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24 novembre 2022

La casa sulla scogliera (Lewis Allen, 1944)

La casa sulla scogliera (The uninvited)
di Lewis Allen – USA 1944
con Ray Milland, Gail Russell
**1/2

Visto in divx.

Il musicista londinese Roderick Fitzgerald (Ray Milland) si trasferisce con la sorella Pamela (Ruth Hussey) in una villa appena acquistata, situata sulla scogliera in Cornovaglia. La casa, rimasta disabitata da vent'anni, ha la fama di essere stregata, dopo la morte della precedente proprietaria Mary Meredith, la cui giovane figlia Stella (Gail Russell), che vi aveva vissuto fino all'età di tre anni e che sembra incapace di staccarsi dai ricordi del passato, ne è attratta in maniera misteriosa e morbosa... In effetti, di notte nelle stanze soffiano strani spifferi, si ode un profumo di mimose e, a volte, persino il pianto di una donna. E quando una forza inspiegabile sembra trascinare Stella verso il baratro della scogliera, Roderick (che nel frattempo se ne è innamorato), decide di indagare, ricorrendo a una seduta spiritica... Da un romanzo dell'irlandese Dorothy Macardle, una ghost story delicata e sospesa, con un finale a sorpresa. Anche se il protagonista sembra Roderick, tutto ruota intorno a Stella, ai suoi traumi passati e alla necessità di superarli per entrare nell'età adulta. I ritmi compassati non sono certo quelli di un horror moderno, così come la tensione e la suspence, spesso sotto il livello di guardia: a renderlo un film interessante sono le atmosfere e l'intricato background della dimora, i cui precedenti abitanti (Mary, la madre di Stella, descritta da tutti come pura e virtuosa; suo marito, pittore fedifrago; e Carmela, la sua "rivale", una zingara spagnola infida e passionale), pur defunti, continuano ad "agire" all'interno del misterioso ambiente e a smuovere la psiche di Stella. Nel cast anche Donald Crisp (il nonno di Stella), Alan Napier (il medico) e Cornelia Otis Skinner (l'inquietante signorina Holloway, ex infermiera e amica di Mary). La canzone "Stella by Starlight", composta nel film da Roderick, diventerà un classico del repertorio jazzistico. Nomination agli Oscar per la fotografia di Charles Lang (che comprende anche un "effetto speciale" nell'apparizione del fantasma). Il regista Lewis Allen era all'esordio nel lungometraggio (aveva diretto soltanto un corto di propaganda in tempo di guerra).

15 agosto 2022

Nodo alla gola (Alfred Hitchcock, 1948)

Nodo alla gola (Rope)
di Alfred Hitchcock – USA 1948
con James Stewart, John Dall, Farley Granger
***1/2

Rivisto in divx.

Due studenti universitari, Brandon (John Dall) e Phillip (Farley Granger), uccidono l'amico David, strangolandolo con una corda, e ne nascondono il cadavere in una cassapanca, pochi minuti prima che nel loro appartamento giungano gli ospiti invitati a cena, fra cui il padre stesso di David (Cedric Hardwicke) e sua zia (Constance Collier), la sua ragazza Janet (Joan Chandler), il suo rivale Kenneth (Douglas Dick), e soprattutto l'ex istitutore e ora amico dei ragazzi, il brillante Rupert Cadell (James Stewart), dotato di grande intelligenza e capacità di osservazione... Da un testo teatrale di Patrick Hamilton, il primo film a colori di Alfred Hitchcock è noto per una particolare caratteristica: a parte l'incipit con i titoli di testa, è girato interamente in un unico piano sequenza, ovvero con la macchina da presa che si muove ininterrottamente all'interno dell'appartamento in cui si svolge la vicenda (un attico a New York, di cui si intravede la skyline attraverso il grande finestrone), senza alcuno stacco di montaggio. La tecnologia dell'epoca, a dire il vero, rendeva impossibile tutto ciò: a differenza di film più recenti ("Arca russa", "Birdman", "1917"), che possono contare sul digitale, la durata limitata dei rulli di pellicola costringeva di fatto i cineasti a dover interrompere le riprese ogni dieci minuti (o meno): Hitchcock risolse il problema facendo in modo che l'inquadratura, ogni volta, fosse brevemente "oscurata" dalla schiena di un personaggio o da un mobile (come la suddetta cassapanca), per poi riprendere dalla stessa posizione come se non ci fosse stata alcuna interruzione. Il risultato è stupefacente, anche perché il regista inglese ha coreografato nei minimi dettagli l'azione, il movimento e la disposizione dei personaggi, l'apparire di ogni oggetto di scena nell'inquadratura al momento giusto per accrescere la tensione (come quando vediamo per la prima volta la tavola apparecchiata, o la pistola nel finale, o quando i commensali discutono fuori scena mentre la macchina da presa si sofferma sulla governante (Edith Evanson) che sta liberando la cassapanca e si appresta ad aprirla). Il tutto non fa che mantenere alta la tensione e cattura l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine, impresa notevole per un film costituito da soli dialoghi, ambientato in una sola stanza e che si svolge in tempo reale!

Il soggetto, naturalmente, è ispirato al celebre caso (del 1924) dell'assassinio di Bobby Franks da parte di Leopold e Loeb, due studenti dell'università di Chicago che provarono a mettere in atto un "delitto perfetto", convinti di riuscire a scamparla dall'alto del loro "intelletto superiore" che si abbinava al disprezzo provato verso il resto della società. Anche qui Brandon teorizza l'omicidio come "forma d'arte", un privilegio riservato "ai pochi che se lo possono permettere", ovvero a coloro che, per superiorità intellettuale o culturale, si stagliano sopra le masse. Idee, di derivazione nietzschiana (il Superuomo), che gli sono state suggerite dallo stesso Rupert, per il quale però erano sono provocazioni teoriche e filosofiche, non certo da mettere in pratica nella realtà. Intelligente e pignolo, Rupert recita di fatto la parte dell'investigatore in quello che è in tutto e per tutto una inverted detective story come quelle del tenente Colombo, dove cioè il delitto viene compiuto all'inizio, davanti agli occhi degli spettatori – la prima inquadratura del film dopo i titoli è proprio quella del "nodo alla gola" del povero David! – che ne conoscono perciò ogni dettaglio e sono lasciati a interrogarsi su come gli assassini verranno scoperti. E proprio Rupert svelerà l'intrigo, tormentando con la sua sola presenza i due colpevoli (in particolare Phillip, più facile a cedere alla tensione e di fatto "succube" di Brandon, che invece è sempre, o vorrebbe apparire, sicuro di sé: tra i due studenti, fra l'altro, scorre un'evidente – anche se non esplicita – tensione omosessuale), il tutto mentre l'abile sceneggiatura semina di doppi sensi e battutine "macabre" l'intera cena, dai continui riferimenti a David (e alla sua assenza) ai retroscena sui polli, cui veniva tirato il collo. Qualche affinità (a partire dal cadavere nella cassapanca) con "Arsenico e vecchi merletti" di Frank Capra, a sua volta tratto da una commedia teatrale. Da notare i tanti riferimenti meta-cinematografici (in una scena, i commensali parlano di cinema, di James Mason, Ray Milland e Gregory Peck). In Italia il film venne distribuito anche col titolo "Cocktail per un cadavere".

2 marzo 2022

Bigbug (Jean-Pierre Jeunet, 2022)

Bigbug (id.)
di Jean-Pierre Jeunet – Francia 2022
con Elsa Zylberstein, Isabelle Nanty
**

Visto in TV (Netflix).

Nel 2045 la vita domestica è completamente automatizzata. Quando le macchine si ribellano, perché il sistema centrale è giunto alla conclusione che gli esseri umani sono ormai "superati", i membri di una famiglia si ritrovano imprigionati nella loro stessa casa. Per fortuna ad aiutarli ci saranno i loro androidi domestici che, essendo modelli "antiquati" (e con il desiderio di essere "umani" a loro volta), non sono ostili come quelli più avanzati. Distopia fantascientifica colorata e farsesca, con un approccio comico che stona un po' con il messaggio (qualunquista) di fondo. Siamo lontani dall'ironia malinconica con cui lo stesso argomento veniva affrontato da Jacques Tati in "Mio zio". Questo, invece, è quasi un cartone animato parodistico, con personaggi-macchietta, tentativi goffi di umorismo e riflessione su come gli elettrodomestici e gli apparecchi elettronici sempre più sofisticati stiano prendendo il controllo del nostro tempo e delle nostre vite (ed eliminando progressivamente la "vecchia cultura"). C'è un accenno (umoristico) anche al lockdown causato dalla pandemia di Covid. Ambientato completamente all'interno di una casa (una villetta di periferia dai colori pastello, come una casa di bambole), mette in scena una serie di personaggi imprigionati nei loro ruoli: la casalinga frustrata Alice (Elsa Zylberstein), il suo ex marito Victor (Youssef Hajdi) con la nuova fidanzata ochetta Jennifer (Claire Chust), la figlia ribelle Nina (Marysol Fertard), lo spasimante Max (Stéphane De Groodt) con il figlio adolescente Léo (Hélie Thonnat) e la vicina di casa Françoise (Isabelle Nanty). Fra i robot domestici (che sognano di avere un'anima), hanno un volto umano la cameriera Monique (Claude Perron) e il personal trainer Greg (Alban Lenoir), mentre le inquietanti fattezze dei robot cattivi (denominati Yonyx) sono tutte di François Levantal. All'esterno il mondo è dominato da invadenti pubblicità e da una burocrazia centralizzata, mentre in televisione impazza un "reality show" in cui i robot mettono in ridicolo gli esseri umani. Satira sociale, dunque, ma di basso livello e che diverte solo a intermittenza.

20 febbraio 2022

Le lacrime amare di Petra von Kant (R. W. Fassbinder, 1972)

Le lacrime amare di Petra von Kant
(Die bitteren Tränen der Petra von Kant)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Hanna Schygulla
***1/2

Visto in divx.

La stilista Petra von Kant (Margit Carstensen), che vive reclusa nella propria casa in compagnia della silenziosa assistente tuttofare Marlene (Irm Hermann), riceve la visita dell'amica Sidonie (Katrin Schaake) che le presenta Karin (Hanna Schygulla), una giovane modella da poco tornata in Germania dall'Australia. Innamorata della ragazza, la donna la prende sotto la sua ala protettrice e la invita ad abitare con lei: ma quando Karin, dopo aver raggiunto a sua volta la fama, la abbandonerà, Petra avrà un crollo e un esaurimento nervoso... Uno dei capolavori di Fassbinder, uno studio sul narcisismo e la dipendenza amorosa ("Ein krankheitsfall", "Un caso di malattia", recita il sottotitolo) con un cast esclusivamente femminile e tratto da una sua opera teatrale. Tale origine è evidente: l'intera azione – divisa in quattro "atti" di mezz'ora ciascuno – si appoggia ai dialoghi e si svolge tutta nell'appartamento di Petra, anzi nella sua camera da letto, fra colonne e pareti ricoperte da perlinature di legno, tendaggi, quadri (una parete è rivestita completamente da una riproduzione del dipinto seicentesco "Mida e Bacco" di Nicolas Poussin), specchi e oggetti vari, come manichini e bambole, una delle quali ha proprio le fattezze della bionda Karin. Le fenomenali attrici (sei in tutto: ci sono anche Eva Mattes e Gisela Fackeldey, rispettivamente la figlia e la madre di Petra, che appaiono nel quarto e ultimo atto) danno vita a personaggi diversificati, che ruotano tutti intorno alla figura centrale di Petra: dai loro dialoghi con lei, infatti, emergono i suoi sentimenti, le riflessioni sul ruolo della donna nei rapporti d'amore e di potere, il differente modo di atteggiarsi in un mondo solo apparentemente pigro e decadente (sia Petra che Sidonie sono evidentemente di famiglia aristocratica). Notevole in particolare la figura di Marlene, che non parla mai ma assiste e osserva soltanto, pallida e vestita di nero come un servo di scena (un kuroko del teatro giapponese): devota alla sua padrona, accetta di essere comandata e maltrattata da lei e sceglierà di andarsene quando questa invece le mostrerà empatia. È un cinema certo teatrale, con scenografie barocche e claustrofobiche, ma tagliente e profondo nei personaggi e nelle caratterizzazioni psicologiche: Fassbinder al suo meglio, insomma, con le sue attrici belle, vive e sfaccettate, problematiche e complesse, imprigionate nei propri problemi di dipendenza che sfociano in punte di pura (melo)drammaticità. Come colonna sonora, proveniente dai dischi di Petra, ci sono due canzoni del Platters ("Smoke Gets Into Your Eyes" e "The Great Pretender") e poi, nella scena dello "sclero" finale, quando la donna è tormentata dalla disperazione e dal dolore, un estratto dalla "Traviata" di Verdi ("Un dì, felice, eterea") con il celebre inno a "quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor". Nel 2005 il compositore irlandese Gerald Barry realizzerà proprio un'opera lirica a partire dal testo di Fassbinder. Il film ha ispirato, fra gli altri, cineasti come Olivier Assayas, Peter Strickland e soprattutto François Ozon (che nel 2022 ne realizzerà anche una versione al maschile, "Peter von Kant").

6 febbraio 2022

The house (aavv, 2022)

The House (id.)
di Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza – Gran Bretagna 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Tre episodi (di mezz'ora ciascuno) in animazione stop motion, surreali e inquietanti, ambientati nella stessa casa ma in contesti ed epoche diverse. Cambiano anche i protagonisti: umani nel primo segmento, topi e gatti antropomorfi negli altri due. La produzione è degli studi londinesi di Nexus, che ha affidato ciascuno dei tre episodi a un team di animatori differente, mentre la sceneggiatura dell'intera pellicola è di Enda Walsh. I temi sono kafkiani (soprattutto nei primi due capitoli), mentre l'atmosfera ricorda a tratti il cinema di Jan Švankmajer, con tocchi persino di Lynch e Cronenberg. Il primo episodio, "E dentro di me, si tessero menzogne" (diretto da Emma de Swaef e Marc James Roels), è una favola cupa e dark, horror e angosciante, che ci racconta l'origine della casa. Siamo in epoca vittoriana: un misterioso ed eccentrico architetto si offre di costruire una nuova dimora per una famiglia povera che vive in campagna. Ma i suoi abitanti si ritroveranno trasformati in parte del mobilio. Il secondo episodio, "È smarrita la verità che non si può vincere" (diretto da Niki Lindroth von Bahr), si svolge in epoca contemporanea. Un topo ristruttura la casa in stile moderno, con l'intenzione di venderla. Ma dopo un disastroso party per presentarla ai potenziali acquirenti, scopre che due di questi si sono stabiliti nella dimora e non intendono andarsene, proprio come scarafaggi o parassiti. È decisamente l'episodio più kafkiano e surreale. Il terzo, "Ascolta bene e cerca la luce del sole" (diretto da Paloma Baeza), si svolge in un imprecisato futuro post-apocalittico, dove un'inondazione ha ricoperto quasi tutto il territorio circostante. La casa, circondata dalle acque, ospita adesso la gatta Rosa, che sogna di riammodernarla per farne una pensione. Ma gli unici due ospiti, il pigro Elias e la sciroccata Jen, non hanno il denaro per pagarla... È l'unico dei tre episodi che si conclude in qualche modo con un messaggio positivo, invitando a prendere in mano il controllo della propria vita e a non rimanere attaccati alle fondamenta (della casa, ovvio!), al contrario dei primi due segmenti dove l'attaccamento ai beni materiali finiva col far perdere ai personaggi la propria identità. Un tema dunque esistenziale ma al tempo stesso concreto e di notevole interesse, per un film che merita di certo una visione.

3 agosto 2021

Zathura - Un'avventura spaziale (Jon Favreau, 2005)

Zathura - Un'avventura spaziale (Zathura: A Space Adventure)
di Jon Favreau – USA 2005
con Jonah Bobo, Josh Hutcherson
**1/2

Visto in divx.

Ignorato o vessato dal fratello maggiore Walter (Josh Hutcherson), il piccolo Danny (Jonah Bobo) comincia una partita a un vecchio e misterioso gioco da tavolo trovato in cantina, "Zathura", che trasporterà magicamente lui e il fratello – nonché la sorella teenager Lisa (Kristen Stewart) – in una movimentata "avventura spaziale". La loro intera casa si troverà infatti a vagare alla deriva nel vuoto cosmico, e ogni turno del gioco porterà con sé pericoli "fantascientifici" di vario tipo (piogge di meteoriti, robot impazziti, alieni ostili...). Il soggetto è praticamente lo stesso di "Jumanji", solamente traslato di genere (dal safari africano alla fantascienza anni '50), e la cosa non deve stupire: il film è infatti tratto da un libro illustrato dello stesso autore, Chris Van Allsburg, che in originale esplicitava fra l'altro l'appartenenza di entrambi i giochi al medesimo "universo" (cosa che invece la pellicola ignora: qui il mood è più un incrocio fra "I Goonies" e "Guerre stellari", con un pizzico di "Guida galattica per gli autostoppisti"). Altrettanto movimentato del precedente, ma forse più infantile e meccanico, il lungometraggio ha il suo punto di forza nella relazione fra i due fratelli, che non vanno d'accordo per via della differenza di età (Danny ha sei anni, Walter dieci) ma che impareranno a "giocare insieme" e ad avere fiducia l'uno nell'altro: la loro caratterizzazione è piuttosto realistica, anche se la cosa può risultare fastidiosa (Danny si comporta proprio come un bambino piccolo). Il resto lo fanno gli effetti speciali, non solo digitali ma anche "vecchio stile", come modellini e costumi: il make-up degli alieni Zorgon è opera di Stan Winston, come pure la copia "congelata" di Kristen Stewart. La storia si svolge praticamente tutta all'interno della casa. Dax Shepard è "l'astronauta", personaggio equivalente a quello interpretato da Robin Williams in "Jumanji" (ma con un twist nel finale). Tim Robbins è il padre dei bambini. Come nel primo film non viene data alcuna spiegazione per l'origine e la natura "magica" del gioco.

21 febbraio 2021

Aprile (Otar Iosseliani, 1961)

Aprile (Aprili)
di Otar Iosseliani – URSS 1961
con Tatyana Chanturia, Gia Chiraqadze
***

Visto su YouTube.

Una giovane coppia di innamorati si trasferisce dal vecchio quartiere dove abitava in un moderno condominio con tutte le comodità (acqua, luce, gas). Ma pian piano, complice un vicino "tentatore" (Akaki Chikvaidze), i due cominceranno a riempire l'appartamento di mobili e oggetti superflui, perdendo così l'armonia e la felicità... Mediometraggio (45 minuti) girato da Iosseliani come lavoro di fine corso al VGIK, l'istituto di cinema di Mosca: un'evidente critica al materialismo e all'attaccamento agli oggetti superflui che sostituiscono l'autenticità dei sentimenti. L'aspetto che colpisce di più è l'utilizzo del sonoro: la pellicola è praticamente muta, con i dialoghi sostituiti – anzi, sommersi – dai rumori (spesso amplificati, e fonte di disturbo) e dalla musica (diegetica, e sinonimo invece di purezza). E nell'unica scena in cui i personaggi parlano, si esprimono attraverso un linguaggio fatto di parole inventate o messe a caso, visto che l'importante è veicolare il tono della discussione e non il contenuto specifico. La poesia, la leggerezza, l'ironia e lo sguardo curioso verso la quotidianità che caratterizzeranno i lavori successivi del regista permeano già fino in fondo questo suo film giovanile. Ma il rifiuto della censura di consentire la distribuzione della pellicola – accusata di formalismo – nelle sale cinematografiche (dove giungerà solo nel 1972) amareggiò Iosseliani, che per qualche tempo pensò di abbandonare il cinema, lavorando per tre anni prima come marinaio su un peschereccio e poi come operaio in una fabbrica metallurgica.

18 febbraio 2021

Malcolm & Marie (Sam Levinson, 2021)

Malcolm & Marie (id.)
di Sam Levinson – USA 2021
con John David Washington, Zendaya
**

Visto in TV (Netflix).

Di ritorno nella loro casa hollywoodiana dopo l'anteprima del suo primo film da regista, il cineasta Malcolm (Washington) e la sua musa e compagna Marie (Zendaya) hanno una lunga discussione, a metà fra il litigio e la messa in chiaro dei rispettivi sentimenti, che parte dalla delusione di lei per non essere stata citata nel discorso di ringraziamento (cosa ancor peggiore perché la protagonista del film è ispirata alla sua vita) e prosegue attraverso rancori, tensioni represse e punti di vista sull'arte, la vita e la relazione amorosa. Pubblicizzato dal reparto marketing di Netflix come "la prima pellicola girata durante l'epidemia di Covid-19", il film appartiene alla categoria di quelli con solo due attori che si muovono in un unico ambiente e praticamente in tempo reale (lo spazio di una notte): si potrebbe dire di impostazione teatrale (nulla vieterebbe di interpretarlo su un palcoscenico), se non fosse per le velleità autoriali – cinematograficamente parlando – del regista/sceneggiatore Sam Levinson: la fotografia sgranata in bianco e nero, l'utilizzo dei long takes, le citazioni e i rimandi cinefili (a cominciare dal Godard de "Il disprezzo" e dal Nichols di "Chi ha paura di Virginia Woolf?"), persino i titoli di testa vecchio stile (ma resi poi ridondanti dal fatto che i credits sono ripetuti anche alla fine). Ma tutto risulta un po' pretestuoso e, dunque, dona pretenziosità all'insieme: di fatto il film è verboso, incapace di rendere davvero interessanti questi personaggi, mentre nella scrittura c'è probabilmente molto di autobiografico (come nelle "tirate" di Malcolm contro i critici cinematografici, che a suo dire sono ossessionati dalle letture politiche e dai "messaggi" insiti anche nelle scelte puramente artistiche: punto su cui in parte ha anche ragione, se non fosse che la sua è una prospettiva puramente creativa e non tiene conto di chi è dall'altro lato dello schermo e ha tutto il diritto di vedere in un film qualcosa che il suo autore non ci aveva messo), col risultato che i dialoghi appaiono fin troppo "scritti", mai spontanei o realistici come forse era nelle intenzioni. Anche se non mancano sequenze che si lasciano ricordare (per merito più che altro degli attori), concludiamo la pellicola chiedendoci perché abbiamo dovuto condividere quasi due ore poco coinvolgenti con questi due personaggi che passano da una litigata a un momento di chiarimento senza un motivo, in un contesto forzato e generico, fra sfoggi di cinefilia fine a sé stessa e il maldestro tentativo di affrontare temi d'attualità (il razzismo a Hollywood). Probabilmente è un film che avrebbe avuto più senso se fosse uscito cinquant'anni fa.

26 gennaio 2021

Ore disperate (Michael Cimino, 1990)

Ore disperate (Desperate Hours)
di Michael Cimino – USA 1990
con Mickey Rourke, Anthony Hopkins
**

Visto in TV (Now Tv).

Michael Bosworth (Mickey Rourke), assassino in attesa di giudizio, evade grazie all'aiuto della sua avvocatessa Nancy (Kelly Lynch) e si rifugia, insieme a due complici (Elias Koteas e David Morse), nella casa della famiglia Cornell, prendendo in ostaggio i suoi abitanti (Anthony Hopkins, Mimi Rogers e i figli Shawnee Smith e Danny Gerard). Remake dell'omonimo film del 1955 con Humphrey Bogart, tratto dal romanzo di Joseph Hayes. Nonostante il tentativo di ampliare o arricchire la narrazione (mostrando all'inizio la fuga del criminale e introducendo il personaggio dell'avvocatessa/fidanzata, che nella versione precedente era soltanto menzionata nei dialoghi), non vi aggiunge nulla di nuovo e anzi ne annacqua i temi e perde la focalizzazione sul contrasto fra la quotidianità di una famiglia benestante e l'irruzione del male dall'esterno. Qui la situazione domestica è già tesa prima ancora che arrivino i criminali (marito e moglie sono separati, i figli sono ribelli), e il coraggio del capofamiglia – che si oppone all'atteggiamento sardonico e distaccato del gangster – non sembra diverso da quello di tanti eroi di thriller e film d'azione convenzionali. In più, come nell'originale, nessun personaggio (buono o cattivo che sia) appare particolarmente accattivante o simpatico. Resta la discreta confezione cinematografica e la decente atmosfera. Cimino ha lamentato interferenze della produzione in fase di montaggio, con il taglio di alcune sequenze che avrebbe prodotto carenze di caratterizzazione e buchi logici nella trama. Lindsay Crouse è l'agente dell'FBI. Rourke aveva già recitato per il regista ne "L'anno del dragone".

25 gennaio 2021

Ore disperate (William Wyler, 1955)

Ore disperate (The Desperate Hours)
di William Wyler – USA 1955
con Humphrey Bogart, Fredric March
**1/2

Visto in divx.

Tre pericolosi criminali (Humphrey Bogart, Dewey Martin e Robert Middleton), appena evasi dal carcere, si rifugiano in una villetta a schiera nei sobborghi di Indianapolis, prendendo in ostaggio la famiglia che ci abita (Fredric March, Martha Scott, Mary Murphy e Richard Eyer). Da un romanzo e un'opera teatrale di Joseph Hayes (autore anche della sceneggiatura), ispirati a eventi reali, un thriller ad alta tensione, capostipite del cosiddetto filone dell'home invasion che ci darà film come "Gli occhi della notte", "Panic room" e "Funny games". Il tema è quello del male e del terrore che, dall'esterno, si insinuano nella routine quotidiana e apparentemente idilliaca di una famigliola felice: ma l'esperienza aiuterà i suoi membri a tirare fuori il meglio di sé e a superare i propri problemi (il figlioletto ribelle si riconcilia con il padre, il fidanzato della figlia sarà accolto nel nucleo domestico). Peccato che non si rifugga da caratterizzazioni stereotipate (la famiglia modello, i criminali spietati) e da personaggi che a tratti si comportano in maniera irrazionale: inoltre i membri della famiglia Hilliard sono tutti abbastanza antipatici, con il loro perbenismo di fondo, mentre i cattivi non hanno particolari qualità, a parte forse Hal, il fratello minore del capobanda Glenn Griffin, che – forse perché più giovane – dimostra di non essere (ancora) del tutto incallito. Bogey aveva già interpretato numerose parti da gangster e da villain, soprattutto all'inizio della sua carriera (ma non solo: basti pensare a "Il diritto di uccidere"). Arthur Kennedy, Whit Bissell e Ray Collins sono i poliziotti. Nello spettacolo di Broadway scritto da Hayes, prima del film, il ruolo del criminale era interpretato da Paul Newman. Molto bella la fotografia di Lee Garmes (la pellicola fu la prima in bianco e nero a uscire nel nuovo formato panoramico ad alta risoluzione VistaVision). Rifatto da Michael Cimino nel 1990 (con Mickey Rourke e Anthony Hopkins).

23 dicembre 2020

The party (Sally Potter, 2017)

The party (id.)
di Sally Potter – GB 2017
con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall
***

Visto in TV.

Per festeggiare la propria nomina a ministro ombra della salute per il partito di opposizione, Janet (Kristin Scott Thomas) invita a cena in casa propria un gruppo ristretto di conoscenti: l'amica cinica e disillusa April (Patricia Clarkson) con il marito tedesco Gottfried (Bruno Ganz), "life coach" e filosofo new age; l'attivista lesbica e femminista Martha (Cherry Jones) con la sua giovane compagna Jinny (Emily Mortimer); e la collega di partito Marianne con suo marito, il banchiere Tom (Cillian Murphy). Ma nell'attesa che Marianne (che è in ritardo) si presenti, una serie di annunci e confessioni da parte degli altri ospiti cambia repentinamente il tono della serata: dall'imminente separazione fra April e Gottfried, all'attesa di tre gemelli (grazie alla fecondazione artificiale) da parte di Martha e Jinny. Infine prende la parola Bill (Timothy Spall), il marito di Janet, colui che l'ha sempre sostenuta, che rivela di avere una grave malattia e di voler trascorrere i suoi ultimi giorni non con lei, ma con la sua amante, ovvero Marianne... Di impianto teatrale, ambientato tutto fra quattro mura e con soli sette (ottimi) attori, il film è una cinica black comedy sulle relazioni interpersonali fra un gruppo di persone, esponenti di un'elite intellettuale, che si scoprono preda di quelle passioni e quei difetti ai cui credevano di essere immuni. E così rapporti pluridecennali di amore, di amicizia, di fiducia e di rispetto si svelano fragili o si frantumano nel giro di una serata, così come valori e convinzioni politiche, sociali o religiose vengono messi alla prova in maniera crudele (non senza un po' di compiacimento da parte di una regista che si diverte ad esporre alla berlina la presunta superiorità morale di certi personaggi). Siamo dalle parti, per intenderci, del "Carnage" di Roman Polanski, verso il quale ci sono affinità stilistiche e tematiche. Curiosa ma efficace la breve durata (solo 70 minuti), che consente di mantenere i giusti tempi fino all'improvviso colpo di scena finale, nonché la scelta di uscire al cinema in bianco e nero (ma in tv passa anche una versione a colori). Il titolo (che in inglese ha un doppio senso: può significare "la festa" ma anche "il partito") è identico a quello originale di "Hollywood Party" di Blake Edwards.

2 dicembre 2020

L'albero del vicino (H. G. Sigurðsson, 2017)

L'albero del vicino (Undir trénu, aka Under the tree)
di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson – Islanda 2017
con Steinþór Hróar Steinþórsson, Edda Björgvinsdóttir
*1/2

Visto in TV.

Atli (Steinþórsson) viene cacciato di casa dalla moglie Agnes (Lára Jóhanna Jónsdóttir) perché sorpreso a guardare un vecchio film porno che aveva girato con la sua ex. Si trasferisce così a casa dei genitori Baldvin (Sigurður Sigurjónsson) e Inga (Björgvinsdóttir), scoprendo che questi sono in lite con i vicini, Konrad (Þorsteinn Bachmann) ed Eybjorg (Selma Björnsdóttir) per via del loro albero che fa troppa ombra nell'altro giardino. Dalla semplice richiesta di sfrondare un po' la pianta, il dissidio si ingigantisce poco a poco, passando da piccoli dispetti ad atti vandalici sempre maggiori... Attraverso due storie parallele (la lite coniugale e quella condominiale), una metafora dei rapporti umani che si deteriorano senza che sia possibile parlarsi per comprendersi a vicenda o troavre un punto d'incontro. Personaggi antipatici e sgradevoli (i peggiori sono le donne, come la moglie e la madre di Atli) e una regia fredda e senza particolari qualità fanno ben poco per rendere piacevole la visione. Nel finale, quella che poteva sembrare anche una commedia, per quanto cupa e grottesca, si colora di cinismo noir. Musiche di Daníel Bjarnason.

28 ottobre 2020

Vivarium (Lorcan Finnegan, 2019)

Vivarium (id.)
di Lorcan Finnegan – Irlanda/Danimarca/Belgio 2019
con Imogen Poots, Jesse Eisenberg
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In cerca di un appartamento, i fidanzati Gemma (Poots) e Tom (Eisenberg) visitano un enorme complesso residenziale in periferia costituito da centinaia di villette a schiera tutte uguali, che scoprono di non poter più abbandonare. Apparentemente unici abitanti del quartiere, sono costretti ad "allevare" un bambino che cresce a un ritmo innaturale, dando vita a una bizzarra caricatura di famiglia. Insolita pellicola fantastico-surreale, con suggestioni quasi horror ed echi da pellicole quali "Truman show" e "Il giorno della marmotta" (ma anche "Cube" e "Matrix"). La natura ambigua e artificiale della situazione (soprannaturale o fantascientifica che sia) è evidente: e l'immagine del cuculo che si installa nel nido degli uccellini in apertura dei titoli di testa suggerisce da subito che le cose non saranno come sembrano. Di fatto Tom e Gemma vengono sfruttati da una "razza" (aliena?) per accudire, in loro vece, i propri bambini, e posti in un "vivarium" (appunto) che non è altro che un modellino, perfetto in ogni dettaglio e proprio per questo inquietante, di un quartiere residenziale umano (dalle case asettiche e che si ripetono tutte identiche, con le pareti color verde pastello e i giardini con palizzata, alle nuvole "a forma di nuvola" nel cielo, che sembrano uscire da un quadro di Magritte). Naturalmente il tutto può essere letto come una metafora dei rapporti famigliari, con i sacrifici compiuti dai genitori per allevare un figlio che, una volta cresciuto, se ne andrà via per la propria strada, se non addirittura della società consumistica e tradizionale, con tutte le sue regole non scritte e i suoi conformismi (sulla famiglia-tipo). Non certo a caso (si tratta di un film dove ogni dettaglio conta!) Gemma è una maestra d'asilo e Tom un arboricoltore, ideali dunque per far crescere "giovani virgulti". Buona la prova dei due protagonisti (affiancati da Senan Jennings, Eanna Hardwicke e Jonathan Aris, che interpretano il "figlio" in diversi momenti della crescita) e la sceneggiatura (di Garret Shanley, da un soggetto scritto insieme allo stesso regista), che costruisce la tensione dal nulla. E memorabili, in particolare, le scenografie.

21 settembre 2020

Misery non deve morire (Rob Reiner, 1990)

Misery non deve morire (Misery)
di Rob Reiner – USA 1990
con James Caan, Kathy Bates
***1/2

Rivisto in TV.

Uscito di strada con la sua auto per via di una tormenta di neve, lo scrittore Paul Sheldon (James Caan) viene soccorso dall'infermiera Annie Wilkes (Kathy Bates), che vive in una fattoria isolata fra le montagne. Ma quando la donna scopre che l'uomo intende "uccidere" per sempre Misery, protagonista della serie di romanzi commerciali che gli ha dato il successo e di cui lei è una grande fan, lo segrega e lo tortura per costringerlo a "resuscitare" il personaggio... Da un romanzo di Stephen King (che, per una volta, ha apprezzato l'adattamento: la sceneggiatura è firmata da William Goldman), un thriller ad alto tasso di tensione e coinvolgimento, graziato da eccezionali interpretazioni (la Bates vinse l'Oscar) e da numerosi sotto- e sovratesti. Al di là del puro intrattenimento horror, che può contare su un'atmosfera claustrofobica con un personaggio alla mercé di un altro (lo scrittore ha le gambe fratturate ed è impossibilitato a muoversi, se non strisciando o con una scomoda sedia a rotelle), l'intera vicenda può essere letta come una metafora del rapporto fra un creatore di storie e i suoi lettori/spettatori. Fino a che punto il primo è davvero "padrone" del destino dei suoi personaggi? Sheldon (come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes prima di lui) intende sbarazzarsi di Misery perché ambisce a scrivere romanzi più "seri", realistici ed autoriali, che possano dargli quella fortuna critica e quella soddisfazione personale che i suoi lavori più popolari non gli offrono, ma non si rende conto dell'importanza e del valore che questi hanno per i suoi lettori come fonte di sogno e di escapismo. Sono i fan, più degli autori, a investire tempo ed emozioni nei personaggi e nel loro mondo, tanto da sentirsi traditi quando gli scrittori maltrattano le loro creature (o le fanno agire in maniera contraddittoria: vedi Annie che critica le trovate "irrealistiche" che Paul inventa per far tornare in vita Misery). Se Caan è ottimo in un ruolo che forse King avrà concepito come semi-autobiografico, la Bates è indimenticabile nei panni della goffa ma inquietante infermiera con un passato da killer (che lentamente viene alla luce): se inizialmente sembra eccentrica e apprensiva ma innocua, man mano che il film procede si rivela un'aguzzina calcolatrice e psicopatica, ancora più terribile perché è davvero e sinceramente "l'ammiratrice numero uno" di Sheldon, da cui è ossessionata al limite del fanatismo. Nel cast ci sono Lauren Bacall (l'agente di Paul), Richard Farnsworth (l'anziano sceriffo) e Frances Sternhagen (sua moglie), questi ultimi due quasi personaggi da film dei fratelli Coen. La fotografia è del futuro regista Barry Sonnenfeld, già collaboratore proprio dei Coen. Rob Reiner aveva già adattato per il grande schermo un testo di Stephen King con il precedente "Stand by me". Il film potrebbe aver ispirato un episodio della quarta serie di "Le bizzarre avventure di JoJo" (quello con Yukako).

19 settembre 2020

Il servo (Joseph Losey, 1963)

Il servo (The servant)
di Joseph Losey – GB 1963
con Dirk Bogarde, James Fox
***

Visto in divx.

Il giovane aristocratico londinese Tony (James Fox) assume come cameriere personale lo zelante Hugo Barrett (Dirk Bogarde), affidandogli la gestione della propria casa. La sua fidanzata Susan (Wendy Craig) non prova simpatia per il valletto, ma si ritrova allontanata dalla casa quando Barrett vi introduce la propria amante Vera (Sarah Miles), spacciandola per sorella e facendola assumere come domestica. E lentamente, in un crescendo di ambiguità e di tensione, i ruoli del servo e del padrone (con i relativi rapporti di controllo e di dominanza) dapprima si sfumano, poi si mescolano e infine si invertono. Da un romanzo di Robin Maugham del 1948, che Harold Pinter ha adattato cercando di attualizzarne il più possibile i contenuti, un magistrale trattato sul conflitto di classe, che mette in mostra i lati più ambigui del rapporto fra padrone e servo. Tony è un giovane nullafacente, legato alle tradizioni (la scelta di avere un valletto personale, cosa che Susan trova antiquata, è quasi un modo di mettere in mostra un privilegio) e che millanta fantomatici progetti di lavoro (come la costruzione di intere città nella giungla brasiliana); Barrett è un domestico scrupoloso e metodico, la cui organizzazione di ogni dettaglio della vita del proprio padrone si trasforma in una macchinazione alle sue spalle (come quando spinge Vera fra le sue braccia), per motivi tutt'altro che chiari (qual è il suo vero scopo? un gioco di potere? la rivalsa sociale? la ricerca di agio e ricchezza? la manipolazione psicologica?). Le scene finali (le migliori del film), in cui la relazione fra i due si fa sempre più malsana e patologica, quando perdono tempo rinchiusi in casa, impegnati in giochi infantili come "vecchi amici" o in squallidi festini, sembrano illustrare l'inevitabile e inarrestabile regressione cui questi rapporti sono soggetti nel mondo moderno. In questo contesto, i temi della decadenza, della perdita dell'identità, della discesa verso l'inferno sembrano anticipare certe cose di Polanski e di Kubrick. Ma fra i film che in seguito potrebbero essersi ispirati a questo ci sono anche "I giorni del cielo" di Malick (entrambi citano l'episodio biblico di Abramo e Sara) e "Parasite" di Bong Joon-ho. Belle la fotografia in bianco e nero e le scenografie, con l'uso ripetuto e insistito di oggetti di arredamento come specchi e quadri.

13 settembre 2020

#Alive (Cho Il-hyung, 2020)

#Alive (#Saraitda)
di Cho Il-hyung – Corea del Sud 2020
con Yoo Ah-in, Park Shin-hye
*1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Quando una misteriosa epidemia che trasforma gli esseri umani in creature aggressive e cannibali si diffonde per le strade della città, un giovane videogiocatore (Yoo Ah-in) si ritrova chiuso e isolato nella casa di famiglia, senza cibo né acqua, intenzionato a sopravvivere in ogni modo. Più tardi scoprirà che nel complesso dove risiede c'è un'altra superstite: una ragazza (Park Shin-hye) che abita nel palazzo di fronte al suo. Ho iniziato a vedere questo film sperando che fosse qualcosa di originale, e invece è la solita pellicola di zombie, senza nemmeno particolari varianti sul tema se non alcuni aspetti legati alla tecnologia (l'uso del drone e del visore per esplorare i dintorni del palazzo; la mancanza di campo che rende inutilizzabili i cellulari e i videogiochi, mandando in crisi il ragazzo; l'appello attraverso i social network, che giustifica in qualche modo il pretestuoso uso dell'hashtag nel titolo). L'unica scena degna di interesse è quella, verso il finale, in cui due protagonisti si rifugiano nell'appartamento di un terzo superstite, che intende darli in pasto alla propria moglie zombie tenuta incatenata. In tempo di pandemia da Covid-19, comunque, sono innegabili le suggestioni – come l'imperativo a non uscire di casa – che legano il soggetto alla situazione attuale (ma puramente casuali: il film era già stato realizzato in precedenza).

1 luglio 2020

La comunidad (Álex de la Iglesia, 2000)

La comunidad - Intrigo all'ultimo piano (La comunidad)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2000
con Carmen Maura, Emilio Gutiérrez Caba
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Quando rinviene per caso un'enorme somma di denaro in contanti, nascosta nell'appartamento di un anziano da poco defunto in un fatiscente palazzo a Madrid, l'agente immobiliare Julia (Carmen Maura) rimane coinvolta negli intrighi degli altri inquilini, che da anni attendevano la morte del vecchio per impadronirsi dei suoi soldi, e che adesso non intendono lasciarla andare via con il bottino. Black comedy "condominiale" che si dipana all'insegna di un curioso mix fra il cinema sopra le righe di Almodóvar (anche per la presenza di Carmen Maura come protagonista e alcune atmosfere hitchcockiane, compresi i titoli di testa) e quello di Polanski (impossibile non pensare a "L'inquilino del terzo piano": ma i toni sono più comici e grotteschi che paranoici). Divertente all'inizio, il film perde però forza man mano che si appiattisce sul tema dell'avidità (con anziani che si accapigliano per una valigia piena di soldi) e procede verso un finale piuttosto scontato, attraverso alcune svolte un po' forzate. Attorno alla Maura, mattatrice assoluta, spicca un cast di comprimari (per lo più in età avanzata) che comprende Jesús Bonilla, Terele Pávez ed Emilio Gutiérrez Caba. Mitico il "bambinone" Eduardo Antuña vestito da Darth Fener. La sceneggiatura è firmata dallo stesso regista con il suo collaboratore abituale Jorge Guerricaechevarría.

14 giugno 2020

Babadook (Jennifer Kent, 2014)

Babadook (The Babadook)
di Jennifer Kent – Australia 2014
con Essie Davis, Noah Wieseman
***

Visto in TV.

Dopo la morte del marito, Amelia (Davis) vive faticosamente da sola con il figlio Samuel. Il bambino è irrequieto e iperattivo, ha forti problemi di comportamento e di relazione con gli altri (anche e soprattutto per via della mancanza di un padre), ed è spaventato dai "mostri" che crede si nascondino nella vecchia casa, sotto il letto o nell'armadio, per affrontare i quali progetta ogni tipo di arma rudimentale. Quando trova per caso un libro illustrato sul perfido Babadook, creatura oscura e minacciosa, le sue paure crescono a dismisura. E l'ansia e l'angoscia cominciano a impossessarsi anche della madre, sempre più stressata, che inizia a sentirsi a sua volta perseguitata e a perdere il contatto con la realtà... Opera prima dell'australiana Jennifer Kent, ex attrice e assistente di Lars von Trier, questo horror domestico e claustrofobico sembra quasi una versione al femminile di "Shining", con la progressiva pazzia che si impadronisce di un genitore, mettendo in pericolo il suo stesso figlio (ci sono anche altri elementi in comune: la vecchia vicina di casa che ricorda il custode dell'albergo, o il fatto che Amelia facesse la scrittrice). Non c'è da stupirsi che sia piaciuto molto a Stephen King. Di suo, su una trama non troppo originale, aggiunge riflessioni sulle difficoltà della maternità, soprattutto quando si è una madre single: pur fra molte esagerazioni, colpiscono nel segno, anche perché provengono appunto da una cineasta donna. In ogni caso, in quanto horror, a tratti il film fa davvero paura, essendo girato premurandosi di non mostrare mai troppo apertamente il mostro (modellato su "Nosferatu") e lasciando che ad emergere sia "il male dentro di noi", da lui risvegliato, il che ne fa quasi un thriller psicologico sulla nevrosi e la pazzia, con atmosfere tenebrose e inquietanti. Il bambino, comunque, è davvero insopportabile.

3 giugno 2020

Storia di un fantasma (D. Lowery, 2017)

Storia di un fantasma (A Ghost Story)
di David Lowery – USA 2017
con Casey Affleck, Rooney Mara
***

Visto in TV.

Dopo la sua morte in un incidente stradale, un uomo (Affleck) torna sotto forma di fantasma nella casa in cui viveva con la moglie (Mara). Rimasto legato a quel luogo, vedrà scorrere il tempo attorno a sé (in un senso e nell'altro!), mentre gli inquilini cambiano e le trasformazioni si succedono. Una ghost story straordinaria e originale: non una pellicola horror ma esistenziale, soprannaturale e romantica (e giusto un po' pretenziosa), non "una storia di fantasmi" ma la storia, appunto, "di un fantasma", una sorta di moderno "Il fantasma e la signora Muir" con echi del cinema di Malick (senza però le sovrastrutture religiose) e del filippino Lav Diaz (senza le sue durate fluviali). Rappresentato nel modo più semplice e apparentemente ingenuo possibile, ovvero con il classico lenzuolo con i buchi per gli occhi (ma l'aspetto è irrilevante, dato che non può essere visto da nessuno), che però contribuisce al fascino del film, il fantasma non parla e (a parte qualche fenomeno di poltergeist) non interagisce con gli esseri umani o l'ambiente circostante, limitandosi a osservare in silenzio. Ne scaturisce una riflessione poetica sull'amore, la perdita, la solitudine, l'eternità e l'elaborazione del lutto, che lancia spunti sui temi del tempo (con continui "scarti" cronologici, quasi istantanei, nella coscienza dello spirito) e della memoria (l'incontro con un altro fantasma che ha ormai "dimenticato" chi sta aspettando). In mezzo, momenti di tenerezza e tante scene suggestive, da quella lentissima e struggente della Mara che piange mentre mangia una torta al cioccolato (reminiscente, forse, dello Tsai Ming-Liang di "Vive l'amour") a quella dell'uomo (il cantautore Will Oldham) che "filosofeggia" sulla morte, il destino, l'umanità, l'arte e la civiltà, dalla distruzione della casa a opera di un bulldozer al triste destino di un'antica famiglia di coloni. Girato in un claustrofobico 4:3 e a basso budget, con un quadro dai bordi smussati come se fossimo di fronte a un filmino amatoriale, il film riesce in più modi a commuovere e colpire nel profondo. Casey Affleck e Rooney Mara avevano già recitato per Lowery in "Senza santi in paradiso".

19 maggio 2020

Dillinger è morto (Marco Ferreri, 1969)

Dillinger è morto
di Marco Ferreri – Italia 1969
con Michel Piccoli, Anita Pallenberg
***

Rivisto in streaming, per ricordare Michel Piccoli.

Un progettista industriale (Piccoli) torna a casa dal lavoro. La moglie Anita (Pallenberg) ha mal di testa, ha preso dei sonniferi ed è già a letto. Lui si prepara la cena, guarda i filmini delle vacanze in Spagna, amoreggia con la domestica Sabina (Annie Girardot), trova una vecchia pistola arrugginita, la smonta e la ripulisce, la dipinge di rosso a pallini bianchi, uccide la moglie e se ne va via di casa. Marco Ferreri è un regista che trovo spesso ostico, ma questo è un film stranissimo che, nella sua eccentrica astrattezza, colpisce l'immaginario dello spettatore e che non si dimentica facilmente. Attraverso la rappresentazione minimalista e banale dei piccoli gesti della routine domestica, esprime tutta l'alienazione e l'assurdo che si celano nell'esistenza quotidiana. A questo proposito la chiave di lettura ci è fornita già dalle primissime scene, quelle ambientate in fabbrica, dove il protagonista ha disegnato una maschera antigas da usare sul luogo di lavoro. Un collega (interpretato da Gino Lavagetto) commenta: "L'isolamento in una camera che non debba comunicare con l'esterno, perché piena di un'atmosfera mortale, una camera quindi dove per sopravvivere è necessaria una maschera, ricorda molto le condizioni di vita dell'uomo contemporaneo". E in effetti il personaggio di Piccoli sembra proprio indossare per tutto il film una maschera che cela le sue emozioni e i sentimenti. Per via dell'assenza di una voce fuori campo che esprima i suoi pensieri (l'uomo è quasi sempre in scena da solo, e i suoi gesti sono accompagnati per lo più dalla musica della radio che ascolta), non sappiamo cosa stia elucubrando, e anche per questo la sua scelta finale ci coglie del tutto di sorpresa, visto che non ci sembrava in preda a dilemmi esistenziali o a conflitti interiori. Forse è genericamente la noia, l'insoddisfazione o l'infelicità per la routine di una vita senza significato a prendere di colpo il sopravvento sulle sue azioni, che in precedenza si erano limitate a far venire in superficie alcuni atteggiamenti curiosi o ludico-infantili. Si torna dunque allo straniamento in un mondo moderno, industriale e consumistico, dove le forme di intrattenimento (la tv, la radio) sono solo apparentemente valvole di sfogo a un bisogno di emergere, viaggiare e fuggire che le consuetudini sociali e le norme morali ostacolano ("In queste condizioni, la vecchia alienazione diventa impossibile", commenta sempre il collega). Piccoli, cui Ferreri lasciò ampia libertà nell'interpretazione del personaggio (ai limiti dell'improvvisazione), era alla prima collaborazione (di sette) con il regista. I giochi con le mani che "recitano" e danzano sono opera di Maria Perego. Il titolo del film fa riferimento al celebre rapinatore di banche John Dillinger, la cui morte è riportata nei giornali d'epoca che avvolgono la pistola: un personaggio iconico e suggestivo che faceva parte di un mondo (e un immaginario avventuroso) ormai scomparso. La pellicola fu girata nella casa romana del pittore Mario Schifano (di cui si intravedono alcuni dipinti appesi alle pareti). La cucina è invece quella di Ugo Tognazzi. L'ultima sequenza è ambientata nelle acque di Portovenere, in Liguria, dove il protagonista si imbarca romanticamente su una nave a vela diretta a Tahiti, simbolo e inizio di una nuova vita.