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4 aprile 2023

Il sud (Victor Erice, 1983)

Il sud (El sur)
di Victor Erice – Spagna 1983
con Omero Antonutti, Icíar Bollaín
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nella Spagna degli anni cinquanta, la quindicenne Estrella (Icíar Bollaín) ripensa con affetto al suo rapporto con il padre Agustín (Omero Antonutti), medico che aveva scelto di abbandonare il sud del paese, dov'era nato, per trasferirsi con la famiglia al nord, in una casa di campagna ("La gabiota", ovvero "Il gabbiano") appena fuori dalle mura di una grande città. Sin da bambina (Sonsoles Aranguren), Estrella era sempre stata affascinata da questo padre gentile e severo, capace di svolgere un lavoro serio e importante ma anche di scherzare con lei e di compiere prodigi (come trovare l'acqua per i contadini dei campi, grazie alla rabdomanzia e alla divinazione con il pendolino). Un padre con un passato misterioso (perché ha lasciato il suo paese natale? scopriremo che c'entra la guerra civile) e con dolorosi segreti che tiene nascosti al resto della sua famiglia, a partire dall'amore infelice per una misteriosa donna, che la bambina identifica in Irene Ríos (Aurore Clément), un'attrice cinematografica i cui film vengono proiettati nel cinema della città. Il secondo lungometraggio di finzione di Victor Erice (nonché l'ultimo: il suo terzo lungometraggio sarà un documentario), a dieci anni di distanza dal fenomenale "Lo spirito dell'alveare", è tratto da un racconto della scrittrice Adelaida García Morales, compagna del regista. Il "sud" del titolo è un luogo dell'immaginazione, che la piccola Estrella trasfigura attraverso i sogni, il mistero e la "magia" di una figura paterna vicina e distante allo stesso tempo, di cui riconosce la solitudine e l'infelicità soltanto man mano che la stessa Estrella cresce. Forse meno affascinante del lavoro precedente (lo stesso Erice lo ha definito "un film incompiuto"), resta comunque un film delicato e sensibile, con una bella atmosfera e una suggestiva fotografia (di José Luis Alcaine).

5 marzo 2012

Lo spirito dell'alveare (V. Erice, 1973)

Lo spirito dell'alveare (El espíritu de la colmena)
di Victor Erice – Spagna 1973
con Ana Torrent, Isabel Tellería
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La piccola Ana, inquieta e sensibile, vive con il padre, la madre e la sorella maggiore Isabel in una grande villa ai margini di una sperduta cittadina rurale sulla meseta castigliana, dove la famiglia si è trasferita per sfuggire alla guerra civile spagnola (siamo nel 1940). Rimasta impressionata da una visione del “Frankenstein” di James Whale (il film con Boris Karloff, per intenderci), si convince che in una capanna diroccata in mezzo ai campi risieda uno spirito che si fa vedere soltanto di notte: si tratta invece di un soldato repubblicano, rifiugiatosi lì per sfuggire alla guardia civile e al quale la bambina porta in segreto cibo e abiti. Primo lungometraggio del poco prolifico Erice (ne ha girati in tutto solo tre), è un film d’atmosfera che affronta, in maniera allegorica e quasi impalpabile, le inquietudini e le angosce di un periodo topico della storia spagnola attraverso gli occhi di una bambina. Girato durante gli ultimi anni della dittatura di Franco, colpisce per la bellezza visiva delle inquadrature, l’espressività degli sguardi, la vivida fotografia di Luis Cuadrado (divenuto cieco durante la lavorazione) che cattura l’ambiente e la natura, i segnali inquietanti (gatti neri e funghi velenosi), il ritmo lento e riflessivo. Il titolo proviene da un libro di Maeterlinck: e la metafora dell’alveare come microcosmo-prigione ordinato e brulicante ma al tempo stesso enigmatico e misterioso (il padre di Ana e Isabel – interpretato da Fernando Fernán Gómez, scrittore e a sua volta regista – è appassionato di apicultura) ritorna in più punti, per esempio attraverso le celle esagonali che adornano le finestre e le porte della villa. Indimenticabili alcune scene, come l'incontro notturno fra Ana, fuggita di casa, e il mostro di Frankenstein, o l'intera sequenza in cui la sorella si finge morta. Molto forte il simbolismo: l’isolamento e la disintegrazione della Spagna franchista sono impliciti in quelli della famiglia (in tutto il film non c'è una sola inquadratura che mostri i quattro membri insieme: soprattutto la madre, Teresa Gimpera, che si strugge per un amore perduto al quale invia lettere che non avranno mai una risposta, sembra assolutamente distante dagli altri). Alcuni elementi (la cattiveria del mondo vista dagli occhi dei bambini, i giochi infantili che si mischiano con la paura del diverso) potrebbero essere stati ispirati dal classico “Il buio oltre la siepe”; tuttavia il tema degli orrori del mondo e della guerra trasfigurati attraverso la fantasia di una bambina sarà trattato anni dopo – in maniera completamente diversa – in un altro film spagnolo, “Il labirinto del fauno”. Graziosissime le due bimbe: Ana Torrent, che ai tempi del film aveva solo sette anni, proseguirà la carriera di attrice (lavorerà per Carlos Saura e Peter Greenaway e sarà, fra le altre cose, la protagonista del primo film di Alejandro Amenábar, “Tesis”). Da notare che tutti i personaggi si chiamano come gli attori che li interpretano: Erice prese questa decisione perché sul set la piccola attrice non riusciva a capire come mai le persone cambiassero nome in continuazione.

16 agosto 2007

Ten minutes older: the trumpet (aavv, 2002)

Ten minutes older: the trumpet
di Aki Kaurismäki, Victor Erice, Werner Herzog, Jim Jarmusch, Wim Wenders, Spike Lee, Chen Kaige – 2002
film a episodi
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Una raccolta di cortometraggi che, a differenza di altre operazione analoghe (come "11 settembre 2001" o "All the invisible children"), non hanno molto in comune fra loro se non la lunghezza (una decina di minuti) e il fatto di essere opera di registi contemporanei con un particolare interesse per la propria e le altre culture. Nessuno degli autori ha rinunciato al proprio stile e alle proprie caratteristiche: Erice e Jarmusch hanno girato in bianco e nero, Herzog e Lee hanno scelto il documentario, Kaurismäki è sempre uguale a sé stesso (e la cosa comincia un po' ad annoiarmi), mentre i segmenti di Wenders e di Chen Kaige, pur ben girati, lasciano il tempo che trovano.
Esiste un secondo film della serie, intitolato "Ten minutes older: the cello", con registi meno interessanti (giusto Bertolucci e Godard).

"Dogs have no hell", di Aki Kaurismäki, con Markku Peltola, Kati Outinen (**1/2)
Un uomo abbandona il lavoro per partire in treno verso la Siberia insieme alla donna che ama e che intende sposare durante il viaggio. Un malinconico addio alla patria, nel consueto stile laconico e quasi surreale del regista finlandese.

"Lifeline", di Victor Erice, con Ana Sofia Liaño, Pelayo Suarez (**1/2)
Durante un silenzioso giorno d'estate, in una fattoria nella campagna spagnola, un bambino sanguina nella culla ma viene salvato prima che muoia. È il giugno 1940: in quel momento, la guerra sta insanguinando l'Europa. Girato in bianco e nero, quasi muto, è un episodio pieno di immagini suggestive, fra la calma e la tragedia incombente.

"Ten thousand years older", di Werner Herzog (***)
Nel 1981, un gruppo di antropologi brasiliani entra in contatto con una delle ultime tribù di indios amazzonici che ancora vivevano isolati dal resto del mondo. La scoperta degli utensili di metallo e delle medicine moderne li catapulta di migliaia di anni nel futuro. Vent'anni dopo, un'altra spedizione va alla ricerca dei sopravvissuti della tribù per documentare come la loro vita sia cambiata. Interessantissimo: il segmento migliore del film.

"Int. Trailer. Night", di Jim Jarmusch, con Chloë Sevigny (**)
Un'attrice di un film in costume cerca di rilassarsi nella sua roulotte nei dieci minuti di pausa fra le riprese. Un breve segmento in cui non succede praticamente niente: sembra quasi che anche Jarmusch attenda, insieme alla sua attrice, che trascorrino i dieci minuti. Però lo stile visivo ha un suo fascino retrò.

"Twelve miles to Trona", di Wim Wenders, con Charles Esten, Amber Tamblyn (*1/2)
Un uomo intossicato da qualche droga vaga nel deserto californiano, cercando di raggiungere un ospedale. Una trama esilissima fornisce lo spunto per sperimentare con distorsioni, luci stroboscopiche, musica e allucinazioni, ma il risultato è poco intrigante oltre che per nulla originale.

"We wuz robbed", di Spike Lee (*1/2)
Una serie di interviste ai responsabili della campagna presidenziale di Al Gore del 2000 sui presunti brogli nelle famigerate elezioni in Florida, dove una risicata maggioranza, fra sospetti di ogni genere, diede la vittoria a Bush. Non particolarmente interessante.

"100 flowers hidden deep", di Chen Kaige, con Feng Yuangzhen, Le Geng (**)
In una Pechino in ricostruzione, alcuni operai di una ditta di traslochi vengono ingaggiati da un misterioso individuo per spostare mobili immaginari dal luogo dove sorgeva una grande casa andata distrutta molti anni prima. Il potere dell'immaginazione al servizio di una storiella poetica e inconcludente.