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27 luglio 2023

Close (Lukas Dhont, 2022)

Close (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Fra/Ola 2022
con Eden Dambrine, Gustav de Waele
***

Visto in TV (Sky Cinema).

L'amicizia fra i tredicenni Léo (Dambrine) e Rémi (de Waele) è talmente stretta che a scuola i compagni suggeriscono che siano innamorati l'uno dell'altro. La cosa turba Léo, che cerca di prendere le distanze dall'amico, allontanandosi da lui – da cui in precedenza era inseparabile – per frequentare altri circoli. E quando Rémi, improvvisamente, si suiciderà, Léo sarà tormentato dai sensi di colpa. Secondo film per il regista Lukas Dhont e il suo co-sceneggiatore Angelo Tijssens: come il precedente "Girl", con cui ha molto in comune, esplora il vissuto intimo di personaggi giovanissimi alla prese con la scoperta di sé e dei propri sentimenti, qualcosa di assai difficile in un'età in cui non solo non si hanno le idee chiare, ma non si è nemmeno abbastanza forti da resistere all'influenza dell'ambiente circostante, anche quando questo non è necessariamente negativo o tossico (i genitori dei due bambini approvano la loro amicizia, i compagni di classe si limitano a scherzarci sopra). E che, per questi motivi, scelgono di cambiare strada per paura dei propri sentimenti o per il timore di essere giudicati. La maggior parte della pellicola si svolge dopo la morte di Rémi, e dunque il film parla più di elaborazione del lutto e dei sensi di colpa (quando la vita "va avanti") che di consapevolezza queer o di coming out (anzi, non è nemmeno detto che Léo sia gay: la sua amicizia con Rémi può essere semplicemente questo, un'amicizia), come invece accadeva, per esempio, in "Fucking Åmål". Rispetto a "Girl", il film è forse un po' più costruito, ma non meno intenso. Grand Prix a Cannes, e nomination all'Oscar come miglior film straniero.

24 luglio 2023

La macchinazione (David Grieco, 2016)

La macchinazione
di David Grieco – Italia 2016
con Massimo Ranieri, Libero De Rienzo
*

Visto in TV (Sky Cinema).

Nell'estate del 1975, mentre sta montando quello che sarà il suo ultimo film ("Salò o le 120 giornate di Sodoma"), Pier Paolo Pasolini lavora alla stesura di "Petrolio", romanzo-fiume nel quale intende denunciare le storture del sistema politico ed economico italiano, e in particolare attaccare Eugenio Cefis, presidente della Montedison, fondatore della loggia P2 e sospettato di essere invischiato nello stragismo di stato. Per metterlo a tacere, lo scrittore viene ucciso con una messinscena che fa ricadere la colpa di Pino Pelosi (Alessandro Sardelli), suo giovane amante di borgata. Ennesimo biopic sulla morte di PPP (solo tre anni prima c'era stato il "Pasolini" di Abel Ferrara), che nelle intenzioni vorrebbe essere una pellicola di denuncia o di impegno sociale come quelle che si giravano in Italia negli anni settanta (a un certo punto si cita il Volontè di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"). Ma il risultato è superficiale e inconcludente sotto ogni aspetto, con caratterizzazioni e dinamiche da fiction televisiva. I dialoghi sono didascalici, la sceneggiatura goffa, gli attori mediocri e mal diretti (l'unico che si salva è Libero De Rienzo nei panni di Antonio Pinna, personaggio fra l'altro fondamentalmente inutile). Ranieri nei panni di Pasolini convince moderatamente, ma solo quando ha gli occhiali scuri. Milena Vukotic è la madre di PPP. Musica (usata poco e male) dei Pink Floyd. Grieco aveva lavorato per Pasolini come attore e aiuto regista.

6 luglio 2023

Nimona (Nick Bruno, Troy Quane, 2023)

Nimona (id.)
di Nick Bruno, Troy Quane – USA 2023
animazione digitale
***

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

In un mondo medieval-tecnologico, il prode Ballister Boldheart (Cuoreardito nella versione italiana) viene ammesso fra i cavalieri che devono proteggere il regno dai presunti mostri che lo minacciano da oltre le mura, seguendo l'esempio di Gloreth, la leggendaria guerriera che mille anni prima aveva sconfitto ed esiliato il primo di questi. Incastrato con l'accusa di aver ucciso la regina, ed etichettato da tutti come un criminale, Ballister sarà costretto ad allearsi proprio con una ragazza mostro, la scatenata mutaforma Nimona, per cercare di dimostrare la propria innocenza. Liberamente tratto dal fumetto di ND Stevenson (già Noelle Stevenson, showrunner dell'eccellente serie "She-Ra e le principesse guerriere"), un film d'animazione che ha avuto una storia piuttosto travagliata: avrebbe dovuto essere realizzato dai Blue Sky Studios della Fox, ma dopo l'acquisizione da parte della Disney gli studi furono smantellati e la produzione interrotta, per essere poi ripresa dalla casa indipendente Annapurna e da Netflix. L'ottima animazione, pop, colorata e vivace, ricorda un altro prodotto animato Netflix, la serie "Arcane", ma sono soprattutto la storia (ricca di colpi di scena) e i personaggi a colpire per originalità e profondità psicologica. L'idea di giocare con i cliché delle fiabe classiche, discutendone gli assiomi e ribaltando per esempio la dicotomia fra eroe e cattivo e fra personaggi "normali" e mostri, non è certo nuova: c'è un evidente filo rosso che parte da "Shrek" e giunge a "Nimona" passando per "Dragon Trainer", "Frozen", "Red" e "Il mostro dei mari". Qui però i temi della diversità e della (in)tolleranza sono trattati a più livelli: da quelli più espliciti (Ballister mal visto come cavaliere perché non è di origine nobile; la coppia gay) a quelli metaforici (Nimona stessa, con le sue trasformazioni, può essere vista come un personaggio gender fluid, non binario, che non si adegua alle etichette altrui, e che pertanto è facile definire come "un mostro"). Ma Nimona, prima di tutto, è un personaggio assai divertente, che vivacizza ogni scena in cui è presente (tanto in forma umana quanto nel caleidoscopio di trasformazioni in animali rosa) e porta caos e rivoluzione nell'ambiente in cui vive: è punk, ribelle, demoniaca villain wannabe... ma quando arriva il momento del flashback sulle sue origini (che, come previsto, ribalta in chiave revisionista gran parte di quello che ci era stato detto all'inizio) diventa anche un personaggio tragico e assai simpatetico. I nemici sono invece il conservatorismo bigotto e la cieca intolleranza, che insegnano a ripetere meccanicamente "quel mostro è una minaccia per il nostro stile di vita" (notevole la propaganda mediatica che insiste su questo punto, fino a contaminare le pubblicità e i prodotti per i bambini) e a proteggere tradizioni millenarie che si rivelano costruite sul (quasi) nulla. Molti di questi temi, ovviamente, erano presenti anche in "She-Ra" (non solo in Nimona e Gloreth, ma anche nella coppia Ballister-Ambrosius si percepiscono echi di Catradora).

23 giugno 2023

Another country - La scelta (M. Kanievska, 1984)

Another country - La scelta (Another Country)
di Marek Kanievska – Gran Bretagna 1984
con Rupert Everett, Colin Firth
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Negli anni trenta, il giovane Guy Bennett (Rupert Everett) frequenta il college di Eton, una delle severe istituzioni dove viene "allevata" la futura classe dirigente britannica. Nonostante la rigida disciplina, un sistema educativo fortemente conservatore e repressivo, e le complesse dinamiche interne (gli studenti stessi si organizzano in strutture di comando autonome per gestire a modo proprio l'ordine nelle varie "case" della scuola), Guy manifesta sempre un atteggiamento ribelle e irriverente, scherzando su ogni cosa e non nascondendo la propria omosessualità – è innamorato di un compagno di studi, James Harcourt (Cary Elwes) – e una forte insofferenza verso le regole e l'autorità. Quando però proprio il suo essere gay lo porterà a dover rinunciare alle proprie aspirazioni di diventare diplomatico a Parigi, la disillusione sarà forte. L'intera vicenda è narrata in flashback, durante un'intervista rilasciata a Mosca da un Guy anziano, negli anni ottanta, a una giornalista americana: il personaggio è infatti ispirato a Guy Burgess, uno dei cosiddetti "cinque di Cambridge", giovani rampolli britannici che diventarono in segreto spie russe al servizio del KGB, tradendo il proprio paese non per denaro ma perché sinceramente delusi dai suoi ideali e affascinati da quelli della recente rivoluzione bolscevica. Guy, a dire il vero, non pare molto interessato alla politica, a differenza dell'amico e compagno di stanza Tommy Judd (Colin Firth), che invece è un convinto comunista. Ma sarà proprio l'oppressiva vita nel college, ingabbiata in un sistema che si oppone e reprime tutto ciò che è "diverso", a spingerlo a cambiare fazione. Tratto dall'opera teatrale di Julian Mitchell (che ne ha curato la sceneggiatura), non è dunque un film politico, né tantomeno di spionaggio, ma un racconto di formazione o di coming-of-age, con una bella ambientazione circoscritta (cui si ispirerà in parte "L'attimo fuggente") e ottime prove di giovani attori che faranno strada (sia Everett che Firth, peraltro, avevano interpretato le stesse parti già a teatro). Nel cast anche Michael Jenn, Robert Addie, Rupert Wainwright, Tristan Oliver e Nicholas Rowe. Curiosità: fu proprio la visione di questo film a convincere Tiziano Sclavi, nel periodo in cui stava progettando il personaggio, a dare a Dylan Dog il volto di Rupert Everett.

22 maggio 2023

La caduta degli dei (Luchino Visconti, 1969)

La caduta degli dei
di Luchino Visconti – Italia/Germania 1969
con Helmut Berger, Dirk Bogarde, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Helmut Berger.

Nel febbraio del 1933, la stessa notte dell'incendio del Reichstag che favorirà l'ascesa di Hitler, l'aristocratica famiglia von Essenbeck si riunisce attorno al suo decano, il barone Joachim (Albrecht Schönhals), per festeggiarne il compleanno. Presidente delle acciaierie di famiglia, che ha saputo tenere a galla durante i difficili anni della guerra e del dopoguerra, per ingraziarsi il nuovo potere il barone medita controvoglia di nominare alla vicepresidenza il nipote Konstantin (Reinhard Kolldehoff), simpatizzante di Hitler e membro delle SA, esautorando Herbert (Umberto Orsini), marito dell'altra nipote Elisabeth (Charlotte Rampling), che invece è apertamente ostile al nascente regime. La notte stessa, però, il barone viene assassinato nel suo letto, e il controllo dell'acciaieria passa all'ambizioso dirigente Friedrich (Dirk Bogarde), amante di Sophie (Ingrid Thulin), vedova dell'unico figlio del barone (morto in guerra) e madre del giovane Martin (Helmut Berger), un ragazzo dissoluto, in balia delle proprie perversioni (si veste da donna per fare il verso a Marlene Dietrich, ha tendenze pedofile e incestuose) e facilmente manipolabile tanto dalla madre quanto da Aschenbach (Helmut Griem), lontano cugino che fa parte delle SS. Ispirandosi alle tragedie di Shakespeare (il Macbeth su tutti, ma in parte anche l'Amleto), e con un titolo wagneriano, il primo film della cosiddetta "trilogia tedesca" di Visconti (seguiranno "Morte a Venezia" e "Ludwig") rilegge gli anni dell'avvento del nazismo in Germania attraverso intrighi e lotte di potere all'interno di una famiglia. I paralleli fra la dissoluzione della società, le storture della dittatura e della politica e le perversioni individuali sono evidenti, e la regia di Visconti (aiutato dalla bella fotografia colorata di Pasqualino De Santis e Armando Nannuzzi, degna a tratti di un film horror) li cattura in profondità, avvolgendo lo spettatore in una spirale di morte, follia e decadenza. La pellicola è intensa e molto carica, con alcune scene che si trascinano a lungo (su tutte quella della festa/orgia delle camice brune a Bad Wiessee, prima di essere trucidati dalle SS durante la "notte dei lunghi coltelli") e un'impostazione corale, anche se Berger (che aveva già recitato per Visconti due anni prima, in un episodio de "Le streghe") ne è in un certo senso il protagonista principale. Nel cast anche Renaud Verley (lo studente Günther, figlio di Konstantin), Florinda Bolkan, Nora Ricci. I costumi sono di Piero Tosi, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le musiche di Maurice Jarre. La famiglia von Essenbeck è ispirata ai Krupp, proprietari dell'omonima e storica acciaieria di Essen che forgiò armi e cannoni per i nazisti durante la guerra.

6 aprile 2023

Tabù - Gohatto (Nagisa Oshima, 1999)

Tabù - Gohatto (Gohatto)
di Nagisa Oshima – Giappone 1999
con Takeshi Kitano, Ryuhei Matsuda
***

Rivisto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi, per ricordare Ryuichi Sakamoto.

Nella Kyoto del 1865, durante gli ultimi anni dello shogunato Tokugawa, i giovani spadaccini Kano (Ryuhei Matsuda) e Tashiro (Tadanobu Asano) vengono arruolati nella Shinsengumi, potente milizia di samurai che ha il compito di mantenere l'ordine pubblico e proteggere lo shogunato stesso dai clan rivali e dalle spinte riformiste. Il giovane Kano, così bello ed efebico, attira su di sé le attenzioni di numerosi uomini, a cominciare dai compagni Tashiro e Yuzawa (Tomorowo Taguchi), ma anche dei loro superiori. E nonostante l'omosessualità fra i samurai della milizia sia diffusa e tollerata, gelosie e rivalità produrranno tensioni e metteranno a repentaglio gli equilibri interni. L'intera vicenda, ispirata da un romanzo di Ryotaro Shiba, è narrata dal punto di vista del capitano Hijikata (Takeshi Kitano), braccio destro del comandante Kondo (Yoichi Sai), che osserva le dinamiche che si dipanano e le commenta con i suoi pensieri: memorabile la scena finale, in cui Hijikata trancia di netto il tronco di un giovane albero in fiore, a sottolineare poeticamente la caducità di ogni cosa bella (e la fine stessa di un'epoca). L'ultimo film girato da Nagisa Oshima è un elegante dramma ambientato in un periodo storico particolarmente affascinante della storia del Giappone, il bakumatsu, che segna la fine del feudalesimo e dell'era degli stessi samurai: in effetti personaggi come Hijikata e Kondo, ma non solo, sono realmente esistiti. Qui, però, gli eventi storici e politici fanno solo da sfondo a una vicenda di torbide passioni e sentimenti nascosti che fanno capolino persino attraverso il rigore stilistico e l'austerità tipica di molti film di samurai, e che naturalmente si scontrano con le rigide regole dei samurai e del codice della milizia. Matsuda, che interpreta il diciottenne Kano, aveva solo sedici anni al tempo delle riprese. Nel cast anche Shinji Takeda (Okita), Jiro Sakagami (l'anziano Inoue) e Tommy's Masa (Yamazaki). La colonna sonora è di Ryuichi Sakamoto, che aveva già collaborato con Oshima (e Kitano) in "Furyo".

15 marzo 2023

Fucking Åmål (Lukas Moodysson, 1998)

Fucking Åmål - Il coraggio di amare (Fucking Åmål)
di Lukas Moodysson – Svezia 1998
con Alexandra Dahlström, Rebecka Liljeberg
***1/2

Rivisto in divx.

La sedicenne Agnes (Liljeberg), intelligente e introversa, è segretamente innamorata della compagna di classe Elin (Dahlström), bella e popolare ma annoiata e insoddisfatta della propria vita. All'apparenza le due non potrebbero essere più diverse: ma in qualche modo faranno amicizia, e proprio il loro coraggioso "coming out" lesbico le aiuterà a rivendicare orgogliosamente la propria identità. Ambientata nella piccola cittadina di Åmål, che ingiuriano in continuazione e da cui sognano di fuggire (e i cui abitanti, inizialmente, se la presero con il titolo dissacrante), l'opera prima del regista svedese Lukas Moodysson è un credibile e realistico ritratto dei tormenti dell'adolescenza alla scoperta di sé e dei propri sentimenti, in un contesto caratterizzato dalla crudeltà e dai pregiudizi dei coetanei, dall'angoscia del non sentirsi (ri)amati, dalla vergogna per le proprie emozioni, dalle esigenze di rispondere alle aspettative degli altri (la famiglia in primis, ma anche gli amici e i compagni di scuola). Pur guardando stilisticamente a Lars von Trier (estetica povera, camera a mano, immagini sgranate, quasi come un film Dogma), Moodysson gira in maniera più leggera e sincera, focalizzandosi sui suoi personaggi e sul loro microcosmo sociale-scolastico senza inutili sovrastrutture, aiutato dall'ottima prova dei giovani interpreti (solo le due protagoniste erano attrici professioniste). E il lieto fine, in cui le due ragazze si incamminano orgogliosamente mano nella mano per i corridoi della scuola, sfidando ogni giudizio, scalda il cuore. Il film è noto anche con il titolo "Show me love", dalla canzone di Robyn sui titoli di coda.

20 febbraio 2023

È andato tutto bene (François Ozon, 2021)

È andato tutto bene (Tout s'est bien passé)
di François Ozon – Francia 2021
con Sophie Marceau, André Dussollier
***

Visto in TV (Now Tv).

L'ottantenne André Bernheim (André Dussollier), collezionista d'arte, viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale. Rimasto semi-paralizzato, chiede alla figlia Emmanuèle (Sophie Marceau) di aiutarlo a "farla finita". Ogni tentativo da parte della donna, e della sorella Pascale (Géraldine Pailhas), di fargli cambiare idea si rivela inutile: l'uomo è irremovibile e ostinato, e nonostante la sua salute lentamente migliori, soltanto l'idea della morte sembra recargli conforto. Alla fine Emmanuèle si rivolge a un'associazione svizzera che promuove il suicidio assistito. E pur sapendo di contravvenire alla legge francese, nonché combattuta fra la scelta di impedirgli di morire o quella di consentirgli di farlo (entrambe per amore), farà partire il padre per il suo ultimo viaggio. Tratto dal romanzo autobiografico di Emmanuèle Bernheim, già sceneggiatrice per Ozon di "Sotto la sabbia", "Swimming pool" e "CinquePerDue" (significativa la scena in cui André dice che la storia sarebbe un soggetto perfetto per uno dei suoi libri), un film delicato ed elegante che affronta il tema dell'eutanasia con grande misura e sensibilità, senza mai risultare retorico né ricattatorio. Il rapporto del padre con la figlia (ma anche con l'ex moglie) non è certo idilliaco, come confermano i brevi flashback o le relazioni con gli altri membri della famiglia (per non parlare di quella con "l'amico" gay), eppure tutto il dilemma – venato di sofferenza ed esitazione – di una scelta così radicale viene perfettamente alla luce. Il punto di vista è sempre quello della figlia, mai del padre, descritto come determinato, testardo e irremovibile in una scelta che ad altri può apparire assurda o insensata. E la pellicola arricchisce la vicenda con una grande attenzione al vissuto quotidiano attraverso tanti piccoli dettagli (le lenti a contatto, il panino al salmone, la musica di Brahms, gli "sfoghi" di Emmanuèle con il pugilato o i film horror). Eccellente il cast (straordinario, in particolare, Dussollier), con piccoli ruoli per Charlotte Rampling (la madre), Hanna Schygulla (la signora svizzera) e Nathalie Richard (la commissaria di polizia). Il sempre ottimo Ozon aveva già affrontato il tema della malattia e della morte, ma da tutt'altra prospettiva, ne "Il tempo che resta".

6 febbraio 2023

Everything everywhere all at once (Daniels, 2022)

Everything everywhere all at once (id.)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2022
con Michelle Yeoh, Ke Huy Quan
***

Visto al cinema Colosseo.

Evelyn Wang (Michelle Yeoh), cinese di mezza età e proprietaria di una lavanderia a gettoni negli Stati Uniti, ha parecchie cose per la testa, e tutte insieme: una relazione in crisi con il marito Waymond (Ke Huy Quan), un rapporto difficile con la figlia gay e ribelle Joy (Stephanie Hsu), l'arrivo dalla Cina del padre vecchio e malato (James Hong), una visita fiscale in corso da parte dell'ispettrice Deirdre Beaubeirdre (Jaime Lee Curtis), i preparativi per la festa del capodanno cinese che si terrà proprio nel suo negozio. E come se non bastasse, è sopraffatta dai rimpianti per le vite che non ha vissuto, lei che in gioventù sognava di volta in volta di diventare una cantante, un'attrice, una cuoca, un'esperta di arti marziali... Ma tutte queste potenzialità si sono avverate in vari universi paralleli, fra i quali acquisterà la capacità di spostarsi, muovendosi da una realtà all'altra – e acquisendo le capacità dei suoi alter ego – per salvare l'insieme di tutti i mondi ("una sovrapposizione quantistica di stati vibrazionali") dalla distruzione minacciata da un agente del caos, Jobu Tupaki (una variante "nichilista" di Joy). Il concetto di "multiverso" è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni, grazie a film (e serie tv) come quelli della Marvel: ma questo lungometraggio – opera seconda del duo di registi e sceneggiatori Kwan e Scheinert, noti collettivamente come "i Daniels" – lo rappresenta e lo sviluppa in maniera molto più accattivante ed estesa rispetto alle pellicole di supereroi, legandolo al vissuto interiore di un personaggio, alle sue aspirazioni e ai suoi rimpianti. Visionario, surreale e onirico (e debitore a certe cose di Charlie Kaufman e Terry Gilliam), il film fonde introspezione, azione e comicità assurdista senza fermarsi davanti a nulla, che si tratti di mostrare universi sempre più improbabili (come quello in cui le persone hanno wurstel al posto delle dita, quello in cui un procione manovra uno chef come il topo di "Ratatouille", o quelli in cui gli esseri umani sono cartoni animati, pupazzi o addirittura... sassi!), o di sfruttare elementi dalla comicità demenziale intrinseca (per "saltare" da un universo all'altro occorre compiere un'azione altamente improbabile, con esiti surreali; e la distruzione di tutto il multiverso è minacciata da un... bagel, ossia una ciambella dolce). Film del genere – che procedono per accumulo di elementi random, hanno un approccio relativista e non sembrano prendere nulla sul serio: si pensi per esempio a "Mr. Nobody" di Jaco Van Dormael – di solito mi infastidiscono ("Quando ci metti di tutto, nulla ha più importanza", viene detto nella pellicola stessa): ma in questo caso la problematica è affrontata direttamente (a Evelyn, che afferma di non essere "brava a fare niente", viene spiegato che proprio per questo motivo ha a disposizione un enorme numero di potenzialità). Inoltre, nonostante il messaggio finale non sia poi così profondo (come sempre la chiave di tutto è l'amore, insieme all'accettazione e alla reciproca comprensione), il divertimento è sorretto da un'inventiva senza limiti (fra le mille trovate, anche quelle metacinematografiche, come i finti titoli di coda a metà pellicola o citazioni alterate quali "Io sono tua madre!") e, soprattutto, da un cast eccellente che comprende molti interpreti legati agli anni ottanta e novanta (la Yeoh, forse alla prova migliore della sua carriera, e la Curtis, ma anche James Hong, ossia il Lo Pan di "Grosso guaio a Chinatown"), alcuni dei quali letteralmente recuperati dall'oblio (Ke Huy Quan, celebre come attore bambino in "Indiana Jones e il tempio maledetto" e "I Goonies", non recitava più da vent'anni!). I Daniels avevano iniziato a pensare il film per Jackie Chan, prima di cambiare idea in favore di una protagonista femminile, mentre l'ottima Stephanie Hsu ha sostituito la prima scelta Awkwafina. Ruoli minori e cameo (fra gli altri) per Harry Shum Jr., Jenny Slate, Tallie Medel e Michiko Nishiwaki. Enorme il riscontro critico, con undici nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia, la sceneggiatura originale, e ben quattro interpreti: Yeoh, Ke Quan, Curtis e Hsu).

20 dicembre 2022

Tuo, Simon (Greg Berlanti, 2018)

Tuo, Simon (Love, Simon)
di Greg Berlanti – USA 2018
con Nick Robinson, Logan Miller
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Simon (Nick Robinson), all'ultimo anno di liceo, è segretamente gay: ma non ha il coraggio di dichiararlo né alla famiglia né agli amici. Il suo segreto verrà alla luce quando le mail che si scambia anonimamente con un compagno di scuola, gay come lui ma di cui ignora l'identità, verranno rese pubbliche da una terza persona... Tratto da un romanzo (di Becky Albertalli) di coming-of-age, un teen movie sui tormenti interiori di un adolescente alle prese con un mondo "eteronormale", in cui deve bilanciarsi fra le amicizie (che iniziano a colorarsi di sentimenti più forti), gli affetti familiari, la scuola e le emozioni non espresse. Una regia di stampo televisivo e giovani attori dai medesimi trascorsi tengono un po' a freno il risultato, ed è un peccato, visto che la sceneggiatura (inevitabile lieto fine "hollywoodiano" a parte) riesce a caratterizzare bene i personaggi e a mantenere l'attenzione dello spettatore entro i livelli di guardia, evitando tra l'altro le trappole dell'eccesso di sensazionalismo e quelle dell'estetica pop o fumettistica (ma non quelle del messaggio educativo o idealistico). Josh Duhamel e Jennifer Garner sono i genitori di Simon; Katherine Langford, Alexandra Shipp e Jorge Lendeborg Jr i suoi amici; Logan Miller il "nerd"; Tony Hale il vicepreside impiccione. In seguito al buon successo di pubblico, è stato realizzato un sequel sotto forma di serie tv ("Love, Victor"). La traduzione del titolo non è coerente con il film, durante il quale il modo in cui Simon firma le sue mail è reso sempre come "Con amore, Simon".

3 settembre 2022

Scompartimento n. 6 (J. Kuosmanen, 2021)

Scompartimento n. 6 - In viaggio con il destino (Hytti nro 6)
di Juho Kuosmanen – Finlandia/Russia 2021
con Seidi Haarla, Yuri Borisov
**

Visto in TV (Now Tv).

Laura (Haarla), giovane finlandese che studia archeologia a Mosca, parte in treno diretta verso nord per andare a osservare i petroglifi (antiche incisioni rupestri) su un'isola vicino a Murmansk, oltre il Circolo Polare Artico. Avrebbe dovuto accompagnarla Irina, la sua ragazza russa, che però all'ultimo momento si è tirata indietro (dal viaggio e forse dalla sua vita). Si trova così a condividere il lungo tragitto con un giovane russo sconosciuto, Ljoha (Borisov), che a sua volta sta recandosi a Murmansk per lavorare in una cava mineraria. All'inizio la convivenza è difficile, ma poi subentra l'amicizia e forse qualcosa di più... Da un romanzo di Rosa Liksom, un film gradevole ma esile nella trama e nei personaggi, la storia di un viaggio (e di una coabitazione forzata nello scompartimento di un treno) che avvicina due persone all'apparenza lontanissime fra loro (sono di paesi, lingue, sessualità diverse). Bella l'ambientazione e la descrizione degli ambienti, e bravi gli attori. Nulla, comunque, di sorprendente o che non si sia mai visto prima: anche per questo lascia perplessi il gran premio della giuria ricevuto a Cannes (ex aequo con "Un eroe" di Asghar Farhadi).

31 agosto 2022

Irma Vep - La vita imita l'arte (O. Assayas, 2022)

Irma Vep - La vita imita l'arte (Irma Vep)
di Olivier Assayas – USA/Francia 2022
con Alicia Vikander, Vincent Macaigne
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Remake, sotto forma di miniserie televisiva (in otto episodi), dell'omonimo film del 1996 dello stesso Assayas, che a sua volta parla(va) di un remake: quello del celebre serial muto "I vampiri" di Louis Feuillade, che il regista autoriale René Vidal (Macaigne) sta girando a Parigi con una star hollywoodiana, Mira Harberg (Vikander), nei panni della protagonista Irma Vep. Costei (interpretata da Musidora nel 1915 – anche se la serie, chissà perché, dice 1916 – e da Maggie Cheung nel 1996) è una dark lady ante litteram, fascinosa ladra vestita con una tuta nera aderente che fa parte di una banda criminale (i "Vampiri", appunto) che terrorizza Parigi. Ma l'arte e la vita, la realtà e l'immaginazione, si confondono durante la travagliata lavorazione della serie, che mette a dura prova le fragili esistenze di attori e cineasti, alle prese con spiriti e demoni personali... Autoreferenziale e autobiografica (in René c'è molto di Assayas, a partire dalla relazione con "l'attrice cinese" che aveva interpretato Irma Vep in precedenza) ma al tempo stesso meno realistica (basti notare che, a differenza del film con Maggie Cheung, stavolta nessuno interpreta sé stesso e dunque tutti i personaggi sono immaginari), la serie è purtroppo noiosa e sfilacciata: come molti prodotti televisivi che prendono l'idea di partenza da un film o da qualcosa di preesistente, ne stiracchia i contenuti per spalmarli su una durata di più ore senza una vera necessità narrativa, il che risulta in una successione di situazioni ed episodi del tutto estemporanei e inconsequenziali. E quando prova a farsi "profonda", con le discussioni sulla vita, il cinema, la spiritualità, si ha l'impressione che sia tutto improvvisato sul momento e superficiale. La Vikander è francamente inadeguata nel ruolo dell'attrice sexy e bisessuale: meglio Macaigne in quello del regista nevrotico e depresso, nonché alcuni comprimari. Fra i migliori, Vincent Lacoste (il vanesio attore francese Edmond), Lars Eidinger (l'eccentrico e tossicomane attore tedesco Gottfried) e Devon Ross (Regina, assistente personale di Mira nonché aspirante regista), mentre il personaggio della costumista lesbica Zoe (Jeanne Balibar), assieme alla protagonista stessa, è quello che più ha sofferto nel passaggio dal film alla serie tv. Velleitari i riferimenti allo stato del cinema e della tv moderna (ma è triste che un prodotto in teoria così permeato di storia del cinema sia uscito sotto forma di serie televisiva: d'altronde, il cinema è morto). I numerosi inserti con la vicenda dei vampiri, con spezzoni del serial muto e poi le scene rifatte, sono la cosa più interessante: ma a quel punto, è meglio dedicare il proprio tempo a rivedersi direttamente l'originale di Feuillade.

17 agosto 2022

Irma Vep (Olivier Assayas, 1996)

Irma Vep (id.)
di Olivier Assayas – Francia 1996
con Maggie Cheung, Jean-Pierre Léaud, Nathalie Richard
***

Rivisto in divx.

René Vidal (Jean-Pierre Léaud), regista "autoriale" da tempo in declino, è in procinto di girare un remake del classico serial del 1915 "I vampiri" di Louis Feuillade (naturalmente muto e in bianco e nero, come l'originale) scegliendo come protagonista Maggie Cheung (sé stessa), popolare attrice di Hong Kong. Giunta a Parigi, Maggie si ritrova spersa in una città straniera di cui non conosce la lingua e su un set pieno di confusione, dove abbondano tensioni e litigi. Per non parlare del fatto che si trova al centro delle tensioni fra la troupe e un regista in profonda crisi, sia professionale che personale, e delle attenzioni che, secondo feroci gossip, esercita su Zoé, la costumista lesbica (un'ottima Nathalie Richard). Una sorta di "Effetto notte" per Assayas, con cui affronta svariati temi semi-autobiografici e legati allo stato della settima arte in un momento di passaggio dalle velleità autoriali delle Nouvelle Vague (di cui René è uno degli ultimi rappresentanti: non a caso il personaggo è interpretato da Léaud, celebre "alter ego" di Truffaut nel ciclo di Antoine Doinel iniziato con "I quattrocento colpi") al post-modernismo di Tarantino & Co. (esemplificato dalla macchietta del giornalista che intervista Maggie, innamorato di John Woo e del cinema di arti marziali e feroce detrattore del vecchio cinema francese, descritto come "noioso", "intellettuale" e interessato solo al "proprio ombelico": sembra di sentire le stesse critiche che si facevano all'epoca al cinema impegnato italiano, o le parole rivolte da esegeti del cinema "popolare" e "d'azione" contro quello "d'autore"; il paradosso, naturalmente, è che le due cose possono convivere, come ha dimostrato la stessa Maggie nel corso della sua carriera, passando dalle pellicole di Jackie Chan a quelle di Wong Kar-wai). Lo stile di Assayas, per forza di cose, va alla ricerca del realismo, con la macchina a mano, lunghi piani sequenza, musica diegetica, dialoghi improvvisati o che si sovrappongono fra loro in modo fluente; e non mancano momenti intensi e sorprendenti, come quello in cui Maggie, per "entrare nel personaggio", indossa il costume di Irma Vep (una tuta in lattice, aderente e completamente nera, simile a quella di Musidora nel film di Feuillade ma ispirata anche alla Catwoman del secondo "Batman" di Tim Burton) e si aggira per l'albergo dove risiede, entrando persino nella stanza di una turista americana (interpretata da Arsinée Khanjian, moglie e musa di Atom Egoyan!) e rubandole una collana. L'insieme è affascinante, nel ritrarre il caos turbolento di una produzione cinematografica destinata da subito al fallimento: alla fine René abbandonerà il progetto e gli subentrerà un altro regista, José Mirano (Lou Castel), che come prima cosa rinuncerà all'attrice cinese, sostituendola con la sua controfigura. Maggie come sempre è esotica, splendida e vulnerabile. Nel cast anche Bulle Ogier (l'amica di Zoé). Nella colonna sonora spicca "Bonnie and Clyde" cantata da Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot. Nel 2022 lo stesso regista ha realizzato un remake autoreferenziale sotto forma di miniserie televisiva (con Alicia Vikander).

6 maggio 2022

Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968)

Teorema
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1968
con Terence Stamp, Silvana Mangano
***1/2

Rivisto in DVD.

La famiglia di un ricco industriale milanese riceve, nella propria villa fuori città, la visita di un misterioso ospite (Terence Stamp), non meglio identificato. Che seduce tutti (intellettualmente, emotivamente o sessualmente) e ne "rivoluziona" la vita. E quando se ne andrà, altrettanto improvvisamente, ciascuno si renderà conto che la sua presenza ha distrutto l'intero mondo che c'era prima (un mondo vuoto, di falsi valori) e catalizzato la guarigione, la conoscenza e la scoperta di sé. Il capofamiglia (Massimo Girotti), gravemente malato, viene da lui accudito (un conforto che paragona a quello del servo Gerasim ne "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj): guarito, l'uomo donerà la sua fabbrica agli operai (una scelta anticipata dall'incipit del film, dove un giornalista intervista i beneficiati), si spoglierà di tutti i vestiti e camminerà nudo nel deserto (come Gesù: i riferimenti ai Vangeli e alla Bibbia abbondano per l'intera pellicola). La moglie (Silvana Mangano), che in precedenza era apatica, senza interessi ed emozioni, scoprirà le gioie del sesso, e andrà in giro per le periferie e l'hinterland milanese a rimorchiare giovani amanti. Il figlio (Andrès José Cruz Soublette), con un complesso di inferiorità e inadeguatezza, si getterà nell'arte per esprimere sé stesso e le sue insicurezze, esplorando e sperimentando nuove tecniche, così da costruirsi un universo proprio e unico, senza confronti con nient'altro. La figlia (Anne Wiazemsky), vergine e inesperta, arriva a conoscere il mondo, la vita, gli uomini: una conoscenza che la sovrasta e la lascia vuota, tanto che dopo la partenza dell'ospite finisce in catalessi. E persino la serva di casa (Laura Betti), fortemente religiosa, ha un'esperienza mistica che la porta a diventare una sorta di santa, venerata dai contadini, che si nutre di ortiche e compie miracoli (levita, guarisce i bambini). Da un lavoro teatrale dello stesso Pasolini (che poi diverrà anche un romanzo), un film chiave e uno dei più importanti della sua filmografia, anche se può apparire un po' datato e difficile da apprezzare per uno spettatore odierno (per i suoi tempi lenti, i lunghi silenzi, i personaggi enigmatici, i temi complessi). Di fatto, però, ha lasciato una forte impronta nell'immaginario culturale e cinematografico (ispirerà, fra gli altri, il "Visitor Q" di Takashi Miike). La data di uscita non è casuale: il Sessantotto, che segna una rottura e un forte cambiamento nella società italiana, con la trasformazione delle classi che fino ad allora l'avevano contraddistinta (borghesia e proletariato, che si fondono o comunque si sfumano l'uno nell'altra). La regia è multiforme, sperimentale, misteriosa (le tonalità di seppia, le sequenze mute, l'uso della musica, le immagini ricorrenti come quelle del deserto, gli immancabili riferimenti religiosi). La colonna sonora (molto interessante, come suo solito) è di Ennio Morricone, ma ci sono anche molti brani del Requiem di Mozart (la morte è, ovviamente, simbolo di trasformazione). Piccole parti per Ninetto Davoli (il portalettere) e Susanna Pasolini, la madre di PPP (la vecchia contadina). Il titolo può essere spiegato dalla sequenza iniziale, nella quale il giornalista si domanda: "Un borghese, in qualsiasi modo agisce, sbaglia?". Come scrive Serafino Murri, "la risposta è nella dimostrazione, per absurdum, del teorema dell'irredimibilità della borghesia", una borghesia che si sta muovendo verso una presa di coscienza e un superamento delle sue (false) certezze. Alla sua uscita il film ha suscitato forti polemiche, per via delle scene di sesso e di nudo e del loro legame con il sacro, da parte di alcuni degli ambienti istituzionali e cattolici che hanno sempre contestato le opere di Pasolini, con richieste di censura (o addirittura di distruzione della pellicola). Ma ci furono contestazioni anche da sinistra, con accuse di "misticismo" e "reazionarietà": a dimostrazione di come il genio di PPP sia sempre stato difficile da inquadrare nello stantio e schematico dibattito culturale italiano.

28 marzo 2022

Noi siamo infinito (Stephen Chbosky, 2012)

Noi siamo infinito (The perks of being a wallflower)
di Stephen Chbosky – USA 2012
con Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller
***

Visto in TV (Prime Video).

Adolescente intelligente ma introverso, depresso e con tendenze suicide, Charlie (Logan Lerman) inizia il liceo senza amici e bullizzato dagli alunni più grandi. Ma tutto cambia quando conosce lo spigliato Patrick (Ezra Miller) e la sua sorellastra Sam (Emma Watson), studenti dell'ultimo anno, che lo introducono nella loro cerchia. Grazie ai nuovi amici, peraltro non esenti a loro volta da problemi e tormenti, Charlie uscirà dal guscio e saprà fare in qualche modo i conti con un tragico passato. Dal suo omonimo romanzo, Chbosky scrive e dirige una storia di coming-of-age che parte come una commedia scolastica adolescenziale ma si fa quasi subito dark ed esistenziale, mostrando il lato più oscuro dei personaggi e del loro difficile passaggio verso l'età adulta, fra piccoli e grandi drammi che solo il sostegno reciproco può aiutare a superare. L'amicizia con Patrick e l'amore verso Sam accompagnano Charlie durante il primo anno di liceo, insieme alle vicende scolastiche (la passione per la letteratura, incoraggiata dal professore di inglese), quelle famigliari (i rapporti con i fratelli) e ai traumatici ricordi del passato. Strutturata come un romanzo epistolare (Charlie scrive a un amico senza nome, raccontandogli le proprie vicende), la pellicola è ambientata all'inizio degli anni Novanta ed è accompagnata da una bella colonna sonora a base di rock (dove spicca "Heroes" di David Bowie, il brano che gli amici ascoltano mentre passano in macchina attraverso il tunnel) e da vari riferimenti culturali (come il "Rocky Horror Picture Show", alle cui rappresentazioni "dal vivo" – simbolo di apertura alla diversità e alla consapevolezza di sé stessi – il gruppo di amici partecipa in costume). Bravo e intenso il cast di giovani attori: Lerman e Miller sono ottimi, la Watson sorprende in un ruolo al di fuori della bolla di Harry Potter. Il titolo italiano è forse un po' troppo "mocciano" (o "mucciniano"?), ma si rifà alla battuta finale del film.

20 febbraio 2022

Le lacrime amare di Petra von Kant (R. W. Fassbinder, 1972)

Le lacrime amare di Petra von Kant
(Die bitteren Tränen der Petra von Kant)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Hanna Schygulla
***1/2

Visto in divx.

La stilista Petra von Kant (Margit Carstensen), che vive reclusa nella propria casa in compagnia della silenziosa assistente tuttofare Marlene (Irm Hermann), riceve la visita dell'amica Sidonie (Katrin Schaake) che le presenta Karin (Hanna Schygulla), una giovane modella da poco tornata in Germania dall'Australia. Innamorata della ragazza, la donna la prende sotto la sua ala protettrice e la invita ad abitare con lei: ma quando Karin, dopo aver raggiunto a sua volta la fama, la abbandonerà, Petra avrà un crollo e un esaurimento nervoso... Uno dei capolavori di Fassbinder, uno studio sul narcisismo e la dipendenza amorosa ("Ein krankheitsfall", "Un caso di malattia", recita il sottotitolo) con un cast esclusivamente femminile e tratto da una sua opera teatrale. Tale origine è evidente: l'intera azione – divisa in quattro "atti" di mezz'ora ciascuno – si appoggia ai dialoghi e si svolge tutta nell'appartamento di Petra, anzi nella sua camera da letto, fra colonne e pareti ricoperte da perlinature di legno, tendaggi, quadri (una parete è rivestita completamente da una riproduzione del dipinto seicentesco "Mida e Bacco" di Nicolas Poussin), specchi e oggetti vari, come manichini e bambole, una delle quali ha proprio le fattezze della bionda Karin. Le fenomenali attrici (sei in tutto: ci sono anche Eva Mattes e Gisela Fackeldey, rispettivamente la figlia e la madre di Petra, che appaiono nel quarto e ultimo atto) danno vita a personaggi diversificati, che ruotano tutti intorno alla figura centrale di Petra: dai loro dialoghi con lei, infatti, emergono i suoi sentimenti, le riflessioni sul ruolo della donna nei rapporti d'amore e di potere, il differente modo di atteggiarsi in un mondo solo apparentemente pigro e decadente (sia Petra che Sidonie sono evidentemente di famiglia aristocratica). Notevole in particolare la figura di Marlene, che non parla mai ma assiste e osserva soltanto, pallida e vestita di nero come un servo di scena (un kuroko del teatro giapponese): devota alla sua padrona, accetta di essere comandata e maltrattata da lei e sceglierà di andarsene quando questa invece le mostrerà empatia. È un cinema certo teatrale, con scenografie barocche e claustrofobiche, ma tagliente e profondo nei personaggi e nelle caratterizzazioni psicologiche: Fassbinder al suo meglio, insomma, con le sue attrici belle, vive e sfaccettate, problematiche e complesse, imprigionate nei propri problemi di dipendenza che sfociano in punte di pura (melo)drammaticità. Come colonna sonora, proveniente dai dischi di Petra, ci sono due canzoni del Platters ("Smoke Gets Into Your Eyes" e "The Great Pretender") e poi, nella scena dello "sclero" finale, quando la donna è tormentata dalla disperazione e dal dolore, un estratto dalla "Traviata" di Verdi ("Un dì, felice, eterea") con il celebre inno a "quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor". Nel 2005 il compositore irlandese Gerald Barry realizzerà proprio un'opera lirica a partire dal testo di Fassbinder. Il film ha ispirato, fra gli altri, cineasti come Olivier Assayas, Peter Strickland e soprattutto François Ozon (che nel 2022 ne realizzerà anche una versione al maschile, "Peter von Kant").

16 febbraio 2022

Il gioco del destino e della fantasia (R. Hamaguchi, 2021)

Il gioco del destino e della fantasia (Guzen to sozo)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Kotone Furukawa, Katsuki Mori, Fusako Urabe
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Tre storie "minimaliste" (con protagoniste femminili) per un film a episodi sull'amore, le coincidenze, le finzioni, gli inganni, gli errori e la scoperta di sé. Accompagnate dalla musica per piano di Schumann, le tre vicende sono slegate l'una dall'altra ma condividono uno stile asciutto, basato su lunghi dialoghi e una regia poco invadente. Il regista, anche sceneggiatore, di solito realizza "film fiume": qui invece si è messo alla prova con la breve durata (praticamente si tratta di tre cortometraggi), con risultati in crescendo. Orso d'argento (gran premio della giuria) a Berlino.

1. "Magia (o qualcosa di meno rassicurante)" (*1/2): quando l'amica Tsugumi (Hyunri) le racconta dell'incontro "magico" avuto con un ragazzo, la fotomodella Meiko (Kotone Furukawa) capisce che si tratta del suo ex, Kazuaki (Ayumu Nakajima), che l'aveva lasciata due anni prima. E torna da lui per riconquistarlo, o almeno per costringerlo a scegliere fra lei e l'amica... Personaggi non particolarmente simpatici e dialoghi sull'amore intellettuali e noiosi, per l'episodio più scontato e meno interessante dei tre. Lo stile, per certi versi, mi ha ricordato quello del coreano Hong Sang-soo (vedi anche la sequenza in cui Meiko si immagina la possibile reazione degli altri due).

2. "La porta spalancata" (**1/2): per vendicarsi del professor Segawa (Kiyohiko Shibukawa), l'insegnante che lo aveva bocciato all'università, lo studente Sasaki (Shouma Kai) convince l'amica Nao (Katsuki Mori) a sedurlo e a registrare l'audio del loro incontro per screditarlo. Ma la donna rimane colpita dalla sensibilità dell'insegnante, capace di scrutare nel profondo delle sue insicurezze e dei suoi traumi... La lunga sequenza dell'incontro fra Nao e Segawa nell'ufficio di lui, la cui porta rimane sempre aperta e dove lei – per "tentarlo" – legge ad alta voce un passo particolarmente erotico del libro da lui scritto, è al cuore di un episodio intenso e terapeutico.

3. "Ancora una volta" (***): in un mondo in cui un virus informatico ha reso inutilizzabili i mezzi di comunicazione digitali, Natsuko (Fusako Urabe) torna al suo paese di origine per partecipare a una rimpatriata con le compagne del liceo, nella speranza di rivedere Mika, il suo primo amore, di cui non ha notizie da vent'anni. Ma per un malinteso scambia per lei Aya, un'estranea che a sua volta è rimasta legata a un'amicizia da tempo persa di vista. Dopo aver chiarito l'equivoco, le due donne "reciteranno" ciascuna la parte dell'amica perduta, aiutandosi a darsi sostegno a vicenda e a fare un bilancio della propria vita. Sicuramente l'episodio migliore dei tre, sorprendente e delicato.

13 febbraio 2022

Il potere del cane (Jane Campion, 2021)

Il potere del cane (The power of the dog)
di Jane Campion – GB/Australia/NZ/Canada 2021
con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Montana, 1925: quando suo fratello George (Jesse Plemons) si sposa con Rose (Kirsten Dunst), locandiera vedova con un figlio studioso e delicato (Kodi Smit-McPhee), il ranchero Phil (Benedict Cumberbatch) fa di tutto per rendere loro la vita difficile con il suo atteggiamento aggressivo, rozzo e scostante, apparentemente infastidito soprattutto dai modi gentili ed effemminati del ragazzo. Ma forse c'è qualcosa di più, e il rapporto fra Phil e il giovane Peter riecheggia in qualche modo quello fra l'uomo e il suo mentore di un tempo, l'enigmatico Bronco Henry... Da un romanzo di Thomas Savage, una pellicola che si svolge sul filo dell'ambiguità dei sentimenti, mai esplicitati fino in fondo oppure nascosti sotto la patina dei ruoli e delle maschere che ciascuno indossa. Un western (moderno) incentrato sulle finezze psicologiche sembrerebbe manna dal cielo, e infatti la critica ha gradito parecchio (ben 12 nomination agli Oscar, con la forte probabilità di portare a casa i premi più importanti!). Eppure, sin dai tempi di "Lezioni di piano", c'è sempre qualcosa nei film della Campion che non mi va a genio e che mi lascia la sensazione di aver perso il mio tempo a guardarli: l'impressione di un mondo artefatto e fasullo, che sotto l'apparente ambiguità nasconde psicologie da romanzo Harmony, con una confezione patinata e manierista, emozioni e sentimenti artificiali e caratterizzazioni di carta velina. Il risultato è un film in gran parte noioso, trascinato e manierista, che si ravviva però nel finale, quando lo "scontro" fra gli unici due personaggi che contano davvero nella storia (ovvero Phil e Peter: Rose e George invece, nonostante il lungo tempo di esposizione sullo schermo, restano figure marginali e, nel caso di lei, patetiche) si fa più diretto e persino esplicito. Rimane dentro anche una buona atmosfera, veicolata dalla bella colonna sonora (di Jonny Greenwood dei Radiohead) e dai paesaggi malickiani (il "cane" del titolo è legato alla conformazione dei monti che circondano le pianure in cui si svolge la storia). Ottimi gli interpreti. La Campion non dirigeva un film cinematografico da 12 anni, ovvero dall'orribile "Bright star".

20 gennaio 2022

Thelma (Joachim Trier, 2017)

Thelma (id.)
di Joachim Trier – Norvegia/Dan/Fra/Sve 2017
con Eili Harboe, Kaya Wilkins
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Thelma (Eili Harboe), cresciuta in campagna nell'alveo di una famiglia molto religiosa e sempre tenuta sotto controllo dai genitori (Henrik Rafaelsen e Ellen Dorrit Petersen), va in città a studiare biologia all'università. Qui si concede le prime trasgressioni, e in particolare si innamora (ricambiata) di una compagna di studi, la bella Anja (Kaya Wilkins). Ma i forti sensi di colpa scateneranno un suo "potere" psicocinetico latente. Insolita commistione fra l'horror-thriller soprannaturale e il romanzo di formazione: in maniera non dissimile dal francese "Raw", uscito l'anno prima (ma con uno stile molto diverso: se quello era forte e truculento, questo è algido e controllato), vira in chiave fantastica la tematica della crescita di una giovane ragazza timida e sola, che per la prima volta si trova a confrontarsi con il mondo esterno, a mettere in discussione ciò che le è stato sempre insegnato (la curiosità scientifica cozza contro i dogmi della Bibbia) e a dover affrontare le proprie pulsioni, turbamenti (sessuali in primis) ed emozioni, fino ad allora represse dall'educazione religiosa e dall'influenza dei genitori. Le manifestazioni del suo potere, che in un primo momento sembrano soltanto delle "crisi" simil-epilettiche, proprio perché inaspettate e non controllate, suggeriscono evidenti paralleli con le possessioni demoniache, come testimoniano le iconografie e la presenza di animali – corvi neri o serpenti – che popolano le sue visioni. Le ottime interpretazioni e la regia lucida concorrono alla riuscita di una pellicola assai accattivante e a tratti davvero inquietante (si pensi ai flashback o alle scene in piscina), che indaga in maniera originale il tema della repressione dei sensi di colpa. Peccato solo per un finale forse un po' affrettato.

3 novembre 2021

Madres paralelas (Pedro Almodóvar, 2021)

Madres paralelas (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2021
con Penélope Cruz, Milena Smit
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

La quarantenne Janis (Penélope Cruz), fotografa di moda, e la minorenne Ana (Milena Smit), entrambe single, partoriscono lo stesso giorno, nello stesso ospedale. Ma a loro insaputa le neonate vengono scambiate. Quando Janis se ne accorge, e dopo aver saputo che la bambina affidata ad Ana è morta in culla, sarà tentata di non rivelare la verità a nessuno... Due storie "parallele", appunto (almeno fino a un certo punto, visto che le esistenze delle due donne finiscono inevitabilmente per incrociarsi di nuovo), di maternità molto diverse fra loro: se per Ana è stato un "incidente" non voluto, per Janis, vista l'età, è forse l'ultima occasione per coronare un sogno (il che spiega la sua esitazione a rivelare la verità, nel timore di non avere un'altra possibilità). Il che porta a un altro "parallelo", quello fra Janis e Teresa (Aitana Sánchez-Gijón), la madre di Ana, che a sua volta ha l'ultima occasione per coronare un sogno in tarda età, ovvero diventare attrice teatrale, anche a costo di lasciare la figlia da sola in una situazione difficile. Se lo spunto di partenza (lo scambio di neonati) può ricordare "Father and son" di Hirokazu Koreeda, gli sviluppi e l'approccio scelto da Almodóvar sono diversi: innanzitutto perché la vicenda è letta in chiave esclusivamente femminile (e femminista, tanto che la Cruz sfoggia a un certo punto una maglietta con su scritto "We should all be feminist"), con donne/madri/figlie/nipoti che vivono da sole, per scelta o per obbligo, e persino con un condimento lesbico (che forse era superfluo, ma è di Almodóvar che stiamo parlando...). Ma poi c'è altro: se i bambini rappresentano il futuro, anche il passato torna a fare capolino attraverso la sottotrama della fossa comune, con le vittime della guerra civile (parenti e antenati) che l'antropologo forense Arturo (Israel Elejalde), il padre della figlia di Janis, è incaricato di riesumare. Parentele future e passate (nonché vissuto privato e pubblico/politico) si toccano e si influenzano a vicenda, dunque, con numerosi "paralleli" anche in questo caso (donne costrette a restare da sole; il conflitto fra il bisogno di sapere e l'innocenza del vivere nell'ignoranza; lo stesso test del DNA che viene usato con obiettivi diversi: per chiarire i dubbi sulla maternità in un caso, per identificare i corpi dei parenti nel secondo). Penélope Cruz ha vinto a Venezia la Coppa Volpi come miglior attrice. Il cast comprende anche habitué almodovariane come Rossy de Palma (l'amica caporedattrice) e Julieta Serrano (la vecchia zia). Tipici del regista spagnolo (che si sbizzarrisce in un paio di scene, come quella del flashback che parte nel momento in cui Janis va ad aprire la porta ad Arturo) anche i colori della fotografia e delle scenografie. Nella colonna sonora spicca "Summertime" (una ninna nanna, simbolo del legame fra una madre e il suo bambino!) cantata da Janis Joplin (a cui il personaggio interpretato dalla Cruz deve il suo nome).