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19 novembre 2017

Venere nera (A. Kechiche, 2010)

Venere nera (Vénus noire)
di Abdellatif Kechiche – Francia/Belgio 2010
con Yahima Torres, Andre Jacobs
**

Visto in divx.

Il film racconta la storia vera di Saartjie "Sarah" Baartman, la "Venere ottentotta", donna di etnia khoi (popolazione africana affine ai boscimani) vissuta all'inizio dell'Ottocento, che fu esibita in Europa (prima a Londra e poi a Parigi) come "fenomeno da baraccone" per via delle sue fattezze insolite per il pubblico europeo, segnatamente il grande sedere sporgente e il cosiddetto "grembiule delle ottentotte", un abnorme sviluppo delle labbra vaginali. Via via sempre più degradata e umiliata dalle esibizioni in pubblico cui era sottoposta, Saartjie attirò anche l'interesse di scienziati e naturalisti, che la ritrassero in una serie di bozzetti e che dopo la sua morte ne acquistarono il corpo per farne un calco in gesso e conservarne i genitali in formalina. Soltanto quasi due secoli dopo, alla fine del Novecento, i suoi resti furono restituiti al Sudafrica affinché le fosse data sepoltura (come mostrano le immagini durante i titoli di cosa). Una storia vera ma poco conosciuta, indicativa del grado di razzismo di stampo coloniale che permeava la società europea anche in un'epoca in cui la scienza cominciava a interessarsi delle popolazioni aborigene. Ma se l'argomento è senza dubbio intenso e interessante, i difetti congeniti al pretenzioso regista Abdellatif Kechiche – dalla tendenza ad allungare a dismisura ogni scena all'assoluta mancanza di sottigliezza – rendono il film lento, didascalico, ripetitivo e appunto troppo lungo. Per non parlare di una certa retorica, evidente soprattutto nella costruzione dei personaggi minori. La protagonista, che per molti versi può ricordare "Elephant Man" (anche se non si tratta di un caso altrettanto estremo), rimane tuttavia nella memoria. Nel cast anche Olivier Gourmet ed Elina Löwensohn. François Marthouret è il naturalista Georges Cuvier.

14 giugno 2013

La vita di Adèle (Abdellatif Kechiche, 2013)

La vita di Adèle (La vie d'Adèle)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2013
con Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La liceale Adèle, pur corteggiata da un compagno di scuola, scopre di essere attratta da una misteriosa ragazza dai capelli blu, più grande di lei, che ha incrociato di sfuggita per la strada. Si tratta di Emma, studentessa di belle arti e lesbica dichiarata: quando si rincontrano, fra le due nasce l'amore; e qualche anno dopo le ritroviamo a vivere insieme. Emma è diventata un'artista e gallerista, mentre Adéle insegna in una scuola per l'infanzia. Ma non tutto sarà rose e fiori... La pellicola che ha vinto la Palma d'Oro di questa edizione del Festival di Cannes è un delicato racconto di "coming of age" al femminile, una storia di educazione sentimentale e di risveglio sessuale tratta da un fumetto ("Le bleu est une couleur chaude" di Julie Maroh), il cui titolo originale è anche quello usato per la distribuzione del film sui mercati esteri, e dal quale si discosta nell'impianto (il romanzo grafico era tutto narrato in flashback, man mano che Emma leggeva il diario dell'amica) e soprattutto nel finale. Il sottotitolo ("La vie d'Adèle - Chapitre 1 e 2") indica la divisione della pellicola in due parti, ambientate a qualche anno di distanza l'una dall'altra (la prima in cui Adèle è ancora al liceo, e la seconda in cui dopo essersi diplomata comincia a lavorare come educatrice), e – come lasciato intendere dallo stesso Kechiche – suggerisce un possibile seguito con i capitoli 3 e 4 che ci mostreranno le successive evoluzioni della protagonista. I sentimenti, le emozioni, la passione, l'amore, il sesso, l'amicizia, le aspirazioni sgorgano in maniera naturale da un flusso ininterrotto di narrazione, dove anche il tema della sessualità (e dell'omosessualità) è letto puramente in chiave intima ed esistenzialista, non militante o provocatoria. Come consuetudine per Kechiche, i tempi sono lunghi e le scene dilatate (il film dura tre ore), ma stavolta non lo si percepisce come un difetto (come invece avveniva in "Cous cous"). Sarà per l'impostazione naturalistica della pellicola, per l'intensità della recitazione delle protagoniste, per l'atmosfera in cui il regista riesce a immergere lo spettatore sin dalla prima inquadratura, sta di fatto che il ritmo coinvolge e i tempi narrativi risultano perfettamente dosati; anzi, quando la pellicola termina ci si ritrova quasi smarriti nel dover abbandonare Adèle al suo destino: si vorrebbe continuare a seguirne le vicende ancora a lungo. Non danno quindi fastidio sequenze prolungate di gente che mangia, che parla o che piange (quei primi piani di Adèle in lacrime mi hanno ricordato il sublime finale di "Vive l'amour" di Tsai Ming-liang), perché si ha l'impressione di assistere a frammenti di "vita vera". Certo, proprio in questa sua naturalezza e nel suo realismo sta forse anche il limite del film: tutto ciò che ha da offrire viene mostrato direttamente sullo schermo, senza dare spazio a simboli o visionarietà, e senza lasciare nulla di "non detto" allo spettatore. E infatti ogni cosa viene esplicitata, a partire dalle lunghe scene di sesso (che potrebbero essere sforbiciate quando la pellicola verrà distribuita in sala: quella della rassegna era infatti una "copia di lavorazione", ancora priva di titoli di testa e di coda). Come ne "La schivata" (il film di Kechiche che finora mi era piaciuto di più, e anche quello con cui questo ha più cose in comune, soprattutto nella prima parte), tutto ha origine da Marivaux, segnatamente da "La vita di Marianne", testo che Adèle legge in classe e che ama particolarmente: in un certo senso il racconto della sua vita rispecchia quella del personaggio del drammaturgo francese. Ma non mancano altri spunti e riferimenti culturali, da Louise Brooks a Egon Schiele. Eccezionali le due attrici: se Léa Seydoux – qui in versione mascolina – era già stata apprezzata in precedenza ("Lourdes", "Sister", e persino alcuni film hollywoodiani), Adèle Exarchopoulos è invece al suo primo film importante (con il personaggio principale, che nel fumetto si chiamava Clementine, ribattezzato in suo onore).

6 aprile 2012

La schivata (A. Kechiche, 2003)

La schivata (L'esquive)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2003
con Osman Elkharraz, Sara Forestier
***

Rivisto in DVD, con Paola, Ginevra ed Eleonora.

Innamorato della sua compagna di classe Lydia, il timido e taciturno quindicenne Krimo chiede di poter recitare al suo fianco nella rappresentazione scolastica della commedia “Il gioco dell’amore e del caso” di Marivaux, interpretando la parte di Arlecchino, pur essendo completamente negato per il teatro. Durante le prove, in un momento in cui si trovano da soli, si azzarda a dichiararsi: ma Lydia, confusa, esita a dargli una risposta definitiva, coinvolgendo senza volerlo nella vicenda anche i rispettivi amici. Ambientato nella banlieue parigina, fra le nuove generazioni di una popolazione multietnica più o meno integrata, il film funziona su più piani: quello della storia vera e propria (“Avvicinati di più, sennò come faccio a schivarti?” dice Lydia a Krimo durante le prove della recita), quello del linguaggio (lo slang assai realistico dei ragazzi, pieno di parolacce e di incertezze lessicali, che contrasta notevolmente con la ricercatezza e la raffinatezza formale dei dialoghi della commedia settecentesca), quello dell’identità (l’insegnante invita Krimo a “uscire da sé stesso” per immedesimarsi nel personaggio, ma il ragazzo non ci riesce perché, proprio come Arlecchino è innamorato di Lisetta, lui non ha occhi che per Lydia; da notare che anche nella commedia di Marivaux i personaggi si travestono e interpretano ruoli diversi dai propri). Indimenticabile l’immagine della ragazza che si aggira per le squallide periferie in abiti settecenteschi e con il ventaglio che scuote ininterrottamente. Ottima la recitazione di giovani attori in gran parte esordienti o non professionisti (su tutti spicca la bionda Sara Forestier; molto bravi anche Sabrina Ouazani nei panni di Frida, l’amica di Lydia, e Hafet Ben-Ahmed in quelli di Fatih, l’amico più grande di Krimo), ripresi da vicino attraverso una camera a mano sempre in movimento che si sofferma su primissimi piani. Com’è caratteristica di Kechiche, i tempi sono lunghi e le scene si trascinano in estenuanti discussioni di cui vengono mostrati i dettagli, i dialoghi e i gesti più insignificanti, ma fortunatamente la spontaneità e il realismo, oltre alla cura per la psicologia e la caratterizzazione dei personaggi, non vengono mai a mancare.

25 marzo 2008

Tutta colpa di Voltaire (A. Kechiche, 2000)

Tutta colpa di Voltaire (La faute à Voltaire)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2000
con Sami Bouajila, Élodie Bouchez
**

Visto in divx.

È il primo lungometraggio del franco-tunisino Kechiche, autore in seguito del bellissimo "La schivata" e del sopravvalutato "Cous cous". Da subito mette in scena personaggi e situazioni di un paese multietnico e multiculturale, o almeno che vorrebbe esserlo ma non si accorge (alla faccia di Voltaire, appunto) di emarginare gli stranieri e di costringerli a una vita quasi parallela (immigrati e francesi non si incrociano praticamente mai, come se vivessero in due mondi a parte). Jellal, il protagonista, è un sans-papier appena arrivato in Francia. Pur senza permesso di soggiorno, riesce a trovare ospitalità in un ostello per stranieri e senzatetto e si adatta vendendo prima frutta nella metropolitana e poi rose per la strada. Una relazione infelice con una giovane cameriera di un bar lo conduce a un periodo di depressione e a un breve ricovero in un ospedale psichiatrico, dove conosce una giovane sciroccata e appiccicosa che si affeziona a lui. Ma per tutta la vicenda incombe un senso di precarietà: Jallel e i clandestini come lui fanno fatica a costruire un rapporto con le persone, gli amici, una donna, e poi all'improvviso tutto può infrangersi in un solo momento, con un controllo della polizia e un rimpatrio forzato. E il finale giunge così improvviso, come la vita vera. Kechiche mette in mostra un mondo di poveri ed emarginati che vivono in armonia, amicizia e solidarietà, un mondo poetico e "abbellito" (Jallel è sensibile e amante della poesia), nel quale non c'è quasi traccia di tensioni sociali, politiche o religiose, se non quelle legate allo scontro fra i caratteri dei singoli individui. Il tono realista, senza drammatizzazioni, gioca a favore della pellicola, ma nella seconda parte c'è qualche lungaggine di troppo e il film comincia a stancare: questo, in ogni caso, è un difetto connaturato a Kechiche, che spesso trascina a dismisura alcune scene (vedi per esempio la lite durante la partita a bocce): anche "Cous cous" non ne era immune, anzi era persino peggio sotto questo punto di vista. Uno dei temi che ho trovato più interessanti è quello della sopravvivenza di Jallel attraverso i continui "furti" di identità: dapprima cerca di ottenere asilo politico facendosi passare per algerino ("I francesi hanno un occhio di riguardo per gli algerini, per via dei sensi di colpa. Pensano di essere gli inventori della libertà, hanno il pallino dei diritti umani"), poi si fa ricoverare in ospedale con i documenti dell'amico Franck, infine utilizza la patente di un altro amico che si è trasferito all'estero.

19 settembre 2007

Cous cous (A. Kechiche, 2007)

Cous cous (La graine et le mulet)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2007
con Habib Boufares, Hafsia Herzi
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Licenziato dal cantiere navale dove aveva lavorato per 35 anni, l'anziano franco-magrebino Slimani (Habib Boufares) decide di lanciarsi nel campo della ristorazione, trasformando una vecchia nave in ristorante per servire lo squisito cous-cous di pesce che prepara la sua ex moglie Souad. Lo aiuteranno i membri della sua numerosa famiglia, ma anche la figlia (Hafsia Herzi) della proprietaria dell'albergo dove risiede. Il giorno dell'inaugurazione, però, le cose non potrebbero andare più storte. "Le graine et le mulet" sono la semola e il muggine, i due ingredienti principali della pietanza che è la vera protagonista del film. Dopo il bellissimo "La schivata", Kechiche si conferma regista di discreto interesse: ma se quello era un "piccolo" film quasi perfetto nella sua compattezza, questo ha il difetto di essere troppo lungo (quasi due ore e mezza) e di dilatare eccessivamente alcune sequenze, come tutta la parte finale. E dire che lo stesso Marco Muller, direttore del festival di Venezia, ha chiesto al regista (che non era d'accordo) di tagliare 45 minuti di pellicola: figuriamoci com'era prima! Se fosse durato meno di due ore sarebbe stato un piccolo gioiello, ma purtroppo Kechiche (come dimostrerà anche in seguito) ama i tempi lunghi e un'esposizione che non lascia quasi nulla all'immaginazione degli spettatori. Resta comunque intatta la grande umanità dei personaggi, che si traduce nella calda convivialità del pranzo in famiglia ma anche nelle tensioni e nei litigi domestici. E in ogni caso si tratta di una di quelle opere che fanno... venire fame, come "Il pranzo di Babette" o "Mangiare bere uomo donna".