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8 maggio 2023

Zombie contro zombie (S. Ueda, 2017)

Zombie contro zombie (Kamera o tomeru na!)
di Shinichiro Ueda – Giappone 2017
con Takayuki Hamatsu, Harumi Syuhama
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

Una piccola troupe di cineasti sta girando un film di zombie a basso budget in un capannone abbandonato, in aperta campagna, quando all'improvviso il cast e i tecnici vengono attaccati da veri zombie! E il folle regista (Takayuki Hamatsu), maniaco del realismo, ne approfitta per ottenere dai suoi attori (Yuzuki Akiyama e Kazuaki Nagaya) interpretazioni intense come non mai. L'intera vicenda è raccontata in un unico ed elaborato piano sequenza di 37 minuti, dopodiché scopriamo che anche in questo caso si trattava di un film, uno special televisivo realizzato e trasmesso in diretta ("One cut of the dead"), di cui ci vengono mostrati tutti i preparativi e infine il making of, durante il quale decine di imprevisti mettono a repentaglio la lavorazione, costringendo a continue improvvisazioni e cambi di script (che spiegano le ragioni di tutti quei momenti che, in un primo istante, sembravano fin troppo goffi, comici o incoerenti). Geniale esercizio di metacinema, nella vena di "Rumori fuori scena", ma con una struttura di meta-scatole cinesi (un film nel film nel film...) che ricorda persino la trilogia di Koker di Kiarostami. Ogni livello di lettura ha un differente feeling, una differente "sofisticazione" narrativa e offre un differente tipo di intrattenimento. Il tutto, però, è anche incredibilmente divertente, e riesce a trasmettere l'amore e la passione dei protagonisti verso un cinema "vero" e artigianale, dove si lavora tutti insieme per un risultato soddisfacente, e dove, anziché ricorrere a trucchetti digitali in post-produzione, ci si ingegna in ogni modo per riprodurre la finzione sul set in modo realistico (il fatto che il film sia "in diretta" accomuna l'operazione al teatro, il che rinforza ancora di più il parallelo con "Rumori fuori scena"). Alla fine la soddisfazione dell'intero gruppo per essere riusciti a portare a termine l'impresa è quasi contagiosa. Esilarante la caratterizzazione di tutti i personaggi (caratterizzazione, poi, doppia o tripla, visto che quasi sempre le personalità dei vari interpreti sono radicalmente differenti da quelle dei loro personaggi nel film, a cominciare dal regista Higurashi, accondiscendente e bonario nella vita reale e invece folle e dispotico nella sceneggiatura), dove spiccano la moglie e la figlia del regista stesso (Marumi Syuhama e Mao). Costato praticamente nulla (Shinichiro Ueda, sceneggiatore e regista indipendente, era all'esordio nel lungometraggio) e passato inizialmente inosservato, il film ha cominciato ad attrarre lentamente attenzione in alcuni festival, finendo per diventare un successo internazionale (e incassare oltre mille volte il suo costo). Lo stesso Ueda ha girato in seguito due brevi spin-off. Il titolo originale significa "Non fermate la cinepresa!". Nel 2022, Michel Hazanavicius ne ha realizzato un remake francese ("Cut! Zombi contro zombi").

31 dicembre 2022

Frankenstein Junior (Mel Brooks, 1974)

Frankenstein Junior (Young Frankenstein)
di Mel Brooks – USA 1974
con Gene Wilder, Marty Feldman
****

Rivisto in DVD.

Il dottor Frederick von Frankenstein (Gene Wilder), nipote del celebre scienziato che anni prima creò il famigerato mostro, non sembra interessato a seguire le tracce del suo antenato, di cui quasi si vergogna (tanto da cambiare la pronuncia del suo stesso cognome). Almeno fino a quando non entra in possesso del suo diario, con le indicazioni dettagliate su come dare vita alla creatura. A quel punto, la tentazione di riprodurne gli esperimenti sarà troppo forte per resisterle... Pare che l'idea di realizzare una parodia del classico "Frankenstein" di James Whale (includendovi anche elementi dei successivi sequel, in particolare "La moglie di Frankenstein", da cui proviene la scena dell'eremita cieco, e "Il figlio di Frankenstein", da cui deriva il personaggio dell'ispettore Kemp) sia stata di Wilder, co-sceneggiatore del film insieme a Mel Brooks (al quarto lungometraggio: è senza dubbio il suo capolavoro). Grazie all'eccellente cast di interpreti, alla qualità delle battute, alla riproduzione delle atmosfere dell'originale (mediante la fotografia in bianco e nero, lo stile di inquadrature degli anni trenta, la colonna sonora e persino il riutilizzo di alcune scenografie dell'epoca, come le attrezzature del laboratorio realizzate da Kenneth Strickfaden), il risultato è al tempo stesso avvincente ed esilarante, da considerare una delle migliore parodie (nel senso che non stravolge o banalizza il materiale di cui si prende gioco, ma gli rende un fedele e affettuoso omaggio, con una stupefacente attenzione ai dettagli) e uno dei film più divertenti di tutti i tempi, tanto nella versione originale quanto in quella italiana, splendidamente adattata da Mario Maldesi, le cui battute (spesso "rimodellate") sono a tratti persino più memorabili di quelle originali (a partire dal leggendario "Lupo ululà... Castello ululì"). Grazie anche agli eccellenti doppiatori (come Oreste Lionello su Frankenstein, Gianni Bonagura su Igor, Livia Giampalmo su Inga), tantissime gag, semplici frasi o scambi di battute sono rimaste impresse nelle orecchie, nella memoria e nell'immaginario degli spettatori italiani, come ben pochi altri film possono vantare. Da "Si... può... fare!" a "Che lavoro schifoso!" - "Potrebbe essere peggio" - "E come?" - "Potrebbe piovere!"; da "Ma è un malocchio questo!" - "E questo no?" a "Il destino è quel che è, non c'è scampo più per me!"; da "Rimetta... a posto... la candela!" a "Presto! Dategli un... sedadavo!", e potrei continuare per ore, citando praticamente tutto il film (senza dubbio uno dei lungometraggi più "citabili" di sempre!). A proposito dell'adattamento italiano, consiglio la lettura del bell'articolo di Evit pubblicato sul suo blog "Doppiaggi italioti". Dicevamo del cast: al fianco dell'ottimo Wilder, estremamente espressivo nel ruolo dello scienziato pazzo, c'è uno straordinario Marty Feldman nei panni del servo Igor ("Gobba? Quale gobba?"), forse il personaggio più divertente del film (è il suo ruolo più noto). Il mostro è interpretato da Peter Boyle, che gli dona un vasto range di emozioni e stravolge in chiave comica i manierismi che furono di Boris Karloff. Non è da meno il comparto femminile, che comprende Teri Garr (l'assistente Inga: "Allora avrebbe un enorme Schwanzstück!"), la sempre meravigliosa Madeline Kahn (Elizabeth, la fidanzata del dottore, che nel finale sfoggia le celebri mèches de "La moglie di Frankenstein") e Cloris Leachman ("Frau Blucher!", il cui nome è sempre seguito dal nitrire dei cavalli). Infine, da citare Kenneth Mars (l'ispettore Kemp) e naturalmente Gene Hackman (quasi irriconoscibile sotto il trucco dell'eremita cieco). Da notare che si tratta di uno dei rarissimi film di Mel Brooks in cui il regista non recita. Oltre alle gag verbali, non da meno sono quelle visive, alcune delle quali (spesso con protagonista Igor) facevano scoppiare dal ridere gli stessi attori sul set, costringendoli a rigirare intere scene. Fra le molte sequenze delle pellicole originali virate in parodia, oltre alla suddetta dell'eremita, da ricordare quella della bambina presso il lago. Il risultato è così divertente e, soprattutto, memorabile, che ormai è quasi impossibile guardare di nuovo i classici film della Universal senza ridere involontariamente a ogni scena. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura e il sonoro. Dal 2007 esiste anche un musical teatrale.

20 novembre 2022

Mio cugino Vincenzo (Jonathan Lynn, 1992)

Mio cugino Vincenzo (My cousin Vinny)
di Jonathan Lynn – USA 1992
con Joe Pesci, Marisa Tomei
***

Rivisto in TV (Disney+).

Quando i giovani newyorkesi Billy (Ralph Macchio) e Stan (Mitchell Whitfield), di passaggio per l'Alabama, vengono arrestati dalla polizia locale con l'accusa di aver ucciso il commesso di una stazione di servizio (confessando fra l'altro il delitto, sia pure senza volerlo, visto che credevano di essere stati incriminati per non aver pagato una scatoletta di tonno), i due decidono di ricorrere all'aiuto legale del cugino di Billy, Vincenzo Gambini (Joe Pesci), avvocato appena iscritto all'albo e senza alcuna esperienza in aula. "Con dieci euro mio cugino lo faceva meglio": chi non ha mai pensato di risparmiare qualcosa rivolgendosi ad un aiuto in famiglia? Ma forse, se c'è di mezzo la propria vita (i due ragazzi rischiano la sedia elettrica), la questione è un pelo più delicata. Eppure, nonostante l'apparente inettitudine, e pur scontrandosi a più riprese con un giudice inflessibile e puntiglioso (Fred Gwynne) che non sopporta il suo andare sopra le righe (per non parlare dei suoi modi da italo-americano, decisamente fuori posto nel profondo Sud), il buon Vincenzo riuscirà a smontare le testimonianze e a fare chiarezza nella vicenda, anche con l'aiuto della vistosa ed eccentrica fidanzata Mona Lisa (Marisa Tomei) e delle sue conoscenze in campo automobilistico. Courtroom drama, anzi comedy, che gioca sugli equivoci (nella prima parte i fraintendimenti si sprecano) e sullo scontro fra personalità e ambienti opposti (Vincenzo e gli altri personaggi provenienti da Brooklyn si ritrovano immersi in uno stato, l'Alabama, che viaggia su... binari differenti), con buoni momenti comici e personaggi ben caratterizzati. L'inizio è un po' lento, ma poi la pellicola decolla e, come ogni film ambientato in tribunale che si rispetti, si fa via via più avvincente fino alla risoluzione finale. Divertenti, in particolare, i continui siparietti fra Vincenzo e il giudice. Molti i dialoghi e le scene (si pensi alla lite con il giocatore di biliardo, o allo scambio sul rubinetto rotto) che ironizzano sulla litigiosità e l'ossessione ai dettagli di un paese, gli Stati Uniti, dove pare che esista un avvocato ogni 300 abitanti. Premio Oscar (a sorpresa) per Marisa Tomei come attrice non protagonista: così a sorpresa che nacque presto una leggenda urbana, priva di fondamento, secondo la quale l'annunciatore aveva sbagliato a leggere il nome nella busta.

19 maggio 2022

Darò un milione (Mario Camerini, 1935)

Darò un milione
di Mario Camerini – Italia 1935
con Vittorio De Sica, Assia Noris
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il giovane miliardario Gold (Vittorio De Sica), annoiato e stufo della sua vita troppo agiata e controllata, ma soprattutto dell'essere sempre attorniato da parenti e amici parassiti, si tuffa in mare dal suo yacht ancorato al largo della costa della Francia e, una volta a terra, si scambia d'abiti con un barbone, Blim (Luigi Almirante), al quale confida che regalerebbe volentieri un milione "a chiunque farà un gesto generoso e spontaneo verso di me". Quando Blim rivela il fatto ai giornali, la notizia che un riccone si aggira in città vestito da povero fa scalpore: e tutti si affrettano a mostrarsi premurosi verso i mendicanti, nella speranza che uno di essi sia il miliardario in incognito. Nel frattempo Gold incontra Anna (Assia Noris), una ragazza gentile che lavora in un circo e che, credendolo disoccupato, si premura di fargli ottenere un lavoro presso il proprio padrone... Co-sceneggiata da Cesare Zavattini, al suo primo lavoro cinematografico (e tratta da un racconto scritto da lui stesso, insieme a Giacinto Mondaini, il padre di Sandra), una fortunata commedia di costume, mordace e spigliata, che abbina gag comiche (e fumettistiche, a tratti quasi anticipatrici di Fellini, con personaggi macchiettistici e l'ambientazione circense a fare da sfondo: vedi anche la scena finale con i barboni sulle giostre) a un'analisi sociale che punta sul paradosso (l'inversione dei ruoli fra ricchi e poveri, mecenati e mendicanti) e sulla satira (la presa in giro dell'ipocrisia e della beneficienza "interessata" dell'alta società) per dire non poco sul mondo e la società italiana dell'epoca (anche se la vicenda è ambientata in Francia, forse per evitare prudentemente problemi di censura). Si tratta del secondo film interpretato da De Sica per Camerini, nonché del primo in cui recita insieme ad Assia Noris (seguiranno "Ma non è una cosa seria", "Il signor Max" e "I grandi magazzini"). Mario Gallina è il proprietario del circo, Vinicio Sofia il direttore del giornale.

12 maggio 2022

Impiegati... male! (Mike Judge, 1999)

Impiegati... male! (Office space)
di Mike Judge – USA 1999
con Ron Livingston, Jennifer Aniston
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Peter Gibbons (Ron Livingston) odia il suo lavoro. Programmatore per un'azienda che sviluppa software per le banche, trascorre le giornate in uno stretto cubicolo, in un ambiente frustrante e malsano, e in particolare è continuamente vessato dal suo capo Bill Lumbergh (Gary Cole), che inizia ogni discussione con la frase "Ci sono problemi?", gli chiede regolarmente di fare straordinari e si impunta sulle questioni più irrilevanti. Ipnotizzato accidentalmente da un terapeuta che lo "libera" da inibizioni e stress, sviluppa all'improvviso un atteggiamento più leggero e disincantato: e non solo non viene licenziato, ma addirittura promosso al ruolo di dirigente! Nel frattempo si dichiara alla ragazza che ha sempre amato da lontano (Jennifer Aniston, cameriera in un ristorante dove a sua volta ha i suoi problemi con un manager ipocrita e le sue assurde regole) e aiuta due colleghi (David Herman e Ajay Naidu), loro sì licenziati, a "vendicarsi" grazie a un virus che sottrae gli spiccioli degli arrotondamenti dai conti correnti delle banche ("Come in Superman 3"). Dal creatore di "Beavis and Butt-head", una satira del mondo del lavoro sulla falsariga di "Clerks" (qui a essere preso di mira è specificatamente l'ambiente dei colletti bianchi e delle società di software che impazzavano già negli anni Novanta: Peter, in particolare, è incaricato dell'aggiornamento dei sistemi in vista del Millenium Bug). Per certi versi, il tutto ricorda la strip a fumetti "Dilbert". Memorabili, fra le varie scene, il "pestaggio" ai danni della fotocopiatrice/fax che faceva impazzire gli impiegati, nonché i colloqui a cui i due "tagliatori di teste" Bob (John C. McGinley) e Bob (Paul Willson) sottopongono i dipendenti. Il film è ispirato a una serie di cortometraggi animati realizzati da Judge a inizio carriera, da cui proviene il personaggio di Milton (Stephen Root), l'impiegato licenziato che però continua a lavorare, sempre sull'orlo della follia. Cult movie in patria.

15 aprile 2022

That fatal sneeze (Lewin Fitzhamon, 1907)

That fatal sneeze
di Lewin Fitzhamon – GB 1907
con Thurston Harris, Gertie Potter
**

Visto su YouTube.

Per vendicarsi di uno scherzo che lo zio gli aveva fatto la sera prima a tavola, un ragazzo durante la notte gli cosparge di pepe il fazzoletto, la spazzola e gli abiti. La mattina dopo, l'uomo non può fare a meno di starnutire in continuazione. Gli starnuti sono così potenti da rovesciare i mobili dentro casa, dal far cadere le merci esposte nei negozi, da distruggere le porte e le finestre degli edifici e da provocare letteralmente un terremoto. Inseguito da passanti, negozianti e poliziotti furiosi, mentre il monello se la ride, l’uomo finisce infine per autodistruggersi... con uno starnuto. Ben realizzata, con una robusta dose di effetti speciali artigianali, questa commedia di produzione britannica non è altro che una gag “da fumetto” prolungata, nello stile di “Bibi e Bibò” o, se vogliamo, di altri film pioneristici degli esordi come il “Mary Jane Mishap” del 1903. Quello che la rende interessante, però, è l’importanza dell’ambiente attorno ai personaggi e il modo con cui il protagonista interagisce con esso. La “distruzione” che gli starnuti dell’uomo arrecano al mondo circostante è la chiave delle gag, non gli starnuti in sé. Siamo agli albori di quello che diventerà il cinema slapstick, con la comicità “fisica” che farà la fortuna delle comiche americane di Sennett, Lloyd, Chaplin e Keaton, e dunque stiamo distaccandoci dal “cinema delle attrazioni” di Méliès o Chomón per andare verso un cinema più “narrativo”. Non a caso, forse, qui gli effetti speciali sono per lo più “pratici” e meno “ottici” (mobili e oggetti che si muovono grazie a fili, non dissolvenze o sovrimpressioni: persino la sequenza del terremoto è stata realizzata collocando la macchina da presa su una tavola in equilibrio, e lasciandola ondeggiare per simulare l’oscillazione del terreno).

20 marzo 2022

Una notte all'opera (Sam Wood, 1935)

Una notte all'opera (A night at the opera)
di Sam Wood – USA 1935
con Groucho, Chico e Harpo Marx
***1/2

Rivisto in DVD.

L'impresario squattrinato Otis B. Driftwood (Groucho), il pianista Fiorello (Chico) e il trovarobe Tommaso (Harpo, "Tomasso" nell'originale inglese) uniscono le forze per aiutare il giovane tenore Riccardo Baroni (Allan Jones) e la ragazza da lui amata, la soprano Rosa (Kitty Carlisle), a trionfare in una recita del "Trovatore" al teatro dell'opera di New York, ai danni dell'antipatico rivale di Riccardo, lo sbruffone Rodolfo Lasparri (Walter Woolf King). Il primo film girato dai fratelli Marx per la Metro-Goldwyn-Mayer, dopo aver lasciato la Paramount, è forse il loro capolavoro insieme al precedente "La guerra lampo". Ma segna anche un certo cambio di registro nella loro cifra comica: l'anarchia folle e assoluta dei film precedenti, rivolta indifferentemente a 360°, lascia il posto a una maggiore organizzazione della materia trattata, dove le gag si appoggiano a una trama ben precisa e più convenzionale. Il produttore Irving Thalberg insistette infatti su una sceneggiatura più organica e calibrata, che rendesse chiaro come i tre fratelli (è il primo film senza il quarto, Zeppo, che peraltro aveva sempre avuto ruoli "minori") fossero i protagonisti positivi della vicenda. Anche se i loro sberleffi, come sempre, si prendono gioco di un ambiente sociale ben codificato (stavolta è il turno del pomposo mondo dell'opera lirica, in cui portano scompiglio e confusione), a farne le spese sono soprattutto un pugno di personaggi "negativi", i cattivi della storia, mentre le battute e gli sketch comici punteggiano una vicenda romantica a lieto fine (a suo modo persino prevedibile e in fondo non così interessante) che vede protagonisti i due giovani cantanti innamorati. Anche gli interludi musicali (Jones e Carlisle cantano "Alone" e "Così-cosà", Chico suona il piano e Harpo l'arpa a bordo del transatlantico che li sta portando dall'Europa in America, in una scena che ricorda quella analoga di "Monkey business") sembrano più integrati nella storia.

Ciò detto, il film può contare su alcune sequenze fra le più divertenti e le meglio costruite di tutta la filmografia dei Marx. Innanzitutto quella – scritta dal gagman Al Boasberg – della minuscola cabina della nave (già praticamente tutta occupata dal letto e da un baule) in cui viene assiepato un numero incredibile di persone: Driftwood, i tre clandestini Fiorello, Tommaso e Riccardo, due cameriere per rifare il letto, l'idraulico, la manicure, l'assistente dell'idraulico, un'altra passeggera che cerca "la zia Minnie" e vuole usare il telefono, la donna delle pulizie, e infine quattro steward con una montagna di cibo ordinato in precedenza ("e due uova molto sode!"), prima che l'arrivo della signora Claypool (Margaret Dumont), la ricca vedova corteggiata come sempre da Groucho, faccia rovesciare fuori tutti in maniera torrenziale. Poi c'è il surreale discorso dei tre finti aviatori barbuti davanti al municipio di New York ("Sentite come siamo arrivati con l'aereo in America: siamo partiti ed eravamo già a metà strada quando ci è finito il carburante e siamo tornati indietro. Abbiamo messo il doppio di carburante e stavolta stavamo per atterrare: mancava sì e no un metro quando ci siamo accorti che eravamo senza carburante, così siamo tornati di nuovo a prenderlo a casa. Poi certo che questa volta abbiamo fatto il pieno... e a metà strada non ci siamo accorti che per la fretta avevamo lasciato a casa l'aeroplano? Allora ci siamo seduti e ne abbiamo parlato un po'..."). E ancora: la lettura e la firma del contratto fra Groucho e Chico, durante la quale stralciano tutte le clausole, compresa la clausola sanitaria ("There ain't no Sanity Clause", commenta un disincantato Chico, contraddicendo il celebre editoriale del New York Sun, "Yes, Virginia, there is a Santa Claus"); la perquisizione del poliziotto Henderson (Robert Emmett O'Connor) in casa di Groucho, durante la quale i fratelli spostano alle sue spalle i mobili da una stanza all'altra; e naturalmente lo scompiglio durante la prima del "Trovatore", ai danni di Lasparri e del direttore del teatro Herman Gottlieb (Sig Ruman): dapprima i Marx sostituiscono lo spartito di Verdi con quello dell'inno del baseball "Take me out to the ball game", poi si introducono nella buca dell'orchestra, quindi sul palco (vestiti da gitani) e infine dietro le quinte, manipolando comicamente i fondali. Un remake (!) nel 1992, "Gli sgangheroni".

8 marzo 2022

Bill & Ted face the music (D. Parisot, 2020)

Bill & Ted Face the Music (id.)
di Dean Parisot – USA 2020
con Keanu Reeves, Alex Winter
**

Visto in TV (Prime Video).

Venticinque anni dopo il loro trionfale concerto alla "Battaglia dei complessi", non solo Bill (Winter) e Ted (Reeves) non hanno sfondato (come sembrava dai titoli di coda di "Un mitico viaggio"), ma i Wyld Stallyns si sono sciolti e i due ragazzi – ormai uomini adulti – non sono mai riusciti a scrivere la canzone che, secondo la previsione dell'ormai defunto Rufus (George Carlin, che appare in una breve scena sotto forma di ologramma), avrebbe dovuto unire tutta l'umanità. Dal futuro giunge la figlia di Rufus, Kelly (Kristen Schaal), per metterli in guardia: se non scriveranno e suoneranno la canzone entro il pomeriggio, l'intera realtà spazio-temporale collasserà su sé stessa. Grazie alla solita macchina del tempo, i due amici inizieranno a viaggiare nel futuro, cercando il momento in cui avranno già scritto la canzone: incontreranno così diverse versioni di sé stessi, sempre più bizzarre e originali. Contemporaneamente, le loro figlie – Theadora "Thea" Preston (Samara Weaving) e Wilhelmina "Billie" Logan (Brigette Lundy-Paine) – viaggiano nel passato per "reclutare" alcuni dei più famosi musicisti e riformare così la band: Jimi Hendrix, Louis Armstrong, Wolfgang Amadeus Mozart, Ling Lun (flautista cinese del 2600 a.C.) e Grom (una batterista preistorica). Saranno tutti uccisi da Dennis Caleb McCoy (Anthony Carrigan), terminator-robot cattivo inviato dalla Grande Leader del futuro (Holland Taylor), e si ritroveranno così all'inferno, da cui però evaderanno grazie a una vecchia amica, la Morte (William Sadler), che riprenderà a sua volta il proprio posto come bassista nella band... Terzo capitolo, realizzato a quasi trent'anni di distanza dai precedenti, di una saga comico-musicale-fantascientifica che in Italia è sempre passata sotto silenzio (il primo film, "Bill & Ted's Excellent Adventure", non è nemmeno mai stato doppiato nella nostra lingua!). L'impressione è quella di una reunion nostalgica, rispettosa, a tratti anche divertente, ma forse non necessaria: riprende elementi dalle prime due pellicole (rispettivamente i viaggi nel tempo e quelli nell'aldilà), ripercorre territori già noti, gioca con le aspettative dei fan ma fa poco per accattivarsi l'interesse dei neofiti. Oltre a Reeves, Winter e Sadler, si rivedono altri attori dei primi due film, come Hal Landon Jr. (il padre di Ted) e Amy Stoch (Missy, che stavolta sposa il fratello minore di Ted), mentre le principesse Joanna ed Elizabeth sono interpretate stavolta da Jayma Mays ed Erinn Hayes. Fra i camei: il rapper Kid Cudi e il rocker Dave Grohl. La sceneggiatura è sempre di Chris Matheson ed Ed Solomon. In positivo: le due figlie dei nostri eroi, di fatto la loro versione femminile (e "smart"). In negativo: la mancanza di interazione dei personaggi storici fra di loro e con il mondo moderno, ma soprattutto il passo indietro a livello di colonna sonora (il che, in un film incentrato proprio sulla musica, è un difetto non da poco). Il doppiaggio italiano annacqua e banalizza il linguaggio sgangherato dei personaggi.

15 febbraio 2022

I gemelli (Ivan Reitman, 1988)

I gemelli (Twins)
di Ivan Reitman – USA 1988
con Arnold Schwarzenegger, Danny DeVito
*1/2

Rivisto in TV (Now Tv), per ricordare Ivan Reitman.

Nati in laboratorio come risultato di un esperimento scientifico, i gemelli Julius (Schwarzy) e Vincent (DeVito) sono stati separati alla nascita. Si ritroveranno per andare alla ricerca della madre. Per la prima volta Schwarzenegger è protagonista di una commedia (o quasi, visto che anche "Commando", dopo tutto, poteva essere definita tale), aprendosi una carriera che porterà avanti sporadicamente (con titoli come "Un poliziotto alle elementari" e "Junior", sempre diretti da Ivan Reitman), anche se naturalmente non manca una sottotrama più avventurosa/d'azione, quella legata al furto – da parte del fratello Vincent – di un'auto nel cui portabagagli c'è un motore d'aereo sperimentale trafugato da una spia industriale. L'umorismo è però di grana grossa, e di fatto si incentra su un'unica idea, certamente poco originale: quella di mettere a confronto due personaggi all'opposto per fisicità (Julius è "l'uomo perfetto", aitante e muscoloso; Vincent è basso, grasso, calvo) e personalità (Julius è intelligente ma ingenuo, avendo vissuto sempre su un'isola tropicale; Vincent è furbo, imbroglione, manipolatore). Nel complesso è una pellicola dozzinale, che offre un divertimento ingenuo e infantile senza particolare spessore. A parte i due protagonisti (meglio comunque DeVito: Schwarzy appare molto impacciato), gli altri personaggi sono macchiette insulse, a partire dai comprimari femminili (Kelly Preston e Chloe Webb). Marshall Bell è la spia killer, Bonnie Bartlett la madre dei gemelli. Da sottolineare la scena in cui Arnold se la ride davanti a un poster di "Rambo" con Sylvester Stallone. Reitman stava per realizzare un seguito a distanza di trent'anni ("Triplets", con Eddie Murphy nel ruolo di un terzo gemello) quando è morto.

29 gennaio 2022

Benvenuto Presidente! (R. Milani, 2013)

Benvenuto Presidente!
di Riccardo Milani – Italia 2013
con Claudio Bisio, Kasia Smutniak
*1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Nell'impasse per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, e non riuscendo a trovare il giusto candidato (cioè corruttibile e manipolabile), i principali partiti del parlamento italiano scelgono di votare – l'uno all'insaputa dell'altro – lo stesso nome "simbolico": Giuseppe Garibaldi. Peccato però che un cittadino eleggibile con questo nome esista veramente, un ex bibliotecario appassionato di pesca che abita in un paesino di montagna, che si ritrova così designato all'importante carica. Salito al Quirinale, con i suoi modi semplici e schietti e l'innata onestà saprà conquistarsi il favore della popolazione e risollevare le sorti del paese. Il tema dell'uomo comune che si ritrova per caso ai vertici di una nazione non è certo nuovo (dal "Prigioniero di Zenda", con tutte le sue varianti – compresa quella disneyana: "Topolino sosia di Re Sorcio" – a pellicole diversissime fra loro come "Dave - Presidente per un giorno" e "Kagemusha"), ed è sempre accattivante. Questa commedia parte bene e in modo spigliato, ma poi si adagia su un populismo semplicistico e prevedibile, anche perché quando cerca di fare qualcos'altro (vedi i momenti umoristici o la sottotrama romantica) fallisce miseramente per l'evidente mediocrità della scrittura. Alla fine la retorica populista fa il giro completo e, nel finale, diventa anti-populista (il discorso di Peppino agli italiani, in cui li accusa di essere loro il problema, prima ancora dei politici corrotti): ma di fatto è populismo anche quello, proprio come qualcuno che vuol essere anticonformista a tutti i costi è in realtà il più conformista di tutti. Kasia Smutniak è l'inflessibile vice segretario generale del Quirinale. Giuseppe Fiorello, Massimo Popolizio e Cesare Bocci i leader dei tre principali partiti (di destra, di centro e di sinistra, ma di fatto alleati e indistinguibili fra loro). Gianni Cavina è "il signor Fausto", a capo dei servizi segreti deviati. Lina Wertmüller, Pupi Avati, Gianni Rondolino e Steve Della Casa, in un cameo, sono "i poteri forti". Il film è stato girato in gran parte a Torino e in Val di Susa.

3 settembre 2021

Mi permette, babbo! (Mario Bonnard, 1956)

Mi permette, babbo!
di Mario Bonnard – Italia 1956
con Alberto Sordi, Aldo Fabrizi
**

Visto in TV (RaiPlay).

Il più grande cruccio di Alessandro Biagi (Aldo Fabrizi), gestore di un'avviata macelleria romana, è il genero Rodolfo (Alberto Sordi), che ha sposato sua figlia Marina e abita ora insieme al resto della famiglia. Indolente e fonte continua di disturbo, Rodolfo è infatti un aspirante cantante lirico che vive alle sue spalle, "pagando" con prelibati filetti le lezioni di canto che prende dall'altrettanto scroccone maestro D'Aragona (Achille Majeroni). Ma alla fine, in qualche modo, Rodolfo riesce a coronare il proprio sogno e a farsi scritturare per un debutto a teatro, nel ruolo (assai minore) del dottore che cura Violetta nell'ultimo atto della "Traviata". Peccato che la sua megalomania manderà tutto all'aria, quando si ostinerà a voler concludere l'opera cantando una frase che Giuseppe Verdi stesso aveva eliminato dopo la prima rappresentazione ("È spenta!"). Commediola sostenuta dalla verve dei due bravi protagonisti, dai caratteri opposti (il che rende difficile la convivenza), attorno ai quali si muovono altre figure di minor rilievo (dai vari membri della famiglia ai personaggi che bazzicano attorno al teatro). Fra gli interpreti spiccano Gina Amendola (la moglie di Alessandro, incapace di cogliere ogni battuta o allusione, come il Jenkins di "Dylan Dog" per intenderci), Turi Pandolfini (il vecchio nonno collerico, sempre alle prese con sedie che traballano, cui vuole segare le gambe), Pina Bottin (la cameriera Rosa, innamorata – ma non ricambiata – di uno dei figli di Alessandro) e Paola Borboni (la "nobile russa", moglie del maestro di canto). Il basso Giulio Neri appare nella parte di sé stesso, mentre la "Traviata" è interpretata da Rosanna Carteri (Violetta) e Afro Poli (Germont). Curiosità: come aiuto regista figura Sergio Leone, che in quegli anni si faceva le ossa proprio sotto l'ala protettiva di Bonnard (in sostituzione del quale debutterà alla regia, non accreditato, tre anni più tardi, ne "Gli ultimi giorni di Pompei").

23 luglio 2021

Eurovision Song Contest (D. Dobkin, 2020)

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga
(Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga)
di David Dobkin – USA 2020
con Will Ferrell, Rachel McAdams
**

Visto in TV (Netflix).

Sin da bambino, il sogno dell'islandese Lars (Ferrell) è sempre stato uno solo: partecipare all'Eurovision Song Contest. E nonostante lo scetticismo di tutti gli abitanti del suo villaggio di pescatori, compreso il padre Erick (Pierce Brosnan) con cui non ha un buon rapporto, il sogno si avvera quando – insieme all'amica d'infanzia Sigrit (McAdams), con cui ha dato vita al duo "Fire Saga" e da cui è amato, non ricambiata – viene scelto come rappresentante dell'Islanda. Durante la gara non mancheranno difficoltà e incidenti di vario tipo, compresa l'ingerenza del cantante russo Alexander Lemtov (Dan Stevens), che cerca di separare i due: ma alla fine la passione per la musica e l'amore trionferanno. Che un film di un comico americano (co-autore anche della sceneggiatura) abbia scelto come soggetto il celebre e longevo concorso canoro pan-europeo (celebre più per gli aspetti kitsch che non per le qualità musicali), per di più non facendone una parodia (sarebbe stato difficile, visto che già nella versione originale non è preso seriamente nemmeno dai suoi stessi estimatori) ma un sincero omaggio, sembrava quasi un azzardo. E invece la pellicola, al netto di cliché e prevedibilità, riesce tutto sommato a divertire e intrattenere, e a tratti addirittura a sorprendere (gli "elfi" che aiutano i protagonisti). Persino le canzoni, tutte in puro stile Eurovision, non sono male (gli attori sono doppiati da autentici cantanti). Il punto debole dell'operazione, purtroppo, è proprio Ferrell, comico che non fa mai ridere e attore con evidenti limiti rispetto agli altri interpreti (ottima la McAdams, vera mattatrice, ma carismatici anche Stevens – il cui personaggio da macchiettistico acquisisce profondità quando si adombra la sua impossibilità di dichiararsi gay in Russia – e ovviamente Brosnan). Mikael Persbrandt è il banchiere che non vuole che l'Islanda vinca (perché una vittoria obbligherebbe il paese a organizzare e ospitare l'evento l'anno successivo); Demi Lovato è Katiana, la cantante inizialmente scelta come rappresentante dell'Islanda; Melissanthi Mahut è Mita, la concorrente greca; Ólafur Darri Ólafsson è l'abitante del villaggio che chiede a Lars di suonare sempre l'irriverente "Ja Ja Ding Dong" (curiosità: Ólafsson sarà il giurato islandese nel vero concorso del 2021). Molti celebri artisti, diversi dei quali vincitori dell'Eurovision, appaiono nei panni di sé stessi, specialmente nella scena del "canto collettivo" nella villa di Alexander: fra questi Conchita Wurst, Alexander Rybak, Loreen, Netta e Jamala, più altri riconoscibili solo dai fan incalliti della gara (sì, ce ne sono), che apprezzeranno battute e riferimenti come "Gli inglesi non piacciono a nessuno, quindi zero punti!". Inizialmente il film sarebbe dovuto uscire nelle sale in contemporanea con l'edizione 2020 dell'Eurovision, ma questa è stata annullata a causa del Covid (e nel 2021, come saprete tutti, ha vinto l'Italia con i Måneskin!).

5 giugno 2021

Il re degli straccioni (Sam Taylor, 1926)

Il re degli straccioni (For Heaven's Sake)
di Sam Taylor – USA 1926
con Harold Lloyd, Jobyna Ralston
**1/2

Visto su YouTube.

Innamorato della bella Hope (Ralston), il giovane J. Harold Manners (Lloyd), ricco sfondato e perdigiorno, finanzia il padre di lei (Paul Weigel), aiutandolo a istituire una missione nei bassifondi per dare conforto ai poveri e un'educazione religiosa ai malviventi. Saranno proprio straccioni e gangster, che hanno imparato ad apprezzarlo, a "salvarlo" quando i suoi amici milionari vorranno impedirgli di sposare la ragazza. Fra commedia degli equivoci (tutta la prima parte, incentrata sul filantropismo involontario del protagonista), satira e gag slapstick (le sequenze finali, con sketch acrobatici e corse sfrenate su vari mezzi di trasporto, come il bus scoperto che viaggia impazzito e senza conducente per le strade della città), uno dei maggiori successi al botteghino per Harold Lloyd, nonostante il comico non fosse soddisfatto del girato finale e abbia pensato più volte di rinviare il film (parte del materiale scartato verrà riciclato nel successivo "A rotta di collo").

4 giugno 2021

Il bi e il ba (Maurizio Nichetti, 1985)

Il bi e il ba
di Maurizio Nichetti – Italia 1985
con Nino Frassica, Marco Messeri
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Dal paesino siciliano di Scasazza, lo sconclusionato Antonino Scannapieco decide di recarsi a Roma per consultare un sedicente professore-veggente a proposito dei misteri della vita. Ma nella grande città vivrà avventure di ogni tipo. Primo ruolo da protagonista per Nino Frassica, con un personaggio scombinato e inconsapevole, dalle caratteristiche (e dal nome) simili a quello che contemporaneamente lo rendeva celebre nella trasmissione televisiva "Quelli della notte", in particolare l'eloquio surreale ricco di malapropismi, parole storpiate e modi di dire inventati. A differenza dei suoi lavori precedenti, la mano di Nichetti – che per la prima volta non recita in un film da lui diretto – si vede poco (forse solo nella satira del consumismo, come nelle scene del negozio di elettrodomestici o della venditrice di enciclopedie): è essenzialmente un film di Frassica (anche co-sceneggiatore). Si salva una certa vena anarchica alla Totò, con Antonino che causa ed è vittima di numerosi equivoci, e qualche gag indovinata, ma complessivamente resta una pellicola debole e frammentaria. La cosa migliore è senza dubbio il personaggio interpretato da Marco Messeri, Armando Maria Balestri, aspirante cineasta fallito che inveisce contro l'establishment, la tv ("Silvio Berlusconi non mi avrà" – "Perché, ti voleva?" – "No") e il cinema impegnato ("Ma chi sono i fratelli Taviani?"). Piccoli ruoli per Maria Giovanna Elmi (l'oggetto del desiderio di Antonino, nei panni di sé stessa), Leo Gullotta, Nino Terzo, Roberto Della Casa, Luca Sportelli.

26 aprile 2021

Funky forest (Katsuhito Ishii et al, 2005)

Funky Forest: The First Contact (Naisu no mori)
di Katsuhito Ishii, Hajime Ishimine, Shunichiro Miki – Giappone 2005
con Tadanobu Asano, Susumu Terajima
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Di film giapponesi comico-surreali ne ho visti parecchi (a partire dal folle "Symbol" di Hitoshi Matsumoto), ma questo probabilmente li batte tutti. E dico "surreale" nel vero senso del termine: indecifrabile e nonsense, non si può giudicare come se fosse una pellicola normale; è più uno psichedelico flusso di coscienza, o meglio un sogno dove le cose non hanno un significato esplicito (o lo hanno soltanto a metà). Innanzitutto manca una vera trama: il film è composto da tanti piccoli sketch o episodi (spesso segmenti di pochi minuti, ma radunati in "serie" come se fossero puntatine di programmi tv, con tanto di loghi in sovrimpressione: non a caso uno dei possibili termini di paragone sono quelle pellicole demenziali americane degli anni Settanta e Ottanta come "Ridere per ridere" di John Landis, che simulavano una programmazione televisiva con tanto di zapping casuale; o forse sarebbe più corretto paragonarlo a "E ora qualcosa di completamente diverso" dei Monty Python), a volte con situazioni e personaggi ricorrenti, interpretati da un nutrito gruppo di attori. Fra questi spiccano Tadanobu Asano ("Guitar brother", capellone che strimpella la chitarra acustica: impagabile quando intona il tema originale di "Capitan Harlock"), Susumu Terajima (suo fratello, ma anche insolito insegnante), Ryo Kase (DJ amatoriale, innamorato della bella Notti (Erika Nishikado) e protagonista di un lungo sogno fatto di strane danze sulla spiaggia notturna), Rinko Kikuchi, Mariko Takahashi... oltre a vari camei, come quello di Hideaki Anno (il regista di "Evangelion", qui uno degli studenti in classe). E assistiamo ai deliranti racconti non sequitur delle ospiti di una stazione termale, ad anarchiche lezioni in una classe scolastica, a creature deformi "coltivate" e poi usate come strumenti musicali, a stravaganti "riti" praticati a scopi non precisati (ma c'entrano gli alieni), a inquietanti sport a base di body horror, a film d'animazione diretti da un cane, a una sessione di registrazione onirica in mezzo alla foresta, il tutto intervallato dalle disastrose esibizioni di una coppia di comici manzai. Se più si va avanti nella visione più le vicende diventano random e incoerenti (il "lato B" del film è ancora più estremo del "lato A"), la cosa strana è che pian piano l'assurdità sembra quasi acquistare un senso, proprio come accade nei sogni. Poi ci si ferma a riflettere e il senso svanisce, non si riesce più ad afferrarlo, ma qualcosa rimane comunque dentro, anche perché è impossibile non apprezzare la totale assenza di pretenziosità (il film non pretende di essere capito, dopo tutto). Dei tre registi-sceneggiatori, il primo responsabile nonché il più noto è Katsuhito Ishii, già autore dell'eccentrico (e bellissimo) "The taste of tea".

1 marzo 2021

Land of the lost (Brad Silberling, 2009)

Land of the Lost (id.)
di Brad Silberling – USA 2009
con Will Ferrell, Anna Friel
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Grazie a un "amplificatore di tachioni" da lui inventato, lo scienziato-paleontologo Rick Marshall (Will Ferrell) viaggia non tanto nel tempo quanto in una confusa dimensione parallela dove coesistono passato, presente e futuro. E in compagnia della bella assistente Holly (Anna Friel), del buzzurro Will (Danny McBride) e dell'uomo-scimmia Chaka (Jorma Taccone), dovrà vedersela con dinosauri ed extraterrestri. Ispirato all'omonima serie televisiva del 1974 (in italiano "La valle dei dinosauri"), di cui finisce però per essere la parodia, un film d'avventura demenziale, infantile e sconclusionato. Credo che Ferrell, con il suo umorismo adolescenziale e deadpan, sia uno dei comici meno divertenti che esistano al mondo: insiste sempre sullo stesso tipo di battuta (spesso a sfondo volgare, sessuale o scatologico) e non fa mai ridere. Qui si salvano la curiosa e surreale ambientazione, a metà fra un videogioco (Holly sembra Lara Croft!), "King Kong", "Il pianeta delle scimmie" e "Il mondo perduto" di Conan Doyle (hanno un loro fascino, per esempio, le scene girate nel deserto del Mojave da dove spuntano rottami di auto e frammenti di resort di lusso) e tutto sommato il recupero dell'ingenuità tipica dei film e dei fumetti d'avventura di un tempo, col merito di non prendersi mai sul serio. Ma la trama in sé è quanto di più scontato ci sia, e soprattutto le gag, appunto, sono stupide, ripetitive e poco divertenti (a meno, forse, di guardarle in compagnia di amici alla ricerca di una comicità "so bad it's good": sotto questo aspetto in effetti ha i suoi fan). Nella prima e nell'ultima scena, il giornalista televisivo Matt Lauer interpreta sé stesso.

17 febbraio 2021

Anchorman (Adam McKay, 2004)

Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy (Anchorman: The legend of Ron Burgundy)
di Adam McKay – USA 2004
con Will Ferrell, Christina Applegate
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Nella San Diego degli anni '70, il popolarissimo conduttore del telegiornale di Channel Four, il re degli ascolti Ron Burgundy (Will Ferrell), e la sua squadra di giornalisti d'assalto (Paul Rudd, David Koechner e Steve Carell) vedono la propria egemonia messa in crisi dall'arrivo di una collega donna, Veronica Corningstone (Christina Applegate), che si fa strada nel mondo maschilista e volgare in cui loro sguazzano. Il film d'esordio di McKay, scritto insieme al protagonista Ferrell (che rimarrà una presenza costante in tutti i primi film del regista), è una commedia stupida e mai divertente, che punta su gag deboli, imbarazzanti o disimpegnate, rinunciando quasi subito ad approfondire i potenziali spunti storico-sociali che il soggetto pure offriva (il fenomeno del giornalismo televisivo sensazionalista delle "Action News", le molestie sessuali sul luogo di lavoro). L'umorismo è quello demenziale del Saturday Night Live, ma il livello dei comici (e delle battute) non è certo pari a quello anarchico e dissacrante che la stessa trasmissione aveva sviluppato negli anni settanta. Mi sembra il tipo di stupidaggine che può piacere solo negli USA, dove infatti è stato inspiegabilmente ben accolto dalla critica ed è diventato un piccolo cult. Piccoli ruoli per Vince Vaughn, Luke Wilson e Ben Stiller (reporter di canali televisivi rivali, ciascuno a capo di vere e proprie bande che si scontrano in una rissa per la strada), Danny Trejo, Seth Rogen, Jack Black, Tim Robbins e, nei titoli di coda, Burt Reynolds. Con un seguito, uscito nel 2013.

11 febbraio 2021

La guerra lampo dei fratelli Marx (Leo McCarey, 1933)

La guerra lampo dei fratelli Marx (Duck soup)
di Leo McCarey – USA 1933
con Groucho, Chico e Harpo Marx
****

Rivisto in DVD.

In cambio del suo sostegno finanziario alle disastrate casse di Freedonia, la ricca vedova Gloria Teasdale (Margaret Dumont) ottiene che il primo ministro venga esautorato e che a capo del governo venga posto un "uomo forte", vale a dire il suo protetto Rufus T. Firefly (Groucho Marx). Ma l'ambasciatore Trentino (Louis Calhern) del vicino stato di Sylvania, che progetta di annettere Freedonia, cerca di screditarlo, mettendogli due spie alle calcagna, gli inaffidabili Chicolini (Chico) e Pinky (Harpo). E le frizioni personali fra Firefly e Trentino porteranno i due paesi alla guerra... Forse il capolavoro dei fratelli Marx, insieme al successivo "Una notte all'opera": come nei lavori precedenti, la loro comicità anarchica, irriverente e spiazzante prende di mira (ridicolizzandoli) ambienti istituzionali caratterizzati da formalismo, seriosità e (apparente) integrità. Questa volta è il turno del mondo della politica e della diplomazia, in un setting da operetta che allude ai governi autoritari (con tutto il contorno di retorica patriottistica, pericolosamente propedeutica alla guerra) che in quegli anni stavano prendendo piede in Europa e nel mondo (motivo per cui la pellicola venne proibita o censurata in stati come la Germania e l'Italia). La guerra vera e propria occupa invece soltanto gli ultimi dieci minuti del film (nonostante il titolo italiano la faccia salire in primo piano; quello originale, "Zuppa d'anatra", è un termine gergale americano per indicare un compito facile da eseguire, e prosegue il trend di riferimenti "animali" nei titoli dei film dei fratelli Marx dopo "Monkey business" e "Horse feathers"; da notare che il titolo "Duck soup" era già stato usato nel 1927 per un cortometraggio muto con Laurel e Hardy che proprio il regista Leo McCarey – qui alla sua unica collaborazione con i Marx – aveva supervisionato).

Ultimo film girato dal gruppo di comici con la Paramount, prima di passare alla MGM, è anche l'ultimo in cui appare Zeppo, il quarto fratello (il quinto se contiamo Gummo, che non ha mai recitato in nessun film), con un ruolo decisamente minore rispetto agli altri tre (è il segretario personale di Groucho, come già era in "Animal crackers", ma scompare per quasi tutto il film prima di riapparire nelle sequenze finali). Le trovate paradossali e le gag surreali non si contano: attorniati da personaggi irresistibilmente "seri" e perennemente vittima delle loro irriverenti trovate, i nostri eroi sono buffoni che si prendono gioco di tutti. Groucho è come sempre una fucina di battute: "Prenda una carta... Può tenerla, ne ho altre 51"; "Faccia finta di niente, ma c'è un uomo di troppo in questa stanza e penso che sia lei"; "C'è una risposta a quel messaggio?" – "No signore" – "Bene, in questo caso non lo mandare"; e la celeberrima "Guardate quest'uomo... Parla come un idiota e sembra un idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente un idiota" (senza contare quelle rivolte specificatamente alla Dumont, come "Devono averla vaccinata con una puntina di grammofono", peraltro ripresa da una vecchia striscia di Topolino; oppure "La vedo già in cucina, piegata sul forno... ma non riesco a vedere il forno"). E non dimentichiamo l'assurdo indovinello "Cos'è quella cosa che ha quattro paia di pantaloni, abita a Filadelfia e non piove ma diluvia?". Chico ribatte a tratti da par suo ("Se vi trovano, siete perduti" – "Ma che dici, se ci trovano come ci perdono?"): da ricordare il suo rapporto sull'attività di spionaggio ("Martedì andiamo alla partita ma lui ci inganna: non viene... Mercoledì lui va alla partita ma l'inganniamo noi: non ci andiamo...").

Harpo, infine, nei panni del suo solito personaggio muto, punta su una comicità fisica e slapstick. A parte le innumerevoli gag sugli oggetti che tira fuori dalle tasche (fra cui una forbice con cui taglia sigari, vestiti e piumaggi troppo lunghi, e la vasta gamma di trombette con cui "comunica"), è protagonista di svariati siparietti che sembrano uscire dalle comiche mute (come gli "scontri" a base di dispetti reciproci con il venditore ambulante di limonate (Edgar Kennedy), degni degli short di Stanlio e Ollio), senza dimenticare le scene in cui guida il sidecar e quella (surreale nel vero senso della parola) in cui un cane esce dalla casetta tatuata sul suo petto. Sono assenti stavolta numeri musicali, a parte alcune canzoni: ma l'unica veramente memorabile è l'inno di Freedonia ("Hail, hail Freedonia, land of the brave and free"). Detto ciò, è quando i tre fratelli sono in scena contemporaneamente che si raggiungono vette elevatissime. La sequenza più leggendaria è quella dello specchio rotto, dopo che Chico e Harpo si sono travestiti da Groucho (in fondo bastano occhiali, sigaro e baffi finti!) per rubare i piani di guerra. Si tratta di una delle scene più esilaranti e celebri della filmografia dei Marx, anche se l'idea era già stata usata in passato da Harold Lloyd e da Max Linder (e sarà riproposta più volte in seguito, per esempio in un cartoon di Bugs Bunny o nel film "Affari d'oro" con Bette Midler e Lily Tomlin). Quanto alla "guerra lampo" che conclude la pellicola, essa è ovviamente confusa, catastrofica, nonsense e ridicola, e con un epilogo improvviso con tanto di sberleffo finale. Raquel Torres è Vera Marcal, la seducente ballerina che a sua volta è una spia al servizio di Sylvania. La sceneggiatura è opera di Bert Kalmar e Harry Ruby, ma diversi dialoghi provengono dal repertorio dei Marx (come quelli scritti da Arthur Sheekman e Nat Perrin per la trasmissione radiofonica di Groucho e Chico "Flywheel, Shyster and Flywheel").

2 febbraio 2021

Smetto quando voglio (Sydney Sibilia, 2014)

Smetto quando voglio
di Sydney Sibilia – Italia 2014
con Edoardo Leo, Stefano Fresi
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Quando Pietro, geniale neurobiologo specializzato in chimica organica, non si vede rinnovato l'assegno di ricerca e si ritrova a fronteggiare la disoccupazione, decide di mettere le proprie competenze al servizio della produzione di una nuova droga, una molecola non ancora compresa nella lista di quelle considerate illegali dal ministero della salute. Insieme a un gruppo di altri ricercatori universitari, tutti intellettuali precari come lui o costretti a infimi e umilianti lavoretti pur di racimolare qualche soldo, forma così una "banda" per la produzione e lo spaccio delle nuove pasticche. Il successo arriderà rapidamente, ma i geniali "nerd" dovranno farsi strada in un ambiente a loro poco consono, fra tossicodipendenti, escort e malviventi. Con un aggancio a un tema d'attualità (le difficoltà di menti brillanti costrette ai margini della società dalla crisi economica o dalla mancanza di appeal delle rispettive materie di studio), il film d'esordio di Sibilia punta le sue carte su un umorismo grottesco e dolce-amaro, su personaggi ingenui e simpatici, su un ritratto caricaturale del mondo della droga e della criminalità, non privo di tocchi cinici, ironici e post-moderni alla Guy Ritchie. Siamo quasi di fronte a un incrocio fra "I soliti ignoti" (il gruppo di criminali dilettanti), "Full monty" (le difficoltà socio-economiche che spingono un gruppo di amici a tuffarsi in una "professione" completamente nuova) e la serie televisiva "Breaking bad". La sceneggiatura è firmata dal regista insieme a Valerio Attanasio, la fotografia ipersatura è di Vladan Radovic, i ricercatori sono interpretati da Edoardo Leo, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Paolo Calabresi, Pietro Sermonti, Valerio Aprea e Lorenzo Lavia. Nel cast anche Valeria Solarino (la compagna di Pietro), Neri Marcorè (il boss rivale "Murena") e Sergio Solli (il professore). Grande successo di pubblico e di critica, che ha portato alla realizzazione di due sequel (o meglio, midquel).

23 novembre 2020

Ghostbusters (Paul Feig, 2016)

Ghostbusters (id.), aka Ghostbusters: Answer the Call
di Paul Feig – USA 2016
con Kristen Wiig, Melissa McCarthy
*1/2

Visto in TV.

La fisica teorica Erin Gilbert (Kristen Wiig) e l'amica di un tempo Abby Yates (Melissa McCarthy), insieme alla folle ingegnere Jillian Holtzmann (Kate McKinnon) e all'ex dipendente pubblica Patty Tolan (Leslie Jones), pur incomprese e sbeffeggiate da tutti, si dedicano a dare la caccia ai fantasmi e alle presenze soprannaturali che infestano la città di New York. Remake del leggendario film campione d'incassi del 1984 (o reboot, se vogliamo, visto che nelle intenzioni della casa produttrice avrebbe dovuto dare il via a una nuova serie di pellicole: ma l'insuccesso commerciale e critico ha fermato sul nascere i piani, e nel 2021 dovrebbe arrivare un sequel dei primi due film che ignora completamente questo tentativo). La scelta del gender-bending, ovvero di virare al femminile il sesso dei quattro protagonisti (e, di converso, trasformare al maschile quello della segretaria Janine, che qui è interpretata da Chris Hemsworth), ha scatenato accese controversie prima ancora che il film giungesse nelle sale. Polemiche pretestuose, in effetti: a rendere brutto il film non è tanto quell'aspetto (anche se indice di un certo atteggiamento ipocritamente inclusivo e politicamente corretto), quanto il fatto che la sceneggiatura batta strade già viste, riproponendo la stessa struttura del lungometraggio originale (ma stiracchiandone il ritmo nel tentativo di "giustificare" l'origine di elementi – il logo e il nome degli Acchiappafantasmi, per esempio – che non ne avevano affatto bisogno) senza innovare o proporre una sola idea originale, affondando lo spettatore in un caotico e confuso showdown con fantasmi digitali e poco affascinanti, ma soprattutto che le gag e le battute siano debolissime, stupide (non nel senso di buffe), rozze e pateticamente inadeguate. Non si ride praticamente mai, se non per l'imbarazzo, e non ci sono frasi o situazioni citabili: salverei giusto in parte quelle (tutte sulla stessa falsariga, però) legate alla stupidità del centralinista Kevin, inserite per avere un personaggio maschile ancora più "clueless" delle quattro protagoniste. La tendenza di Hollywood a ripetere all'esaurimento ciò che già è stato fatto e che ha avuto successo in passato, in chiave derivativa o auto-referenziale per scopi puramente commerciali, si sposa dunque a un tentativo forzatissimo di suscitare la risata a tavolino, senza simpatia o spontaneità. Aggiungiamoci la mancanza di un cattivo memorabile, e il disastro è servito: un film che, a parte l'appiglio emotivo per i fan della pellicola originale (che però lo hanno in gran parte rigettato in partenza), si guarda e si dimentica a stretto giro di posta. Tutto sommato adeguate le protagoniste (a parte la McKinnon, completamente scollata dalle altre tre). Brevi camei, fini a sé stessi e in ruoli diversi, degli attori del lungometraggio classico (Bill Murray, Dan Aykroyd, Sigourney Weaver, Ernie Hudson, Annie Potts), e persino di Slimer e dell'uomo dei marshmallow Stay Puft. Nel cast anche Neil Casey, Andy García e Cecily Strong, oltre a una comparsata di Ozzy Osbourne nei panni di sé stesso.