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27 maggio 2021

Pagine sommesse (A. Sokurov, 1994)

Pagine sommesse, aka Pagine silenziose (Tikhie stranitsy)
di Aleksandr Sokurov – Russia 1994
con Aleksandr Cherednik, Elizaveta Koroleva
**1/2

Visto su YouTube.

Tormentato dai sensi di colpa per un omicidio che ha commesso, un uomo vaga per le strade di una città, interagendo con i suoi abitanti. Ispirandosi al "Delitto e castigo" di Dostoevsky (anche se la didascalia iniziale allarga il campo, riferendosi "alle opere di scrittori russi del XIX secolo"), Sokurov firma un film breve (poco più di un'ora) ma lento e intenso, con atmosfere a tratti decisamente tarkovskiane (siamo in una sorta di limbo, con persone che sembrano quasi anime perdute, strade che emettono vapore e umidità, cani randagi e strane strutture architettoniche: il tutto ricorda "Stalker"). Notevole il lavoro sull'immagine e sul sonoro, con una fotografia (di Aleksandr Burov) dalla qualità quasi pittorica, dai colori desaturati che rendono i fotogrammi come vecchie foto sbiadite, e la rarefazione dei dialoghi (nei quali il protagonista si interroga sui motivi del proprio gesto e sull'esistenza di una volontà superiore) che dà vita a sequenze praticamente mute. La regia abbonda di long take e piani sequenza con movimenti di macchina lentissimi. Non per tutti i gusti, insomma, ma ricco di fascino. Certe cose (come le distorsioni delle immagini sullo schermo) anticipano il successivo "Faust". Musiche di Mahler (i Kindertotenlieder).

5 settembre 2017

Elegia della vita (Aleksandr Sokurov, 2006)

Elegia della vita - Rostropovich, Vishnevskaya
(Elegiya zhizni. Rostropovich. Vishnevskaya)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2006
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Una delle coppie più celebri del panorama artistico russo, formata dal violoncellista (e direttore d'orchestra) Mstislav Rostropovich e da sua moglie, la cantante d'opera Galina Vishnevskaya, si racconta in questo bel documentario che fa parte della lunga serie di "elegie" realizzate da Sokurov. Le sequenze di due interviste da parte del regista ai due musicisti nella loro casa-museo di Mosca sono inframmezzate da immagini di repertorio, in particolare della cena di gala per le loro nozze d'oro (si sono sposati nel 1955) e delle prove per un concerto a Vienna nel quale Rostropovich, con la direzione di Seiji Ozawa, interpretò per la prima volta un brano scritto appositamente per lui da Krzysztof Penderecki. A emergere prepotentemente sono le personalità dei due artisti: la semplicità di Rostropovich, la sua pulsione per la musica e per l'arte (evidente sin dai ricordi dei suoi rapporti con maestri e amici come Prokofiev e Shostakovich) ma anche per la libertà (fu amico di dissidenti come Aleksandr Solzhenicyn, che ospitò nella sua casa di campagna quando cadde in disgrazia presso il regime, il che gli costò un lungo periodo di esilio e la perdita della cittadinanza sovietica negli anni settanta); e lo sguardo forte di lei, che risalta sia dalle immagini dei suoi primi ruoli da cantante al Bolshoi sia quando ricorda la tragedia di un figlio morto quando era giovanissima: rimasta sempre e fedelmente al fianco del marito, si occupa ora di scuole di canto e di una fondazione con finalità sociali. Scene delle prove del concerto di "Slava" (così era chiamato affettuosamente il violoncellista) sono montate in alternanza con quelle delle classi di Galina: da entrambi emerge un forte amore per l'arte, la musica e la vita, da cui il titolo del documentario. Rostropovich morirà l'anno successivo alla realizzazione del film, nel 2007; Vishnevskaya, che Sokurov vorrà quello stesso anno come protagonista nel suo "Alexandra", lo seguirà nel 2012.

29 luglio 2017

Il secondo cerchio (Aleksandr Sokurov, 1990)

Il secondo cerchio (Krug vtoroy)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1990
con Pyotr Aleksandrov, Nadezhda Rodnova
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Alla morte del padre, militare in pensione che viveva da solo, il suo unico figlio giunge da una città vicina per occuparsi del funerale. Non avendo grandi risorse, non potrà permettersi che una cerimonia ridotta al lumicino. Dopo aver espletato le formalità burocratiche, sarà quasi maltrattato dall'impresaria funebre cui si è rivolto, anche perché non intende cremare il corpo. Non sappiamo quale rapporto avesse con il padre in vita: probabilmente non erano vicini. Ma nella morte, tutto cambia: assai povero, il ragazzo finirà col togliersi calze e scarpe per metterle al cadavere. E terminato il rito, rimasto solo nella casa vuota, porterà fuori le poche cose rimaste (come la coperta del letto) per bruciarle. Primo lungometraggio di una cosiddetta "trilogia sulla morte e l'inesistenza" (seguiranno "Pietra" nel 1992 e "Pagine sommesse" nel 1994), il film di Sokurov è minimalista nel rappresentare i sentimenti come nel narrare gli eventi (si potrebbe dire che non mostra né la morte né la vita, ma solo ciò che vi gira attorno), con l'intenzione di raggiungere un piano metafisico attraverso il silenzio, la contemplazione e un concreto realismo. La forma non è da meno: fotografia dai colori seppiati (praticamente in bianco e nero), rarefazione assoluta di dialoghi e voci (per lunghi tratti il film è muto), assenza di colonna sonora (la musica si ode solo nell'ultima scena), macchina da presa quasi immobile e soprattutto un'estrema lentezza. A dirla tutta, sinceramente è un po' soporifero, ma la tristezza e le emozioni che genera possono restare a lungo con lo spettatore. Fuori dalla casa, la neve e il vento suggeriscono un'ambientazione siberiana. Il titolo fa forse riferimento all'inferno di Dante (anche se mi sarei aspettato che il film si intitolasse "Il primo cerchio", ovvero il limbo).

17 luglio 2017

Salva e custodisci (Aleksandr Sokurov, 1989)

Salva e custodisci (Spasi i sokhrani)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1989
con Cécile Zervudacki, Robert Vaap
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Sposata a un rozzo medico di campagna, l'infelice Emma (Zervudacki) si concede "sprazzi di vita" con una serie di amanti: prima un aristocratico (che la abbandonerà) e poi un giovane studente (per frequentare il quale si indebiterà fortemente). Alla fine, folle e disperata, sceglierà il suicidio, avvelenandosi con l'arsenico. Sokurov rilegge la "Madame Bovary" di Flaubert a modo suo, ambientandola nei desolati scenari dell'Asia centrale e concentrandosi sul vissuto interiore e le ossessioni della protagonista (una donna dal comportamento infantile e del tutto slegata dalla realtà, che sogna di vivere a Parigi e parla francese mentre tutti coloro intorno a lei parlano il russo), a parte piccole divagazioni sul marito (un medico incompetente che sbaglia spesso diagnosi e che non presta la dovuta attenzione alla moglie, fino al punto da fidarsi ingenuamente di tutto ciò che fa o che gli dice). L'interprete dona al personaggio un'aria costantemente spaesata, spesso avvizzita e annoiata, a volta scossa da improvvisi lampi di interesse e di felicità, recitando anche con il corpo nudo nelle numerose scene di intimità. La fotografia di Sergej Jurizditskij, luminosa e pittorica, ha una certa qualità surreale, e l'atmosfera è onirica e ipnotica, mentre le scenografie sono colme di piccoli dettagli che la luce mette in risalto (le piume sparse nella camera da letto, le mosche che camminano sul cibo, gli scenari naturali che circondano il villaggio), fino al funerale della donna con l'enorme bara di metallo (che ne contiene, come bambole russe, altre due di quercia e di mogano: come a volersi separare il più possibile da tutto ciò che l'ha circondata): ma al termine della cerimonia, nell'ultima inquadratura, Sokurov ci mostra Emma misteriosamente ancora viva e in casa sua (ma forse è solo la sua anima, che non ha saputo abbandonare il mondo). Il titolo proviene da una preghiera cristiano-ortodossa.

24 settembre 2015

Francofonia (Aleksandr Sokurov, 2015)

Francofonia - Il Louvre sotto occupazione (Francofonia)
di Aleksandr Sokurov – Fra/Ger/Ola 2015
con Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo l'Ermitage di San Pietroburgo, protagonista del capolavoro "Arca russa", Sokurov dedica un film a un altro dei maggiori musei del mondo, il Louvre: ma la pellicola che ne esce è molto diversa dalla precedente, anche se – come quella – utilizza l'arte, le collezioni e il palazzo stesso che ospita il museo come un pretesto per parlare di qualcosa di più ampio: la natura umana, la storia, e in particolare la guerra. Ricorrendo anche a filmati e materiale d'epoca, infatti, il regista ci racconta i giorni del 1942 in cui Parigi fu occupata dall'esercito tedesco, e si incentra su due figure in particolare: l'allora direttore del museo, Jacques Jaujard, e l'ufficiale nazista addetto alla gestione delle opere d'arte nei territori invasi, il conte Franz Wolff-Metternich. Nonostante le loro differenze (l'uno un repubblicano francese, l'altro un aristocratico tedesco), i due unirono le forze per difendere il prezioso patrimonio culturare dalla guerra e dalla distruzione: Metternich giunse al punto di nascondere molte collezioni nei castelli della provincia francese, pur di tenerle lontano dalle grinfie dei suoi superiori. Il documentario – ma chiamarlo così è riduttivo, visto come Sokurov mescola su più livelli la ricostruzione storica, le riflessioni personali, i documenti d'epoca e momenti di oggettiva suggestione – parla soprattutto del legame indissolubile fra arte, guerra e potere: non a caso gran parte delle opere contenute nel Louvre sono trofei di guerra, come quelli sottratti da Napoleone nei paesi che via via conquistava. E proprio Bonaparte, insieme a Marianna, è uno dei due "fantasmi" che si aggirano per le sale del museo, invisibili a tutti tranne che al cineasta stesso, al quale fanno da insolite guide (Napoleone commentando "C'est moi" davanti a ogni suo ritratto, ma persino davanti alla Gioconda; Marianna ripetendo a pappagallo quelle tre parole – "Liberté, egalité, fraternitè" – che rappresentano la sua essenza). Fra scene ricostruite con attori (con tanto di "ciak" in scena), spezzoni di film francesi dell'epoca, gallerie di ritratti, cinegiornali che mostrano Hitler in una Parigi deserta e occupata, e sequenze con Sokurov stesso al lavoro nel suo studio, il regista racconta la storia, illustra le sue tesi, lancia ogni tanto frecciatine – ai francesi ("Si preoccupavano tanto del bolscevismo in Russia e non si accorsero del pericolo assai più vicino del nazismo") ma anche ai tedeschi ("Stupiti di aver perso la guerra? Perché? Ne avevate mai vinta una prima?") e persino a sé stesso o agli spettatori ("Vi state annoiando? Vi capisco. Coraggio, non manca molto alla fine del film") – e spesso rivendica con un certo orgoglio il suo essere russo, al punto da invocare gli spiriti di Cechov e Tolstoj come ultimi baluardi, in quanto uomini dell'ottocento, della cultura umanista prima delle follie del novecento ("I genitori si addormentarono, e il ventesimo secolo arrivò"). Ne risulta un film complesso, che scorre in mille rivoli che potrebbero da soli ispirare interi documentari (si pensi per esempio al rapporto fra Russia ed Europa; alle origini stesse dei musei; alla "cacofonia" che nasce dal riunire insieme e in un solo luogo le testimonianze di epoche e culture così differenti), e che con "Arca russa" ha in comune il tema dell'arte come elemento centrale dell'esistenza umana, preziosa ma così fragile da essere facilmente in balia delle forze e delle tempeste della storia (l'immagine della nave, carica di container con opere d'arte, scossa delle violente onde del mare, è al tempo stesso un richiamo al film precedente e un'esplicita metafora di tutto questo). Alla fine il Louvre, più che il mondo esterno, racconta e ritrae soprattutto sé stesso: il museo, l'istituzione, il paese ("Si vorrebbe una Francia senza Louvre? O una Russia senza l'Ermitage? Cosa saremmo senza i musei?").

7 ottobre 2011

Arca russa (A. Sokurov, 2002)

Arca russa (Russkiy kovcheg)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2002
con Sergei Dontsov, Mariya Kuznetsova
***1/2

Rivisto in DVD con Eleonora, Ginevra, Paola e Rachele.

In compagnia di un misterioso viaggiatore spazio-temporale, un uomo (che non vediamo mai in volto – l’intero film è in soggettiva, come se guardassimo attraverso i suoi occhi – e la cui voce nella versione originale è quella del regista stesso) si sposta attraverso le varie sale del Palazzo d’Inverno del museo Hermitage di San Pietroburgo, trasformato in una ‘arca’ (come ci sarà rivelato nell’ultima inquadratura, l’unica che ha richiesto un intervento digitale in post produzione, raffigurante il mare che circonda l’edificio) che trasporta al proprio interno, custodendoli e preservandoli, tre secoli di arte e di storia del palazzo, della città e della Russia. Girato con straordinaria maestria tecnica in un unico piano sequenza di 90 minuti, il film di Sokurov – la cui visione è un’esperienza davvero unica nel suo genere – offre contemporaneamente una visita virtuale a uno dei musei più belli del mondo (ci vengono mostrati quadri, sculture, oggetti e arredamenti, oltre che i corridoi, i pavimenti, i soffitti, i cortili, le scalinate e le sale stesse del museo) e un’affascinante immersione fra gli episodi, gli eventi e i personaggi più salienti del periodo in esame (da Pietro il Grande a Caterina II, dallo zar Nicola I fino agli ultimi Romanov), con riflessioni sull’arte e la vita, il potere e lo sfarzo, la guerra e la caducità, il divertimento e la melanconia, lo “spirito russo” e il continuo confronto con l’Europa (rappresentata dal compagno di viaggio del protagonista, ispirato a una figura realmente esistita: il marchese de Custine, aristocratico francese che nella prima metà dell’ottocento scrisse un celebre resoconto del suo viaggio alla corte degli zar).

Già nel 1948 Alfred Hitchcock aveva avuto l’idea di realizzare un film che consistesse in un solo e ininterrotto piano sequenza, senza alcuno stacco di montaggio: ma ai tempi di “Nodo alla gola” c’erano limitazioni tecnologiche (la durata dei rulli di pellicola impose a Hitch di “oscurare” lo schermo a intervalli regolari per permettere il cambio di bobina) che le videocamere digitali permettono invece di superare. La macchina da presa si sposta alternando primissimi piani a campi larghi, mostra scene in interni come in esterni, indugia su piccoli dettagli delle opere d’arte e si libra dinamicamente attraverso un salone ricolmo di comparse e persino tra le fila di un'orchestra, diretta da Valery Gergiev: memorabili, in particolare, la scena del ballo e la lunga discesa della scalinata con cui si conclude il film. L’identificazione del protagonista del film con il regista, o magari con lo spettatore stesso, talvolta ribadisce le regole cinematografiche (ci aggiriamo fra gli attori, invisibili ai loro occhi, osservandone le azioni e spiandone i dialoghi) e talvolta le ribalta clamorosamente (quando alcune comparse sono colte a lanciare uno sguardo in camera – atto spiegato diegeticamente con la presenza di “sensitivi” alla corte dello zar – è come se per una volta fossero gli attori a osservare noi spettatori, e a rendersi conto della nostra presenza). Grandiosi i costumi e, ovviamente, le scenografie. Fra le oltre duemila comparse (!) figurano anche alcuni dei direttori passati e presenti del museo. Per curiosità, va segnalato che il film venne girato solo al terzo e ultimo ‘ciak’ utile, dopo che i primi due tentativi furono interrotti per problemi tecnici. L’operatore della Steadycam, nonché direttore della fotografia, è Tilman Büttner.

18 settembre 2011

Faust (Aleksandr Sokurov, 2011)

Faust (id.)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2011
con Johannes Zeiler, Anton Adasinsky
***1/2

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Per conquistare l'amore della giovane Margarethe, di cui ha involontariamente ucciso il fratello, il tormentato medico Heinrich Faust accetta di vendere la propria anima al diavolo, che gli appare sotto le sembianze del mefistofelico padrone di un banco dei pegni, l'usuraio Mauricius. Da sempre l'opera più importante di Goethe e della letteratura tedesca è fonte di ispirazione per numerosi artisti in tutti i campi (oltre che Thomas Mann, mi piace ricordare in particolare la trasposizione disneyana a fumetti di Carlo Chendi e Luciano Bottaro), e dunque non stupisce se Sokurov, un regista particolarmente interessato a raccontare la natura umana e le forze interne che la animano in rapporto al tempo e allo spazio, abbia voluto raccogliere la sfida e rappresentare visivamente questa vicenda monumentale e archetipica, ricca di suggestioni filosofiche su temi quali la sete di conoscenza, il desiderio e la passione, la corruzione, la colpa e la responsabilità. L'ambizioso sforzo gli è valso il Leone d'Oro di questa edizione di Venezia, un meritato riconoscimento per un autore che già in passato aveva fornito ottime prove (dal capolavoro "Arca russa" alla trilogia sul potere "Moloch"/"Taurus"/"Il sole", di cui questo film diventa una sorta di quarta parte pur non essendo legato come gli altri agli eventi del ventesimo secolo). Ma il regista russo non si è limitato a realizzare un semplice adattamento, ed è andato a scavare fra le righe del dramma originale per interpretarlo a modo suo, azzardando anche alcuni "tradimenti" letterari di non poco conto: basti pensare che il più celebre verso di Goethe, "Verweile doch, du bist so schön!" ("Fermati, attimo, sei così bello!"), viene alterato in "Verweile doch, das ist nicht schön!" e fatto pronunciare dal diavolo anziché da Faust.

Attraverso la bellezza delle immagini (la fotografia è del francese Bruno Delbonnel, già collaboratore di Jean-Pierre Jeunet in "Amelie"), che rimandano talvolta alla pittura fiamminga, spicca il cupo e sofferente ottocento quasi medievale in cui si colloca la vicenda: grazie a lenti speciali che deformano le immagini, rendendole sghembe e distorte, a volte anche sfocate, e a filtri che virano tutti i colori in tonalità smorte e slavate di grigio, verde e marrone, Sokurov crea un ambiente ideale per la tragica vicenda che racconta, un ambiente che nei suoi dettagli è protagonista sullo schermo al pari dei personaggi. La regia fa sfoggio di virtuosismo, e la macchina da presa segue da vicino, senza abbandonarli nemmeno per un istante, i due protagonisti (Faust e Mefistofele) mentre si muovono incessantemente fra i corridoi delle case, le strette strade del villaggio, i sentieri di montagna, attraversando edifici, piscine, chiese, grotte e anfratti di ogni tipo, intenti in una conversazione continua. Come il tempo, che non si arresta mai (e qui torniamo al "Verweile doch"), anche i due personaggi non possono mai fermarsi, e il loro viaggio infinito li porta infine in un inferno naturale (le scene con il geyser e i ghiacciai sono state girate in Islanda) dove Faust incontra, fra gli altri, il soldato che ha ucciso. Qualcuno ha provato a paragonare questa parte finale al limbo delle sequenze conclusive di "Tree of life", ma è inutile dire che il paragone regge solo a livello superficiale: quanto più spessore e significato c'è in Sokurov rispetto a Malick! Molto più sensati sono invece i confronti con i film di Tarkovskij (come "Stalker"), Herzog ("Woyzeck") e Murnau ("Nosferatu"), motivati da comuni suggestioni e rimandi alla cultura russa e a quella mitteleuropea. Quanto ai due protagonisti, lo scienziato Faust inizia il suo percorso spinto dalla curiosità scientifica, sezionando corpi alla ricerca dell'anima, ma poi si perde a causa della passione per la carne, mentre Mauricius/Mefistofele è una creatura grottesca, incredibilmente deforme, dal cui corpo pieno di grasso spunta una coda/pene caricaturale e la cui natura demoniaca sembra apertamente nota a tutti. La pellicola è recitata interamente in tedesco. Oltre ai due interpreti principali, Johannes Zeiler e Anton Adasinsky, nel cast troviamo la veterana Hanna Schygulla nei panni di una misteriosa donna che segue e tormenta a sua volta Mauricius, Georg Friedrich in quelli del folle Wagner, l'assistente di Faust, e la giovane Isolda Dychauk in quelli della bella Margarethe.

19 gennaio 2009

Mozart. Requiem (A. Sokurov, 2004)

Diario di San Pietroburgo: Mozart. Requiem
(Peterburgskij dnevnik: Mozart. Reqviem)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2004
**1/2

Visto in divx.

Registrazione (girata in video con cinque telecamere) di un concerto messo in scena il 3 febbraio 2004 a San Pietroburgo, di cui lo stesso Sokurov ha curato l'allestimento. Dapprima vediamo il pubblico accomodarsi in sala, il regista inquadra e indugia sui volti degli spettatori come aveva fatto Bergman durante l'ouverture del "Flauto magico". E noi ci troviamo insieme a loro, in attesa delle magiche note di Mozart. Quando parte la musica, ci ritroviamo immersi in un'atmosfera solenne in compagnia di una delle composizioni più sublimi mai scritte da mano umana. I membri del coro entrano sullo sfondo, come delle ombre. Anziché stare fermi, camminano sul proscenio, spesso in maniera caotica e confusa, incrociandosi e salutandosi come pellegrini ammantati di pesanti cappe nere o come silhouette che si muovono fra l'oscurità e la penombra. Valentin Nesterov dirige con ritmo lento e solenne (a volte forse anche troppo lento, come nel Rex tremendae o nel Confutatis). Fra i brani più riusciti, lo splendido Tuba mirum e il suggestivo Lacrimosa. La mano di Sokurov è quasi invisibile, anche se – come lo stesso regista ha dichiarato – "il montaggio del film non è tradizionale. Non abbiamo cercato di rispettare la successione abituale dei valori dell’'inquadratura, né di seguire i solisti, né di sostenere il ritmo dell’'opera musicale attraverso il montaggio. Il ritmo del film è mutevole, non coincide sempre con quello della musica. Lo spettatore segue i cambiamenti della luce, i movimenti degli interpreti, i loro volti, le loro emozioni".

5 giugno 2008

Il sole (A. Sokurov, 2005)

Il sole (Solntse)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2005
con Issei Ogata, Robert Dawson
**1/2

Visto in DVD.

Dopo "Moloch", dedicato a Hitler, e "Taurus" (che non ho ancora visto), incentrato su Lenin, questo è il terzo film che Sokurov dedica ai maggiori protagonisti della storia del ventesimo secolo per mostrarne i lati più umani e "banali". L'imperatore giapponese Hirohito viene ritratto in tutta la sua solitudine, dai giorni che precedono la resa al termine della seconda guerra mondiale fino alla decisione (neanche poi tanto sofferta, a dire il vero) di rinunciare al proprio "status divino". Girata con stile sobrio e scarno, fra inquadrature immobili e scenografie essenziali, la pellicola descrive il vissuto privato di un personaggio privo di punti di riferimento, quasi recluso nella propria casa come in un bunker e circondato da servitori umili e sottomessi. Sempre vestito in uniforme militare o con abiti occidentali (mentre lo fotografano, i reporter americani commentano: "sembra Charlie Chaplin"), Hirohito vive in un mondo tutto suo, enigmatico e non privo di contraddizioni, forse dovute alla responsabilità di "essere un dio", un compito oltre le sue possibilità: all’apparenza confuso e indifferente agli eventi che gli accadono intorno (il generale MacArthur, capo delle forze d’occupazione, lo disprezza: "è come un bambino"), sembra interessato solo allo studio della biologia marina e delle scienze naturali (tiene persino un busto di Darwin sulla scrivania), a comporre poesie per la moglie e a guardare vecchie fotografie di attori occidentali: in realtà soffre per la disfatta del suo popolo, riflette sulle cause della guerra, ha bizzarre visioni apocalittiche nelle quali strani pesci volanti bombardano la città e mostra un'inattesa propensione alla pace. Nella versione italiana sono stati doppiati (male) solo i dialoghi in giapponese, lasciando le voci originali degli attori quando l’imperatore parla in inglese con MacArthur. Cosa costava a quel punto sottotitolare l’intero film?

14 agosto 2006

Padre e figlio (A. Sokurov, 2003)

Padre e figlio (Otets i syn)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2003
con Andrei Shchetinin, Aleksei Nejmyshev
**1/2

Visto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Padre e figlio vivono da soli a San Pietroburgo. Il padre è ancora giovanile e atletico, mentre il figlio si addestra nella locale caserma militare e studia medicina, probabilmente per tenere personalmente sott'occhio la salute del genitore. Fra loro c'è affetto e complicità: forse (in sogno?) i due sono anche amanti. Nel frattempo il giovane litiga con la sua ragazza (che lo vuole lasciare per un uomo "più adulto"), manifesta prima gelosia e poi amicizia nei confronti di un altro ragazzo venuto a cercare il proprio padre scomparso, gioca pericolosamente a pallone sui tetti. Quasi senza trama, il film di Sokurov (il secondo di una trilogia sul rapporti familiari: segue "Madre e figlio" e precede il non ancora uscito "Due fratelli e una sorella") è permeato da una luce calda e soffusa e da personaggi di una fisicità quasi eterea. Piccoli misteri, un andamento lento, atmosfere sognanti e oniriche, inquadrature sghembe e distorte, una città russa ricostruita per le strade di Lisbona: il risultato è una pellicola impressionista il cui significato però mi sfugge un po'.