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2 luglio 2023

Un uomo tranquillo (H. P. Moland, 2019)

Un uomo tranquillo (Cold pursuit)
di Hans Petter Moland – USA/GB/Canada 2019
con Liam Neeson, Tom Bateman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per vendicare la morte del figlio, ucciso da una banda di trafficanti di droga, Nels Coxman (Liam Neeson), autista di spazzanevi che tiene pulite le strade in una località sciistica vicino a Denver, comincia a uccidere tutti i membri della banda, risalendo man mano nella catena di comando fino al boss Trevor Calcole, detto "Il Vichingo" (Tom Bateman). Remake americano del film norvegese "In ordine di sparizione" di cinque anni prima, diretto dallo stesso regista dell'originale. A parte alcuni dettagli dovuti al cambio di ambientazione (il Colorado innevato al posto del Circolo Polare Artico), come per esempio il fatto che la banda "rivale" sia composta da nativi americani anziché da serbi, la sceneggiatura è praticamente identica a quella del film precedente, compresi i tocchi di humour nero che rendono la pellicola quasi una black comedy: rimangono invariati, per esempio, i "necrologi" a tutto schermo ogni volta che un personaggio muore, l'ironia sui soprannomi da gangster e la caratterizzazione eccentrica ma accattivante di tutti i personaggi minori, che risultano così memorabili anche se il loro ruolo nella storia è minimo (la guardia del corpo gay del cattivo, il fratello ex gangster di Nels e la sua amante asiatica, la poliziotta giovane e idealista, il capo della gang di indiani, e molti altri). Neeson è perfetto nella parte, e regge il confronto con il protagonista dell'originale, Stellan Skarsgård. Ottimo anche Bateman nel ruolo del boss salutista, con figlioletto a carico. Nel cast anche Laura Dern (la moglie di Coxman), Tom Jackson, Emmy Rossum. Musiche di George Fenton. Il generico titolo italiano è identico a quello di un classico di John Ford del 1952 con John Wayne. Naturalmente, trattandosi di una copia in tutto e per tutto, anche se non certo malvagia, tanto vale (come in altri casi simili) guardarsi direttamente l'originale.

8 marzo 2023

Una pistola per cento bare (U. Lenzi, 1968)

Una pistola per cento bare
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1968
con Peter Lee Lawrence, John Ireland
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Jim (Peter Lee Lawrence), testimone di Geova refrattario per fede all'uso della violenza, si trasforma in pistolero per vendicare la morte dei suoi genitori, uccisi nel loro ranch da un gruppo di quattro assassini. Dopo aver rintracciato ed eliminato i primi tre, scopre che il quarto, il texano Corbett (Piero Lulli), è a capo di una banda che progetta di rapinare la banca di un villaggio. Si trasferisce dunque lì, in attesa dei banditi, e viene incaricato di difendere la città insieme a un misterioso predicatore itinerante (John Ireland). Spaghetti western (il secondo di Lenzi, dopo "Tutto per tutto") piuttosto convenzionale, nonostante le premesse particolari che però non hanno grande rilevanza nel resto della storia. Nei primi minuti gli eventi si succedono molto in fretta (persino sui titoli di testa), per poi rallentare nella parte centrale. I personaggi sono stereotipati e senza una grande personalità, e molti elementi sembrano introdotti tanto per far numero (il gruppo di pazzi incarcerati, per esempio). Franco Pesce è il vecchietto cassamortaro. Inutile la figura femminile (Gloria Osuna). Qualche (non certo imprevedibile) colpo di scena nel finale.

7 gennaio 2023

Oltre la notte (Fatih Akin, 2017)

Oltre la notte (Aus dem Nichts)
di Fatih Akin – Germania 2017
con Diane Kruger, Denis Moschitto
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la morte del marito (un immigrato di origine curda) e del figlioletto per l'esplosione di una bomba piazzata da due giovani neonazisti nel quartiere turco di Amburgo, Katja (Diane Kruger) confida nella giustizia in tribunale. Non ottenendola, cercherà vendetta da sola. Un soggetto che a prima vista appare poco originale, simile a quello di tanti revenge movie tutta azione, ma che si ispira alla realtà, e precisamente alle decine di attentati di questo tipo avvenuti in Germania all'inizio degli anni Duemila. Il regista lo sviluppa con grande intensità, appoggiandosi alla straordinaria interpretazione della Kruger (premiata a Cannes come miglior attrice) nei panni di una moglie e di una madre che non sa darsi pace per la perdita dei suoi cari. Niente elaborazione del lutto o commozione ricattatoria, ma solo durezza, rabbia, decisione e persino un certo distacco, almeno in superficie. La vicenda è divisa in tre "capitoli" (intitolati "La famiglia", "La giustizia" e "Il mare", e dedicati rispettivamente all'attentato stesso, al processo in tribunale e al finale in Grecia in cui Katja rintraccia i due terroristi), coinvolgenti per il loro realismo e con la donna sempre al centro di tutto. Il finale potrebbe essere la cosa che convince meno: ma a renderlo interessante è la scelta – intenzionale e voluta – di un volto così "tedesco" (bianca, bionda e con gli occhi azzurri) per una protagonista che, in cerca di vendetta e spinta dall'odio e dalla rabbia, diventa estremista quasi quanto i neonazisti che le hanno tolto i suoi cari, fino a scegliere di utilizzare – letteralmente – i loro stessi mezzi. Nell'insieme, al di là dell'apparente appartenenza a un genere ben preciso e alle riflessioni sul terrorismo, la pellicola rappresenta un altro tassello nella filmografia di un regista, Akin, che da sempre affronta nelle proprie opere il tema dei rapporti fra tedeschi e immigrati, soprattutto quelli di origine greca, turca e curda (essendo lui stesso uno di loro).

3 ottobre 2022

21 grammi (Alejandro G. Iñárritu, 2003)

21 grammi - Il peso dell'anima (21 grams)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2003
con Sean Penn, Naomi Watts, Benicio del Toro
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Il secondo film della coppia Iñárritu (regista)-Guillermo Arriaga (sceneggiatore), al debutto negli Stati Uniti dopo la pellicola d'esordio "Amores perros", è un'altra ambiziosa vicenda corale dove le storie dei tre protagonisti – prigionieri in una spirale autodistruttiva – si intrecciano e, soprattutto, sono raccontate in maniera non lineare. La narrazione, infatti, è cronologicamente decostruita: e il montaggio ne accosta i frammenti lasciando allo spettatore il compito di rimettere insieme la trama come se fossero i tasselli di un puzzle. Jack (Benicio del Toro) è un pregiudicato che sembra aver messo la testa a posto da quando ha scoperto la religione. Provoca però un incidente stradale nel quale muoiono il marito e le figliolette di Cristina (Naomi Watts). Stravolta dal dolore, la donna ripiomba nelle cattive abitudini di un tempo (alcol e droghe), ma viene "salvata" da Paul (Sean Penn), professore di matematica cui è stato trapiantato il cuore proprio del marito di lei. E che, per sdebitarsi, accetta di portare a termine la sua vendetta nei confronti di Jack... I tre personaggi sono spinti dal lutto, da tendenze suicide o dalla proprie dipendenze (la religione, la sete di conoscenza, o più banalmente alcol e droghe), da ossessioni o semplicemente dal destino: l'esito del loro percorso, in ogni caso, sarà per certi versi sorprendente. Oltre alla narrazione decostruita, il film è degno di nota anche per la sua estetica finto-povera, con la fotografia sgranata, i colori filtrati e l'uso estensivo della camera a mano (quasi alla von Trier), come ad accentuare il realismo e l'intensità della vicenda. Il tutto, però, serve anche a dare l'impressione di una complessità maggiore di quella che la stessa storia avrebbe avuto se narrata in maniera lineare, senza contare che si trascina un po' per le lunghe, pretendendo forse troppo dallo spettatore. Ottime, in ogni caso, le prove degli attori (Del Toro e la Watts ricevettero una nomination agli Oscar): nel cast anche Charlotte Gainsbourg (la compagna di Paul), Melissa Leo (la moglie di Jack), Eddie Marsan, Danny Huston e Clea DuVall. E regia e sceneggiatura si meritano i plausi ricevuti dalla critica. Il titolo, un po' pretenzioso, si riferisce al presunto peso che un corpo umano perde nel momento della morte.

3 giugno 2022

In ordine di sparizione (H.P. Moland, 2014)

In ordine di sparizione (Kraftidioten)
di Hans Petter Moland – Norvegia/Svezia 2014
con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Quando una banda di trafficanti di droga gli uccide il figlio, il tranquillo Nils Dickman (Stellan Skarsgård), autista di spazzaneve e abitante di una cittadina isolata nel nord della Norvegia, decide di sgominare da solo l'intera banda. La trama non è dissimile da quelle di tanti revenge movie: a fare la differenza sono l'ambientazione innevata e i toni quasi astratti e assurdisti, conditi da un sottilissimo black humour, che ricordano di volta in volta il Kitano di "Outrage", le commedie criminali di Guy Ritchie, e persino il Jarmusch di "Ghost dog" e il McDonagh di "In Bruges". Un nutrito gruppo di "cattivi" dotati di personalità – dal capo della banda, il "Conte" (Pål Sverre Hagen), ai suoi vari sottoposti, ai membri della banda rivale serba, guidata dal vecchio "Papa" (Bruno Ganz) – è vittima della vendetta lenta, fredda e metodica del protagonista: ogni morte è accompagnata, a mo' di necrologio, dal nome del deceduto sullo schermo nero, il che giustifica il titolo italiano. Tyos, la cittadina dove si svolge la storia, è immaginaria. Nel 2019 lo stesso regista ne ha diretto il remake americano, "Un uomo tranquillo", con protagonista Liam Neeson.

18 maggio 2021

Tangsir (Amir Naderi, 1973)

Tangsir
di Amir Naderi – Iran 1973
con Behrouz Vossoughi, Parviz Fanizadeh
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Per vendicarsi dei quattro uomini (un mercante, un avvocato, un giudice corrotto e lo sceicco locale) che gli hanno sottratto con l'inganno i risparmi di una vita per poi umiliarlo e deriderlo, il povero ma orgoglioso tangsir (ovvero membro di una tribù del Tangestan, nell'Iran meridionale) Za'er Mohammad decide di farsi giustizia da solo. Le sue azioni saranno la scintilla che scatenerà la rivolta della popolazione contro i soprusi e le vessazioni di autorità corrotte e forze dell'ordine compiacenti. Pellicola giovanile di Amir Naderi, ambientata a metà degli anni trenta (di Za'er, che ora lavora come scavapozzi, si dice che ha combattuto vent'anni prima, al fianco di Ali Delvari, contro gli inglesi che avevano occupato la regione nel 1915), ispirata a un romanzo di Sadeq Chubak e interpretata da quella che era una vera e propria star del cinema persiano, Behrouz Vossoughi, qui nel ruolo di un uomo coraggioso che diventa sua malgrado l'acclamato leader di una rivoluzione armata. Nonostante qualche ingenuità nella scrittura e alcune concessioni alla retorica, il film è appassionante e mette in mostra il talento di un regista che dopo essersi fatto le ossa con pellicole popolari come questa si dedicherà in seguito a un tipo di cinema sempre più personale, culminante in due titoli semi-autobiografici noti anche in occidente ("Il corridore" e "Acqua, vento, sabbia").

7 febbraio 2021

Bloodshot (David S. F. Wilson, 2020)

Bloodshot (id.)
di David S. F. Wilson – USA 2020
con Vin Diesel, Guy Pearce
**

Visto in TV (Now Tv).

Dopo essere stato ucciso da un terrorista, il soldato americano Ray Garrison (Vin Diesel) viene riportato in vita da uno scienziato (Guy Pearce) che gli dona un corpo super-potenziato e in grado di rigenerarsi grazie ai "naniti" iniettati nel suo organismo. Denominato Bloodshot, sfrutterà le proprie capacità per lanciarsi in una vendetta personale, ma scoprirà che le sue memorie sono state manipolate e che non tutto quello che gli è stato detto corrisponde a verità. Da un fumetto della Valiant pubblicato negli anni '90 (e chi ama i comic book sa cosa aspettarsi da quel decennio, nel bene e nel male), un action movie fantascientifico che appare inizialmente poco originale (è quasi un incrocio fra "I nuovi eroi", quello con Van Damme, e "Robocop", con influenze supereroistiche da Venom e Wolverine), salvo cambiare le carte in tavola con il twist a metà pellicola. Alla fine il risultato è decente e, per i fan del genere, soddisfacente. Diesel non sembra interessato più di tanto ad approfondire il suo personaggio, ma in fondo recita (come sempre) con il fisico più che con l'espressività. Alquanto stereotipate le figure di contorno, dai "cattivi" (Sam Heughan, Alex Hernandez) al comprimario femminile (la bad girl Eiza González) fino alla spalla comica (l'hacker Lamorne Morris). Quanto al regista, all'esordio, si affida quasi solo agli effetti speciali per realizzare scene d'azione cinetiche o iper-tecnologiche. Nelle intenzioni il film dovrebbe essere il primo di un "universo cinematico Valiant": di fatto sarebbe già in programma un sequel.

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***1/2

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

14 gennaio 2021

Lo straniero della valle oscura (A. Prochaska, 2014)

Lo straniero della valle oscura - The Dark Valley (Das finstere Tal)
di Andreas Prochaska – Austria/Germania 2014
con Sam Riley, Paula Beer
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il fotografo itinerante Greider (Sam Riley) giunge in una valle inospitale dove spadroneggia la famiglia Brenner, che gestisce la legge in maniera feudale, con tanto di ius primae noctis imposto agli abitanti. In effetti Greider è lì per vendicare la madre, che vent'anni prima fu vittima della famiglia. Ambientato fra le nevi delle Alpi, un cupissimo e insolito "western" europeo, dai toni gravi e opprimenti, anche nella fotografia gelida e nella colonna sonora ricca di bassi (se si eccettua una canzone pop che c'entra come i cavoli a merenda). Per quanto i temi siano inflazionati (lo straniero, la vendetta) e il contesto sia implausibile dal punto di vista storico, l'atmosfera (anche grazie alla regia e alla fotografia) è notevole: il terrore imposto dai Brenner al villaggio, la rabbia repressa della giovane Luzi, il ritmo lento ma elegante, le sparatorie nella neve... sono tutti elementi che affiorano concretamente dalle immagini sullo schermo. Meglio sorvolare invece sulla struttura narrativa (il poco mistero che c'è all'inizio sull'identità dello straniero e su quella di colui che uccide i fratelli Brenner, ovvero se coincidano o meno, viene subito svelato) e su alcune scelte inspiegabili dei personaggi (come quando Greider, pur avendo i suoi nemici a portata di fucile, li risparmia). E naturalmente, a parte gli scenari montuosi, non c'è nulla di europeo o tantomeno di alpino nei personaggi, negli abiti e nelle scenografie, tanto che – se non fosse per alcuni accenni nei dialoghi – sembrerebbe di trovarsi fra le montagne del Nord America. Tratto da un romanzo del tedesco Thomas Willmann, il film è stato girato in Alto Adige, per la precisione in Val Senales.

11 gennaio 2021

Hanna (Joe Wright, 2011)

Hanna (id.)
di Joe Wright – USA/GB/Germania 2011
con Saoirse Ronan, Cate Blanchett
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cresciuta nella natura selvaggia fra le foreste innevate dell'Artico e addestrata dal padre, l'ex agente della CIA Erik Heller (Eric Bana), all'arte della sopravvivenza e del combattimento, la sedicenne Hanna (Saoirse Ronan) si reca per la prima volta nella civiltà con l'obiettivo di uccidere Marissa Wiegler (Cate Blanchett), un tempo superiore di Erik. E nel farlo scoprirà anche la verità su sé stessa e su sua madre, cavia di esperimenti scientifici per creare il "soldato perfetto". Action movie che parte da un canovaccio già visto molte volte (sembra il soggetto di un film di Luc Besson, un mix fra "Nikita", "Lucy" e "Leon", con tanto di cattivi eccentrici come il killer biondo interpretato da Tom Hollander) ma lo arricchisce a modo suo con tocchi da commedia – vedi tutto il viaggio della protagonista, dal Marocco alla Spagna e poi verso la Germania, "aggregata" a una famiglia di turisti sciroccati (Jason Flemyng, Olivia Williams, Jessica Barden e Aldo Maland), e in generale le interazioni di Hanna con il mondo moderno, che aveva studiato solo sui libri – e un costante parallelo con le fiabe dei fratelli Grimm (in cui Marissa è la strega cattiva/matrigna). La buona caratterizzazione della protagonista e una regia ricca di long takes (Joe Wright è innamorato da sempre dei piani sequenza: notevole qui quello dell'arrivo di Eric a Berlino, ma ottima anche la fuga di Hanna dal centro di detenzione) compensano così una trama derivativa e che si fa via via più prevedibile, tanto che alla fine non lascia granché allo spettatore. Musica dei Chemical Brothers. Le scene iniziali sono state girate in Finlandia. Saoirse Ronan aveva già recitato per Wright nel suo film più riuscito, "Espiazione". Dalla pellicola è stata tratta una serie tv.

30 settembre 2020

Il corvo (Alex Proyas, 1994)

Il corvo - The crow (The Crow)
di Alex Proyas – USA 1994
con Brandon Lee, Rochelle Davis
***

Visto in TV.

Ucciso durante la "notte del diavolo", alla vigilia di Halloween, insieme alla sua ragazza, il musicista Eric Draven (Brandon Lee) è magicamente riportato in vita un anno dopo per vendicarsi dei suoi assassini. Da un fumetto di James O'Barr, un revenge movie dall'aura maledetta con una storia e un mood anni ottanta ma un'estetica dark che si rifa al cinema di Hong Kong degli anni novanta (evidenti le ispirazioni da John Woo, Ching Siu-tung e Tsui Hark). A tratti semplicistico e imperfetto, ma innegabilmente ricco di fascino, anche grazie alla regia di Proyas (di cui, insieme al successivo "Dark City", è il lavoro più celebre) e alla fotografia di Dariusz Wolski (che trasuda atmosfera e dà vita a una città notturna, perennemente sotto la pioggia, che ricorda la Gotham City di Batman). Molto, in effetti, richiama i comics più cupi dell'epoca (Batman appunto, ma anche Blade o Sandman), forse per l'origine del soggetto: oltre che una creatura soprannaturale e immortale (con alcuni connotati religiosi), Eric è una sorta di vendicatore mascherato, con il volto dipinto di bianco, a metà fra un clown malvagio e un fantasma, sempre accompagnato da un corvo ultraterreno che funge da legame fra il mondo dei vivi e quello dei morti (e attraverso i cui occhi Draven può scrutare i suoi nemici). La fama di cult gli è giunta anche da una tragica circostanza: l'attore protagonista (figlio di Bruce Lee, peraltro) è morto accidentalmente sul set a pochi giorni dalla fine delle riprese, ucciso dal colpo di una pistola che avrebbe dovuto essere caricata a salve ma che per errore conteneva un proiettile difettoso. Il fatto che la trama stessa della pellicola parli di un uomo che torna dalla morte è incredibilmente inquietante. Rochelle Davis è la piccola skater Sarah, Ernie Hudson il poliziotto buono Albrecht, mentre fra i tanti cattivi spiccano Michael Wincott (il boss Top Dollar), Bai Ling (la sua sorella/amante Myca), David Patrick Kelly, Angel David, Michael Massee e Laurence Mason (i quattro balordi responsabili della morte di Eric). Fu proprio Massee, senza volerlo, a sparare il colpo che uccise Lee. La pellicola, dedicata a lui e alla sua fidanzata Eliza Hutton, fu completata ricorrendo a una controfigura (come era capitato anche al padre di Brandon ne "L'ultimo combattimento di Chen") e alla computer grafica. Curiosità: la controfigura in questione era Chad Stahelski, il futuro regista dei film di John Wick. Memorabile la colonna sonora a base di brani rock, punk, metal e gothic di gruppi del calibro dei Cure ("Burn"), Rage Against the Machine ("Darkness"), Helmet, Nine Inch Nails e The Jesus and Mary Chain. Grande successo di pubblico e pure di critica: ne seguirono alcuni sequel e anche una serie tv, accolti però male (anche per via dell'assenza di Lee). Il titolo (da non confondere con l'omonimo noir di Clouzot del 1943) è forse ispirato alla poesia di Edgar Allan Poe (in originale "The Raven").

3 settembre 2020

I segreti di Wind River (T. Sheridan, 2017)

I segreti di Wind River (Wind River)
di Taylor Sheridan – USA 2017
con Jeremy Renner, Elizabeth Olsen
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nella riserva indiana di Wind River, fra le montagne del Wyoming, il cacciatore Cory (Renner) – che ha l'incarico di tenere sotto controllo la fauna selvatica – trova il cadavere di una ragazza fra la neve. Collaborerà con l'inesperta agente dell'FBI Jane (Elizabeth Olsen) nella ricerca del colpevole, anche perché ha un motivo personale: tre anni prima, la sua stessa figlia era morta in circostanze simili. Scritto e diretto da Taylor Sheridan (alla sua prima regia, dopo l'horror semi-amatoriale "Vile" e dopo aver firmato le sceneggiature di altri due thriller ambientati nei luoghi più remoti della frontiera americana, "Sicario" e "Hell or High Water"), un film che ha il suo punto di forza principale nell'ambientazione, monti e pianure innevate dove l'uomo è a contatto diretto con la natura e con i propri istinti primordiali, una vera e propria frontiera dove farsi giustizia da soli – sotto lo sguardo di lupi e puma selvatici – risulta, appunto, naturale. Poco interessante invece la trama gialla (di fatto c'è una sola traccia da seguire, che porta più o meno direttamente al colpevole), come la struttura narrativa (con molte lungaggini) e la caratterizzazione semplicistica dei personaggi (l'unico interessante è il protagonista, mentre comprimari e cattivi sono figurine stereotipate). Graham Greene interpreta lo sceriffo della riserva indiana. Qualche rimando, forse, a "Neve rossa" di Nicholas Ray. Come suggerisce la didascalia conclusiva, il regista voleva porre l'attenzione sul grande numero di donne native americane che vengono violentate e uccise, eppure nulla nel film lascia intendere che la vittima sia stata scelta a causa della sua etnia. Il titolo italiano (come già era capitato con "Brokeback Mountain") scimmiotta "I segreti di Twin Peaks".

30 agosto 2020

Manon delle sorgenti (Claude Berri, 1986)

Manon delle sorgenti (Manon des sources)
di Claude Berri – Francia/Italia 1986
con Emmanuelle Béart, Yves Montand, Daniel Auteuil
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Seconda parte del dittico iniziato con "Jean de Florette" e tratto dai romanzi di Marcel Pagnol (nonché dal suo film, omonimo di questo, del 1952). È trascorsa una decina d'anni, durante i quali Ugolin Soubeyran (Auteuil) ha coltivato garofani nella tenuta acquistata dalla vedova di Jean, sfruttando la ricca sorgente d'acqua che era nascosta al suo interno. Suo zio, il vecchio patriarca "Papet" (Montand), giunto in tarda età senza eredi, vorrebbe che il nipote si sposasse per garantire la sopravvivenza della famiglia. E in effetti Ugolin si innamora di... Manon (una giovanissima e luminosa Béart), la figlia di Jean, che vive quasi allo stato selvatico fra le colline, nei pressi della fattoria che era appartenuta al padre, portando al pascolo un gregge di capre e cacciando lepri e uccellini. La ragazza sospetta dell'inganno che Ugolin e lo zio ordirono dieci anni prima, e viene ora a sapere che anche gli altri abitanti del villaggio erano a conoscenza della sorgente. Decide allora di vendicarsi, bloccando in una grotta l'afflusso che alimenta tutte le fontane della regione. Di fronte all'improvvisa mancanza d'acqua, gli abitanti del paese vanno in crisi. E quando nemmeno un ingegnere statale riesce a risolvere il problema, si rivolgono alla religione... Oltre a fungere da sequel a "Jean de Florette" (portando a compimento le traiettorie di tutti i personaggi, a partire da una Manon protagonista di una vendetta che, nel suo piccolo, ricorda quella di celebri figure della letteratura francese vittime di ingiustizie altrui, da "Il Conte di Montecristo" in poi), il film ne eleva i temi a proporzioni “mitologiche” e universali: è una vera e propria tragedia greca, con tanto di punizione che il destino riserva a coloro che si sono macchiati di colpe (il riferimento esplicito a Tebe, nella predica del parroco, richiama il mito di Edipo): quanto mai azzeccato, dunque, il tema musicale da "La forza del destino" di Verdi. Altri aspetti mitologici sono legati all'ambientazione agreste e alla stessa Manon, pastorella in simbiosi con la natura (come in fondo sognava di fare il padre) e "ninfa" che fa il bagno nuda nelle acque delle colline. Colpisce anche l'approfondimento di tutti i personaggi, persino i "cattivi" (Ugolin e Papet), che sono quasi i veri protagonisti e a cui non mancano tratti umani ed empatici. Entrambe le pellicole hanno ricevuto un grande consenso da parte della critica (con premi, in particolare, per Auteuil e Béart) e del pubblico.

5 luglio 2020

John Wick (Chad Stahelski, 2014)

John Wick (id.)
di Chad Stahelski [e David Leitch] – USA 2014
con Keanu Reeves, Michael Nyqvist
**

Visto in TV.

Ex sicario ritiratosi a vita privata, John Wick torna in azione dopo la morte della moglie per vendicarsi di una gang di mafiosi russi che, ignorando la sua identità, gli hanno rubato l'auto e ucciso il cane. Un plot semplicissimo e non troppo originale, un personaggio visto mille volte (il killer inarrestabile che da solo affronta centinaia di avversari), scene d'azione ripetitive che sembrano uscite da un videogioco (a un certo punto, a sottolineare la cosa, uno sparatutto in prima persona compare davvero sullo schermo), cattivi che fanno sempre la scelta sbagliata: nonostante tutto, però, ci si diverte, perché – vivaddio – il film non si prende sul serio e non aspira a essere nulla più di quello che è, senza sovrastrutture filosofiche o rimandi all'attualità. La cosa più interessante sono i piccoli particolari che ampliano il mondo attorno al protagonista e ai suoi "colleghi": un universo dove fare il killer è un lavoro come un altro e i sicari seguono un proprio codice, si radunano presso l'hotel Continental (una sorta di "porto franco" dove potersi rifugiare, rilassare, o incontrare i propri clienti), si fanno pagare in "monete d'oro" e hanno a propria disposizione una serie di servizi per le questioni più pratiche, come ripulire le scene delle sparatorie dai cadaveri che hanno seminato. Keanu Reeves è in gran forma nel ruolo dell'assassino freddo ed elegante (veste sempre di nero), carismatico e inespressivo, che combatte per una vendetta personale senza lasciar trapelare più di tanto le proprie emozioni. Michael Nyqvist è il boss mafioso russo, Alfie Allen il figlio arrogante e stupido che ha scatenato l'ira del protagonista, Ian McShane il misterioso proprietario del Continental, John Leguizamo il garagista Aurelio, mentre Willem Dafoe e Adrianne Palicki sono due "colleghi" di John, rispettivamente un alleato e un'antagonista. Da notare le traduzioni dal russo che appaiono sullo schermo come fossero le didascalie di un fumetto. Opera prima della coppia di ex stuntmen Chad Stahelski (regista) e David Leitch (produttore), sceneggiata da Derek Kolstad, la pellicola ha riscosso un inatteso successo di pubblico che ha portato alla realizzazione di vari sequel, dando così vita a una fortunata franchise (attualmente sono in lavorazione anche una serie televisiva e degli spin-off).

2 luglio 2020

Il Cristo proibito (Curzio Malaparte, 1951)

Il Cristo proibito
di Curzio Malaparte – Italia 1951
con Raf Vallone, Alain Cuny
***

Visto su YouTube.

Alla fine della seconda guerra mondiale, liberato da un campo di prigionia in Russia, Bruno (Raf Vallone, doppiato da Emilio Cigoli) fa ritorno nel suo paese di origine nella campagna toscana. Qui scopre che tutti, concluse le tragedie della guerra, vogliono solo dimenticare e andare avanti. Lui invece è rimasto con un conto in sospeso: intende vendicare il fratello Giulio, partigiano fucilato dai tedeschi, uccidendo l'abitante del villaggio (di cui ignora l'identità) che lo ha tradito e consegnato al nemico. L'unico film mai diretto dallo scrittore Curzio Malaparte è un oggetto strano, dallo stile post-neorealista e pre-pasoliniano. Più che la forma, però, furono i contenuti a fare scalpore: la guerra era ancora fresca nella memoria di tutti, e la tesi che bisognasse chiudere i conti con il passato non venne accolta nel migliore dei modi, specialmente quando alla domanda "Di chi è la colpa?" si risponde "È anche colpa nostra, è colpa di tutti". Nella sua ricerca ossessiva di giustizia, Bruno si scontra non soltanto con amici e parenti – la madre (Rina Morelli), la servetta Maria (Anna Maria Ferrero), l'amica d'infanzia Nella (Elena Varzi) – che rifiutano di rivelargli il nome del traditore, ma soprattutto con il carpentiere del villaggio, Mastro Antonio (Alain Cuny), figura ascetica che predica la necessità del sacrificio di un innocente per espiare le colpe collettive e uscire così dalla spirale infinita di odio e vendetta. È lui "il Cristo proibito" del titolo, un riferimento alle parole del sindacalista (Gino Cervi) che invece nega questa possibilità ("Oggi nessuno vuole più soffrire per gli altri, agli uomini è proibito ripetere il sacrificio del Cristo") e cerca di dimostrarlo durante la processione nel villaggio, quando invita gli abitanti a farsi mettere letteralmente in croce "per la salvezza del mondo", sbeffeggiando la loro ritrosia. Se gli argomenti sono dunque di attualità, come il tema della riappacificazione e della necessità di chiudere i conti con il passato (dopo un periodo in cui tutti hanno vissuto traumi di vario genere), il film presenta anche aspetti universali, archetipici (il capro espiatorio) o esistenziali ("Neppure la libertà è riuscita a fare di noi degli uomini liberi, e felici") ed è ambientato in un mondo al tempo stesso vecchio e moderno, dove convivono un'antica cultura contadina, le tradizioni famigliari, le cerimonie religiose, le feste rurali, le rivendicazioni dei lavoratori (si pensi al partecipante alla processione con il mascherone e la tuta della Pirelli) e le tante contraddizioni e i segreti nascosti dell'Italia post-bellica (il negoziante con il ritratto di Stalin in bella vista e quello di Mussolini nascosto dietro un'anta). Bellissimi paesaggi e scenari: la pellicola è stata girata in provincia di Siena, a Sarteano e (soprattutto) a Montepulciano. Oltre a soggetto, sceneggiatura e regia, Malaparte firma anche il commento musicale.

5 giugno 2020

L'immortale (Takashi Miike, 2017)

L'immortale (Mugen no junin, aka Blade of the immortal)
di Takashi Miike – Giappone/GB 2017
con Takuya Kimura, Hana Sugisaki
**1/2

Visto in TV (Netflix).

L'ex samurai Manji (Takuya Kimura) è stato reso immortale dalle sanguisughe magiche che una misteriosa monaca viandante ha introdotto nel suo corpo. Assoldato come guardia del corpo dalla giovane Rin (Hana Sugisaki), che assomiglia in modo impressionante alla sorella morta, la aiuterà a vendicare il padre, ucciso dai membri della scuola d'armi Itto-ryu guidata da Anotsu (Sota Fukushi), un guerriero che aspira a dominare tutti i dojo del Giappone. Dall'omonimo fumetto di Hiroaki Samura, di cui adatta i primi due volumi, una pellicola d'azione a base di innumerevoli combattimenti all'arma bianca. La storia, strutturata episodicamente (un evidente calco del manga originale), vede il protagonista affrontare un nemico dietro l'altro, senza una reale progressione (a tratti la trama sembra inventata man mano che si va avanti), anche se l'insieme risulta comunque accattivante nel suo mix di ambientazione storica (siamo durante lo shogunato Tokugawa, nel tardo Settecento) ed esagerazioni pop, con personaggi stravaganti e armi non ortodosse. Per certi versi è una versione giapponese del "300" di Zack Snyder, e come tale deve essere gustato, senza aspettarsi la solennità, l'essenzialità e il rigore dei film di samurai di un tempo. D'altronde si tratta di caratteristiche difficili da trovare in un film di Miike (a proposito: si tratterebbe del centesimo (!) lavoro del prolifico regista), da sempre più a suo agio con gli eccessi che non con la misura. In ogni caso il divertimento non manca, ma attenzione: i combattimenti sono estremamente cruenti, con spargimenti di sangue, arti e membra mozzate. In effetti, pur essendo uno spadaccino eccezionale, spesso Manji non vince perché è più forte del nemico di turno, ma semplicemente perché, essendo immortale, si riprende con regolarità dalle innumerevoli ferite che gli vengono inflitte.

14 maggio 2020

5 è il numero perfetto (Igort, 2019)

5 è il numero perfetto
di Igort – Italia 2019
con Toni Servillo, Carlo Buccirosso
**

Visto in TV.

In una Napoli buia, piovosa e diroccata, l'anziano "guappo" Peppino Lo Cicero (Toni Servillo con un naso finto), sicario in pensione, riprende in mano le armi e scatena una guerra fra bande per vendicare il figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), tradito dal boss per cui lavorava. Al suo fianco l'amico di sempre, Totò o' Macellaio (Carlo Buccirosso), e l'ex amante Rita (Valeria Golino). All'esordio come regista cinematografico, il fumettista Igort (Igor Tuveri) porta sullo schermo una delle sue graphic novel di maggior successo, una storia di tradimenti, vendette e rappresaglie ambientata negli anni Settanta, con una trama fortemente debitrice ai classici del noir e alle pellicole di arti marziali dell'estremo oriente (con citazione esplicita: il protagonista va al cinema a vedere "Cinque dita di violenza"). Se i temi sono già visti e rivisti mille volte, la forma è però (post-)moderna, con divisione (piuttosto pretestuosa, a dire il vero) in capitoletti e un forte sbilanciamento sul versante stilizzato ed estetico (la fotografia è di Nicolaj Brüel): non c'è da stupirsi, dopotutto, vista l'origine fumettistica. Purtroppo i difetti di scrittura sono notevoli: non tanto per la poca originalità della trama (su canovacci simili c'è chi ha realizzato dei capolavori, Melville, Woo e Kitano in primis) o della stessa forma-fumetto (da "Sin City" e "The Spirit"), quanto per la debole caratterizzazione dei personaggi che gravitano attorno al protagonista (quello interpretato dalla Golino, per esempio, è fondamentalmente inutile), per non parlare di elementi che sembrano scollegati l'uno dall'altro (come l'aneddoto che dà il titolo alla pellicola), una generale confusione narrativa e un colpo di scena poco sensato, che giunge fuori tempo massimo. Non si capisce inoltre perché si mescolino luoghi reali (Napoli) e immaginari (il Parador, fittizio paese del Centro America dove si svolge il finale), e lo stesso vale per i riferimenti culturali (basti pensare ai fumetti citati durante la pellicola: un comic book americano inventato, "L'uomo gatto", è contrapposto ai tascabili neri italiani come "Diabolik" e "Kriminal" per far riflettere sui ruoli degli eroi e dei cattivi nelle rispettive culture). Si salva invece l'ambientazione, finta ma fascinosamente irreale, e il mix di nostalgia e disillusione. Dialoghi spesso inintellegibili, un difetto di quasi tutto il cinema italiano recente.

28 febbraio 2020

Outrage coda (Takeshi Kitano, 2017)

Outrage coda (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2017
con Takeshi Kitano, Toshiyuki Nishida
**

Visto in divx.

Terzo e conclusivo capitolo, dopo "Outrage" (2010) e "Outrage beyond" (2012), della saga yakuza di Kitano. Otomo ("Beat" Takeshi) si è ritirato a vivere in Corea, nell'isola di Jeju, affiliandosi all'organizzazione del potente signor Chang (Tokio Kaneda). Nel frattempo, in Giappone, il clan Hanabishi (che ha assorbito i Sanno) è guidato dall'infido Nomura (Ren Osugi), malvisto dai suoi stessi sottoposti perché è più un impiegato che un vero yakuza ("Non hai neanche un tatuaggio!"), che pianifica di eliminare i suoi scomodi vice, Nishino (Toshiyuki Nishida) e Nakata (Sansei Shiomi), gangster della vecchia guardia. Ma questi si coalizzano contro di lui, sfruttando la ruggine fra Chang e il giovane Hanada (Pierre Taki) per scatenare una guerra fra bande, nella quale sarà coinvolto anche Otomo, che assieme al fido Ishikawa (Nao Omori) tornerà in Giappone per mettere in atto la propria vendetta. Rispetto ai due film precedenti, il ritmo è più disteso e meno frenetico: le scene d'azione e di violenza sono limitate, mentre per gran parte della pellicola assistiamo a lunghi dialoghi o confronti faccia a faccia, attraverso i quali si dipanano in modo freddo e tagliente gli intrighi, i complotti e le lotte clandestine fra i vari membri della yakuza. Pur proseguendo dunque nel raccontare guerre di potere e tradimenti incrociati, il film risulta perciò assai distante come tono dai precedenti: inoltre, complice il ruolo limitato che il regista riserva a sé stesso, solo a tratti si intravedono le caratteristiche anarchiche e poetiche del Kitano di un tempo (per esempio nell'incipit, con gli yakuza intenti a pescare sul molo in immancabile camicia hawaiana; e nelle brevi scene degli scoppi di improvvisa violenza). Mitica la risposta di Otomo quando Hanada gli chiede come si chiami: "Il mio nome è 'levati dai coglioni'. Bel nome vero?". L'ultima inquadratura, riservata alla morte del protagonista, sembra rappresentare un ennesimo e malinconico addio al genere (resuscitato, pare, solo per ragioni di cassetta), una sorta di canto del cigno. Nel complesso, non si può parlare di delusione, ma solo di inevitabilità (e di mancanza di sorprese). Nel vasto cast – è quasi un film corale! – anche Yutaka Matsushige (il poliziotto Shigeta), Tatsuo Nadaka, Ken Mitsuishi e Hakuryu, molti dei quali ritornano dai film precedenti. Musiche di Keiichi Suzuki.

19 settembre 2019

A girl missing (Koji Fukada, 2019)

A girl missing (Yokogao)
di Koji Fukada – Giappone 2019
con Mariko Tsutsui, Mikako Ichikawa
*1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Ichiko, premurosa infermiera che fornisce assistenza a domicilio agli anziani, stringe un forte rapporto d'amicizia con Saki e Motoko, nipoti di una sua cliente. Ma quando Saki scompare nel nulla per una settimana, e soprattutto dopo che il colpevole, arrestato, si rivela essere suo nipote Tatsuo, la vita di Ichiko cambia improvvisamente: assediata dai media e dalle riviste scandalistiche, che l'accusano di essere complice del rapimento, la donna finisce col perdere il lavoro e il fidanzato. La scoperta che dietro molte delle sue disavventure c'è Motoko, patologicamente invaghita di lei, la spingeranno a meditare vendetta... Costruito in maniera non lineare, alternando cioè scene ambientate nel passato (che raccontano i retroscena della vicenda) e nel presente (che mostrano la azioni di Ichiko), un thriller che parte bene, stimolando la curiosità dello spettatore per cercare di mettere insieme i vari pezzi a incastro. Ma si sfalda progressivamente, anche per la mancanza di sottigliezza con cui rappresenta le azioni dei personaggi, che pure sono spesso incapaci di cogliere quei segnali così evidenti allo spettatore (come la bisessualità di Motoko). E nel finale parte quasi per la tangente (anche per via di alcune scene oniriche), lasciando peraltro un paio di punti, se non irrisolti, quantomeno ambigui. Tante rimangono anche le ellissi, di certo volute, come il pochissimo spazio dedicato ad alcuni personaggi chiave (compresa la ragazza rapita e il suo rapitore!). Non certo una visione piacevole, per via di una sceneggiatura non troppo riuscita, tutta costruita su un gioco pretestuoso di ingenuità, fiducia tradita, ripicche amorose e vendette, anche se sono da apprezzare le interpretazioni, la regia elegante e precisa, e la freddezza dell'ambientazione.

24 gennaio 2019

The fall (Tarsem Singh, 2006)

The Fall (id.)
di Tarsem Singh – USA/India 2006
con Lee Pace, Catinca Untaru
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Monica e Roberto.

All'inizio del novecento, in un ospedale di Los Angeles, lo stuntman del cinema muto Roy Walker (Lee Pace), ferito alle gambe dopo un “salto” sul set, fa amicizia con la piccola rumena Alessandria (Catinca Untaru). Per ingraziarsi la bambina (e spingerla a procurargli le medicine con cui vorrebbe tentare il suicidio), l'uomo le racconta una storia inventata sul momento, che la fantasia della piccola trasfigura in un'avventura epica e colorata, con loro stessi come protagonisti. Assistiamo così alle vicende del “Bandito mascherato” e dei suoi variopinti compagni (un principe indiano, uno schiavo africano, un bombarolo italiano, un selvaggio mistico e il naturalista Charles Darwin) nella lotta contro il perfido governatore spagnolo Odious, collocate in scenari suggestivi in giro per il mondo (il film è stato girato in India, ma anche in Namibia, Bolivia, Indonesia, Sudafrica, Italia – a Roma e Tivoli – e a Praga). Il tutto mentre, nella “realtà”, l'affetto di Alessandria per Roy riuscirà a scuoterlo e a farlo desistere dai suoi propositi autodistruttivi. Remake di un film bulgaro del 1981, “Yo ho ho” di Zako Heskiya, è forse il miglior film di Tarsem, quello in cui il suo curatissimo talento visivo è anche al servizio di una storia compiuta e non banale. Una struttura che ricorda “Il labirinto del fauno” di Del Toro, con la commistione fra fiaba e dura realtà fitrata dagli occhi di una bambina, e un'estetica (costumi e architetture compresi) che rievoca a tratti Paradžanov (oltre che i colori di Bollywood) si mescolano attraverso le suggestioni storiche, la mescolanza di razze e di culture e la potenza dell'affabulazione (unita al fascino per gli albori del cinema, che ai tempi era assai “fisico”: nel finale si mostrano spezzoni di pellicole di Buster Keaton, Charlie Chaplin e altri “acrobati” del muto). Da notare come ci sia spesso uno scarto fra le parole del racconto di Roy (che si ispira a persone realmente esistite: non solo Darwin ma anche lo schiavo Ota Benga) e le immagini nella mente della bambina (per dirne una, quando l'uomo parla di indiani si riferisce probabilmente ai pellerossa dei film western in cui lavora, mentre Alessandria dà loro le fattezze degli indù che ha visto nella piantagione di arance: allo stesso modo la bambina si immagina gli abiti stravaganti dei personaggi e dona loro i volti e le fattezze delle persone attorno a lei). I costumi sono di Eiko Ishioka. La lavorazione è stata assai lunga, anche perché Tarsem ha voluto limitare al minimo l'uso di effetti speciali (e girare in location reali). Nella colonna sonora spicca l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven.