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17 aprile 2023

Living (Oliver Hermanus, 2022)

Living (id.)
di Oliver Hermanus – GB 2022
con Bill Nighy, Aimee Lou Wood
**

Visto in TV (Now Tv).

Nell'immediato dopoguerra, l'anziano burocrate Mr. Williams (Bill Nighy), scostante e solitario direttore dell'ufficio lavori pubblici di Londra, scopre di avere un tumore incurabile che gli lascia soltanto pochi mesi di vita. Non riesce a comunicare la notizia a nessuno, nemmeno al figlio, e per un breve periodo perde ogni desiderio di lottare. Ma grazie alla giovane Margaret Harris (Aimee Lou Wood), sua ex impiegata, trova infine una ragione per vivere appieno i suoi ultimi momenti: quella di portare avanti, con ogni sforzo, la proposta di un comitato di quartiere di costruire un'area giochi per bambini in un terreno dismesso. Dopo la sua morte, sarà ricordato da tutti con affetto e riconoscenza, anche se la sua lezione sarà di breve durata... Su sceneggiatura di Kazuo Ishiguro, un remake del classico "Vivere" di Akira Kurosawa, di cui sposta l'ambientazione geografica dal Giappone all'Inghilterra (ma non quella temporale: siamo nel 1949). Come il film originale, che si ispirava a "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj, la vicenda vorrebbe essere una riflessione sul senso ultimo della vita. Ma l'impostazione calligrafica, unita all'estremo formalismo britannico, lo rendono meno convincente dell'originale giapponese, cinismo compreso. E la retorica umanista, settant'anni dopo, sembra esagerata e fuori contesto. Nomination agli Oscar per il bravo Nighy e per la sceneggiatura. Nel cast anche Alex Sharp (il giovane neoassunto all'ufficio statale), Tom Burke, Adrian Rawlins, Oliver Chris (gli altri colleghi) e Barney Fishwick (il figlio).

9 aprile 2023

Il cammino della speranza (P. Germi, 1950)

Il cammino della speranza
di Pietro Germi – Italia 1950
con Raf Vallone, Elena Varzi
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la chiusura della solfara locale, che dava loro lavoro e sostentamento, i minatori di un villaggio siciliano decidono di partire con le loro famiglie per trasferirsi tutti in Francia, allettati dalle parole di una "guida" (Saro Urzì) che si offre di condurli a destinazione clandestinamente, superando controlli e confini. Il viaggio sarà lungo, duro e difficile: alcuni si perderanno, altri sceglieranno di tornare indietro, ma alla fine un gruppo di emigranti raggiungerà la terra promessa. Ispirato a un fatto vero raccontato nel romanzo "Cuori negli abissi" di Nino Di Maria, nonché alla reale chiusura della solfara Ciavolotta in provincia di Agrigento, una pellicola di impianto corale, forse più importante che bella, sceneggiata da Federico Fellini e Tullio Pinelli (che avevano collaborato con Germi già l'anno precedente per "In nome della legge"). Oltre al tema dell'emigrazione, racconta anche di un'Italia spaccata in due, fra l'arretratezza delle zone rurali e la vita moderna della grande città (nell'episodio di Lorenza, la ragazza che si perde durante la sosta a Roma); degli ostacoli posti dall'autorità e dalla burocrazia; della convivenza fra abitanti di regioni differenti (i siciliani e i bergamaschi, assunti dallo stesso fattore per aiutarlo col raccolto); delle lotte sociali fra poveri (scioperanti contro crumiri, ma entrambi repressi dalle forze dell'ordine). I molti personaggi del cast hanno storie e vicende personali che procedono per lo più in parallelo. E a tratti la vicenda si fa melodrammatica, come nel caso del duello rusticano sulla neve delle Alpi fra il protagonista Saro (Raf Vallone) e il "bandito" Vanni (Franco Navarra) per l'amore della bella Barbara (Elena Varzi). La colonna sonora è di Carlo Rustichelli, ma a spiccare è soprattutto la canzone popolare "Vitti 'na crozza" del compositore Franco Li Causi, divenuta poi molto celebre. Apprezzato da pubblico e critica, anche internazionale (vinse premi a Cannes e Berlino), il film suscitò polemiche politiche in patria per la sua rappresentazione della "disoccupazione postbellica".

13 febbraio 2023

L'illusione viaggia in tranvai (Luis Buñuel, 1954)

L'illusione viaggia in tranvai (La ilusión viaja en tranvía)
di Luis Buñuel – Messico 1954
con Carlos Navarro, Lilia Prado, Fernando Soto
**1/2

Rivisto in DVD.

Ubriachi dopo la festa del quartiere, due impiegati dell'azienda dei trasporti di Città del Messico – Juanito (Carlos Navarro) e Tobías (Fernando Soto) – prendono "in prestito" un vecchio tram destinato allo smantellamento per compiere un'ultima scorribanda notturna per le strade della città. Ma il loro tentativo di riportarlo nell'officina la mattina seguente, prima di essere scoperti, sarà messo a repentaglio da numerosi intralci e disavventure... Presentata dalla voce narrante come "una delle tante storie semplici di persone umili e laboriose, che essi vivono nella speranza di realizzare un sogno, un desiderio, un'illusione", la pellicola racconta con toni da commedia leggera un episodio forse insignificante ma che contribuisce a tracciare un ritratto della vita cittadina attraverso le peripezie dei suoi abitanti, che siano ricchi o poveri, ignoranti o istruiti, occupati o nullafacenti, onesti o criminali. E un Buñuel che lentamente si sta affrancando dal cinema commerciale messicano per tornare ai propri interessi autoriali non si risparmia qualche sberleffo alla religione (la recita teatrale "popolare" sull'angelo caduto e la tentazione nell'Eden) e qualche accenno di carattere sociale (il contrasto fra i passeggeri benestanti del tram e quelli proletari) o economico (il professore che spiega l'inflazione al guardiano dell'officina). Lilia Prado è la bella Lupe, sorella di Tobías e oggetto del desiderio di Juanito; Agustín Isunza è Papá Pinillos, tranviere in pensione, zelante e impiccione, che minaccia di denunciare il furto del tram alla direzione.

30 novembre 2022

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki, 1996)

Nuvole in viaggio (Kauas pilvet karkaavat)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1996
con Kati Outinen, Kari Väänänen
***1/2

Rivisto in divx.

Ilona (Outinen), capocameriera in un ristorante, e il marito Lauri (Väänänen), autista di tram, perdono il lavoro quasi contemporaneamente. E trovarne uno nuovo non è facile, in un mondo e una città che cambia rapidamente e che offre poche garanzie. Dopo aver esaurito ogni possibilità, riusciranno a risollevarsi aprendo un ristorante tutto loro. Dopo "Ombre nel paradiso" e "La fiammiferaia", Kaurismäki firma un altro affresco sui problemi socio-economici delle classi medie e povere, nonché uno dei suoi film migliori, con i suoi attori preferiti e il suo consueto stile asciutto, laconico e bordato di humour (humour finlandese, si badi bene, con personaggi apparentemente inespressivi e sempre silenziosi, in ogni circostanza). I toni malinconici (il rimpianto per il passato e per un mondo "con più stile"), la colonna sonora (dove abbondano canzoni nostalgiche ma anche brani della sesta sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij), le scenografie colorate e la fotografia in chiaroscuro fanno da sfondo a una vicenda quotidiana di due personaggi pieni di dignità anche quando sono alle prese con problemi pressanti come quelli legati al lavoro e alla disoccupazione. Problemi dai quali, a volte, non basta la buona volontà per uscire, anche perché chi è onesto è comunque circondato da imbroglioni grandi e piccoli. Attorno ai due protagonisti ruota un bel cast di caratteristi (Elina Salo, Markku Peltola, Sakari Kuosmanen, Matti Onnismaa), mentre le "nuvole in viaggio" del titolo, quelle verso cui i due coniugi volgono lo sguardo nel finale, rappresentano i momenti buoni o brutti della vita, che vanno e vengono a loro piacimento o portati da un vento imprevedibile. Scene cult: l'uscita dal cinema ("Abbi pazienza, è tua sorella") e quella della riappacificazione fra i coniugi ("Tra noi è finita" - "Torniamo a casa" - "Va bene"). Da notare anche le due brevi sequenze mute che adombrano la tragica perdita di un figlioletto. Come in quasi ogni film del regista finlandese, i protagonisti hanno un cane. Premio speciale al festival di Cannes.

30 settembre 2022

Vite vendute (Henri-Georges Clouzot, 1953)

Vite vendute (Le salaire de la peur)
di Henri-Georges Clouzot – Francia/Italia 1953
con Yves Montand, Charles Vanel
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

In un paese dell'America Centrale, quattro sbandati di origine europea accettano di condurre due camion pieni di nitroglicerina da consegnare a un vicino pozzo di petrolio in fiamme: l'incarico è pericoloso (le strade sono dissestate e in cattive condizioni, e il minimo urto o sobbalzo può far saltare in aria l'esplosivo e, con esso, l'intero camion), ma il compenso in denaro che li attende è sufficiente ad alimentare i sogni di riscatto e a vincere ogni paura... o quasi. Da un romanzo di Georges Arnaud, uno dei capolavori di Clouzot, un noir "on the road" caratterizzato da un livello incredibile di tensione crescente, man mano che i protagonisti si trovano ad affrontare gli ostacoli sul proprio cammino e, al contempo, le sofferenze fisiche e psicologiche che li accompagnano. La buona caratterizzazione dei personaggi (simpatiche "canaglie" legate da rapporti di amicizia e di rivalità) li pone davanti alle proprie stesse paure, che fronteggiano chi con coraggio e chi con codardia, chi con spensierata incoscienza e chi con mente sempre fredda, nonostante il pericolo e la morte che incombe. Fino a un finale apocalittico. Memorabile per più versi (dalle manovre lente – tutt'altro dunque che rapide o adrenaliniche – ma spericolate dei camion sulla strada, alle scene dei nostri eroi immersi nel petrolio), la pellicola offre rimandi o suggestioni a tanti film e autori precedenti e successivi: dall'incipit quasi buñueliano all'ambiente cameratesco del gruppo di espatriati che ricorda certi film di Hawks, dalle immagini spettacolari dei pozzi di petrolio in fiamme (che fanno pensare a Herzog) al "balletto" finale del camion sulle note del "Danubio blu" di Strauss (che anticipa evidentemente il Kubrick di "2001"). Intensi gli interpreti: Yves Montand (il corso Mario), Charles Vanel (l'ex gangster francese Mister Jo), Folco Lulli (l'italiano Luigi) e Peter van Eyck (lo scandinavo Bimba), i cui trascorsi vengono solo accennati. Véra Clouzot, moglie del regista, è Linda, la ragazza di Mario. Curiosità: è l'unico film ad aver vinto sia il Festival di Cannes sia l'Orso d'Oro a Berlino. Un remake nel 1977, "Il salario della paura" di William Friedkin.

8 settembre 2022

Il maestro di Vigevano (Elio Petri, 1963)

Il maestro di Vigevano
di Elio Petri – Italia 1963
con Alberto Sordi, Claire Bloom
**1/2

Visto su Facebook Watch

Antonio Mombelli (Sordi) lavora da diciannove anni come maestro elementare a Vigevano, fiorente cittadina che prospera grazie all'industria delle scarpe. La moglie Ada (Bloom), che sogna una vita migliore, vorrebbe che abbandonasse la scuola per dedicarsi, come molti altri, alla fabbricazione di calzature: ma lui rifiuta di cambiare attività e di abbandonare quella che reputa la sua vocazione per diventare uno "scarparo" o, peggio ancora, un arricchito volgare come il commendator Bugatti (Piero Mazzarella), industriale agli antipodi del proprio mondo. E questo nonostante le umiliazioni che subisce quotidianamente dal direttore dell'istituto (Vito De Taranto), lo stipendio da fame, i sacrifici che deve compiere per mantenere la propria "dignità", e la triste fine che vede fare al suo unico amico Nanini (Guido Spadea), timido insegnante che vive di supplenze. Dall'omonimo romanzo di Lucio Mastronardi, adattato dallo stesso regista insieme ad Age e Scarpelli, il terzo film di Petri (il suo primo successo al botteghino, nonostante qualche concessione al patetismo) è un ritratto malinconico e dolceamaro di un personaggio che cerca di rimanere sé stesso di fronte a un mondo che cambia (siamo al culmine del boom economico) e dove la ricchezza dell'industria sta spazzando via i valori del passato. Mombelli si identifica a tal punto con la figura del maestro che, quando la scuola è chiusa, è come se anche lui non esistesse. I sogni di elevazione sociale e di ricchezza della moglie non fanno presa su di lui, che è tormentato da ben altri incubi (non mancano scene legate all'immaginazione), i suoi problemi di coscienza sono sbeffeggiati da chi lo circonda, e gli esempi di onestà e correttezza che vorrebbe dare al figlioletto Rino cadono nel vuoto. Quando, dopo un anno di alti e bassi, torna l'autunno e la scuola riapre, è come se non fosse cambiato nulla. Ottimo Sordi, a suo agio con un personaggio complesso, e memorabili a modo loro le figure meschine o macchiettistiche che gli girano attorno, come il pomposo direttore della scuola che parla di sé al plurale e lascia sempre le parole a metà per farle completare al suo interlocutore, il tragico Nanini ("Francamente crepare sarebbe l'unico modo per fottere tutti"), che sogna di "vivere agrestamente, primitivamente" come nel giardino dell'Eden, o anche l'avvocato Racalmuto, che pensa di sostituire le parole con numeri per avere un linguaggio universale. Musiche di Nino Rota.

6 settembre 2022

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2001
animazione tradizionale
****

Rivisto in TV (Netflix).

Impegnata con la famiglia in un trasloco da una città a un'altra, la piccola Chihiro si imbatte in un parco dei divertimenti apparentemente deserto in una località di campagna. In realtà il luogo non è abbandonato, ma semplicemente è riservato non agli esseri umani, bensì agli spiriti e alle divinità della natura, che vi giungono quando cala la notte. Per via della loro ingordigia, i genitori si ritrovano trasformati in... maiali e messi all'ingrasso, mentre la bambina, con l'aiuto di Haku, un misterioso ragazzo che afferma di conoscerla, riesce a farsi assumere come lavorante nel gigantesco edificio che funge da terme e bagni pubblici per gli spiriti, gestito dalla strega Yubaba. Questa, per avere potere su di lei, "ruba" il vero nome della bambina, che viene così ribattezzata Sen. Vivrà numerose avventure, prima di riuscire a riappropriarsi del proprio nome e a ottenere dalla strega il permesso di tornare al mondo degli umani, insieme ai suoi genitori. Difficile dire quale sia il capolavoro di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli (le mie preferenze personali vanno a "Laputa" e "Totoro"), ma questo va senza dubbio collocato nella lista delle sue opere migliori e forse dei film giapponesi animati più belli di sempre. Ricchissimo e affascinante, colmo di momenti, trovate e personaggi visionari, ispirati al vasto universo del folklore nipponico ma anche frutto di una rilettura personale di miti e fiabe occidentali (le "prove" che la piccola protagonista deve superare, il ruolo del cibo degli spiriti, le trasformazioni magiche, il divieto di guardarsi indietro mentre percorre il tunnel d'uscita...), il film offre immagini davvero suggestive, anche per merito della grande qualità di disegni, fondali e animazioni cui lo Studio Ghibli ci ha abituato, ma che in questo caso sembrano addirittura superiori alla media: il treno che corre sul pelo dell'acqua (popolato da spiriti: impossibile non pensare al "gatto-bus" di Totoro); le tante creature e creaturine che popolano questo universo soprannaturale, che ne siano normali abitanti o opera di magia come gli uccelli di carta; e naturalmente il gigantesco e complesso edificio termale, con i suoi interni, i ponti, i corridoi, le camere dove alloggiano i lavoranti e le grandi vasche frequentate dagli ospiti. In Giappone la cultura delle terme (onsen) è antica e radicata, e non stupisce come possa essere associata anche al mondo del mito, del folklore e degli spiriti, i cosiddetti kami: mi sovvengono, per esempio, alcune suggestive e inquietanti puntate di "Lamù" dirette da Mamoru Oshii.

Dietro la superficie e la forma, però, ci sono anche i contenuti: siamo di fronte a una storia di coming-of-age, di crescita, che mostra una ragazzina (presentata nelle prime scene come disinteressata e annoiata, oltre che gracile e sgraziata: il character design è un po' diverso da quello solito di Miyazaki) costretta ad affrontare di colpo le difficoltà della vita, senza l'appoggio dei genitori; a dover imparare cosa sono la responsabilità, l'impegno, il rispetto delle regole (tutto ciò che si collega al lavoro), ma anche l'altruismo, la disponibilità, la bontà, il perdono. E supera tutte le prove grazie alla sua rettitudine, all'intelligenza, alla mancanza di quell'avidità e ingordigia che invece ha tradito i suoi genitori (si pensi, per esempio, a come rifiuti i doni e le pepite d'oro che lo spirito Senza-Volto le offre di continuo). Attorno a lei si muovono numerosi personaggi ben caratterizzati, tanto come personalità quanto dal lato estetico, per quanto (ovviamente) spesso bizzarri: il bello e misterioso Haku, per esempio, ragazzo che assume magicamente anche l'aspetto di un dragone e la cui vera identità – una trovata magnifica! – è svelata solo nel finale; l'inserviente Lin, che prende la piccola Sen sotto la sua ala protettiva; il vecchio e "ragnesco" Kamagi, che gestisce le caldaie dei bagni pubblici con l'aiuto di tante creaturine nere che ricordano gli spiriti della fuliggine di "Totoro"; l'avida strega Yubaba e la sua sorella gemella Zeniba (chi sia la buona e chi la cattiva rimane in bilico per quasi tutto il film); il figlio di Yubaba, il gigantesco "Piccino", trasformato in topo da Zeniba; i tanti lavoranti delle terme e i pittoreschi ospiti, fra i quali spiccano il "dio putrido" (Gualtiero Cannarsi, ma che hai in testa?), che in realtà è lo spirito di un fiume, e, appunto, il timido ma goloso Senza-Volto. A condire il tutto, la splendida colonna sonora firmata da Joe Hisaishi. La versione italiana che circola attualmente (si tratta del secondo doppiaggio del film) è purtroppo mediocre, per via del brutto adattamento dei dialoghi di Cannarsi (e non è nemmeno uno dei suoi lavori peggiori), per non parlare del titolo generico e incongruente che ha ereditato dalla precedente (quale sarebbe questa "città" incantata?). Quello originale può essere tradotto come "Sen e Chihiro rapite dagli spiriti": meglio allora il titolo inglese, "Spirited away".

6 luglio 2022

Margin call (J.C. Chandor, 2011)

Margin call (id.)
di J.C. Chandor – USA 2011
con Kevin Spacey, Zachary Quinto
***

Visto in TV (Now Tv).

Quando un giovane analista del rischio (Zachary Quinto), studiando i dati raccolti da un collega appena licenziato (Stanley Tucci), si rende conto che il mercato dei mutui subprime sta per crollare e lo comunica al suo superiore (Paul Bettany), questi mobilita a sua volta il proprio capo (Kevin Spacey) e, risalendo la catena di comando, si arriva al grande boss (Jeremy Irons) della potente società di trading per la quale lavorano, una banca d'investimenti di Wall Street. In una drammatica riunione notturna, tutti si rendono conto che la loro stessa società è troppo esposta per reggere l'urto dell'imminente crisi. Viene così presa la decisione di svendere ad ogni costo, già l'indomani mattina, tutti i titoli tossici in loro possesso, senza preoccuparsi delle conseguenze sugli ignari acquirenti. Thriller notturno e corale su temi economici, sceneggiato dallo stesso regista (all'esordio nel lungometraggio) e ispirato alla grande crisi del 2008 (la società di trading nel film non viene mai nominata, ma è chiaramente modellata sulla Goldman Sachs). Ambientato nell'arco di sole 24 ore, rende interessante un argomento (per me) "fumoso" come il mercato finanziario, popolato da yuppie cinici e spregiudicati e da scambi di denaro e azioni spesso del tutto "virtuali" (gli stessi personaggi commentano amaramente come, molti di essi, abbiano lasciato professioni e lavori che producevano qualcosa di "tangibile", quali ponti o razzi, per dedicarsi all'analisi di numeri su uno schermo da cui però dipendono le vite e i destini di molte persone). "Se fossi rimasto a zappare la terra, ci sarebbe qualcosa di tangibile a testimoniarlo", dice uno di loro. Fra decisioni difficili, crisi personali, compromessi morali e riflessioni sul capitalismo (o meglio, sulla sopravvivenza delle grandi corporazioni, anche a scapito del bene comune), la pellicola si concentra sui dialoghi e gli scontri fra personaggi non privi di tratti umanizzanti (vedi il dolore di Kevin Spacey per la morte del suo cane). Visti i temi esistenzialisti, e fatte le dovute distinzioni, siamo più dalle parti del "Cosmopolis" di Cronenberg che da quelle de "La grande scommessa" di McKay (per citare altre due ottime pellicole recenti sull'argomento). Ottimo il cast, che comprende anche Simon Baker, Demi Moore e Penn Badgley. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura.

12 maggio 2022

Impiegati... male! (Mike Judge, 1999)

Impiegati... male! (Office space)
di Mike Judge – USA 1999
con Ron Livingston, Jennifer Aniston
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Peter Gibbons (Ron Livingston) odia il suo lavoro. Programmatore per un'azienda che sviluppa software per le banche, trascorre le giornate in uno stretto cubicolo, in un ambiente frustrante e malsano, e in particolare è continuamente vessato dal suo capo Bill Lumbergh (Gary Cole), che inizia ogni discussione con la frase "Ci sono problemi?", gli chiede regolarmente di fare straordinari e si impunta sulle questioni più irrilevanti. Ipnotizzato accidentalmente da un terapeuta che lo "libera" da inibizioni e stress, sviluppa all'improvviso un atteggiamento più leggero e disincantato: e non solo non viene licenziato, ma addirittura promosso al ruolo di dirigente! Nel frattempo si dichiara alla ragazza che ha sempre amato da lontano (Jennifer Aniston, cameriera in un ristorante dove a sua volta ha i suoi problemi con un manager ipocrita e le sue assurde regole) e aiuta due colleghi (David Herman e Ajay Naidu), loro sì licenziati, a "vendicarsi" grazie a un virus che sottrae gli spiccioli degli arrotondamenti dai conti correnti delle banche ("Come in Superman 3"). Dal creatore di "Beavis and Butt-head", una satira del mondo del lavoro sulla falsariga di "Clerks" (qui a essere preso di mira è specificatamente l'ambiente dei colletti bianchi e delle società di software che impazzavano già negli anni Novanta: Peter, in particolare, è incaricato dell'aggiornamento dei sistemi in vista del Millenium Bug). Per certi versi, il tutto ricorda la strip a fumetti "Dilbert". Memorabili, fra le varie scene, il "pestaggio" ai danni della fotocopiatrice/fax che faceva impazzire gli impiegati, nonché i colloqui a cui i due "tagliatori di teste" Bob (John C. McGinley) e Bob (Paul Willson) sottopongono i dipendenti. Il film è ispirato a una serie di cortometraggi animati realizzati da Judge a inizio carriera, da cui proviene il personaggio di Milton (Stephen Root), l'impiegato licenziato che però continua a lavorare, sempre sull'orlo della follia. Cult movie in patria.

6 novembre 2021

I giorni contati (Elio Petri, 1962)

I giorni contati
di Elio Petri – Italia 1962
con Salvo Randone, Regina Bianchi
***

Visto in divx.

Dopo aver assistito casualmente sul tram alla morte per infarto di un uomo della sua stessa età, Cesare (Salvo Randone, in uno dei suoi rari ruoli da protagonista), idraulico ultracinquantenne e vedovo, comincia a interrogarsi sul senso dell'esistenza e si convince di avere anche lui "i giorni contati". Decide così di smettere di lavorare per prendersi una sorta di "vacanza" e mettere ordine nella propria vita, con grande sconcerto dell'amico Amilcare (Franco Sportelli). Vagherà per Roma, entrando in contatto con personaggi e realtà a lui estranee (una mostra d'arte, dove conosce il mercante Vittorio Caprioli; l'aeroporto, dove guarda gli aerei decollare e sogna di viaggiare lontano; lo stabilimento balneare, affollato da giovani che si divertono; il tribunale, dove assiste ad arringhe e processi di sconosciuti); cercherà di riallacciare i legami col suo passato, rintracciando Giulia (Regina Bianchi), sua ex fiamma ormai sposata, o facendo una breve visita al paese di origine, ormai spopolato e abitato solo da vecchi e cani randagi; si confronterà con i giovani, in particolare con Graziella (Angela Minervini), figlia della sua padrona di casa, che a insaputa della madre fa la mantenuta; e quando il denaro inizierà a scarseggiare (l'età della pensione è ancora distante), sarà tentato di farsi coinvolgere da un ex apprendista poco di buono (Paolo Ferrari) in un "impiccio", ovvero una truffa all'assicurazione, per tirarsi indietro solo all'ultimo momento. Il secondo lungometraggio di Petri – che alcuni critici hanno paragonato al "Posto delle fragole" di Bergman! – è al tempo stesso una riflessione sulla vecchiaia e la morte (la visita al cimitero), un confronto con i giovani (Graziella, il bambino sulla spiaggia) e, naturalmente, visto l'autore, un'analisi sociale e culturale di un'epoca (l'uomo va nello spazio: "Tra poco le ferie le passiamo sulla Luna") e un paese che cambia. Non mancano infatti tocchi socio-politici (le proteste degli abitanti dei quartieri popolari, o quelle dei contadini contro i grossisti) e critiche alla vita moderna ("Tutti corrono, s'affannano, hanno fretta, una fretta di arrivare..., ma a che cosa? A una triste vecchiaia carica di rimpianti per ciò che si è sacrificato e perduto", ha detto il regista), anche se il focus dell'attenzione è sempre sul personaggio singolo, un lavoratore che si scopre filosofo ("Il suo è un problema squisitamente moderno: lei senza neanche saperlo è un esistenzialista", gli dice il mercante d'arte), ossessionato dalla morte che può giungere all'improvviso, anche se non la si era mai presa in considerazione. La lezione del neorealismo viene dunque contaminata dall'alienazione (come in Antonioni) e dallo stile della Nouvelle Vague (la sequenza finale sul tram, in mezzo al frastuono, alle voci, alle immagini e alle luci, è quasi godardiana). La fotografia è di Ennio Guarnieri. Randone aveva già recitato per Petri nel precedente "L'assassino", basato – come questo – su un soggetto del regista e di Tonino Guerra. Piccola parte per Lando Buzzanca, nel ruolo del figlio.

7 ottobre 2021

Il posto (Ermanno Olmi, 1961)

Il posto
di Ermanno Olmi – Italia 1961
con Sandro Panseri, Loredana Detto
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

Da Meda, cittadina della Brianza, il giovanissimo Domenico (Panseri) si reca a Milano nella speranza di farsi assumere in una grande azienda. Siamo infatti negli anni del boom economico, quando un posto fisso come impiegato, specie in una grande città, era ormai un'alternativa preferibile al lavoro in campagna ("È un posto sicuro per tutta la vita"). Dopo una lunga serie di esami Domenico viene assunto, ma è mandato in un reparto esterno dove, in attesa che si liberi un posto da impiegato, viene utilizzato come fattorino. Nel frattempo ha conosciuto una ragazza, la spigliata Antonietta (Loredana), che si fa chiamare Magalì (alla francese) ed è stata assunta insieme a lui ma nella sede centrale, e faticherà per rivederla... Il secondo lungometraggio di Ermanno Olmi, dopo una lunga serie di corti e di documentari industriali (girati prevalentemente per la Edison, dove lavorava: gli uffici e i palazzi dove si svolge il film sono proprio quelli milanesi della società energetica), è un ritratto delicato e intimo di un momento chiave della società italiana, caratterizzato dallo sviluppo del settore terziario e dalla nascita del consumismo, visto attraverso gli occhi di un giovane sperduto, timido e silenzioso. I toni sono realistici (evidente la lezione del neorealismo), ma con una vena surreale e malinconica (vedi la descrizione dell'ambiente di lavoro e dei vari colleghi, ognuno con le proprie manie o idiosincrasie, e soprattutto la sequenza finale del ballo di capodanno organizzato dal dopolavoro aziendale) che in certe cose sembra anticipare Iosseliani ("La caduta delle foglie") o Kaurismäki. La pellicola è preziosa anche per la cura nella descrizione dell'ambiente, ritratto in un momento di passaggio in cui il vecchio dialetto milanese convive con la modernità (si intravede Piazza San Babila sventrata dal cantiere per la metropolitana), il tutto senza di perdere di vista le peripezie intime del giovane protagonista, più interessato a rivedere la ragazza di cui si è invaghito che non al suo nuovo lavoro, una routine ("Siamo una sorta di grande famiglia") triste e ben poco accattivante (gli uffici, la mensa), nella quale si sente a poco agio, anche perché circondato da persone più anziane di lui e che spesso non lo degnano di uno sguardo (fa eccezione l'usciere che lo prende sotto la sua protezione). Gli attori erano quasi tutti non professionisti: uno degli esaminatori è interpretato dal critico Tullio Kezich.

9 agosto 2021

Corpo e anima (Ildikó Enyedi, 2017)

Corpo e anima (Testről és lélekről)
di Ildikó Enyedi – Ungheria 2017
con Géza Morcsányi, Alexandra Borbély
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Assunta come addetta al controllo qualità in un mattatoio industriale, Mária (Alexandra Borbély) è precisa, metodica, con una memoria di ferro, ma anche sola e introversa ai limiti del patologico. Quando scopre che lei e il direttore commerciale del mattatoio, Endre (Géza Morcsányi), fanno misteriosamente ogni notte lo stesso sogno, in cui si vedono come due cervi (maschio e femmina) in una foresta ricoperta di neve, la ragazza comincia a pensare di aver trovato l'anima gemella. Ma le differenze fra i due, e in particolare le barriere sociali e protettive di lei (che non sa riconoscere o esprimere le emozioni, non ha mai avuto esperienze romantiche e ha paura di un contatto troppo ravvicinato), renderanno difficile l'avvicinamento... Il titolo “Corpo e anima”, in questa originalissima pellicola romantica, può essere letto in diversi modi, al di là dell'evidente legame fra i due aspetti nell'individuo e nella coppia di innamorati: se Endre è ferito nel corpo (ha un braccio paralizzato), Mária lo è nell'anima (è praticamente autistica, oltre che ancora ferma nello sviluppo infantile, tanto che continua a frequentare lo psichiatra pediatrico da cui andava da bambina). Il sogno in cui si incontrano sotto forma di animali, però, testimonia di un rapporto con la parte naturale, istintiva e selvatica che nessuno dei due ha abbandonato, ancora più preziosa se si considera che lavorano in un mattatoio, dove gli animali vengono uccisi e macellati (ed Endre, nel colloquio con i nuovi assunti, si preoccupa che questi non prendano la cosa con leggerezza e non dichiarino spavaldamente che questo tipo di lavoro non li turbi). Resta da compiere il passo successivo: trasferire l'armonia del sogno, in cui si vive felici e in equilibrio con sé stessi, con il partner e con la natura (anche in contesti difficili, come l'inverno che offre poco cibo agli animali), nel mondo reale, accettando i propri sentimenti e superando le barriere, psichiche o fisiche che siano. Lo stile del racconto, asciutto, rarefatto e minimalista, è sorprendentemente efficace, anche grazie a due interpreti ottimi e anticonvenzionali, entrambi all'esordio come protagonisti in un film. La regista, che non girava un lungometraggio da quasi vent'anni (il precedente, “Simon Magus”, era del 1999), ha dichiarato di aver voluto “raccontare una storia d'amore passionale e travolgente nel modo meno passionale e spettacolare possibile”. Orso d'Oro al festival di Berlino.

31 luglio 2021

Nomadland (Chloé Zhao, 2020)

Nomadland (id.)
di Chloé Zhao – USA 2020
con Frances McDormand, David Strathairn
***

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo la morte del marito e la chiusura della miniera in cui lavorava (che ha portato all'abbandono della cittadina in cui risiedevano: siamo attorno al 2012, negli anni della grande crisi economica), Fern ha iniziato a vivere da "nomade", spostandosi e dormendo in un furgone (van) che è di fatto la sua casa, viaggiando per l'America occidentale, guadagnandosi da vivere con lavoretti temporanei e contando sulla solidarietà incrociata delle altre persone che hanno scelto il suo stesso stile di vita. Dico "scelto", nonostante i disagi e i pochi mezzi a disposizione, perché le occasioni per rimettere radici da qualche parte non mancherebbero, date le offerte che ogni tanto giungono da parenti o da amici di stabilirsi presso di loro. Ma il desiderio di indipendenza e di assaporare la libertà di muoversi dove e come si vuole, la paura del futuro o la disillusione per i rapporti sociali di lunga data e verso un mondo dominato dal capitalismo, impediscono a lei – e ai tanti altri come lei – di rinunciare a questa vita. Al terzo film (e dopo il già notevole "The rider", che le era valso un contratto con la Marvel per dirigere uno dei prossimi cinecomic, "Eternals": la lavorazione di questo è proceduta in parallelo con la pre-produzione di quello), la regista sino-americana Chloé Zhao ha fatto il botto: Leone d'Oro a Venezia e premio Oscar per il miglior film (forse facilitato anche dalla ridotta concorrenza per via della lunga chiusura dei cinema per il Covid). Ispirato a un libro-inchiesta della giornalista Jessica Bruder – che per diversi mesi ha vissuto in un camper, aggregandosi a comunità di "nomadi" costretti dalle difficoltà economiche a spostarsi di città in città per gli Stati Uniti in cerca di lavoro – il film si sviluppa senza trama, fatto di tanti piccoli momenti ed episodi, risultando a tratti quasi documentaristico (e di fatto lo è: documenta una realtà). Al centro c'è sempre il personaggio di Fern, interpretato da una straordinaria Frances McDormand (anche lei premiata con l'Oscar, così come la regista), umanissima ed "eccentrica, audace e sincera" (come la definisce la sorella), mentre la pellicola stessa ha toni misurati, senza mai sfociare nel pretenzioso o nel melodrammatico (ed è questa la sua forza). Attorno alla protagonista si muovono pochi personaggi ricorrenti, come quelli interpretati dall'attore David Strathairn e da alcuni veri "nomadi" (Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells). Notevoli inoltre i paesaggi, gli scenari e le ambientazioni, praticamente sempre extraurbani, che restituiscono un'immagine dell'America più "pura" e immacolata (per esempio i suoi parchi naturali).

2 aprile 2021

Il mercante delle quattro stagioni (R. W. Fassbinder, 1972)

Il mercante delle quattro stagioni (Händler der vier Jahreszeiten)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Hans Hirschmüller, Irm Hermann
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Visto in divx.

Disprezzato dalla madre, dai parenti e dagli amici, con un passato di poliziotto e soldato nella legione straniera, l'umile Hans Epp (Hirschmüller) lavora come venditore ambulante di frutta e verdura nella Monaco del dopoguerra ed è sposato con l'asfissiante Irmgard (Hermann), che lo rimprovera per ogni cosa e lo tradisce con un amante. E anche se gli affari lentamente cominciano ad andare meglio, Hans si lascerà cadere in depressione fino a morire... Scritto dallo stesso Fassbinder, che lo ha prodotto con la sua neonata Tango Film, il primo film del regista tedesco a riscuotere un certo successo anche in ambito internazionale è un dramma famigliare stratificato e ricco di temi, raccontato però con semplicità e realismo. Se in certe cose ("l'universo opprimente del miracolo economico tedesco dell'«era Adenauer» con le sue contraddizioni sociali") sembra anticipare il cinema di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, in realtà Fassbinder è interessato più all'aspetto intimo e psicologico del suo personaggio, al suo "mal d'essere" che lo porta a voler morire ("Vivrà se ne ha voglia", dice di lui la sorella Anna (Hanna Schygulla), l'unica che lo difende e lo comprende in mezzo all'ipocrisia degli altri). In questo ricorda lavori precedenti di RWF come "Perché il signor R. è diventato matto?". E una struttura non del tutto lineare (scene del passato di Hans in polizia e nella legione straniera si alternano con quelle del presente) e un protagonista illustrato "dall'esterno" (vediamo e sentiamo ciò che tutti gli altri pensano di lui, ma non abbiamo mai accesso diretto ai suoi pensieri) aggiungono spessore all'insieme. Il titolo, spiega Wikipedia, è una traduzione letterale dell'espressione francese "marchand des quatre-saisons", che indica appunto gli ambulanti di frutta e verdura. Il cast comprende Karl Scheydt (l'amante di Irmgard), Klaus Löwitsch (l'amico Harry), Kurt Raab (il cognato) e Ingrid Caven (il "grande amore" di Hans).

22 febbraio 2021

La caduta delle foglie (O. Iosseliani, 1966)

La caduta delle foglie (Giorgobistve)
di Otar Iosseliani – URSS 1966
con Ramaz Giorgobiani, Marina Kartsivadze
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Fresco di diploma, il giovane Nico (Ramaz Giorgobiani) comincia a lavorare come tecnico nella cooperativa vinicola locale. Timido, ingenuo e idealista, si scontra con l'atteggiamento disinvolto di colleghi e superiori, che per andare incontro agli obiettivi imposti dal piano di produzione non si curano della qualità del vino prodotto e tollerano corruzione e favoritismi. Al tempo stesso si innamora di una graziosa collega (Marina Kartsivadze) che però, pur ricambiando il suo affetto, si rivela frivola e superficiale (oltre che con tanti corteggiatori, più o meno gelosi). Il primo vero lungometraggio di Iosseliani – "Aprile" durava solo 45 minuti – esplicita, come i suoi corti precedenti, un deciso attacco verso il "sistema" sovietico, che si tratti di lavoro o delle relazioni sociali a esso connesse. Attraverso le peripezie del protagonista, il film mostra la difficile convivenza fra il mondo rurale e tradizionale (la pellicola si apre con scene di vendemmia, pigiatura e distillazione del vino) e quello moderno, burocratico e organizzato, dove dietro le apparenze spuntano però problemi di ogni genere. La vicenda sentimentale è solo uno dei tanti ostacoli che fanno "crescere" Nico, portandolo fuori dal suo stato di timidezza e spingendolo a prendere decisioni drastiche. Scandita "temporalmente" in giornate di lavoro o di svago, la pellicola rappresenta nella filmografia del regista georgiano un ideale anello di congiunzione fra il precedente documentario "Tudzhi" e il successivo film "C'era una volta un merlo canterino". Non poche (a partire dal giovane personaggio principale) le affinità con "Il posto" di Ermanno Olmi.

Tudzhi (Otar Iosseliani, 1964)

Ghisa (Tudzhi)
di Otar Iosseliani – URSS 1964
**1/2

Visto su YouTube.

Breve documentario che mostra una giornata di lavoro presso la fabbrica metallurgica di Rustavi, in Georgia. Iosseliani stesso aveva lavorato nella fonderia come addetto ai forni di fusione, nel periodo in cui aveva meditato di lasciare il cinema in seguito alle difficoltà con la censura dell'URSS che aveva rifiutato la distribuzione nelle sale ai suoi lavori studenteschi. Il corto non ha voce narrante: soltanto musica e rumore accompagnano le immagini, il che le rende ancora più suggestive e quasi misteriose (le colate di metallo fuso, il fumo e le scintille fanno da sfondo alle figure degli uomini intenti nel loro difficile lavoro). E se le panoramiche del processo industriale fanno sinceramente impressione, c'è anche spazio per momenti più intimi, come gli operai che nella pausa pranzo si scaldano degli spiedini sulle braci ardenti, o che fanno la doccia e poi escono dalla fabbrica al termine della dura giornata di lavoro. Il titolo originale significa "Ghisa".

16 febbraio 2021

Piovono pietre (Ken Loach, 1993)

Piovono pietre (Raining stones)
di Ken Loach – GB 1993
con Bruce Jones, Julie Brown
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Rivisto in TV (Prime Video).

"Sulla classe operaia piovono pietre sette giorni alla settimana", dice un amico sindacalista a Bob (che replica "E piovono tutte addosso a me!"), operaio disoccupato e squattrinato che si arrabatta come può per guadagnare da vivere per sé e per la propria famiglia. Nonostante le difficoltà, Bob non intende rinunciare a comprare per la propria figlia Coleen il vestito per la prima comunione, rifiutando per orgoglio l'offerta della parrocchia di ricorrere a un abito usato. Chiede così un prestito, finendo però nelle grinfie di uno strozzino... Uno dei primi film di Ken Loach a riscuotere ampio successo di pubblico e critica, facendo conoscere il suo cinema proletario e "impegnato" al di là dei propri confini. I temi sono molteplici, in uno scenario di realismo e critica sociale (anche se non mancano scenette semi-comiche o grottesche, come il tentativo di Bob e dell'amico Tommy (Ricky Tomlinson) di rubare una pecora dal pascolo per rivenderla a un macellaio): la forte disoccupazione conseguente alle riforme thatcheriane (col conseguente proliferare di lavoretti in nero e precariato, di cui approfittano personaggi senza scrupoli), la piaga dell'usura, il rapporto con la religione (Bob è cattolico, in una Gran Bretagna protestante, e proprio dal prete locale, padre Barry (Tom Hickey), giunge il consiglio salvifico che condurrà a un insperato lieto fine), l'umanità dei personaggi nonostante un contesto ambientale disperato (vedi anche gli accenni alla droga che minaccia il futuro dei giovani) e alcune frecciate politiche rivolte tanto a sinistra quanto a destra. Premio della giuria al Festival di Cannes, il secondo per Loach dopo quello ricevuto tre anni prima per "L'agenda nascosta". La colonna sonora, insolita per il genere, è firmata da Stewart Copeland.

2 febbraio 2021

Smetto quando voglio (Sydney Sibilia, 2014)

Smetto quando voglio
di Sydney Sibilia – Italia 2014
con Edoardo Leo, Stefano Fresi
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Quando Pietro, geniale neurobiologo specializzato in chimica organica, non si vede rinnovato l'assegno di ricerca e si ritrova a fronteggiare la disoccupazione, decide di mettere le proprie competenze al servizio della produzione di una nuova droga, una molecola non ancora compresa nella lista di quelle considerate illegali dal ministero della salute. Insieme a un gruppo di altri ricercatori universitari, tutti intellettuali precari come lui o costretti a infimi e umilianti lavoretti pur di racimolare qualche soldo, forma così una "banda" per la produzione e lo spaccio delle nuove pasticche. Il successo arriderà rapidamente, ma i geniali "nerd" dovranno farsi strada in un ambiente a loro poco consono, fra tossicodipendenti, escort e malviventi. Con un aggancio a un tema d'attualità (le difficoltà di menti brillanti costrette ai margini della società dalla crisi economica o dalla mancanza di appeal delle rispettive materie di studio), il film d'esordio di Sibilia punta le sue carte su un umorismo grottesco e dolce-amaro, su personaggi ingenui e simpatici, su un ritratto caricaturale del mondo della droga e della criminalità, non privo di tocchi cinici, ironici e post-moderni alla Guy Ritchie. Siamo quasi di fronte a un incrocio fra "I soliti ignoti" (il gruppo di criminali dilettanti), "Full monty" (le difficoltà socio-economiche che spingono un gruppo di amici a tuffarsi in una "professione" completamente nuova) e la serie televisiva "Breaking bad". La sceneggiatura è firmata dal regista insieme a Valerio Attanasio, la fotografia ipersatura è di Vladan Radovic, i ricercatori sono interpretati da Edoardo Leo, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Paolo Calabresi, Pietro Sermonti, Valerio Aprea e Lorenzo Lavia. Nel cast anche Valeria Solarino (la compagna di Pietro), Neri Marcorè (il boss rivale "Murena") e Sergio Solli (il professore). Grande successo di pubblico e di critica, che ha portato alla realizzazione di due sequel (o meglio, midquel).

30 gennaio 2021

La tigre bianca (Ramin Bahrani, 2021)

La tigre bianca (The white tiger)
di Ramin Bahrani – USA/India 2021
con Adarsh Gourav, Rajkummar Rao
***

Visto in TV (Netflix).

Nato in povertà in un remoto villaggio in India, Balram (Gourav) non vuole rassegnarsi a rimanere per tutta la vita uno "schiavo", ovvero un servitore (nei confronti della propria famiglia, della società o degli uomini più ricchi di lui o di casta superiore). Si fa dunque assumere come autista dalla famiglia più benestante della regione, e da lì comincia la sua scalata verso il successo. Dal fortunato romanzo omonimo del giornalista di economia Aravind Adiga, un film di forte critica sociale che, attraverso l'ascesa personale del protagonista (anche a costo di commettere crimini di vario genere), si scaglia contro tutte le consuetudini radicate e le tradizioni culturali che impediscono all'India di diventare una potenza economica e sociale alla pari degli altri grandi paesi del mondo. Si va dall'assuefazione al ruolo di subordinati che permea gran parte della popolazione (Balram paragona i suoi compatrioti ossequiosi ai polli chiusi nelle stie) al sistema delle caste e quello dei matrimoni combinati, dalle ingiustizie e i maltrattamenti cui sono sottoposti i lavoratori alla corruzione imperante nel sistema politico, dall'arretratezza delle regioni rurali al disinteresse dei ricchi nel risolvere i loro problemi. Ma il vero tema, quasi più individuale che collettivo, è quello dell'incapacità innata del servitore di ribellarsi a questo stato di cose: Balram, l'unico che ci prova, è paragonato appunto alla "tigre bianca", animale rarissimo di cui si dice che nasca un solo esemplare ogni generazione. Certo, il termine di paragone (in positivo) sembrano essere sempre gli Stati Uniti, dove ha studiato il capo del protagonista, Ashok (Rajkummar Rao), e da cui proviene sua moglie, la "Pinkie Madam" (Priyanka Chopra). Ironicamente, però, Balram è convinto che l'uomo bianco sia ormai sul viale del tramonto, e che il nuovo secolo sarà quello "dell'uomo giallo e dell'uomo nero" (ovvero di Cina e India: quasi l'intera pellicola è narrata in flashback in una mail che il protagonista scrive al primo ministro cinese, Wen Jiabao, raccontandogli la propria vita nella speranza di fare affari con lui!). Se inizia come una storia di crescita "dalle stalle alle stelle" come tante, la pellicola si fa via via più potente nel suo attacco diretto e senza mezzi termini alle tradizioni arcaiche di un paese arretrato e disagiato, alle ipocrisie tanto dei poveri (che quasi si autocompiacciono della propria povertà) che dei ricchi (esemplari gli alti e i bassi nel rapporto con il padrone, che passa continuamente dal trattarlo come un membro della famiglia ad umiliarlo e sfruttarlo in ogni modo), sottolineando però una grande differenza ("i ricchi possono permettersi di sprecare le opportunità che hanno"). E ha anche il merito di non giudicare in alcun modo il suo personaggio: nessuna sentenza morale o "castigo" hollywoodiano giunge ad annacquare il messaggio (anzi, si prendono le distanze dalle pellicole occidentali: "Non dovete pensare che ci sia un quiz da un milione di rupie per uscire dalla povertà", dice Balram, riferendosi al "Millionaire" di Danny Boyle). Ottimi gli attori, un po' lento il ritmo (ma alla lunga carbura). Bahrani (anche sceneggiatore), americano di origine iraniana, ha spesso affrontato temi simili, sin dai suoi esordi.

2 gennaio 2021

Koshiben gambare (Mikio Naruse, 1931)

Flunky, work hard! (Koshiben gambare)
di Mikio Naruse – Giappone 1931
con Isamu Yamaguchi, Seiichi Kato
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Questo cortometraggio muto di una trentina di minuti è il più antico film di Mikio Naruse a essere sopravvissuto (i suoi lavori precedenti sono tutti andati perduti). E per certi versi si discosta dalle pellicole per cui sarà noto in seguito (in particolare dopo la guerra), ovvero drammatici shomingeki sulle tribolazioni delle donne e delle classi più disagiate: qui siamo dalle parti della commedia, anche se non mancano un pizzico di satira sociale e, nel finale, una piega funesta. Il protagonista è uno spiantato agente di assicurazioni, che spera di convincere una ricca signora a stipulare una polizza contro gli infortuni per i suoi cinque figli. Per ingraziarsi la famiglia e superare così la concorrenza di un agente rivale, non esita a umiliarsi, giocando la cavallina con i bambini: e nel far questo, trascura il proprio figlio Susumu, intraprendente monello attaccabrighe che finisce investito da un treno... A parte il finale tragico, i toni ricordano quelli di altre commedie giapponesi dell'epoca incentrate sui bambini e sul rapporto fra genitori e figli, a partire dal capolavoro di Yasujiro Ozu "Sono nato, ma...", anche se le gag comiche sono sempre velate di una certa tristezza di fondo. Ed è proprio con Ozu che Naruse, anche se meno noto di lui in occidente, sarà costantemente paragonato nel prosieguo della sua carriera. Poco dopo questo film, probabilmente realizzato su commissione per conto della Shochiku, si trasferirà alla casa produttrice Toho, dove girerà i suoi lavori sonori e più personali (dal 1935 al 1967). Il suo stile ricorda in effetti quello di Ozu (a partire da sobrietà e minimalismo), mentre i soggetti affrontati sono spesso malinconici e pessimisti come nel cinema di Mizoguchi, con il tema della consapevolezza della transitorietà delle cose (mono no aware) che fa spesso capolino. Già in questo lavoro dei primordi, pur così breve e atipico (e decisamente più spigliato), si possono comunque apprezzare le qualità di una regia attenta ai dettagli, l'ottima direzione degli attori e il montaggio espressionista (ci sono persino alcuni "effetti speciali" nel momento in cui il padre viene a sapere dell'incidente del figlio), con il tutto che concorre al ritratto di un ambiente, il Giappone degli anni trenta, in cui povertà e desiderio di riscatto socio-economico convivevano nelle fasce più umili della popolazione.