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20 ottobre 2022

Funeral march (Joe Ma, 2001)

Funeral march (Seung joi ngo sam)
di Joe Ma – Hong Kong 2001
con Eason Chan, Charlene Choi
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Duan (Eason Chan) si occupa per lavoro di organizzare funerali, curando con sensibile meticolosità ogni particolare della cerimonia. Quando viene assunto da Yee (Charlene Choi), giovane ragazza malata di cancro, per preparare il suo stesso funerale, cerca in ogni modo di convincerla a non arrendersi e a sottoporsi all'operazione che potrebbe salvarle la vita, cosa verso cui Yee è riluttante anche per via del cattivo rapporto con il padre e la matrigna. I sentimenti per Duan le faranno ritrovare la voglia di vivere, ma il destino è in agguato... Una delicata storia di emozioni, sentimenti, riflessioni su vita, morte e amore. Alla sua uscita sembrò un film "profondo", ma sono bastati vent'anni per accorgersi dei suoi limiti: nonostante una buona regia (con alcune scene notevoli: su tutte la soggettiva nel finale), l'atmosfera fredda e composta e la recitazione trattenuta, va alla ricerca di una commozione facile e un po' ricattatoria, e soffre per una parte centrale in cui i personaggi – complice anche un'informazione non ancora rivelata allo spettatore – sembrano smarrire un po' la strada, mentre si danno da fare per capire se si amano e se devono stare insieme o no. Nota: stando ai miei database, avevo già visto questo film prima di aprire il blog (dunque fra il 2001 e il 2005) e mi era anche piaciuto, eppure non ne ricordavo una sola immagine o sequenza.

29 luglio 2017

Il secondo cerchio (Aleksandr Sokurov, 1990)

Il secondo cerchio (Krug vtoroy)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1990
con Pyotr Aleksandrov, Nadezhda Rodnova
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Alla morte del padre, militare in pensione che viveva da solo, il suo unico figlio giunge da una città vicina per occuparsi del funerale. Non avendo grandi risorse, non potrà permettersi che una cerimonia ridotta al lumicino. Dopo aver espletato le formalità burocratiche, sarà quasi maltrattato dall'impresaria funebre cui si è rivolto, anche perché non intende cremare il corpo. Non sappiamo quale rapporto avesse con il padre in vita: probabilmente non erano vicini. Ma nella morte, tutto cambia: assai povero, il ragazzo finirà col togliersi calze e scarpe per metterle al cadavere. E terminato il rito, rimasto solo nella casa vuota, porterà fuori le poche cose rimaste (come la coperta del letto) per bruciarle. Primo lungometraggio di una cosiddetta "trilogia sulla morte e l'inesistenza" (seguiranno "Pietra" nel 1992 e "Pagine sommesse" nel 1994), il film di Sokurov è minimalista nel rappresentare i sentimenti come nel narrare gli eventi (si potrebbe dire che non mostra né la morte né la vita, ma solo ciò che vi gira attorno), con l'intenzione di raggiungere un piano metafisico attraverso il silenzio, la contemplazione e un concreto realismo. La forma non è da meno: fotografia dai colori seppiati (praticamente in bianco e nero), rarefazione assoluta di dialoghi e voci (per lunghi tratti il film è muto), assenza di colonna sonora (la musica si ode solo nell'ultima scena), macchina da presa quasi immobile e soprattutto un'estrema lentezza. A dirla tutta, sinceramente è un po' soporifero, ma la tristezza e le emozioni che genera possono restare a lungo con lo spettatore. Fuori dalla casa, la neve e il vento suggeriscono un'ambientazione siberiana. Il titolo fa forse riferimento all'inferno di Dante (anche se mi sarei aspettato che il film si intitolasse "Il primo cerchio", ovvero il limbo).

9 marzo 2017

Jackie (Pablo Larraín, 2016)

Jackie (id.)
di Pablo Larraín – USA/Cile/Francia 2016
con Natalie Portman, Peter Sarsgaard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Una settimana dopo l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas, l'ex first lady Jaqueline (Natalie Portman), nella sua residenza di Hyannis Port, concede una lunga intervista a un giornalista (Billy Crudup) per raccontare gli ultimi giorni "dal suo punto di vista". Il suo vero scopo è quello di rendere il marito una figura mitica, affinché non venga dimenticato. Per lo stesso motivo – in una serie di scene mostrate in flashback che si alternano con le sequenze dell'intervista – ha organizzato il funerale ispirandosi a quello di Abraham Lincoln, nella speranza di associare il destino dei due presidenti anche dopo la morte. Più che sugli eventi di cronaca (la ricostruzione d'epoca è comunque eccellente), un film dunque sul ruolo dell'uomo nella storia e sulla considerazione dei posteri: sin dalle scene che ripropongono il tour televisivo di Jackie nella Casa Bianca, si fa avanti il tema della dimenticanza e del rischio che ogni nuovo presidente cancelli o porti via la memoria di quelli che l'hanno preceduto (proprio come ogni nuova first lady si preoccupa di modificare l'arredamento della casa stessa). Il funerale organizzato da Jackie, al pari dell'intervista che rilascia, come detto sono accuratamente studiati per trasformare JFK in un mito: non a caso, si fa strada il concetto di Camelot (anche attraverso un brano dell'omonimo musical), uno dei luoghi mitici per eccellenza, al quale legare – ammantandolo di nostalgia – il breve periodo della sua presidenza. Formalmente impeccabile, il ritratto di personaggio che ne esce è però a tratti un esercizio di stile un po' freddo e ingessato. Ottima la Portman, che la regia di Larraín (al primo film in lingua inglese) segue sempre da vicino, con abbondanza di primissimi piani e una macchina da presa che resta incollata alla protagonista mentre cammina fra le sale di Washington o sui prati del cimitero di Arlington, durante i suoi colloqui non solo con il giornalista (ispirato a Theodore H. White di "Life") ma anche con un prete (John Hurt), il cognato Bobby (Peter Sarsgaard) e l'assistente personale Nancy (Greta Gerwig). Il danese Caspar Phillipson è JFK, John Carroll Lynch è Lyndon Johnson, Max Casella è Jack Valenti, Richard E. Grant è William Walton. Da sottolineare anche la colonna sonora di Mica Levi, a base di sonorità per archi drammatiche e inquietanti. La sceneggiatura di Noah Oppenheim era stata inizialmente pensata per una breve serie televisiva.

15 giugno 2016

Sieranevada (Cristi Puiu, 2016)

Sieranevada (id.)
di Cristi Puiu – Romania 2016
con Mimi Branescu, Bogdan Dumitrache
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In occasione della commemorazione della morte del padre Emil, tutta la famiglia di Lary (Branescu) si riunisce a casa della madre. Ma è il prete è in ritardo, e nell'attesa del suo arrivo (e di poter cominciare a mangiare) i commensali chiacchierano del più e del meno. Interminabile (dura quasi tre ore) dramma da camera che si svolge tutto in spazi angusti e limitati, con la macchina da presa collocata nell'ingresso del piccolo appartamento, sul quale si aprono e si chiudono le porte delle varie stanze, e che cattura le conversazioni (realistiche e forse improvvisate: sono pochissimi i momenti in cui si percepisce un lavoro di scrittura) attraverso lunghi piani sequenza, mentre una radio in cucina trasmette canzoni italiane (da De André a Loretta Goggi!). Se inizialmente si parla di politica (con l'inevitabile nostalgica del vecchio regime comunista), di complottismo (si discute ancora dell'attentato alle Torri Gemelle), di salute e di medicina, man mano che passa il tempo vengono alla luce i contrasti e gli altarini di famiglia. Una cugina porta a casa un'amica straniera ubriaca, mettendo scompiglio nell'appartamento; uno zio fedifrago scatena pianti e accuse incrociate; e il dramma va di pari passo con le risate soffocate di Lary. Raccontata quasi in tempo reale e con una regia assai precisa, a questa riunione di famiglia manca l'intensità (presente solo a tratti) che consentirebbe la partecipazione emotiva di uno spettatore che, nonostante la durata, non fa in tempo a conoscere e ad approfondire quasi nessun personaggio. Tutto sembra fine a sé stesso, e di davvero interessante c'è soltanto la commemorazione vera e propria, con la cerimonia cantata del prete ortodosso e il rituale dell'abito del morto, indossato in sua vece da un familiare. Misterioso il titolo.

20 marzo 2015

Sogni (Akira Kurosawa, 1990)

Sogni (Yume, aka Dreams)
di Akira Kurosawa – Giappone 1990
con Akira Terao, Martin Scorsese
***

Rivisto in divx.

Dopo il successo ottenuto in patria e all'estero con i grandi kolossal storici "Kagemusha" e "Ran", nel 1990 l'ottantenne Kurosawa soprese tutti con un lavoro molto diverso dai precedenti, intimo, personale e onirico: come definire altrimenti una pellicola che mette in scena dei "sogni"? Il film presenta infatti otto episodi, ordinati cronologicamente secondo l'età del protagonista (bambino nei primi due, giovane e via via più adulto nei seguenti, interpretato quasi sempre dall'attore Akira Terao), che pescano dalle paure, dalle speranze, dalle angosce e dalle aspirazioni del regista; curiosamente nessuno di questi è legato direttamente al mondo del cinema, anche se il quinto episodio (quello di Van Gogh) mostra il suo amore per l'arte (come è noto, l'Imperatore inizialmente voleva diventare un pittore, e ripiegò sul cinema solo in un secondo momento). La variopinta e luminosa fotografia di Takao Saito (che trasferisce sullo schermo una serie di disegni e di bozzetti dello stesso Kurosawa), la regia classica e austera del nostro Akira (con la collaborazione di Ishiro "Godzilla" Honda), l'atmosfera da "realismo magico" che permea ogni segmento, gli effetti speciali dell'Industrial Light & Magic di George Lucas (che ha sostenuto la realizzazione della pellicola insieme a Francis Ford Coppola e Steven Spielberg, tutti grandi estimatori del regista nipponico) sono al servizio di otto episodi di diverso tono, significato e valore, ma che nel loro insieme concorrono a creare un mondo interiore complesso e suggestivo. Alla sua uscita, ovviamente, molti critici interpretarono il film come il testamento spirituale del grande regista, l'ultimo tassello di una carriera leggendaria e considerata ormai al termine: Kurosawa smentì tutti sfornando, nel giro di tre anni (cosa insolita per lui, che da un trentennio girava solo un film ogni cinque anni) altre due pellicole, differenti da questa ma altrettanto "intime" e personali: "Rapsodia in agosto" e "Madadayo".
Come già detto, non tutti gli episodi sono belli allo stesso modo, così come le atmosfere variano parecchio (e si fanno via via più cupe man mano che il personaggio invecchia, salvo risollevarsi nel segmento conclusivo). I miei preferiti sono i primi due ("Raggi di sole nella pioggia" e "Il pescheto"), ma per motivi diversi meritano una menzione particolare anche "Il tunnel", "Corvi" e "Il villaggio dei mulini".

"Raggi di sole nella pioggia" - Da bambino, il protagonista (ovvero Kurosawa stesso, anche se il suo nome non viene mai pronunciato in tutto il film) esce di casa nonostante il divieto della madre e si inoltra nella foresta durante un giorno in cui piove e contemporaneamente splende il sole. È in giornate come questa che le volpi (animali "magici" secondo le superstizioni giapponesi) celebrano i loro matrimoni. Avendo spiato una di queste cerimonie, il bambino scatena l'ira delle volpi: e dovrà raggiungere la loro dimora ai piedi dell'arcobaleno per chiedere perdono. Il film si apre con un episodio magico e fiabesco, dominato dalle paure dell'infanzia ma anche dalla curiosità e dalla scoperta.

"Il pescheto" - K. ha ora qualche anno di più. È il giorno della "festa delle bambole" (hina matsuri), che tradizionalmente cade il 3 marzo, quando gli alberi di pesco sono in fiore. Il bambino esce di casa seguendo una misteriosa ragazzina dai vestiti rosa, che lo conduce fino ai campi dove sorgeva il pescheto di famiglia. Qui incontra gli spiriti degli alberi, che lo rimproverano perché le piante sono state tagliate. Ma quando si accorgono che il bambino è sinceramente addolorato per l'accaduto, gli spiriti eseguono una danza e gli permettono di ammirare ancora una volta gli alberi in fiore. Personalmente il mio episodio preferito.

"La tormenta" - Durante il servizio militare, K. e altri scalatori rimangono intrappolati in alta quota, dove sono sorpresi da una tormenta di neve. A uno a uno, i suoi compagni si addormentano in preda alla fatica e al freddo: anche lui viene visitato da uno spirito della montagna sotto le sembianze di una fanciulla, ma riesce a resistere alla sua seduzione ("Soldato, la neve è tiepida") e al suo abbraccio gelido e mortale. Poco più tardi, il sole torna a splendere e le tende del campo base si rivelano essere a pochi passi di distanza. L'episodio forse si ispira alla leggenda giapponese della yuki-onna, la principessa delle nevi.

"Il tunnel" - Terminata la guerra, K. sta tornando a casa lungo una strada fangosa e deserta. Dopo aver attraversato un lungo tunnel, a cui faceva da guardia un cane infernale, K. è raggiunto dai fantasmi dei suoi compagni caduti in battaglia. Dovrà convincerli a tornare indietro, non prima di aver chiesto perdono per essere sopravvissuto mentre loro sono morti. Un segmento inquietante ma di grande suggestione (con il rimbombo dei passi dei soldati in marcia che risuona nel tunnel buio), che mette in scena non solo l'orrore e le conseguenze dell'esperienza bellica ("La guerra è follia!"), ma anche i sensi di colpa dei superstiti.

"Corvi" - Mentre ammira i quadri di Van Gogh esposti in una galleria, K. – che evidentemente è ora uno studente d'arte – "entra" magicamente nei dipinti e vaga alla ricerca del pittore olandese (interpretato da Martin Scorsese: uno dei rari casi in cui il regista italo-americano appare in un film non diretto da lui), di cui è un grande ammiratore. Questi gli spiega che non può fare a meno di dipingere, come in preda a una "febbre", e di essersi tagliato un orecchio perché non gli veniva bene in un autoritratto. Il viaggio di K. nei vibranti colori di Van Gogh termina in un campo di grano da cui improvvisamente si alzano i corvi in volo (metafora del suicidio dell'artista). Oltre che dalle pennellate dei quadri, l'episodio è graziato dal preludio n. 15 di Chopin nella colonna sonora.

"Fuji in rosso" - Con questo e il successivo episodio, le paure e le angoscie dell'era atomica si materializzano sullo schermo attraverso due sogni che sono veri e propri incubi (da notare che Kurosawa negli anni cinquanta aveva dedicato un intero film all'argomento, "Testimonianza di un essere vivente"). Il vulcano Fujiyama sta eruttando, e la popolazione fugge in preda al panico, ma non c'è modo di scampare al disastro. Anche perché la centrale nucleare sul fianco della montagna è esplosa, e le sostanze radioattive si stanno spargendo ovunque (colorate per distinguerle meglio: "Abbiamo sviluppato una tecnologia per rendere visibile il rischio; e ora abbiamo il vantaggio di sapere che cosa ti ha ucciso", spiega all'interdetto K. uno degli uomini che hanno contribuito al disastro).

"Il demone che piange" - Quasi un seguito dell'episodio precedente, di cui riprende i toni catastrofici e pessimisti, immersi stavolta in un'atmosfera da bolgia infernale. La terra è stata devastata dalle radiazioni, e tutto quello che resta sono pendii brulli e anneriti, sui quali crescono giganteschi fiori (denti di leone alti tre metri) e piante mutanti. Il mondo è ora popolato da demoni cornuti e deformi, che un tempo erano esseri umani e che ora sopravvivono sbranandosi l'un l'altro. Uno di questi demoni conduce K. fino all'orlo di un cratere, da dove spiano i suoi compagni che piangono, si torcono e ululano al cielo per il dolore procuratogli dalle loro stesse corna. È un'immagine quasi da inferno dantesco.

"Il villaggio dei mulini" - Nel segmento finale si torna a uno scenario positivo, colmo di luce e di speranza. Il viandante K. giunge in un villaggio i cui abitanti vivono in completa armonia con la natura, fra ruscelli, fiori e mulini. Un vecchio contadino (Chishu Ryu, l'attore feticcio di Ozu) spiega al protagonista che in quel villaggio i funerali sono un'occasione per festeggiare e per "congratularsi" con il defunto per la vita che ha condotto. Tra una critica alla modernità e un elogio alle tradizioni, l'episodio conclude la pellicola su toni di ottimismo: "Si dice spesso che la vita è difficile, dura...", commenta il vecchio. "Questa è solamente una posa dell'essere umano. La verità è una sola: la vita è bella. Più che bella: entusiasmante".

18 marzo 2015

La strada verso casa (Zhang Yimou, 1999)

La strada verso casa (Wode fuqin muqin)
di Zhang Yimou – Cina 1999
con Zhang Ziyi, Honglei Sun
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Marta, Beatrice, Giulia, Costanza, Elisa, Gioia.

Alla morte del padre, Yusheng (Honglei) torna nel villaggio natale, fra le montagne nel nord della Cina, per organizzare il funerale. La madre vorrebbe che le esequie seguissero l'antica usanza di trasportare il corpo a piedi dal luogo in cui è morto fino al cimitero, in modo che il defunto non dimentichi qual è "la strada verso casa". Ma c'è un problema: nel villaggio sono rimasti ormai solo bambini e anziani, i giovani sono tutti andati a lavorare in città, e dunque non ci sono uomini a sufficienza per svolgere il compito. Per onorare il grande amore che ha unito i suoi genitori, tuttavia, il figlio troverà una soluzione. Questa cornice, in bianco e nero, fa da introduzione ed epilogo al lungo segmento centrale del film, fotografato invece a colori, che narra il primo incontro fra il padre e la madre di Yusheng, avvenuto quarant'anni prima: lei giovane contadina (interpretata da una radiosa Zhang Ziyi, al suo debutto sullo schermo, che ruba la scena in ogni inquadratura) e lui insegnante inviato da Shanghai nella piccola scuola locale. Semplice e toccante, lineare e commovente, il film porta in scena i sentimenti della fanciulla (vera e propria protagonista, visto che ogni evento è filtrato dal suo punto di vista) in maniera diretta e trasparente, senza appesantirli con dialoghi o complicazioni narrative (persino la sottotrama dei problemi dell'insegnante con il partito, negli anni in cui molti intellettuali venivano perseguitati, non è approfondita più di tanto perché si colloca al di fuori del "raggio di pensieri" della ragazza, preoccupata soltanto del fatto di non poter rivedere il suo amato). A parte la voce narrante di Yusheng, la pellicola si sofferma quasi solo sul volto di Zhao Di, a seconda dei casi curiosa, trepidante, paziente, ostinata, preoccupata, felice... Lo scenario naturale, che lo scorrere delle stagioni colora di tinte differenti, fa da perfetto sfondo alla vicenda. Tratto da un romanzo ("Remembrance") di Bao Shi, autore anche dell'adattamento, e realizzato subito dopo "Non uno di meno", il film appartiene al filone più intimo e realista del cinema di Zhang, caratterizzato da buoni sentimenti e, tra le righe, dall'elegia verso il passato, le tradizioni e le usanze (destinate a scomparire) dei villaggi delle regioni più ai margini delle grandi città. Indicativa, al riguardo, la curiosa presenza di una locandina di "Titanic" in una delle case del villaggio.

25 settembre 2013

Still life (Uberto Pasolini, 2013)

Still life (id.)
di Uberto Pasolini – GB 2013
con Eddie Marsan, Joanne Froggatt
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il signor May, un ometto dall'apparenza triste e grigia, svolge un insolito lavoro: si occupa, per conto del comune di Londra, di rintracciare i parenti di coloro che muoiono soli e abbandonati da tutti, prima di dare loro una degna sepoltura. Spesso però i suoi sforzi non vanno a buon fine, visto che la maggior parte delle volte è proprio lui l'unico presente alle funzioni funebri. La cura e la dedizione che ha nel ricordare i defunti (le cui fotografie appunta diligentemente in un album che custodisce a casa) e nell'organizzare le cerimonie (dalla scelta delle musiche alla stesura di orazioni piene di sentimenti, fino all'individuazione del miglior posto nel cimitero) sono forse dovute al fatto che anche lui, come i suoi "clienti", è solo e senza famiglia; e in fondo sa che, quando verrà il suo turno, anche al suo funerale non parteciperà nessuno. Quando riceve la notizia che il suo ufficio verrà chiuso, perché ritenuto ormai inutile e troppo costoso, May si getta a capofitto nell'ultimo caso su cui lavorerà, ancora più "sentito" perché il defunto abitava proprio di fronte a casa sua. Si tratta di un uomo dal passato turbolento e violento, che pure da qualche parte potrebbe avere lasciato una figlia che lo amava. L'indagine per ricostruire i suoi trascorsi diventa così l'ultima ragione di vita di May, una missione da cui forse potrà sgorgare un cambiamento anche per lui. Seconda opera da regista di Pasolini, cineasta italiano trapiantato da anni a Londra (è stato il produttore di "Full Monty"), è un film dai toni asciutti e dalle atmosfere che più british non si può, ambientato com'è fra cimiteri e plumbee periferie e incentrato sui temi della morte e della solitudine, trattati peraltro con mano leggera, attenta ai dettagli (il titolo significa "natura morta", e molte scene – a partire dal meticoloso ordine con cui May si prepara il pranzo e gestisce il suo ufficio – ricordano proprio quei dipinti) e capace di mescolare dramma e commedia. Lo stile sobrio e dimesso, le scenografie essenziali, la recitazione asciutta (Marsan è perfetto) e la distillazione dei sentimenti sono tutti pregi che si accumulano man mano che la trama scorre. Complesso il finale, che passa in pochi minuti da un lieto fine forse troppo facile a una più inevitabile conclusione tragica, sfociando infine in un inatteso e commovente controfinale che va a smentire il superiore di May, quando – accusandolo di dare troppa importanza ai defunti – gli diceva "I funerali sono per i vivi".

9 aprile 2013

Il responsabile delle risorse umane (Eran Riklis, 2010)

Il responsabile delle risorse umane (The Human Resources Manager)
di Eran Riklis – Israele 2010
con Mark Ivanir, Noah Silver
**

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Alex e Sabrina.

Una giovane immigrata rumena, che lavorava come operaia in un grande panificio industriale di Gerusalemme, perde la vita in un attentato terroristico. Accusato da un giornalista di non avere a cura le sorti dei propri lavoratori, e nel tentativo di evitare un danno alle publiche relazioni del panificio, il responsabile delle risorse umane dell'azienda accetta di accompagnare la salma fino in patria e di assicurarsi che abbia un degno funerale. Le cose si complicano quando il figlio della donna, un giovane sbandato, pretenderà che il funerale si svolga nello sperduto villaggio di montagna dove vive la nonna, a mille chilometri dalla capitale. Tratto dall'omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, e diretto dal regista de "La sposa siriana" e "Il giardino di limoni", un film che non mantiene appieno tutte le promesse. Dopo una prima parte incoraggiante, quella ambientata in Israele, con la presentazione dell'interessante protagonista (senza nome, come praticamente tutti i personaggi della pellicola tranne curiosamente la donna morta), delle indagini sull'operaia scomparsa, dei suoi conflitti di coscienza e dei suoi stessi problemi familiari, una volta trasferitisi in Romania il film si trasforma in un road movie surreale come tanti, fra scenari desolati e personaggi eccentrici (vengono alla mente "Ogni cosa è illuminata" e "Silent souls"), con il gruppo che attraversa il paese trasportando la bara prima su un vecchio furgone e poi su un mezzo corazzato, fino allo sperduto villaggio di contadini dove il corpo dovrebbe essere sepolto. Mancano però incisività e un vero motivo d'interesse, e i semi piantati nella prima metà del film non germogliano mai (l'unico spunto nuovo è quello del rapporto del protagonista con il ragazzo ribelle, il cui sviluppo è in ogni caso prevedibile).

14 ottobre 2011

L'amore che resta (Gus Van Sant, 2011)

L'amore che resta (Restless)
di Gus Van Sant – USA 2011
con Henry Hopper, Mia Wasikowska
**

Visto al cinema Eliseo.

Il giovane e irrequieto Enoch, orfano di entrambi i genitori a causa di un incidente stradale, è ossessionato dalla morte, ha tendenze suicide, si imbuca ai funerali degli sconosciuti (come il protagonista di “Harold e Maude”) e ha come unico amico il fantasma di un pilota kamikaze giapponese (che lo batte sempre a battaglia navale). La coetanea Annabel, dolce ed estroversa, ha un forte interesse per la vita e la natura, una passione per gli insetti e gli uccelli acquatici e una sconfinata ammirazione per Darwin, ma è malata terminale di tumore al cervello e le restano solo tre mesi di vita. L’incontro fra i due, con conseguente storia d’amore, farà del bene a entrambi: Enoch renderà felici gli ultimi mesi della ragazza e imparerà a convivere anche con il proprio dolore. Dopo “Elephant” e “Paranoid Park”, Gus Van Sant continua a sfornare teen movie dall’approccio insolito, stavolta portando sullo schermo un testo dello sceneggiatore esordiente Jason Lew, tratto da un dramma teatrale da lui stesso scritto durante l’università e segnalato al regista dalla sua compagna di corso Bryce Dallas Howard (anche produttrice, insieme con il padre Ron Howard). Ma le presenze di “figli d’arte” non si fermano qui: Enoch è interpretato da Henry Hopper, figlio di Dennis Hopper (alla cui memoria è dedicata la pellicola), al suo primo ruolo da protagonista, mentre la sorella di Annabel è Shuyler Fisk, la figlia di Sissy Spacek. La pellicola, nonostante i temi trattati, è leggera e delicata, anche se un po’ scontata e semplicistica: alla resa dei conti, ci si commuove relativamente. Visto come tutto il film giri intorno al tema della morte, è inevitabile che alcune sequenze vengano ambientate durante Halloween (e che la colonna sonora sia firmata da Danny Elfman, il compositore di fiducia di Tim Burton nonché autore delle musiche di “Nightmare before Christmas”).

24 giugno 2011

E la nave va (Federico Fellini, 1983)

E la nave va
di Federico Fellini – Italia 1983
con Freddie Jones, Barbara Jefford
**1/2

Rivisto in divx.

Luglio 1914: mentre l'Europa sta per entrare in guerra, un transatlantico di lusso salpa da un porto italiano per portare le ceneri della "più grande diva di tutti i tempi", la defunta cantante d'opera Edmea Tetua – come da sue ultime volontà – fino alla sua isola natale, nel mar Egeo, dove verranno disperse in mare. A bordo della nave ci sono molte celebrità e personaggi eccentrici: cantanti, direttori d'orchestra, musicisti, impresari e gente di spettacolo, più alcuni dei più altolocati ammiratori della diva (compreso un granduca austriaco) e un giornalista, il signor Orlando, che presenta al pubblico gli stravaganti ed enigmatici passeggeri e fa la cronaca del viaggio, rivolgendosi agli spettatori in prima persona. Fra amori, capricci, gelosie e piccoli problemi, i primi giorni trascorrono tranquilli: ma poi il "mondo reale" fa irruzione sotto forma di un nutrito gruppo di profughi serbi che invade inaspettatamente il ponte (il comandante li ha raccolti in mare, mentre tentavano di raggiungere l'Italia per fuggire dai disordini in patria) e della minacciosa corazzata austro-ungarica che appare all'orizzonte per reclamare i naufraghi. Ironico e surreale, il film di Fellini (co-sceneggiato da Tonino Guerra) non vuole dunque soltanto omaggiare il mondo del "bel canto" ma anche ritrarre la brusca conclusione di un periodo storico – la Belle Epoque, quella dell'Europa prima della guerra – della cui alta borghesia fa una satira a tratti impietosa. E proprio come in "Titanic", la nave affonda mentre sul ponte si continua a cantare e a suonare.

Caratterizzato da una struttura episodica che alterna momenti comici e grotteschi (il rinoceronte che soffre di mal di mare, o forse di mal d'amore; il basso che con la sua voce profonda fa cadere in catalessi una gallina) ad altri di grande suggestione (i musicisti che improvvisano un brano di Schubert in cucina, suonando su bicchieri e cristalli; l'esibizione dei cantanti nella sala macchine), il film ha tutti i crismi del divertissement, e come tale va accolto e giudicato. Nel ricco cast internazionale, è da segnalare Pina Bausch nei panni della principessa cieca che "vede" le note musicali e le voci come se fossero colori. Victor Poletti (che con Fellini girò qualche anno dopo un celebre spot per Campari, quello in cui cambiava il paesaggio del finestrino del treno con il telecomando) è il tenore Fuciletto, Sarah-Jave Varley è la giovane e bella Dorotea di cui Orlando si invaghisce, mentre Barbara Jefford è l'altezzosa soprano Ildebranda Cuffari, gelosa della popolarità della diva defunta. Edmea Tetua (interpretata da Janet Suzman in filmati d'epoca), naturalmente, è ispirata a Maria Callas (che era morta poco prima del film). Oltre che con la musica (nel film compaiono tanti brani classici, ludicamente mescolati con le immagini, come nella scena del coro al momento in cui la nave salpa o in quella dove i cuochi lavorano velocemente in cucina e i passeggeri mangiano al rallentatore sulle note di Tchaikovsky; e numerose arie d'opera – soprattutto di Verdi – fuse insieme o cantate su testi nuovi e scritti per l'occasione da Andrea Zanzotto), Fellini gioca con il (meta)cinema: la pellicola si apre come se si trattasse di un film appunto del 1914, muto e in bianco e nero (poi progressivamente arrivano colore e sonoro), e si conclude svelando invece allo spettatore la finzione cinematografica, mostrando cioè il set e la troupe al lavoro (come farà anche Abbas Kiarostami ne "Il sapore della ciliegia").

29 settembre 2010

Harold e Maude (Hal Ashby, 1971)

Harold e Maude (Harold and Maude)
di Hal Ashby – USA 1971
con Bud Cort, Ruth Gordon
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.

Harold è un giovane ricco, apatico e ossessionato dalla morte: guida un carro funebre, ama partecipare ai funerali degli sconosciuti, e soprattutto mette in atto continui (ed esilaranti) tentativi di suicidio nel vano scopo di attirare l'attenzione della madre (che dal canto suo cerca in ogni modo di pianificare la vita del figlio); Maude, invece, è una vecchietta simpatica ed eccentrica, uno spirito libero che ama sperimentare cose sempre nuove senza lasciarsi ingabbiare dalle regole e dalle costrizioni sociali: "prende in prestito" le vetture altrui, realizza opere d'arte tattili e olfattive, e trapianta gli alberi di città nella foresta. L'incontro fra i due farà scattare la scintilla, con Maude che insegnerà ad Harold a vivere la propria vita con pienezza, a non legarsi alle cose materiali e a riscoprire l'amore e la curiosità per tutto ciò che lo circonda. Un vero e proprio cult movie per coloro che lo hanno visto, questo piccolo film comico e romatico è davvero fuori dal comune. A suo modo trasgressivo già all'epoca in cui uscì (e infatti fu un flop commerciale), lo è a maggior ragione oggi per come mette in scena un'implausibile storia d'amore fra un quasi ventenne e una quasi ottantenne e la condisce con situazioni assurde e paradossali. Eppure l'umorismo macabro, da black comedy britannica (in realtà il film è girato a San Francisco), si sposa perfettamente con la dolcezza e la delicatezza della storia e con la simpatia del personaggi, che hanno alle spalle tragedie che la sceneggiatura lascia solo immaginare (dov'è il padre di Harold? e cosa significa il numero tatuato sul braccio di Maude?). Esilarante, fra le tante, la scena in cui il ragazzo – che ha appena manifestato alla madre il desiderio di sposarsi con Maude – viene "rimproverato" in sequenza dallo zio militare, da uno psicanalista e da un prete, ciascuno con il ritratto del proprio nume tutelare (il Presidente, Freud, il Papa) appeso sulla parete alle sue spalle. Oltre ai due protagonisti, nel cast brilla anche Vivian Pickles nei panni della madre di Harold. Da rimarcare la bella colonna sonora di Cat Stevens, all'epoca non ancora convertitosi all'Islam, con canzoni come "Don't Be Shy" e "If You Want To Sing Out, Sing Out" (quest'ultima cantata anche dai personaggi).

21 settembre 2010

Silent souls (A. Fedorchenko, 2010)

Silent souls (Ovsyanki)
di Aleksei Fedorchenko – Russia 2010
con Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Marisa e Lucia.

Aist appartiene ai Merja, un'antica etnia russa di origine finnica, le cui tradizioni sono ancora vive sebbene in via d'estinzione. I suoi ricordi d'infanzia, legati in particolare al padre poeta, lo spingono a mettere per iscritto memorie, riti e sensazioni. Alla morte della moglie di Miron, suo amico e superiore, lo accompagna nel viaggio di addio alla salma: come prevedono le antiche usanze dei Merja, infatti, il cadavere deve essere agghindato, trasportato fino alla riva di un fiume e bruciato su una pira funebre, per poi spargere le ceneri nell'acqua. Impossibile non pensare, anche solo in parte, a "Departures": anche qui, naturalmente, il riferimento è al mito di Caronte. Ma rispetto al film giapponese, in questo riflessivo viaggio di accompagnamento verso la morte – nel corso del quale non viene mai smarrito il contatto con la vita, anche attraverso la carnalità e il sesso – manca qualcosa in termini di emozioni, e soprattutto il finale improvviso e irrisolto lascia un po' perplessi: nell'insieme, è più accademico che poetico. Il titolo originale significa "gli zigoli", come la coppia di uccellini in gabbia che il protagonista acquista al mercato e che faranno compagnia ai due uomini durante il viaggio, causando in ultima istanza anche la loro morte.

28 luglio 2010

Vivere (Akira Kurosawa, 1952)

Vivere (Ikiru)
di Akira Kurosawa – Giappone 1952
con Takashi Shimura, Miki Odagiri
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Probabilmente il capolavoro della produzione umanista e neorealista di Kurosawa, "Vivere" affronta temi individuali (la paura della morte, l'importanza di vivere pienamente la propria vita) e sociali (l'inefficienza e la desensibilizzazione della burocrazia, l'ipocrisia della politica) senza scivolare – o almeno non troppo – nella retorica o nel patetismo. Il film si apre in maniera insolita: sullo schermo viene mostrata la lastra di una radiografia, mentre una voce fuori campo ci informa che "l'eroe di questa storia" ha un tumore ai polmoni e gli restano pochi mesi di vita. Il protagonista, Kenji Watanabe (interpretato da un espressivo Takashi Shimura) è un anziano funzionario comunale, direttore dell'ufficio richieste, abituato da anni – come tutti i suoi colleghi, peraltro – a "perdere tempo" invece che lavorare, facendo rimbalzare le domande dei cittadini da uno sportello all'altro, senza mai prendere alcuna iniziativa per risolvere davvero i loro problemi. Lavora da trent'anni nello stesso ufficio, senza un giorno di assenza (perché, come recita la barzelletta, "altrimenti si accorgerebbero che possono benissimo fare a meno di me"). Vedovo, ha dedicato tutta la propria esistenza al figlio Mitsuo, che ora – sposato – farebbe volentieri a meno di lui e attende soltanto che vada in pensione per poter mettere le mani sulla sua liquidazione. Quando Watanabe si rende conto di avere ormai soltanto pochi mesi da vivere, la consapevolezza di aver sprecato la propria esistenza gli piomba addosso tutta d'un colpo: confuso e disperato, dapprima vaga per la città senza meta; poi si lascia convincere da uno scrittore a godersi alcune serate nei quartieri notturni di Tokyo; e infine accoglie il saggio suggerimento di una giovane impiegata: fare qualcosa di utile. Si prende dunque a cuore la richiesta di alcune donne, fino ad allora snobbate da tutti gli uffici competenti, e si prodiga perché un terreno paludoso e ricoperto da un malsano acquitrino venga bonificato e trasformato in un campo giochi per bambini. Molte sono le scelte di sceneggiatura non convenzionali, come quella di far morire il protagonista a due terzi del film e di dedicare gli ultimi 45 minuti alla sua veglia funebre, dove i colleghi si interrogano sui motivi del suo cambiamento, ricordano la tenacia con cui ha perseguito il progetto del giardino pubblico (non mollando mai la presa sui responsabili degli altri uffici e sul recalcitrante sindaco, che poi finirà invece con l'attribuirsi tutto il merito davanti ai giornalisti) e si ripromettono di seguire il suo esempio: ma la buona volontà dura ben poco, e la burocrazia inerte e passiva torna a prevalere. L'ultima scena, che mostra finalmente i bambini giocare nel campo voluto così ostinamente da Watanabe (e nel quale è addirittura andato a morire), suggerisce che forse un uomo non ha il potere di cambiare il mondo intero: ma almeno un pezzettino sì.

22 aprile 2010

Departures (Yojiro Takita, 2008)

Departures (Okuribito)
di Yojiro Takita – Giappone 2008
con Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki
***

Visto al cinema Eliseo, con Rachele.

Vincitore a sorpresa dell'Oscar per il miglior film straniero nel 2009, "Departures" affronta il tema del lutto e dell'addio alle persone care da un punto di vista decisamente insolito, dimostrando che l'amore per la vita passa anche attraverso il rispetto per la morte. Il protagonista Daigo, violoncellista costretto a rinunciare alla carriera musicale dopo lo scioglimento della sua orchestra e trasferitosi da Tokyo al suo paese natale nella prefettura di Yamagata, trova lavoro in quella che credeva essere un'agenzia turistica e che invece si occupa di "necro-cosmesi": il suo compito consiste nel preparare i corpi dei defunti per il loro "viaggio finale", ripulendoli, vestendoli e truccandoli affinché ricevano l'ultimo saluto da parte dei parenti prima della cremazione. Ma anche nella cultura giapponese, così sensibile e attenta al ciclo della vita, la morte è quasi un argomento tabù: poiché da sempre i defunti vengono appunto inceneriti, lavorare a contatto con i cadaveri è considerato impuro e degradante; ecco perché Daigo tiene inizialmente nascosto il proprio mestiere ("tanato-esteta") alla moglie, che quando lo scopre minaccia di lasciarlo e rifiuta di lasciarsi toccare da lui; a un certo punto vediamo persino un amico togliergli il saluto a causa della sua professione. Eppure, lavorando con passione e amore, pian piano il protagonista riesce a conquistare la giusta serenità che finisce col contagiare anche coloro che gli stanno attorno, guadagnandosi rispetto e comprensione. Ben lungi dall'essere un semplice rituale o una cerimonia vuota e "inutile" (come potrebbe sembrare a prima vista, dato che i corpi verranno comunque cremati subito dopo), il suo lavoro diventa un mezzo per ricomporre i dissidi e i contrasti irrisolti in vita, come mostra il caso dei genitori che solo dopo la morte accettano la natura "femminile" del loro figlio travestito. E nel finale, proprio attraverso il rito della vestizione e della pulitura del suo corpo, lo stesso Daigo recupera anche il rapporto con il padre, che aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora un bambino. Pur non particolarmente innovativa dal lato cinematografico (ma scenografia e ambientazione hanno un fascino particolare), la pellicola ha i suoi maggiori pregi nel soggetto e nella delicatezza in cui questo è trattato. Tutto, nel film, ci ricorda che la morte è parte essenziale della vita: la natura (i salmoni che risalgono la corrente del fiume per poi morire), l'amore (dopo aver visto il suo primo cadavere, Daigo sente l'esigenza di abbracciare la moglie per "attaccarsi" a qualcosa di vivo), il cibo (i personaggi si rendono conto del fatto che la carne che mangiano proviene da animali morti: fortunatamente questo non si traduce in un rifiuto – come nel caso dei vegetariani più estremi – ma in una maggior consapevolezza), il rapporto con i genitori (che si concretizza e si rafforza anche dopo la loro dipartita: non solo nel caso di Daigo, ma anche del suo amico, il figlio della donna che gestisce il bagno pubblico, e in generale di tutti i parenti di coloro alle cui cerimonie funebri assistiamo sullo schermo) e persino la musica (mentre il protagonista suona il violoncello, immerso fra le montagne e i campi, la primavera prende il posto dell'inverno e ogni cosa rinasce a nuova vita). Nella prima parte non mancano passaggi decisamente comici o grotteschi (il polpo che la moglie di Daigo sta per cucinare e che si rivela essere ancora vivo; la preparazione del filmato "dimostrativo" con Daigo come modello), che poi lasciano il posto a un profondo umanesimo che si sviluppa con lentezza e poesia. Anche la colonna sonora di Joe Hisaishi (a parte alcuni brani di Beethoven, Brahms e Schubert) è più commovente e melodica del solito.

27 febbraio 2010

I pugni in tasca (M. Bellocchio, 1965)

I pugni in tasca
di Marco Bellocchio – Italia 1965
con Lou Castel, Paola Pitagora
****

Rivisto in DVD, con Marisa, Ginevra, Eleonora e Marco.

In uno dei più grandi esordi del cinema italiano, Bellocchio racconta la storia della dissoluzione di una famiglia un tempo facoltosa ma ormai funestata dalla pazzia e dalla malattia. Le tare e le dipendenze ostacolano i possibili sogni di benessere e di riscatto individuali, lasciando spazio solo alla rabbia e all'autodistruzione. Il figlio maggiore Augusto, cinico e insensibile, è infatti l'unico relativamente "normale", il solo che lavora e che – nonostante la sua mediocrità – è integrato nella società. Gli altri tre fratelli vivono più o meno reclusi nella villa di famiglia, in provincia di Piacenza (il film è ambientato a Bobbio, città natale di Bellocchio, fra i colli della Val Trebbia), prigionieri di sé stessi e in compagnia della madre ormai cieca: Leone è un disabile mentale, completamente dipendente dagli altri; Giulia è infantile, irrazionalmente gelosa di Augusto (al punto da inviare lettere anonime alla sua fidanzata Lucia) e con un rapporto ai limiti dell'incestuoso con Alessandro; e quest'ultimo, il vero protagonista della pellicola, soffre di epilessia e matura propositi suicidi, decidendo poi di sopprimere uno alla volta – per calcolo o per pietà, per egoismo o per altruismo – tutti i suoi familiari. Il malessere e il disagio giovanile (il film anticipa di qualche anno il sessantotto), la tensioni malsane e autodistruttrici all'interno del nucleo familiare, il senso di inevitabile decadenza e di inutilità, le ossessioni narcisistiche e autocontemplative dei personaggi, l'incapacità di indirizzare le proprie energie in maniera costruttiva sono portate sullo schermo da Bellocchio anche per mezzo di un'ambientazione realistica e convincente, la regia ferma e controllata, la suggestiva fotografia in bianco e nero e la "disturbante" colonna sonora di Ennio Morricone, che sembra quasi scritta per un film di Dario Argento (ma nel finale, sulle immagini dell'attacco epilettico di Alessandro, scorrono le note della quasi orgiastica aria "Sempre libera degg'io" da "La Traviata"). Davvero ottime anche le prove degli attori, soprattutto quella di Lou Castel, capace di mostrare tutte le sfaccettature (rabbia, dolcezza, frustrazione, follia, consapevolezza, tristezza, violenza e rassegnazione) di un personaggio unico e indimenticabile. Fra le scene più dissacranti, quella del funerale della madre e quella in cui Alessandro e Giulia distruggono e bruciano il vecchio mobilio. È curioso come i nomi dei quattro fratelli evochino tutti grandi sovrani o imperatori: è un segno delle passate ambizioni della famiglia, che contrasta ancor di più con la sua decadenza attuale. Un film crudele ed emozionante, intimo e terribile, claustrofobico e tormentato, drammatico ma non melodrammatico: una vera pietra miliare della cinematografia degli anni sessanta.

9 marzo 2009

La contessa scalza (J. L. Mankiewicz, 1954)

La contessa scalza (The barefoot contessa)
di Joseph L. Mankiewicz – USA/Italia 1954
con Ava Gardner, Humphrey Bogart
***

Visto in DVD.

Nel cimitero di Rapallo, al funerale di Maria Vargas (alias Maria D'Amato, alias contessa Torlato-Favrini), gli uomini che l'hanno conosciuta più da vicino ricordano la sua vita in una lunga serie di flashback. Lo scrittore e regista Harry Dawes (Bogey, in un ruolo che forse Mankiewicz sentiva come parzialmente autobiografico) l'aveva scoperta quando faceva la ballerina in un locale di Madrid, dove si era recato in cerca di volti nuovi per conto del produttore Kirk Edwards, ed era diventato rapidamente il suo confidente, quasi una sorta di padre. L'esperto di relazioni pubbliche Oscar Muldoon (Edmond O'Brien) l'aveva introdotta prima a Hollywood e poi nel mondo dell'alta società, dove era diventata la compagna dell'ambiguo uomo d'affari sudamericano Alberto Bravano. E il conte Vincenzo (Rossano Brazzi) l'aveva sposata e portata in Italia, senza però rivelarle di essere impotente e di non poter dunque avere un erede. Le voci fuori campo e il sofisticato uso dei flashback (ce n'è persino uno, narrato da Maria, dentro un altro, ricordato da Harry; e una stessa scena ripetuta due volte, da punti di vista diversi) danno una patina noir a un film con il quale Mankiewicz attacca pesantemente il dorato mondo di Hollywood, falso, ipocrita e ingannevole; quello dei nuovi ricchi, volgare, dispotico e privo di valori; e quello dei vecchi aristocratici, chiuso in sé stesso, votato al passato e destinato all'estinzione: tre mondi attraversati come una meteora da una donna forte e indipendente, che preferisce camminare a piedi nudi perché le scarpe rappresentano un'insopportabile costrizione, che sembra incapace di amare ("L'amore è una malattia, e io non sopporto le persone malate") e di essere felice ovunque si trasferisca, che non sa resistere all'attrazione per il popolo e la gente semplice, e che – come Cenerentola (anche lei refrattaria alle scarpe!) – è alla continua ricerca di un Principe Azzurro, senza rendersi conto che la realtà e ben differente dalle fiabe o dal cinema (eppure il regista le spiega subito che "un copione deve avere senso, la vita no"). Forse anche per questi motivi, oltre che per la sua romantica tragicità, il film è molto più amato in Europa (e in particolar modo in Francia) che negli Stati Uniti.

2 gennaio 2009

Heimat 3 (Edgar Reitz, 2004)

Heimat 3 - Cronaca di un cambiamento epocale
(Heimat 3 - Chronik einer Zeitenwende)
di Edgar Reitz – Germania 2004
film in sei episodi
***

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Con Henry Arnold (Hermann), Salome Kammer (Clarissa), Michael Kausch (Ernst), Matthias Kniesbeck (Anton), Uwe Steimle (Gunnar), Christian Leonard (Hartmut), Heiko Senst (Tobi), Tom Quaas (Udo), Nicola Schössler (Lulu), Peter Schneider (Tillmann), Constance Wetzel (Mara), Larissa Iwlewa (Galina), Karen Hempel (Petra), Antje Brauner (Jana), Julia Prochnow (Moni), Peter Götz (Loewe), Berthold Korner (Rudi), Christel Schäfer (Lenchen), Patrick Mayer (Matko), Karl-August Dahl (parroco), Rainer Guldener (Böckle), Edith Behleit (la madre di Clarissa), Björn Klein (Arnold), Anke Sevenich (Schnüsschen).

"Nel 1989 la Germania era pervasa da un certo entusiasmo, una disposizione di spirito creativa come accade di rado nella storia. Un decennio dopo tutto è cambiato: la paura del fallimento, della miseria, della disperazione e della perdita di prospettive spirituali domina la scena".
(Edgar Reitz)

"Chi sposa lo spirito del tempo è destinato a rimanere vedovo".
(Anton Simon)

Con il crollo del muro di Berlino e la nascita di una nazione unificata, il concetto di Heimat (patria) viene rimesso in discussione per l'ennesima volta in un secolo, il ventesimo, del quale la Germania è stata protagonista assoluta. Nel terzo capitolo della sua sterminata saga, che riprende molti personaggi dai due film precedenti (Hermann e Clarissa, le due figure centrali di "Heimat 2", restano il filo conduttore anche di questo nuovo lavoro, mentre a sorpresa dal primo "Heimat" ritornano Anton ed Ernst, i due fratellastri di Hermann), Reitz sceglie di raccontare gli anni della riunificazione, quelli che vanno dalla "svolta epocale" del 1989 alla data simbolica del 2000, alba di un nuovo millennio: undici anni nel corso dei quali le speranze e i sogni lasciano progressivamente il posto alla confusione e all'insicurezza. Molti sono anche i personaggi nuovi di zecca, soprattutto immigrati provenienti dall'ex Germania Est e dalle nazioni che più di tutte in quegli anni sono state al centro di cambiamenti (ovvero quelle dell'ex URSS e dell'ex Jugoslavia).
Al centro della storia c'è la splendida casa con vista sul Reno dove si stabiliscono Hermann e Clarissa, che qui finalmente – a quasi trent'anni dal loro primo incontro – riescono a coronare il loro sogno d'amore. La villa diventa la dritte Heimat, il rifugio della terza età, la dimora della maturità, nonché (come la casa natale di Schabbach nel primo film e la "Tana della Volpe" nel secondo) il luogo attorno al quale gravitano i destini di tutti i personaggi. La casa, però, può essere anche vista come il simbolo della Germania unificata, patria comune di popoli che sono rimasti divisi troppo a lungo e che ora cercano a fatica di ricostruire e di condividere destini e ideali. In fondo, anche la nuova Germania è una sorta di terza patria dopo RFT e RDT.
Diciamo subito che la pellicola, seppur bella, non raggiunge le stesse vette dei due capolavori precedenti. Forse anche perché Reitz ha dovuto ridimensionare i suoi piani: "Heimat 3" avrebbe dovuto essere ben più lungo delle 12 ore (e dei 6 episodi) attuali, ma per problemi di budget il regista è stato costretto ad "accorciarlo". Per esempio, l'inizio del primo episodio può sembrare un po' troppo frenetico: nel giro di pochi minuti Hermann e Clarissa si ritrovano dopo vent'anni e decidono subito di andare a vivere insieme. La sceneggiatura originale prevedeva un primo episodio tutto incentrato su di loro, nel quale avrebbero improvvisato un concerto a Berlino per la caduta del Muro; e sarebbero giunti nell'Hunsrück soltanto al termine della puntata, rinviando all'episodio successivo la presentazione degli operai della Germania Est.
Nel complesso la gestazione di questo terzo capitolo è stata molto più problematica delle precedenti: Reitz ha impiegato sette anni per preparare la saga, e altri due per girarla. Ma per fortuna le atmosfere e lo "stile Heimat" (come lo chiama Martin) aiutano a sentirsi subito "a casa" non appena si inizia a vedere il primo spezzone. La voce fuori campo non è più legata a un solo personaggio (come era, quasi sempre, negli episodi di "Heimat 2"): nel primo episodio passa da Hermann a Clarissa, da un punto di vista a all'altro, e in seguito scompare del tutto, rendendo i singoli film molto più corali di quanto fossero quelli delle saghe precedenti. Reitz continua inoltre a unire pubblico e privato, i grandi eventi politici e sportivi alle storie d'amore e di gelosia, le riunificazioni alle separazioni, l'allargamento delle prospettive alla ricerca di uno spazio personale. Ma a tratti il film sembra un'epopea familiare anche più del primo "Heimat", del quale è a ben vedere un seguito molto più di quanto non fosse il secondo.

1 – Il popolo più felice della terra (1989)
Il 9 novembre 1989 (il giorno della caduta del Muro di Berlino), mentre finisce un'epoca e ne inizia un'altra, Hermann e Clarissa si incontrano per caso tra la folla dopo 19 anni. Finalmente, in mezzo all'euforia generale, sembra che sia arrivato il momento giusto per far fiorire anche il loro amore. Le loro carriere di artisti (cantante lei, direttore d'orchestra lui) li hanno portati a esistenze itineranti, a "vivere in stanze d'albergo", senza più legami con i luoghi d'origine o con le rispettive famiglie (entrambi sono divorziati e hanno figli che vedono poco: Lulu, la figlia di Hermann, studia a Colonia, mentre Arnold, il figlio di Clarissa, è diventato uno dei primi hacker informatici e abita a Monaco con la nonna). Ma adesso basta fuggire: la coppia decide di mettere finalmente radici da qualche parte, e così acquista un'antica casa con vista sul Reno, non distante dal villaggio dove è nato Hermann, che in questo modo ha una scusa per tornare finalmente nei luoghi da cui era fuggito da ragazzo. A Schabbach nessuno si è dimenticato di lui e per tutti è come se non se ne fosse mai andato. Ad accoglierlo, oltre all'oste Rudi e a un parroco pacifista (che contesta la vicina presenza di una base americana), ci sono soprattutto i suoi fratellastri Ernst e Anton (entrambi interpretati dagli stessi attori del primo "Heimat"!). Nel frattempo, per ristrutturare la villa (cadente ma considerata "patrimonio artistico" perché secoli prima avrebbe ospitato una poetessa del romanticismo, Karoline von Günderrode), Clarissa decide di assoldare alcuni operai e carpentieri della Germania Est: da Lipsia e da Dresda giungono così nell'Hunsrück dapprima l'esperto Udo e l'emotivo Gunnar, poi l'intraprendente Tobi e il timido Tillmann. L'impatto degli "orientali" con il benessere dell'ovest è ingenuo e devastante, ma nonostante tutto i lavori procedono speditamente. A Natale sono tutti ospiti sulle Alpi nella casa di Reinhold Loewe, l'agente di Hermann. L'ottimismo è alle stelle, la Germania sembra alla vigilia di anni felici e prosperi per tutti. L'evidente attrazione fra Reinhold e Petra, la moglie di Gunnar, scatena però la gelosia di quest'ultimo.
Alcune curiosità: Hermann sembra aver rinunciato alla carriera di compositore e alla musica d'avanguardia, e si dedica esclusivamente alla direzione di un repertorio classico. La madre di Clarissa continua a mettere becco nelle faccende di lei, e osteggia apertamente la sua relazione con Hermann. Anton è ormai il "patriarca" dei Simon, e incontriamo brevemente i suoi cinque figli con i rispettivi coniugi. Nel complesso l'episodio di apertura di questa nuova saga è ottimo, con grandi momenti (come il montaggio alternato fra le esibizioni "artistiche" di Hermann e Clarissa e i lavori di ristrutturazione della casa, o la scena in cui Clarissa intona in macchina l'inno della DDR, al che Udo e Gunnar rispondono con quello della BRD). I nuovi personaggi, ovvero quelli della Germania orientale, sono ben caratterizzati ed entrano subito nel cuore dello spettatore.

2 – Campioni del mondo (1990)
Anche il secondo episodio si apre facendo coincidere un evento "privato" e importante per i personaggi (l'inaugurazione della casa di Hermann e Clarissa, completata a tempo di record in soli sette mesi: le novità vanno di fretta!) con un altro di portata "nazionale" (l'inizio dei mondiali di calcio di Italia '90, che proprio la Germania avrebbe vinto battendo in finale l'Argentina). I quattro manovali dell'Est ricevono la loro gratifica e salutano temporaneamente l'Hunsrück: Reitz ne segue il cammino di due in particolare, Tobi e Gunnar. Il primo viene coinvolto da Ernst nei suoi traffici di opere d'arte e parte con lui in aereo alla volta di una Russia che si prospetta ormai come un mercato aperto: ma in occasione di uno scalo in Germania Est preferisce abbandonare l'affare e tornare dapprima a casa e poi a Schabbach, portandosi dietro una statua di Lenin sottratta a una nazione ormai allo sbando. Il secondo, che sfoggia per quasi tutto l'episodio una maglietta di Andreas Brehme (del quale condivide il cognome) e che è ormai stato definitivamente lasciato dalla moglie Petra, si reca a Berlino, occupa l'appartamento abbandonato da un amico e si getta negli affari, ricevendo una favolosa commessa da parte di un manager della Warner Brothers che vuole importare negli Stati Uniti nientemeno che un milione di frammenti del muro berlinese. Nel frattempo Hermann e Clarissa si godono la loro nuova vita, Arnold si appresta a partire per studiare in America, la salute di Anton peggiora e di Ernst e del suo viaggio in Russia non si hanno più notizie.

3 – Arrivano i russi (1992-1993)
Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, Ernst – che scopriamo essere rimasto prigioniero in URSS per due anni – può far finalmente ritorno in Germania. E con lui giungono numerosi profughi russi di origine tedesca che sperano così di ritrovare una patria perduta. Fra questi spicca la famiglia di Juri e la sua giovane moglie kazaka Galina, appena diventata madre, che trova presto lavoro come domestica in casa di Anton. Se i russi arrivano, gli americani se ne vanno: la base militare nell'Hunsrück viene abbandonata, con gran gioia dei pacifisti e dei dimostranti guidati dall'eccentrico parroco del paese, e i terreni e i fabbricati lasciati liberi attirano l'attenzione di speculatori e imprenditori. Uno di questi è Hartmut, superficiale e ambizioso figlio di Anton, appassionato di automobili sportive e marito della "cavallerizza" Mara. In forte competizione con il padre, Hartmut vorrebbe dimostrarsi migliore di lui e mettersi in proprio, rilevando la propria parte della ditta di famiglia e dando vita a nuovi stabilimenti. Al rifiuto di Anton, cerca strade alternative: dapprima chiede il sostegno addirittura di Ernst, poi ottiene un prestito dall'ambiguo affarista Böckle. Costui è un "distruttore di aziende", come si definisce quando incontra per caso in treno Hermann (ignorando naturalmente il rapporto di parentela fra lui e il suo socio). Ma i problemi per Hartmut non finiscono qui: proprio mentre la moglie Mara decide di voler finalmente un figlio (che alla sua nascita viene nominato erede universale dal nonno Anton, scatenando il risentimento degli altri figli e nipoti), lui si invaghisce di Galina e in un modo e nell'altro riesce a portarla via al gelosissimo Juri. Nel frattempo Hermann e Clarissa tentano inutilmente di vivere in pace in una villa che sembra davvero infestata dallo spirito della poetessa morta. Mentre Tillmann e la sua compagna Moni continuano a frequentare la casa (Udo e Tobi, invece, rimangono in Germania Est: il primo si dedica alle ristrutturazione delle mansarde, il secondo all'arte paesaggistica) e la capretta Bianca – "adottata" da Hermann e Clarissa nell'episodio precedente – dà alla luce tre piccoli, facciamo anche la conoscenza di Lulu, la spigliata figlia di Hermann, che studia architettura e che si presenta un giorno alla villa in compagnia di due amici, Lutz e Roland, con i quali ha dato vita a una sorta di ménage à trois. Ma il taxi nel quale stanno tornando a casa di notte, dopo aver festeggiato la laurea, si scontra con la Porsche con cui Hartmut e Galina stanno scappando dalla casa di lei. Nel tragico incidente muore Lutz, futuro padre del figlio che Lulu porta in grembo.

4 – Stanno tutti bene (1995)
Nubi grigie si addensano in cielo, un terremoto notturno scuote l'Hunsrück e Hermann si ritrova di colpo ad attraversare un periodo di crisi. Dovrebbe comporre una "sinfonia per la riunificazione", ma il tema preponderante dell'episodio è invece quello della separazione. Dopo sei anni, l'idilliaca convivenza con Clarissa sembra destinata a finire in incomprensioni e litigi. Mentre lui è impantanato creativamente e ormai legato indissolubilmente alla nuova casa, lei rivendica la propria indipendenza artistica e parte per un lungo tour internazionale in compagnia di nuovi amici (fra i quali si annida forse un amante?), con uno spettacolo che lui trova kitsch e di cattivo gusto. Temendo che non tornerà più, Hermann si lascia andare alla depressione e rimane vittima di una serie di incidenti, nel più grave dei quali resta intrappolato con il piede in una tagliola. Prova a riavvicinarsi alla figlia Lulu, che ora vive da sola con il figlio avuto da Lutz, ma lei lo respinge freddamente: la ragazza vede nella famiglia Simon solo ipocrisia e distacco (Anton e Hartmut le elargiscono mille marchi al mese come risarcimento per la morte di Lutz, ma non si fanno mai vedere) e addirittura preferisce usare il nome Simone, come la chiamava sua madre. Ernst propone a Hermann di associarsi a lui per costruire a Schabbach un gigantesco museo con sala da concerto annessa, ma il progetto sembra fin troppo ambizioso e giunge forse nel momento meno opportuno. Nel frattempo, anche nel resto della famiglia Simon la conflittualità è alta: Hartmut, che ha sistemato Galina e suo figlio in una casa a Wiesbaden, ha chiesto il divorzio a Mara che però non intende concederglielo; ha fatto causa al padre Anton per avere la propria parte della Simon Optik, con la quale è ormai in concorrenza attraverso la sua nuova azienda (che però si rivolge al mercato di massa anziché produrre apparecchiature di qualità); ed è a sua volta in contenzioso con i fratelli che non hanno mandato giù il fatto che suo figlio sia stato designato erede universale dal nonno. Ma Anton, che sembrava essersi ormai ripreso dal suo infarto, muore improvvisamente nella notte (e con lui scompare un personaggio che ci teneva compagnia sin dal primo episodio del primo "Heimat", quando era ancora un bambino), costringendo la famiglia a riunirsi attorno al suo capezzale. Hartmut, destinato a dirigere l'azienda di famiglia, tiene un discorso poco incoraggiante ai dipendenti. Il corpo di Anton viene cremato, cosa mai successa prima a Schabbach, e il funerale si svolge senza musica, senza parroco e in forma strettamente privata: non vengono invitati né i dipendenti dell'azienda né i giocatori della squadra di calcio del paese, l'ultima sua vera passione. L'anticonformista Ernst si scaglia invece contro l'ipocrisia della famiglia e, per una volta, si sente vicino al fratello. Alla cerimonia funebre rivediamo a sorpresa Schnüsschen, l'ex moglie di Hermann, giunta lì con il suo nuovo compagno: ma il suo incontro con l'ex marito è sereno. Nella casa sul Reno, dove lo spirito della Günderrode sembra finalmente aver donato a Hermann l'ispirazione (in una sola notte completa la sinfonia e compone anche numerosi lieder su testi della poetessa), ritorna improvvisamente Clarissa: il suo tour è interrotto, ha scoperto di essere malata e forse non potrà più cantare. Da notare il titolo ironico dell'episodio, che oltre che alle vicende dei personaggi pare alludere a quelle della Germania: a sei anni dalla "riunificazione" le cose non sembrano andare per il verso giusto nemmeno al paese, proiettato verso un futuro incerto.

5 – Gli eredi (1997)
Bellissimo episodio incentrato sui temi (già anticipati nelle puntate precedenti, ma qui espliciti sin dal titolo) della paternità, della successione e dell’eredità. Clarissa, malata di tumore, è in ospedale dove si sottopone a pesanti terapie. Proprio in clinica la raggiunge la notizia, con relativo video, del matrimonio di suo figlio Arnold negli Stati Uniti con una compagna di corso del MIT. Nel frattempo Hermann si è riavvicinato a Lulu – che come vedremo lavora a Schabbach per conto di Ernst – e ospita spesso in casa sua il nipotino Lukas, figlio di Lutz. Ma i veri protagonisti dell’episodio sono appunto Ernst, sempre più deciso a costruire un museo a Schabbach (nella sua tenuta presso il Goldbach) per lasciarvi la sua immensa collezione di opere d’arte (Lulu, in quanto architetto, è la direttrice dei lavori), e un nuovo personaggio, il quattordicenne Matko, figlio di un’immigrata slava che nel 1983 lavorava come domestica proprio da Ernst e che ora è tornata a vivere in Bosnia, in mezzo alla guerra. Ernst si affeziona al ragazzo, che gira in motorino per l’Hunsrück ma condivide la sua passione per il volo: gli mostra persino il suo segretissimo sancta sanctorum e intanto incarica un investigatore privato, il signor Meise, di scoprire se possa trattarsi di suo figlio. Ma i lavori per la costruzione del museo vengono osteggiati dall’opinione pubblica, nonostante al comune non venga chiesto nemmeno un centesimo (la costruzione verrà finanziata dalla Comunità Europea). La concessione edilizia viene rifiutata, con grande delusione di Ernst che vede svanire il sogno di lasciare qualcosa di tangibile al proprio paese: decide così di suicidarsi in maniera spettacolare, schiantandosi con il suo aereo contro una parete rocciosa ai bordi del Reno, davanti agli occhi atterriti di Hermann. La ricca eredità di Ernst spetterebbe di diritto ai parenti più prossimi, ossia Hermann, Lulu e i cinque figli di Anton. Tutti sarebbero intenzionati a portare a termine il progetto del museo (anche perché, dopo la sua morte, la popolazione di Schabbach ha cambiato opinione e il comune ha dato nuovamente il via libera), tranne Hartmut: com’era prevedibile, la sua incoscienza, il suo scarso senso degli affari e l’alleanza con il signor Böckle hanno portato la gloriosa Simon Optik al fallimento. Con un disperato bisogno di denaro (l'eredità che Anton ha lasciato a suo figlio Mathias è "congelata" fino a quando il ragazzino non compierà i diciott’anni), Hartmut chiede ai fratelli (con i quali i rapporti ormai sono tesissimi) di vendere la collezione di quadri, ottenendo però un netto rifiuto. Sarà costretto a mettere all’asta ogni sua proprietà, comprese le tanto amate auto d’epoca, e rimarrà senza niente: Mara, la sua ex moglie, lo riaccoglierà però con sé e insieme lasceranno il paese. Nel frattempo l’intrigante Meise si è ormai convinto che Matko sia il vero e unico erede di Ernst: fa tornare sua madre dalla Bosnia, contatta Hermann e sparge la voce in paese. Il giovane, che non aveva mai sognato la ricchezza, diventa il centro dell’attenzione di tutti: i parenti di Ernst vogliono sottoporlo a una prova del dna, i compagni di classe lo emarginano, chiunque sia interessato all'eredità cerca di trascinarlo dalla propria parte. Matko non regge alla pressione, e alla fine sceglie a sua volta il suicidio: subito dopo, si scoprirà che non era affatto il figlio di Ernst.

6 – Congedo da Schabbach (1999-2000)
A Monaco, l'11 agosto 1999, il giorno della grande eclissi solare, ritroviamo Gunnar che deve recarsi in prigione a scontare una condanna a sei mesi per aver causato un incidente stradale. Ma prima si reca a visitare la sua ex famiglia: se Petra – che ormai convive con Reinhold – lo accoglie freddamente, le due figlie adolescenti sono invece incuriosite dall'incontro con il padre che non vedono da molti anni e soprattutto la maggiore lo prende in simpatia (e gli cucina un "Kaiserschmarrn"!). Lo stesso giorno, nella città bavarese, è in programma un concerto di Hermann e Clarissa: la donna, che sembra essersi ristabilita dopo la chemioterapia, canta i testi della poetessa Günderrode che lui ha messo in musica. L'evento è però funestato da una brutta notizia proveniente da Schabbach: Rudi, il locandiere del villaggio, è morto. Mentre Clarissa si trattiene a Monaco in compagnia della madre, che è fuggita dalla casa di riposo in cui si trovava, Hermann si reca al paese per i funerali. Prima della cerimonia si addormenta sotto un grande albero e fa una serie di sogni che tingono oniricamente di soprannaturale questo episodio (proprio come l'ultimo episodio del primo "Heimat", al quale viene fatto riferimento con la scena della bara di Maria lasciata in mezzo alla strada). Più tardi, al cimitero, mentre Hermann si sofferma a guardare le numerose lapidi della famiglia Simon (ripassando così in rassegna nomi come quelli di Katharina, Mathias, Maria, Eduard e Lucie, Horst, Anton ed Ernst), la terra trema e gigantesche voragini si spalancano sotto alcune delle case di Schabbach: la volta che sovrasta le grotte e le cave sotterranee di ardesia ha ceduto: che sia colpa dei lavori che Lulu sta dirigendo per realizzare finalmente il museo di Ernst? Le betoniere vengono dirottate nel tentativo di riempire le buche di cemento, ma la colata finisce con l'intrappolare la cassaforte che conteneva i quadri della collezione, rendendola di fatto irraggiungibile. Mentre Lulu medita se consolarsi accettando l'offerta di matrimonio che le fa il perito d'arte Henri Delveau, Gunnar, ancora in galera, è convinto di poter uscire prima della fine dell'anno, e organizza con gran dispiego di denaro una festa di capodanno presso la casa di Hermann e Clarissa per festeggiare il nuovo millennio e riunire finalmente tutti i vecchi amici dell'Ovest e dell'Est. Tillmann si occupa delle infrastrutture, ma quando il grande giorno arriva Gunnar non è ancora stato rilasciato. Alla festa rivediamo molti personaggi: alcuni hanno nuove famiglie (Galina, sposatasi con un tedesco; Arnold, il figlio di Clarissa, giunto dagli Stati Uniti con la moglie e due figli gemelli), altri sono tornati con quella vecchia (Hartmut, riconciliatosi con Mara e riciclatosi come produttore di vini); alcuni fanno inaspettati "coming out" (Dieter, fratello di Hartmut), altri meditano nuove svolte (Udo, che vorrebbe divorziare per mettersi con una ragazza più giovane). "La vita è un carosello", afferma Galina. Mentre Hermann e Clarissa si promettono fedeltà eterna (e lui le chiede soltanto di restare in salute), Lulu – che ha rifiutato la proposta di Delveau – è travolta dall'incertezza per il futuro. Il nuovo millennio, anziché consolidare felicità e speranze, sembra aprire la porta di un'epoca senza sicurezza. Cosa accadrà in futuro? Solo il tempo lo dirà.

E con queste sensazioni ambivalenti si conclude "Heimat 3". È difficile per ora dire se Reitz realizzerà mai un quarto capitolo della saga. Nel frattempo cercheremo di recuperare "Heimat fragmente", un film di due ore con protagonista Lulu e nel quale il regista ha inserito alcuni spezzoni non usati nelle prime due serie.

27 agosto 2008

Elizabethtown (C. Crowe, 2005)

Elizabethtown (id.)
di Cameron Crowe – USA 2005
con Orlando Bloom, Kirsten Dunst
*

Visto in DVD, con Hiromi, Mika-yan e Nagae-san, in giapponese con sottotitoli inglesi.

Un giovane designer, responsabile del tracollo miliardario di un'azienda di scarpe e messo alla berlina dalla stampa economica specializzata, medita di suicidarsi: ma è costretto a rinviare i suoi propositi per partecipare ai funerali del padre, defunto improvvisamente: le esequie si svolgono nella remota cittadina del Kentucky che dà il titolo al film, dove tutti sembrano conoscere l'uomo molto meglio di quanto non lo conoscesse il figlio, e ovviamente in quei pochi giorni il ragazzo incontrerà una vivace hostess della quale si innamorerà e che lo aiuterà a riaquistare fiducia nella vita e a capire che "conta la grandezza, non il successo". Film ambizioso ma superficialotto, scritto dal regista stesso, che non riesce a fondere con efficacia le sue tre "anime": quella che apre la pellicola, e che pontifica sui temi del successo e del fallimento, è la parte più interessante (nonostante sia condita da perle di saggezza e filosofia da quattro soldi) ma anche quella che rapidamente perde spazio e importanza nell'economia della vicenda. La storia d'amore è stucchevole e banale (e la sequenza della notte trascorsa al telefono dai due innamorati era già stata realizzata con molta più efficacia e simpatia in "Un uomo in prestito"). Il tema del padre e della famiglia, infine, è a tratti insopportabile, come nella scena finale del discorso/esibizione della madre (Susan Sarandon) al funerale o nelle seghe mentali sulla crematura del cadavere. Troppo lungo e fuori luogo il lungo viaggio finale attraverso l'America, che il protagonista intraprende quando ormai il film sembrava già finito e senza più nulla da dire.

12 settembre 2007

Funeral party (Frank Oz, 2007)

Funeral party (Death at a funeral)
di Frank Oz – USA/GB 2007
con Matthew Macfayden, Andy Nyman
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Black comedy forse poco originale ma piuttosto divertente, ambientata interamente durante la celebrazione del funerale del patriarca di una rispettabile famiglia inglese. Il figlio Daniel, aspirante scrittore, vorrebbe che la funzione filasse via liscia, ma deve fare i conti con un perfido nano ricattatore, alcune tensioni mai sopite fra i membri della famiglia, insospettabili scheletri nell'armadio del defunto e soprattutto un flacone di Valium nel quale un cugino ha nascosto all'insaputa di tutti dei potentissimi allucinogeni. Le gag, anche se viste mille volte, funzionano bene grazie a un gruppo di ottimi attori dotati di una buona mimica facciale (su tutti Alan Tudyk, il compagno della cugina Martha, il primo ad assumere inconsapevolmente le droghe). La regia, però, è convenzionale e non troppo brillante, e alcuni personaggi avrebbero potuto essere sviluppati e sfruttati meglio (per esempio, la moglie del morto o il prete impaziente).

17 giugno 2007

Yumurta (S. Kaplanoglu, 2007)

Yumurta
di Semih Kaplanoglu – Turchia/Grecia 2007
con Nejat Isler, Saadet Aksoy
**

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Un altro film turco, stavolta sullo stile di Nuri Bilge Ceylan. Il protagonista, Yusuf, ex poeta e ora libraio a Istanbul, torna nel paese d'origine per il funerale della madre. Intende trattenersi soltanto una notte, ma poi comincia a rinviare la partenza di giorno in giorno. Incontra parenti, amici, sconosciuti, e riscopre un po' sé stesso. Un film lento e con poco da dire, ma girato con un bello stile, un buon montaggio e una certa attenzione alle inquadrature. Un po' turistico, forse, come certi film iraniani, ma nel complesso piacevole. Il titolo originale significa "Uovo": la pellicola sarà seguita da altre due, "Süt" ("Latte") e "Bal" ("Miele"), con cui forma una trilogia dedicata allo stesso personaggio, di cui racconta la vita a ritroso.