di altri lavori del regista, in realtà è quello meno "fantastico" e più legato alla realtà: maiali e scene comiche a parte, sembra davvero ambientato nel nostro mondo, in un momento di passaggio in cui la gioia di vivere (le folle festanti, le donne eleganti, il piacere del volo e dell'avventura) stava lasciando il passo a uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità.

A differenza della maggior parte delle pellicole del regista giapponese, il protagonista qui è maschile e non femminile: duro e romantico, cinico e disilluso come il miglior Humphrey Bogart. E nelle divertenti baruffe contro i pirati rivali si ritrovano echi di lavori miyazakiani precedenti, come "Lupin III" e, appunto, "Sherlock Holmes". Ma c'è anche spazio per l'amore, l'amicizia, la nostalgia e per spettacolari evoluzioni aeree all'insegna dell'avventura e dell'azione. Notevole, come sempre, la cura di sfondi, scenari e ambientazioni (e dispiacciono, pertanto, alcuni piccoli errori nelle scritte in italiano, come il "Non si fo credito" che spicca sul muro di un ufficio). Fra le scenografie rimangono impresse le coste del Mar Adriatico (probabilmente quelle della Dalmazia), l'isolotto su cui sorge l'Hotel Adriano (che ricorda certe località del Lago Maggiore) e la fabbrica sui Navigli di Milano (dove l'aereo di Porco viene ricostruito da un gruppo di donne operaie). Perfettamente caratterizzati anche i vari comprimari, dal vanesio Curtis (che aspira a diventare attore a Hollywood e poi presidente degli Stati Uniti, come farà Ronald Reagan) all'affascinante Gina (che canta, in francese, "Le temps des cerises"), dalla piccola Fio (un'adolescente simpatica e ostinata) ai pittoreschi pirati dell'aria (con il leader della banda Mammaiuto che assomiglia al Bruto di "Popeye"!). E se lo si guarda in versione originale, non si può non sorridere quando si sentono i personaggi chiamare il protagonista, in un misto di italiano e giapponese, "Porco Rosso-san!"

13 luglio 2010

The aviator (Martin Scorsese, 2004)

The aviator (id.)
di Martin Scorsese – USA 2004
con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett
**1/2

Rivisto in DVD, con Ilaria, Ginevra ed Eleonora.

Nel raccontare la vita del magnate Howard Hughes, e in particolare gli anni che vanno dal 1927 al 1947 (Hughes morì poi nel 1976), Scorsese realizza uno dei suoi film più "grandi", programmaticamente parlando, e bigger-than-life. Come "Quarto potere", è un monumento alla genialità, alla megalomania e alla follia di un personaggio straordinario, tipicamente americano, che – fra le altre cose – ha lasciato la sua impronta indelebile nei campi dell'aviazione militare e civile e della produzione cinematografica (e non è facile immaginare che proprio il suo ruolo in quest'ultimo settore sia stato il motivo che ha attirato in primo luogo l'interesse del regista, da sempre innamorato del cinema statunitense classico degli anni trenta e quaranta, come sa bene chi ha visto lo splendido documentario "Viaggio nel cinema americano"). Industriale, ingegnere, pilota, appassionato di film (da produttore – "Scarface" di Howard Hawks – e da regista – "Gli angeli dell'inferno" e "Il mio corpo ti scalderà": tutte pellicole eccessive e di forte impatto) e di volo (oltre ad aver stabilito numerosi recordi di velocità, ha costruito apparecchi innovativi – come il mastodontico "Hercules" – ed è stato il proprietario della TWA, che ha aperto alle rotte internazionali), Hughes è diventato celebre presso il grande pubblico per i suoi numerosi flirt con grandi dive del cinema (su tutte Katharine Hepburn e Ava Gardner, nel film interpretate rispettivamente da Cate Blanchett e Kate Beckinsale; ma pare che abbia frequentato anche Bette Davis, Gene Tierney, Faith Domergue, Linda Darnell, Joan Fontaine, Olivia De Havilland e altre ancora: un uomo fortunato!), e successivamente per il suo stile di vita eccentrico: ossessionato dall'igiene, finì con l'isolarsi dal mondo e trascorse i suoi ultimi anni da recluso nelle proprie tenute, in preda a disturbi di natura ossessiva-compulsiva. L'episodio in cui rimane chiuso per quattro mesi nella sala proiezioni del suo studio è realmente accaduto. L'ottimo DiCaprio interpreta il personaggio calandosi nella parte senza freni ed esibendone tutte le manie di grandezza e di protagonismo, ma anche la sincera passione per quello che fa e l'inarrestabile ostinazione che lo spinge a battersi in prima persona contro ogni ostacolo (esemplari le scene in cui si impegna a far valere le proprie ragioni prima contro la commissione di censura cinematografica e poi contro il senatore che vuole impedirgli di espandere l'attività delle sue linee aeree). L'abile regia di Scorsese, dal canto suo, si sbizzarrisce con le spettacolari scene di volo (notevole quella dell'incidente durante il collaudo dell'aereo-spia, che quasi costò la vita a Hughes) e con una ricostruzione storica piena di fascino e di amore per un periodo "mitico" della storia di Hollywood e degli Stati Uniti in generale (basti citare, su tutte, la scena dell'incontro fra Hughes e la Hepburn sul set di "Il diavolo è femmina", con una brevissima apparizione di Cukor e Grant). Fra le numerose partecipazioni all'interno di un cast vasto ed eterogeneo, sono da segnalare quelle di Gwen Stefani (nei panni della platinata Jean Harlow), Jude Law (in quelli di Errol Flynn), Ian Holm (l'anziano meteorologo, costretto da Hughes a dimostrare "matematicamente" ai censori come le tette di Jane Russell non fossero più oltraggiose di quelle di attrici che l'avevano preceduta), John C. Reilly (il tuttofare di Hughes), Alec Baldwin (il presidente della Pan Am, suo acerrimo rivale per i voli transcontinentali), Alan Alda (il senatore Brewster, che lo mette sotto inchiesta), Willem Dafoe (un giornalista scandalistico), Brent Spiner (il presidente della Lockheed). Una scena in cui sarebbe dovuta apparire anche l'aviatrice Amelia Erhart (interpretata da Jane Lynch) è stata tagliata in fase di montaggio.