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20 luglio 2023

Frantic (Roman Polanski, 1988)

Frantic (id.)
di Roman Polanski – USA/Francia 1988
con Harrison Ford, Emmanuelle Seigner
**1/2

Rivisto in TV (Sky Cinema).

Il chirurgo americano Richard Walker (Harrison Ford) è appena giunto a Parigi per un congresso medico in compagnia della moglie (Betty Buckley). Ma quando questa sparisce misteriosamente dall'albergo senza lasciare traccia, e né le autorità locali né l'ambasciata sembrano fare nulla per aiutarlo, si getta alla sua ricerca, scoprendo che è stata rapita da misteriosi individui a causa di una valigia scambiata per errore all'aeroporto... Un thriller tradizionale, di stampo quasi hitchcockiano: oltre al tema dell'uomo comune che si ritrova invischiato senza volerlo in una vicenda avventurosa o di spionaggio, c'è anche il più classico dei "MacGuffin", l'oggetto che fa gola ai cattivi e che fa muovere la vicenda, anche se in fondo non è importante di cosa si tratti (in questo caso, il componente di un'arma nucleare, nascosto dentro un modellino della statua della libertà). Ford, "eroe d'azione" suo malgrado (vedi la scena sui tetti), è il mattatore, mentre al suo fianco c'è la quasi esordiente – e futura moglie e musa del regista – Emmanuelle Seigner nei panni di Michelle, la ragazza che ha contrabbandato in Francia la statuetta e che affianca il dottor Walker nelle sue indagini. La sceneggiatura la tira forse un po' troppo per le lunghe nella seconda parte, ma riesce a mantenere la tensione fino in fondo. Bella l'atmosfera, favorita anche dalla fotografia di Witold Sobociński e dalla musica di Ennio Morricone (ma nella colonna sonora ricorre a più riprese la canzone "I've Seen That Face Before" di Grace Jones, sul motivo del "Libertango" di Piazzolla).

26 giugno 2023

Una lunga domenica di passioni (J.P. Jeunet, 2004)

Una lunga domenica di passioni (Un long dimanche de fiançailles)
di Jean-Pierre Jeunet – Francia 2004
con Audrey Tautou, Gaspard Ulliel
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Nel 1920, tre anni dopo la presunta morte del fidanzato Manech (Gaspard Ulliel) in una trincea della Grande guerra, la giovane Mathilde (Audrey Tautou) inizia a sospettare che il ragazzo possa ancora essere vivo. E la speranza la porta a imbarcarsi con ostinazione in una lunga e difficile indagine per ricostruire le sorti di lui e di altri quattro altri soldati, condannati a morte tutti insieme nel 1917 da una corte marziale militare per tentata diserzione e abbandonati nella terra di nessuno, fra una trincea francese e una tedesca. Realizzato subito dopo il grande successo de "Il favoloso mondo di Amélie" (e con la stessa attrice protagonista), il film è l'adattamento di un romanzo di Sébastien Japrisot, una sorta di giallo che si dipana nella Francia del primo dopoguerra: ma Jeunet sceglie di non abbandonare del tutto lo stile della pellicola che gli aveva appena dato notorietà, appesantendo così l'insieme con una voce fuori campo che espone dettagli e particolari insignificanti a proposito dei protagonisti, pieni oltretutto di peculiarità e fissazioni (Mathilde, per esempio, si abbandona a tutta una serie di rituali e superstizioni personali), ma soprattutto carica la vicenda di un'infinità di nomi, personaggi e situazioni. Alcuni di questi conducono a brevi sottotrame a loro modo anche interessanti, ma nel complesso la narrazione è inutilmente complicata e noiosa, e il finale ampiamente prevedibile. Buona comunque l'ambientazione storica, che non sorvola sugli orrori e le atrocità della guerra, con scene a tratti anche cruente (ma a volte un po' fumettistiche) che quantomeno impediscono al film di apparire come una rappresentazione asettica e artificiale di un mondo ormai passato, il tutto mentre la fotografia (di Bruno Delbonnel, peraltro nominata all'Oscar) ricopre tutte le immagini con una patina color seppia. Il vasto cast comprende sia habitué di Jeunet che attori internazionali: Dominique Pinon e Chantal Neuwirth sono gli zii di Mathilde, Ticky Holgado il detective da lei assunto, Marion Cotillard la "corsa" Tina Lombardi (compagna di uno dei soldati condannati, che a sua volta indaga sulle loro sorti, vendicandosi nel frattempo degli ufficiali della catena di comando che aveva portato alla loro morte). E ancora, fra gli altri: Clovis Cornillac, Jean-Pierre Darroussin, André Dussollier, Bouli Lanners, Tchéky Karyo, Jean-Claude Dreyfus, e persino Jodie Foster.

6 maggio 2023

Anna (Luc Besson, 2019)

Anna (id.)
di Luc Besson – Francia/USA 2019
con Sasha Luss, Luke Evans, Helen Mirren
**

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Anna (Sasha Luss), modella russa che vive a Parigi, è in realtà un sicario addestrato dal KGB che sfrutta la sua copertura per avvicinare i bersagli da eliminare. Stufa di questa vita, vorrebbe riconquistare la propria libertà, ma sa bene che i suoi datori di lavoro (fra cui Helen Mirren e Luke Evans) non le permetteranno mai di "licenziarsi". Quando un agente della CIA (Cillian Murphy) scopre la sua identità e le chiede di passare dalla parte degli Stati Uniti, decide di provare un pericoloso doppio (o triplo) gioco... Besson sembra divertirsi a rifare spesso lo stesso film (e a lanciare nuove e giovani attrici, esordienti o quasi), e in questo caso sono evidenti le similitudini con "Nikita". Non che manchino momenti interessanti, tanto a livello di sceneggiatura (la struttura a flashback e flashforward continui e incatenati, che sorreggono diversi colpi di scena) che di regia (ma le scene d'azione, in cui Anna uccide a mani nude o a colpi di pistola decine e decine di avversari, sembrano un misto fra "John Wick" e un videogioco). Tutto però ricorda cose già viste, e rispetto al citato "Nikita" manca l'elemento di rottura o di follia che in quel film era il personaggio interpretato da Jean Reno. La storia si svolge nel 1990, appena prima della fine della guerra fredda, ma non fa alcun riferimento a personaggi e situazioni reali.

15 aprile 2023

Dheepan - Una nuova vita (J. Audiard, 2015)

Dheepan - Una nuova vita (Dheepan)
di Jacques Audiard – Francia 2015
con Antonythasan Jesuthasan, Kalieaswari Srinivasan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Sivadhasan (Jesuthasan), ex guerrigliero delle Tigri Tamil che ha perso la famiglia e i compagni nella guerra civile, fugge dallo Sri Lanka per immigrare in Francia, assumendo il falso nome di Dheepan e fingendo di avere una famiglia – insieme a una donna sconosciuta (Srinivasan) e a una bambina orfana (Claudine Vinasithamby) – per ottenere rifugio politico. Qui lentamente i tre cercano di integrarsi e trovano anche lavoro in una banlieu fuori Parigi: lui come guardiano di un complesso di caseggiati, lei come badante, mentre la piccola va a scuola. Pur non avendo legami di sangue, lentamente svilupperanno affetto reciproco. E quando gli scontri fra le bande rivali di spacciatori che dominano la banlieu metteranno in pericolo questa nuova "famiglia", Sivadhasan non esiterà a tornare in azione per difenderla. Audiard mescola il tema dell'immigrazione e (soprattutto) dell'integrazione con sfumature da thriller e da crime story come già aveva fatto in alcune delle sue precedenti pellicole (da "Tutti i battiti del mio cuore" a "Il profeta"), scegliendo il punto di vista di personaggi singalesi che per lo più non parlano francese. Il risultato è gradevole, anche se non troppo originale: interessante le riflessioni sul significato di famiglia a prescindere dai legami di sangue (cosa che mi ha ricordato il film hongkonghese "Bullets over summer" di Wilson Yip) e l'uso del linguaggio, meno la drammaticità retorica sui rifugiati e la deriva action nel finale. Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a "Cane di paglia" di Peckinpah. Forse esagerata la Palma d'Oro a Cannes (che infatti fu fischiata all'annuncio in sala), dove peraltro Audiard aveva già vinto il premio per la sceneggiatura per "Un héros très discret" e il Grand Prix per lo stesso "Il profeta".

8 aprile 2023

Il mio profilo migliore (Safy Nebbou, 2019)

Il mio profilo migliore (Celle que vous croyez)
di Safy Nebbou – Francia/Belgio 2019
con Juliette Binoche, François Civil
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Gelosa dal tempo che il suo compagno Ludo (Guillaume Gouix) dedica all'amico e collega Alex (François Civil), sottraendolo a lei, la cinquantenne Claire (Juliette Binoche), professoressa di letteratura francese all'università, crea un falso profilo social su internet per mettersi in contatto con quest'ultimo, spacciandosi per un'affascinante ventiquattrenne di nome Clara. L'esperienza di fingersi una donna più giovane la galvanizzerà (al punto da cominciare a usare anche in pubblico un linguaggio più "giovanile"). E pur comunicando solo online, "Clara" e Alex finiranno per innamorarsi. La cosa però sfocerà in tragedia, con due possibili finali opposti (uno "reale" e uno soltanto immaginato da Claire in un suo scritto). L'intera storia è narrata in flashback dalla donna alla sua psichiatra (Nicole Garcia). Dal romanzo "Quella che vi pare" di Camille Laurens, una torbida vicenda alla Haneke su identità e apparenza, verità e menzogna, con un finale intricato che offre alcuni colpi di scena, narrata in modo freddo e tagliente ma anche – e purtroppo – a tratti implausibile e artificioso. Poco convincente – e in fondo pretestuoso – anche il rapporto con la psichiatra. Brava la Binoche, ma il suo personaggio non sempre appare credibile.

29 marzo 2023

Mouchette (Robert Bresson, 1967)

Mouchette - Tutta la vita in una notte (Mouchette)
di Robert Bresson – Francia 1967
con Nadine Nortier, Jean-Claude Guilbert
***

Rivisto in divx.

La quattordicenne Mouchette (Nadine Nortier) vive con la madre malata e il padre ubriacone e violento in un villaggio nella campagna francese. Qui è ostracizzata dalle compagne, sfruttata dalla famiglia, incompresa da tutti. Dopo la morte della madre, e dopo essere stata violentata da un cacciatore in una notte di tempesta, prenderà la decisione più drastica. Tratto dal romanzo "Nouvelle histoire de Mouchette" (1937) di Georges Bernanos, un altro ottimo esempio del cinema esistenzialista e minimalista di Bresson: nonostante la sua breve durata, è estremamente intenso dal punto di vista emotivo e, soprattutto, non sfiora mai la retorica o il patetismo. Anzi, Mouchette, pur umiliata e maltrattata (tanto dagli uomini quanto dal destino), mostra sempre uno sguardo orgoglioso e non nasconde la propria rabbia, il proprio odio e disprezzo verso il mondo e le persone che la circondano. Lo si nota da mille piccoli gesti, evidenti (il lancio di fango verso le compagne di scuola) o meno (la "stonatura" dell'ultima nota durante il coro in classe: più tardi, quando canterà la stessa canzone per Arsène, sarà perfettamente intonata), spesso anche in risposta a gesti apparentemente gentili ma ipocritamente convenzionali (la rottura della tazza della negoziante, lo sporcare il tappeto dell'anziana che le regala il lenzuolo funebre per la madre). E per essere un personaggio che parla pochissimo, quando lo fa non esita a lasciarsi andare a invettive anch'esse esplicite (come quel "Merda" di ribellione verso il padre, o il "Mi fate solo schifo!", nel finale, rivolto idealmente all'intero villaggio). Curiosamente, l'unica persona verso la quale mostra una certa tenerezza ed empatia (a parte il giovane che le sorride durante il breve momento di svago al luna park, quando grazie alla gentilezza di una sconosciuta può permettersi uno giro sugli autoscontri) è proprio Arsène, l'uomo che si approfitta di lei. E la sua ribellione non può sfociare in una vera fuga se non sotto forma del suicidio che Bresson rappresenta sullo schermo in maniera originale ed esemplare, in una scena finale memorabile, quella in cui la ragazzina, avvolta nel lenzuolo, si lascia rotolare lungo la collina più volte, fino a finire dentro lo stagno. Personaggio indimenticabile, Mouchette attraversa tutta la pellicola con forza e intensità, mentre l'ambiente crudele in cui vive è descritto tramite tanti piccoli dettagli (si pensi alla "faida" fra il cacciatore di frodo Arsène e il guardiacaccia Mathieu: e i vari animaletti catturati o uccisi, uccellini e leprotti, simboleggiano l'innocenza e la gioventù). Sui titoli di testa e di coda si ode il "Magnificat" di Claudio Monteverdi. Jean-Claude Guilbert, che interpreta Arsène, aveva già recitato per Bresson nel precedente "Au hasard Balthazar": cosa rara per il regista, che quasi mai lavorava più volte con gli stessi attori.

27 marzo 2023

Au hasard Balthazar (R. Bresson, 1966)

Au hasard Balthazar (id.)
di Robert Bresson – Francia/Svezia 1966
con Anne Wiazemsky, François Lafarge
***1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

L'asinello Balthazar, nel corso della sua vita (il film lo segue dalla nascita alla morte) passa di mano in mano, da un padrone all'altro, da chi lo accudisce con cura a chi lo maltratta o lo sfrutta per duri lavori; e nel frattempo è testimone silenzioso e osservatore delle vicende umane, delle peripezie e delle crudeltà che si dipanano intorno a lui. Ispirato (pare) da un passaggio ne "L'idiota" di Dostoevskij, e ambientato nella campagna sui Pirenei francesi, uno dei capolavori di Bresson, sicuramente uno degli esempi migliori del suo cinema puro, minimalista, trasparente ed essenziale, anche se la forma corale e circolare (spesso Balthazar torna a incrociare gli stessi personaggi) può ricordare certe cose di Max Ophüls ("La ronde", "I gioielli di Madame de..."). I protagonisti dei film del regista francese sono spesso silenziosi (si pensi a Mouchette o al Fontaine de "Un condannato a morte è fuggito"), ma mai come in questo caso il mutismo si applica così alla lettera, visto che l'asino, a parte qualche raglio occasionale, si limita a osservare con i suoi occhi profondi le tragedie che si dipanano attorno a lui, quasi cercando di indagare la natura umana, e passando dai giochi con i piccoli Marie e Jacques (lei figlia del fattore che ha in gestione le terre del padre di lui), al duro lavoro nei campi, al servizio come cavalcatura per turisti sulle montagne, alle esibizioni in un circo, al girare la ruota di un mulino, al trasporto di merce di contrabbando. Un'intera vita, quella dell'animale, che ne racchiude mille: quella di Marie (Anne Wiazemsky) che, cresciuta, rifiuta la proposta di matrimonio di Jacques (Walter Green) per mettersi invece con Gérard (François Lafarge), giovane delinquente locale; quella di Arnold (Jean-Claude Guilbert), l'ubriacone del villaggio, che passa da momenti di grande fortuna a inaspettate tragedie; quella del vecchio mugnaio (Pierre Klossowski), cinico e avaro; o del padre di Marie (Philippe Asselin), orgoglioso e ostinato. Il tutto sullo sfondo di una campagna e di una provincia arcaica e arretrata, dove i pochi aspetti di modernità sono collegati alla ribellione adolescenziale dei giovani delinquenti (Gérard e i suoi amici, che indossano giubbotti di pelle e vanno in giro in moto), mentre proprio l'asino è percepito come qualcosa di antiquato e socialmente dequalificante. Ognuno degli episodi in cui si può dividere la storia è associato a uno dei sette peccati capitali (orgoglio, avidità, ira, invidia, lussuria, gola e accidia): Bresson dichiarerà in seguito che Balthazar simboleggia la fede cristiana (in una delle scene iniziali, viene "battezzato" dai due bambini; e più avanti la madre di Marie lo definisce "un santo"), che accetta con passività ogni maltrattamento e martirio, e nel finale muore da solo ma finalmente libero, su una montagna, circondato da un gregge di pecore. Come colonna sonora, per l'intera vicenda, c'è la sonata n. 20 per pianoforte di Schubert.

24 febbraio 2023

#IoSonoQui (Eric Lartigau, 2019)

#IoSonoQui (#Jesuislà)
di Eric Lartigau – Francia/Belgio 2019
con Alain Chabat, Bae Du-na
**

Visto in TV (Now Tv).

Stéphane (Alain Chabat), chef e proprietario di un ristorante a conduzione famigliare nella campagna basca, divorziato e in crisi di mezza età, prende per la prima volta nella sua vita una decisione d'impulso e parte in aereo per Seul per conoscere di persona una pittrice coreana (Bae Du-na) con cui era in corrispondenza via internet. La donna però non si presenterà al suo arrivo, e lui trascorrerà diversi giorni all'aeroporto ad attenderla, pubblicando nel frattempo immagini su Instagram: la sua "storia" lo trasformerà senza saperlo in una piccola celebrità e lo aiuterà a riconnettersi con sé stesso e con la famiglia, in particolare con i due figli (Jules Sagot, Ilian Bergala) che vengono a "recuperarlo". Aggiornato all'era dei social media (i messaggi e le immagini che Stéphane posta e riceve compaiono tutti sullo schermo), una sorta di "Lost in translation" franco-coreano, con un protagonista che per ritrovare sé stesso deve volare all'altro capo del mondo ed entrare in contatto con una cultura così differente dalla sua, esemplificata dal concetto del "nunchi", ovvero la capacità di comprendere i sentimenti altrui senza che questi vengano detti esplicitamente, indice di intelligenza emozionale. La parte migliore è quella centrale, ovvero quella ambientata nell'aeroporto di Incheon. Alain Chabat aveva già recitato per Lartigau nella commedia romantica "Prestami la tua mano", che (come questo) avevo scelto di vedere solo per gli interpreti.

20 febbraio 2023

È andato tutto bene (François Ozon, 2021)

È andato tutto bene (Tout s'est bien passé)
di François Ozon – Francia 2021
con Sophie Marceau, André Dussollier
***

Visto in TV (Now Tv).

L'ottantenne André Bernheim (André Dussollier), collezionista d'arte, viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale. Rimasto semi-paralizzato, chiede alla figlia Emmanuèle (Sophie Marceau) di aiutarlo a "farla finita". Ogni tentativo da parte della donna, e della sorella Pascale (Géraldine Pailhas), di fargli cambiare idea si rivela inutile: l'uomo è irremovibile e ostinato, e nonostante la sua salute lentamente migliori, soltanto l'idea della morte sembra recargli conforto. Alla fine Emmanuèle si rivolge a un'associazione svizzera che promuove il suicidio assistito. E pur sapendo di contravvenire alla legge francese, nonché combattuta fra la scelta di impedirgli di morire o quella di consentirgli di farlo (entrambe per amore), farà partire il padre per il suo ultimo viaggio. Tratto dal romanzo autobiografico di Emmanuèle Bernheim, già sceneggiatrice per Ozon di "Sotto la sabbia", "Swimming pool" e "CinquePerDue" (significativa la scena in cui André dice che la storia sarebbe un soggetto perfetto per uno dei suoi libri), un film delicato ed elegante che affronta il tema dell'eutanasia con grande misura e sensibilità, senza mai risultare retorico né ricattatorio. Il rapporto del padre con la figlia (ma anche con l'ex moglie) non è certo idilliaco, come confermano i brevi flashback o le relazioni con gli altri membri della famiglia (per non parlare di quella con "l'amico" gay), eppure tutto il dilemma – venato di sofferenza ed esitazione – di una scelta così radicale viene perfettamente alla luce. Il punto di vista è sempre quello della figlia, mai del padre, descritto come determinato, testardo e irremovibile in una scelta che ad altri può apparire assurda o insensata. E la pellicola arricchisce la vicenda con una grande attenzione al vissuto quotidiano attraverso tanti piccoli dettagli (le lenti a contatto, il panino al salmone, la musica di Brahms, gli "sfoghi" di Emmanuèle con il pugilato o i film horror). Eccellente il cast (straordinario, in particolare, Dussollier), con piccoli ruoli per Charlotte Rampling (la madre), Hanna Schygulla (la signora svizzera) e Nathalie Richard (la commissaria di polizia). Il sempre ottimo Ozon aveva già affrontato il tema della malattia e della morte, ma da tutt'altra prospettiva, ne "Il tempo che resta".

26 gennaio 2023

Visages, villages (Agnès Varda, 2017)

Visages, villages
di Agnès Varda, JR – Francia 2017
con Agnès Varda, JR
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Stringendo un'insolita collaborazione, la cineasta Agnès Varda (88 anni) e l'artista-fotografo JR (33 anni) girano per le campagne francesi, a bordo di un furgone adibito a laboratorio fotografico, per scattare immagini degli abitanti dei piccoli villaggi di provincia e farne giganteschi poster da incollare alle pareti esterne delle case e sui muri di mattoni degli edifici abbandonati. Lo scopo è quello di collegare, attraverso il ritratto, i volti delle persone (ma anche dettagli ingranditi dei loro corpi o antiche foto di famiglia) e i luoghi più isolati e dimenticati del paese, riportando al centro dell'attenzione la vita di un tempo e quella attuale, antichi e nuovi lavori, storie del passato e del presente, e ritraendo dunque il cambiamento cui persone e luoghi sono continuamente soggetti. Viaggiando insieme e discutendo delle rispettive forme d'arte, AV e JR attraversano così paesi dove un tempo fiorivano attività ormai abbandonate (una miniera), villaggi fantasma composti da edifici in rovina, cittadine turistiche sulla costa, regioni agricole dove le innovazioni tecnologiche permettono a un singolo contadino di occuparsi di centinaia di ettari di terreno, allevamenti di capre e altri animali (cui vengono tolte le corna per impedire che lottino fra loro e aumentare così la produttività), fabbriche di prodotti chimici, porti commerciali (come quello di Le Havre) i cui lavoratori sono in sciopero... e infine si dedicano anche a sé stessi. Man mano che si viaggia, infatti, anche l'amicizia fra i due artisti si fa più stretta (nonostante la differenza di età, che non impedisce loro di punzecchiarsi a vicenda), mentre il desiderio di conoscere di più l'uno dell'altra cresce a dismisura: entrambi lavorano con le immagini, e non a caso i rispettivi sguardi costituiscono lo strumento per conoscere il mondo circostante, uno strumento paradossalmente non privo di difetti (la vista di Agnès è in costante declino, e la regista vede ormai il mondo sfocato; JR, dal canto suo, non si separa mai dai suoi occhiali da sole, che frappone un filtro scuro fra i suoi occhi e la realtà). Ne risulta un originale e avvincente documentario on the road che fa riflettere sulla potenza delle immagini (anche quando effimere: molte delle affissioni di JR sono destinate a essere spazzate via dall'acqua o dagli elementi) e sul loro legame con la memoria (da conservare per le generazioni future) e i ricordi, che siano quelli di antichi lavori, di antenati lontani, di amicizie dimenticate (la Varda cerca di andare a visitare Jean-Luc Godard, ma questi non si fa trovare in casa). Il tutto intrecciato con il tema del viaggio, che sia reale o virtuale (le foto degli occhi e dei piedi di AV vengono affisse sui vagoni cisterna di un treno merci "che andrà in posti dove tu non andrai mai").

2 gennaio 2023

Daguerréotypes (Agnès Varda, 1976)

Daguerréotypes
di Agnès Varda – Francia 1976
con attori non professionisti
**

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

In questo documentario, Agnès Varda (che lo narra in prima persona) passa in rassegna i piccoli negozi di quartiere che popolano la rue Daguerre, vicino a Montparnasse, nella cui zona la regista abitava. I commercianti, i commessi, gli artigiani vengono mostrati nella loro quotidianità, nel lavoro di tutti i giorni, nei rapporti con i clienti: che si tratti di drogherie, panifici, botteghe di oggetti vari o di riparazioni, parrucchieri, macellai, autoscuole, i loro proprietari sono intervistati e raccontano dei loro trascorsi, della loro vita privata, dei loro sogni. C'è persino spazio per l'esibizione di un illusionista. Ne risulta il ritratto di un quartiere, anzi una serie di ritratti o appunto di "dagherrotipi", le fotografie dei primordi, inventate proprio da colui da cui la strada prende il nome. Un documentario "umano", sincero, silenzioso, che come un diario non esita a trasfigurare la realtà (una realtà che oggi non esiste più, visto che tutti quei negozi e quelle botteghe antiche, a conduzione famigliare, probabilmente sono scomparsi) con i colori dell'immaginazione e della psicoanalisi. E che la stessa Varda, che si firma "Agnès, la daguerréotypesse", definisce "un ritratto collettivo e quasi stereotipato" di uomini e donne della via Daguerre che, tutti insieme, "formano... un reportage? un omaggio? un saggio? un rimpianto? un rimprovero? un approccio?..."

16 dicembre 2022

Illusioni perdute (Xavier Giannoli, 2021)

Illusioni perdute (Illusions perdues)
di Xavier Giannoli – Francia 2021
con Benjamin Voisin, Vincent Lacoste
***

Visto in TV (Now Tv).

Nella Francia della Restaurazione, a inizio Ottocento, Lucien de Rubempré (Benjamin Voisin) è un giovane poeta di campagna, ingenuo e idealista, che – spinto anche dall'amore per la sua nobile mecenate, la baronessa de Bargeton (Cécile de France) – si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Anziché trovare un editore per i suoi componimenti, che non interessano a nessuno, entrerà in contatto con un mondo ben diverso da quello che immaginava: il giornalismo satirico e di costume, di stampo liberale, di cui – tramite l'amicizia con lo spregiudicato redattore Étienne Lousteau (Vincent Lacoste) – diventa in breve tempo una delle firme più celebri, grazie ai suoi articoli arguti, feroci e taglienti. Quello della stampa è un universo corrotto, dove tutti sono in vendita, recensioni e stroncature di romanzi o rappresentazioni teatrali dipendono soltanto da quanto si è disposti a pagare, e le notizie false sono all'ordine del giorno. Dall'omonimo romanzo di Honoré de Balzac, una sorta di "Quarto potere" ottocentesco: nonostante lo stile classico e, almeno all'inizio, molto letterario e apparentemente ingessato, il film è vivace e incredibilmente attuale nel mettere in luce le storture, gli interessi, le menzogne, i favoritismi, il commercio che si annidano dietro la stampa e quelli che oggi chiameremmo i mass media. Nulla di diverso rispetto a oggi, dalle fake news alla pubblicità occulta, dai tentativi di indirizzare l'opinione pubblica (memorabili le "claque" di applauditori o di fischiatori che, a teatro, si vendono al miglior offerente, guidate dal subdolo Singali (Jean-François Stévenin) come se fosse un direttore d'orchestra) a quelli di affossare col gossip la reputazione di politici o personalità illustri. Che non si tratti di un'esagerazione o di una travisazione della realtà odierna nel passato lo dimostrano altri esempi simili nella letteratura e nell'arte ottocentesca (il primo che mi viene in mente: il personaggio di Macrobio nella "Pietra del paragone" di Gioacchino Rossini, simile per molti versi al Lousteau di Balzac). In mezzo a tutto questo, Lucien ci sguazza ma soffre anche, per l'anelito verso la purezza dell'arte e l'amore che, tutto sommato, continua a provare, frammisto al desiderio di elevarsi socialmente e di essere accettato nella classe aristocratica, cosa che lo trascina verso la distruzione. Ottima la ricostruzione d'epoca. Nel ricco cast, molti volti noti: Xavier Dolan è il romanziere Nathan, "rivale" di Lucien ma da lui sinceramente ammirato; Gérard Depardieu è il "buzzurro" editore Dauriat; Salomé Dewaels è la ballerina di varietà Coralie, di cui Lucien si invaghisce; Jeanne Balibar l'intrigante marchesa d'Espard. Numerosi premi César (compreso quello per il miglior film francese dell'anno).

18 novembre 2022

Titane (Julia Ducournau, 2021)

Titane (id.)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2021
con Agathe Rousselle, Vincent Lindon
***

Visto in TV (Now Tv).

Dopo aver fatto sesso con un'automobile (una Cadillac, per la precisione!), la taciturna e psicopatica ballerina Alexia (Agathe Rousselle) – che ha una placca di titanio nel cranio, in seguito a un'incidente in macchina quando era piccola – fugge di casa lasciandosi dietro una scia di sangue, e assume l'identità di Adrien, un ragazzo scomparso da dieci anni. Il padre di questi (Vincent Lindon), folle e carismatico comandante di una caserma di pompieri, la accoglie nella propria casa (e nella propria squadra), riconoscendola come suo figlio: o forse sa benissimo che non lo è, ma nel suo delirio la considera tale. Quello che Vincent ignora, però, è che Alexia è incinta di un ibrido uomo/macchina al titanio, appunto. Il secondo lungometraggio (dopo "Raw") di Julia Ducournau, vincitore a sorpresa al festival di Cannes (è la seconda Palma d'Oro assegnata a una regista donna, dopo quella a Jane Campion per "Lezioni di piano" che però aveva vinto ex aequo), è un film bizzarro, sorprendente, estremo, in certe cose disturbante, ma di sicuro originalissimo (anche se debitore, per certi versi, al cinema di David Cronenberg, Shinya Tsukamoto e Takashi Miike). La protagonista psicopatica e serial killer, l'assurdità della contaminazione uomo/macchina (con tanto di... perdite d'olio anziché di sangue o liquido amniotico), le atmosfere trasgressive, stranianti e surreali sono comunque al servizio della psicologia e dei sentimenti dei personaggi, evidenti in particolare nel rapporto "fra padre e figlio" che si instaura fra Vincent e Alexia/Adrien, ciascuno dei quali alla disperata ricerca di una "ricucitura" delle ferite di un passato tragico (solo accennato, ma non difficile da ricostruire). Affascinante e inquietante l'atmosfera, ottima la recitazione, ardita la regia (ben servita dalla colorata fotografia di Ruben Impens): è un film che difficilmente lascia indifferenti, nel bene e nel male, ma che merita di essere premiato per il tentativo di andare oltre i luoghi comuni del cinema preconfezionato. La bella colonna sonora di Jim Williams è condita da alcune canzoni fra cui anche una in italiano, "Nessuno mi può giudicare" di Caterina Caselli.

30 settembre 2022

Vite vendute (Henri-Georges Clouzot, 1953)

Vite vendute (Le salaire de la peur)
di Henri-Georges Clouzot – Francia/Italia 1953
con Yves Montand, Charles Vanel
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

In un paese dell'America Centrale, quattro sbandati di origine europea accettano di condurre due camion pieni di nitroglicerina da consegnare a un vicino pozzo di petrolio in fiamme: l'incarico è pericoloso (le strade sono dissestate e in cattive condizioni, e il minimo urto o sobbalzo può far saltare in aria l'esplosivo e, con esso, l'intero camion), ma il compenso in denaro che li attende è sufficiente ad alimentare i sogni di riscatto e a vincere ogni paura... o quasi. Da un romanzo di Georges Arnaud, uno dei capolavori di Clouzot, un noir "on the road" caratterizzato da un livello incredibile di tensione crescente, man mano che i protagonisti si trovano ad affrontare gli ostacoli sul proprio cammino e, al contempo, le sofferenze fisiche e psicologiche che li accompagnano. La buona caratterizzazione dei personaggi (simpatiche "canaglie" legate da rapporti di amicizia e di rivalità) li pone davanti alle proprie stesse paure, che fronteggiano chi con coraggio e chi con codardia, chi con spensierata incoscienza e chi con mente sempre fredda, nonostante il pericolo e la morte che incombe. Fino a un finale apocalittico. Memorabile per più versi (dalle manovre lente – tutt'altro dunque che rapide o adrenaliniche – ma spericolate dei camion sulla strada, alle scene dei nostri eroi immersi nel petrolio), la pellicola offre rimandi o suggestioni a tanti film e autori precedenti e successivi: dall'incipit quasi buñueliano all'ambiente cameratesco del gruppo di espatriati che ricorda certi film di Hawks, dalle immagini spettacolari dei pozzi di petrolio in fiamme (che fanno pensare a Herzog) al "balletto" finale del camion sulle note del "Danubio blu" di Strauss (che anticipa evidentemente il Kubrick di "2001"). Intensi gli interpreti: Yves Montand (il corso Mario), Charles Vanel (l'ex gangster francese Mister Jo), Folco Lulli (l'italiano Luigi) e Peter van Eyck (lo scandinavo Bimba), i cui trascorsi vengono solo accennati. Véra Clouzot, moglie del regista, è Linda, la ragazza di Mario. Curiosità: è l'unico film ad aver vinto sia il Festival di Cannes sia l'Orso d'Oro a Berlino. Un remake nel 1977, "Il salario della paura" di William Friedkin.

16 settembre 2022

Una donna sposata (Jean-Luc Godard, 1964)

Una donna sposata (Une femme mariée)
di Jean-Luc Godard – Francia 1964
con Macha Méril, Philippe Leroy, Bernard Noël
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ventiquattr'ore nella vita di una donna contemporanea, sposata (per l'appunto), ma con un amante. Charlotte (Macha Méril), infatti, si divide fra il marito Pierre (Philippe Leroy), pilota d'aereo spesso assente da casa per lavoro, e Robert (Bernard Noël), attore di teatro con cui ha una tresca da tre mesi. La macchina da presa di Godard la riprende da vicino durante gli incontri con quest'ultimo, indugiando su vari particolari del suo corpo, e poi nel tempo libero, fra divagazioni e frivolezze, come suggerito dalle numerose immagini di pubblicità di biancheria intima e servizi sulla bellezza riprese dalle riviste femminili che legge, accompagnate dai suoi pensieri e da affermazioni sussurrate, come se stesse confidando i propri segreti e ricordi a qualcuno (allo spettatore?). Girato in uno splendido bianco e nero (anzi, "in nero e bianco", come recitano i titoli di testa), il film è frammentato e caratterizzato da un montaggio vivace, libero e sbarazzino, che dona all'insieme una natura artistica e sperimentale, come molti lavori di Godard in quegli anni (il modello più simile è "Questa è la mia vita"): di fatto è un saggio/esplorazione sul tema della donna-oggetto, del legame del suo ruolo con quello maschile, del modo in cui è vista dalla società e in cui vede sé stessa. Charlotte non è superficiale, tutt'altro: sia quando si contempla, sia quando si pone in relazione con gli altri, sfiora nelle conversazioni temi complessi e filosofici. Per tutto il film sono disseminati frammenti di discorsi, ciascuno introdotto da un titoletto numerato (come capitoli di un romanzo) e associato a un differente personaggio: "La memoria" (il marito Pierre), "Il presente" (Charlotte stessa), "L'intelligenza" (Roger Leenhardt, critico e documentarista, nonché uno dei "padri" spirituali e teorici della Nouvelle Vague, che interpreta sé stesso), "L'infanzia" (il piccolo Nicolas, figlio dei due coniugi), "La giava" (un ballo popolare francese, considerato "scandaloso", associato qui alle esperienze amorose della domestica di casa), "Il piacere e la scienza" (con un ginecologo che illustra a Charlotte i metodi contracettivi), "Il teatro e l'amore" (l'amante Robert). Da queste e da altre discussioni fuoriescono vari concetti che definiscono la donna, in sé, nella sua sessualità, nel rapporto con i sentimenti e con gli uomini, con cui Charlotte ha relazioni di volta in volta consapevoli e svagate, di contrasto e di complicità, di sincerità e di tradimento. La stessa Charlotte appare a volte confusa, indecisa (quale dei due uomini scegliere?), insicura se farsi guidare dai consigli che gli altri (o le riviste di moda) le elargiscono in continuazione. Girato in brevissimo tempo, il film è puntuale nel suo tentativo di riprodurre non la realtà, ma una possibile rappresentazione di essa. E non mancano citazioni letterarie e, ovviamente, cinematografiche: la donna di servizio si chiama Madame Céline e il suo monologo cita appunto "Morte a credito" di Céline; Robert sta recitando in "Bérenice" di Racine (su cui Godard, al tempo, progettava di lavorare); Charlotte e l'amante si incontrano in un cinema che proietta "Notte e nebbia" di Resnais. La censura ebbe da ridire su alcune scene, ma si intestardì in particolare su un dettaglio solo apparentemente insignificante: fece cambiare l'articolo del titolo, da determinativo (avrebbe dovuto essere "La donna sposata") a indeterminativo, per evitare che il comportamento disinvolto e adulterino della protagonista fosse da ascrivere a tutte le donne, anziché a una sola in particolare.

13 settembre 2022

Il disprezzo (Jean-Luc Godard, 1963)

Il disprezzo (Le mépris)
di Jean-Luc Godard – Francia/Italia 1963
con Brigitte Bardot, Michel Piccoli
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli,
per ricordare Jean-Luc Godard.

Lo scrittore francese Paul Javal (Michel Piccoli), che vive a Roma con la giovane moglie Camille (Brigitte Bardot), viene assunto dall'ambizioso produttore americano Jeremy Prokosch (Jack Palance) per rielaborare la sceneggiatura di un film sull'Odissea che il regista tedesco Fritz Lang (sé stesso) sta per girare a Capri. Ma qualcosa si incrina nel rapporto fra i due coniugi: di punto in bianco, forse per risentimento verso la nonchalance insincera con cui il marito ha lasciato che lei trascorresse il pomeriggio insieme a Prokosch, Camille dichiara di non amarlo più, anzi di provare disprezzo nei suoi confronti. E durante la lavorazione del film, nella villa di Jeremy a Capri, le cose non migliorano, mentre l'interpretazione originale e audace che il produttore intende imporre alla rilettura dell'Odissea (Ulisse e Penelope si amavano davvero?), oltre a seminare contrasti con Lang, sembra riecheggiare proprio i problemi della relazione fra Paul e Camille... Dal romanzo di Alberto Moravia, adattato dallo stesso Godard, una coproduzione italo-francese che, per i suoi temi (che fondano riflessioni esistenzialiste e suggestioni metacinematografiche) e la sua forma (l'uso del colore, del linguaggio, del formato panoramico, dei movimenti di macchina, dei piani sequenza) si rivela una delle opere più importanti e paradigmatiche del co-fondatore della Nouvelle Vague, colma com'è di riferimenti intrecciati alla vita, l'arte, la realtà, il cinema e il racconto. Le riflessioni sulla settima arte si sprecano, a cominciare dalla frase di apertura, "Il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo", passando per la celebre citazione di Louis Lumiére ("Il cinema è un'invenzione senza futuro"), ai discorsi sul suo stato attuale (con le teorie godardiane sulla superiorità del cinema autoriale, "Come ai tempi di Griffith e Chaplin"), dai tanti manifesti di pellicole sui muri di Roma (fra cui film di Hawks, Hitchcock o dello stesso Godard), alla scelta di Lang (che all'epoca, anche se naturalmente non lo si sapeva ancora, aveva ormai concluso la sua carriera: il suo ultimo film risale al 1960, e prima della sua morte nel 1976 non ne girerà altri) per il ruolo del regista, un Lang che afferma che "il cinemascope è fatto per i serpenti o per i funerali". C'è spazio poi per l'eterno conflitto fra la pulsione artistica e le esigenze commerciali (Paul deve piegarsi alle richieste del produttore "perché ha bisogno di soldi", cosa che si collega al dover mantenere "una moglie giovane e bella"), anche se Jeremy cerca di darsi arie autoriali affermando "Quando sento parlare di cultura, metto mano al libretto degli assegni" (capovolgendo il senso della celebre frase attribuita a Goebbels, che invece metteva mano "alla pistola", simbolo del disprezzo – appunto! – verso la cultura). Come Ulisse sfida gli dèi, Paul alla fine sfida il produttore (ossia, per un cineasta, il suo dio), anche se la sua è una rivolta vana e improduttiva: alla fine lascerà l'incarico, mentre Lang continuerà a girare sul set perché "bisogna sempre finire quello che si è iniziato".

Se al centro narrativo della pellicola c'è la crisi sentimentale ed esistenziale di una coppia borghese, dal punto di vista formale (ma in fondo anche contenutistico) essa è permeata a più livelli dal tema dell'arte, della cultura e della creatività. Si va dai rimandi alla civiltà mediterranea, con i paesaggi di Capri (una fonte di ispirazione fu il contemporaneo documentario "Méditerranée" di Jean-Daniel Pollet e Volker Schlöndorff) e le molteplici immagini delle statue greco-romane (a volte colorate, come pare che fossero in effetti i marmi che oggi siamo abituati a vedere bianchi), ai riferimenti pittorici (in un'inquadratura, la Bardot sembra la "ragazza con l'orecchino di perla" di Vermeer), dalle architetture classiche alle sculture moderne. Non sarebbe poi un film di Godard se il linguaggio non avesse un ruolo chiave: importante, al riguardo, il personaggio di Francesca (Giorgia Moll), la segretaria e interprete di Prokosch. Ogni personaggio parla infatti in una lingua diversa (inglese, francese, tedesco, italiano), generando un'affascinante babele in cui la ragazza si occupa di mettere ordine, traducendo a beneficio degli spettatori anche le numerose citazioni "colte" e letterarie (Omero, naturalmente, ma anche Dante o Hölderlin). Il film, che si apre con titoli di testa letti ad alta voce anziché scritti sullo schermo (come aveva fatto Orson Welles, con quelli di coda, ne "L'orgoglio degli Amberson"), è essenzialmente diviso in tre parti, che si svolgono rispettivamente a Cinecittà, nell'appartamento romano di Paul e Camille, e infine a Capri (la villa è Casa Malaparte, a Punta Massullo). Degna di nota è la sezione centrale, con solo due personaggi che discutono, litigano e si riappacificano, girata con lunghi piani sequenza e lasciando ampia libertà di improvvisazione ai due attori. Ne risulta un realistico e frustrante dialogo fra marito e moglie sul filo dell'incomprensibilità e dell'incomunicabilità, del velatamente alluso e del non detto. Il produttore italiano Carlo Ponti avrebbe voluto scritturare Sophia Loren e Marcello Mastroianni, mentre Godard suggeriva Kim Novak e Frank Sinatra. Si pensò anche a Monica Vitti, prima che Ponti scegliesse la Bardot e insistette affinché fossero presenti sue scene di nudo (come nella prima sequenza, a pancia in giù sul letto, girata in penombra). Il direttore della fotografia è Raoul Coutard, le musiche sono di Georges Delerue, almeno nell'edizione francese, perché in quella italiana sono invece di Piero Piccioni (e sono più jazz e "scanzonate", anziché classiche e "serie"). Ponti, infatti, rimaneggiò pesantemente la pellicola prima della sua uscita nel nostro paese: furono tagliati venti minuti di girato, cambiati l'inizio e la fine, alterati i nomi dei protagonisti (che riacquistano quelli del romanzo di Moravia: Emilia e Paolo Molteni), ma soprattutto viene svuotato di significato il personaggio dell'interprete Francesca, che diventa inutile visto che tutti parlano in italiano anziché nelle rispettive lingue. Insomma: da vedere, se si può, solo in originale.

31 agosto 2022

Irma Vep - La vita imita l'arte (O. Assayas, 2022)

Irma Vep - La vita imita l'arte (Irma Vep)
di Olivier Assayas – USA/Francia 2022
con Alicia Vikander, Vincent Macaigne
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Remake, sotto forma di miniserie televisiva (in otto episodi), dell'omonimo film del 1996 dello stesso Assayas, che a sua volta parla(va) di un remake: quello del celebre serial muto "I vampiri" di Louis Feuillade, che il regista autoriale René Vidal (Macaigne) sta girando a Parigi con una star hollywoodiana, Mira Harberg (Vikander), nei panni della protagonista Irma Vep. Costei (interpretata da Musidora nel 1915 – anche se la serie, chissà perché, dice 1916 – e da Maggie Cheung nel 1996) è una dark lady ante litteram, fascinosa ladra vestita con una tuta nera aderente che fa parte di una banda criminale (i "Vampiri", appunto) che terrorizza Parigi. Ma l'arte e la vita, la realtà e l'immaginazione, si confondono durante la travagliata lavorazione della serie, che mette a dura prova le fragili esistenze di attori e cineasti, alle prese con spiriti e demoni personali... Autoreferenziale e autobiografica (in René c'è molto di Assayas, a partire dalla relazione con "l'attrice cinese" che aveva interpretato Irma Vep in precedenza) ma al tempo stesso meno realistica (basti notare che, a differenza del film con Maggie Cheung, stavolta nessuno interpreta sé stesso e dunque tutti i personaggi sono immaginari), la serie è purtroppo noiosa e sfilacciata: come molti prodotti televisivi che prendono l'idea di partenza da un film o da qualcosa di preesistente, ne stiracchia i contenuti per spalmarli su una durata di più ore senza una vera necessità narrativa, il che risulta in una successione di situazioni ed episodi del tutto estemporanei e inconsequenziali. E quando prova a farsi "profonda", con le discussioni sulla vita, il cinema, la spiritualità, si ha l'impressione che sia tutto improvvisato sul momento e superficiale. La Vikander è francamente inadeguata nel ruolo dell'attrice sexy e bisessuale: meglio Macaigne in quello del regista nevrotico e depresso, nonché alcuni comprimari. Fra i migliori, Vincent Lacoste (il vanesio attore francese Edmond), Lars Eidinger (l'eccentrico e tossicomane attore tedesco Gottfried) e Devon Ross (Regina, assistente personale di Mira nonché aspirante regista), mentre il personaggio della costumista lesbica Zoe (Jeanne Balibar), assieme alla protagonista stessa, è quello che più ha sofferto nel passaggio dal film alla serie tv. Velleitari i riferimenti allo stato del cinema e della tv moderna (ma è triste che un prodotto in teoria così permeato di storia del cinema sia uscito sotto forma di serie televisiva: d'altronde, il cinema è morto). I numerosi inserti con la vicenda dei vampiri, con spezzoni del serial muto e poi le scene rifatte, sono la cosa più interessante: ma a quel punto, è meglio dedicare il proprio tempo a rivedersi direttamente l'originale di Feuillade.

28 agosto 2022

Les carabiniers (Jean-Luc Godard, 1963)

Les carabiniers
di Jean-Luc Godard – Francia/Italia 1963
con Patrice Moullet, Marino Masè
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

In un paese immaginario, in seguito alla visita di alcuni fucilieri (i "carabiniers" del titolo), due contadini – Ulysses (Marino Masè) e Michelangelo (Patrice Moullet), che vivono in una baracca con due donne, Cleopatra (Catherine Ribeiro) e Venus (Geneviève Galéa) – vengono arruolati nell'esercito del re e mandati in guerra, con la promessa che potranno saccheggiare tutto ciò che troveranno e diventare ricchi. Si macchieranno di molti delitti, ma resteranno con un pugno di mosche. Parabola surreale contro l'imperialismo e la guerra, ambientata fuori dal tempo (siamo evidentemente nel presente, ma i materiali di repertorio si riferiscono alla seconda guerra mondiale) con personaggi, luoghi e situazioni da intendersi in chiave universale. Lo stile di Godard è astratto e purificato, al tempo stesso essenziale e minimalista (una recitazione amatoriale e un aspetto quasi da film muto, con tanto di numerosi cartelli che rappresentano le lettere scritte a casa dai due soldati, i cui testi provengono da autentiche missive di soldati al fronte o di circolari dell'esercito nazista) e sofisticato (con i primi esempi di quella decostruzione del linguaggio che rappresentava una delle novità principali della Nouvelle Vague). Alla sceneggiatura ha contribuito Roberto Rossellini, da un soggetto di Beniamino Joppolo. Accolta con ostilità dal pubblico e dalla critica francese, la pellicola non è mai stata distribuita nei cinema italiani: probabilmente era troppo in anticipo sui suoi tempi. Molte le scene memorabili: la fucilazione della partigiana rivoluzionaria che cita Lenin e Majakovskij (Odile Geoffroy); le reazioni ingenue di Michelangelo al cinema, simili a quelle dei primi spettatori del muto, quale il tentativo di "entrare" nello schermo; il ritorno a casa con una valigia piena di fotografie di "ricchezze" che vengono minuziosamente catalogate ed elencate (monumenti, mezzi di trasporto, animali, donne...). La Ribeiro, che ebbe una relazione con Godard (al quale l'aveva presentata Truffaut) era una cantante impegnata, i cui brani venivano composti proprio da Moullet. La Galéa è la madre di Emmanuelle Béart.

17 agosto 2022

Irma Vep (Olivier Assayas, 1996)

Irma Vep (id.)
di Olivier Assayas – Francia 1996
con Maggie Cheung, Jean-Pierre Léaud, Nathalie Richard
***

Rivisto in divx.

René Vidal (Jean-Pierre Léaud), regista "autoriale" da tempo in declino, è in procinto di girare un remake del classico serial del 1915 "I vampiri" di Louis Feuillade (naturalmente muto e in bianco e nero, come l'originale) scegliendo come protagonista Maggie Cheung (sé stessa), popolare attrice di Hong Kong. Giunta a Parigi, Maggie si ritrova spersa in una città straniera di cui non conosce la lingua e su un set pieno di confusione, dove abbondano tensioni e litigi. Per non parlare del fatto che si trova al centro delle tensioni fra la troupe e un regista in profonda crisi, sia professionale che personale, e delle attenzioni che, secondo feroci gossip, esercita su Zoé, la costumista lesbica (un'ottima Nathalie Richard). Una sorta di "Effetto notte" per Assayas, con cui affronta svariati temi semi-autobiografici e legati allo stato della settima arte in un momento di passaggio dalle velleità autoriali delle Nouvelle Vague (di cui René è uno degli ultimi rappresentanti: non a caso il personaggo è interpretato da Léaud, celebre "alter ego" di Truffaut nel ciclo di Antoine Doinel iniziato con "I quattrocento colpi") al post-modernismo di Tarantino & Co. (esemplificato dalla macchietta del giornalista che intervista Maggie, innamorato di John Woo e del cinema di arti marziali e feroce detrattore del vecchio cinema francese, descritto come "noioso", "intellettuale" e interessato solo al "proprio ombelico": sembra di sentire le stesse critiche che si facevano all'epoca al cinema impegnato italiano, o le parole rivolte da esegeti del cinema "popolare" e "d'azione" contro quello "d'autore"; il paradosso, naturalmente, è che le due cose possono convivere, come ha dimostrato la stessa Maggie nel corso della sua carriera, passando dalle pellicole di Jackie Chan a quelle di Wong Kar-wai). Lo stile di Assayas, per forza di cose, va alla ricerca del realismo, con la macchina a mano, lunghi piani sequenza, musica diegetica, dialoghi improvvisati o che si sovrappongono fra loro in modo fluente; e non mancano momenti intensi e sorprendenti, come quello in cui Maggie, per "entrare nel personaggio", indossa il costume di Irma Vep (una tuta in lattice, aderente e completamente nera, simile a quella di Musidora nel film di Feuillade ma ispirata anche alla Catwoman del secondo "Batman" di Tim Burton) e si aggira per l'albergo dove risiede, entrando persino nella stanza di una turista americana (interpretata da Arsinée Khanjian, moglie e musa di Atom Egoyan!) e rubandole una collana. L'insieme è affascinante, nel ritrarre il caos turbolento di una produzione cinematografica destinata da subito al fallimento: alla fine René abbandonerà il progetto e gli subentrerà un altro regista, José Mirano (Lou Castel), che come prima cosa rinuncerà all'attrice cinese, sostituendola con la sua controfigura. Maggie come sempre è esotica, splendida e vulnerabile. Nel cast anche Bulle Ogier (l'amica di Zoé). Nella colonna sonora spicca "Bonnie and Clyde" cantata da Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot. Nel 2022 lo stesso regista ha realizzato un remake autoreferenziale sotto forma di miniserie televisiva (con Alicia Vikander).

10 agosto 2022

Beren & Lúthien (Franck Gimenez, 2012)

Beren & Lúthien
di Franck Gimenez – Francia 2012
con Damien Laulagnier, Chloé Martin
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

La storia di Beren e Lúthien, inizialmente narrata da J.R.R. Tolkien nei "Racconti perduti" e nel poema "Lai di Leithian", è una delle vicende più importanti e affascinanti fra tutte quelle contenute nel "Silmarillion", talmente cara allo stesso Tolkien che i nomi dei due personaggi sono incisi sulla tomba dello scrittore e di sua moglie nel cimitero di Wolvercote, a Oxford. Ambientata durante la Prima Era della Terra di Mezzo, nel Beleriand, narra l'amore fra un uomo e un'elfa: Beren, figlio di Barahir della casa di Bëor, e Lúthien, da lui poi chiamata Tinúviel, figlia di Thingol signore del Doriath e della maia Melian. Dalla loro unione, la prima in assoluto fra un mortale e un'immortale, discenderanno sia la razza dei Mezzelfi (come Elrond e Arwen) sia la stirpe dei re di Númenor (e quindi dei Dúnedain, fino ad Aragorn). Questo fan movie di 20 minuti, opera di un gruppo di cineasti francesi, ne narra praticamente solo il primo incontro: e come molti di questi film amatoriali, purtroppo (anche a causa della penuria di mezzi), è privo di epica fantasy, ridotta a un pugno di persone che corre o combatte in mezzo a un bosco. Assente ogni afflato mitologico, la cosa migliore che ha da offrire è il sonoro, che costruisce quasi da solo l'intera atmosfera del film.