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2 febbraio 2022

Ladri di saponette (Maurizio Nichetti, 1989)

Ladri di saponette
di Maurizio Nichetti – Italia 1989
con Maurizio Nichetti, Caterina Sylos Labini
**1/2

Rivisto in divx.

Il regista Maurizio Nichetti è ospite in uno studio televisivo per presentare il suo ultimo film, un omaggio neorealista a "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica, che andrà in onda in serata. Ma le continue e invadenti interruzioni pubblicitarie creano uno strano cortocircuito con la pellicola: i personaggi del film – un disoccupato nell'Italia del dopoguerra (interpretato sempre da Nichetti, ma senza baffi) e la sua famiglia – si ritrovano a interagire con quelli dei commercial, scambiandosi di posto, e la trama deraglia. A un certo punto lo stesso Nichetti deve "entrare" nella pellicola per cercare di riportare la storia sui binari originali. Il quinto film del regista milanese è forse il suo lavoro più famoso e paradigmatico, per come gioca con uno dei temi a lui più cari, ovvero la dissonanza fra realtà e fantasia. O fra due tipi diversi di fantasia: quella del cinema neorealista, con il suo mondo in bianco e nero, funestato da drammi sociali ed eventi tragici; e quello della pubblicità, colorato e popolato da accattivanti jingle, da modelle seminude e inviti al consumismo. Attraverso la televisione, mezzo che non si fa scrupolo di mescolare le carte (le interruzioni pubblicitarie irrompono nei momenti meno opportuni, troncando le battute e alterando il flusso delle emozioni), anche mondi all'apparenza distinti possono fondersi e mescolarsi: e così un bambino povero viene esposto a merendine e giocattoli, una moglie disperata (Caterina Sylos Labini) si ritrova in un universo di elettrodomestici, un'appariscente modella straniera (Heidi Komarek) viene catapultata nello squallore dell'Italia del dopoguerra. La satira di Nichetti non si limita comunque all'invettiva contro la tv commerciale (o "berlusconiana") dell'epoca, ma è diretta anche ai tanti luoghi comuni del cinema d'autore (si pensi ad alcuni personaggi del film neorealista, come il prete interpretato da Renato Scarpa), all'intellettualità dei critici cinematografici (con Claudio G. Fava che interpreta sé stesso, disquisendo di Melville e di Lubitsch) e alle modalità di consumo di film e tv, distratta e superficiale, di una famiglia borghese qualunque (Massimo Sacilotto e Carlina Torta). Oggi il film passa raramente in televisione, forse perché avendo molte pubblicità inglobate al proprio interno (fasulle, come un recupero di "Ho fatto splash" proveniente dall'omonimo film dello stesso Nichetti, o reali, come quelle celebri del Cynar e del detersivo Aiax) si corre il rischio di confonderle con quelle che davvero interrompono in continuazione i programmi sui canali generalisti. Le musiche sono di Manuel De Sica, figlio appunto di Vittorio!

29 giugno 2021

Lost in translation (Sofia Coppola, 2003)

Lost in translation - L'amore tradotto (Lost in Translation)
di Sofia Coppola – USA/Giappone 2003
con Bill Murray, Scarlett Johansson
***

Rivisto in TV (Netflix).

In Giappone per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky, Bob Harris (Bill Murray), attore americano in declino nonché in crisi esistenziale e personale, si scopre sperduto e alienato, vittima del fuso orario ma anche di una cultura che non comprende. Troverà però una sorta di anima gemella nella giovane Charlotte (Scarlett Johansson), che risiede nel suo stesso albergo, dove ha seguito il marito per lavoro. Nonostante la differenza di età, i due si aggrapperanno l'uno all'altra per resistere e sopravvivere in qualche maniera in un mondo che appare vacuo ed estraneo. Forse tuttora il miglior film della Coppola, nonostante i tanti (troppi) stereotipi sul Giappone e le sue eccentricità possano renderlo fastidioso per chi conosce e ama quel paese. Ma in fondo non è importante dove veramente si svolge la storia: avremmo potuto trovarci in qualsiasi altro contesto "estraneo" in cui ci si senta intrappolati (e più il paese è esotico e distante, meglio è), volendo persino su un altro pianeta (tanto che la Coppola ripeterà l'operazione in "Somewhere", stavolta rappresentando sullo schermo il trash della tv italiana). Quel che è importante è il racconto malinconico e introspettivo di due solitudini che si incontrano e cercano di restare a galla insieme. Non è una storia romantica tradizionale (e infatti il sottotitolo italiano, "L'amore tradotto", è fuorviante oltre che stupido: molto indovinato invece quello originale, che oltre al livello metaforico fa riferimento alla buffa scena in cui l'interprete giapponese traduce a Bob a modo suo le lunghe sfuriate del regista dello spot pubblicitario), ma mette a confronto due personaggi che si trovano nell'impasse in differenti momenti della propria vita. Bob (interpretato da un Bill Murray il cui consueto sarcasmo è per una volta al servizio non della comicità ma di un personaggio depresso e introverso, e che proprio per questo sembra ancora più reale: che sia tale il vero lato privato dei comici?) è in crisi di mezza età, stanco della vita e di un matrimonio che va avanti per inerzia; Charlotte è invece all'inizio della propria vita ma già appare delusa e disillusa. E il fatto che siano lontani da casa, in un paese che sembra incomprensibile, e anche senza punti di riferimento (sono entrambi trascurati e ignorati dai rispettivi coniugi), non aiuta di certo ("Diventa più facile, poi?" chiede lei a lui). Alcune scene ritraggono il Giappone moderno (Tokyo) e quello antico (Kyoto), ma gran parte della pellicola è ambientata fra le mura dell'albergo (memorabile la scena in cui i due guardano in tv, di notte, una scena della "Dolce vita" di Fellini con i sottotitoli). E a proposito di "traduzioni" mancanti: alla fine, prima di separarsi, Bob abbraccia Charlotte e le sussurra qualcosa all'orecchio, ma noi non lo sentiamo: per noi spettatori il messaggio rimarrà un mistero. Oscar per la miglior sceneggiatura (firmata dalla stessa Coppola), più tre nomination per il film, la regia e l'attore protagonista. Giovanni Ribisi è il marito di Charlotte. Anna Faris è Kelly, divetta svampita. Catherine Lambert è la cantante nella lounge dell'albergo che canta "Scarborough Fair".

3 marzo 2020

La vittima designata (M. Lucidi, 1971)

La vittima designata
di Maurizio Lucidi – Italia 1971
con Tomas Milian, Pierre Clémenti
**

Visto in divx.

Il fotografo pubblicitario Stefano Augenti (Tomas Milian) conosce per caso l'ambiguo conte Matteo Tiepolo (Pierre Clémenti), che gli propone un patto: il conte ucciderà la moglie di Stefano, Luisa, lasciandolo libero di vendere le quote della società intestate alla consorte (che si oppone) e di rifarsi una vita con la sua amante, la modella Fabiane (Katia Christine); in cambio lui dovrà uccidere il fratello del conte. Stefano rifiuta, ma Matteo commette comunque l'omicidio ("Ho fatto tutto ciò che tu sognavi di fare e non ne avevi il coraggio"). Sospettato dalla polizia come autore del delitto, essendo l'unico ad avere un movente, Stefano non avrà altra scelta che portare a termine la propria parte del patto (in cambio della quale il conte ha promesso di procurargli un alibi di ferro)... Ambientato a Milano, a Venezia e sul lago di Como, un thriller chiaramente ispirato al classico di Hitchcock "L'altro uomo", alias "Delitto per delitto" (ma un personaggio, all'inizio del film, sembra quasi giustificare la cosa: "Ormai si è fatto tutto... Le idee ormai non servono più. È lo stile che conta"). Pur artificioso e implausibile in alcuni sviluppi, è salvato da discrete interpretazioni (con un Milian che, oltre a cantare il brano "My shadows in the dark", si doppia anche da sé: per questo motivo si dice che il personaggio è di origine venezuelana), che danno vita a interessanti caratterizzazioni (il protagonista è il classico borghese che di fronte alle difficoltà finisce sempre con lo scendere a compromessi, il conte è una figura morbosa, ambigua e fuori dal tempo, tanto che pare quasi appartenere a un altro film) e soprattutto dalla colonna sonora baroccheggiante firmata da Luis Bacalov insieme ai New Trolls, che qui fanno le prove per il "Concerto grosso".

23 maggio 2019

La vita agra (Carlo Lizzani, 1964)

La vita agra
di Carlo Lizzani – Italia 1964
con Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Luciano Bianchi (Tognazzi), intellettuale di provincia, lascia il paese natìo per trasferirsi a Milano dopo che un'esplosione ha devastato la miniera locale, causando 43 morti (il riferimento reale è alla tragedia di Ribolla, avvenuta nel 1954). La sua intenzione è quella di farsi giustizia, distruggendo con il tritolo l'enorme grattacielo (il “torracchione”) in cui ha sede la compagnia mineraria. Ma nel corso di un anno (raccontato tutto in un lungo flashback), la sua spinta rivoluzionaria si esaurirà e lui finirà con rientrare nei ranghi e farsi riassorbire dal “sistema”. Dal romanzo semi-autobiografico di Luciano Bianciardi, sceneggiato con Luciano Vincenzoni, una pellicola antropologica, dai toni a tratti surreali (Tognazzi parla in prima persona direttamente allo spettatore) e satirici, che riflette sull'Italia moderna, sulle conseguenze del miracolo economico, sulla trasformazione della società e della cultura (per mantenersi Luciano cambia diversi lavori, da consulente culturale a traduttore di romanzi dall'inglese, trovando infine successo come ideatore di slogan pubblicitari (ovvero “persuasore occulto”), finendo col tornare a lavorare come responsabile del marketing proprio per quella compagnia che lo aveva licenziato in precedenza). Se in provincia ha lasciato una moglie e un figlio, nonché il ruspante amico Libero (Giampiero Albertini) con il quale si è accordato per distruggere il grattacielo, in città si trova un'amante, la giornalista Anna (Giovanna Ralli), anch'essa inizialmente contestatrice e poi riassorbita pian piano in un ruolo borghese. Insieme a lei si trasformerà proprio in quell'“italiano medio” verso il quale provava insofferenza: passa da una squallida pensione a una camera in affitto (nell'appartamento di una bizzarra coppia “svizzera”), fino all'acquisto di una casa propria nelle periferie in via di sviluppo (oltre a un'automobile, passando dalla condizione di “pedone” schiacciato ai margini della strada a quella di “autista” che la strada la occupa, sia pure imbottigliato nel traffico). Nel complesso, un film dai toni acuti che ritrae in modo emblematico (e senza retorica passatista) un periodo storico-culturale ben preciso, quello in cui l'Italia stava diventando un paese moderno, con tutte le contraddizioni del caso: molti temi anticipano addirittura “Fight Club” (benché la costellazione psicologica sia ben diversa). In alcune sequenze c'è un giovane Enzo Jannacci che canta in trattoria un paio di canzoni poco note (fra cui "L'ombrello di mio fratello"). Nel romanzo (e nella realtà), Bianchi/Bianciardi proveniva da Grosseto e non da Guastalla.

15 novembre 2018

Ho fatto splash (Maurizio Nichetti, 1980)

Ho fatto splash
di Maurizio Nichetti – Italia 1980
con Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro
**1/2

Rivisto in TV.

Angela (Finocchiaro), Luisa (Morandini) e Carlina (Torta: i personaggi hanno gli stessi nomi delle tre attrici) dividono un appartamento milanese a Porta Venezia, insieme a un bambino, figlio di una quarta coinquilina che è partita per un viaggio intorno al mondo. Delle tre, soltanto Carlina ha un lavoro stabile (fa l'insegnante in una scuola elementare) e porta a casa uno stipendio: Luisa aspira a fare l'attrice (con piccole parti a teatro e negli spot pubblicitari) e Angela è una pittrice sciroccata. A ravvivare ulteriormente l'atmosfera in casa, arriva il cugino di Carlina (Nichetti), che si era addormentato da piccolo guardando la televisione e si è appena risvegliato dopo un sonno durato oltre vent'anni... Il secondo film di Nichetti dopo "Ratataplan" è un libero susseguirsi di situazioni surreali e di scenette comiche ed episodiche che da un lato guardano alla comicità del muto (significativamente, nella casa delle ragazze spiccano, fra le altre cose, dei ritratti di Chaplin, Keaton, Oliver & Hardy e i fratelli Marx), per esempio nelle sequenze in cui il protagonista porta il caos in luoghi istituzionali (in chiesa, a teatro), e dall'altro cercano di abbozzare una satira sociale tipica della commedia all'italiana, benché filtrata attraverso l'ironia strampalata e grottesca, quasi "da fumetto", tipica dell'attore/regista. Il quale, fedele al proprio personaggio stralunato, resta in silenzio per l'intero film, con l'eccezione di un'unica frase, quella che dà il titolo al film (pronunciata durante le riprese di uno spot all'Idroscalo) e che diventa involontariamente un fortunato slogan pubblicitario per una bibita gassata. E proprio la pubblicità e la televisione, anzi la dipendenza (soprattutto da parte dei bambini e dei giovani) da questa, sono il filo conduttore della pellicola: sin dalla scena iniziale, in cui assistiamo all'indisciplina che regna nella classe in cui insegna Carlina (fra le altre cose, uno degli scolari fa il verso al Fonzie di "Happy Days"), per proseguire con l'attrazione irresistibile del bambino che vive in casa delle ragazze per i cartoni animati sul piccolo schermo (anche se non sembra far altro che guardarsi in loop la sigla italiana di "Gundam") e per la popolarità virale conquistata dal jingle "Ho fatto splash". Ma ce n'è per la società in generale (i giovani ribelli, il ladro gentiluomo, l'architetto "madonnaro", l'ingordigia degli invitati al pranzo di nozze, il mondo del teatro, con una presa in giro di Giorgio Strehler nella sequenza che mostra il suo allestimento de "La tempesta" di Shakespeare al Teatro Lirico). Guido Manuli ha collaborato alla sceneggiatura e ha disegnato le animazioni.

15 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (M. McDonagh, 2017)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri
(Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
di Martin McDonagh – USA/GB 2017
con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Chiara.

Per ottenere giustizia per sua figlia Angela, il cui stupro e omicidio è rimasto irrisolto, l'ostinata Mildred Hayes (McDormand) affigge tre giganteschi manifesti appena fuori dalla cittadina di Ebbing allo scopo di invitare la polizia locale, guidata dallo sceriffo Bill Willoughby (Harrelson), a indagare con maggior solerzia, attirando in questo modo anche l'attenzione dei media. L'iniziativa non viene ben vista dalla comunità, e soprattutto dai colleghi di Willoughby, benvoluto da tutti anche perché con un tumore in fase terminale. Fra questi spicca l'agente Dixon (Rockwell), immaturo, violento, razzista e represso: ma sarà proprio lui a trovare una sorta di redenzione. "La rabbia genera rabbia" è la frase chiave del film (ironicamente pronunciata dal personaggio più "stupido" di tutti, l'amante diciannovenne del marito della protagonista): la faida fra la tostissima Mildred (l'attrice ha affermato di essersi ispirata a John Wayne per il suo personaggio) e il corpo di polizia di Ebbing, che si ingantisce sempre più (fra minacce, pestaggi, incendi dolosi) e che finisce col coinvolgere anche gli altri abitanti del paese (l'altro figlio della donna, la sua collega di lavoro, l'agente pubblicitario, vari simpatizzanti per l'una o per l'altra parte), sarà superata soltanto grazie ai sensi di colpa e alla presa di coscienza che la propria rabbia e il proprio odio devono essere incanalati in qualche maniera (come e dove incanalarli è il vero problema). La provincia americana fa da sfondo a una vicenda stratificata che ricorda certe opere di Clint Eastwood ("Mystic River") e, per la commistione fra dramma morale e comicità nera e grottesca (con alcuni momenti persino esilaranti), dei fratelli Coen ("Fargo", con la stessa McDormand) o Tarantino (già modello per il precedente "Sette psicopatici"): ma i temi sono qui filtrati da una sensibilità europea (McDonagh, al terzo lungometraggio e anche sceneggiatore, è britannico di origine irlandese) che rende più complessi e sfaccettati i personaggi, nessuno dei quali è puramente buono o cattivo. I tre protagonisti principali (Mildred, lo sceriffo Willoughby e l'agente Dixon) hanno sia pregi che difetti, mostrano lati contradditori, eppure a tratti simpatizziamo per ciascuno di loro (Dixon, in particolare, è quello che maggiormente si evolve nel corso della vicenda). E la violenza e l'aggressività si raffreddano e si stemperano talvolta in momenti catartici che mostrano un desiderio di riappacificazione (si pensi anche all'incontro in ospedale fra Dixon e Red Welby, il concessionario pubblicitario da lui pestato). Il finale aperto è poi la ciliegina sulla torta, e contribuisce ad allargare il significato del film al di là della specifica vicenda. Un piccolo gioiellino, premiato ai Golden Globe e in corsa fra i favoriti per l'Oscar. Nel cast anche John Hawkes (il marito di Mildred), Peter Dinklage, Lucas Hedges, Caleb Landry Jones, Abbie Cornish, Sandy Martin.

21 novembre 2017

Preferisco l'ascensore (Newmeyer, Taylor, 1923)

Preferisco l'ascensore (Safety last!)
di Fred C. Newmeyer, Sam Taylor – USA 1923
con Harold Lloyd, Mildred Davis
***1/2

Visto su YouTube.

Una delle immagini più iconiche nella storia del cinema, in particolare del cinema muto, è quella che mostra Harold Lloyd aggrappato alle lancette di un orologio e sospeso nel vuoto. È stata ripresa e omaggiata più volte, per esempio in "Ritorno al futuro" (con un altro Lloyd, Christopher, nella stessa situazione), in "Hugo Cabret", e da Jackie Chan in "Project A" (il funambolo cinese ha sempre indicato in Lloyd uno dei suoi modelli di riferimento). L'attore americano, noto per il suo "personaggio con gli occhiali" (chiamato semplicemente "The boy" nei titoli dei suoi film) è da considerare il terzo grande comico dell'epoca del muto insieme a Charlie Chaplin e Buster Keaton, con i quali negli anni venti rivaleggiava in popolarità, anche se oggi è assai meno conosciuto di loro. Questo film, per via della scena dell'orologio (e in generale di tutta la sequenza conclusiva) ma non solo, è senza dubbio il suo lavoro più famoso. La trama vede il protagonista lasciare il suo paesino di provincia per andare in cerca di fortuna a New York, dove non troverà che un modesto impiego da commesso nel reparto tessuti di un grande magazzino. Quando sente che il proprietario intende elargire una lauta ricompensa a chi troverà il modo di attirare più clienti, decide di organizzare un grande evento pubblicitario: il suo coinquilino, un agile operaio edile abituato a lavorare a grandi altezze (interpretato dallo stuntman Bill Strother, celebre all'epoca come "mosca umana"), dovrà scalare a mani nude la facciata del palazzo di fronte al negozio. Per una serie di sfortunati eventi, però, al posto dell'amico sarà proprio lui a dover eseguire l'arrampicata! L'impresa, già difficile di suo, sarà resa ancora più ardua da (comicissime) disavventure che si succederanno piano dopo piano. L'eccezionale sequenza, girata in maniera magistrale, è davvero da brividi, e combina l'umorismo con la suspense e le vertigini, grazie anche agli "effetti ottici" che sfruttano la profondità di campo nelle varie inquadrature, mostrando le strade, i passanti e il traffico sotto lo sventurato ragazzo. Ma il resto del film non è da meno, zeppo di gag slapstick in cui il protagonista – ambizioso e intraprendente – si mette nei guai e cerca ingegnosamente di uscirne, realizzate con un perfetto uso dei tempi e gestione degli spazi. Mildred Davis è la fidanzata alla quale Harold fa credere di essere il direttore del negozio. Prodotto da Hal Roach (co-autore anche del soggetto).

16 novembre 2017

The square (Ruben Östlund, 2017)

The square (id.)
di Ruben Östlund – Svezia 2017
con Claes Bang, Elisabeth Moss
***

Visto al cinema Arlecchino.

Christian è il curatore di un museo d'arte contemporanea, la cui nuova installazione ("The square", appunto) dovrebbe invitare i visitatori a mettere in mostra il proprio lato più altruista. Ma lui stesso scoprirà com'è difficile dare fiducia al prossimo e rimanere fedele a quelli che, in fondo, sono soltanto ideali un po' ipocriti e superficiali. In una pellicola surreale e provocatoria, che gli è valsa la Palma d'Oro al Festival di Cannes, Östlund porta sullo schermo una Stoccolma invasa da mendicanti cui nessuno presta attenzione, dove dare aiuto al prossimo non passa nemmeno per la testa (e quando viene fatto, ci sono spiacevoli conseguenze), dove arte e realtà si confondono (le installazioni e le "performance" organizzate dal museo sono bizzarre e fuori controllo tanto quanto le conferenze stampa di presentazione delle stesse), dove la pubblicità e le PR superano la soglia del buon gusto, suscitando reazioni se possibile ancor più fasulle e ipocrite, dove non si pensa alle conseguenze delle proprie azioni (anche se a fin di bene), dove si possono sfruttare i bambini o gli immigrati per un'aggressiva campagna di comunicazione ma gli si sbatte la porta in faccia quando questi si presentano a chiedere aiuto. I temi sono affrontati con un tono leggero e velatamente ironico (con gli scandinavi, a dire il vero, è sempre difficile capire se si deve ridere o meno), episodico e surreale (la scimmia nell'appartamento), con una regia geometrica che ripropone in numerose inquadrature la forma del quadrato (ma "the square" può tradursi anche con "la piazza": una cornice che separa l'interno dall'esterno, il chiuso dall'aperto), dalla palestra dove si esibiscono le figlie del protagonista alla tromba delle scale del palazzo dove vive chi gli ha rubato il cellulare. Fra contraddizioni, individualismi, paure, pregiudizi, provocazioni artistiche o intellettuali che si parlano addosso (e che vengono giustamente insultati o messi alla berlina), la vita sembra arte (moderna) e viceversa, dunque fasulla anche nei suoi momenti più preziosi (come il sesso o la solidarietà). Lo dimostra anche il fatto che numerosi episodi (la messinscena per rubare il cellulare, l'uomo con la sindrome di Tourette, la performance dell'uomo-bestia interpretato dallo stuntman Terry Notary), per quanto strani, sono capitati davvero a Östlund o ne è stato testimone. Il risultato, a tratti divertente, a tratti artificioso, inquietante o persino sgradevole, colpisce nel segno quando mette in luce la "cattiva coscienza" delle elite culturali e un po' di tutti noi, o – come l'ha definita Pedro Almodóvar, presidente di giuria a Cannes – la "dittatura del politicamente corretto", prima ancora che la decadenza dell'arte o della comunicazione (come faceva invece "La grande bellezza"). Il sospetto è che dietro gli ideali, le apparenze e gli atteggiamenti di Christian e di tutti quelli come lui, non ci sia nulla ("You have nothing", recita la scritta al neon in una delle sale del museo). Nella colonna sonora impazza l'Ave Maria di Gounod nella versione di Yo-Yo Ma e Bobby McFerrin.

9 dicembre 2016

Boccaccio '70 (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica, 1962)

Boccaccio '70
di Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica – Italia 1962
con Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Sophia Loren
**

Visto in divx.

Ideato da Cesare Zavattini (non nuovo a questo tipo di progetti: si vede che amava particolarmente le pellicole collettive), un film in quattro episodi – ciascuno di circa 50 minuti: il totale supera le tre ore, decisamente troppe – che intende aggiornare le novelle del Boccaccio e il loro tema (l'amore e il sesso) alla contemporaneità. Il risultato, però, francamente non è esaltante: la pellicola tira per le lunghe soggetti che forse meritavano maggior concisione (oppure, se proprio si volevano approfondire i personaggi, dei film a sé stanti) e non si amalgamano fra loro, risultando interessante principalmente per i nomi coinvolti e come documento di costume. Gli episodi di Fellini e di Visconti, comunque, spiccano sugli altri e non tradiscono le caratteristiche più tipiche dei loro autori.

"Renzo e Luciana", di Mario Monicelli (**), con Marisa Solinas e Germano Gilioli
La segretaria Luciana e il fattorino Renzo sono costretti a tenere nascosto il loro amore e persino a sposarsi in segreto, per non farsi licenziare dall'azienda dove entrambi lavorano. In nome dell'amore, sapranno però ribellarsi al moralismo ipocrita che li circonda. Ambientato in una Milano di periferia, fredda e ostile, l'episodio più (neo)realista e meno divertente del film (venne persino eliminato dalla versione internazionale della pellicola), interessante come spaccato sociale degli anni sessanta ma non particolarmente avvincente. Tratto dal racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dall'antologia "Gli amori difficili", sceneggiato dallo stesso Calvino con Giovanni Arpino e Suso Cecchi d'Amico. Il titolo è un evidente richiamo ai "Promessi sposi".

"Le tentazioni del dottor Antonio", di Federico Fellini (***), con Peppino De Filippo e Anita Ekberg
Antonio Mazzuolo è un rigido e inflessibile fustigatore della morale altrui. Indignato perché di fronte alle sue finestre è stato installato un cartellone pubblicitario con una seducente pin-up, fa di tutto per farlo rimuovere. Ma l'immagine lo ossessiona al punto da comparire anche nei suoi sogni... La prima parte costruisce il protagonista e la sua crociata contro tutto ciò che è immorale o "pornografico" (dalle coppiette che si appartano, alle riviste vendute nelle edicole). La seconda, di registro onirico, è surreale e allucinata, con una Ekberg gigante che cammina di notte per le strade di Roma. Alla sceneggiatura hanno contribuito Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. La colonna sonora di Nino Rota comprende la canzoncina-jingle "Bevete più latte!", un vero tormentone. Primo lavoro di Fellini a colori (anticipando di tre anni "Giulietta degli spiriti").

"Il lavoro", di Luchino Visconti (**1/2), con Tomas Milian e Romy Schneider
Finito sui giornali per uno scandalo con ragazze squillo, il giovane e scapestrato conte Ottavio deve vedersela con l'ira flemmatica della moglie tedesca Pupe, che vorrebbe lasciarlo e cercarsi un lavoro (anche se si preoccupa: "I lavoratori si annoiano? Ma fino all'angoscia?"). L'episodio più esistenzialista e nichilista del lotto, ambientato tutto nei vasti saloni della dimora milanese del conte, che mette a confronto le vacue preoccupazioni di quest'ultimo con quelle della consorte, degli avvocati e della servitù (tutti personaggi che sembrano muoversi – e vivere – su piani paralleli e mai destinati a incontrarsi veramente). La sceneggiatura, di Visconti e Suso Cecchi d'Amico, è ispirata alla novella di Guy de Maupassant "Sul bordo del letto".

"La riffa", di Vittorio De Sica (**), con Sophia Loren e Luigi Giuliani
A Lugo, durante una fiera di paese, una lotteria clandestina mette in palio una notte d'amore con la bellissima maggiorata Zoe, imbonitrice di un baraccone di tiro a segno. A vincere sarà il timido sacrestano locale, ma la donna preferirebbe fuggire con il giovane allevatore che poco prima l'aveva salvata dalla carica di un toro... Sceneggiato dallo stesso Zavattini, poco più di una barzelletta tirata per le lunghe, con la Loren (e la sua carica erotica) assoluta protagonista, in un mondo di piccola gente di paese, contadini e allevatori che per trasorrere una notte con lei farebbero follie. La musica è di Armando Trovajoli.

2 giugno 2015

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio (P. Almodóvar, 1980)

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio
(Pepi, Luci, Bom y otras chicas del montón)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1980
con Carmen Maura, Félix Rotaeta
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il primo vero film di Almodóvar, girato con pochi mezzi (e si vede) ma già ricolmo di tutti i suoi personaggi e le sue tematiche: al centro un gruppo di ragazze (il "montón" del titolo originale) che frequentano il sottobosco alternativo di una Madrid fatta di musica punk, trasgressione, arte, libertà, omosessualità e travestitismo. Pepi (Carmen Maura), aspirante scrittrice e regista (che nel corso della pellicola scriverà la propria storia e quella delle sue amiche: e se il film che stiamo vedendo fosse proprio il frutto della sua fantasia anziché la realtà?), è costretta a cedere la propria verginità a un poliziotto (Félix Rotaeta) che ha scoperto che coltiva piante di marijuana sul terrazzo. Per vendicarsi, ne seduce la moglie Luci (Eva Siva), casalinga con tendenze masochistiche. Ben presto Luci abbandona il marito per frequentare Bom (Olvido Gara), giovane cantante punk che ne diventa la "padrona"... Fra festini improvvisati, concerti scalcinati, progetti di lavoro eccentrici o a lungo termine, perversioni vissute con naturale leggerezza, il film scoppia di colore e vitalità, lasciando intravedere – pur con una confezione raffazzonata e una diffusa povertà tecnica – la mano di un autore destinato a fare strada. La struttura episodica (non si contano i personaggi minori che irrompono in una scena per essere poi dimenticati nel resto della pellicola: la donna barbuta, l'attrice vestita da Rossella O'Hara, ecc.) favorisce l'impressione di un racconto di tranche de vie, quasi bohémiano, in cui si alternano momenti che costruiscono la trama ad altri di puro e satirico intrattenimento all'insegna del trash (vedi gli "spot pubblicitari" ideati da Pepi per le mutande Ponte, la cui protagonista è Cecilia Roth). A contrapporsi a questo gruppo di personaggi, in cerca di libertà e di autodeterminazione (anche sessuale), non poteva essere che un rappresentante dell'ordine e del sistema: il poliziotto prevaricatore e reazionario, evidente residuo di quel regime franchista che in Spagna era caduto da pochissimo tempo. Carmen Maura rimarrà a lungo l'interprete preferita del regista. Belli e colorati i titoli di testa, così come gli occasionali cartelli (che ricordano il cinema muto) in stile cubista. Il titolo originale funziona meglio di quello italiano, per via della rima.

24 dicembre 2014

Il miracolo della 34ª strada (G. Seaton, 1947)

Il miracolo della 34ª strada (Miracle on 34th Street)
di George Seaton – USA 1947
con Maureen O'Hara, Edmund Gwenn
***

Rivisto in divx.

In vista delle festività natalizie, Doris Walker (Maureen O'Hara), addetta alle pubbliche relazioni di un grande magazzino di New York, assume come Babbo Natale un arzillo vecchietto (Edmund Gwenn) che afferma di chiamarsi Kris Kringle e di essere l'unico, autentico, Santa Claus. Il suo bizzarro modo di interpretare il proprio lavoro (suggerendo ai clienti dove possono trovare i giocattoli che il negozio non ha a disposizione, ovvero rivolgendosi alla concorrenza) fa sensazione presso l'opinione pubblica e rende estremamente popolare il grande magazzino, tanto che l'iniziativa contagia presto altri negozianti, in una corsa (non del tutto disinteressata, sia chiaro) alla bontà e all'altruismo. Ma quando uno psichiatra lo denuncia, la sua sanità mentale diventa oggetto di un processo in tribunale. L'uomo sarà difeso da un giovane avvocato (John Payne) che intende far riconoscere ufficialmente con una sentenza l'esistenza di Babbo Natale. Uno dei primi e più celebri film "natalizi" hollywoodiani, rifatto più volte in seguito (in particolare nel 1994, con Richard Attenbourogh nei panni di Kris Kringle), è una commedia che ha fra i suoi molti pregi quello dell'ambiguità: la pellicola funziona ed è godibile allo stesso modo se si crede che Kris sia davvero Babbo Natale o, viceversa, se si interpreta la sua storia come quella di un folle vaneggiamento. Il "miracolo" del titolo, infatti, si riferisce allo spirito natalizio, all'altruismo e alla generosità che finiscono col permeare tutti i personaggi, dai proprietari dei grandi magazzini fino alla divorziata Doris, inizialmente scettica e contraria a tutto ciò che non è "realistico", al punto da rifiutarsi di leggere fiabe alla propria figlia (una giovanissima Natalie Wood): "altrimenti perderà il senso della realtà e aspetterà che un giorno si presenti il principe azzurro", afferma, dimostrando che il suo atteggiamento è frutto delle proprie delusioni sentimentali. La presenza di Kringle riporterà anche lei a sognare e a "credere, anche quando il buon senso afferma il contrario": ma il film non è mai retorico, lascia che ognuno si faccia la propria idea sulla reale natura di Babbo Natale, e fra le altre cose fa anche riflettere sul rapporto fra la festività e il consumismo, il commercio e la pubblicità, la giustizia e la politica (impagabili i personaggi del giudice, in estremo imbarazzo nel doversi esporre dichiarando davanti all'opinione pubblica che per la legge Babbo Natale non esiste; o del procuratore distrettuale, messo in difficoltà dal suo stesso figlioletto durante l'udienza). L'intera sequenza in tribunale richiama alcune celebri sequenze del fumetto americano, come quelle del processo a Poopdeck Pappy (il padre di Braccio di Ferro) o a Eta Beta, in cui le istituzioni tentano in qualche modo di mettere "fuori gioco" personaggi fuori dagli schemi e dalle regole, naturalmente finendo con il riconoscere che non sempre follia e sanità mentale sono facilmente delimitabili. In questo caso, al termine del film, l'identità di Kris Kringle come Babbo Natale sarà paradossalmente "provata" dal fatto che le Poste americane, diretta emanazione del governo degli Stati Uniti, lo riconoscono come tale perché consegnano a lui le missive che i bambini indirizzano a Santa Claus! Seaton, anche sceneggiatore, si ispirò a un racconto di Valentine Davies. Curiosamente, i produttori decisero di fare uscire il film a maggio (perché d'estate i cinema erano più affollati), addirittura celandone l'ambientazione natalizia nei trailer e nelle locandine. Nel cast anche Porter Hall (lo psichiatra) e Gene Lockhart (il giudice). Quattro premi Oscar, fra cui Gwenn come miglior attore non protagonista.

20 febbraio 2014

What women want (Nancy Meyers, 2000)

What Women Want - Quello che le donne vogliono (What Women Want)
di Nancy Meyers – USA 2000
con Mel Gibson, Helen Hunt
**

Visto in TV.

A causa di un bizzarro incidente domestico, Nick Marshall (Gibson), creativo pubblicitario maschilista e dongiovanni, si scopre in grado di percepire nella propria testa i pensieri delle donne ("Se gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, lei ora può parlare il venusiano", gli spiega una psicologa). E quello che all'inizio sembrava un incubo si rivela un dono piovuto dal cielo, perché gli consente di fare carriera ("rubando" le idee alla collega-rivale Darcy McGuire, più in sintonia con il target da conquistare), di sedurre ogni ragazza (cogliendo il momento giusto per farsi avanti) e in generale di rendersi popolare con le donne (fingendosi sensibile e attento alle loro esigenze e preoccupazioni). Ma anche di migliorare la propria indole, stringendo così un vero rapporto con la figlia teenager Alex (Ashley Johnson) e scoprendosi sinceramente innamorato di Darcy (Helen Hunt). Costruita su uno spunto semplice e simpatico, un'innocua commedia romantico-fantastica che recupera (e aggiorna agli anni duemila) il tema dello scontro fra i sessi che aveva fatto la fortuna dei classici sofisticati di Cukor e delle screwball comedy di Hawks. Geniale l'idea di ambientare la pellicola nel mondo delle agenzie pubblicitarie, i cui creativi, per avere successo, devono proprio cercare di entrare nella mente del loro pubblico. Peccato solo che il ritmo e il brio della prima parte finiscano lentamente con l'esaurirsi nella seconda, quando il film cessa di sfruttare lo spunto fantastico di partenza e sfocia nella più convenzionale commedia romantica di stampo hollywoodiano. Comunque buona (e autoironica) la prova di Gibson, che balla con un appendiabiti sulle note di Sinatra (tutta la colonna sonora è a base di classici anni '50) e si fa la ceretta depilatoria alle gambe nel tentativo di "calarsi nella psicologia femminile". Nel cast anche Marisa Tomei (la ragazza del caffè), Alan Alda (il capo dell'agenzia pubblicitaria) e Bette Midler (la psicologa). Nel 2011 è uscito un remake cinese con Andy Lau e Gong Li.

3 luglio 2013

Kate & Leopold (James Mangold, 2001)

Kate & Leopold (id.)
di James Mangold – USA 2001
con Hugh Jackman, Meg Ryan
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Leopold Mountbatten (Hugh Jackman), giovane e sognatore duca di Albany che vive nella New York di fine ottocento, si ritrova catapultato ai giorni nostri grazie a un varco spazio-temporale scoperto (sotto il ponte di Brooklyn!) dal fisico dilettante Stuart Besser (Liev Schreiber). Durante la settimana che è costretto a trascorrere nel ventunesimo secolo si innamorerà di Kate McKay (Meg Ryan), vicina di casa (nonché ex ragazza) di Stuart e pubblicitaria in carriera, a sua volta affascinata dai modi educati e "fuori dal tempo" del giovane duca. Scontata commedia romantica a sfondo fantastico (ma il viaggio nel tempo è solo uno spunto per dare inizio – e conclusione – alla vicenda) con tutti i cliché del genere (l'amico buffo, il momento di crisi, il lieto fine) e un'improbabile coppia di protagonisti che funziona meglio nelle scene in cui sono separati che non quando compaiono insieme. Leopold dimostra di sapersi adattare molto in fretta alla vita moderna, diventando persino testimonial pubblicitario (e aiutando così Kate a far carriera), salvo poi tirarsi indietro quando scopre che il prodotto che dovrebbe pubblicizzare è di bassa qualità. Breckin Meyer è il fratello di Kate, convinto che Leopold sia un attore. Non mancano gli anacronismi, alcuni dei quali "corretti" nella versione italiana (in originale Leopold mostra di conoscere "La Bohème" di Puccini, che fu composta ben dopo il 1876 da cui proviene, e infatti il doppiaggio la sostituisce con "La traviata" di Verdi), e naturalmente i consueti paradossi temporali (nella versione "Director's Cut" si suggerisce addirittura che Stuart sia un discendente di Kate e Leopold). Jackman e Schreiber si ritroveranno faccia a faccia nel primo film "a solo" di Wolverine, nei panni rispettivamente dell'eroe e della sua nemesi Sabretooth (e proprio Mangold dirigerà le successive pellicole dell'X-Man con gli artigli).

11 maggio 2013

No – I giorni dell'arcobaleno (Pablo Larraín, 2012)

No – I giorni dell'arcobaleno (No)
di Pablo Larraín – Cile 2012
con Gael García Bernal, Alfredo Castro
***

Visto al cinema Eliseo.

Nel 1988, la dittatura militare cilena fu costretta – anche da pressioni internazionali – a organizzare un referendum per chiedere al popolo se mantenere il generale Pinochet al potere per altri otto anni o se, al contrario, indire delle elezioni democratiche. Per la prima volta in quindici anni, alle forze di opposizione venne dato spazio in televisione (quindici minuti al giorno, a tarda ora, per ventisette giorni) per lanciare la propria campagna per il "No". Contro ogni pronostico, fu proprio il "No" a vincere e a porre così fine al governo della giunta. Con un film semidocumentaristico e che fa ampio ricorso a filmati e materiali d'epoca, Larraín conclude la sua trilogia sulla dittatura cilena: dopo "Post mortem", che ne descriveva i tumultuosi inizi con il colpo di stato ai danni di Salvador Allende, e "Tony Manero", che ne ritraeva la terribile e quotidiana "normalità", ecco una pellicola che ne racconta la fine. E come negli altri due film, lo fa da un insolito punto di vista, quello di René Saavedra (Bernal), giovane pubblicitario di successo, incaricato di mettere a punto la creatività della campagna per il "No". Le difficoltà (le scarse risorse, le intimidazioni della giusta, l'ostilità dei colleghi di lavoro – il suo capo, interpretato dall'Alfredo Castro che era stato il protagonista dei due precedenti film, lavora invece per il "Sì" – e soprattutto la paura e il pessimismo diffuso che spingevano molti cileni verso l'astensione) vengono superate grazie all'intuizione di sfruttare il linguaggio pubblicitario proprio come se si trattasse di "vendere" un prodotto, lanciando un messsaggio più semplice possibile. L'idea chiave è quella di ammantare la campagna di toni giocosi e allegri: al "No" viene abbinato un arcobaleno, i claim e i jingle intonano "Cile, l'allegria sta arrivando!", e l'ironia la fa da padrona. Passo dopo passo, l'atmosfera cambia e la situazione si capovolge, fino alla vittoria alle urne. Meno cupo, intenso ed esistenzialista dei due film precedenti, "No" descrive alla perfezione il potere della pubblicità, che trasforma in marketing anche l'attivismo politico (irritando coloro che avrebbero preferito comunicare al pubblico il proprio programma, oppure mettere in luce gli orrori e i crimini della dittatura: indicativo come, terminata l'esperienza della campagna per il referendum, René torni al suo normale lavoro e a pubblicizzare prodotti di scarsa qualità, come bibite o telenovele, con lo stesso metodo e le stesse strategie) ma anche il contagioso potere dell'ottimismo e dell'allegria, forse davvero il modo migliore per opporsi a una dittatura senza scendere sul suo stesso terreno fatto di violenza e sopraffazione. Basato su un dramma inedito di Antonio Skármeta, "El plebiscito", il film si caratterizza anche per la cura nella ricostruzione storica e il realismo delle immagini (il formato in 4:3 e la fotografia sovraesposta danno spesso l'impressione di assistere a un filmato girato in quei tempi), che si spiega anche con la decisione, da parte del regista, di utilizzare una videocamera a nastro magnetico e a bassa definizione, identica a quelle che erano usate dalle televisioni cilene negli anni ottanta. Anche per questo, l'ampio ricorso a materiali d'archivio (le vere campagne dell'epoca, le interviste, le scene degli scontri di piazza) non stonano al fianco del girato moderno. Interessante il cameo di protagonisti dell'epoca come i veri Patricio Aylwin (che l'anno dopo venne eletto presidente del Cile) e Patricio Bañados (l'anchorman televisivo), il cui aspetto attuale e invecchiato "sfuma" in quello più giovane delle riprese d'epoca. Vincitore della Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, è anche il primo (e finora unico) lungometraggio cileno ad aver ricevuto una nomination agli Oscar per il miglior film straniero.

8 febbraio 2011

Ro.Go.Pa.G. (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, 1963)

Ro.Go.Pa.G. - Laviamoci il cervello
di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti – Italia/Francia 1963
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in quattro episodi: il titolo è formato dalle prime lettere dei nomi dei registi. Fra i segmenti spicca soprattutto quello di Pasolini, alla sua terza fatica cinematografica dopo "Accattone" e "Mamma Roma". Alla sua uscita venne condannato per vilipendio alla religione, e il regista fu costretto a modificarne alcuni passaggi.

"Illibatezza", di Roberto Rossellini, con Rosanna Schiaffino e Bruce Balaban (*1/2)
Una hostess dell'Alitalia (che al geloso fidanzato invia pellicole da lei filmate anziché lettere d'amore) viene corteggiata a Bangkok da un invadente uomo d'affari americano. Per sbarazzarsene, visto che lui è attratto dal suo aspetto perbene, comincia a comportarsi in maniera più trasgressiva. Episodio insignificante, decisamente il meno interessante del lotto. Come colonna sonora c'è la melodia di "Casta diva".

"Il nuovo mondo", di Jean-Luc Godard, con Jean-Marc Bory e Alexandra Stewart (**)
In seguito a un'esplosione atomica sui cieli di Parigi, gli abitanti della città cominciano a perdere la propria umanità e a comportarsi in maniera apatica e meccanica. Il protagonista se ne rende conto osservando il cambiamento sfuggente e imprevedibile della donna di cui è innamorato (e che gli dice frasi come "io ti ex-amo") . Un approccio intellettualistico e filosofico ai pericoli di "un futuro atomico forse già cominciato".

"La ricotta", di Pier Paolo Pasolini, con Orson Welles e Mario Cipriani (***1/2)
Una troupe cinematografica sta girando sulle colline intorno a Roma un film in costume sulla passione di Cristo. Il poveraccio Stracci, che interpreta la parte del ladrone buono, consegna il suo cestino del pranzo alla propria famiglia e poi, per non morire di fame, vende il cagnolino della prima attrice (Laura Betti) in cambio di pane e ricotta. Dopo essersi abbuffato, morirà sulla croce prima ancora di recitare la sua unica battuta. Straordinario affresco con il quale Pasolini attualizza la rappresentazione sacra, fondendo realismo e visionarietà, dramma e umorismo, spirito religioso (l'empatia verso l'umile protagonista, un "morto di fame" schernito da tutti) e invettiva sociale (l'ira del regista contro l'uomo medio, definito come "un mostro, un pericoloso delinquente... conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista..."). Vivace, ironico e grottesco, il cortometraggio sorprende a ogni scena (dallo spogliarello improvvisato da una comparsa al cane parlante che ripete le parole che i tecnici si passano di bocca in bocca): Pasolini gioca con il movimento (la corsa accelerata), la fotografia (le staticissime scene in costume – tableaux vivants che ricordano le opere dei pittori manieristi – sono a colori, mentre il resto del film è in bianco e nero), il sonoro (la banda musicale che esegue "Sempre libera degg'io" dalla Traviata; i dischi di twist che sostituiscono Scarlatti nella colonna sonora durante le riprese) e contemporaneamente non perde di vista i contenuti. Nella parte del regista marxista che con questa opera afferma di voler esprimere il suo "intimo, profondo, arcaico cattolicesimo" c'è uno straordinario Orson Welles, autentico alter ego di un Pasolini che gli mette in bocca le proprie parole sia quando risponde svogliatamente alle domande di un giornalista (al quale ricorda che "il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale") sia quando legge una sua poesia ("Io sono una forza del Passato"). In parti minori compaiono anche Tomas Milian, Ettore Garofalo e Lamberto Maggiorani.

"Il pollo ruspante", di Ugo Gregoretti, con Ugo Tognazzi e Lisa Gastoni (**1/2)
Mentre un economista dalla voce meccanica espone in un congresso di sociologia le sue teorie sul marketing e sull'induzione di "falsi bisogni" nei consumatori, una famiglia ne dimostra inconsapevolmente l'efficacia: bombardati dalla televisione (c'è anche un cameo di Topo Gigio), i bambini si esprimono attraverso slogan pubblicitari, mentre gli adulti si illudono di essere liberi e di pensare con la propria testa senza accorgersi di desiderare quello che altri hanno deciso per loro. Troveranno la forza di ribellarsi, ma faranno una brutta fine. Una satira contro la società dei consumi, forse un po' scontata e didascalica (la metafora del pollo ruspante, più libero rispetto al pollo di allevamento, è fin troppo esplicita) ma comunque ancora attuale e per nulla datata. Il figlio del protagonista è interpretato da Ricky Tognazzi, che all'epoca aveva sette anni.

20 luglio 2010

La fantastica sfida (R. Zemeckis, 1980)

La fantastica sfida (Used cars)
di Robert Zemeckis – USA 1980
con Kurt Russell, Jack Warden
**

Rivisto in DVD.

Due concessionarie di auto usate, di proprietà di due fratelli (interpretati entrambi da Jack Warden) in diretta concorrenza, si fanno la guerra con tutti i mezzi, leciti e illeciti, compresi spot pubblicitari pirata che vengono inseriti fraudolentemente sulle frequenze televisive. Venuto a sapere che la rampa d'accesso alla nuova superstrada – foriera di grandi affari – sarà costruita proprio in prossimità dell'area del rivale, il fratello "cattivo" fa di tutto per spingere quello "buono" al fallimento (e all'infarto!) prima che la notizia venga resa pubblica. Ma dovrà fare i conti con le iniziative del super-venditore Rudy (un giovane e spigliato Kurt Russell), dalla parlantina sciolta e dalle mille risorse (irresistibile come si presenti ai potenziali clienti con un cognome sempre diverso, di chiara origine polacca, latina o afroamericana a seconda delle circostanze). Il secondo lungometraggio di Zemeckis, scritto dal regista insieme al suo sodale Bob Gale e basato su un'idea di Steven Spielberg e John Milius (che figurano come produttori esecutivi), è una farsa ambientata nella profonda provincia americana – siamo in Arizona – che gioca sui luoghi comuni relativi ai venditori di auto usate, percepiti nell'immaginario pubblico come imbroglioni e truffatori pronti a ogni inganno pur di rifilare vetture scassate ai loro clienti (la pellicola si apre proprio con Rudy che "tarocca" un contachilometri). Simpatico e socialmente scorretto (Rudy ambisce a entrare in politica e a diventare senatore, come a dire che si tratta di un lavoro adatto a chi non è proprio onesto; e non mancano frecciatine rivolte a Jimmy Carter, l'allora presidente degli Stati Uniti) ma divertente solo a tratti, il film ha comunque i suoi buoni momenti, soprattutto quando si movimenta nel finale con il tentativo dei protagonisti di far giungere sul proprio terreno duecentocinquanta automobili usate prima che il giudice della contea arrivi a constatare se la loro pubblicità – che prometteva la presenza di "un miglio di macchine" – fosse ingannevole. Memorabile il collega iper-superstizioso di Rudy, che si rifiuta di guidare automobili rosse perchè portano sfortuna.

9 maggio 2009

Un volto nella folla (Elia Kazan, 1957)

Un volto nella folla (A face in the crowd)
di Elia Kazan – USA 1957
con Andy Griffith, Patricia Neal
***1/2

Visto in DVD, con Marisa.

La conduttrice di un programma radiofonico trasmesso da una piccola stazione dell'Arkansas, "Un volto nella folla", scopre il talento di un giovane cantante incarcerato, "Lonesome" ("Solitario") Rhodes, e lo rende protagonista di una trasmissione dove può parlare a ruota libera. Semplice, diretto, spontaneo e senza peli sulla lingua, Rhodes diventa l'idolo degli ascoltatori, prima della sua cittadina e poi di tutto lo stato. Ben presto fa il gran salto in televisione (che in quegli anni stava rapidamente sostituendo la radio nelle preferenze degli americani), trasferendosi a New York come conduttore di uno show tutto suo e affermandosi anche come influente testimonial pubblicitario. Dopo aver accresciuto a livelli smisurati la propria popolarità in tutta la nazione, viene assunto come consulente di un rampante politico di destra che si prepara a lanciare la sua candidatura come presidente degli Stati Uniti. Ma la stessa donna che lo aveva scoperto, Marcia, disgustata dalla sua trasformazione in un ipocrita megalomane (per ambizione ha anche rinunciato al proprio amore per lei, preferendo sposare una giovane majorette), distrugge la sua carriera lasciando volontariamente aperti i microfoni al termine di uno show e facendo in modo che gli spettatori ascoltino quello che lui pensa veramente di loro, ossia che non sono altro che idioti manipolabili con le parole e il carisma. Un film sul potere dei mass media, talmente in anticipo sui tempi che sembra quasi incredibile che risalga al 1957: è ancora attuale e moderno, e se uscisse oggi in molti ci vedrebbero riferimenti diretti a protagonisti della scena politica e pubblica odierna. Non si tratta infatti semplicemente del racconto dell'ascesa e caduta di un personaggio, quanto di un'acuta analisi sul populismo e sul ruolo della televisione e della pubblicità nell'influenzare non solo le opinioni delle persone ma persino i loro sentimenti. Sebbene la sceneggiatura di Budd Shulberg possa in parte ricordare alcuni film di Frank Capra (come "Arriva John Doe") e certi temi erano già apparsi in quegli anni (per esempio ne "La ragazza del secolo" di George Cukor), il concetto di sfruttare il marketing e la tv per condizionare le masse e per fare fortuna in politica non era mai stato presentato al cinema in maniera tanto esplicita e dirompente (a un certo punto Rhodes dice che per conquistare i voti degli elettori non servono programmi e idee ma "slogan pubblicitari, barzellette e belle ragazze": vi ricorda qualcuno?). Griffith era al suo debutto sul grande schermo, prima di fare fortuna – ironicamente – proprio in televisione. Nel cast anche Lee Remick (la giovane moglie di Rhodes, anche lei esordiente), Walter Matthau (lo scrittore intellettuale) e Anthony Franciosa (il manager opportunista).

1 giugno 2008

Donne amazzoni sulla Luna (aavv, 1987)

Donne amazzoni sulla Luna
(Amazon women on the Moon)
di Joe Dante, Carl Gottlieb, Peter Horton, John Landis, Robert K. Weiss – USA 1987
*1/2

Visto in divx.

Evidente clone di "Ridere per ridere" di John Landis: una raccolta di scenette comiche e parodistiche che si susseguono senza soluzione di continuità, inframmezzate talvolta da finte pubblicità come se si trattasse della programmazione di un oscuro canale televisivo, e che può ricordare per certi versi alcune cose dei Monty Python (anche se l'humour britannico è completamente assente, sostituito da un umorismo yankee più volgare e meno sottile). La parte del leone la fa il film di fantascienza che dà il titolo alla pellicola, un assurdo b-movie alla Flash Gordon continuamente interrotto da problemi tecnici, difetti di proiezione, censure televisive o annunci pubblicitari che rendono impossibile seguirne la trama. Molti segmenti, invece, vedono il coinvolgimento degli stessi telespettatori, vuoi perché risucchiati all'interno del palinsesto televisivo, vuoi perché interagiscono in qualche modo con i personaggi sullo schermo. Nulla per cui impazzire, però: le gag a volte sono quasi imbarazzanti per quanto poco fanno ridere, anche se i momenti divertenti comunque non mancano (su tutti, i segmenti diretti da Joe Dante con Henry Silva e le indagini della “Squadra cazzate”, che scopre per esempio che Jack lo Squartatore non era altri che il mostro di Loch Ness!). Molti gli sketch a sfondo sessuale (nell'ultimo episodio compare brevemente anche il regista Russ Meyer nei panni del commesso della videoteca che noleggia video personalizzati per i singoli clienti) o quelli surreali, che in particolare affrontano i temi delle telecomunicazioni, dell'invadenza dei media e del mercato deegli audiovisivi. Nel ricchissimo cast, fra gli altri, figurano Steve Forrest, Lou Jacobi, Arsenio Hall, Michelle Pfeiffer, Steve Guttenberg, Griffin Dunne, Forrest J. Ackerman (il presidente degli Stati Uniti che si collega con gli astronauti), B.B. King, Rosanna Arquette, Ralph Bellamy, Sybil Danning.

7 aprile 2006

La ragazza del secolo (G. Cukor, 1954)

La ragazza del secolo (It should happen to you!)
di George Cukor – USA 1954
con Judy Holliday, Jack Lemmon
***

Visto in DVD.

Gladys Glover (Holliday), giovane modella giunta a New York "per farsi un nome", decide di spendere tutti i suoi risparmi per affittare un cartellone pubblicitario in bella vista e scriverci appunto il proprio nome e cognome. Pur non avendo nessuna capacità, diventa immediatamente popolare: viene invitata nei talk show e assunta come testimonial pubblicitaria. Una commedia brillante e divertente, all'apparenza leggerina ma – come spesso capita nei film di Cukor – con sottotesti satirici e sociali non banali, in particolare sull'importanza della pubblicità e sul desiderio dell'americano medio di diventare una celebrità. E soprattutto ancora incredibilmente attuale: stupisce pensare infatti che il film risalga al 1954, ben prima del "Grande Fratello" e dei reality show che oggi trasformano in VIP personaggi del tutto insignificanti: quello che allora capitava negli Stati Uniti oggi accade anche da noi e in tutto il mondo. La Holliday mi è sembrata assai brava e in molte scene esilarante. Un giovanissimo Jack Lemmon (al suo primo film) mostra già tutto il proprio talento dando vita a un personaggio fresco e simpatico. Quanto allo stile di Cukor, mi piace moltissimo e l'ho apprezzato soprattutto nei piccoli dettagli di alcune scene mute (come l'inquadratura del piede scalzo di Gladys, o la sequenza in cui lei deve entrare nel palazzo attraverso la porta girevole). La sceneggiatura di Garson Kanin era stata originariamente pensata per un protagonista maschile, che avrebbe dovuto essere Danny Kaye.