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28 giugno 2023

Brood - La covata malefica (D. Cronenberg, 1979)

Brood - La covata malefica (The Brood)
di David Cronenberg – Canada 1979
con Art Hindle, Oliver Reed, Samantha Eggar
**1/2

Rivisto in divx.

Sottoposta a speciali sedute di terapia psichiatrica dal dottor Raglan (Oliver Reed), "guru" che gestisce una clinica privata in totale isolamento e ha messo a punto una speciale tecnica di ipnosi chiamata psicoplasmia, Nola Carveth (Samantha Eggar) "genera" dal proprio corpo inquietanti creature dalle fattezze di bambini che uccidono tutte le persone verso cui prova rabbia, rancore o risentimento, a cominciare dai suoi stessi genitori... Originale horror che fonde temi fantapsichiatrici e dinamiche famigliari piuttosto forti con elementi di body horror (dai terrificanti mostriciattoli assassini, alle deformità di alcuni personaggi) e che Cronenberg realizzò poco dopo un difficile divorzio dalla sua prima moglie, con la quale lottò duramente per la custodia dei figli, cosa che si riflette nel rapporto fra Nola e l'ex coniuge Frank (di fatto il protagonista del film). Nola stessa, nel suo mix di pazzia e possessione demoniaca, sarebbe stata ispirata all'ex moglie. Il regista arrivò addirittura a descrivere ironicamente il film come "la mia versione di «Kramer contro Kramer», ma più realistica". Peccato per un attore protagonista (Art Hindle) alquanto inespressivo. Nuala Fitzgerald e Henry Beckman sono i genitori di Nola, nonni della piccola Candy (Cindy Hinds). La colonna sonora, ricca di sonorità dodecafoniche, è di Howard Shore, al suo debutto nel mondo del cinema: rimarrà il compositore di fiducia del regista per il resto della sua carriera.

10 settembre 2022

Regression (Alejandro Amenábar, 2015)

Regression (id.)
di Alejandro Amenábar – Canada/Spagna 2015
con Ethan Hawke, Emma Watson
**

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

In una cittadina del Minnesota, nel 1990, un poliziotto (Ethan Hawke) indaga su un caso di abusi sessuali su una minorenne (Emma Watson) proveniente da una famiglia estremamente religiosa. Con l'aiuto di uno psicologo (David Thewlis) che usa il metodo della "ipnosi regressiva" per far tornare alla luce i ricordi repressi, scopre che potrebbe essere coinvolta nientemeno che una setta satanica, che pratica segretamente i suoi rituali in città... Ispirato a fatti reali (non dissimili, per certi versi, ad alcuni casi avvenuti anche in Italia, come quelli della Bassa modenese o di Bibbiano), il film rivela il proprio significato e acquista valore solo nel finale "a sorpresa": prima, per lunghi tratti, non sembra altro che un thriller dozzinale, stereotipato e privo di appeal. Solo il finale, appunto, rivela il motivo di questi stereotipi e che eravamo di fronte a tutto tranne che a una pellicola sulla falsariga de "L'esorcista" o "Rosemary's baby". Ma giunge troppo tardi, quando l'interesse dello spettatore è stato messo a dura prova e forse è già scemato, non sollevato nemmeno dal ricco cast e dalla regia di un Amenábar che, dopo una serie di ottimi film, per la prima volta non riesce a nobilitare la materia trattata. Colpa anche dell'impostazione schematica e a tema (vedi l'approccio alla religione), e di una sceneggiatura che (a parte il protagonista, in preda a paranoia e incubi) dimentica di caratterizzare in maniera interessante i vari personaggi.

12 maggio 2022

Impiegati... male! (Mike Judge, 1999)

Impiegati... male! (Office space)
di Mike Judge – USA 1999
con Ron Livingston, Jennifer Aniston
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Peter Gibbons (Ron Livingston) odia il suo lavoro. Programmatore per un'azienda che sviluppa software per le banche, trascorre le giornate in uno stretto cubicolo, in un ambiente frustrante e malsano, e in particolare è continuamente vessato dal suo capo Bill Lumbergh (Gary Cole), che inizia ogni discussione con la frase "Ci sono problemi?", gli chiede regolarmente di fare straordinari e si impunta sulle questioni più irrilevanti. Ipnotizzato accidentalmente da un terapeuta che lo "libera" da inibizioni e stress, sviluppa all'improvviso un atteggiamento più leggero e disincantato: e non solo non viene licenziato, ma addirittura promosso al ruolo di dirigente! Nel frattempo si dichiara alla ragazza che ha sempre amato da lontano (Jennifer Aniston, cameriera in un ristorante dove a sua volta ha i suoi problemi con un manager ipocrita e le sue assurde regole) e aiuta due colleghi (David Herman e Ajay Naidu), loro sì licenziati, a "vendicarsi" grazie a un virus che sottrae gli spiccioli degli arrotondamenti dai conti correnti delle banche ("Come in Superman 3"). Dal creatore di "Beavis and Butt-head", una satira del mondo del lavoro sulla falsariga di "Clerks" (qui a essere preso di mira è specificatamente l'ambiente dei colletti bianchi e delle società di software che impazzavano già negli anni Novanta: Peter, in particolare, è incaricato dell'aggiornamento dei sistemi in vista del Millenium Bug). Per certi versi, il tutto ricorda la strip a fumetti "Dilbert". Memorabili, fra le varie scene, il "pestaggio" ai danni della fotocopiatrice/fax che faceva impazzire gli impiegati, nonché i colloqui a cui i due "tagliatori di teste" Bob (John C. McGinley) e Bob (Paul Willson) sottopongono i dipendenti. Il film è ispirato a una serie di cortometraggi animati realizzati da Judge a inizio carriera, da cui proviene il personaggio di Milton (Stephen Root), l'impiegato licenziato che però continua a lavorare, sempre sull'orlo della follia. Cult movie in patria.

10 marzo 2020

Il volto (Ingmar Bergman, 1958)

Il volto (Ansiktet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1958
con Max von Sydow, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Max von Sydow.

A metà Ottocento, la "compagna medico-ipnotica" itinerante del dottor Vogler (Max von Sydow) – che comprende anche la sua moglie e assistente Manda (Ingrid Thulin), il prestigiatore Tubal (Åke Fridell) e una vecchia "strega" che vende pozioni magiche (Naima Wifstrand) – giunge in una cittadina, dove è accolta dai notabili del luogo. Il console Egerman (Erland Josephson) ha infatti deciso di ospitarli in casa propria perché ha fatto una scommessa con il medico Vergerus (Gunnar Björnstrand) sull'esistenza o meno del soprannaturale: il primo ci crede, così come sua moglie Ottilia (Gertrud Fridh), che intende chiedere a Vogler di lenire con i suoi poteri animistici e magnetici il proprio dolore per la recente scomparsa di una figlia; il secondo invece è scettico, convinto che in natura nulla sia inesplicabile. Dopo una notte movimentata in cui i membri della compagnia "fraternizzano" in vari modi con la servitù (e non solo) del palazzo, il giorno dopo lo "spettacolo magico" si tramuta in una forte umiliazione per Vogler e compagni: ma l'uomo saprà vendicarsi, fingendo di tornare dalla morte e fornendo per un attimo un'esperienza unica al medico scettico. Una pellicola misteriosa e bizzarra, tutta giocata sulla dicotomia fra verità e finzione (o "sull'illusione dell'arte e sul suo rapporto con il potere"). Manda dice all'inizio: "L'inganno è così univeralmente diffuso che dire la verità significa farsi tacciare da bugiardi". E in effetti, a prima vista, la compagnia del dottor Vogler sembra costituita solo da impostori, dediti all'inganno sia a livello di azioni che di aspetto: Vogler stesso indossa una barba finta e si trucca il volto, oltre a fingere di essere muto. Manda viaggia in abiti maschili ("per far perdere meglio le nostre tracce se siamo nei guai") e, pur ammettendo di far parte di un gruppo di ciarlatani, rimpiange la cosa: "Se solo una volta potessi dire che e vero...". Ma l'inganno domina anche gli altri personaggi, che mentono a sé stessi anche quando si impuntano nei rispettivi ruoli: Vergerus è lo scienziato razionalista e positivista, il console e sua moglie lasciano una porta aperta all'immateriale (o almeno fingono di farlo, perduti nei miti del romanticismo e negli inganni della propria relazione), memtre il capo della polizia (Toivo Pawlo), quale rappresentante dell'ordine, sembra indifferente alla questione e si preoccupa soltanto di non lasciarsi sfuggire di mano la propria autorità. Persino fra la servitù, benchè a livello più schietto e meno ipocrita, serpeggiano pose e finzioni: dalla servetta Sara (Bibi Andersson), che amoreggia con il giovane cocchiere Simson (Lars Ekborg), a sua volta fintamente spavaldo, alla capocuoca Sofia (Sif Ruud), che seduce Tubal, passando per l'attore ubriacone Johan (Bengt Ekerot: cosa c'è di più ingannevole della sua professione?) e lo stalliere Antonsson (Oscar Ljung), vittima della propria immaginazione. La fotografia espressionista di Gunnar Fischer e gli accurati primi piani della regia di Bergman indagano questi e altri personaggi con interesse quasi antropologico, mettendone in luce paure e contraddizioni: e il film non ci risparmia nemmeno alcune sequenze davvero suggestive e "magiche", come l'attraversamento iniziale del bosco, la notte di tempesta, e la scena in soffitta quando Vogler, grazie a ombre e specchi, tormenta Vergerus prima di svelarsi per quello che è nel finale. Ispirato forse a un testo teatrale di G. K. Chesterton ("Magic"), il film vinse il Leone d'argento alla Mostra di Venezia.

13 giugno 2019

Donne e veleni (Douglas Sirk, 1948)

Donne e veleni (Sleep, my love)
di Douglas Sirk – USA 1948
con Claudette Colbert, Don Ameche
**

Visto in TV.

La ricca newyorkese Alison Courtland (Claudette Colbert) si risveglia sul treno per Boston, con una pistola nella borsetta, senza ricordare nulla della sera precedente. Temendo di soffrire di sonnambulismo e di poter fare del male a qualcuno, accetta il consiglio del marito Richard (Don Ameche) di farsi visitare da uno psichiatra (George Coulouris). Ignora però che quest'ultimo e il coniuge sono complici in un piano per farla impazzire e spingerla al suicidio, in modo da impadronirsi del suo denaro e di lasciare via libera alla tresca del marito con l'amante Daphne (Hazel Brooks). La salverà il simpatico avventuriero Bruce (Robert Cummings), conosciuto per caso. Da un romanzo di Leo Rosten, un noir che guarda ad "Angoscia" di Cukor e ad "Il sospetto" di Hitchcock, ma inferiore ad entrambi. Dal primo proviene il tema del gaslighting (la manipolazione del marito nei confronti della moglie, spinta a credersi pazza, anche attraverso l'ipnosi), dal secondo l'idea che il coniuge avveleni la moglie (qui con una tazza di cioccolata calda con narcotico che le presenta ogni sera). La trama viene svolta senza particolare sottigliezza, ma le buone interpretazioni riescono a dare spessore, anche se solo in parte, ai protagonisti e ad alcuni dei personaggi minori (l'amico cinese di Bruce, il fotografo/finto psicanalista). Del tutto marginale invece, nonostante la prima impressione, il detective della polizia interpretato da Raymond Burr. Senza infamia e senza lode la regia di Sirk, non ancora tuffatosi a pieni polmoni nei melodrammi hollywoodiani che lo renderanno celebre negli anni cinquanta.

9 gennaio 2019

Taking off (Miloš Forman, 1971)

Taking off (id.)
di Miloš Forman – USA 1971
con Buck Henry, Lynn Carlin
***

Rivisto su Dailymotion.

Alla ricerca della loro figlia quindicenne Jeannie (Linnea Heacock), fuggita di casa dopo aver partecipato a un'audizione per voci femminili, i coniugi Larry (Buck Henry) e Lynn Tyne (Lynn Carlin) si iscrivono alla Società Genitori Figli Scappati. E per cercare di comprendere meglio i propri figli, decidono di provare a fumarsi uno spinello... Il primo film "occidentale" di Forman, che era emigrato negli Stati Uniti dopo gli eventi della Primavera di Praga, è una divertente e caustica satira del gap generazionale nell'America degli hippy e dell'LSD, dove i genitori appaiono ancora più clueless e disgiunti dalla realtà dei loro figli. Soggetti a psicosi e paranoie, nonché a dipendenze di ogni tipo (il fumo, l'alcool, il sesso) che cercano inutilmente di tenere a freno con ogni mezzo possibile (compresa l'ipnosi), i genitori scoprono di non avere assolutamente nessun canale di comunicazione aperto con i giovani, che invece vivono la propria vita in totale libertà, nonostante le paure e le incertezze. Sceneggiato dallo stesso Forman insieme (fra gli altri) a Jean-Claude Carrière e John Guare, e vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes, il film (che ebbe scarso successo di pubblico) è una commedia leggera che sconfina spesso nella farsa, come nel finale in cui la ragazza torna a casa da sola mentre i genitori, in preda ai fumi dell'hashish, sono impegnati in una partita di strip poker con una coppia di amici. E nonostante l'ambientazione ormai un po' datata, diverte ancora parecchio. Fra le ragazze che partecipano all'audizione ci sono le (giovanissime) Kathy Bates, Jessica Harper e Carly Simon.

3 gennaio 2019

Europa (Lars von Trier, 1991)

Europa (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Ger/Fra/Swe 1991
con Jean-Marc Barr, Barbara Sukowa
***

Rivisto in DVD.

Terzo capitolo della "trilogia europea" di Lars von Trier, dopo "L'elemento del crimine" ed "Epidemic" (tutti titoli che cominciano con la "E"...). E come quelli, ma in maniera ancora più marcata, esibisce gli stilemi del cinema noir e mette l'ipnotismo al centro della storia. Se però nei primi due film l'ipnosi appariva come semplice elemento narrativo, qui l'idea è quella di "ipnotizzare" lo spettatore stesso, che si ritrova catapultato nella Germania dell'immediato dopoguerra (siamo alla fine del 1945) nei panni di Leopold Kessler (Jean-Marc Barr), giovane americano di origine tedesca, tornato in patria in cerca di lavoro e assunto – grazie alla raccomandazione dello zio (Ernst-Hugo Järegård) – nella Zentropa, società che gestisce treni a lunga percorrenza. Immerso in un'atmosfera opprimente e kafkiana (il paese è in rovina, la povertà e la disoccupazione regnano ovunque, ma la burocrazia impera mentre le forze di occupazione americane cercano di stanare gli ultimi nazisti rimasti nascosti), Leopold – nominato responsabile dei vagoni letto – conoscerà la misteriosa Katharina Hartmann (Barbara Sukowa), figlia del fondatore della Zentropa, e si lascerà coinvolgere negli intrighi dei "Lupi mannari", una banda di terroristi partigiani che compiono attentati e azioni di sabotaggio ai danni della compagnia ferroviaria. Lo sguardo di Von Trier è feroce nei confronti di tutti, dall'idealismo di Leopold alla rigida mentalità tedesca (come l'ottusa devozione al rispetto delle regole, nella sequenza dell'esame di apprendistato che il protagonista deve sostenere mentre attorno a lui esplode ogni sorta di emergenza). L'estetica, come detto, è quella del noir, seppure esagerata in chiave artificiosa ed espressionista (con sovrimpressioni, deformazioni, filtri). Siamo di fronte forse al film più "wellesiano" di LVT, anche più de "L'elemento del crimine": la fotografia è in bianco e nero, con occasionali elementi a colori (brevi scene, o anche solo un volto o un dettaglio), le immagini sgranate, la colonna sonora (di Joachim Holbek) incalzante. Il fatto che il protagonista sia dunque lo spettatore stesso ipnotizzato spiega il suo comportamento passivo, il suo mutismo, l'essere sempre in balia degli eventi, la scelta di non schierarsi e di rimanere un semplice osservatore (tranne che nel finale, quando le tensioni esplodono in maniera inevitabile). A proposito di Kafka, LVT ha dichiarato di aver scelto il titolo "Europa" per riecheggiare quello del romanzo "Amerika" dell'autore praghese. Nel cast anche Udo Kier (il fratello di Katharina), Jørgen Reenberg (il padre), Eddie Constantine (il colonnello americano). Il regista in persona interpreta il ruolo dell'ebreo che deve "certificare" che Max Hartmann non abbia un passato nazista. Nella versione originale, la voce del narratore ipnotista è di Max von Sydow. Premio della giuria al Festival di Cannes. L'anno successivo (1992), von Trier chiamerà proprio Zentropa la sua neonata casa di produzione.

18 dicembre 2018

Le notti di Cabiria (F. Fellini, 1957)

Le notti di Cabiria
di Federico Fellini – Italia 1957
con Giulietta Masina, François Périer
***1/2

Visto in divx.

Maria Ceccarelli, in arte Cabiria (il nome è un omaggio al leggendario film muto del 1914, ideato nientemento che da Gabriele D'Annunzio), è una prostituta di Roma, una popolana minuta e sgraziata che lavora di notte fra le rovine della "Passeggiata Archeologica". Assai diversa dalle sue colleghe e compagne di borgata, cerca di mantenersi a galla con una certa dignità (si vanta di possedere una casa e di non aver mai dormito per la strada), senza mai smettere di sognare l'amore e una vita migliore. La pellicola la segue attraverso una serie di episodi apparentemente slegati fra loro, cominciando da quando viene "mollata" da Giorgio, suo sedicente fidanzato che le ruba la borsa e la getta nel Tevere, da dove viene ripescata da alcuni ragazzini. Fra le sue avventure notturne spiccano l'incontro con il grande e attempato divo del cinema Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari, praticamente nei panni di sé stesso), che la invita nella sua lussuosa villa dopo aver litigato con l'amante (Dorian Gray), salvo abbandonarla quando si riappacifica con quella; l'episodio dell'uomo con il sacco, che si aggira per le campagne romane a fare "beneficenza laica" ai poveri e diseredati che vivono nelle grotte e nelle catacombe (una sequenza eliminata dalla censura, per essere poi recuperata nella versione restaurata del film, e che era stata ispirata a Fellini dall'incontro con una persona reale); il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Divino Amore, alla quale Cabiria chiede inutilmente la grazia di poter "cambiare vita"; la scena dell'ipnotizzatore (Aldo Silvani), che riesce in qualche modo a portare allo scoperto l'innocenza e la tenerezza che la donna nasconde sotto la sua scorza cinica; e naturalmente tutta la parte finale in cui Cabiria si illude di aver trovato un uomo che l'ama e che la vuole sposare nonostante il suo passato (François Périer), salvo rendersi conto che si tratta dell'ennesimo profittatore (in un pre-finale che riecheggia l'incipit). Ma una materia che nelle mani di un altro regista avrebbe potuto sfociare nel patetismo e nel melodrammatico, in mano a Fellini diventa fiaba e poesia, come dimostra il bellissimo finale in cui Cabiria, rimasta ormai senza nulla, torna a sorridere alla vita quando viene affiancata e circondata da ragazzi che suonano e che ballano, come in una specie di circo: e la lacrima cristallizzata sul viso, mentre guarda in macchina cercando quasi il contatto con lo spettatore, la accomuna subito a Gelsomina, al Matto e agli altri personaggi de "La strada". È proprio la sua innocenza interiore, più che quello che ha vissuto nel corso del suo lavoro, a darle forza e speranza e a proteggerla dal male che la circonda. Il personaggio, sempre interpretato dalla Masina (che qui sforna forse la prova migliore della sua carriera), era già apparso in una breve scena del primo film di Fellini, "Lo sceicco bianco": qui viene arricchito dai racconti e dalle esperienze di una vera "passeggiatrice" romana, conosciuta da Fellini durante le riprese de "Il bidone". Il risultato è un ricco e colorato affresco d'ambiente, mai sopra le righe o accondiscendente verso i personaggi e il mondo disperato in cui vivono. Grande successo di critica, con numerosi riconoscimenti (fra cui l'Oscar per il miglior film straniero e il premio per la migliore attrice a Cannes). Franca Marzi è l'amica Wanda, Ennio Girolami è il giovane magnaccia, Mario Passante è lo zio zoppo. La sceneggiatura di Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli (alla quale ha collaborato anche Pier Paolo Pasolini, cui si deve evidentemente il "realismo" dei dialoghi) ispirerà il musical di Broadway "Sweet Charity" e l'omonimo film di Bob Fosse.

15 dicembre 2018

Epidemic (Lars von Trier, 1987)

Epidemic (id.)
di Lars von Trier – Danimarca 1987
con Lars von Trier, Niels Vørsel
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Incaricati di scrivere un copione, il regista Lars (von Trier) e lo sceneggiatore Niels (Vørsel) decidono di raccontare la storia di un'epidemia che dilaga in Europa, prendendo spunto dalle vere pestilenze che hanno sconvolto il vecchio continente nel medioevo. Il loro protagonista, il dottor Mesmer (il nome, forse non a caso, è quello dell'inventore del mesmerismo) è un giovane medico idealista che sceglie di abbandonare la città fortificata, che si è isolata per paura del contagio, per portare le proprie cure nelle campagne e nelle regioni più colpite dalla malattia. Ma durante i cinque giorni in cui Lars e Niels lavorano alla sceneggiatura, a loro insaputa una vera epidemia si sta diffondendo fra la popolazione... Il secondo lungometraggio di LVT dipana la sua trama su più livelli (i due cineasti al lavoro, il film da loro scritto, il mondo circostante), affrontando così il tema dell'infezione da più punti di vista: la natura che impazzisce senza motivo, l'uomo che avvelena sé stesso (il viaggio nella Germania industrializzata e inquinata), i provvedimenti che si rivelano inutili per arrestare il contagio (la chiusura della città, la formazione di un governo fatto solo da medici, con alcuni tocchi ironici: l'anestesista come ministro dell'istruzione, per esempio), l'impotenza della teologia di fronte alla morte... C'è anche spazio per alcune sequenze che sembrano poco collegate con il resto (il racconto di Niels sulle "ragazze di Atlantic City", con cui ha corrisposto per lettera facendosi passare per un liceale; la scena dell'ipnotismo). L'amico che i due incontrano a Colonia è Udo Kier, qui alla prima collaborazione con LVT (e l'aneddoto che racconta, il bombardamento dell'ospedale quando è nato, è reale). Formalmente la pellicola si fa notare per il bianco e nero, la camera a mano, il mix di immagini girate in 35 e 16 mm, oltre che per la scritta con il titolo del film e il simbolo del copyright, in rosso, stabilmente in sovrimpressione nell'angolo in alto a sinistra dello schermo, come a indicare che si tratta di una copia di lavorazione. Ma nell'insieme resta un film d'autore un po' pretenzioso e convoluto, anche se alcuni spunti interessanti, come detto, non mancano (bellissima la sequenza in cui Mesmer, attaccato a una bandiera della croce rossa e trasportato da un elicottero, pare "volare" sopra i campi di grano), anche per via della struttura a "scatole cinesi" (la scatola più esterna, quella in cui Lars von Trier interpreta sé stesso, è forse la nostra realtà, il che ne fa un film horror). La colonna sonora del film-nel-film è data dall'ouverture del "Tannhäuser" di Wagner, mentre il testo della canzone sui titoli di coda ("Epidemic - We all fall down") è scritto dagli stessi Lars e Niels.

6 dicembre 2018

L'elemento del crimine (Lars von Trier, 1984)

L'elemento del crimine (Forbrydelsens element)
di Lars von Trier – Danimarca 1984
con Michael Elphick, Jerold Wells
**1/2

Rivisto in DVD.

Sotto ipnosi al Cairo, un poliziotto rievoca la sua ultima missione in Europa, dove era stato richiamato due mesi prima per indagare sugli omicidi di un serial killer. Seguendo il metodo teorizzato dal suo anziano mentore (e descritto nel libro "L'elemento del crimine"), il detective si identifica nell'assassino, ripercorrendone tutti i passi. Il lungometraggio che segna l'esordio cinematografico di Lars von Trier (in precedenza autore di alcuni corti e mediometraggi realizzati da studente di cinema) è un noir lento e ipnotico, che punta le sue carte sull'atmosfera sospesa e misteriosa, sullo stile formalista e su una fotografia iperfiltrata, praticamente monocromatica (l'utilizzo di un'illuminazione con lampade a vapori di sodio rende le immagini color ambra o seppia), perennemente scura o con alternanza di luci e ombre come nell'espressionismo tedesco. Evidenti inoltre le ispirazioni al cinema di Tarkovskij (vedi anche le immagini di cavalli o asini morenti e l'abbondanza di acqua) e al mondo malsano de "L'infernale Quinlan" di Orson Welles. La storia stessa (e non solo perché è raccontata in prima persona dal protagonista, in trance, al suo terapista: il voice over, fra l'altro, richiama gli stilemi dell'hard boiled) ha una qualità onirica e kafkiana, mentre l'ambientazione è decadente: siamo in un mondo degradato e post-industriale, fra fabbriche dismesse, discariche, canali di scolo e uffici con posta pneumatica. L'intreccio poliziesco procede quasi in maniera random, scoprendo le sue carte con estrema lentezza (c'è di mezzo uno strano rituale, e anche la distribuzione geografica dei luoghi degli omicidi sembra avere una propria importanza), ma alla fine trova una risoluzione soddisfacente. Insieme ai successivi "Epidemic" ed "Europa", tutti scritti (come questo) da LVT insieme all'amico Niels Vørsel, il film forma un'ideale "trilogia europea".

20 maggio 2016

La notte del demonio (J. Tourneur, 1957)

La notte del demonio (Night of the demon, aka Curse of the demon)
di Jacques Tourneur – GB 1957
con Dana Andrews, Peggy Cummins
***

Visto in divx.

"Dana Andrews said prunes
gave him the runes,
and passing them used lots of skills..."

Lo psicologo americano John Holden (Dana Andrews), arrivato in Inghilterra per partecipare a un convegno sul soprannaturale, si ritrova ad indagare sulla misteriosa morte di un collega che aveva pubblicamente diffamato il capo di una setta satanica. Lo scettico Holden non crede alla magia nera o al demonio, e se la ride quando il suo rivale, il dottor Julian Karswell (Niall MacGinnis), gli scaglia contro una maledizione per mezzo di una pergamena con antichi caratteri runici, prevedendo la sua morte entro due giorni... Ma dovrà ricredersi. Fra inquietanti scene notturne e sequenze d'atmosfera nel cerchio di pietre di Stonehenge, uno dei più celebri horror britannici degli anni cinquanta, colmo di suspense e costantemente in bilico fra la realtà concreta e l'ambiguità del mondo arcano. Tourneur, che torna al genere dopo la trilogia girata in America per Val Lewton nei primi anni quaranta ("Il bacio della pantera", "Ho camminato con uno zombi" e "L'uomo leopardo") e lo sceneggiatore Charles Bennett (che adatta un romanzo del 1911, "Casting the runes" di M. R. James) ebbero contrasti con il produttore Hal E. Chester, che impose loro di mostrare apertamente sullo schermo il demone. Bennett e Tourneur avrebbero preferito lasciare nel dubbio lo spettatore sulla reale presenza o meno di una creatura soprannaturale, e sarebbe di certo stato meglio (anche perché gli effetti speciali sono alquanto imbarazzanti). Interessante la caratterizzazione del cattivo, intrigante e affabile al tempo stesso, che vive nel suo castello nella campagna inglese insieme all'anziana madre e nel tempo libero gioca a fare l'illusionista per i bambini del villaggio. Al fianco di Andrews c'è Joanna (Peggy Cummins), la nipote del suo collega morto. Fra le scene più memorabili, quella dell'interrogatorio sotto ipnosi di un adepto della setta (Brian Wilde), caduto in stato catatonico dopo essere stato accusato di aver commesso un altro omicidio, e quella della seduta spiritica in cui un medium evoca lo spirito dello zio della ragazza.

16 gennaio 2013

The master (Paul T. Anderson, 2012)

The Master (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2012
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Marco ed Eleonora.

Anni cinquanta: Freddie Quell, reduce di guerra che fatica a reinserirsi nella società (anche per problemi di alcol e la sua ossessione per il sesso), incontra Lancaster Dodd, leader e guru del movimento filosofico “La Causa”, che si propone di riportare l’uomo al suo stato originario e ancestrale di felicità attraverso metodi psicoterapeutici e sedute di pseudo-ipnosi (ovvi i riferimenti a L. Ron Hubbard e a Dianetics, precursore di Scientology) e ne diventerà, almeno per un certo tempo, un adepto e un seguace. Se il film brilla per le interpretazioni dei due protagonisti (colpisce soprattutto un Joaquin Phoenix magro e nervoso come non mai, con tanto di semiparalisi al volto che ricorda a tratti Takeshi Kitano; Seymour Hoffman invece non fa altro che mostrare le doti che già tutti conosciamo), nel complesso manca di mordente e non dà mai la sensazione di coinvolgere a livello emotivo. Il che non stupisce, visto che tutte le pellicole di Paul Thomas Anderson hanno almeno tanti difetti quanto pregi: anche in questo caso la narrazione è pesante e farraginosa, e alcune scene si trascinano così a lungo che un'ulteriore sforbiciata in fase di montaggio sarebbe stata auspicabile (si pensi alle snervanti sequenze in cui ci vengono mostrati all’opera i “metodi” di Dodd, come quella in cui Freddie cammina avanti e indietro per la stanza, toccando pareti e finestre: se voleva farci riflettere sull’assurdità delle procedure terapeutiche della “Causa”, si poteva fare in modo più essenziale). Inoltre non c’è un climax, non c’è un riscatto, non c’è una catarsi; semplicemente a un certo punto Freddie abbandona Dodd: forse non ne era mai stato veramente un adepto, lo seguiva per mancanza di alternative ma senza convinzione (tanto che l’unico momento in cui sembra davvero sincero è quando, in prigione, si scaglia contro di lui), e se sceglie di lasciarlo non è certo al termine di un sofferto percorso personale. Il film fallisce anche nel voler raccontare il “fenomeno” Dianetics: non solo per mancanza di coraggio (nomi, episodi e riferimenti sono alterati, forse per evitare problemi legali) o di chiarezza (non viene mai detto esplicitamente che Dodd è un ciarlatano, anche se il modo in cui reagisce alle critiche o alle contraddizioni, o con cui definisce arbitrariamente i fondamenti del suo metodo, lasciano comunque intendere che si tratti di fuffa), quanto per un evidente scarso interesse, già in partenza, da parte di Anderson (anche sceneggiatore) nel voler sviscerare a fondo il tema delle pseudoscienze e delle sette. Aveva fatto sicuramente di meglio con “Magnolia” (ricordate l’imbonitore televisivo interpretato da Tom Cruise?). Certo, bisogna anche riconoscere che il focus del film non sta nel guru in sé, quanto nel suo rapporto con il seguace. E nel modo in cui viene ritratto sullo schermo, oltre che nella buona prova dei due interpreti, sta forse il maggior pregio della pellicola. Niente per cui entusiasmarsi, comunque.

12 settembre 2008

Il segreto di una donna (O. Preminger, 1949)

Il segreto di una donna (Whirlpool)
di Otto Preminger – USA 1949
con Gene Tierney, José Ferrer
**1/2

Visto in DVD.

Anna, bella e fragile moglie di un ricco psicanalista, è segretamente una cleptomane: pur di non rivelarlo al marito, preferisce affidarsi alle cure di un misterioso individuo, il dottor Korvo, astrologo e ipnotizzatore. Costui la plagia lentamente e riesce addirittura a farla accusare di omicidio, ma il marito (Richard Conte) e un anziano poliziotto (Charles Bickford) cercheranno di scoprire la verità. Raffinato noir che difetta forse di tensione (l'innocenza di Anna, per gli spettatori, non è mai in dubbio come invece per i personaggi della pellicola) ma è girato con grande stile da parte del regista, che fa abbondante uso dei primi piani e può contare sull'ottima fotografia in bianco e nero di Arthur Miller. Ingenuità psicanalitiche a parte, la sceneggiatura (di Ben Hecht) punta tutto sulla descrizione dei rapporti di forza e di debolezza fra i personaggi: nella prima parte mette al centro dell'attenzione quello interpretato da Gene Tierney e rivela come il suo matrimonio apparentemente perfetto non sia tutto rose e fiori. Nella seconda sale invece alla ribalta il folle Korvo, disposto ad auto-ipnotizzarsi pur di sopportare il dolore di un'operazione chirurgica necessaria per crearsi un alibi. Bello il finale, con la figura della donna uccisa che torna a vivere e a confrontarsi con l'assassino attraverso il suo ritratto e la sua voce, incisa su un disco. Cinque anni prima la Tierney aveva già collaborato con Preminger nel ben più memorabile "Vertigine" (e anche lì c'era di mezzo un ritratto...).

6 marzo 2008

Il gabinetto del dottor Caligari (R. Wiene, 1920)

Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari)
di Robert Wiene – Germania 1920
con Werner Krauss, Conrad Veidt
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, con cartelli in inglese.

Il manifesto dell'espressionismo tedesco, nonché precursore di molte pellicole con il twist ending (oggi un suo remake potrebbe benissimo essere girato da M. Night Shyamalan), è caratterizzato dalle scenografie sperimentali e pittoriche, deliranti e assurde, fasulle e contorte (case, strade e mobili sono distorti e obliqui come gli animi dei personaggi), da un senso di oppressione e paura che molti, col senno di poi, associarono al futuro avvento del nazismo, e da una storia piena di mistero e di suspense e con un finale memorabile, anche se a uno spettatore di oggi – abituato a tempi più rapidi e colpi di scena molteplici – potrebbe apparire poco intrigante. Il film si regge sulla possibile interpretazione di tutte le vicende (narrate in un lungo flashback) come del semplice frutto della fantasia e della paranoia di un malato di mente, rinchiuso in un manicomio, che sceglie come protagonisti del suo racconto i suoi compagni e il direttore dell'istituto (quest'ultimo naturalmente nei panni del "cattivo"). Proprio la follia del narratore permette di giustificare anche la deformità delle scenografie, trasfigurate dalla sua mente malata. Elementi come l'illusionismo e la magia, la fiera di paese, l'uomo ridotto ad automa e l'ambientazione senza tempo rimandano alla tradizione del racconto fantastico tedesco (alla E.T.A. Hoffmann), ma sottendono anche una critica di tipo politico e sociale. Fra le scene più memorabili ci sono quella in cui il sonnambulo Cesare penetra nella casa della fanciulla per rapirla e quella in cui il malvagio antagonista si aggira per le strade di notte, tormentato dalla sua ossessione di ripercorrere i passi del leggendario mistico Caligari (e attorno a lui compaiono le parole della frase "Du mußt Caligari werden!", "Tu devi diventare Caligari!", che fu voluta dal produttore Erich Pommer come slogan per il lancio dell'opera). Il regista, di origine polacca, realizzò il film (diviso in sei "atti") in sole tre settimane: in origine avrebbe dovuto girarlo il giovane Fritz Lang (Caligari come precursore di Mabuse, oltre che di Hitler?), che rifiutò per altri impegni di lavoro, anche se probabilmente i veri artefici del suo successo furono lo sceneggiatore Carl Mayer e gli scenografi Walter Röhrig, Herman Warm e Walter Reimann della rivista espressionista Der Sturm. La copia che ho visto era virata a colori.

26 agosto 2007

L'altro delitto (K. Branagh, 1991)

L'altro delitto (Dead again)
di Kenneth Branagh – USA 1991
con Kenneth Branagh, Emma Thompson
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Il secondo lungometraggio di Branagh, e primo suo film non shakespeariano, è un intricato giallo metafisico che si svolge parallelamente in due epoche: nel 1949, il compositore Roman Strauss viene giustiziato per aver ucciso la moglie Margaret con un paio di forbici. Quarant'anni dopo, il detective Mike Church indaga su una donna che ha perso la memoria: grazie a un ipnotizzatore scopre che potrebbe trattarsi della reincarnazione della moglie di Strauss, e che lui stesso sarebbe il suo assassino. Il karma, come spiega un bizzarro psicanalista interpretato da Robin Williams, esige che la storia si ripeta – ma questa volta chi sarà la vittima? Barcamendosi tra Aldrich, Hitchcock, Lynch e Alan Parker, il regista mantiene una certa leggerezza (il personaggio del detective è piuttosto sbarazzino) e si riserva alcuni colpi di scena nel finale. L'avevo visto una decina di anni fa e non ne avevo un buon ricordo, mentre stavolta mi è piaciuto di più, anche se non sempre il ritmo e la tensione sono al massimo. Nel cast anche Andy Garcia e una giovane Julianne Moore nei panni della suora che accudisce Emma Thompson all'inizio.