31 ottobre 2022

Hereditary (Ari Aster, 2018)

Hereditary - Le radici del male (Hereditary)
di Ari Aster – USA 2018
con Toni Collette, Alex Wolff
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Poco tempo dopo la morte della vecchia madre, Annie Graham (Toni Collette) perde anche la figlia Charlie (Milly Shapiro) in un bizzarro incidente provocato dal figlio Peter (Alex Wolff). Le difficoltà a elaborare il lutto, i rancori mai sopiti e i problemi personali (soffre di sonnambulismo, ha strane visioni) la mandano in crisi nei rapporti famigliari e nel lavoro. E nonostante lo scetticismo del marito Steve (Gabriel Byrne), che la crede pazza, si convince di essere vittima di una strana setta, di cui proprio sua madre era a capo, che intende evocare un demone... Il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore Ari Aster, dopo diversi corti, è un horror psicologico su una famiglia disfunzionale, in preda a sensi di colpa, risentimenti e relazioni irrisolte, che si colora poi di soprannaturale (guardando in parte a "Rosemary's baby") e che brilla soprattutto per la confezione. L'ottima regia, molto attenta alle scenografie (d'altronde Annie si occupa di realizzare diorami e modellini in scala, e gran parte delle inquadrature degli ambienti fanno sembrare le stanze quasi finte), è a tratti kubrickiana, con un uso sapiente di movimenti lenti e geometrie interne. Convince meno la sceneggiatura: la sua complessità finisce per sembrare meccanica e un po' fine a sé stessa, con un accumulo di elementi nella prima parte in attesa del payoff nella seconda: insomma, vuole provarci un po' troppo. Discrete le prove degli attori, ottimo il riscontro della critica. Una nota sulla distribuzione: c'era proprio bisogno di un sottotitolo italiano ("Le radici del male")?

30 ottobre 2022

Splatters - Gli schizzacervelli (P. Jackson, 1992)

Splatters - Gli schizzacervelli (Braindead)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1992
con Timothy Balme, Diana Peñalver
**1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Lionel (Timothy Balme) vive con una madre severa e "castratrice" (Elizabeth Moody), che ostacola in ogni modo la sua relazione romantica con la commessa Paquita (Diana Peñalver). Quando la donna viene morsa da una scimmia-topo della Sumatra, si trasforma in uno zombie immortale che contagia col proprio morso conoscenti e parenti. E il povero Lionel avrà il suo da fare nel tenere a bada l'orda di zombie con robuste dosi di tranquillanti... Il terzo lungometraggio di Peter Jackson, dopo "Fuori di testa" e "Meet the Feebles", è una commedia horror caotica e anarchica, demenzialmente trash e sopra le righe, piena di momenti splatter e di un disgustoso body horror. Dall'incipit alla "Indiana Jones", con gli esploratori a Skull Island (una citazione da "King Kong") in cerca della scimmia-topo ("Singaia!"), al lungo e truculento finale, una vera orgia di sangue finto e frattaglie varie, la pellicola diverte all'insegna degli eccessi e di una regia inventiva che si appoggia sulle lezioni di Sam Raimi (l'uso del grandangolo, i primissimi piani, il montaggio serrato, le inquadrature sghembe, le soggettive e la fotografia colorata) e di Ray Harryhausen (le animazioni a passo uno, gli effetti speciali "artigianali"). Rispetto ai due film precedenti, la qualità dei suddetti effetti è decisamente migliore e il loro uso è più esteso. E se in certi punti la sceneggiatura (di Stephen Sinclair, Fran Walsh e lo stesso Jackson) dà la sensazione di procedere per accumulo di situazioni divertenti ma anche fini a sé stesse, incentrate su un umorismo slapstick/nero a tratti eccessivo (vedi, per esempio, la scena con il neonato zombie che Lionel porta al parco, peraltro aggiunta da Jackson a fine lavorazione perché dal budget erano avanzati dei soldi), bisogna però riconoscere che in una pellicola come questa non è certo la trama che conta. Memorabile il prete che combatte gli zombie a colpi di arti marziali ("Qui ci vuole il ninja di Dio!"). La vicenda è ambientata nella città natale di Jackson, Wellington, negli anni '50. L'adattamento e il doppiaggio italiano si prendono molte libertà, accentuando la scurrilità dei dialoghi.

28 ottobre 2022

Fuori di testa (Peter Jackson, 1987)

Fuori di testa (Bad taste)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1987
con Peter Jackson, Craig Smith
***

Rivisto in divx.

Nella campagna neozelandese, un piccolo nucleo di agenti speciali inviati dal governo deve vedersela con un'invasione di alieni cannibali, scoprendo che gli extraterrestri lavorano per una compagnia di fast food intergalattica e intendono fare provviste di carne umana. Il primo film di Peter Jackson è un lavoro amatoriale (girato con pochi soldi e insieme a un gruppo di amici) che mette in mostra tutte le qualità cinematografiche e... artigianali del futuro regista de "Il Signore degli Anelli". Le scene splatter e "disgustose" abbondano (cervelli scoperchiati, tanto sangue e "frattaglie", bevute di vomito), così come costumi "fatti in casa" (gli alieni "patatosi", le cui maschere hanno le dimensioni del... forno nella cucina della madre di Jackson, dove sono state preparate) e practical effects (la casa vittoriana che decolla nel finale, ovvero un modellino spettacolarmente ben riuscito) debitori della lezione di Tom Savini: il tutto al servizio di una trama assurda e di momenti grotteschi a loro modo indimenticabili (la pecora che esplode!) e che naturalmente fanno parte del gioco. Il risultato è ridicolmente appassionante e divertente, grazie anche al dinamismo della regia, con camera mobile e a mano (nello stile del Sam Raimi de "La casa") e una musica che aggiunge dimensione alle scene d'azione. Quasi tutti recitano in più ruoli: Jackson stesso interpreta sia Derek, lo scienziato del gruppo (che perde pezzi di cervello e deve chiudersi il cranio con la cintura dei pantaloni), sia Robert, uno degli alieni. Inizialmente doveva trattarsi solo di un cortometraggio di 20 minuti, che poi è stato ampliato. La lavorazione si è protratta per quattro anni. Un bel documentario, "Good taste made bad taste", ne svela i retroscena e i metodi artigianali usati, grazie ai quali Jackson e i suoi collaboratori (qui c'è già il montatore Jamie Selkirk) si sono fatti le ossa per i film successivi (compresa la trilogia tolkieniana).

26 ottobre 2022

Licantropus (Michael Giacchino, 2022)

Licantropus (Werewolf by Night)
di Michael Giacchino – USA 2022
con Gael García Bernal, Laura Donnelly
**

Visto in TV (Disney+).

Alla morte di Ulysses Bloodstone, leader di una setta segreta che da secoli dà la caccia a mostri e varie creature soprannaturali, un gruppo di "cacciatori" si raduna per scegliere il suo successore, colui che deterrà il potere della Bloodstone, pietra magica in grado di influenzare la psiche dei suddetti mostri. Fra i candidati, che dovranno competere fra loro dando la caccia a una bestia catturata per l'occasione (il tutto ricorda il classico "La pericolosa partita" del 1932), ci sono anche Elsa (Laura Donnelly), figlia ripudiata di Ulysses, e Jack (Gael García Bernal), che in realtà è a sua volta un mostro, per la precisione un licantropo, un lupo mannaro che si trasforma nelle notti di luna piena, e che si è introdotto nella setta con l'unico scopo di liberare l'oggetto della caccia, il suo amico Ted (ovvero l'Uomo-Cosa!). Primo "special televisivo" per il Marvel Cinematic Universe, di un'ora scarsa di durata e pubblicato in streaming sulla piattaforma Disney+ sotto Halloween: lo stile e l'estetica sono quelli dei vecchi film di mostri della Universal, tanto da essere girato quasi tutto in bianco e nero (a parte i riflessi rossi emanati dalla Bloodstone, e il breve finale a colori che richiama "Il mago di Oz", con tanto di canzone "Somewhere over the rainbow" a sottolinearlo). Il titolo italiano, "Licantropus", è il nome con cui il personaggio dei fumetti era stato pubblicato nel nostro paese: faceva parte di un gruppo di character horror (come anche Dracula, la Mummia vivente e lo stesso Uomo-Cosa) con cui la Marvel aveva provato a differenziare la propria offerta negli anni settanta, uscendo dall'alveo dei "semplici" supereroi. Rispetto ai normali film del MCU, questo speciale è decisamente su piccola scala, alquanto esile e superficiale (le caratterizzazioni dei personaggi latitano: gli altri cacciatori di mostri, in particolare, sono macchiette senza profondità), ma quantomeno divertente da vedere per una serata fra amici. Harriet Sansom Harris è Verusa, vedova di Ulysses e matrigna di Elsa. Alla regia c'è il compositore (!) Michael Giacchino.

24 ottobre 2022

Possessor (Brandon Cronenberg, 2020)

Possessor (id.)
di Brandon Cronenberg – Canada/GB 2020
con Andrea Riseborough, Christopher Abbott
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Tasya Vos (Andrea Riseborough) lavora come killer per un'organizzazione che sfrutta un'avanzata tecnologia neurale per trasferire la coscienza dei propri sicari in altre persone e usarle per commettere gli omicidi. Il suo nuovo incarico consiste nel prendere possesso di Colin (Christopher Abbott), fidanzato con la figlia di un magnate dell'informatica (Sean Bean), e uccidere quest'ultimo. Ma qualcosa va storto durante la procedura, e Tasya scopre di non riuscire a controllare del tutto Colin ma soprattutto di avere difficoltà ad uscire dal suo corpo... Scritto e girato dal figlio di David Cronenberg, un thriller fantascientifico freddo e disturbante, decisamente nello stile del padre: la psiche, la memoria e i corpi vengono scambiati e sconvolti, fra allucinazioni e perdita del sé, e proprio questi sono gli aspetti più interessanti, al di là della trama legata all'organizzazione che compie gli omicidi (per non parlare della strana azienda di data mining in cui lavora Colin, che tramite webcam invade la privacy altrui per catalogare oggetti di arredamento o di uso quotidiano). La crescente alienazione della killer, che dopo ogni missione rischia di lasciare una parte di sé nel corpo che aveva posseduto, fa il resto. Un film interessante e ben fatto, sgradevole a tratti ma volutamente. Bella la fotografia di Karim Hussain. Nel cast anche Jennifer Jason Leigh (il boss di Tasya), Tuppence Middleton (la fidanzata di Colin) e Rossif Sutherland (l'ex marito di Tasya).

22 ottobre 2022

Re-Animator (Stuart Gordon, 1985)

Re-Animator (id.)
di Stuart Gordon – USA 1985
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Lo studente di medicina Herbert West (Jeffrey Combs), appena trasferitosi dall'Europa alla Miskatonic University di Arkham, in Massachusetts, conduce nel seminterrato strani esperimenti volti a riportare in vita i morti, iniettando nei cadaveri un miracoloso "reagente" in grado di riattivare le funzioni cerebrali. Peccato solo che i "rianimati" esibiscano istinti animaleschi e violenti. West sarà aiutato, dopo un'iniziale riluttanza, dal suo nuovo coinquilino e collega Dan Cain (Bruce Abbott), fidanzato con la figlia (Barbara Crampton) del direttore dell'istituto (Robert Sampson), mentre il perfido professor Hill (David Gale) cercherà di rubargli la formula segreta. Da un racconto di H.P. Lovecraft, di cui sposta il setting ai giorni nostri, un vero e proprio cult movie, opera prima di Stuart Gordon sotto l'egida del produttore Brian Yuzna (che firmerà come regista i due seguiti: "Bride of Re-Animator" nel 1990, in italiano intitolato semplicemente "Re-Animator 2", e "Beyond Re-Animator" nel 2003). Il soggetto, a metà fra un Frankenstein (nel senso del dottore pazzo, non del mostro) e un film di zombie (in fondo si parla di morti che tornano in vita), è svolto con passione e parecchia ironia, nonché con una robusta dose di gore e splatter, dando vita a sequenze memorabili nella loro demenzialità, su tutte quelle con il corpo che cammina portando in mano la propria testa, per non parlare delle scene di nudo nel finale (spassosa la recitazione del "cattivo" Gale). Il divertimento consente di passare sopra ai difetti del film (come una certa goffaggine da B-movie), anche perché gli effetti speciali – pratici e artigianali – sono talmente "disgustosi" e sopra le righe (anche quando evidentemente irrealistici: mitico il gatto morto) da catturare l'attenzione di uno spettatore non ancora abituato a quelli digitali odierni, che saranno sì più realistici ma anche molto meno coinvolgenti. E alla fine si sguazza con piacere nel folle caos scatenato da personaggi psicopatici come West e Hill. Curiosità: il "reagente", liquido dal colore verde fluorescente, era semplice luminol. Realizzato a basso costo, il film ha raggiunto la fama grazie alla successiva distribuzione nel circuito dell'home video. L'anno successivo Gordon, Yuzna, Combs e Crampton lavoreranno insieme a "From Beyond", un altro adattamento da Lovecraft.

20 ottobre 2022

Funeral march (Joe Ma, 2001)

Funeral march (Seung joi ngo sam)
di Joe Ma – Hong Kong 2001
con Eason Chan, Charlene Choi
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Duan (Eason Chan) si occupa per lavoro di organizzare funerali, curando con sensibile meticolosità ogni particolare della cerimonia. Quando viene assunto da Yee (Charlene Choi), giovane ragazza malata di cancro, per preparare il suo stesso funerale, cerca in ogni modo di convincerla a non arrendersi e a sottoporsi all'operazione che potrebbe salvarle la vita, cosa verso cui Yee è riluttante anche per via del cattivo rapporto con il padre e la matrigna. I sentimenti per Duan le faranno ritrovare la voglia di vivere, ma il destino è in agguato... Una delicata storia di emozioni, sentimenti, riflessioni su vita, morte e amore. Alla sua uscita sembrò un film "profondo", ma sono bastati vent'anni per accorgersi dei suoi limiti: nonostante una buona regia (con alcune scene notevoli: su tutte la soggettiva nel finale), l'atmosfera fredda e composta e la recitazione trattenuta, va alla ricerca di una commozione facile e un po' ricattatoria, e soffre per una parte centrale in cui i personaggi – complice anche un'informazione non ancora rivelata allo spettatore – sembrano smarrire un po' la strada, mentre si danno da fare per capire se si amano e se devono stare insieme o no. Nota: stando ai miei database, avevo già visto questo film prima di aprire il blog (dunque fra il 2001 e il 2005) e mi era anche piaciuto, eppure non ne ricordavo una sola immagine o sequenza.

18 ottobre 2022

Il peccato di Lady Considine (A. Hitchcock, 1949)

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn)
di Alfred Hitchcock – GB 1949
con Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Michael Wilding
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Australia, 1831. Charles Adare (Wilding), gentiluomo irlandese giunto a Sydney per fare fortuna, conosce Sam Flusky (Cotten), ex galeotto che, scontata la pena, è diventato un ricco proprietario terriero. Questi lo assume per tenere compagnia alla moglie, Lady Henrietta Considine (Bergman), che vive isolata dalla società e soffre di depressione. La coppia, infatti, è tormentata da un tragico passato (lui fu condannato ai lavori forzati per aver ucciso in Europa il fratello di lei, che disapprovava la loro unione per via della differenza di classe: aristocratica la donna, un semplice stalliere l'uomo) e da un stigma sociale che non l'ha abbandonata nemmeno all'altro capo del mondo... Secondo film in technicolor di Hitchcock dopo il precedente "Nodo alla gola", nonché terzo e ultimo con la Bergman come protagonista (dopo "Notorious" e "Io ti salverò"), segna anche il breve ritorno di sir Alfred in Inghilterra, dove dirigerà ancora un altro film ("Paura in palcoscenico") prima di ritrasferirsi definitivamente a Hollywood. Si tratta di un melodramma romantico a sfondo storico-sociale, piuttosto sopra le righe e abbastanza lontano dai soliti thriller cari al regista (anche se non mancano paralleli con lavori realizzati in precedenza, si pensi a "Rebecca"): l'ottima qualità della regia, assai mobile ed elaborata, che fa ampio ricorso a lunghi piani sequenza, e l'uso dei colori, quasi pastello, dona all'insieme un'aura tutta particolare, al limite dell'astratto o dell'irreale, il che gli consente di superare i limiti di un soggetto – tratto da un romanzo di Helen Simpson – da soap opera (un mix fra "L'amante di Lady Chatterley" e certi polpettoni storici ambientati in luoghi esotici), evidenti per esempio nel personaggio della governante Milly (Margaret Leighton), la domestica di casa, ambigua e manipolatrice. Buone le prove degli attori: da ricordare il lungo monologo della Bergman in cui Henrietta confessa a Charles il proprio tragico passato. Il film è noto in Italia anche con il titolo "Sotto il capricorno", traduzione letterale dell'originale (il capricorno in questione è il tropico che attraversa l'Australia).

17 ottobre 2022

Thaïs (Anton Giulio Bragaglia, 1917)

Thaïs
di Anton Giulio Bragaglia [e Riccardo Cassano] – Italia 1917
con Thaïs Galitsky, Ileana Leonidoff
*1/2

Visto su YouTube.

La contessa Vera "Nitchevo" Preobrajenska, nota nei circoli letterari con lo pseudonimo Thaïs (come il personaggio dell'opera di Massenet, ispirato a Santa Taide, e non alla Taide di Terenzio e Dante), ama i giochi e le feste, dove si prende gioco dei suoi numerosi corteggiatori. Fra questi spiccano Oscar, puro e dall'animo nobile, e il Conte di San Remo, di cui è innamorata la sua amica Bianca, danzatrice e cavallerizza. Quando Thaïs, per divertimento, seduce il Conte, Bianca per disperazione si lancia in una corsa disperata a cavallo, cade e muore. Per espiare il rimorso, anche Thaïs si suicida, rinchiudendosi nella "stanza segreta" della propria villa e riempendola di gas velenoso. Unico dei quattro film realizzati da Bragaglia nel 1917 a essere sopravvissuto, almeno in parte (l'unica copia esistente, con i titoli in francese, intitolata "Les possédées" e conservata nella Cinémathèque française di Parigi, dura 35 minuti contro i 60 della versione originale, stando al visto della censura), il film è considerato da alcuni critici come un esempio di "cinema futurista", corrente che Bragaglia ammirava e sosteneva, pur non avendo sottoscritto il "Manifesto del cinema futurista" proposto da Marinetti nel 1916. In realtà, a parte le interessanti scenografie ideate dal pittore Enrico Prampolini per la villa di Thaïs (con forme geometriche, astratte o decorative sulle pareti, come labirinti, triangoli, cerchi ed enormi occhi) e una certa libertà di linguaggio, c'è poco di innovativo, sperimentale, simbolico o appunto futuristico nella pellicola e nella vicenda che racconta, un melodramma poco interessante e realizzato in maniera alquanto amatoriale, se paragonato ad altri film girati in contemporanea (senza scomodare i kolossal di Pastrone, basti pensare a Nino Oxilia). I surrealisti, negli anni venti, produrranno pellicole ben più estreme. Qui c'è carenza dal punto di vista narrativo e, soprattutto, cinematografico: i numerosissimi cartelli si assumono il compito di fare ordine e raccontare una storia che le immagini, con sequenze brevi, statiche (con poche eccezioni, per lo più nel finale: la sequenza della cavalcata di Bianca e quella del suicidio di Thaïs) e slegate le une dalle altre, suggeriscono soltanto. Non aiuta la scarsa qualità della copia esistente (mai restaurata ufficialmente). Le due protagoniste erano attrici teatrali russe.

15 ottobre 2022

Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)

Il male non esiste (Sheytan vojud nadarad)
di Mohammad Rasoulof – Iran/Ger/Cec 2020
con Ehsan Mirhosseini, Kaveh Ahangar, Mahtab Servati
***

Visto in TV (Now Tv).

Quattro episodi sul tema della pena di morte in Iran, visto dalla prospettiva di chi è "costretto" a somministrarla, che si tratti di burocrati statali o giovani soldati di leva. Il regista (che ha girato il film clandestinamente: la pellicola è stata ovviamente bandita in patria) si è ispirato alle proprie esperienze e ha affermato di aver inteso esplorare la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità, dunque da un punto di vista personale e individuale, piuttosto che imbastire una battaglia a livello politico o sociale. Nel primo episodio, intitolato "Il diavolo non esiste" (come il titolo letterale del film stesso), assistiamo alla vita quotidiana, persino monotona, di un uomo di mezza età, con i suoi problemi famigliari, le interazioni con moglie, figlioletta e madre, la visita in banca o al supermercato per fare la spesa, i dialoghi di tutti i giorni. Solo alla fine scopriremo che lavoro fa, ovvero il boia in un carcere di Teheran: è la "banalità del male", immersa in un vissuto quotidiano dove le questioni legate al suo terribile lavoro sono completamente rimosse e lasciate da parte durante il resto della sua giornata. Nel secondo episodio, un giovane militare di leva viene assegnato al braccio della morte, con il compito di accompagnare i prigionieri verso il loro destino. Non saprà reggere alla tensione e sceglierà di "evadere". Nel terzo episodio, un altro soldato ottiene una licenza per far visita alla sua ragazza: quando questa scopre che il suo compito sotto le armi è quello di giustiziare i condannati a morte, cosa di cui non le aveva mai fatto accenno, deciderà di lasciarlo. Nel quarto, un uomo che vent'anni prima aveva disertato dall'esercito pur di non macchiarsi le mani del sangue dei condannati, confessa il proprio passato alla figlia, una ragazza che da allora è vissuta all'estero e che ignorava persino il loro legame di parentela. Quattro storie potenti, che restano dentro, legate dalla stessa tematica ma distanti per ambientazioni (molto belli, in particolare, gli scenari naturali degli ultimi due episodi), con personaggi che di fronte all'orrore del dover giustiziare altri uomini scelgono vie differenti: chi la rimozione di ogni senso di colpa, chi la fuga, chi l'ignoranza, chi la consapevolezza. Ottimi il vasto cast, la regia e la confezione. Nella colonna sonora spicca la versione di Milva di "Bella ciao" (quella connotata come "canto delle mondine"), più avanti ripresa anche in versione strumentale. Orso d'oro al festival di Berlino.

13 ottobre 2022

Entergalactic (Fletcher Moules, 2022)

Entergalactic (id.)
di Fletcher Moules – USA 2022
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

Lo street artist Jabari, celebre per il personaggio di Mr. Rager, i cui graffiti ricoprono i muri di New York, sta per cambiare la propria vita: si trasferisce in un nuovo appartamento a Manhattan, sta per trasformare Mr. Rager in un fumetto per un'importante casa editrice di comics, e si innamora della sua nuova vicina di casa, la fotografa Meadow, che a sua volta sta per presentare i propri lavori in una mostra collettiva... Se guardiamo soltanto al soggetto, alla sceneggiatura e ai personaggi, c'è davvero poco di memorabile in questo film d'animazione, ideato dal musicista e rapper Kid Cudi (al secolo Scott Mescudi, che nella versione originale dà anche la voce al protagonista; il cast comprende inoltre Jessica Williams, Timothée Chalamet, Tyrone Griffin Jr., Laura Harrier e Vanessa Hudgens) e che originariamente avrebbe dovuto essere una serie tv animata, prima di trasformarsi in uno "special": ci sono tutti i luoghi comuni della rom-com, la commedia romantica di ambientazione urbana, con i due personaggi che si incontrano, si innamorano, superano alcune incomprensioni e infine si ritrovano, attorniati dai soliti amici più o meno eccentrici che elargiscono consigli. A sollevare l'insieme non sono i contenuti, ma la forma: un'animazione moderna, colorata e gradevole, con uno stile di disegno che è una giusta via di mezzo fra il fotorealistico (c'è di mezzo il rotoscope?) e il cartoon (vedi anche le sequenze fantasiose ed espressionistiche). Aggiungiamoci una bella rappresentazione della vita culturale di New York, dell'ambiente circostante (Jabari si muove in bicicletta) e una colonna sonora sempre presente ma non troppo invadente, e il risultato è piacevole, anche se avrebbe potuto (e dovuto) osare di più, dando per esempio più spazio al personaggio di Mr. Rager (scollegato dal resto, tematicamente parlando: Jabari, d'altronde, sembra tutto tranne che un artista "arrabbiato"). Marginale anche la sottotrama legata all'app di incontri che tutti, tranne i due personaggi principali, usano.

11 ottobre 2022

Morbius (Daniel Espinosa, 2022)

Morbius (id.)
di Daniel Espinosa – USA 2022
con Jared Leto, Matt Smith
*1/2

Visto in TV (Netflix).

In cerca di una cura per la malattia ematica che lo tormenta dalla nascita, il medico Michael Morbius (Jared Leto) si inietta il DNA di un pipistrello e diventa così un vampiro, assetato di sangue ma dotato di forza e agilità sovrumane, oltre che di capacità sensoriali accresciute. Dovrà vedersela con Milo (Matt Smith), suo fratello adottivo, che ha subito la stessa trasformazione ma ha molti meno scrupoli nel nutrirsi di sangue umano. Ispirato a un personaggio Marvel decisamente minore (nato sui fumetti come nemico dell'Uomo Ragno: è il secondo, dopo Venom, a ricevere l'onore di un film tutto suo), un horror d'azione noioso e senza molte qualità, strano incrocio fra il Dottor Jekyll e Mister Hyde e un Dracula in salsa supereroistica. Gli attori si impegnano (meglio Smith di Leto, comunque; un dimesso Jared Harris è il padre adottivo di Michael e Milo, mentre la comprimaria femminile, Adria Arjona, è insignificante) e gli effetti speciali fanno il loro lavoro (nelle scene di combattimento impazza il "bullet time", ma c'è anche un interessante uso del colore durante il movimento dei personaggi): il problema è una sceneggiatura senza idee originali, con una trama costruita su mille cliché e personaggi dalle caratterizzazioni piatte, semplicistiche o ballerine. La nave dove Morbius si trasforma per la prima volta si chiama Murnau, evidente omaggio al regista di "Nosferatu" (uscito esattamente 100 anni prima!). Pochi gli accenni (a Venom e a Spider-Man) che fanno capire di trovarci in un universo condiviso: ma nelle scene in mezzo ai titoli di coda compare l'Avvoltoio (Michael Keaton) già visto in "Spider-Man: Homecoming".

9 ottobre 2022

A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967)

A ciascuno il suo
di Elio Petri – Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas
***

Visto in TV (RaiPlay).

In un paesino siciliano (mai menzionato, ma è Cefalù), Arturo Manno (Luigi Pistilli), farmacista locale e noto "sciupafemmine", riceve misteriose lettere anonime che lo minacciano di morte. Quando viene ucciso durante una battuta di caccia insieme all'amico Roscio, tutti pensano a un "delitto d'onore" (vengono sospettati i parenti di una servetta con cui aveva una relazione) e che Roscio sia rimasto coinvolto solo in quanto testimone. Ma Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), insegnante e amico delle due vittime, comincia a indagare per proprio conto, insospettito dal fatto che le lettere anonime ricevute da Arturo erano state confezionate con ritagli de "L'osservatore romano", una lettura improbabile per dei poveri contadini; e scopre che forse era proprio Roscio il vero obiettivo dell'agguato, avendo minacciato di rivelare i loschi traffici dell'avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti), influente notabile del paese e cugino di sua moglie Luisa (Irene Papas)... Tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è il primo film di Elio Petri insieme a Volontè e allo sceneggiatore Ugo Pirro, con i quali collaborerà nei suoi capolavori successivi, come "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto". E dietro le apparenze di un normale giallo (oggi diremmo "alla Camilleri"), il film affronta temi simili proprio a quelli di quei lavori, a cominciare dal potere strisciante e nascosto che si alimenta e si auto-protegge, di fronte al quale un cittadino onesto ma ingenuo – per quanto ben intenzionato – come il protagonista (un insegnante riservato, di simpatie comuniste, considerato "antisociale" dai poteri forti) non ha scampo ed è destinato a soccombere, vittima di un mondo molto più complesso di quanto poteva immaginare (il fatto che la realtà non è così semplice come appare a prima vista è un altro dei temi chiave del cinema di Petri). Siamo in Sicilia, e dunque viene spontaneo pensare alla mafia: ma non quella che assume la forma (spesso stereotipata) dell'organizzazione criminale, bensì della mafia delle piccole cose, delle "amicizie", dei rapporti clientelari o di forza, delle paure e dell'omertà, delle chiacchiere di paese e dell'ossessione per le apparenze sociali, della gente "che sa" e che però rimane in piazza a non fare niente, della continua ricerca di raccomandazioni (per lavorare o per... non farlo). Molto dinamica la regia, che ricorre di frequente a zoom, carrellate e panoramiche. Nell'ottimo cast anche Salvo Randone (il padre di Roscio, oculista cieco), Mario Scaccia (il parroco senza vocazione) e Laura Nucci (la madre di Paolo). Musiche "morriconiane" di Luis Bacalov. Il titolo è la traduzione del motto latino "Unicuique suum", presente appunto sotto la testata dell'"Osservatore romano". Nel 1976 Petri dirigerà un altro adattamento da Sciascia, sempre con Volontè come protagonista: "Todo modo".

7 ottobre 2022

Il grande teschio (Luis Buñuel, 1949)

Il grande teschio (El gran calavera)
di Luis Buñuel – Messico 1949
con Fernando Soler, Rosario Granados
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per impedire all'imprenditore milionario Ramiro de la Mata (Fernando Soler), sempre circondato da parenti fannulloni e scrocconi, di dilapidare il proprio patrimonio, il fratello medico Gregorio lascia credere a tutti che l'uomo è finito sul lastrico. Costretti a vivere in povertà, in una casa popolare, e a guadagnarsi da vivere lavorando, Ramiro e i suoi familiari riscopriranno l'unità e i veri valori della vita, compresa la figlia Virginia (Rosario Granados) che trova l'amore di un giovane disinteressato (Rubén Rojo). Il secondo film "commerciale" girato da Buñuel in Messico (comunque migliore del precedente "Gran Casino", di due anni prima) è una gradevole commedia degli equivoci a sfondo morale sui temi della famiglia e dei rapporti di classe. Il soggetto (da un romanzo di Adolfo Torrado) e gli sviluppi forse non sono originalissimi né imprevedibili, ma vengono ravvivati da una buona sceneggiatura e da un gruppo di personaggi simpatici e ben caratterizzati, degni di una farsa corale (fra i più comici c'è il fratello pigro Ladislao (Andrés Soler), oltre naturalmente allo stesso Ramiro). Lo sceneggiatore Luis Alcoriza interpreta Alfredo, lo spasimante altolocato (e lui sì, interessato solo al denaro) di Virginia. Don Luis firma la regia in maniera altamente professionale, mettendosi al servizio della storia senza alcun vezzo autoriale: pare che avesse accettato di dirigerlo a condizione che il produttore Oscar Dancigers, in cambio, gli permettesse poi di realizzare – come terzo lavoro insieme – una pellicola più personale. Questa sarà "I figli della violenza", uno dei suoi capolavori, che uscirà l'anno dopo e lo riporterà sulla scena internazionale e all'attenzione della critica. Tornando a "Il grande teschio", il titolo italiano è una traduzione maldestramente letterale dallo spagnolo, ma priva di senso: avrebbe dovuto essere "Il grande scapestrato" (la testa calda in questione, naturalmente, è il protagonista Ramiro).

5 ottobre 2022

La terra che brucia (F. W. Murnau, 1922)

La terra che brucia, aka Il campo del diavolo (Der brennende Acker)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Vladimir Gajdarov, Stella Arbenina
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

A differenza del fratello Peter (Eugen Klöpfer), che resta legato alle proprie origini, l'ambizioso Johannes (Vladimir Gajdarov) non intende portare avanti la fattoria di famiglia, mirando a qualcosa di più della semplice vita rurale, ovvero denaro e successo. Venuto a sapere che sotto il "campo del diavolo", un lotto di terreno che i contadini locali considerano maledetto perché non vi cresce niente, si trova nascosto un prezioso giacimento di petrolio, sposa con l'inganno la vedova Helga (Stella Arbenina), che ha ereditato il campo dal defunto marito. Il suicidio della donna, quando scopre che Johannes non l'ama, gli farà riconsiderare i propri valori... Dramma famigliare (il sottotitolo è "Il dramma di un uomo ambizioso") sul contrasto fra amore e avidità, che si snoda per sei atti (come capitoli di un romanzo) ricchi di eventi e di personaggi: dal conte Rudenburg (Eduard von Winterstein), ossessionato dal tesoro che secondo la leggenda si troverebbe sotto il campo del diavolo; a Gerda (Lya De Putti), la figlia del Conte, che per gelosia incendia il pozzo di petrolio (da cui il titolo della pellicola); da Lellewel (Alfred Abel), il ricco spasimante di Gerda, da lei perennemente rifiutato; a Maria (Grete Diercks), la domestica nella fattoria dei Rog, il cui amore per Johannes è da questi disprezzato. L'ambientazione rurale, con le fatiche dei contadini e le antiche superstizioni locali, è ben ricostruita, con toni cupi che la regia sottolinea anche tramite l'uso delle iridi circolari, mentre il montaggio è già sofisticato (si veda quello alternato, nel finale, fra il campo che brucia e la preghiera dei contadini a tavola). Murnau è attorniato da fior di collaboratori: alla sceneggiatura ha collaborato Thea von Harbou, alla fotografia Karl Freund.

3 ottobre 2022

21 grammi (Alejandro G. Iñárritu, 2003)

21 grammi - Il peso dell'anima (21 grams)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2003
con Sean Penn, Naomi Watts, Benicio del Toro
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Il secondo film della coppia Iñárritu (regista)-Guillermo Arriaga (sceneggiatore), al debutto negli Stati Uniti dopo la pellicola d'esordio "Amores perros", è un'altra ambiziosa vicenda corale dove le storie dei tre protagonisti – prigionieri in una spirale autodistruttiva – si intrecciano e, soprattutto, sono raccontate in maniera non lineare. La narrazione, infatti, è cronologicamente decostruita: e il montaggio ne accosta i frammenti lasciando allo spettatore il compito di rimettere insieme la trama come se fossero i tasselli di un puzzle. Jack (Benicio del Toro) è un pregiudicato che sembra aver messo la testa a posto da quando ha scoperto la religione. Provoca però un incidente stradale nel quale muoiono il marito e le figliolette di Cristina (Naomi Watts). Stravolta dal dolore, la donna ripiomba nelle cattive abitudini di un tempo (alcol e droghe), ma viene "salvata" da Paul (Sean Penn), professore di matematica cui è stato trapiantato il cuore proprio del marito di lei. E che, per sdebitarsi, accetta di portare a termine la sua vendetta nei confronti di Jack... I tre personaggi sono spinti dal lutto, da tendenze suicide o dalla proprie dipendenze (la religione, la sete di conoscenza, o più banalmente alcol e droghe), da ossessioni o semplicemente dal destino: l'esito del loro percorso, in ogni caso, sarà per certi versi sorprendente. Oltre alla narrazione decostruita, il film è degno di nota anche per la sua estetica finto-povera, con la fotografia sgranata, i colori filtrati e l'uso estensivo della camera a mano (quasi alla von Trier), come ad accentuare il realismo e l'intensità della vicenda. Il tutto, però, serve anche a dare l'impressione di una complessità maggiore di quella che la stessa storia avrebbe avuto se narrata in maniera lineare, senza contare che si trascina un po' per le lunghe, pretendendo forse troppo dallo spettatore. Ottime, in ogni caso, le prove degli attori (Del Toro e la Watts ricevettero una nomination agli Oscar): nel cast anche Charlotte Gainsbourg (la compagna di Paul), Melissa Leo (la moglie di Jack), Eddie Marsan, Danny Huston e Clea DuVall. E regia e sceneggiatura si meritano i plausi ricevuti dalla critica. Il titolo, un po' pretenzioso, si riferisce al presunto peso che un corpo umano perde nel momento della morte.

2 ottobre 2022

Bongo e i tre avventurieri (aavv, 1947)

Bongo e i tre avventurieri (Fun and fancy free)
di Jack Kinney, Bill Roberts, Ham Luske, William Morgan – USA 1947
animazione tradizionale e mista
**

Visto in TV (Disney+).

Quarto dei sei film d'animazione prodotti dalla Disney fra il 1942 e il 1949 che, anziché proporre una storia unica, consistevano in "compilation" di cortometraggi realizzati negli anni in cui lo studio aveva dovuto ridurre il personale e mettere da parte i progetti più ambiziosi per via della seconda guerra mondiale. Questa volta si tratta di due segmenti, del tutto slegati fra loro, uniti da una cornice che vede protagonista Jiminy Cricket, il grillo parlante di "Pinocchio" (film da cui tornano brevemente anche il gatto Figaro e il pesciolino Cleo), che introduce la pellicola all'insegna del binomio "divertimento e spensieratezza" ("Fun and fancy free", appunto, come recita il titolo originale). Cantando "Non ci si deve mai crucciar" (mentre dialoghi e immagini – le pagine di un quotidiano – citano i problemi che preoccupano l'opinione pubblica in quegli anni, l'angoscia per la bomba atomica in primis!), il grillo si aggira per una grande casa fino a incappare in una bambola e un orsetto di pezza, inanimati (a differenza di Pinocchio!) ma tristi, ai quali tira su il morale grazie a un disco dove la voce dell'attrice Dinah Shore (doppiata in italiano da Gemma Griarotti, mentre le canzoni rimangono in inglese) racconta la storia di Bongo, orsetto circense che trova la libertà tra i boschi e le montagne, in mezzo alla natura, e l'amore di Lulubel, orsetta per conquistare la quale (a suon di... schiaffoni!) deve competere con il massiccio Bullo. Nonostante l'animazione morbida e la buona qualità di disegni e sfondi, si tratta di un episodio poco ispirato e piuttosto insignificante (non stupisce in effetti come il personaggio di Bongo non sia mai stato ripreso).

Più memorabile il secondo episodio, una rilettura della classica favola di Jack e la pianta di fagioli (assai popolare nel mondo anglosassone) con Topolino, Pippo e Paperino come protagonisti, nei panni di tre poveri contadini alle prese con un gigante. La storia ci viene raccontata dal celebre ventriloquo Edgar Bergen, in una cornice girata in live action, che la narra – insieme ai suoi pupazzi Charlie McCarthy e Mortimer Snerd – all'attrice bambina Luana Patten. Ma anche se più movimentato e divertente (anche per via della suddetta cornice, con i commenti sarcastici dei due pupazzi), questo secondo segmento (che inizialmente avrebbe dovuto essere un lungometraggio a sé stante, ma il progetto venne ridimensionato) è da ricordare soprattutto perché si tratta dell'ultima volta che Walt Disney in persona fornisce la voce a Topolino al cinema (riprenderà il ruolo, brevemente, negli anni cinquanta in televisione), nonché per la tendenza in quegli anni di usare personaggi già introdotti in precedenza (è anche il caso del grillo) come "attori" in storie ambientate al di fuori del loro solito contesto (in una scena tagliata, in cui Topolino barattava la propria mucca con i fagioli magici, si sarebbero dovuti vedere anche il Gatto e la Volpe, sempre da "Pinocchio"). Di fatto, è come se si trattasse di una "grande parodia" come quelle dei fumetti Disney realizzati in Italia. Il gigante Willie tornerà nel 1983 nel "Canto di Natale di Topolino". La regia delle sequenze animate è di Jack Kinney, Bill Roberts e Hamilton Luske, mentre William Morgan ha diretto le scene dal vivo.