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12 giugno 2020

Applause (Rouben Mamoulian, 1929)

Applause
di Rouben Mamoulian – USA 1929
con Helen Morgan, Joan Peers
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La diciassettenne April (Joan Peers), figlia della ballerina di burlesque Kitty Darling (Helen Morgan), che l'ha data alla luce proprio dietro le quinte di un teatro, viene spinta dall'amante della madre, il subdolo Hitch Nelson (Fuller Mellish Jr.), a calcare le scene a sua volta. Innamoratasi del giovane marinaio Tony (Henry Wadsworth), la ragazza sceglierà però di abbandonare quello show business che non ha mai amato e al quale si era dedicata soltanto per affetto verso la madre. Tratto da un romanzo di Beth Brown, si tratta del primo film diretto da Rouben Mamoulian, regista teatrale di origine armena che per più di una decina d'anni (1929-1942) firmerà pellicole di grande qualità (il suo capolavoro, a mio parere, sarà la commedia musicale "Amami stanotte" del 1932, uno dei miei film preferiti), prima di essere ostracizzato dalle major hollywoodiane nel dopoguerra, anche per via delle sue attività da sindacalista. Più della trama melodrammatica, che ritrae il mondo del varietà di quart'ordine sotto una luce fortemente negativa, dove le ballerine sono sfruttate e costrette a esibirsi di fronte a un pubblico laido e immorale, e del (relativo) realismo dei dialoghi nella descrizione del backstage della vita teatrale, a colpire è la maestria tecnica della pellicola, realizzata agli albori del cinema sonoro, quando l'innovazione tecnologica del parlato (che richiedeva apparecchiature ingombranti e microfoni posizionati vicino agli attori per poter catturare il suono in presa diretta) tarpava notevolmente le ali a quel linguaggio cinematografico che negli ultimi anni del muto aveva raggiunto un notevole grado di sofisticazione e che si vedeva ora quasi costretto a regredire agli albori, con inquadrature fisse e ravvicinate (al punto che alcuni commentatori dell'epoca pensavano che il sonoro sarebbe stato solo una moda passeggera!). La regia di Mamoulian si dimostra invece dinamica e vivace, in particolare nelle scene in esterni come quelle in cui accompagna April e Tony nei loro giri per Manhattan, ma anche nell'esplorare l'utilizzo della voce fuori campo o del sovrapporsi di linee di dialogo di più personaggi: per questi motivi, "Applause" è oggi considerato da alcuni critici il "primo grande film sonoro".

1 settembre 2018

Le vie della città (R. Mamoulian, 1931)

Le vie della città (City Streets)
di Rouben Mamoulian – USA 1931
con Gary Cooper, Sylvia Sidney
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Figlia di un gangster al soldo di un boss che opera nel racket della birra (siamo ai tempi del proibizionismo), la giovane Nan Cooley (Sylvia Sidney) finisce in prigione per aver aiutato il padre a commettere un omicidio. Quando esce, scopre con dispiacere che anche il suo fidanzato Kid (Gary Cooper), un cowboy innocente e senza ambizioni che in precedenza lavorava al tirassegno in un luna park, è entrato a far parte della banda. Ma quando il boss, Big Fellow Maskal (Paul Lukas), mette gli occhi su di lei, il ragazzo saprà ribellarsi per proteggerla. Da un racconto di Dashiell Hammett, un intenso e originale noir a sfondo gangsteristico (un filone che in quegli anni stava entrando prepotentemente in voga, grazie a pellicole come "Nemico pubblico", "Piccolo Cesare" e "Scarface") con un'atmosfera di accerchiamento e paranoia e un nutrito gruppo di variegati personaggi. Guy Kibbee è Pop, il padre di Nan, che non esita a far finire la figlia in prigione o a darla in pasto al proprio capo pur di far carriera. Wynne Gibson è Agnes, l'amante del boss, che viene scaricata quando questi si invaghisce proprio di Nan. Se la vera protagonista è la Sidney (suo il punto di vista da cui gli spettatori seguono la storia), è comunque notevole il carisma di un giovane Gary Cooper, eroe ingenuo ma determinato. Memorabile la frase con cui il boss certifica il tradimento o la condanna a morte di coloro che gli intralciano la strada, stringendo loro la mano e dichiarando ipocritamente "Nessun rancore" ("No hard feelings"). La sceneggiatura affronta i temi dell'innocenza e del peccato con la sufficiente dose di ambiguità, anche perchè il codice Hays non era ancora entrato in vigore. Quanto alla regia di Mamoulian, al secondo film, punta molto sul montaggio, sulle inquadrature e sui dettagli, e può vantare una carrellata di perfetti volti da gangster (fra i comprimari figurano William Boyd, Stanley Fields e, non accreditata, una non ancora celebre Paulette Goddard).

31 marzo 2014

Il dottor Jekyll (Rouben Mamoulian, 1931)

Il dottor Jekyll (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Rouben Mamoulian – USA 1931
con Fredric March, Miriam Hopkins
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Brillante scienziato e medico filantropo, propugnatore di idee audaci sulla possibilità di "separare" le due nature dell'uomo (quella virtuosa e razionale da quella istintiva e animalesca), il dottor Jekyll è impaziente di convolare a nozze con la fidanzata Muriel. Ma il padre di lei, il rigido generale Carew (Halliwell Hobbes), intende farlo aspettare ancora a lungo. E allora, per dare libero sfogo ai propri impulsi, Jekyll si trasforma nello scimmiesco Mr. Hyde. La prima versione sonora del classico racconto di Robert Louis Stevenson (i precedenti adattamenti cinematografici erano tutti muti) è probabilmente la migliore di sempre: merito dell'intensità interpretativa di Fredric March nel duplice ruolo dello scienziato e del suo alter ego (che gli valse l'Oscar come miglior attore); della scoppiettante sceneggiatura che a tratti, soprattutto nella prima parte, non ha nulla da invidiare alle commedie sofisticate dell'epoca; della maestria registica di Mamoulian, che si concede tocchi di gran classe (come i primi cinque minuti, interamente in soggettiva), eleganti movimenti di camera e astuzie di montaggio (con un utilizzo moderato, ma comunque sempre a scopi narrativi, di sovrimpressioni e split screen), per non parlare degli effetti visivi (eccezionali le scene delle trasformazioni, che avvengono in tempo reale davanti ai nostri occhi); ma soprattutto dell'ardito taglio psicologico che vira l'intera vicenda in chiave sessuale, trasformando la dicotomia fra Jekyll e Hyde da una banale lotta fra bene e male nel contrasto fra il desiderio di resistere ai propri impulsi primari e la necessità di soddisfarli. Realizzato prima dell'entrata in vigore del codice Hays (che già pochi anni dopo avrebbe impedito una lettura tanto esplicita), il film esprime questo dualismo attraverso il rapporto di Jekyll con i due personaggi femminili: Muriel, la fidanzata casta e fedele (Rose Hobart), che per volere suo o del padre non può concedersi al fidanzato prima delle nozze, e la provocante prostituta Ivy (Miriam Hopkins, dalla dirompente sensualità, in particolare nella scena dello spogliarello con la gamba nuda che ciondola fuori dal letto), "contraltare peccaminoso" della prima (e in questo modo si introduce il tema del doppio pure nel campo femminile!) ma anche principale vittima del selvaggio Hyde. Costretto a ignorare o a reprimere i propri istinti da una società ipocrita e vittoriana (impersonata dal padre di Muriel), Jekyll è quasi costretto dalle circostanze a lasciar sfogare l'Hyde dentro di sé (che, al suo primo apparire, esclama infatti "Libero, finalmente!"): metaforicamente esemplare, al riguardo, l'immagine della pentola sul fuoco, con la pressione che a un certo punto fa saltare il coperchio. E a questo approccio si deve anche la rappresentazione "scimmiesca" di Hyde, le cui fattezze manifestano il lato animalesco dell'uomo, quello maggiormente "legato alla terra". Non a caso la prima trasformazione spontanea di Jekyll, ovvero senza l'utilizzo della pozione, avviene in un contesto naturale, nel parco cittadino, dopo aver assistito all'agguato di gatto ai danni di un uccellino. La sensazione di libertà di cui Hyde è propugnatore viene amplificata dalla scena in cui questi si bagna sotto la pioggia, bevendola avidamente ("Cosa succede a un uomo assetato se gli tolgono l'acqua?", si era chiesto Jekyll poco prima). Strepitoso successo di pubblico all'epoca, la pellicola è anche passata alla storia per essere stato il primo film vietato in Germania dopo l'avvento di Hitler.

19 dicembre 2008

Amami stanotte (R. Mamoulian, 1932)

Amami stanotte (Love me tonight)
di Rouben Mamoulian – USA 1932
con Maurice Chevalier, Jeanette MacDonald
****

Visto in divx.

Un esuberante sarto parigino si reca in una tenuta aristocratica di campagna per esigere il pagamento degli abiti che ha realizzato per un giovane visconte. Viene però scambiato per un barone (anche perché il visconte vuole tenere lo zio all'oscuro dei propri debiti) e si innamora di una principessa che ignora le sue umili origini. L'amore trionferà o durerà solo lo spazio di una notte? Splendida commedia musicale che, per quanto non offra nulla di imprevedibile a livello di trama (ma la sceneggiatura è abile a dare a tutta la vicenda una patina fiabesca e irreale che avrebbe affascinato Demy), è davvero superlativa dal punto di vista tecnico e artistico. Dialoghi scoppiettanti e impertinenti, pieni di doppi sensi e di satira sociale, quasi alla Lubitsch, e numeri musicali che non fungono da semplice riempitivo ma fanno avanzare la storia fondendosi meravigliosamente con la scenografia e il montaggio (a ulteriore dimostrazione di come bastarono pochissimi anni dall'introduzione del sonoro per padroneggiare il mezzo alla perfezione) sono al servizio di una sorta di operetta tradizionale che recupera lo spirito della commedia francese con grazia, leggerezza, ironia e stravaganza. Per realizzare questo capolavoro gli sceneggiatori sono partiti dalla colonna sonora composta ex novo da Richard Hodgers e Lorenz Hart e da una pièce già popolare ("La principessa e il sarto" di Paul Armont e Léopold Marchand). Il resto lo hanno fatto gli interpreti, perfettamente in parte, e soprattutto Mamoulian, con i suoi movimenti di macchina, i giochi di luce e di ombre sulla parete, le movimentate coreografie (alcune canzoni, come la trascinante "Isn't it romantic?", la dolce "Mimi" e la buffa "That son-of-a-gun is nothing but a tailor", sono talmente contagiose che passano da personaggio a personaggio in un crescendo di situazioni comiche e di ambientazioni sia nobili sia proletarie), il fascino di Parigi (la sequenza di apertura, con i rumori del quartiere che si trasformano in colonna sonora, è da antologia; e la prima canzone di Maurice, mentre si reca alla sua bottega, potrebbe aver ispirato l'incipit de "La bella e la bestia" disneyana) e lo sfarzo delle ville dell'aristocrazia (di cui si sarebbe sicuramente ricordato Jean Renoir ne "La regola del gioco": c'è persino una battuta di caccia!). Chevalier canta in inglese ed è affiancato da un cast di primordine, che oltre alla MacDonald (che nel finale si lancia arditamente a cavallo all'inseguimento del treno sul quale il suo uomo sta scappando, mettendosi sui binari per fermare il convoglio, con un insolito rovesciamento dei classici ruoli fra maschio e femmina di questo tipo di film), vede una giovane e radiosa Myrna Loy nei panni di una contessa ninfomane e maliziosa e ottimi caratteristi come Charles Ruggles (lo squattrinato visconte), Charles Butterworth (il flemmatico conte) e C. Aubrey Smith (lo zio duca). Da non dimenticare nemmeno le tre vecchie zie della principessa, che sembrano le parche del destino. Fra le mie scene preferite c'è quella in cui viene presentato il cavallo Solitudine, che si chiama così "perché torna sempre da solo". Magistrale, comunque, anche la sequenza della caccia, con scene prima velocizzate e poi rallentate (il regista gioca molto con tecniche insolite per l'epoca, come zoom, split screen e sovrapposizioni di immagini, e persino con effetti speciali: vedi il ritratto che partecipa a una canzone collettiva) e il montaggio alternato nel finale fra il treno in corsa e il cavallo al galoppo. Curiosamente i due personaggi principali hanno gli stessi nomi degli attori che li interpretano, Maurice e Jeanette. Il film, uscito prima dell'introduzione del codice Hays (e si vede!) ebbe comunque molti problemi con la censura per le frequenti battute o situazioni a sfondo sessuale e venne tagliato a più riprese. Proprio per questo motivo, purtroppo, la copia oggi esistente manca di alcune sequenze (e, pare, di alcune canzoni) che sono andate distrutte.

12 novembre 2008

La regina Cristina (R. Mamoulian, 1933)

La regina Cristina (Queen Christina)
di Rouben Mamoulian – USA 1933
con Greta Garbo, John Gilbert
***

Visto in DVD.

Succeduta giovanissima al padre Gustavo Adolfo sul trono di Svezia, proprio nel bel mezzo della Guerra dei Trent'Anni, la sensibile sovrana Cristina ama l'arte e la poesia più della guerra e deve cercare di conciliare il desiderio di libertà e di indipendenza personale con le necessità di stato. Il suo tragico amore per un ambasciatore spagnolo la porterà a scegliere l'abdicazione e l'esilio. Un film costruito completamente sulla figura della Garbo (che scelse personalmente regista e comprimari, scartando per esempio un attore "ingombrante" come Laurence Olivier) e nel quale la "divina" fornisce una delle sue interpretazioni più memorabili. Ma anche l'ambientazione, le scenografie e i costumi sono belli, così come i dialoghi di Samuel N. Behrman e la regia di Mamoulian. Mi sono piaciute, su tutte, le scene nella locanda, quella della rinuncia al trono e il celeberrimo zoom finale sul suo primo piano pensieroso sulla prua della nave. Da notare anche i sottotesti omosessuali del personaggio principale: Cristina va in giro vestita da uomo, viene scambiata per un ragazzo, ha probabilmente una relazione con la contessa Eva e non dice di no quando l'albergatore – credendola un uomo – si offre di mandarle della "compagnia" in camera. Ovviamente il film è uscito prima dell'entrata in vigore del codice Hays.