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17 agosto 2021

Flic story (Jacques Deray, 1975)

Flic story (id.)
di Jacques Deray – Francia 1975
con Alain Delon, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in TV (Prime Video).

Nella Parigi del dopoguerra (siamo nel 1947), il giovane e brillante ispettore della Sûreté Roger Borniche (Alain Delon) viene incaricato di acciuffare un criminale appena evaso di prigione, il feroce e pericoloso Emile Buisson (Jean-Louis Trintignant). Tratto dalle memorie autobiografiche del vero Borniche (il cui personaggio apre e chiude infatti la pellicola in una sorta di narrazione), è forse il miglior film di Deray, la storia di una caccia all'uomo raccontata in maniera asciutta e lineare, con i poliziotti che passano di traccia in traccia mentre il bandito elimina dietro di sé spie e informatori, e con un'eccellente caratterizzazione dei personaggi. È una sorta di sfida fra due uomini per molti versi l'uno all'opposto dell'altro, e non solo perché si trovano su due lati della barricata, ma anche per le loro idee politiche e i loro trascorsi (Borniche è un ex partigiano, Buisson un reazionario) nonché, ovviamente, per il carattere e l'indole: Borniche è un poliziotto "buono", uno "sbirro con la coscienza" che non tollera gli eccessi e le violenze dei suoi colleghi; Buisson un criminale spietato e paranoico, che uccide a sangue freddo anche gli innocenti e i propri complici che sospetta di essere traditori, a ragione – come il barista Raymond (Mario David) – o a torto – come l'autista italiano Mario (Renato Salvatori). Ciò nonostante, fra i due (che si ritroveranno faccia a faccia solo alla fine), scatta una sorta di sintonia, tanto da definirsi "se non amici, almeno compagni di viaggio" e finire quasi per comprendersi a vicenda (a un certo punto Borniche dice addirittura: "Certi giorni mi farebbe quasi piacere essere Buisson"). La scena della cattura del criminale, con la tensione che monta nella locanda dove buoni e cattivi mangiano fianco a fianco, mi ha ricordato alcuni classici film hongkonghesi ("Dragon Inn" e "Bullets over summer"). Ottimo Delon, sempre con l'immancabile sigaretta in bocca, ma soprattutto Trintignant, dallo sguardo gelido e impenetrabile. Nel cast anche Claudine Auger, André Pousse, Paul Crauchet.

12 luglio 2020

Solo sotto le stelle (David Miller, 1962)

Solo sotto le stelle (Lonely are the brave)
di David Miller – USA 1962
con Kirk Douglas, Gena Rowlands
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il mandriano Jack W. Burns (Kirk Douglas) è un uomo fuori dal suo tempo: ama le praterie, i grandi spazi e la libertà, non ha domicilio, si sposta a cavallo come i cowboy di una volta e senza documenti, e ovviamente mal sopporta il mondo moderno con le sue regole e limitazioni. Quando viene a sapere che il suo più caro amico Paul (Michael Kane), colui che ha sposato la donna che anche lui amava (Gena Rowlands), è stato chiuso in prigione per aver sfamato e protetto degli immigrati clandestini, si fa arrestare apposta per poterlo incontrare in carcere. Da lì, naturalmente, non perde tempo a evadere (“Non ci resto in questo posto: impazzirei, ucciderei qualcuno!”) per fuggire verso il Messico, in sella alla sua cavalla Whisky. Ma sulle sue tracce si lancia la polizia, guidata dallo sceriffo locale, Morey Johnson (Walter Matthau), che con tanto di elicotteri e camionette lo bracca sul fianco della montagna che si frappone fra lui e la libertà... Sceneggiato da Dalton Trumbo (con cui Douglas aveva già lavorato due anni prima in "Spartacus") da un romanzo di Edward Abbey, un western di ambientazione contemporanea che lo stesso attore considerava il suo preferito fra tutti i film che aveva interpretato. Avventuroso e intenso, sembra quasi l'anello di congiunzione fra "Una pallottola per Roy" e il primo "Rambo" – con la caccia all'uomo sulle montagne o in mezzo alla natura da parte di forze dell'ordine che non possono condonare il suo innato desiderio di libertà – naturalmente passando per film (come "L'ultimo buscadero" di Sam Peckinpah) che hanno raccontato il tramonto di un cowboy ormai trapiantato nel mondo moderno. Ottimo Douglas, alle prese come suo solito con un messaggio progressista e ancora d'attualità (da sottolineare l'amico intellettuale che si batte per i diritti degli immigrati). George Kennedy è il secondino “carogna”. Interessante vedere Matthau in un ruolo non comico, il simpatetico e comprensivo sceriffo cui fa da spalla William Schallert nella parte dell'assistente-telefonista.

27 giugno 2020

Senza tregua (John Woo, 1993)

Senza tregua (Hard Target)
di John Woo – USA 1993
con Jean-Claude Van Damme, Yancy Butler
**1/2

Rivisto in DVD.

Giunta a New Orleans per rintracciare il padre senzatetto, una ragazza (Yancy Butler) assume il marinaio Chance Boudreaux (Van Damme) affinché la aiuti nella ricerca. Insieme scopriranno che l'uomo è rimasto vittima di una banda di criminali che organizzano vere e proprie "cacce all'uomo" per facoltosi clienti, scegliendo le loro prede fra i reietti della società. Il primo film americano di John Woo, dopo i successi hongkonghesi che gli valsero la chiamata a Hollywood, è un action movie chiaramente ispirato al classico "La pericolosa partita" del 1932. La trama è semplice e lineare e i personaggi sono tagliati con l'accetta (basti pensare ai "cattivi" Lance Henriksen e Arnold Vosloo), ma la regia nelle scene d'azione, pur lontane dai livelli dei film precedenti, è sicuramente un valore aggiunto, anche perché in esse si percepisce tutta l'artigianalità hongkonghese (siamo in epoca pre-digitale!). I ralenti, la camera mobile, la fotografia colorata (di Russell Carpenter) e gli elementi simbolici (la colomba bianca) compensano dunque in parte i difetti, a partire da un protagonista inespressivo (ma atletico e tamarro: un JCVD che non si limita a dare calci, ma spara con pistole e fucili a pompa, va in moto e a cavallo, e prende a pugni e poi morde un serpente a sonagli!). Lo scontro finale avviene in una vecchia fabbrica abbandonata che funge da magazzino per mascheroni e carri di carnevale. Kasi Lemmons è la poliziotta Marie, Wilford Brimley il vecchio "zio" distillatore clandestino (con la calzamaglia rossa di Superpippo), mentre lo sceneggiatore Chuck Pfarrer interpreta la prima vittima dei cacciatori. Non fidandosi del tutto del regista, la casa di produzione gli affiancò Sam Raimi, pronto a subentrargli qualora ce ne fosse stato bisogno, e tagliò poi diverse sequenze considerate troppo violente per il pubblico americano per evitare il divieto ai minori (la versione giunta da noi, per fortuna, ne ha conservate alcune). Viste le difficoltà di adattarsi all'industria hollywoodiana, Woo impiegherà tre anni prima di dirigere un altro film.

10 maggio 2019

I fratelli Sisters (Jacques Audiard, 2018)

I fratelli Sisters (The Sisters Brothers)
di Jacques Audiard – USA/Francia 2018
con John C. Reilly, Joaquin Phoenix
***

Visto al cinema Colosseo.

I fratelli Sisters – il più giovane, impulsivo e violento Charlie (Joaquin Phoenix) e il più maturo, riflessivo e sensibile Eli (John C. Reilly) – sono due bounty killer al servizio del ricco e potente Commodoro, nell'Oregon del 1851, che li utilizza per i lavori più sporchi e per mettere a tacere i suoi nemici. Feroci e spietati, preceduti dalla loro fama di assassini, i due vengono incaricati di rintracciare Warm (Riz Ahmed), un chimico che ha messo a punto una sostanza in grado di rilevare la presenza di oro nei giacimenti fluviali, in fuga insieme all'informatore John Morris (Jake Gyllenhaal). Dal romanzo di Patrick deWitt "Arrivano i Sister", un western d'autore (è il primo film di Audiard in lingua inglese) che gioca con le convenzioni del genere, divertendosi a sovvertirle sia dal lato formale (la fotografia così vivida, la musica dal timbro spiazzante, le sparatorie mostrate attraverso ellissi o fuori campo) che da quello dei contenuti (vedi l'inatteso finale, con la mancata resa dei conti col cattivo, ma anche la struttura a doppio buddy movie, con le due coppie di inseguitori e di inseguiti). Il tutto, vivaddio, prendendo sempre sul serio la materia trattata e senza mai eccedere sul piano post-moderno o parodistico. Personaggi e situazioni sono infatti quelli dei western classici, soltanto leggermente "traslati" o fuori posto: a partire dai due protagonisti, che in altre pellicole non sarebbero che personaggi minori, cioè gli sgherri del cattivo, e che qui invece (soprattutto nel caso del fratello maggiore, interpretato da un ottimo Reilly) vengono portati in primo piano, indagati nel profondo, mostrati nelle loro più intime debolezze (le insospettabili tenerezze di uno spietato sicario che si lava i denti o conserva lo scialle di una donna amata) o nelle incomprensioni del rapporto familiare (evidenziato già dal titolo: "Siamo i fratelli Sisters. Sisters come sorelle"), lasciati in preda ai dubbi o ai rimorsi e infine, in qualche modo, ricompensati con un finale sereno. Rutger Hauer è il Commodoro, nell'unica breve scena in cui appare. Premio per la regia a Cannes.

14 marzo 2019

Il tesoro di Vera Cruz (Don Siegel, 1949)

Il tesoro di Vera Cruz (The Big Steal)
di Don Siegel – USA 1949
con Robert Mitchum, Jane Greer
**

Visto in TV.

Giunto in Messico sulle tracce di Jim Fisher (Patric Knowles), rapinatore che gli ha sottratto un milione di dollari destinati alle paghe dell'esercito statunitense, il tenente Douglas Anderson (Robert Mitchum) è inseguito a sua volta dal proprio superiore, il capitano Blake (William Bendix), convinto che il responsabile del furto sia invece lui. Con l'aiuto della spigliata Joan Graham (Jane Greer), anche lei con un conto da regolare con Fisher, i due si lanciano all'inseguimento dell'uomo lungo le polverose strade messicane. Ma ignorano di essere tutti tenuti sott'occhio dall'ispettore locale Ortega (Ramón Novarro), che gioca con loro come il gatto con i topi... I classici ingredienti del noir, trasfigurati in un'avventura solare e divertente (anche se latitano sia il realismo che la tensione), quasi un remake de "La collana insanguinata" di Robert Wise, uscito l'anno prima: una caccia al tesoro a base di inseguimenti (e qualche colpo di scena finale) in un paese straniero. A questo proposito, non mancano alcuni divertenti scambi idiomatici (la ragazza è l'unica fra gli americani a parlare lo spagnolo, mentre l'ispettore messicano si impappina spesso con i modi di dire inglesi). Mitchum e la Greer tornavano a fare coppia sullo schermo due anni dopo "Le catene della colpa". Forse Peckinpah si ricorderà del film al momento di farne una versione più violenta e sardonica con "Voglio la testa di Garcia". Ne esiste una versione colorizzata.

12 ottobre 2014

Rambo (Ted Kotcheff, 1982)

Rambo (First blood)
di Ted Kotcheff – USA 1982
con Sylvester Stallone, Brian Dennehy
***

Rivisto in TV.

John Rambo (Stallone), reduce del Vietnam da poco tornato in patria, sta attraversando il paese quando viene preso di mira dall'arrogante sceriffo (Dennehy) di una cittadina dello stato di Washington, che lo accusa di vagabondaggio. Fuggito fra i boschi che ricoprono le impervie montagne circostanti, è oggetto di una caccia all'uomo da parte della polizia locale: ma la situazione si complica, visto che Rambo è un berretto verde addestrato nelle più svariate tattiche di guerriglia e di sopravvivenza. Nemmeno l'intervento della guardia nazionale e l'arrivo del generale Trautman (Richard Crenna), comandante di Rambo in Vietnam, risolvono la situazione, la cui escalation porta a un confronto diretto fra Rambo e lo sceriffo. Tratto da un romanzo di David Morrell (che terminava con la morte del protagonista), il film che ha dato vita alla seconda serie più popolare della carriera di Stallone (dopo "Rocky"): ma se nei capitoli successivi il personaggio si tramuterà in un simbolo della forza militare americana (e segnatamente dell'amministrazione reaganiana), impegnato in una serie di missioni all'estero, qui i toni sono ben diversi, quasi intimi e psicologici, e si sviluppano all'insegna del disagio dei reduci di una guerra diventata sinonimo di sconfitta e di tragedia nazionale, che hanno vissuto l'inferno sulla propria pelle (memorabile il "crollo" emotivo di Rambo nel finale, quando si rende finalmente conto di essere rimasto l'unico sopravvissuto della sua vecchia squadra) e che al rientro in patria hanno trovato soltanto ostilità, contestazione e antipatia. Anche se Stallone, intervenendo sulla sceneggiatura, ha cercato di accrescere l'empatia del personaggio, in questo primo film Rambo è di fatto un perdente e un emarginato, nonostante le sue incredibili abilità gli permettano di tenere testa da solo contro un numero soverchiante di avversari. Al di là della spettacolarità e della tensione delle scene di combattimento (che comunque non mancano) e di una trama che si incentra sullo scontro fra un tutore dell'ordine deviato (lo sceriffo) e un innocente perseguitato (in fondo non dissimile da pellicole come "Convoy" o "L'imperatore del nord"), il film acquista dunque valore come documento di un disagio di natura sia personale (i "flashback" con i ricordi delle torture e degli orrori vissuti durante la guerra) sia socio-culturale, quando non addirittura politico, specchio e metafora di tutte le contraddizioni dell'America. Dietro le apparenze di un "semplice" film d'azione e d'avventura, dunque, la carne al fuoco è tanta. E Stallone è perfetto nell'equilibrare l'energia e la fragilità nascosta del personaggio. Peccato solo per il finale, che non conclude degnamente la storia ma preserva il protagonista per i successivi sequel (dal maggiore successo di pubblico ma non altrettanto di critica).

14 marzo 2014

Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 2012
con Jessica Chastain, Jason Clarke
*1/2

Visto in TV.

Dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 (di cui non vengono mostrate immagini: si odono solo suoni e registrazioni audio su uno schermo nero), un'unità speciale della CIA dà la caccia al principale responsabile, Osama Bin Laden, il capo di Al Qaeda. Seguendo per anni una pista assai esile, un'agente particolarmente ostinata riuscirà a individuare il suo rifugio segreto in Pakistan, permettendo così ai marines di irrompere nell'edificio e di ucciderlo. Dopo l'imprevisto successo di "The Hurt Locker", la Bigelow decide di battere il ferro finché è caldo e sforna una versione romanzata della caccia all'uomo più ricercato del mondo, che la sceneggiatura (di Mark Boal) racconta dal punto di vista di un singolo personaggio, l'agente Maya (interpretato da Jessica Chastain), ritratta dapprima come sperduta e a disagio e poi, via via, sempre più dura, decisa e ostinata. Ma tale protagonista, dalla caratterizzazione superficiale e priva di personalità, non è in alcun modo in grado di fare da guida allo spettatore, lasciato di fatto a sé stesso in una pellicola noiosa e senza ritmo né suspense, che si barcamena infelicemente fra finzione e documentario e che cerca inutilmente di coprire la propria mediocrità con l'emozione fornita dai fatti reali. Il risultato è piatto, retorico, vendicativo, americano-centrico, incapace di approfondire tanto il contesto storico quanto i suoi stessi personaggi, oltre che troppo lungo e senza un'idea di cinema che lo sostenga. Dopo 20-25 minuti già avevo perso ogni interesse in un film che per quasi un'ora e mezza gira a vuoto, e solo nel finale pare cambiare marcia con la sequenza dell'irruzione dei marines, peraltro girata (con notevole stacco stilistico rispetto al resto) come se si trattasse di un videogioco: irreale, del tutto priva di tensione e da guardare come anestetizzati. Velatamente pro-Bush e anti-Obama, soprattutto nella descrizione delle torture e degli interrogatori da parte degli agenti della CIA, ritratti come necessari: quando viene eletto il nuovo presidente, gli agenti commentano che "è cambiata l'aria" e si mostrano delusi di non poter più continuare con gli stessi metodi perché i nuovi politici non glielo permetteranno. Il titolo significa, in gergo militare, "mezzanotte e mezza", l'ora in cui è stato ucciso Bin Laden.

6 febbraio 2014

La pericolosa partita (Pichel, Schoedsack, 1932)

La pericolosa partita (The most dangerous game)
di Irving Pichel, Ernest B. Schoedsack – USA 1932
con Joel McCrea, Leslie Banks
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Il conte Zaroff, esule dalla Russia ed appassionato cacciatore di ogni specie di animale vivente, si è ritirato a vivere su un'isola privata nei Caraibi, dove sfoga la sua passione dando la caccia alla "preda più pericolosa" di tutte: l'uomo. Sfrutta infatti i numerosi naufragi che avvengono nelle acque circostanti, piene di scogli insormontabili, per procurarsi le "vittime" designate. Tratto da un racconto breve di Richard Connell che tornerà più volte a ispirare il cinema (basti ricordare la pellicola d'esordio di John Woo a Hollywood, "Senza tregua", con Jean-Claude Van Damme), un classico del genere pulp, prodotto da Schoedsack e Merian C. Cooper, i registi di "King Kong". E con il film sullo scimmione ha parecchio in comune, a partire dagli attori di contorno (Fay Wray, Robert Armstrong), gran parte della troupe e persino numerosi set (quelli della "giungla", che venivano impiegati solo di notte perché di giorno erano usati appunto per le riprese di "King Kong"). Il tema della caccia all'uomo per sport è onnipresente sin dalle prime scene del film, quando al protagonista Joel McCrea, provetto cacciatore newyorkese a bordo dello yacht che lo condurrà suo malgrado sull'isola, viene chiesto come si sentirebbe se si trovasse al posto delle tigri che solitamente affronta nelle sue battute, e lui risponde: "Non mi capiterà mai. Il mondo si divide in cacciatori e prede, e io sono un cacciatore". Viscerale e forse ingenuo, il film ha comunque un suo fascino divertente e sinistro, oltre a rappresentare archetipicamente il tema narrativo del conflitto. E il personaggio del cattivo, il conte Zaroff (interpretato alla perfezione da un Leslie Banks che nella versione originale sfoggia un magnifico falso accento russo), si staglia memorabile come uno dei malvagi più interessanti nella storia dei B-movie.

23 febbraio 2011

Il grinta (Joel ed Ethan Coen, 2010)

Il grinta (True Grit)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2010
con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld
**

Visto al cinema Colosseo.

L'ostinata quattordicenne Mattie Ross assolda l'anziano sceriffo Rooster Cogburn, detto "il grinta", per dare la caccia all'uomo che ha ucciso suo padre. Ai due, nelle terre selvagge, si unirà anche un ranger texano. Per una volta non sono uscito infastidito dalla proiezione di un film dei Coen, ma persino soddisfatto per essere stato piacevolmente intrattenuto. Certo, rimane un film innocuo ed essenzialmente inutile, che si limita a riproporre pedissequamente storia, personaggi e persino inquadrature e dialoghi della versione precedente, visto che i due fratelli, come sempre, sono incapaci di elaborare una propria interpretazione e di aggiungere idee originali al materiale che saccheggiano. Rispetto alla pellicola del 1969 ci sono solo due scene in più: il suggestivo incontro con il medico-sciamano vestito con la pelle di orso e il patetico (e superfluo) controfinale nel quale vediamo Mattie invecchiata: ma non avendo letto il romanzo originale di Charles Portis, non escluderei che provengano entrambe da quelle pagine. Per il resto, faccio fatica a capire che bisogno ci fosse di realizzare un remake di un western già di per sé non eccezionale (e che è passato alla storia solo per essere valso a John Wayne il suo unico Oscar) senza nemmeno tentare un approfondimento o una rilettura dei suoi temi. Buono il cast, nel quale spicca Matt Damon nel ruolo dello sbruffone texano Le Boeuf, mentre Jeff Bridges è monolitico e macchiettistico (e perde alla distanza il confronto con Wayne, il che è tutto dire) e all'acerba Hailee Steinfeld è difficile prevedere una carriera di successo (ma almeno dimostra i quattordici anni del personaggio, a differenza della Kim Darby del film di Hathaway). Josh Brolin, senza infamia e senza lode, è il "cattivo" Tom Chaney. Alla resa dei conti, si tratta di un film divertente e gradevole da vedere proprio perché canonico, essenziale e privo di ambizioni autoriali, un puro e semplice omaggio a una pellicola del passato. Quanto all'epica della frontiera, alla tensione della caccia all'uomo, all'ossessione della vendetta e all'elogio dell'amicizia, meglio cercarli altrove: magari in uno dei tanti capolavori del genere usciti negli anni '50, '60 e '70, un'epoca in cui peraltro l'Academy si guardava bene dal regalare a un western dieci candidature ai premi Oscar.

22 febbraio 2011

Il grinta (Henry Hathaway, 1969)

Il grinta (True Grit)
di Henry Hathaway – USA 1969
con John Wayne, Kim Darby
**1/2

Visto in divx.

Per vendicare la morte del padre, fattore ucciso a tradimento da un lavorante che poi si è dato alla fuga in territorio indiano, la giovane Mattie Ross assolda il più "duro" degli sceriffi federali, l'anziano e guercio Rooster Cogburn detto "il grinta", affinché la accompagni alla ricerca del colpevole, che nel frattempo si è unito a un gruppo di banditi. Al loro fianco c'è anche un giovane ranger texano, sulle tracce dello stesso uomo. Il settantunenne Hathaway dirige il sessantaduenne John Wayne (che nell'occasione vinse il suo unico Oscar: un premio assegnatogli forse più per la carriera che per questa singola interpretazione) in quello che potrebbe essere considerato l'ultimo grande western hollywoodiano "classico" (e che anche per questo motivo ha acquisito un'aura da cult che va oltre i suoi effettivi meriti), il canto del cigno di un genere che all'epoca era stato già stravolto e rivoluzionato dalle opere di Sam Peckinpah e Sergio Leone. Per ritmo e per stile, "Il grinta" invece si muove ancora sui binari delle pellicole degli anni cinquanta e sessanta: scenari vasti e spaziosi, caratterizzazioni semplici ma efficaci, gag innocue (il tormentone dell'avvocato), immancabile lieto fine. In ogni caso, resta uno spettacolo assai gradevole: la Darby, ostinata ragazzina androgina e dai capelli corti, tiene testa al burbero sceriffo che, dopo aver cercato inutilmente di convincerla a non seguirlo, commenta: "Per la miseria! Quella ragazzina mi ricorda me!". Dal suo canto, Wayne dà vita a un personaggio memorabile: vecchio, grasso, alcolizzato, dalla cattiva fama, che vive da solo con un anziano cinese e un gatto pigrone. Alla fine, i due personaggi stringeranno una solida amicizia. Spettacolare il duello a cavallo contro i banditi, uno contro quattro. Brevi particine per Robert Duvall (Ned, il capo della banda) e Dennis Hopper (uno degli uomini uccisi nella capanna). Con un seguito nel 1975 ("Torna El Grinta", con Katharine Hepburn al fianco di John Wayne) e un remake dei fratelli Coen nel 2010, con Jeff Bridges (ho rivisto l'originale proprio per prepararmi all'uscita di quest'ultimo).

15 maggio 2009

Ultimo domicilio conosciuto (J. Giovanni, 1970)

Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu)
di José Giovanni – Francia/Italia 1970
con Lino Ventura, Marlène Jobert
***

Visto in divx, con Marisa.

L'esperto e decorato ispettore Leonetti, trasferito in un commissariato di periferia per aver pestato i piedi a un "potente", e la giovane ausiliaria Jeanne, al suo primo incarico, devono rintracciare in pochi giorni un importante testimone in un processo per omicidio, che si è reso irreperibile da anni e che sembra svanito nel nulla. L'indagine – snervante e minuziosa – andrà a buon fine, ma le conseguenze saranno amare. È il primo film di Giovanni che vedo, su consiglio di Ale: si tratta di un poliziesco insolito, tutto incentrato su una lunga caccia all'uomo in una Parigi caotica e mastodontica che sembra inghiottire le persone e le loro storie senza lasciarne traccia. Più che per la trama gialla, in fondo lineare e schematica (ma il finale dona spessore a tutta la vicenda), la pellicola merita di essere vista per la regia tesa e dettagliata, aiutata da un montaggio efficace; per la bella colonna sonora, che accompagna con ostinazione spostamenti e interrogatori; e soprattutto per la caratterizzazione dei due personaggi principali, antitetici e complementari: il granitico detective è ormai stanco e disilluso, talmente inserito nel sistema da non essere più in grado di ribellarsi alle sue storture, mentre la giovane volontaria, inizialmente ricca di speranze e di entusiasmo, si lascia coinvolgere dal lato più umano dell'indagine ma deve poi fare i conti con la manipolazione e il cinismo della propria professione. Anche per questo motivo, i due – che nel corso dell'indagine si avvicinano gradualmente l'uno all'altra – non potranno che respingersi irrimediabilmente.

26 gennaio 2009

Caccia spietata (D. Von Ancken, 2006)

Caccia spietata (Seraphim Falls)
di David Von Ancken – USA 2006
con Pierce Brosnan, Liam Neeson
**

Visto in divx.

Dalle montagne innevate al deserto del Nevada, un ex colonnello nordista che ha combattuto nella guerra civile (da poco conclusa) viene braccato e inseguito da qualcuno che ha un conto da regolare con lui. Fra paesaggi mozzafiato e scene tesissime, "Caccia spietata" (complimenti al titolista italiano!) comincia molto bene, mostrando sullo schermo tutta la fatica e la tensione di preda e predatore, l'ostilità della natura, il sangue delle ferite e la crudeltà degli uomini, senza nemmeno specificare chi sia il buono e chi il cattivo: man mano che la storia va avanti, però, un certo schematismo e l'artificiosità di alcune situazioni minano il realismo della pellicola facendole perdere gradualmente appeal e sfilacciandola con una serie di tappe e di incontri sempre più implausibili che finiscono con l'annacquare la tensione dell'inseguimento. Superato l'inevitabile (ed eccessivamente melodrammatico) flashback che chiarisce le ragioni dell'odio fra i due personaggi principali, comincia una parte finale "metafisica" con facili allegorie bibliche che proprio non ho digerito (vedi l'incontro con il diavolo, vale a dire il personaggio di Anjelica Huston, che non a caso si chiama Louise C. Fair, ovvero Lucifer). E quello che sembrava un bel western moderno si rivela essere invece post-moderno, aggettivo che per me è quasi una parolaccia. Peccato: alla fine si rimane più delusi per l'occasione sprecata che soddisfatti per i momenti di ottimo cinema della parte iniziale, vista anche l'interpretazione dei due protagonisti, davvero bravi. Comunque merita la visione.

25 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi (J. ed E. Coen, 2007)

Non è un paese per vecchi (No country for old men)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2007
con Josh Brolin, Javier Bardem
*1/2

Visto al cinema Plinius.

Detesto i fratelli Coen. Nutro nei loro confronti una vera e propria avversione: ogni volta che guardo un loro film al cinema ne esco arrabbiato, e di tutta la loro filmografia mi è piaciuto finora un solo titolo, "Il grande Lebowski". Dopo la minestra riscaldata de "L'uomo che non c'era" li avevo inseriti nella mia black list personale e mi ero rifiutato di andare a vedere le loro due opere successive. Viste le critiche positive ricevute da questa, ho deciso di dar loro una nuova possibilità, ma me ne sono già pentito. Che un lungometraggio come questo abbia vinto l'Oscar per il miglior film e la miglior regia si spiega con la mediocrità deprimente del cinema americano degli ultimi anni, che abbia vinto quello per la miglior sceneggiatura non si spiega e basta. E dire che il film, fino a un certo punto, una sufficienza stiracchiata come pellicola tutta azione e sparatorie la poteva anche strappare: ma poi il finale, lento, retorico e fuori posto, affossa tutto il baraccone. La storia è quella di un uomo, Josh Brolin, che trova per caso una valigia piena di soldi nel deserto texano, dove c'è stato uno scontro a fuoco fra una banda di spacciatori di droga messicani e un'altra di compratori americani. Non appena si impossessa della valigia, però, sulle sue tracce si mette un killer psicopatico (Bardem, l'unico personaggio interessante del film) che semina una scia di cadaveri e sfugge al controllo dei suoi stessi mandanti. In fuga, Brolin passa da un motel all'altro, da una città all'altra, fra Stati Uniti e Messico, fino a uno scontro finale completamente anticlimatico del quale i registi pensano bene di non mostrarci nulla. L'assenza della resa dei conti fra i due personaggi, dopo che l'intero film si era incentrato sulla sfida fra predatore e preda, rende irrimediabilmente monco il tutto. In più c'è un inutile sceriffo, interpretato da Tommy Lee Jones, che si prodiga in un fumoso discorso che dovrebbe "motivare" in qualche modo il titolo della pellicola. Un film che non diverte, non stupisce, non emoziona, non coinvolge, non fa riflettere (su cosa, poi?) e – come sempre con il cinema dei Coen – lascia semmai col desiderio di riguardarsi qualcuna delle mille pellicole da cui i due fratelli traggono ispirazione a mani basse (per esempio, in questo caso, "Voglio la testa di Garcia" di Peckinpah, "Soldi sporchi" di Raimi oppure qualcuno dei tanti noir anni '40 incentrati su una caccia all'uomo).

Aggiornamento (12/3/08): è interessante cosa ne scrive il mio amico Ernesto, che a differenza di me ha letto il romanzo originale.

10 gennaio 2008

Duello mortale (Fritz Lang, 1941)

Duello mortale (Man hunt)
di Fritz Lang – USA 1941
con Walter Pidgeon, Joan Bennett
***1/2

Visto in DVD.

L'inizio è folgorante: un uomo con un fucile si aggira per una foresta in Baviera, nel 1939. Si apposta nei pressi una residenza di montagna e prende di mira... nientemeno che Adolf Hitler! Ma quando preme il grilletto, non c'è nessun colpo in canna. Si tratta di Alan Thorndike, aristocratico britannico e provetto cacciatore, che dopo aver effettuato safari e battute di caccia in tutto il mondo ha deciso di dimostrare a sé stesso di essere in grado di stanare la preda più ambita, l'uomo più pericoloso del pianeta. Ma da cacciatore si trasforma a sua volta in preda quando viene inseguito dalla Gestapo e da un minaccioso ufficiale in monocolo (un grande George Sanders), a sua volta appassionato di caccia, che vorrebbe costringerlo a firmare la confessione di aver tentato di sparare a Hitler con l'approvazione del governo inglese. Il documento servirà a giustificare la dichiarazione di guerra della Germania: siamo infatti poco prima dell'invasione della Polonia. Aiutato prima da un ragazzino, mozzo su una nave, e poi da una gentile prostituta (che, in ossequio al codice Hays, Lang è costretto a spacciare per una sarta, mettendo in bella evidenza una macchina per cucire nel suo appartamento), il protagonista riesce a raggiungere la nebbiosa Londra, dove però continuerà a essere braccato dai nazisti. Dopo un inseguimento e un duello nel tunnel della metropolitana (che evocano molti film successivi), Thorndike si rifugerà in una grotta in campagna: qui, "in the wilderness" come all'inizio del film, avverrà lo scontro decisivo fra i due contendenti. Nel finale, dopo lo scoppio della guerra, Thorndike si arruolerà nella RAF e si farà paracadutare su Berlino con un fucile di precisione e l'intenzione di compiere veramente l'attentato a Hitler. Film d'avventura e thriller spionistico di alto livello, con tre ottimi interpreti (Pidgeon è simpatico, la Bennett è adorabile), offre molti spunti interessanti: Thorndike è un personaggio che crede di avere la situazione sotto controllo ma è trasportato dagli eventi, come capita spesso ai protagonisti di Lang, ed è costretto a una fuga quasi hitchcockiana. Lo scontro fra i due cacciatori, il lord e il nazista, che si scambiano continuamente i ruoli, è da antologia. Se l'inglese afferma di provare piacere soltanto nello stanare la preda e mai nell'ucciderla, il tedesco ribatte che ogni uomo "può diventare un assassino", e lo svolgersi degli eventi gli darà ragione. Fondamentale la spilla a forma di freccia che adorna il berretto della ragazza e che si rivelerà poi l'arma decisiva nella soluzione del conflitto, tornando addirittura nel finale (è dipinta sulla carlinga dell'aereo che porta Thorndike a Berlino). Ottima la fotografia in bianco e nero, fra ombre, pioggia e nebbia tipicamente europee che offrono un perfetto mix fra i film tedeschi e quelli americani del regista.