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5 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone (Hayao Miyazaki, 2023)

Il ragazzo e l'airone (Kimitachi wa do ikiru ka)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2023
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Impero, con Sabrina.

Dopo la morte della madre Himiko in un incendio, all'inizio della seconda guerra mondiale, il dodicenne Mahito si trasferisce in campagna con il padre, ingegnere militare, e la nuova compagna di questi, Natsuko, sorella minore della stessa Himiko. Il ragazzo fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e soprattutto ad accettare la matrigna e la nuova situazione famigliare. Attirato in una torre diroccata da un misterioso airone cenerino parlante, si ritrova trasportato in un’altra dimensione, un mondo fantastico popolato da uccelli antropomorfi e governato dalla magia, dal soprannaturale e da differenti leggi temporali. Qui, fra le altre cose, ritroverà sua madre da giovane e imparerà ad accettare il proprio destino. Dieci anni dopo "Si alza il vento" (che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, prima di ripensarci), Miyazaki realizza una delle sue pellicole più complesse, allegoriche e filosofiche, su un soggetto originale (e in parte autobiografico) ispirato al romanzo "E voi come vivrete?" di Genzaburo Yoshino (da cui proviene il titolo giapponese). All'apparenza è una rilettura/variazione de "La città incantata", con un protagonista (stavolta maschile) che, come in "Alice nel paese delle meraviglie", si ritrova in un mondo onirico, fantastico e surreale, dominato da regole strane e paradossali e popolato da creature bizzarre. La fantasia e la visionarietà sono però al servizio di temi particolarmente profondi – la morte, la nascita, la guerra, la famiglia – affrontati attraverso simboli e allegorie: l'intero percorso di Mahito è un viaggio dantesco (sulla porta della torre è letteralmente inscritta una citazione di Dante, in italiano: "Fecemi la divina potestate"), dagli inferi al paradiso, fino all'incontro con il creatore. Anche se a tratti si ha l'impressione che la fantasia di Miyazaki scorra un po' troppo a ruota libera, saltando di palo in frasca (e introducendo personaggi, creature o ambienti senza pausa), le suggestioni sanno come colpire nel segno e rimangono impresse nello spettatore perché risuonano di concetti e temi propri dell'essere umano. Certo, un film simile è evidentemente frutto della maturazione e della tarda età del suo autore, che riflette all'indietro sulla propria infanzia, e per questo motivo la pellicola potrebbe risultare meno gradita al pubblico più giovane, che al limite ne apprezzerà soltanto gli aspetti più fantasy, buffi e visionari (gli uccelli parlanti, i "wara-wara", gli echi avventurosi). La bella colonna sonora di Joe Hisaishi è meno sinfonica del solito, e per lo più composta al pianoforte. L'edizione italiana è fortunatamente Cannarsi-free (anche se alcune frasi qua e là tendono a ricordare il suo stile). Disegni, sfondi e animazioni eccellenti, come al solito.

20 settembre 2023

Dust in the wind (Hou Hsiao-hsien, 1986)

Dust in the wind (Lian lian feng chen)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1986
con Wang Chien-wen, Hsin Shu-fen
**

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Amici e "fidanzatini" sin dall'infanzia, il giovane Wan (Wang Chien-wen) e la compagna Huen (Hsin Shu-fen) si trasferiscono dopo la scuola dal villaggio natale di Jiufen nella capitale Taipei, in cerca di lavoro. Ma le cose non andranno come previsto. E mentre Wan svolge il servizio militare, verrà a sapere che Huen ha sposato un altro. Basato sui ricordi d'infanzia dello sceneggiatore Wu Nien-jen (che inizia qui una collaborazione con Hou Hsiao-hsien che proseguirà con "Città dolente" e "Il maestro burattinaio"), è il terzo capitolo di una trilogia di "memorie" firmata dal regista, dopo "In vacanza dal nonno" (che si ispirava all'infanzia di un altro sceneggiatore, Chu Tien-wen) e "A time to live, a time to die" (sulle esperienze dello stesso HHH). I tre film sono piuttosto simili, caratterizzati da una struttura episodica, con momenti di "slice of life" che mettono in evidenza le difficoltà della crescita, dei rapporti con i genitori e con il mondo esterno, in chiave anti-nostalgica (il periodo dell'adolescenza è tutt'altro che edulcorato). Questo, però, è forse il meno riuscito dei tre, e non solo perché molti temi erano già stati affrontati nei lavori precedenti: anche per via del realismo di fondo, si ha la sensazione che la narrazione salti di palo in frasca, i personaggi non sono mai pienamente caratterizzati e il risultato è alquanto noioso. Ottime, come sempre, regia e atmosfera (la pellicola fu acclamata per il ritratto di una Taiwan rurale e quasi dimenticata), nonché le prove di attori in gran parte non professionisti, tranne qualche comprimario. Li Tian-lu, che interpreta il nonno di Wan, sarà riutilizzato da HHH in altri due film. La storia si svolge negli anni settanta, quando Jiufen era un villaggio in gran parte minerario. Il film che viene proiettato sui teloni nella piazza del paese è "Beautiful Duckling" di Li Hsing. La colonna sonora è di Chen Ming-Chang, al suo esordio come compositore cinematografico.

27 luglio 2023

Close (Lukas Dhont, 2022)

Close (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Fra/Ola 2022
con Eden Dambrine, Gustav de Waele
***

Visto in TV (Sky Cinema).

L'amicizia fra i tredicenni Léo (Dambrine) e Rémi (de Waele) è talmente stretta che a scuola i compagni suggeriscono che siano innamorati l'uno dell'altro. La cosa turba Léo, che cerca di prendere le distanze dall'amico, allontanandosi da lui – da cui in precedenza era inseparabile – per frequentare altri circoli. E quando Rémi, improvvisamente, si suiciderà, Léo sarà tormentato dai sensi di colpa. Secondo film per il regista Lukas Dhont e il suo co-sceneggiatore Angelo Tijssens: come il precedente "Girl", con cui ha molto in comune, esplora il vissuto intimo di personaggi giovanissimi alla prese con la scoperta di sé e dei propri sentimenti, qualcosa di assai difficile in un'età in cui non solo non si hanno le idee chiare, ma non si è nemmeno abbastanza forti da resistere all'influenza dell'ambiente circostante, anche quando questo non è necessariamente negativo o tossico (i genitori dei due bambini approvano la loro amicizia, i compagni di classe si limitano a scherzarci sopra). E che, per questi motivi, scelgono di cambiare strada per paura dei propri sentimenti o per il timore di essere giudicati. La maggior parte della pellicola si svolge dopo la morte di Rémi, e dunque il film parla più di elaborazione del lutto e dei sensi di colpa (quando la vita "va avanti") che di consapevolezza queer o di coming out (anzi, non è nemmeno detto che Léo sia gay: la sua amicizia con Rémi può essere semplicemente questo, un'amicizia), come invece accadeva, per esempio, in "Fucking Åmål". Rispetto a "Girl", il film è forse un po' più costruito, ma non meno intenso. Grand Prix a Cannes, e nomination all'Oscar come miglior film straniero.

23 giugno 2023

Another country - La scelta (M. Kanievska, 1984)

Another country - La scelta (Another Country)
di Marek Kanievska – Gran Bretagna 1984
con Rupert Everett, Colin Firth
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Negli anni trenta, il giovane Guy Bennett (Rupert Everett) frequenta il college di Eton, una delle severe istituzioni dove viene "allevata" la futura classe dirigente britannica. Nonostante la rigida disciplina, un sistema educativo fortemente conservatore e repressivo, e le complesse dinamiche interne (gli studenti stessi si organizzano in strutture di comando autonome per gestire a modo proprio l'ordine nelle varie "case" della scuola), Guy manifesta sempre un atteggiamento ribelle e irriverente, scherzando su ogni cosa e non nascondendo la propria omosessualità – è innamorato di un compagno di studi, James Harcourt (Cary Elwes) – e una forte insofferenza verso le regole e l'autorità. Quando però proprio il suo essere gay lo porterà a dover rinunciare alle proprie aspirazioni di diventare diplomatico a Parigi, la disillusione sarà forte. L'intera vicenda è narrata in flashback, durante un'intervista rilasciata a Mosca da un Guy anziano, negli anni ottanta, a una giornalista americana: il personaggio è infatti ispirato a Guy Burgess, uno dei cosiddetti "cinque di Cambridge", giovani rampolli britannici che diventarono in segreto spie russe al servizio del KGB, tradendo il proprio paese non per denaro ma perché sinceramente delusi dai suoi ideali e affascinati da quelli della recente rivoluzione bolscevica. Guy, a dire il vero, non pare molto interessato alla politica, a differenza dell'amico e compagno di stanza Tommy Judd (Colin Firth), che invece è un convinto comunista. Ma sarà proprio l'oppressiva vita nel college, ingabbiata in un sistema che si oppone e reprime tutto ciò che è "diverso", a spingerlo a cambiare fazione. Tratto dall'opera teatrale di Julian Mitchell (che ne ha curato la sceneggiatura), non è dunque un film politico, né tantomeno di spionaggio, ma un racconto di formazione o di coming-of-age, con una bella ambientazione circoscritta (cui si ispirerà in parte "L'attimo fuggente") e ottime prove di giovani attori che faranno strada (sia Everett che Firth, peraltro, avevano interpretato le stesse parti già a teatro). Nel cast anche Michael Jenn, Robert Addie, Rupert Wainwright, Tristan Oliver e Nicholas Rowe. Curiosità: fu proprio la visione di questo film a convincere Tiziano Sclavi, nel periodo in cui stava progettando il personaggio, a dare a Dylan Dog il volto di Rupert Everett.

12 giugno 2023

The Fabelmans (Steven Spielberg, 2022)

The Fabelmans (id.)
di Steven Spielberg – USA 2022
con Gabriel LaBelle, Michelle Williams
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Dalla prima volta che va al cinema (nel 1952, a vedere "Il più grande spettacolo del mondo" di Cecil B. DeMille), Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle) si innamora della settima arte e decide di voler diventare un regista. Trascorrerà l'infanzia e poi l'adolescenza a girare film amatoriali, mentre cresce dapprima nel New Jersey, poi in Arizona e infine in California, dove il padre (Paul Dano), ingegnere informatico, si è trasferito per lavoro. Ma sarà soprattutto il rapporto con la madre (Michelle Williams), pianista problematica, a segnare i suoi primi anni di vita. Pellicola semi-autobiografica con cui Spielberg ha inteso omaggiare soprattutto i suoi genitori. È l'ennesimo film nostalgico e autobiografico che si vede negli ultimi anni, sintomo di un cinema che ormai è sempre più ripiegato su sé stesso e guarda con preoccupante frequenza al passato. Colmo di retorica famigliare (ma da Spielberg c'era da aspettarselo), cinematograficamente didascalico, lungo, autoindulgente, e pieno di cliché (i bulli a scuola!) e scene madri, è noioso, mal scritto e mal recitato, nonostante una certa critica remissiva (ben sette candidature agli Oscar, fra cui miglior film e regia) l'abbia pensata diversamente. La cosa peggiore, ovviamente, è che "normalizza" e banalizza la stessa magia che vorrebbe raccontare, quella del cinema, che spesso passa in secondo piano rispetto ai melodrammi famigliari, salvo far capolino qua e là (come nel finale, quando Sammy arriva finalmente a Hollywood e incontra un John Ford – interpretato da David Lynch – che gli elargisce un consiglio). Seth Rogen è lo "zio" Bennie, Judd Hirsch il bizzarro prozio Boris.

26 maggio 2023

Le otto montagne (Van Groeningen, Vandermeersch, 2022)

Le otto montagne
di Felix Van Groeningen, Charlotte Vandermeersch – Italia/Bel/Fra 2022
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

La storia dell'amicizia fra Pietro (Luca Marinelli) e Bruno (Alessandro Borghi), dal loro primo incontro da bambini – quando il primo, "cittadino" e introverso, si reca in vacanza con la famiglia da Torino sulle Alpi valdostane e conosce il secondo, bimbo "montanaro" e incolto – a quando, da adulti (e dopo la morte del padre di Pietro (Filippo Timi), l'uomo che aveva fatto innamorare il primo della montagna e aveva "adottato" il secondo come un figlio sostituto nel periodo in cui il vero figlio, per ribellione, non gli parlava più), restaureranno un vecchio rudere in alta quota per trascorrervi le estati; fino a quando le differenti personalità li spingeranno a prendere strade diverse. Pietro girerà il mondo alla ricerca di sé stesso, trovando un nuovo equilibrio scalando le vette tibetane; Bruno, invece, si inselvatichirà e si chiuderà sempre più in sé, incapace di lasciare la montagna dove è nato e cresciuto: due atteggiamenti di fronte alla vita che si rispecchiano nella metafora buddista delle "otto montagne" che circondano il mondo: è meglio fare il loro giro oppure rimanere al centro senza muoversi? Dal romanzo di Paolo Cognetti (vincitore del premio Strega), sceneggiato da una coppia di registi belgi (lei, in precedenza solo sceneggiatrice dei film di lui, firma qui la sua prima co-regia), una storia di amicizia ad ampio raggio (temporale e geografico), focalizzata su due personaggi agli opposti eppure in grande sintonia, accomunati soprattutto dall'amore per la montagna e dal rifiuto dei compromessi e dell'adattarsi alla vita "cittadina". Il soggetto è notevole, i temi profondi, i personaggi in grado di catturare lo spettatore, che potrebbe identificarsi nell'uno o nell'altro: peccato che l'esecuzione sia un po' zoppicante, soprattutto a livello di scrittura, con dialoghi e passaggi da fiction televisiva. Anche recitazione e regia non brillano più di tanto. Almeno ci sono bei paesaggi. Girato in 4:3. Premio della giuria a Cannes.

11 febbraio 2023

A time to live, a time to die (Hou Hsiao-hsien, 1985)

Ricordi dell'infanzia (Tong nien wang shi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1985
con Yu An-shun, Tien Feng, Mei Fang
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il piccolo Hsiao (chiamato da tutti "Ah-ha") cresce nella Taiwan degli anni cinquanta e sessanta, dove suo padre si è trasferito nel 1947 fuggendo dalla Cina continentale. Diviso in due parti, nelle quali il protagonista ha rispettivamente dieci e diciotto anni, il film è ispirato alle memorie di gioventù del regista stesso, e rappresenta il secondo tassello di una trilogia di "ricordi dell'infanzia" dopo il precedente "In vacanza dal nonno" (basato sulle memorie dello sceneggiatore Chu Tien-wen, collaboratore abituale di HHH) e prima del successivo "Dust in the wind" (basato su quelle dell'altro co-sceneggiatore Wu Nien-jen). La quotidianità di un microcosmo domestico e rurale, le difficoltà economiche e politiche, i lutti in famiglia (nelle due sezioni Hsiao perde rispettivamente il padre, malato di tubercolosi, e poi la madre, per un tumore alla gola), i rapporti con la nonna svampita (che progetta in continuazione di tornare "in patria", ovvero in Cina), la sorella maggiore, i tre fratelli, gli amici, le ragazze... tutto contribuisce a una narrazione delicata e avvolgente, con un ritmo naturale e mai noioso, dove l'insieme è la somma delle parti. E le ripetute inquadrature dei medesimi ambienti (la strada fuori dalla casa di famiglia, con il grande albero che la sovrasta; gli interni domestici, come la stanza con la scrivania del padre), lungo il trascorrere degli anni, donano un legame emotivo al tutto. Più che nostalgico o celebrativo, lo sguardo rivolto al passato è rievocativo, triste e malinconico (la crescita del protagonista va di pari passo con gli inevitabili cambiamenti e la dissoluzione famigliare), mai edulcorato (in particolare nella seconda parte, quando Hsiao finisce sulla "cattiva strada", fra ribellioni a scuola e risse fra bande rivali). Commovente il finale. Il titolo inglese (scritto a volte anche come "The time to live and the time to die") è ispirato a quello di un film di Douglas Sirk del 1958, noto in Italia come "Tempo di vivere".

20 dicembre 2022

Tuo, Simon (Greg Berlanti, 2018)

Tuo, Simon (Love, Simon)
di Greg Berlanti – USA 2018
con Nick Robinson, Logan Miller
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Simon (Nick Robinson), all'ultimo anno di liceo, è segretamente gay: ma non ha il coraggio di dichiararlo né alla famiglia né agli amici. Il suo segreto verrà alla luce quando le mail che si scambia anonimamente con un compagno di scuola, gay come lui ma di cui ignora l'identità, verranno rese pubbliche da una terza persona... Tratto da un romanzo (di Becky Albertalli) di coming-of-age, un teen movie sui tormenti interiori di un adolescente alle prese con un mondo "eteronormale", in cui deve bilanciarsi fra le amicizie (che iniziano a colorarsi di sentimenti più forti), gli affetti familiari, la scuola e le emozioni non espresse. Una regia di stampo televisivo e giovani attori dai medesimi trascorsi tengono un po' a freno il risultato, ed è un peccato, visto che la sceneggiatura (inevitabile lieto fine "hollywoodiano" a parte) riesce a caratterizzare bene i personaggi e a mantenere l'attenzione dello spettatore entro i livelli di guardia, evitando tra l'altro le trappole dell'eccesso di sensazionalismo e quelle dell'estetica pop o fumettistica (ma non quelle del messaggio educativo o idealistico). Josh Duhamel e Jennifer Garner sono i genitori di Simon; Katherine Langford, Alexandra Shipp e Jorge Lendeborg Jr i suoi amici; Logan Miller il "nerd"; Tony Hale il vicepreside impiccione. In seguito al buon successo di pubblico, è stato realizzato un sequel sotto forma di serie tv ("Love, Victor"). La traduzione del titolo non è coerente con il film, durante il quale il modo in cui Simon firma le sue mail è reso sempre come "Con amore, Simon".

12 settembre 2022

In vacanza dal nonno (Hou Hsiao-hsien, 1984)

In vacanza dal nonno (Dong dong de jiaqi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1984
con Wang Chi-kuang, Li Shu-chen
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mentre la madre è ricoverata in ospedale in città in attesa di una difficile operazione, l'undicenne Tong-tong e la sua sorellina di quattro anni Ting-ting trascorrono l'estate dal nonno in un villaggio di campagna. Qui vivranno giornate di spensieratezza, fra giochi, scherzi e amicizie con i bambini del luogo; ma assisteranno anche a piccoli e grandi drammi, momenti di vita ed enigmatiche "cose da grandi", il tutto mentre monta la tensione per la salute della madre lontana. Ispirato ai ricordi d'infanzia dello sceneggiatore Chu Tien-wen (che aveva già scritto con HHH il precedente "I ragazzi di Fengkuei", e che rimarrà un fedele collaboratore del regista per il resto della sua carriera), un film magico nella sua semplicità e nel minimalismo, che pure – nonostante il punto di vista sia quello infantile – non risulta mai banale e anzi affronta con profondità temi seri. Oltre ai giochi con gli amici (fra bagni nel fiume e scherzi con gli animali) e al rapporto con la sorellina piccola (che vorrebbe partecipare alle "avventure" dei bambini più grandi), Tong-tong è testimone del litigio fra lo zio Chang-ming, che ha messo incinta la fidanzatina Pi-yun, e il nonno Liu, medico del villaggio; delle scorribande di due ladri venuti da fuori, che trovano rifugio proprio a casa dello zio; e delle vicende legate ad Han-tzu, detta Dim-ma, la "pazza del villaggio", vittima di abusi ma che stringe un commovente sodalizio con la piccola Ting-ting (che la "adotta" come un surrogato della propria madre). Splendidi i bambini, in particolare la piccola Ting-ting con il suo sguardo corrucciato e tenero. Il soggetto ha ispirato, almeno in parte, quello de "Il mio vicino Totoro" di Hayao Miyazaki. Vincitore del premio della giuria al festival di Locarno, il film è anche il primo di una trilogia di "ricordi d'infanzia": sarà seguito infatti da "A time to live, a time to die" (basato sulle memorie dello stesso HHH) e "Dust in the wind" (basato su quelle del co-sceneggiatore Wu Nien-jen).

17 maggio 2022

Fish tank (Andrea Arnold, 2009)

Fish tank (id.)
di Andrea Arnold – GB 2009
con Katie Jarvis, Michael Fassbender
***

Visto in divx.

La quindicenne Mia (Katie Jarvis) è una ragazza ribelle e problematica, solitaria e arrabbiata, che vive con la madre (Kierston Wareing) e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths) alla periferia di Londra, in un ambiente alquanto degradato. A parte l'amore per gli animali, la sua unica passione è la danza, ma nessuno sembra prenderla sul serio. Riceverà però un inatteso incoraggiamento da Connor (Michael Fassbender), il nuovo ragazzo di sua madre, che la prende in simpatia... Uno spaccato di realtà difficile e alienazione adolescenziale, girato in maniera coinvolgente con camera a mano e piani sequenza, e con uno scenario familiare e sociale disagiato a fare da sfondo a una protagonista che parla poco ma riesce a esprimersi attraverso le azioni, gli sguardi e l'apparente rigetto di tutto ciò che la circonda. E non mancano colpi scena e momenti drammatici, vissuti però con la leggerezza e l'inconscienza tipica dell'adolescenza. Nella colonna sonora (tutta diegetica) spicca la cover di "California Dreamin'" cantata da Bobby Womack, la canzone preferita da Connor, sulle cui note Mia prepara la sua audizione come danzatrice in un locale. La cavalla che viene uccisa perché "malata" e vecchia, avendo sedici anni, è una metafora del cambiamento e dell'arrivo dell'età adulta: sedici anni è infatti la stessa età a cui Mia, ormai maturata, decide finalmente di andarsene di casa. Molto bello il rapporto di amore/odio con la madre e la sorella (con cui litiga in continuazione, ma che alla fine saluta con affetto: "Ti odio", "Ti odio anch'io"), esemplificato dalla scena in cui le tre ballano insieme. Ottime le interpretazioni (Jarvis non è un'attrice professionista) e la regia. Harry Treadaway è il "fidanzatino" Billy. Premio della giuria al festival di Cannes.

8 maggio 2022

Piccole donne (George Cukor, 1933)

Piccole donne (Little Women)
di George Cukor – USA 1933
con Katharine Hepburn, Joan Bennett
**

Visto in divx.

Mentre il padre è al fronte durante la Guerra di Secessione, le quattro sorelle March – la maggiore Meg (Frances Dee), la vivace Jo (Katharine Hepburn), la sensibile Beth (Jean Parker) e la vanitosa Amy (Joan Bennett) –, ragazze generose e ribelli, indomite e sognatrici, crescono con la madre in una piccola cittadina del Massachusetts. La loro vita trascorre fra desideri di emancipazione, bei momenti e piccole tragedie, che punteggiano le fasi della crescita, accompagnate dai valori e dagli insegnamenti delle persone loro attorno. È forse l'adattamento più celebre del romanzo (semi-autobiografico) di Louise May Alcott, che sarà portato poi sullo schermo molte altre volte (fra cui, nel 1994, da Gillian Armstrong, con Winona Ryder e Susan Sarandon, e nel 2019, da Greta Gerwig, con Saoirse Ronan ed Emma Watson). Celebre ma anche un po' stucchevole, nel suo mix di retorica familiare, romanticismo e buoni sentimenti, sostenuto però dall'agile regia di Cukor, che non appesantisce mai una narrazione episodica, quotidiana, minimalistica (almeno nella prima metà del film: la seconda si fa via via più verbosa e melodrammatica). A una prima parte caratterizzata infatti da leggerezza, convivialità e atmosfere familiari (da ricordare la recita teatrale organizzata in casa dal "maschiaccio" Jo, o le vicissitudini romantiche delle varie sorelle), fa seguito una seconda più drammatica, dove non mancano le tragedie (la tensione per il padre al fronte, o la malattia e poi la morte di Beth). Il successo (di critica e di pubblico) fu grande, anche per merito delle buone interpretazioni, benché le protagoniste appaiano troppo adulte per le parti: la Hepburn aveva 26 anni, mentre Jo ne dovrebbe avere all'inizio 15; e la Bennett ne aveva 23, quando Amy ne dovrebbe avere solo 12 (è la più piccola delle sorelle!). Cukor, ancora agli esordi, cominciò qui a farsi la fama di "regista delle donne", nonché di specialista in adattamenti letterari. Il cast comprende Douglass Montgomery (il giovane Laurie), Henry Stephenson (il signor Laurence), Spring Byington (la madre), Edna May Oliver (la zia), Paul Lukas (il professor Bhaer). La sceneggiatura di Victor Heerman e Sarah Y. Mason vinse l'Oscar (con nomination anche per il film e la regia).

4 maggio 2022

Luca (Enrico Casarosa, 2021)

Luca (id.)
di Enrico Casarosa – USA 2021
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Il piccolo Luca è un mostro marino (!) che vive con i suoi simili sui fondali del Mar Ligure, e ha la capacità di assumere fattezze umane quando si trova all'asciutto. In compagnia dell'amico Alberto, esplora con curiosità il mondo degli esseri umani, stringendo amicizia con la coetanea Giulia: insieme, i tre parteciperanno a una gara (di "triathlon italiano": nuoto, bicicletta e mangiata di pasta!) nella cittadina di Portorosso. Primo lungometraggio del regista italiano Enrico Casarosa (che per la Pixar dieci anni prima aveva già realizzato il corto "La luna", sempre a tema marino), è una storia di coming-of-age sui temi dell'amicizia, venata di fantastico e con rimandi a classici disneyani come "La sirenetta" (di cui è una versione maschile e più infantile) e "Pinocchio" (di cui capovolge le dinamiche: Luca, qui, desidera andare a scuola). Un film nel complesso gradevole, anche per via dell'estetica miyazakiana, ma essenzialmente innocuo, fatto di buoni sentimenti e poca originalità. Portorosso, come gli scenari circostanti, è ispirata ai paesini delle Cinque Terre, quando erano ancora villaggi di pescatori e non località turistiche: il film si svolge infatti negli anni Cinquanta, come testimoniano anche le locandine di film d'epoca – "La strada", "Vacanze romane" – affisse sui muri (mentre in tv passa "I soliti ignoti" e su una bici campeggia una foto di Marcello Mastroianni). L'Italia che ne risulta è decisamente stereotipata, un paese fuori dal mondo e dal tempo, dove gli uomini (e i gatti!) hanno i baffi, tutti ascoltano o cantano l'opera lirica, fanno gesti con le mani, mangiano pasta (al pesto, visto che siamo in Liguria!) e vanno in Vespa (proprio una Vespa è l'oggetto del desiderio dei protagonisti, che partecipano alla gara nella speranza di potersene comprare una). Anche i temi dell'amicizia e della scoperta del mondo e di sé stessi (attraverso la trasformazione) sono abbastanza inflazionati, tanto che saranno riproposti pari pari nel successivo film Pixar, "Red". Alcuni critici hanno avanzato un (ardito) parallelo con "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, per via dell'ambientazione estiva-vacanziera, nostalgica e italiana. Nella colonna sonora, canzoni di Mina, Gianni Morandi, Rita Pavone ed Edoardo Bennato.

7 aprile 2022

Apollo 10 e mezzo (R. Linklater, 2022)

Apollo 10 e mezzo (Apollo 10½: A Space Age Childhood)
di Richard Linklater – USA 2022
animazione rotoscope
**

Visto in TV (Netflix).

Stanley, nove anni e ultimo di sei fratelli, vive con la famiglia alla periferia di Houston: il film – il terzo di Linklater in animazione rotoscope, dopo i più artistici "Waking life" e "A scanner darkly" – rievoca in chiave nostalgica l'estate del lancio dell'Apollo 11 e della conquista della Luna, eventi (ri)visti con gli occhi dell'infanzia. Gran parte della pellicola, in effetti, è spesa a raccontare le esperienze di quei mesi: la vita in famiglia, i giochi più o meno pericolosi con i fratelli e gli altri ragazzi del quartiere, le canzoni, i film e i programmi TV dei tardi anni Sessanta, il tutto mentre il programma spaziale della NASA domina l'interesse collettivo e l'immaginario di tutti. In effetti lo stesso Stanley, nella sua immaginazione, si vede partecipare alla grande impresa, assoldato per testare il modulo lunare e poi raggiungere in segreto la Luna (con la missione Apollo 10 e mezzo) prima dei veri astronauti. Parzialmente autobiografico (e in questo molto simile come impostazione al recente "Belfast" di Kenneth Branagh, nonché a mille altri film del genere), visto che lo stesso Linklater è nato a Houston nel 1960, il lungometraggio è però nel complesso noiosetto, come quando qualcuno ti vuole raccontare per forza le sue esperienze d'infanzia, anche se sono poco interessanti. La voce narrante (di Stanley da adulto), in originale, è di Jack Black. Fra i tanti film di quegli anni citati nella pellicola, c'è "Conto alla rovescia" di Robert Altman.

3 aprile 2022

Red (Domee Shi, 2022)

Red (Turning Red)
di Domee Shi – USA 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Quando entra nella pubertà, la tredicenne Mei – ragazzina di origine cinese, ma residente con la famiglia a Toronto – scopre di trasformarsi in un gigantesco panda rosso ogni volta che è in preda a forti emozioni. Si tratta di una "maledizione" che da sempre colpisce le donne della sua famiglia, ma che è possibile eliminare con un complicato rituale: peccato che questo debba essere eseguito nella stessa sera di plenilunio in cui la ragazzina progettava di andare con le amiche (e di nascosto dai genitori) al concerto della loro boy band preferita... I temi della crescita, dell'improvviso e inaspettato ingresso nell'età adulta ("Sono un orribile mostro rosso", esclama Mei dopo la prima trasformazione, con un esplicito riferimento alle prime mestruazioni), della ribellione ai genitori (una sfida mossa dalle difficoltà di essere all'altezza delle aspettative della madre, una tipica e terribile asian mom, ingombrante e protettiva, che controlla ogni aspetto della vita della figlia e si attende da lei l'eccellenza in ogni campo) e del "non nascondere il lato negativo di sé, ma trovargli posto e conviverci" (il messaggio di "non reprimere la bestia, ma darle sfogo" fa inevitabilmente volare il pensiero al "Dottor Jekyll e Mister Hyde" di Stevenson, di cui la pellicola è praticamente una rilettura, magari ispirata anche a "Ranma 1/2" e "Totoro") sono al centro di un film simpatico, benché semplicistico e un po' troppo piacione e giovanilistico. Targato Pixar, sembra quasi strizzare gli occhi più alla televisione che al cinema. In effetti, come i precedenti "Soul" e "Luca", è uscito direttamente sulla piattaforma di streaming Disney+, anziché nelle sale. È il primo lungometraggio diretto dalla sino-canadese Domee Shi (anche sceneggiatrice), dopo il corto "Bao" del 2018.

28 marzo 2022

Noi siamo infinito (Stephen Chbosky, 2012)

Noi siamo infinito (The perks of being a wallflower)
di Stephen Chbosky – USA 2012
con Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller
***

Visto in TV (Prime Video).

Adolescente intelligente ma introverso, depresso e con tendenze suicide, Charlie (Logan Lerman) inizia il liceo senza amici e bullizzato dagli alunni più grandi. Ma tutto cambia quando conosce lo spigliato Patrick (Ezra Miller) e la sua sorellastra Sam (Emma Watson), studenti dell'ultimo anno, che lo introducono nella loro cerchia. Grazie ai nuovi amici, peraltro non esenti a loro volta da problemi e tormenti, Charlie uscirà dal guscio e saprà fare in qualche modo i conti con un tragico passato. Dal suo omonimo romanzo, Chbosky scrive e dirige una storia di coming-of-age che parte come una commedia scolastica adolescenziale ma si fa quasi subito dark ed esistenziale, mostrando il lato più oscuro dei personaggi e del loro difficile passaggio verso l'età adulta, fra piccoli e grandi drammi che solo il sostegno reciproco può aiutare a superare. L'amicizia con Patrick e l'amore verso Sam accompagnano Charlie durante il primo anno di liceo, insieme alle vicende scolastiche (la passione per la letteratura, incoraggiata dal professore di inglese), quelle famigliari (i rapporti con i fratelli) e ai traumatici ricordi del passato. Strutturata come un romanzo epistolare (Charlie scrive a un amico senza nome, raccontandogli le proprie vicende), la pellicola è ambientata all'inizio degli anni Novanta ed è accompagnata da una bella colonna sonora a base di rock (dove spicca "Heroes" di David Bowie, il brano che gli amici ascoltano mentre passano in macchina attraverso il tunnel) e da vari riferimenti culturali (come il "Rocky Horror Picture Show", alle cui rappresentazioni "dal vivo" – simbolo di apertura alla diversità e alla consapevolezza di sé stessi – il gruppo di amici partecipa in costume). Bravo e intenso il cast di giovani attori: Lerman e Miller sono ottimi, la Watson sorprende in un ruolo al di fuori della bolla di Harry Potter. Il titolo italiano è forse un po' troppo "mocciano" (o "mucciniano"?), ma si rifà alla battuta finale del film.

4 marzo 2022

Belfast (Kenneth Branagh, 2021)

Belfast (id.)
di Kenneth Branagh – GB 2021
con Jude Hill, Caitríona Balfe, Jamie Dornan
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Licia.

I disordini del 1969 in Irlanda del Nord visti attraverso gli occhi di un bambino di nove anni, Buddy (Jude Hill), testimone degli scontri fra protestanti e cattolici che hanno insanguinato il paese. Buddy abita con la famiglia (protestante e di classe operaia) in una strada di Belfast dove fino ad allora avevano convissuto famiglie di entrambe le religioni. Gli scontri e il clima sempre più teso costringeranno però il padre (Jamie Dornan), che già lavora spesso in Inghilterra, a prendere la decisione di trasferirsi definitivamente a Londra con la famiglia. Praticamente autobiografico (come Buddy, Branagh è nato a Belfast nel 1960 e si è trasferito in Inghilterra con i genitori quando aveva nove anni), il film trasfigura la realtà attraverso la lente dei ricordi, della nostalgia e dell'immaginazione: le amicizie, i giochi, la cotta per una compagna di scuola, i rapporti con i genitori e con i nonni (Ciarán Hinds e Judi Dench), la passione per il cinema fanno da contorno alla dura situazione che mette le famiglie le une contro le altre e costringe a ergere barricate all'ingresso delle strade. Girato in bianco e nero (con occasionali inserti colorati, alla "Heimat"), il film contestualizza la vicenda facendo ampio uso di riferimenti culturali, anch'essi che pescano dai ricordi d'infanzia: i film visti al cinema in quegli anni, come "Che fine ha fatto Liberty Valance", "Mezzogiorno di fuoco" (la cui canzone "Do not forsake me, oh my darling" fa da sfondo anche allo showdown – proprio in stile western – fra il padre di Buddy e il lealista cattivo (Colin Morgan) davanti al supermercato del quartiere), "Un milione di anni fa", "Citty Citty Bang Bang"; le serie tv come "Star Trek" e "Thunderbirds"; e naturalmente l'evento principale di quei mesi, ovvero lo sbarco sulla Luna, che domina incontrastato nell'immaginario di bambini (e adulti). Peccato però che gran parte della sceneggiatura risulti ovvia e didascalica, e che, pur nel comprensibile intento di non travisare, banalizzare o spettacolarizzare l'argomento, si faccia fatica a farsi coinvolgere o a stabilire un legame emotivo con i personaggi (a parte il bambino). Forse è un difetto insito nell'aver scelto il punto di vista di Buddy, che solo a tratti percepisce che ci siano problemi (non solo i "Troubles", ma anche le difficoltà economiche della famiglia, i rapporti con i vicini, i problemi di salute del nonno). E tutto si svolge in un piccolo ambiente, una strada e un quartiere, che come un microcosmo rispecchiano una realtà più grande da cui bisogna scegliere se fuggire o meno (la dedica finale è "A coloro che sono fuggiti, a coloro che sono rimasti, e a coloro che si sono persi"). Colonna sonora di Van Morrison. Sette nomination agli Oscar, comprese quelle per il miglior film, la regia e la sceneggiatura. Sciatto l'adattamento italiano, che lascia in inglese senza un motivo (e senza sottotitoli) spezzoni di film e canzoni i cui testi sono invece importanti nel contesto.

28 gennaio 2022

Il tabaccaio di Vienna (N. Leytner, 2018)

Il tabaccaio di Vienna (Der Trafikant)
di Nikolaus Leytner – Austria/Germania 2018
con Simon Morzé, Bruno Ganz
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Franz (Morzé) lascia la madre (Regina Fritsch) e il suo villaggio natale fra le montagne del Salzkammergut per trasferirsi a Vienna e lavorare come apprendista nella tabaccheria di Otto Trsnjek (Johannes Krisch), amico di famiglia. Qui il ragazzo vive le prime esperienze romantiche, innamorandosi della bella e problematica boema Anežka (Emma Drogunova), ma soprattutto assiste all'avvento del nazismo (siamo negli anni Trenta), che si impadronisce del paese. E nel frattempo stringe amicizia con uno dei clienti della tabaccheria, nientemeno che il professor Sigmund Freud (Bruno Ganz), fondatore della psicoanalisi. Un film su cui non si possono che dare giudizi ambivalenti: da un lato l'ambientazione storica è interessante (il cambio di clima politico risalta in piccoli e grandi mutamenti: in un cabaret dove una volta si prendeva in giro Hitler, per esempio, in seguito si fanno battute sugli ebrei), la narrazione intreccia diversi fili (il tema della crescita e della conoscenza del mondo, ingiustizie e violenze comprese; quello dell'educazione sentimentale, con tanto di cocenti delusioni; quello dell'amicizia con un mentore o "consigliere" come Freud) e il finale è realistico e per nulla conciliante. Dall'altro la confezione lascia a desiderare: la fotografia è eccessivamente patinata, la regia anonima, le caratterizzazioni monotematiche, i dialoghi superficiali, il ritmo senza brio. Né il personaggio di Freud né la psicoanalisi hanno davvero importanza nella vicenda (Franz comincia a trascrivere i suoi sogni, quasi tutti ambientati presso il lago della sua infanzia, appendendo poi i fogli alla vetrina del suo negozio, ma da questo spunto non viene poi fuori nulla di interessante), e sembrano in fondo abbastanza superflui. Per Ganz è stato il penultimo ruolo: l'ultimo sarà ne "La vita nascosta" di Malick, film ambientato curiosamente nello stesso periodo e contesto storico.

20 gennaio 2022

Thelma (Joachim Trier, 2017)

Thelma (id.)
di Joachim Trier – Norvegia/Dan/Fra/Sve 2017
con Eili Harboe, Kaya Wilkins
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Thelma (Eili Harboe), cresciuta in campagna nell'alveo di una famiglia molto religiosa e sempre tenuta sotto controllo dai genitori (Henrik Rafaelsen e Ellen Dorrit Petersen), va in città a studiare biologia all'università. Qui si concede le prime trasgressioni, e in particolare si innamora (ricambiata) di una compagna di studi, la bella Anja (Kaya Wilkins). Ma i forti sensi di colpa scateneranno un suo "potere" psicocinetico latente. Insolita commistione fra l'horror-thriller soprannaturale e il romanzo di formazione: in maniera non dissimile dal francese "Raw", uscito l'anno prima (ma con uno stile molto diverso: se quello era forte e truculento, questo è algido e controllato), vira in chiave fantastica la tematica della crescita di una giovane ragazza timida e sola, che per la prima volta si trova a confrontarsi con il mondo esterno, a mettere in discussione ciò che le è stato sempre insegnato (la curiosità scientifica cozza contro i dogmi della Bibbia) e a dover affrontare le proprie pulsioni, turbamenti (sessuali in primis) ed emozioni, fino ad allora represse dall'educazione religiosa e dall'influenza dei genitori. Le manifestazioni del suo potere, che in un primo momento sembrano soltanto delle "crisi" simil-epilettiche, proprio perché inaspettate e non controllate, suggeriscono evidenti paralleli con le possessioni demoniache, come testimoniano le iconografie e la presenza di animali – corvi neri o serpenti – che popolano le sue visioni. Le ottime interpretazioni e la regia lucida concorrono alla riuscita di una pellicola assai accattivante e a tratti davvero inquietante (si pensi ai flashback o alle scene in piscina), che indaga in maniera originale il tema della repressione dei sensi di colpa. Peccato solo per un finale forse un po' affrettato.

31 dicembre 2021

È stata la mano di Dio (P. Sorrentino, 2021)

È stata la mano di Dio
di Paolo Sorrentino – Italia 2021
con Filippo Scotti, Toni Servillo
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il giovane Fabio "Fabietto" Schisa (Filippo Scotti) cresce nella Napoli degli anni Ottanta, in preda al fermento per l'arrivo di Diego Armando Maradona nella squadra di calcio locale. Ma la tragedia che si abbatte sulla sua famiglia, con la morte accidentale e improvvisa di entrambi i genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo), lo costringerà a maturare in fretta, accelerando il suo desiderio di diventare regista cinematografico. Nonostante i consueti tocchi "surreali" (l'incipit con San Gennaro e il "Monacello", la sorella perennemente in bagno) e i personaggi a volte sopra le righe (zii, parenti, vicini di casa), la pellicola è la più intima, realistica e autobiografica fra tutte quelle del regista: Fabietto è infatti lo stesso Paolo Sorrentino, e le circostanze della morte dei genitori sono quelle veramente accadute quando lui aveva solo 16 anni, compreso il fatto che a salvarlo, indirettamente, è stato proprio Maradona ("la mano di Dio", appunto, dal soprannome per il gol di mano segnato all'Inghilterra durante i Mondiali del 1986). Per assistere a una sua partita, infatti, il ragazzo non aveva seguito la famiglia nella casa di montagna a Roccaraso, dove una fuga di gas ha causato la tragedia. La Napoli di quell'epoca è ricostruita con calore, nostalgia e affetto, almeno nella prima parte del film, ricca di sorrisi, giochi e scherzi (anche quando mette in scena i battibecchi, le crisi in famiglia o i primi turbamenti sessuali); la seconda parte si fa inevitabilmente più amara e cupa, ma sfocia nel "confronto" con il regista Antonio Capuano (Ciro Capano) che gli consiglia di raccontare sé stesso e la sua città (consiglio che Fabio inizialmente non seguirà: e sembra quasi che Sorrentino, con questo film, abbia finalmente voluto tornare sui suoi passi e assecondare quel suggerimento dopo molti anni). A interessare Fabio, in verità, non è tanto l'amore per il cinema in sé (afferma di aver visto pochissimi film, e per l'intera pellicola cerca di guardare "C'era una volta in America" di Sergio Leone, di cui ha una videocassetta, senza riuscirci), quanto il fatto che il cinema "ti distrae dalla realtà, che è scadente". Curioso che una simile affermazione venga fatta proprio nel film di Sorrentino meno astratto e più legato proprio alla realtà, per quanto trasfigurata dalla memoria: se lo stile è simile ai lavori precedenti, con grande cura nelle scenografie, nelle immagini, nella descrizione di un mondo al tempo stesso decadente (la vecchiaia e la malattia di molti personaggi che circondano il protagonista) e ricco di spunti e potenzialità (l'arte, il cinema, le passioni), nel complesso il film appare per forza di cose più personale, sofferto e dunque sincero rispetto, per esempio, alle pellicole su Andreotti o Berlusconi. Il cast comprende Marlon Joubert (il fratello maggiore Marchino), Luisa Ranieri (la zia ninfomane Patrizia), Betti Pedrazzi: (la baronessa), Biagio Manna (l'amico contrabbandiere Armando), e ancora Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Renato Carpentieri, Dora Romano. Musiche di Lele Marchitelli. La canzone sui titoli di coda (con le scritte naturalmente in azzurro) è "Napule è" di Pino Daniele.

7 agosto 2021

Raw - Una cruda verità (J. Ducournau, 2016)

Raw - Una cruda verità (Grave)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2016
con Garance Marillier, Ella Rumpf
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La diciannovenne Justine (Marillier), timida e introversa, si iscrive alla prestigiosa università di veterinaria già frequentata dalla sorella maggiore Alexia (Rumpf) e va a vivere nel campus. Qui è costretta a subire i numerosi atti goliardici e di nonnismo cui gli studenti anziani sottomettono le matricole come riti di iniziazione: fra questi, l'ingestione di carne che lei, vegetariana, aveva sempre evitato. Quel boccone la condurrà a un'attrazione famelica e incontrollata per la carne, dapprima quella cotta, poi quella cruda e infine quella umana... La sconvolgente opera prima della regista francese Julia Ducournau (che si confermerà con la seconda, “Titane”, vincitrice della Palma d'Oro a Cannes) è un horror originale e inquietante, con più chiavi di lettura: in superficie c'è il thriller cannibalistico – al sangue! – che non lesina scene forti (si astengano i deboli di cuore o di stomaco) e colpi di scena (nel finale si spiega in qualche modo l'origine delle tendenze cannibalistiche della protagonista); ma se passiamo dal livello letterale a quello metaforico, la trasformazione di Justine da timida vergine a “mangiatrice di uomini” è uno dei possibili e inevitabili percorsi di una ragazza quando esce dall'alveo protetto della famiglia (il soggiorno al campus universitario è la prima volta che va a vivere fuori di casa), in un ambiente dove entra in contatto con il sesso e la violenza (anche quella sugli animali, vedi le esperienze in laboratorio), senza alcun filtro (la sorella, che "ci è già passata", non la protegge; gli insegnanti si mostrano incomprensivi o assenti). Siamo dunque di fronte a un racconto di crescita, di svezzamento alla vita, di coming-of-age, per quanto truculento e sopra le righe. Rabah Naït Oufella è il compagno di stanza gay, Laurent Lucas il padre. Nonostante l'ottima accoglienza di critica e pubblico ai festival, in Italia il film è uscito solo in home video.