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11 gennaio 2023

Scipione detto anche l'Africano (L. Magni, 1971)

Scipione detto anche l'Africano
di Luigi Magni – Italia 1971
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Davanti al senato romano, Catone il Censore (Vittorio Gassman) accusa i fratelli Publio Scipione, detto l'Africano (Marcello Mastroianni), e Lucio Scipione, detto l'Asiatico (Ruggero Mastroianni), comandanti dell'esercito, di essersi "intascati" un ricco tributo di cinquecento talenti destinato dal re della Siria alla repubblica di Roma. Quando l'Africano, celebrato eroe di guerra (ha sconfitto i cartaginesi nella seconda guerra punica) nonché uomo onesto e incorruttibile, e come tale amato e idolatrato dal popolo, scopre che il responsabile è suo fratello, sarebbe anche pronto a denunciarlo. Non si rende conto però che Catone non è alla ricerca della verità, ma vuole solo impedire che un uomo come lui possa diventare troppo popolare, ingombrante e dunque "scomodo". Ispirato alle vicende reali dei "processi degli Scipioni", un peplum decisamente originale per temi, forma e confezione, a metà strada fra la ricostruzione storica e la satira politica (e umanistica) in chiave moderna. Caratterizzato da una teatralità quasi pasoliniana, con dialoghi e battute in romanesco e scenografie pauperistiche (è girato tutto in esterni, fra campagne e antiche rovine: le riprese sono state effettuate in gran parte a Pompei, ma anche a Paestum, nella Villa Adriana a Tivoli e presso la necropoli etrusca di Sovana), il film mette in scena i germi della decadenza di una Roma che dimentica il proprio passato, celebra ipocritamente eroi di cui non ha bisogno, si mostra cinica davanti ai valori morali ("Il più pulito c'ha la rogna"), dove gli schiavi non vogliono essere liberati e, quando ci si trova davanti a un uomo troppo grande, fedele e perfetto (dunque "non umano"), questi viene ripudiato e considerato fastidioso. Scipione stesso, pur di scendere dal piedistallo, sceglierà di autoaccusarsi e di distruggere la propria immagine pubblica, ma così facendo non otterrà che di esporre in piena luce le ipocrisie di tutti gli altri. Molto interessante il cast, con i due fratelli Mastroianni (Ruggero, celebre montatore, recita qui per l'unica volta in carriera) che interpretano a loro volta due fratelli. Silvana Mangano è Emilia, la moglie di Scipione. Turi Ferro è nientemeno che Giove Capitolino, con il quale Scipione ha una serie di conversazioni private. Woody Strode è Massinissa, re di Numidia e antico compagno d'armi del protagonista. Wendy D'Olive è Licia, la servetta "invisibile". Colonna sonora del flautista Severino Gazzelloni.

18 giugno 2022

La donna della domenica (L. Comencini, 1975)

La donna della domenica
di Luigi Comencini – Italia/Francia 1975
con Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant
**1/2

Visto in TV (Prime Video), per ricordare Jean-Louis Trintignant.

A Torino, il commissario Santamaria (Mastroianni) indaga sull'assassinio dell'architetto Garrone (Claudio Gora), mediocre intrallazzatore e viscido sessuomane di cui non pochi si erano augurati la morte. Per via di un equivoco, i primi sospettati sono due membri dell'alta società: Anna Carla Dosio (Jacqueline Bisset), moglie annoiata di un ricco industriale, e il suo amico Massimo Campi (Trintignant), omosessuale nevrotico. Che a modo loro, appassionatisi al caso – così come il giovane amante di Massimo, l'impiegato comunale Lello (Aldo Reggiani) – aiuteranno il commissario nelle indagini... Ingarbugliato giallo tratto dall'omonimo e fortunato romanzo di Fruttero & Lucentini, sceneggiato da Age e Scarpelli (i dialoghi spaziano da cenni di approfondimento sociale e culturale a momenti comici ed esilaranti), che ha il suo punto di forza nella descrizione di un multicosmo torinese popolato da imprenditori che svendono i loro stabilimenti agli americani, altoborghesi in crisi di identità, finti intellettuali ipocriti e perbenisti, nobili decaduti che si lamentano del degrado che li circonda ma che al tempo stesso progettano la lottizzazione dei propri terreni, immigrati del Sud che lavorano come domestici o ricoprono cariche statali (poliziotti in primis). La soluzione del giallo (abbastanza inaspettata: d'altronde i sospettati sono numerosi) giunge grazie a un proverbio piemontese, "La cativa lavandera treuva mai la bona pera", con la resa dei conti finale che si svolge allo storico mercatino delle pulci del Balon. L'omicidio con il fallo di pietra usato come arma del delitto ricorda una scena di "Arancia meccanica" di Kubrick. Nel vasto cast anche Gigi Ballista, Franco Nebbia, Pino Caruso, Lina Volonghi, Maria Teresa Albani, Tina Lattanzi, Omero Antonutti. Musiche di Ennio Morricone.

24 novembre 2021

Dramma della gelosia... (Ettore Scola, 1970)

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)
di Ettore Scola – Italia 1970
con Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Giancarlo Giannini
**

Visto in TV (RaiPlay).

In un'aula di tribunale "immaginaria" (non si vede mai: di fatto i personaggi parlano agli spettatori), i protagonisti di un fatto di cronaca ne rievocano le vicende. Il muratore romano Oreste (Mastroianni) si innamora della fioraia Adelaide (Vitti), e per lei lascia la moglie (che non amava). Ma quando la donna – indecisa su chi ama più dei due – inizia una relazione anche con il pizzaiolo toscano Nello (Giannini), scatta la sua gelosia... Da un soggetto di Age & Scarpelli, sceneggiatori insieme al regista, un film che, sin dal (lungo) titolo, pare voler ironizzare su quel tipo di stampa scandalistica e voyeuristica che mette in piazza la vita privata, i drammi passionali e le tragedie delle persone comuni. La storia, in sé, è alquanto banale (un triangolo d'amore, amicizia e tradimento, senza troppe sorprese), così come i tre protagonisti, che non escono da ruoli stereotipati o monodimensionali, anche se la narrazione pare a tratti voler allargare gli orizzonti, tirando in ballo questioni sociali (tutti e tre sono proletari), politiche (Oreste è simpatizzante comunista e incontra Adelaide a una Festa dell'Unità, Nello è un anarchico contestatore), civiche (ci si lamenta della sporcizia e della trascuratezza in cui versa Roma) e di costume (Adelaide si sente dire dalla psicanalista "Lei, amando due uomini, è al di sotto della media"; e il trio tenterà, senza successo e con poca convinzione, di instaurare un ménage à trois), con toni che vanno dal drammatico al malinconico, dal comico (le macchiette come il macellaio, interpretato dal wrestler Hercules Cortes, o la zingara chiromante) all'esistenzialista, fino a sfociare nel surreale (tutto l'impianto della pellicola, con i personaggi che si rivolgono in camera agli spettatori, prefigurando una trovata che Scola ripeterà, per esempio, in "C'eravamo tanto amati" e che comunque aveva precedenti illustri nella commedia americana brillante di Wilder e Lubitsch) e infine nella follia di Oreste. Peccato che l'insieme, salvo brevi momenti, sia poco incisivo. A salvare il film sono soprattutto gli interpreti, in particolar modo una Vitti splendida come sempre e un Mastroianni stralunato (per la prima volta diretto da Scola, e che per questo ruolo vinse a Cannes il premio come miglior attore) nei panni di un uomo dimesso e trasandato, con "un trucco da Memorie dal sottosuolo o da Tragedia della miniera" (come scrisse Rondi). Musiche di Armando Trovajoli.

2 marzo 2021

Fantasma d'amore (Dino Risi, 1981)

Fantasma d'amore
di Dino Risi – Italia/Francia/Germania 1981
con Marcello Mastroianni, Romy Schneider
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il commercialista Nino Monti (Mastroianni), sposato e senza figli, conduce una vita tranquilla e ordinaria. Quando si imbatte per caso in Anna (Romy Schneider), suo antico amore di gioventù, in lui si risvegliano ricordi e passioni. Ma la vicenda si complica in più direzioni: dapprima scopre che di Anna ce ne sono due, una ancora bella e fresca, sposata con un ricco nobile, e un'altra vecchia e malata, quasi irriconoscibile e persino ripugnante. E poi un amico medico gli rivela che la donna in realtà è morta tre anni prima: che dunque si tratti del frutto della sua immaginazione, o addirittura di un fantasma tornato per vendicarsi di antichi torti? Da un romanzo di Mino Milani, ambientato in una Pavia brumosa e invernale (la fotografia è di Tonino Delli Colli), una pellicola d'atmosfera e malinconica, che si dipana sul filo dei ricordi e del mistero (inizialmente sembra voler intavolare una riflessione sul "tempo che ci fa invecchiare, che ci consuma", poi subentra una trama da giallo parapsicologico). Il fascino non manca, grazie ai temi, all'ambientazione, alla regia composta e a una grande coppia di interpreti. Ma qualche svolta non del tutto imprevedibile e un finale ambiguo e forse superfluo (che ricorda "Il gabinetto del dottor Caligari") fanno abbassare un po' il giudizio. Eva Maria Meineke è Teresa, la moglie di Nino. Michael Kroecher è Don Gaspare, inquietante figura mistica di prete/mago che cita Nostradamus e Coleridge. L'immagine del volto di Anna che fissa Nino da sotto l'acqua ricorda l'Ofelia di Millais o le tante figure acquatiche e semi-divine della mitologia. Nella colonna sonora di Riz Ortolani spicca il clarinetto di Benny Goodman.

10 novembre 2020

Cronaca familiare (Valerio Zurlini, 1962)

Cronaca familiare
di Valerio Zurlini – Italia 1962
con Marcello Mastroianni, Jacques Perrin
***

Visto in divx.

I due fratelli Enrico (Mastroianni) e Lorenzo (Perrin), figli di contadini, vengono separati dopo la morte della giovane madre, quando la famiglia non ha i mezzi per provvedere al sostegno di entrambi, con il risultato che il minore viene "adottato" dal domestico di un ricco barone della zona. Ma più tardi, la povertà e le avversità della vita torneranno a riunirli. Ed Enrico, diventato nel frattempo giornalista, dovrà assistere all'improvvisa malattia e all'agonia del fratello. Dall'omonimo romanzo (autobiografico) di Vasco Pratolini, di cui cambia i nomi dei personaggi, un film che ripropone sullo schermo quel nostalgico senso di affetti familiari che permeava le pagine del libro, con una messa in scena controllata, una fotografia (di Giuseppe Rotunno) da "natura morta", e una colonna sonora (di Goffredo Petrassi) classica e austera (alcuni passaggi ricordano l'adagio di Albinoni, altri sono più ricchi di dissonanze). Primo lungometraggio a colori di Zurlini, nonché secondo suo lavoro a essere tratto da Pratolini dopo il più sbarazzino "Le ragazze di San Frediano" con cui aveva esordito, è una pellicola riflessiva ed esistenzialista, che cerca di esprimere quel coacervo di sentimenti che continuano a legare due fratelli che hanno preso strade diverse: Enrico ha sempre dovuto lottare duramente, si è fatto strada e ha sviluppato sensibilità e coscienza, mentre il fratello minore, cresciuto "come in un acquario", isolato dal mondo e in mezzo agli agi (relativamente parlando), si ritrova gettato nell'arena di punto in bianco, e non ha forse le capacità per sopravvivere in un mondo ostile, mentre sull'Europa si addensano le nubi della guerra e poi se ne soffrono le conseguenze (la vicenda si svolge a cavallo fra i due conflitti mondiali, per terminare poco dopo). La malattia che lo porta alla morte, in fondo, pare quasi inevitabile (curiosamente, nella prima parte del film, era invece Enrico ad apparire di salute più cagionevole). Ottimi i due interpreti, l'intenso Mastroianni e il giovane Perrin (già attore per Zurlini ne "La ragazza con la valigia"), protagonisti di lunghe scene di dialoghi, sguardi e silenzi. Nel cast anche Salvo Randone (il "babbo" Salocchi, padre adottivo di Lorenzo) e Sylvie (la nonna, collante fra i due fratelli, che con molti rimpianti viene messa all'ospizio in via dei Malcontenti a Firenze: commoventi le scene degli incontri). Leone d'Oro a Venezia, ex aequo con "L'infanzia di Ivan" di Tarkovskij.

27 settembre 2020

L'assassino (Elio Petri, 1961)

L'assassino
di Elio Petri – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Salvo Randone
**1/2

Visto in divx.

Antiquario romano spregiudicato e maneggione, Alfredo Martelli (Mastroianni) viene arrestato alle prime luci dell'alba perché sospettato di aver ucciso la propria amante Adalgisa (Micheline Presle), con cui era indebitato, per sposare una fidanzata più giovane e ricca, Nicoletta (Cristina Gaioni). Portato in questura, sarà interrogato per l'intera giornata dal commissario Palumbo (Randone). È il primo lungometraggio di Elio Petri, già autore di diverse sceneggiature e di due brevi documentari, su un soggetto dello stesso regista e di Tonino Guerra (sceneggiato anche da Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa). La struttura da thriller poliziesco è abbastanza originale: le 24 ore quasi kafkiane che Alfredo trascorre in procura, sul luogo del delitto e infine (la notte) in prigione sono punteggiate da numerosi flashback, momenti della giornata precedente ma anche della sua vita passata, che ne ricostruiscono i trascorsi, la personalità e l'identità, riportandogli alla mente (e mostrando a noi spettatori) i retroscena legati a ciò che racconta alla polizia. Veniamo così a conoscenza della natura meschina e approfittatrice dell'uomo, dei suoi sentimenti, rimpianti e sensi di colpa, dei rapporti che lo legavano all'amante, ai famigliari, agli amici. Il tutto mentre l'indagine poliziesca va avanti, con i crismi del vero giallo (Alfredo è colpevole o innocente? E in quest'ultimo caso, chi è davvero l'assassino?). Nel frattempo viene descritto anche l'ambiente intorno a lui, con i giornali che già pubblicano la sua foto, lo ritengono colpevole e intervistano tutti coloro che lo conoscevano. Ottimamente costruito (anche se un po' a tavolino) e recitato (nel cast anche Andrea Checchi, Marco Mariani, Paolo Panelli, Toni Ucci, Giovanna Gagliardo), non scevro di momenti ironici ("Conoscete questo?" "È Marc'Aurelio a cavallo!"), il film ebbe qualche problema con la censura per via del modo in cui è rappresentata la polizia (ovvero subdola e disposta ad agire fuori dalle regole). Petri aveva conosciuto Mastroianni e ne era diventato amico durante le riprese del film "Giorni d'amore" di Giuseppe De Santis, dove era sceneggiatore.

29 marzo 2020

L'ingorgo (Luigi Comencini, 1979)

L'ingorgo - Una storia impossibile, aka Black-out in autostrada
di Luigi Comencini – Italia/Fra/Spa/Ger 1979
con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni
***

Visto in divx.

Alle porte di Roma, un gigantesco ingorgo stradale blocca centinaia di autovetture, costringendo i proprietari a bivaccare letteralmente in macchina. E quando cala la notte, vengono fuori anche i peggiori istinti dell'uomo. Pellicola apocalittica e corale, con decine di personaggi e di storie minime e grottesche che si intersecano, con la quale Comencini (coadiuvato da un eccezionale gruppo di attori) lancia strali un po' a tutta la società italiana. C'è il ricco avvocato interpretato da Alberto Sordi, in auto con il segretario (Orazio Orlando), che disprezza il popolino nonostante si trovi nella stessa situazione; il famoso attore Marco Montefoschi (Marcello Mastroianni), con la fobia del pubblico, che viene ospitato da un ammiratore (Gianni Cavina) che vorrebbe in cambio una raccomandazione a Cinecittà, e per questo motivo sarebbe disposto a concedergli una notte con la moglie incinta (Stefania Sandrelli). Un "professore" (Ugo Tognazzi) che ha una tresca con la giovane Angela (Miou-Miou) all'insaputa del marito di lei (Gérard Depardieu). Una coppia che, fra una tenerezza e un litigio, sta festeggiando le nozze d'argento (Fernando Rey e Annie Girardot). E ancora: una numerosa famiglia napoletana, con il padre (Lino Murolo) furioso con la figlia Germana (Giovannella Grifeo) perché è rimasta incinta; un nevrotico in crisi d'astinenza da tabacco (Patrick Dewaere); un malato in ambulanza (Ciccio Ingrassia); quattro uomini armati di pistola (fra cui José María Prada e Ferdinando Murolo); una giovane hippie (Angela Molina) che fraternizza con l'autista di un camion (Harry Baer) ma che poi, durante la notte, sarà violentata da tre giovinastri. E anche in un ambiente così ristretto (l'intero film è ambientato su un tratto di pochi metri di strada, oltre che nei terreni circostanti) si affrontano quasi tutte le questioni sociali, politiche o di costume dell'italia di quegli anni: le speculazioni edilizie, i conflitti di classe, i cambiamenti del costume (l'aborto, il divorzio), la politica, le contestazioni giovanili, il calcio, l'informazione (con la tv che è costretta a sospendere le trasmissione e a interrompere i telegiornali per mancanza di personale: sono tutti imbottigliati nel traffico), oltre che vizi individuali come la violenza, il menefreghismo, l'opportunismo, l'ipocrisia. E naturalmente al centro di tutto c'è il consumismo, di cui proprio l'automobile, ormai alla portata di tutti, è il simbolo per eccellenza. Metaforica anche la sequenza del bambino (la coscienza collettiva?) che dorme sin dalla nascita. Anna Melato (sorella minore di Mariangela), che doppia Angela Molina, canta "Il treno dei bambini" su testo di Gianni Rodari, mentre Giovannella Grifeo canta la canzone dell'ingorgo ("Ingorgo, paralisi di vita...."). Nel cast anche Nando Orfei (l'autista di Mastroianni), José Sacristán (il prete comunista), Ester Carloni (la nonna) e il pilota di moto Enrico Lorenzetti (il ciclista). La sceneggiatura, ispirata a un racconto di Julio Cortázar ("L'autostrada del sud"), è firmata da Comencini insieme a Ruggero Maccari e Bernardino Zapponi. Juan Luis Buñuel è regista della seconda unità: chissà che film sarebbe venuto fuori se l'avesse diretto il suo celebre padre (in fondo l'ingorgo nasce senza un vero motivo, proprio come l'impasse de "L'angelo sterminatore")!

12 febbraio 2019

La dolce vita (Federico Fellini, 1960)

La dolce vita
di Federico Fellini – Italia 1960
con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg
****

Visto in divx.

Pochi film sono entrati nell'immaginario collettivo e nella storia del cinema globale come "La dolce vita", uno dei capolavori di Fellini, il cui titolo stesso (forse una citazione dal Paradiso di Dante) è diventato un'espressione idiomatica usata – anche all'estero – per indicare uno stile di vita mondano e spensierato come quello che caratterizzava via Veneto e la Roma del boom economico, cosmopolita e mediatica, alla fine degli anni cinquanta e agli inizi degli anni sessanta (molti episodi del film sono infatti ispirati ad eventi reali, di costume ma anche di cronaca nera). Per non parlare di termini come "paparazzi" per indicare i fotoreporter scandalistici, invadenti e senza scrupoli, dal nome del fotografo Paparazzo (Walter Santesso), amico del protagonista, modellato sul reporter romano Tazio Secchiaroli, divenuto celebre proprio per aver immortalato alcuni di questi eccessi. Siamo in effetti in un momento di passaggio e di profondi cambiamenti all'interno della società italiana ed europea in generale. Un Mastroianni iconico (con i suoi occhiali scuri) interpreta il suo omonimo Marcello Rubini, giornalista di rotocalchi, dongiovanni e inquieto viveur, sempre a caccia di scandali e di vip nella Roma "bene" del mondo dello spettacolo e dell'aristocrazia, mentre attraversa una crisi esistenziale per via delle sue ambizioni frustrate (il suo sogno era quello di diventare un romanziere) e di un rapporto difficile e insofferente con la compagna Emma (Yvonne Furneaux). La sceneggiatura (scritta da Fellini insieme ai fidi Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, con la collaborazione di Brunello Rondi) ce lo mostra al lavoro in un mosaico di situazioni e di episodi, spesso slegati l'uno dall'altro, di cui è sovente soltanto uno spettatore od osservatore passivo. Di questi, il più (giustamente) celebre è quello che lo vede interagire con Sylvia (Anita Ekberg), prorompente ed esuberante attrice hollywoodiana di origine svedese, che accompagnerà in una gita notturna per le strade di Roma, culminante in quel bagno nella fontana di Trevi che è forse la singola scena più celebre di tutto il nostro cinema (omaggiata poi in decine di altre pellicole, a cominciare da "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola). L'intero episodio sembra cominciare a mettere in crisi le certezze e l'esistenza stessa di Marcello, che di fronte alla semplicità e all'esuberanza della ragazza inizia a dubitare del proprio stile di vita ("Ma sì, ha ragione lei, sto sbagliando tutto!"), così imprigionato in schemi e ruoli borghesi.

In realtà, Marcello non pare far tesoro di questi insegnamenti, dato che l'intera pellicola alterna momenti di consapevolezza (spesso legati a episodi drammatici o nostalgici: l'inspiegabile suicidio dell'amico Steiner (Alain Cuny), la cui vita apparentemente "perfetta" Marcello aveva affermato di invidiare; oppure la serata trascorsa per locali notturni insieme al padre (Annibale Ninchi), giunto inaspettatamente a Roma dal paese, e con il quale comincia a recuperare un rapporto mai sviluppato) ad altri di assoluto svago, incoscienza e rilassatezza (i ricevimenti, come quello nel castello degli aristocratici fuori Roma, o il party/orgia a Fregene per festeggiare l'annullamento del matrimonio dell'amica Nadia (Nadia Grey: anche lei, come Mastroianni, conserva il proprio nome), all'insegna di spogliarelli e volgarità). Tutto il film, a ben vedere, corre lungo il tema del contrasto: c'è contrasto fra la ricchezza e la povertà, fra l'arretratezza e il benessere, fra la dignità e l'edonismo, fra l'ordine e la libertà, fra la vita e la noia, fra il classico e il moderno (si pensi ai balli e alla musica rock – a cantare è un giovane Adriano Celentano! – in mezzo alle rovine di Caracalla), fra il sacro e il profano, fra momenti di silenzio e di contemplazione e altri di caos tra la folla e il circo mediatico, fra scorci di una Roma arcaica o provinciale e quella invece moderna e cosmopolita (l'ambiente in cui bazzica Marcello è pieno di stranieri), fra un centro città fatto di edifici classici e una periferia di cantieri e palazzi in costruzione, fra emozioni contrastanti (ma spesso coesistenti) come la tristezza e l'allegria. I contrasti sono evidenti sin dall'inizio (si passa da un'immagine della statua di Gesù, portata in volo da moderni elicotteri, a danzatori esotici in un locale notturno orientale) e perdurano per tutta la pellicola. E nonostante ci si muova nel mondo moderno del jet set, in molte sequenze si respira un'atmosfera "circense", tipicamente felliniana (si pensi ai clown che si esibiscono al cabaret dove Marcello si reca con il padre), grazie anche alle musiche di Nino Rota. Fra gli altri episodi da ricordare, quello del presunto "miracolo" dei due bambini che affermano di aver visto la Madonna e che richiama una folla di credenti, curiosi e giornalisti (si tratta di una delle due scene – l'altra è quella del castello dei nobili – non presenti nella sceneggiatura originale e improvvisate sul set). Il finale, con il ritrovamento della mostruosa manta sulla spiaggia (forse un riferimento simbolico al caso di Wilma Montesi), si ricongiunge con l'incipit: in entrambe le scene, le parole di Marcello (con le ragazze che prendono il sole sul tetto, con la ragazzina sul lungomare) sono coperte dai rumori ambientali (le pale dell'elicottero, il suono delle onde), rendendo difficile la comunicazione. Siamo già di fronte al tema dell'incomunicabilità, così caro ad Antonioni...

Pur proveniente da un paese di provincia, Marcello è ben introdotto nell'ambiente romano dei Vip e dei divi, conosce tutto e tutti, o meglio tutte: sono le donne che gli ruotano intorno e che incontra, infatti, uno dei fili conduttori della storia. A partire da Maddalena (Anouk Aimée), ricca e infelice, che gioca a corteggiare a più riprese (vanno persino a fare l'amore nella stamberga allagata di una prostituta), salvo vederla sparire proprio quando lei, ubriaca, gli dichiara il proprio amore. Marcello e Maddalena sono complici e simili, perfetto specchio l'uno dell'altra (nonostante le differenze di classe e di risorse economiche). Del tutto diversa è invece Sylvia, donna perfetta venuta dal nulla che irrompe nella sua vita per donargli alcuni momenti magici e andarsene improvvisamente come era venuta. La più prosaica Emma resta invece per lo più a casa annoiata mentre lui è in giro a lavorare, e il suo rapporto con lei è altalenante: si passa da tentativi di suicidio a litigi furiosi, seguiti da immediate riappacificazioni (che dimostrano, se non altro, l'inconcludenza e l'incapacità di decidere della propria vita da parte del protagonista, perennemente in cerca di sé stesso). Nel ricchissimo cast anche Lex Barker (il fidanzato di Sylvia), Magali Noël (la ballerina francese Fanny), Jacques Sernas, Riccardo Garrone e la cantante Nico. La ragazzina sulla spiaggia è Valeria Ciangottini. Il film avrebbe dovuto essere prodotto da Dino De Laurentiis, che si tirò indietro perché la sceneggiatura era "troppo caotica" (e perché Fellini voleva a tutti i costi Mastroianni come protagonista, anziché un attore straniero come Paul Newman): gli subentrarono Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato. Altri attori presi in considerazione per ruoli minori furono Maurice Chevalier (per il padre di Marcello) ed Henry Fonda (per Steiner), mentre Luise Rainer avrebbe dovuto interpretare una scrittrice in una sequenza che fu poi eliminata dalla sceneggiatura. La pellicola, che nonostante alcune iniziali polemiche – o forse anche per la pubblicità da esse scaturita – riscuoterà un enorme successo di pubblico (persino inaspettato, vista la struttura insolita e le tre ore di durata), diventando istantaneamente un fenomeno di critica e di costume, si rivelerà nel corso degli anni una delle più influenti del cinema moderno, lanciando definitivamente la carriera di Fellini (è con questa e il successivo "8 1/2" che nasce il termine "felliniano"), e non cessando mai di ispirare altri registi e artisti (basti pensare a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, che ne è quasi un aggiornamento a cinquant'anni di distanza). Palma d'Oro al Festival di Cannes. Nominata a quattro Oscar, vinse quello per i migliori costumi.

31 ottobre 2018

Lo straniero (Luchino Visconti, 1967)

Lo straniero
di Luchino Visconti – Italia 1967
con Marcello Mastroianni, Anna Karina
***1/2

Visto in divx.

Nell'Algeria coloniale francese, il modesto impiegato Arturo Meursault (Mastroianni) uccide "per caso" un giovane arabo. Si consegna alla polizia e sarà condotto in tribunale. Qui il dibattimento diventa un processo alla sua vita, in particolare alla sua presunta insensibilità in occasione della recente morte della madre in un ospizio fuori città. È un processo di stampo etico e moralista, dove l'indifferenza di Meursault e il suo scarso attaccamento alla madre vengono visti come disinteresse per la patria, i valori religiosi e gli ideali dell'intera società. Dal romanzo esistenzialista di Albert Camus (sceneggiato dal regista con Suso Cecchi D'Amico), uno dei film esteticamente più sobri e minimalisti di Visconti. La prima metà è dedicata alla confessione di Meursault, e ne fornisce il ritratto di un uomo mite, senza volontà o ambizioni e apparentemente senza sentimenti, ma in realtà semplicemente uno "straniero" che vive in un mondo in cui non sa o non vuole integrarsi, dove nulla lo interessa davvero ("Per me è lo stesso" è il suo mantra, che si parli di amore o di lavoro). Eppure ha una donna (Maria, l'ex collega interpretata da Anna Karina), degli amici (Raimondo, un poco di buono: è lui, avendone picchiato la sorella, che scatena l'ira dell'arabo che poi Arturo uccide), delle relazioni (il vicino di casa con il cane, il datore di lavoro). Agli occhi altrui appare però vuoto, anestetizzato, difficile da comprendere. E naturalmente non crede in Dio, per la disperazione del procuratore che lo accusa (Georges Wilson) e lo sconcerto del prete che lo visita in galera (Bruno Cremer). Tanto basta per ritrarlo come un "mostro" abietto agli occhi della società (e della giuria) e per condannarlo alla pena capitale (la sua colpa sembra più quella di non aver pianto al funerale della madre che quella di aver ucciso l'arabo). Una condanna che accetterà con la stessa indifferenza e noncuranza, vista l'ineluttabilità della morte. La parte del protagonista sarebbe dovuta andare inizialmente ad Alain Delon, ma Mastroianni è perfetto e misurato, con il suo sguardo vuoto e il suo flusso di pensieri che donano alla pellicola un andamento quasi onirico, come se la vicenda non fosse ambientata nella nostra realtà ma in un territorio di confine fra l'esistenza e la sua negazione. D'altronde Mersault è letteralmente uno straniero, un uomo diviso a metà, fra l'Europa e l'Africa, né francese né algerino, senza una vera patria o vere radici. La regia asciutta di Visconti e la fotografia di Giuseppe Rotunno illustrano l'irrealtà dell'ambiente alla perfezione. Interessante anche la musica spettrale ed evocativa di Piero Piccioni. Bernard Blier è l'avvocato difensore. Da notare come il doppiaggio presenti i nomi italianizzati (Arturo, Raimondo, ecc.), provenienti forse dalla prima traduzione del romanzo.

25 novembre 2017

Casa Ricordi (Carmine Gallone, 1954)

Casa Ricordi
di Carmine Gallone – Italia/Francia 1954
con Paolo Stoppa, Andrea Checchi
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Visto su YouTube.

Un secolo di storia del melodramma italiano, raccontato attraverso le vicende della famiglia Ricordi, editori di musica che hanno accompagnato le carriere dei più grandi compositori d'opera dell'ottocento. Si comincia nel 1807, quando Giovanni Ricordi (Paolo Stoppa) acquista a Milano un "torchio da stampa calcografico" e ottiene un primo incarico dal Teatro alla Scala; si prosegue narrando come i Ricordi – Giovanni sarà seguito dal figlio Tito (Renzo Giovampietro) e dal nipote Giulio (Andrea Checchi) – diventino i più importante editori musicali del paese, nonché paladini dei diritti d'autore dei musicisti, talent scout, mecenati e amici personali di molti di essi; e si termina nel 1896, alla prima della "Bohème". Nonostante gli eventi biografici siano romanzati per esigenze di copione e le imprecisioni storiche siano parecchie, quel che ne fuoriesce – anche grazie al notevole cast (che comprende molti grandi nomi del cinema italiano, compreso un Mastroianni non ancora affermato) e a una colonna sonora ricca di melodie immortali (fra i cantanti figurano Renata Tebaldi, Mario Del Monaco, Tito Gobbi e Italo Tajo!) – è un ritratto amorevole, ancorché un po' ingenuo e parecchio agiografico, di un mondo antico e ricolmo d'arte, di passioni e vicissitudini di ogni genere. Carmine Gallone, specializzato in film storico-musicali, mette proprio gli amori dei compositori più celebri (Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi e Puccini, che si succedono in cinque episodi come anelli di una catena, dandosi il cambio di testimone l'uno con l'altro) al centro della narrazione, di cui i Ricordi sono testimoni quasi al pari del pubblico, pur intervenendo qua e là per aiutare tali geni nei momenti più difficili della loro carriera. Sullo sfondo, non mancano accenni agli eventi storici, politici e sociali (il dominio napoleonico, quello austriaco, i moti risorgimentali). Vediamo così Gioacchino Rossini (Roland Alexandre) "tradire" l'amico impresario Domenico Barbaja (Roldano Lupi) per amore della soprano Isabella Colbran (Marta Toren): al fiasco della prima del "Barbiere di Siviglia", dovuto a una platea di fischiatori, seguirà però il successo. Gaetano Donizetti (Marcello Mastroianni) deve invece vedersela con le bizze della bisbetica Virginia Marchi (Micheline Presle), che pure porterà al trionfo "L'elisir d'amore". Vincenzo Bellini (Maurice Ronet), a Parigi, ha lasciato il soprano Giulia Grisi (Nadia Gray) per la nuova amante Luisa Lewis (Myriam Bru), che lo "segrega" gelosamente nella sua casa: morirà subito dopo la prima de "I puritani". Giuseppe Verdi (Fosco Giachetti), contestato da loggionisti che preferiscono la "modernità" di Wagner, medita di lasciare la musica per dedicarsi solo all'agricoltura, nonostante la moglie Giuseppina Strepponi (Elisa Cegani) e l'amico Arrigo Boito (Fausto Tozzi) cerchino di convincerlo a ripensarci. Quando una folla di contadini in rivolta (la regia cita il "Quarto stato"!) canterà per la strada il "Va' pensiero", cambierà idea: e la sua opera seguente, "Otello", sarà un trionfo. Infine Giacomo Puccini (Gabriele Ferzetti), in cerca di un'idea per una nuova opera, conosce a Parigi una bohémienne, Maria (Danièle Delorme), che gli ispirerà il personaggio di Mimì, e che come lei morirà di tisi pochi mesi più tardi. In piccole parti ci sono anche Sergio Tofano, Renato Malavasi, Manlio Busoni, Aldo Ronconi, Memmo Carotenuto, Aldo Silvani e molti altri ancora. Anche nella troupe tecnica ci sono nomi destinati a fare carriera, come l'operatore Giuseppe Rotunno e l'aiuto regista Nanni Loy. La pellicola termina con un epigrafe che Giulio Ricordi rivolge al proprio figlio Tito, rappresentante della prossima generazione: "Ci vuole il cuore forte a vivere con i musicisti. Si finisce con l'avere le loro stesse gioie e i loro stessi dolori. È una vita meravigliosa".

12 agosto 2016

Divorzio all'italiana (Pietro Germi, 1961)

Divorzio all'italiana
di Pietro Germi – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Daniela Rocca
***1/2

Visto in divx.

Ad Agramonte, (fittizia) cittadina siciliana di provincia, il barone Ferdinando "Fefè" Cefalù (Marcello Mastroianni) vorrebbe sbarazzarsi della moglie Rosalia (Daniela Rocca) perché invaghito della giovane e bella cugina Angela (Stefania Sandrelli). Non essendoci ancora la possibilità del divorzio (che in Italia sarà introdotto solo nel 1970), l'uomo progetta allora di ricorrere a un "delitto d'onore", per il quale la legge dell'epoca prevedeva tutte le attenuanti. Si dà dunque da fare per "procurare" alla moglie un amante, con l'intenzione di coglierli sul fatto e avere una scusa per uccidere la donna, e lo individua in Carmelo Patanè (Leopoldo Trieste), professore d'arte e restauratore, da sempre innamorato di Rosalia... Dopo una serie di pellicole drammatiche e neorealiste, con questa graffiante black comedy (ispirata al romanzo di Giovanni Arpino "Un delitto d'onore") Germi cambia improvvisamente registro e comincia a realizzare film che attraverso la leggerezza, la satira e la commedia trattano delle questioni sociali e dei compromessi morali di un'Italia di provincia (alla Sicilia di questo film e del successivo "Sedotta e abbandonata", seguirà il Veneto di "Signore & signori"). Eccezionale la prova di Mastroianni, in una delle sue migliori interpretazioni, che modella un personaggio indimenticabile mediante l'espressione, la mimica facciale (il verso con la bocca), la meta-narrazione, le sequenze in cui si immagina la morte della moglie o l'arringa dell'avvocato che lo difenderà al processo. L'analisi sociale è evidente in scene come quella in cui tutto il paese "disapprova" Ferdinando perché non sembra mostrare alcuna intenzione di vendicare l'onore della propria famiglia. Ma sono degni di nota anche l'arrivo in città del film di Fellini "La dolce vita" (interpretato dallo stesso Mastroianni, anche se sullo schermo si vede solo la Ekberg), che scatena l'entusiasmo del pubblico e la riprovazione del parroco; l'intervento del "mafioso" locale per aiutare Ferdinando a rintracciare la moglie fuggita; e la scena delle lettere scambiate (quella d'amore di Angela destinata a Ferdinando finisce per errore nelle mani del padre della ragazza, procurandogli un coccolone). Enorme successo di pubblico e di critica, anche all'estero: da ricordare in particolare le tre candidature agli Oscar (con vittoria per la miglior sceneggiatura originale e nomination per la miglior regia e il miglior attore). La Sandrelli, solo quindicenne, divenne una star. Nel cast anche Lando Buzzanca e Odoardo Spadaro. Pur non trattandosi del primo esempio del filone, proprio dal titolo di questo film è nata l'espressione "Commedia all'italiana" con cui si è identificato il fortunato genere cinematografico che ha furoreggiato dagli anni cinquanta agli anni settanta.

17 luglio 2016

Le notti bianche (Luchino Visconti, 1957)

Le notti bianche
di Luchino Visconti – Italia 1957
con Marcello Mastroianni, Maria Schell
**1/2

Visto in divx.

Passeggiando di notte senza meta, Mario (Mastroianni) incontra Natalia (Schnell), una ragazza che da un anno attende inutilmente notizie dell'uomo (Jean Marais) di cui è innamorata. Infatuato del suo candore e della sua semplicità, Mario cerca di scuoterla dalle sue illusioni e di convincerla che l'uomo non tornerà più: ma proprio quando sembra che fra i due possa nascere un idillio, il misterioso straniero si rifà vivo per portargliela via. Dall'omonimo racconto di Dostoevskij, di cui trasferisce l'azione da San Pietroburgo a una Livorno tutta ricostruita in studio, un film dalle atmosfere irreali e oniriche, alle quali contribuiscono la regia elegante di Visconti, l'evocativa fotografia di Giuseppe Rotunno e le musiche spettrali di Nino Rota. Mario accusa Natalia di essere "innamorata di un fantasma": e il modo in cui i personaggi si materializzano all'improvviso, o scompaiono come ombre dai ponti e dai vicoli della città, fa sembrare in effetti che la storia si svolga in una sorta di limbo soprannaturale, popolato da anime perse (vedi anche la prolungata sequenza del ballo, dove il tempo pare perdere di significato, o l'inizio del racconto della ragazza, con l'ambientazione che muta senza alcuno stacco dell'inquadratura). Come sempre nel cinema di Visconti, sono da sottolineare i meta-riferimenti operistici: nel flashback, Natalia e il suo innamorato vanno a teatro ad assistere al "Barbiere di Siviglia": e alcuni elementi (la nonna tutrice che la sorveglia, la lettera allo spasimante "già scritta" e affidata all'amico affinché gliela consegni) sembrano uscire direttamente dal libretto dell'opera di Rossini. Non mancano comunque suggestioni e simboli più universali, quasi "magici": dal cane che segue Mario all'inizio e alla fine del film, come per condividere la sua solitudine, all'insolita nevicata che imbianca le strade e i tetti della città nel finale, un evento fuori dall'ordinario proprio come l'incontro con Natalia è stata una parentesi straordinaria nella vita del protagonista. Alla fine, colui che ha vissuto un'illusione d'amore si rivelerà essere lui, mentre il sogno puro e fedele della ragazza (messo giusto un poco alla prova dall'insistenza di Mario) sarà ricompensato, come in una fiaba. Clara Calamai è la prostituta. Contrariamente alle pratiche dell'epoca, la Schell non è stata ridoppiata in italiano. Nel 1971 anche Bresson adatterà il racconto di Dostoevskij in "Quattro notti di un sognatore".

21 gennaio 2016

Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

Una giornata particolare
di Ettore Scola – Italia 1977
con Sophia Loren, Marcello Mastroianni
***1/2

Visto in divx, per ricordare Ettore Scola.

La "giornata particolare" è quella del 6 maggio 1938, data della visita di Adolf Hitler a Roma per incontrare Mussolini e suggellare l'alleanza fra Germania e Italia. La grande parata delle forze belliche italiane al cospetto dello stato maggiore tedesco, in via dei Fori Imperiali, catalizza l'attenzione e la presenza di quasi tutta Roma... E nel frattempo, nelle case rimaste vuote, avviene un "breve incontro fra due solitudini", quello fra due individui all'apparenza l'uno all'opposto dell'altro: la Loren è Antonietta, stanca madre di una famiglia numerosa (sei figli!), incolta, conformista (o meglio, che non ha mai messo in dubbio ciò che le viene inculcato) e perfettamente integrata nella retorica del regime (lei stessa conserva in un album le foto e le frasi più "machiste" del Duce); Mastroianni è Gabriele (come l'arcangelo?), scapolo, intellettuale, antifascista (o meglio, consapevole delle storture del regime), perseguitato perché gay, in procinto di essere mandato al confino e che medita propositi di suicidio. Eppure, bastano pochi minuti di conoscenza fortuita (l'uomo aiuta la donna a recuperare l'uccellino di casa, un merlo indiano, fuggito dalla gabbietta), di parole e di sguardi, per capire di trovarsi di fronte a un'anima gemella, nel vero senso della parola: così simili in infelicità e disagio, entrambi soffrono per la difficoltà di trovarsi fuori posto in un mondo non fatto a loro misura, che li sfrutta, li soffoca e li tormenta. Entrambi sono "diversi", ciascuno a proprio modo, ma il reciproco incontro saprà cambiarli ancor più profondamente. Nell'arco di pochissime ore, nelle stanze di un condominio composto da palazzoni quasi vuoti, sapranno entrare in contatto fino in fondo, parlando, confessandosi apertamente a cuore aperto, perfino amandosi. E tutto mentre, come incessante colonna sonora, nell'aria risuona la radio che trasmette ad alto volume i cori e la cronaca della parata. Dramma intimo e tragedia storica al tempo stesso, il film è diretto da uno Scola che lascia i personaggi padroni dell'inquadratura, accompagnandoli con una regia ariosa, caratterizzata dai long take o piani sequenza, che li segue attraverso momenti memorabili (la raccolta dei panni stesi sul tetto; i passi di rumba accennati nell'appartamento di Gabriele; la macinazione del caffé in quello di Antonietta), mentre i due eccellenti interpreti danno vita con estrema intensità a due personaggi a tutto tondo, grazie a una sceneggiatura (di Scola e Ruggero Maccari, con la collaborazione di Maurizio Costanzo) così precisa e attenta alle finezze della loro psicologia che gli si può pure perdonare qualche luogo comune (la moglie trascurata e infelice, lo stesso uso dello sfondo storico). Come aveva già fatto nel suo altro capolavoro, "C'eravamo tanto amati", Scola riflette sul presente dell'Italia usando il suo passato: se lì, però, la finestra di tempo ritratta era di trent'anni, qui è di un solo giorno. Curiosità: nel cast, nel piccolo ruolo della figlia maggiore di Antonietta, figura una giovane Alessandra Mussolini (della quale la Loren era la zia).

9 giugno 2015

Cronache di poveri amanti (C. Lizzani, 1954)

Cronache di poveri amanti
di Carlo Lizzani – Italia 1954
con Marcello Mastroianni, Antonella Lualdi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nella primavera del 1925, via del Corno (nel quartiere fiorentino di Santa Croce) è un microcosmo che riflette tutta l'Italia, divisa fra i fascisti in ascesa e gli antifascisti che si oppongono come possono. Fra questi ultimi c'è Corrado detto "Maciste" (Adolfo Consolini), meccanico dal fisico prestante, che rimane ucciso durante una ronda notturna delle camicie nere. Per vendicarlo, il suo amico Ugo (Marcello Mastroianni, in uno dei primi ruoli drammatici della sua carriera), fino ad allora interessato più alle donne, al gioco e al bere che non alla politica, si getta anima e corpo nella resistenza clandestina. Tutta la loro vicenda, come quella degli altri abitanti della strada, è raccontata in prima persona dal giovane Mario (Gabriele Tinti), tipografo appena trasferitosi in via del Corno su interessamento della fidanzata Bianca (Eva Vanicek): qui si innamora di Milena (Antonella Lualdi), giovane sposina il cui marito Alfredo (Giuliano Montaldo), proprietario della locale "pizzichetteria", è stato malmenato dagli stessi fascisti perché rifiutatosi di pagare un contribuito al partito. E nel frattempo, su tutti i "cornacchiai" – come si chiamano ironicamente gli abitanti della via – regna "la Signora" (Wanda Capodaglio), l'usuraia del luogo, che pur non muovendosi mai dal suo letto è sempre al corrente di ogni cosa, grazie agli occhi e alle orecchie della giovane serva Gesuina (Anna Maria Ferrero). Del vasto cast (la pellicola è di fatto corale) fanno parte anche Bruno Berellini (il fascista Carlino, detto "il ragioniere"), Cosetta Greco (la prostituta Elisa) e Irene Cefaro (Clara, l'amica di Bianca). Consolini, che recita nei panni di Maciste, era un atleta olimpico (lanciatore del disco), alla prima e unica esperienza cinematografica. Nel complesso, un buon adattamento del romanzo di Vasco Pratolini, che nonostante alcuni tagli si dichiarò soddisfatto del risultato. Il film avrebbe dovuto essere diretto da Luchino Visconti, ma mancarono i finanziamenti. Subentrò Lizzani con la "Cooperativa spettatori produttori cinematografici" che aveva già prodotto il suo lavoro d'esordio, "Achtung! Banditi!". Per risparmiare, il set di via del Corno fu ricostruito in studio (ma all'aperto), anche se non mancano scene e inquadrature che mostrano i luoghi più suggestivi e celebri di Firenze. Ne risulta una rappresentazione "popolare" dell'Italia proletaria di allora, fra mestieri, costumi e dinamiche sociali di un mondo in tumulto, dove gli amori e la vita quotidiana si intrecciano con gli sconvolgimenti politici della storia del paese.

26 gennaio 2012

Il passo sospeso della cicogna (T. Angelopoulos, 1991)

Il passo sospeso della cicogna (To meteoro vima tou pelargou)
di Theodoros Angelopoulos – Grecia/Francia/Italia 1991
con Gregory Karr, Marcello Mastroianni
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Visto in divx, con Marisa.

La recente scomparsa del regista greco Theo Angelopoulos, di cui praticamente non ho mai visto nulla (tranne qualche cortometraggio all’interno di film a episodi), mi ha spinto a recuperare una delle sue pellicole meno note, una meditazione sul tema dell’identità, dei confini e dell’immigrazione (il film si apre con l’immagine di alcuni clandestini dispersi in mare). Il giornalista televisivo Alexandre, inviato a realizzare un servizio in una città innevata presso il confine fra Grecia e Albania dove si ammassano orde di profughi e di immigrati (albanesi, turchi, curdi, iraniani) in attesa dei documenti per entrare nel paese, crede di riconoscere in uno dei disperati un celebre uomo politico e scrittore (Mastroianni) la cui misteriosa e volontaria sparizione, anni prima, aveva suscitato scalpore. Per confermare la sua identificazione, farà giungere fin lì la moglie dell’uomo (Jeanne Moreau, che recita in inglese), ma il mistero rimarrà. In parte profetico (la guerra nei Balcani era ancora da venire, ma la paralisi e l'incapacità della politica di far fronte ai problemi sociali e all'immigrazione era già evidente), pericolosamente vicino alle atmosfere di Antonioni e Tarkovskij (la “colpa” è di Tonino Guerra, co-sceneggiatore), pieno di metafore e di simboli, il film indaga con estrema lentezza "le frontiere politiche e quelle dell’anima", ma il risultato è spesso poeticista, pretenzioso e confuso, soprattutto nelle scene parlate. Meglio, molto meglio, quelle mute, che sprigionano un fascino particolare: su tutte, la carrellata sulle carrozze del treno usato come rifugio dagli immigrati, il piano sequenza della sala da ballo e soprattutto la scena del matrimonio sulle sponde del fiume, con gli sposi che si trovano sulle rive opposte e sono separati dall'acqua e dalla frontiera. Fondamentale la colonna sonora di Eleni Karaindrou. Il titolo fa riferimento alla posizione che il protagonista assume, con un piede sollevato, sulla linea che delimita il confine.

5 settembre 2010

Che? (Roman Polanski, 1972)

Che? (What?)
di Roman Polanski – Italia/Francia/Germania 1972
con Sydne Rome, Marcello Mastroianni
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Una giovane e ingenua turista americana, in vacanza in Italia e troppo propensa a fidarsi degli sconosciuti, scappa da un gruppo di violentatori e si rifugia in una villa sul mare (il film è stato girato sulla costiera amalfitana), abitata da bizzarri personaggi. Grottesca e sgangherata parodia di "Alice nel paese delle meraviglie", ai limiti del misogino e dell'assurdo, con una Sydne Rome quasi sempre seminuda che si aggira spaesata e curiosa in un luogo caotico e decadente (dove anche il tempo sembra ripetersi), circondata da individui eccentrici, ipercollerici, feticisti o erotomani. Se la trama non va da nessuna parte e la pellicola è solamente un susseguirsi di situazioni paradossali e sopra le righe, va almeno apprezzata una certa vena ironica-sperimentale tipicamente anni settanta (in alcuni momenti il film potrebbe persino essere definito una versione scollacciata de "L'anno scorso a Marienbad"!), oltre al non prendersi assolutamente sul serio. Nel cast ci sono anche Romolo Valli (il maggiordomo che suona Mozart) e Hugh Griffith (il moribondo proprietario della villa). Polanski si ritaglia il ruolo del piccolo e nevrotico "Zanzara", mentre in brevi particine sono riconoscibili Carlo Delle Piane (uno dei violentatori nella scena iniziale) e Alvaro Vitali (l'operaio che dipinge di azzurro una gamba della protagonista). Nel finale la pellicola si fa anche metacinematografica, con i personaggi che si dimostrano consapevoli di trovarsi in un film. Splendida comunque la location, una villa arredata con opere d'arte di ogni tipo, a picco su una spiaggia privata. Nella colonna sonora spiccano Schubert (il quartetto "La morte e la fanciulla") e Beethoven (la sonata "Chiaro di luna").

27 maggio 2008

La cagna (Marco Ferreri, 1972)

La cagna (Liza)
di Marco Ferreri – Italia/Francia 1972
con Marcello Mastroianni, Catherine Deneuve
*1/2

Visto in divx.

Tratto dalla novella “Melampus” di Ennio Flaiano (che l'ha adattata insieme al regista e a Jean-Claude Carrière) e girato nell'isola di Lavezzi, fra Corsica e Sardegna, è un film sobrio ma vuoto che mi ha convinto veramente poco, perso com'è nella sua descrizione di personaggi fuori posto in un mondo moderno che non li comprende. Il protagonista Giorgio, un disegnatore di fumetti (ispirato probabilmente a Hugo Pratt) solitario e scontroso che vive come un eremita in compagnia del cane Melampo su un isolotto roccioso, si ritrova a ospitare una misteriosa donna, Lisa, che ha abbandonato per un litigio la barca dei suoi amici. Gelosa del fatto che l'animale monopolizzi le attenzioni dell'uomo, la donna lo affoga. Ma lui la costringe a prenderne il posto, addestrandola a riportare i bastoncini, a bere dalla ciotola, a obbedirgli come se fosse il suo padrone. E lei accetta volontariamente la propria sottomissione, forse perché non ha altro posto dove andare: il suo personaggio rimane enigmatico e senza origini per tutto il film, a differenza di Giorgio del quale invece conosciamo la famiglia (da cui è in fuga) in alcune scene ambientate a Parigi, dove compare brevemente anche Michel Piccoli, habitué di Ferreri sin dai tempi di "Dillinger è morto".

22 settembre 2007

La notte (M. Antonioni, 1961)

La notte
di Michelangelo Antonioni – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore Giovanni e sua moglie Lidia sono una coppia in crisi, il cui amore è ormai evaporato per l'abitudine e la noia. Dopo aver fatto visita a un amico in ospedale e aver vagato senza meta per le strade di una Milano moderna e desolata, si accingono a trascorrere la notte nella villa di un industriale brianzolo che li ha invitati alla sua festa. Qui lui cerca di sedurre la giovane e malinconica figlia del padrone di casa (una splendida Monica Vitti, con i capelli neri), mentre lei prende finalmente coscienza della propria solitudine e del fatto di non amare più il marito. All'alba, però, insieme al sole sembra spuntare anche uno spiraglio di speranza. Il secondo film della cosiddetta trilogia dell'alienazione è un'eccellente rappresentazione del vuoto esistenziale degli intellettuali e dell'alta borghesia milanese, narrato da Antonioni con una serie di sequenze da antologia (dagli incontri all'ospedale alla rissa in periferia, dal ballo nel cabaret alla pioggia e ai tuffi in piscina). Il personaggio interpretato da Mastroianni sembra accettare con indifferenza la crisi che sta attraversando ("non ho più idee, soltanto ricordi"), giungendo addirittura al punto di ingabbiare la propria arte al servizio dell'industriale (non a caso alla scena in cui questi propone di "comprarlo" segue l'immagine di una gabbia per uccellini), mentre la Moreau, inquieta e disperata, non attende che la morte. Il personaggio della Vitti si introduce fra i due con la propria tristezza e in qualche modo riesce a scuoterli e a renderli consapevoli della crisi che stanno attraversando. Un film fra i migliori dell'Antonioni "esistenzialista", che in origine doveva raccontare le storie di molti altri personaggi (il regista aveva pensato addirittura a sette coppie, che si scomponevano e ricomponevano nell'arco di una sola notte) e che poi è stato sfrondato rendendolo più compatto, lucido e incisivo. Ottimi gli attori, la musica (di Giorgio Gaslini), la fotografia (di Gianni Di Venanzo). Nella scena della presentazione del libro appaiono, non accreditati, Salvatore Quasimodo ("il nostro premio Nobel"), Umberto Eco e Valentino Bompiani. Orso d'oro al festival di Berlino, il film ha conquistato con il tempo l'aura di pellicola intellettuale per antonomasia, tanto da essere citato nei titoli di coda di "Brian di Nazareth" dei Monty Python ("Se vi è piaciuto questo film, perché non andate a vedere 'La notte'?").