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12 agosto 2023

Il genio della truffa (Ridley Scott, 2003)

Il genio della truffa (Matchstick Men)
di Ridley Scott – USA/GB 2003
con Nicolas Cage, Alison Lohman
**

Rivisto in TV (Sky Cinema).

Roy (Nicolas Cage), che si guadagna da vivere organizzando piccole e grandi truffe insieme al complice Frank (Sam Rockwell), soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, è agorafobico e ossessionato dall'igiene. Quando nella sua vita disordinata si presenta all'improvviso Angela (Alison Lohman), la figlia quattordicenne che ignorava di avere, le cose cominciano a migliorare. Ma non tutto è come sembra... Il problema con i film di questo tipo, che parlano di truffe e truffatori, è che in fondo sono estremamente prevedibili: lo spettatore è portato a sospettare di ogni cosa, e dunque i twist e i colpi di scena che inevitabilmente giungono verso il finale non sconvolgono come farebbero in altre pellicole. In questo caso, tutto è così evidente sin dall'inizio che viene quasi il dubbio che gli sceneggiatori (che si sono basati su un soggetto di Eric Garcia) non ci abbiano provato nemmeno: Roy si fa "fregare" come una delle sue vittime, ma il focus del film non è la truffa in sé quando lo studio del personaggio (con le sue manie, le sue ossessioni, i suoi problemi relazionali) e il rapporto con la figlia che lo aiuta a crescere e ad uscire dal tunnel. Lo dimostra il fatto che alla risoluzione del twist stesso non viene data particolare enfasi, nemmeno a livello registico. Buone le prove degli attori: in particolare la Lohman, ventiquattrenne, è piuttosto credibile nell'interpretare una quattordicenne (!). Nel cast anche Bruce Altman, Bruce McGill e Sheila Kelley. Anche se regge a una seconda visione, complessivamente però il film è dimenticabile.

8 aprile 2023

Il mio profilo migliore (Safy Nebbou, 2019)

Il mio profilo migliore (Celle que vous croyez)
di Safy Nebbou – Francia/Belgio 2019
con Juliette Binoche, François Civil
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Gelosa dal tempo che il suo compagno Ludo (Guillaume Gouix) dedica all'amico e collega Alex (François Civil), sottraendolo a lei, la cinquantenne Claire (Juliette Binoche), professoressa di letteratura francese all'università, crea un falso profilo social su internet per mettersi in contatto con quest'ultimo, spacciandosi per un'affascinante ventiquattrenne di nome Clara. L'esperienza di fingersi una donna più giovane la galvanizzerà (al punto da cominciare a usare anche in pubblico un linguaggio più "giovanile"). E pur comunicando solo online, "Clara" e Alex finiranno per innamorarsi. La cosa però sfocerà in tragedia, con due possibili finali opposti (uno "reale" e uno soltanto immaginato da Claire in un suo scritto). L'intera storia è narrata in flashback dalla donna alla sua psichiatra (Nicole Garcia). Dal romanzo "Quella che vi pare" di Camille Laurens, una torbida vicenda alla Haneke su identità e apparenza, verità e menzogna, con un finale intricato che offre alcuni colpi di scena, narrata in modo freddo e tagliente ma anche – e purtroppo – a tratti implausibile e artificioso. Poco convincente – e in fondo pretestuoso – anche il rapporto con la psichiatra. Brava la Binoche, ma il suo personaggio non sempre appare credibile.

7 ottobre 2022

Il grande teschio (Luis Buñuel, 1949)

Il grande teschio (El gran calavera)
di Luis Buñuel – Messico 1949
con Fernando Soler, Rosario Granados
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per impedire all'imprenditore milionario Ramiro de la Mata (Fernando Soler), sempre circondato da parenti fannulloni e scrocconi, di dilapidare il proprio patrimonio, il fratello medico Gregorio lascia credere a tutti che l'uomo è finito sul lastrico. Costretti a vivere in povertà, in una casa popolare, e a guadagnarsi da vivere lavorando, Ramiro e i suoi familiari riscopriranno l'unità e i veri valori della vita, compresa la figlia Virginia (Rosario Granados) che trova l'amore di un giovane disinteressato (Rubén Rojo). Il secondo film "commerciale" girato da Buñuel in Messico (comunque migliore del precedente "Gran Casino", di due anni prima) è una gradevole commedia degli equivoci a sfondo morale sui temi della famiglia e dei rapporti di classe. Il soggetto (da un romanzo di Adolfo Torrado) e gli sviluppi forse non sono originalissimi né imprevedibili, ma vengono ravvivati da una buona sceneggiatura e da un gruppo di personaggi simpatici e ben caratterizzati, degni di una farsa corale (fra i più comici c'è il fratello pigro Ladislao (Andrés Soler), oltre naturalmente allo stesso Ramiro). Lo sceneggiatore Luis Alcoriza interpreta Alfredo, lo spasimante altolocato (e lui sì, interessato solo al denaro) di Virginia. Don Luis firma la regia in maniera altamente professionale, mettendosi al servizio della storia senza alcun vezzo autoriale: pare che avesse accettato di dirigerlo a condizione che il produttore Oscar Dancigers, in cambio, gli permettesse poi di realizzare – come terzo lavoro insieme – una pellicola più personale. Questa sarà "I figli della violenza", uno dei suoi capolavori, che uscirà l'anno dopo e lo riporterà sulla scena internazionale e all'attenzione della critica. Tornando a "Il grande teschio", il titolo italiano è una traduzione maldestramente letterale dallo spagnolo, ma priva di senso: avrebbe dovuto essere "Il grande scapestrato" (la testa calda in questione, naturalmente, è il protagonista Ramiro).

21 settembre 2022

La fiera delle illusioni (Guillermo del Toro, 2021)

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (Nightmare Alley)
di Guillermo del Toro – USA/Messico 2021
con Bradley Cooper, Cate Blanchett
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

All'inizio degli anni quaranta, il truffatore Stan Carlisle (Bradley Cooper) mette a frutto le tecniche di mentalismo e chiaroveggenza che ha appreso negli anni trascorsi come imbonitore in un circo itinerante per spillare soldi ai membri dell'alta società, proponendosi come medium e spiritista, con la complicità di una subdola psicanalista (Cate Blanchett) che gli rivela i segreti dei suoi ricchi clienti. Ma quando tenterà il colpo grosso ai danni di Grindle (Richard Jenkins), un milionario recluso che soffre di sensi di colpa per la morte della ragazza che ha amato in gioventù, le cose non andranno come previsto... Il nuovo film di Del Toro, dopo il successo de "La forma dell'acqua", è un originale thriller psicologico tratto dal classico romanzo di William Lindsay Gresham che era già stato portato sul grande schermo da Edmund Goulding nel 1947 con Tyrone Power (la cui figlia Romina ha qui un breve cameo nella scena dell'esibizione di Stan al ristorante). Il protagonista, ambizioso imbonitore da fiera con un misterioso e tragico passato (svelato poco a poco), è al centro di una vicenda in cui è convinto di poter manipolare facilmente le persone intorno a sé – che si tratti delle sue "vittime", della ragazza che ama, Molly (Rooney Mara), fuggita con lui dal circo, o della subdola femme fatale Lilith (una Blanchett in versione dark lady) – salvo infilarsi in una spirale di autodistruzione che lo porterà, tormentato a sua volta dai sensi di colpa, a finire nel peggiore dei modi, in un cerchio che si chiude. Ben recitato e molto bello visivamente, il film è purtroppo debole narrativamente: la storia e le sue svolte non lasciano incantati come il precedente (e più romantico) "La forma dell'acqua", né stupefatti come un altro film su truffe e illusioni per certi versi simile, quale "The prestige" di Nolan. Da elogiare però l'ottima confezione, con regia, fotografia e scenografie all'altezza degli altri lavori di Del Toro, e un'accattivante ricostruzione ambientale, tanto nella parte legata alla fiera (la prima ora di film), tanto in quella negli ambienti più altolocati (la seconda ora). Il ricco cast comprende anche Willem Dafoe (Clem, il direttore del circo), Toni Collette e David Strathairn (i due "maghi" da cui Stan apprende i segreti del mestiere), Ron Perlman (il forzuto Bruno), Peter MacNeill, Mary Steenburgen e Holt McCallany. Quattro nomination agli Oscar (per film, fotografia, scenografie e costumi) ma nessuna statuetta vinta. In alcune sale è circolata una versione in bianco e nero che ne accentua le sfumature noir.

27 giugno 2022

La stangata (George Roy Hill, 1973)

La stangata (The sting)
di George Roy Hill – USA 1973
con Robert Redford, Paul Newman
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Chicago del 1936, fra crimine, gioco d'azzardo e l'onda lunga della Grande Depressione, due "artisti della truffa" – il giovane Johnny Hooker (Robert Redford) e il più esperto Henry Gondorff (Paul Newman) – organizzano una complessa "stangata" ai danni del gangster Doyle Lonnegan (Robert Shaw), anche per vendicare un amico comune (Robert Earl Jones) che questi ha fatto ammazzare. Da una sceneggiatura quasi perfetta di David S. Ward, ispirata fra l'altro alle imprese dei "veri" fratelli Fred e Charley Gondorff, forse il più celebrato caper movie (film di truffe) di tutti i tempi, vincitore di sette premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, scenografie, costumi, montaggio e colonna sonora, più altre tre nomination). La complessità dell' "imbroglio del telegrafo" che Johnny e Henry mettono in scena (allestendo una finta sala scommesse per le corse dei cavalli, con decine di comparse e di complici, fra i quali quelli interpretati da Ray Walston, Harold Gould, Jack Kehoe) va di pari passo con altri colpi di scena, anche ai danni dello spettatore (vedi il twist sull'identità del misterioso killer che Lonnegan ha sguinzagliato sulle tracce di Johnny, o quello – indimenticabile – nel finale, che conclude degnamente la "stangata"). Da ricordare inoltre la partita a poker sul treno. Le ottime interpretazioni (nel cast anche Eileen Brennan, Dimitra Arliss, Charles Dierkop e Charles Durning nei panni del poliziotto corrotto Snyder) e tanti piccoli dettagli (come l'iconico cenno di complicità, con le dita lungo il naso, che i truffatori si scambiano a distanza) favoriscono la caratterizzazione dei personaggi. Bella anche la ricostruzione d'epoca, accompagnata peraltro da una memorabile colonna sonora (seppur leggermente anacronistica) a base di ragtime di Scott Joplin, fra cui il celeberrimo "The entertainer" che ritrovò così una nuova e inattesa popolarità. Efficaci ma anacronistici anche i tanti rimandi al cinema muto, come i cartelli dipinti che intervallano le varie sezioni della pellicola, e le iridi circolari usate nelle transizioni da scena a scena, o per sottolineare determinati particolari dell'inquadratura. A ben pensarci, anche la colonna sonora richiama la spigliatezza e la leggerezza di certe comiche del periodo muto: in altri momenti, comunque, il film non si risparmia una certa tensione, che sfocia in autentica suspense. Alcune critiche che lo accusano di essere un po' monotono e meccanico, comunque, non sono del tutto campate in aria. George Roy Hill aveva già diretto la coppia Redford/Newman quattro anni prima nel western "Butch Cassidy".

6 marzo 2021

Moonwalkers (Antoine Bardou-Jacquet, 2015)

Moonwalkers (id.)
di Antoine Bardou-Jacquet – Francia 2015
con Ron Perlman, Rupert Grint
**

Visto in TV (Prime Video).

Per realizzare il video di un finto allunaggio, da utilizzare nel caso in cui la missione dell'Apollo 11 andasse storta, l'agente della CIA Kidman (Ron Perlman) viene inviato a Londra per assoldare il regista Stanley Kubrick. Ma a causa di un disguido, l'uomo – che soffre di disturbi traumatici in seguito alle sue esperienze in Vietnam – si ritrova a lavorare con Johnny (Rupert Grint), manager fallito di una rock band amatoriale, e tutto il suo entourage di artisti scapestrati e underground, dediti alle droghe e alla psichedelia... Di produzione francese (è l'opera prima del regista Antoine Bardou-Jacquet) ma in lingua inglese, una commedia che fonde le ipotesi di complotto sugli sbarchi lunari con l'atmosfera hippie e la controcultura degli anni sessanta. Nonostante il curioso soggetto (di Dean Craig) e i bravi attori (mi ha sorpreso soprattutto Grint, decisamente maturato dai tempi dei primi "Harry Potter"), però, gli sviluppi sono un po' fiacchi: la scena più divertente è quella in cui Kidman, ruvido e tutto d'un pezzo, assume per errore l'LSD. Robert Sheehan è Leon, l'amico sciroccato di Johnny che si fa passare per Kubrick, Tom Audenaert è il regista alternativo. Qua e là sono sparse citazioni kubrickiane (da "2001" e soprattutto da "Arancia meccanica").

22 gennaio 2021

The farewell (Lulu Wang, 2019)

The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)
di Lulu Wang – USA 2019
con Awkwafina, Zhao Shu-zhen
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Per stringersi un'ultima volta intorno alla nonna Nai Nai (Zhao Shu-zhen), alla quale – a sua insaputa – è stato diagnosticato un tumore in fase terminale, tutti i parenti (che vivono ora all'estero: chi negli Stati Uniti e chi in Giappone) tornano in Cina, fingendo di dover celebrare il matrimonio di uno dei nipoti. E nel timore che uno shock possa risultarle fatale, alla nonna non viene rivelata la verità: tutti attorno a lei recitano in quella che ritengono essere "una bugia buona". Da uno spunto semi-autobiografico (la storia è veramente accaduta nella famiglia della regista sino-americana Lulu Wang, con la differenza che sua nonna, a sei anni di distanza dalla diagnosi, è ancora viva e ha scoperto l'accaduto soltanto guardando il film!), un toccante dramma famigliare che dietro lo spunto da commedia – che peraltro ha molti illustri precedenti, da "Il banchetto di nozze" di Ang Lee, affine per molti versi, al tedesco "Good bye, Lenin!" – gioca con temi "profondi" come la morte e la preparazione al lutto. Ma non solo: attraverso lo sguardo della protagonista Billi (Awkwafina, alter ego della Wang e di fatto la protagonista del film), cresciuta negli Stati Uniti, la pellicola riflette sulle differenze socio-culturali fra oriente e occidente, non solo sull'approccio alla morte e sul confronto fra realtà e apparenze, ma anche su temi come il successo (economico o meno), le aspettative e le realizzazioni. Tutti argomenti su cui si mente a più riprese: si finge per motivi sociali, culturali, famigliari (le cerimonie delle nozze o quelle al cimitero, ma anche l'esibizione di ricchezza e stato sociale, o semplicemente di felicità e benessere). E Billi, l'unica in famiglia che a tratti pensa che bisognerebbe dire la verità alla nonna, a sua volta nasconde i propri fallimenti negli studi o nella vita. Anche se non del tutto compiuto, e di certo meno spigliato di quanto lo spunto di partenza lasciasse intendere – molti personaggi, potenzialmente forieri di gag, non vengono sviluppati: si pensi ai due "finti" sposi (Chen Han e Aoi Mizuhara) – il film è dunque più di una semplice commedia basata su una sola idea. Alla fine il tono è dolceamaro, decostruendo sia il "mito" degli USA (dove tutti si illudono di trovare i soldi, il successo, la felicità) sia quello della Cina (la madrepatria ammantata di un'aura nostalgica, ma dove tutto cambia e si trasforma rapidamente, i quartieri vengono demoliti e gli anziani muoiono). Nel cast anche Tzi Ma (il padre di Billi), Diana Lin (la madre), Jiang Yongbo (lo zio), Li Xiang (la zia). Lu Hong, la sorella della nonna di Lulu Wang, interpreta sé stessa, mentre la vera nonna appare nei titoli di coda, sui quali c'è una canzone in italiano (cantata anche al matrimonio): è "Per chi" di Johnny Dorelli.

3 novembre 2020

Febbre da cavallo (Steno, 1976)

Febbre da cavallo
di Steno – Italia 1976
con Gigi Proietti, Enrico Montesano
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, per ricordare Gigi Proietti.

I tre amici romani Bruno detto "Mandrake" (Proietti), Armando detto "Er Pomata" (Montesano) e Felice (Francesco De Rosa) sono accaniti appassionati di ippica che bazzicano gli ippodromi di tutta Italia senza mai vincere una puntata. Quando Gabriella (Catherine Spaak), la compagna di Mandrake che gestisce un bar nel centro di Roma, gli affida una somma da scommettere su un'improbabile "tris" ("King, Soldatino e D'Artagnan") suggeritale da una cartomante, l'uomo e gli amici preferiscono giocarsela invece su un "cavallo sicuro" che naturalmente perderà. E per recuperare la mancata vincita dovranno escogitare una rocambolesca truffa (una "mandrakata") ai danni di un fantino italo-francese, sostituendolo durante una corsa: ma il piano naturalmente non riuscirà come sperato. L'intera vicenda è narrata in flashback davanti a un giudice (Adolfo Celi) che, per fortuna dei nostri amici, si rivelerà a sua volta un accanito appassionato di corse... Piccolo cult movie della commedia all'italiana, è una divertente farsa ambientata nel mondo dei fanatici dell'ippica, un microcosmo descritto con simpatia e popolato da personaggi scalcinati ed eccentrici, sempre pronti a gettare al vento i pochi quattrini che riescono a racimolare e a doversi inventare bizzarre trovate per sfuggire ai creditori. Alcune scene sono entrate nella leggenda, come lo spot ("un Carosello") che l'istrionico Mandrake – che si guadagna da vivere senza troppa fortuna come attore e modello – si ritrova a interpretare, impappinandosi in continuazione per via dell'assurdo slogan-scioglilingua ("Whisky maschio senza rischio"). Mario Carotenuto è l'avvocato De Marchis, proprietario del brocco Soldatino. Nel cast anche Gigi Ballista, Ennio Antonelli e Nikki Gentile. Passato relativamente inosservato alla sua uscita, il film ha acquistato popolarità nel corso degli anni grazie ai frequenti passaggi televisivi. Nel 2002, firmato da Carlo Vanzina, figlio del regista dell'originale, è uscito un sequel non all'altezza del prototipo, "Febbre da cavallo - La mandrakata".

2 agosto 2020

Good bye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003)

Good bye, Lenin! (id.)
di Wolfgang Becker – Germania 2003
con Daniel Brühl, Katrin Sass
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Colpita da infarto nell'ottobre del 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, Christiane Kerner (Katrin Sass) finisce in coma e si risveglia otto mesi più tardi, quando la sua adorata Germania Est non esiste più. Per difenderla da uno shock che potrebbe risultarle fatale, il figlio Alex (Daniel Brühl) si ingegna allora in ogni modo per farle credere che la DDR e il socialismo siano ancora più in salute che mai, conservando il vecchio arredamento della casa, confezionando falsi telegiornali (insieme all'amico Denis, aspirante cineasta), procurandosi quotidiani e confezioni di alimenti uguali a quelli di un tempo (a partire dai cetrioli tanto amati dalla madre, ormai fuori commercio)... Enorme successo di pubblico per una pellicola che gioca con il sentimento della "Ostalgie", ovvero il nostalgico ricordo per la Germania orientale prima della riunificazione, che fra le altre cose (come il commercio di memorabilia) ha generato anche una vasta produzione culturale di cui questo film è forse il titolo più emblematico. Al di là del tema del rapporto fra madre e figlio, con questi che giunge a "creare" o a plasmare un intero mondo pur di farla vivere in una "bolla protetta" (l'inverso, cioè, di quanto accade di solito nel periodo dell'infanzia), e delle riflessioni sulla verità e sulla relatività della realtà che percepiamo (in linea con la disinformazione e l'occultamento, attività tipiche dei regimi totalitari), l'aspetto più interessante è proprio la prospettiva personale di un evento storico: e come tale il film è persino più gradevole da vedere oggi che alla sua uscita, quando i fatti narrati erano ancora troppo vicini e dunque lo si poteva considerare come una semplice commedia di costume, in fondo nemmeno così divertente (ricordo che quando lo vidi per la prima volta rimasi deluso perché non si rideva più di tanto). Interessanti i molteplici riferimenti ai "miti" dell'est (a partire dal cosmonauta tedesco Sigmund Jähn, che Alex idolatrava da bambino, passando per i cartoni animati locali, le automobili Trabant, le marche e i prodotti alimentari), e divertenti i capovolgimenti di ruoli che il ragazzo è costretto a inventare per giustificare alcuni evidenti cambiamenti agli occhi della madre (la Coca-Cola che in realtà si scopre essere una "bevanda socialista", l'arrivo continuo di "profughi dall'Ovest"). Il titolo del film si riferisce alla celebre scena in cui Christiane è salutata da una gigantesca statua di Lenin portata via da un elicottero, che richiama evidentemente l'altrettanto celebre incipit de "La dolce vita" di Fellini o forse una sequenza analoga de "La doppia vita di Veronica" di Kieślowski. Numerose anche le citazioni del cinema di Kubrick (da "2001", menzionato esplicitamente da Denis, ad "Arancia meccanica" nella scena accelerata con musica di Rossini) e di Billy Wilder (l'arrivo della Coca-Cola a Berlino Est ricorda "Uno, due, tre!"). La colonna sonora è di Yann Tiersen. Nonostante il successo di questa pellicola (uno dei maggiori del cinema tedesco), il regista Wolfgang Becker è praticamente scomparso dalle scene, e da allora ha girato solo un altro lungometraggio (nel 2015).

4 luglio 2020

The forest of love (Sion Sono, 2019)

The forest of love (Ai-naki mori de sakebe)
di Sion Sono – Giappone 2019
con Eri Kamataki, Kippei Shiina
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Joe Murata (Kippei Shiina) è un affascinante e spregiudicato truffatore, che millanta professioni diverse (da cantautore ad agente della CIA!) e ha la capacità di sedurre ogni donna e plagiare ogni uomo. A cadere fra le sue braccia ci sono Mitsuko (Eri Kamataki) e Taeko (Kyoko Hinami), ex compagne di classe del liceo, le cui vite hanno preso strade diverse dopo una tragedia che le segnò durante l'ultimo anno di scuola. La morte in un incidente di Eiko, che avrebbe dovuto interpretare Romeo in una recita scolastica (dove Mitsuko sarebbe stata Giulietta, e Taeko la regista), ha spinto la prima a chiudersi completamente in sé stessa, isolandosi nella propria stanza con l'unica compagnia del fantasma dell'amica defunta; e la seconda a darsi a una vita punk e sregolata. Il fascino di Murata conquista anche tre giovani cineamatori – Shin (Shinnosuke Mitsushima), Jay (Young Dais) e Fukami (Dai Hasegawa) – che decidono di girare un film ispirato proprio a lui, sospettato fra l'altro di essere quel serial killer che semina di vittime i boschi circostanti. Il nutrito roster di personaggi comprende anche la sorella minore di Mitsuko, Ami (Yuzuka Nakaya), e i suoi genitori (Denden e Sei Matobu). Lunga ed eccentrica black comedy dalla struttura episodica, bizzarra ed estrema come Sion Sono ci ha da tempo abituato, che conduce lo spettatore in un labirinto di false piste per poi sorprenderlo con svolte inaspettate. I temi cari al regista giapponese ci sono tutti: famiglie disfunzionali, personaggi stravaganti, dinamiche relazionali contorte e asimmetriche, sesso e perversioni, sadomasochismo, torture, suicidi, omicidi, sette e lavaggio del cervello, un atteggiamento disincantato verso la morte, la violenza, la "purezza" e la verginità, apparizioni soprannaturali, traumi del passato, riflessioni metacinematografiche, narrazione decostruita con numerosi flashback, la follia che prende il sopravvento man mano che si perde il contatto con la realtà. Durante la visione sembra spesso di smarrire il focus della storia (non è nemmeno chiaro chi debba esserne il protagonista: Mitsuko? Taeko? Shin? O addirittura Murata?), prima di un finale chiarificatore che pure ribalta completamente le carte in tavola e capovolge molte delle certezze acquisite. La sceneggiatura è ispirata a una serie di veri delitti (quelli di Futoshi Matsunaga) commessi in Giappone alla fine degli anni Novanta: ma per il regista si tratta solo di uno spunto da cui partire per la tangente, visto che le imprese del serial killer rimangono quasi sempre sullo sfondo. A suo modo una pellicola memorabile, che può certo sconcertare (e che rispetto ad altri lavori di Sono è forse meno compiuta e convincente), ma che non annoia mai e che colpisce anche per la ricchezza visiva, la bellezza della fotografia e la cura della regia. Da ricordare le modalità con cui le persone plagiate si sbarazzano dei cadaveri (facendoli a pezzi in maniera certosina): ma il personaggio stesso di Joe Murata, con la sua faccia tosta e l'incredibile fascino manipolatore, è forse l'elemento più riuscito di una storia che si dipana in un crescendo sempre più estremo, grottesco ed esagerato. Nella colonna sonora spiccano il Canone di Pachelbel (trasformato in canzone d'amore adolescenziale) e l'Adagietto dalla quinta sinfonia di Mahler, entrambi già usati dal regista in opere precedenti. Oltre al film, Sion Sono ha firmato anche una versione estesa (lunga quasi il doppio), "The forest of love - Deep cut", sotto forma di miniserie televisiva in sette episodi.

13 novembre 2019

Panama papers (Steven Soderbergh, 2019)

Panama papers (The laundromat)
di Steven Soderbergh – USA 2019
con Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo la morte del marito in un incidente, una vedova (Meryl Streep) scopre che l'assicurazione che avrebbe dovuto risarcirla non ha copertura: la compagnia è infatti una società fittizia, parte di una serie di scatole cinesi riconducibile a società offshore gestite da una coppia di loschi avvocati (Oldman e Banderas) a Panama. La sua storia si intreccia con quelle di altre "vittime" del raggiro, fino a quando tutto non verrà alla luce per via di una fuga di notizie nel 2016. La vera storia del caso "Panama papers", che ha coinvolto lo studio legale Mossack Fonseca e le centinaia di migliaia di società offshore da esso gestite. A tratti spigliato (come quando Oldman e Banderas ammiccano e parlano direttamente allo spettatore), in altri momenti melodrammatico (le insopportabili vicende della Streep), comunque sempre confuso, retorico e soprattutto noioso. Ultimamente sono uscite diverse pellicole che hanno cercato di raccontare sullo schermo, con alterne fortune, celebri casi recenti legati all'economia (fra le migliori, "La grande scommessa" di Adam McKay sui mutui subprime e "Adults in the room" di Costa-Gavras sulla crisi economica greca), ma questo è uno dei meno interessanti e più qualunquisti, che anziché spiegare il fenomeno si concentra sulle sue ricadute. Non aiuta il pessimo doppiaggio televisivo. Nel finale, la Streep sveste i panni del suo personaggio per tornare sé stessa e denunciare le tante scappatoie legali che hanno favorito questo tipo di situazione e il ruolo degli Stati Uniti nell'aiutare le grandi aziende a discapito dei cittadini comuni. Piccole parti per David Schwimmer, Sharon Stone, Jeffrey Wright e James Cromwell.

7 settembre 2019

Mademoiselle (Park Chan-wook, 2016)

Mademoiselle (Agassi, aka The handmaiden)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2016
con Kim Tae-ri, Kim Min-hee
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Nella Corea occupata dai giapponesi, la giovane orfana Sook-hee (Kim Tae-ri) viene assunta come dama di compagnia per Hideko (Kim Min-hee), nipote di un ricchissimo collezionista di libri erotici (Cho Jin-woong). In realtà Sook-hee è una truffatrice e una borseggiatrice, introdottasi nella casa con l'obiettivo di convincere Hideko ad accettare il corteggiamento di un suo complice (Ha Jung-woo) che finge di essere un conte giapponese, con l'intenzione di appropriarsi delle ricchezze della ragazza, sposandola e facendola poi ricoverare in un ospedale psichiatrico. Ma Sook-hee finisce prima con l'affezionarsi e poi con l'innamorarsi di Hideko. E se fosse lei a essere ingannata? Da un romanzo di Sarah Waters ("Ladra"), che però era ambientato nell'Inghilterra vittoriana, un film ambiguo ed elegante, raffinato nella regia (dell'autore di "Old boy" e "Lady Vendetta") e ricco di colpi di scena, i primi dei quali giungono alquanto inaspettati e ribaltano le prospettive dell'intera vicenda. Più avanti, però, lo schema tende a farsi più prevedibile. La pellicola è infatti divisa in tre parti, ciascuna caratterizzata da una differente ripartizione dei ruoli dei tre personaggi principali (due, coalizzati, che complottano contro il terzo, a rotazione). E in tema di inganni e di finzioni, è da notare come numerose frasi dette dai personaggi sono in realtà "prese in prestito" da qualcun altro che le ha dette prima di loro. C'è forse un eccesso di voyeurismo e di compiacimento nel mostrare le scene lesbiche, ma i sottotesti sessuali sono fondamentali ai fini della trama (vedi anche le letture pubbliche dei preziosi libri erotici collezionati dallo zio di Hideko), così come i temi del sadomasochismo, della dominanza e della sottomissione. Molto belle le scenografie e i costumi. Moon So-ri, in un piccolo ruolo, è la zia di Hideko, il cui suicidio tormenta la ragazza.

26 giugno 2019

Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Parasite (Gisaengchung)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2019
con Song Kang-ho, Choi Woo-shik
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Il giovane Kim Ki-woo (Choi Woo-shik) vive con la propria famiglia in uno squallido seminterrato: i quattro, perennemente disoccupati, si barcamenano con lavoretti di fortuna (come piegare i cartoni della pizza) e sono così poveri da dover rubare le connessioni WiFi ai vicini di casa del piano superiore. Grazie alla raccomandazione di un amico, Ki-woo riesce a farsi assumere da una famiglia altolocata, i Park, come insegnante di inglese per la figlia adolescente, falsificando i documenti per far credere di essere uno studente universitario. E resosi conto della ricchezza della splendida casa e dell'ingenuità della signora Park, "sistema" pian piano presso di loro tutti i membri della propria famiglia: la sorella Ki-jung (Park So-dam) come insegnante d'arte e terapeuta per il figlio più piccolo; il padre Ki-taek (Song Kang-ho) come autista del signor Park (facendo licenziare con un inganno l'autista precedente); e la madre Chung-sook (Jang Hye-jin) come domestica. I quattro arrivano addirittura a progettare un futuro come proprietari della casa stessa (Ki-woo immagina di sposare la figlia maggiore, una volta che si sarà diplomata): ma una svolta inaspettata rovinerà i loro piani. Una black comedy dai numerosi risvolti sociali che mette a confronto due nuclei familiari totalmente opposti: poverissimi i Kim, abili però a ricorrere a ogni sorta di trucco o di inganno per restare a galla; ricchissimi i Park, che vivono in un mondo tutto loro, fatto di raffinatezze e comodità (e dove i nomi in inglese sostituiscono quelli in coreano), eppure creduloni e inconsapevoli, completamente e facilmente alla mercé dei primi. Aggiungiamoci riflessioni ad ampio raggio sulla famiglia, la solidarietà (come nel recente "Un affare di famiglia" di Koreeda, ma con molta più inventiva e cattiveria), le paure e le ossessioni della Corea del Sud moderna (comprese "frecciatine" internazionali: l'ammirazione e la fiducia cieca verso tutto ciò che viene dagli Stati Uniti, il timore misto a ironia verso la propaganda dei "vicini" della Corea del Nord), ed ecco che la pellicola che ha vinto la Palma d'Oro all'ultimo festival di Cannes si rivela una delle più indovinate nella carriera di Bong Joon-ho, regista da sempre capace di utilizzare i generi e gli stilemi del cinema popolare per travalicarli, raccontare i nostri tempi e far riflettere su un ambito più vasto. Resuscitando persino un tema, quello della lotta di classe, che negli ultimi anni il cinema sembrava aver dimenticato: vedi il malcelato disprezzo che il signor Park, anche inconsapevolmente, mostra verso i più poveri ("Hanno tutti lo stesso odore"), o l'orgoglio e la dignità che spingono il signor Kim a ribellarsi all'ennesimo segnale di questo tipo. La convivenza dei due mondi su un piano di parità è semplicemente impossibile (la parità in realtà non esiste, anche quando i datori di lavoro si illudono che i dipendenti facciano "parte della famiglia" o credono di trattarli con rispetto), con i secondi che non possono far altro che limitarsi a fare i "parassiti" alle spalle dei primi, proprio come gli insetti che infestano, invisibili, una casa. Naturalmente lo spunto ricorda "Il servo" di Losey, e l'intromissione di un corpo estraneo all'interno di una famiglia borghese può addirittura far pensare a "Teorema" di Pasolini, anche se qui manca un contatto vero e sincero che possa innescare un cambiamento: in fondo è come il treno di "Snowpiercer", con i privilegiati nelle carrozze di testa e i miserabili e gli emarginati costretti a stare in coda. Peccato solo che, dopo una prima parte di pellicola assolutamente indovinata, la seconda risulti forse un po' forzata ed ecceda nelle svolte comico-drammatiche (o persino horror) che portano il finale a trascinarsi troppo a lungo. In ogni caso, resta un lungometraggio originale e meritevole del riscontro ricevuto (si tratta della prima Palma d'Oro mai assegnata a un film coreano [aggiornamento: ha vinto poi anche l'Oscar!]). Lee Sun-kyun è il signor Park, Cho Yeo-jeong sua moglie, Jung Ziso la figlia e Lee Jung-eun la domestica. Nella colonna sonora, a sorpresa, a un certo punto spunta "In ginocchio da te" di Gianni Morandi.

9 maggio 2019

Una donna in gabbia (R. Walsh, 1937)

Una donna in gabbia (Hitting a New High)
di Raoul Walsh – USA 1937
con Lily Pons, Edward Everett Horton, Jack Oakie
**

Visto in TV.

Per convincere il ricco e bizzoso mecenate Lucius Blynn (Edward Everett Horton) a scritturarla, la cantante Suzette (Lily Pons) finge di essere una selvatica "donna uccello", riverita dagli indigeni africani, facendosi catturare dallo stesso Blynn durante un safari con la complicità del suo agente di pubblicità, lo scaltro Corny Davis (Jack Oakie). Condotta a New York per essere esibita davanti ai microfoni e in teatro, la ragazza avrà però il suo gran da fare nel gestire una doppia identità: quella appunto di Ooga-hunga, la donna uccello che Blynn vuole trasformare in una grande cantante d'opera, e quella di Suzette, stella dell'orchestra jazz diretta dal suo fidanzato (e in questa veste "scoperta" da un rivale di Blynn, il direttore del teatro locale). Buffa commedia degli equivoci costruita su una trovata francamente assurda, ma che si dipana in modo divertente, grazie soprattutto alla verve comica dei due protagonisti maschili (Horton e Oakie). La Pons era un celebre soprano di coloratura dell'epoca: questo è il terzo di tre film che girò per la RKO. Oltre alle canzoni "Let's Give Love Another Chance", "I Hit a New High" e "This Never Happened Before", canta brani da Mignon ("Je suis Titania") e Lucia di Lammermoor (la scena della pazzia).

28 ottobre 2018

Il bidone (Federico Fellini, 1955)

Il bidone
di Federico Fellini – Italia 1955
con Broderick Crawford, Richard Basehart
***

Visto in TV.

L'anziano Augusto (Broderick Crawford) e i più giovani Roberto (Franco Fabrizi) e Carlo (Richard Basehart), detto Picasso, sono tre truffatori romani che organizzano ingegnosi "bidoni" ai danni della povera gente, per lo più contadini ignoranti. Per esempio, si travestono da inviati del Vaticano e fanno credere che un peccatore in punto di morte ha confessato di aver sepolto un tesoro nel loro terreno, che potranno tenersi se pagheranno le messe da far celebrare in memoria del defunto. I tre non sembrano avere particolari problemi di coscienza nel sottrarre i risparmi a quella che in fondo è gente messa peggio di loro: e nonostante i relativi successi, restano delinquenti di mezza tacca, sempre senza un soldo, personaggi "crepuscolari" e consapevoli del proprio fallimento esistenziale. Picasso, aspirante pittore, non potrà più celare la natura del proprio "lavoro" alla moglie Iris (Giulietta Masina), quando questa inizierà ad avere dei sospetti, e deciderà di cambiare vita. Roberto, il più viveur e scapestrato dei tre, dopo essersi bruciato ogni legame preferirà trasferirsi a Milano. Soltanto Augusto, in piena crisi di mezza età, invecchiato e disilluso per non aver combinato nulla nella vita, continuerà a riciclare gli stessi trucchi insieme a nuovi complici: ma quando cercherà di ingannare anche i suoi soci, allo scopo di intascare il denaro necessario a pagare gli studi della figlia Patrizia (che aveva abbandonato insieme a sua madre: "In questo lavoro non si può avere una famiglia", aveva detto a Picasso), sarà da questi malmenato e abbandonato a morire nella campagna. Scritto insieme ai soliti collaboratori di allora, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, "Il bidone" è uno dei film meno noti e più puramente drammatici di Fellini, nonché uno dei più realistici e meno surreali/onirici, anche se la natura ingenua e "fumettosa" delle truffe messe in scena dai protagonisti è quasi da commedia alla Totò. Ma se molto spazio è riservato a questi imbrogli, altrettanto è dedicato a scavare nei dubbi, nell'umiliazione e nella malinconia dei personaggi, con quello di Augusto che svetta su tutti come l'autentico protagonista della pellicola (a lui, non a caso, è riservato l'intero e tragico finale). L'interprete, Broderick Crawford, aveva vinto l'Oscar qualche anno prima grazie alla sua interpretazione del politico ruspante Willie Stark in "Tutti gli uomini del re": qui è doppiato da Arnoldo Foà (che già aveva prestato la voce ad Anthony Quinn nel precedente "La strada"). Inizialmente Fellini e i produttori avevano pensato nientemeno che ad Humphrey Bogart per la parte di Augusto, ma l'attore era già troppo malato per venire a recitare in Italia. La Masina e Basehart (doppiato da Enrico Maria Salerno) tornano a lavorare insieme dopo "La strada", anche se per molti versi il film ricorda più "I vitelloni", con il suo ritratto di personaggi falliti. La sequenza della festa di capodanno a casa di Rinaldo (Alberto De Amicis), il collega di Augusto che – a differenza sua – ha fatto i soldi e li ha messi da parte, piena di volgarità e di ricchezza ostentata, pare invece anticipare "La dolce vita". La musica di Nino Rota è vivace e a ritmo di swing.

29 settembre 2018

Il mio capolavoro (Gastón Duprat, 2018)

Il mio capolavoro (Mi obra maestra)
di Gastón Duprat – Argentina/Spagna 2018
con Guillermo Francella, Luis Brandoni
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Arturo (Francella), proprietario di una galleria d'arte, cerca a fatica di tenere a galla il suo amico di lunga data Renzo Nervi (Brandoni), anziano pittore che non vende più un quadro, anche a causa del suo carattere burbero e scostante che lo porta a rifiutare ogni compromesso (come i lavori su commissione) o ad adeguarsi ai nuovi gusti del pubblico. Il rapporto fra i due amici si dipana fra alti e bassi, finché non hanno l'idea di fingere la morte dell'artista per far schizzare alle stelle l'interesse per i suoi dipinti (nonché il loro prezzo)... Dopo "Il cittadino illustre", Duprat presenta un'altra pellicola sul tema della creatività, dell'arte contemporanea e della percezione del suo valore. Più leggero e meno profondo del film precedente, il film diverte comunque grazie alla corrosiva satira del mondo dell'arte e per la simpatia e l'affiatamento dei due protagonisti (per non parlare di un pizzico di black comedy). I dipinti attribuiti a Renzo che si vedono nel film sono in realtà opera del pittore argentino Carlos Gorriarena. La sceneggiatura è scritta a quattro mani da Duprat con il fratello Andrés (direttore del museo nazionale delle belle arti di Buenos Aires), mentre Mariano Cohn – co-regista del lungometraggio precedente – figura solo come produttore.

24 aprile 2018

Stavisky il grande truffatore (A. Resnais, 1974)

Stavisky il grande truffatore (Stavisky...)
di Alain Resnais – Francia/Italia 1974
con Jean-Paul Belmondo, Anny Duperey
**

Visto in TV.

In Francia, agli inizi degli anni trenta, il ricco faccendiere Serge Alexandre, detto "Sasha il bello", è proprietario di teatri e giornali, controlla politici e funzionari e sta per investire in lucrose speculazioni finanziarie internazionali. Ma in realtà di tratta di un truffatore di origini ucraine, Alexandre Stavisky (Belmondo). Il denaro che sperpera allegramente non è suo, oppure è frutto di buoni fruttiferi fasulli: e la messinscena – cui contribuiscono una moglie assai vistosa, Arlette (Anny Duperey), e la frequentazione di bische e locali in rinomate località turistiche, come Biarritz – serve a garantirgli visibilità e attrarre così nuovi investitori disposti a dargli credito. La sua storia si intreccia con gli eventi politici di quegli anni (compreso l'esilio francese di Leon Trotsky), tanto che il suo scandalo, visto il coinvolgimento di alti funzionari, porterà ai moti di protesta del 6 febbraio 1934 e alla caduta del governo di sinistra guidato da Camille Chautemps. Un film strano e non pienamente riuscito, a metà strada fra la ricostruzione di un fatto storico (gran parte della vicenda è raccontata in flashback da vari testimoni davanti a una commissione d'inchiesta, che cerca inutilmente di comprendere che tipo di uomo fosse Stavisky) e una pellicola di stampo nostalgico e teatrale in cui si lascia briglia sciolta all'estro di Belmondo, il cui personaggio resta sempre al centro dell'attenzione, attorniato da figure (amiche e nemiche, ingenue o calcolatrici) che dipendono da lui come pesciolini attorno a uno squalo. Fra questi, complici o vittime, politici e poliziotti, aristocratici e rivoluzionari. L'ambizione del protagonista – antesignano del Leonardo DiCaprio di "The wolf of Wall Street" – è pari soltanto al suo nome, lo stesso di Alessandro il Grande, anche se è tenuta a freno da incubi premonitori (sia lui che la moglie Arlette sognano di precipitare in auto da una scogliera) e dal destino (il padre si è suicidato perché lui, con le sue prime truffe, "disonorava" il nome di famiglia). Ma il ritratto che ne risulta è sempre sfuggente, e l'intricato intreccio politico-finanziario è troppo vago per risultare davvero appassionante. La sceneggiatura di Jorge Semprún era stata commissionata dallo stesso Belmondo: per dirigerla, Resnais tornò al cinema dopo sei anni di assenza. Nel cast anche François Périer, Charles Boyer, Claude Rich e Michael Lonsdale. Breve apparizione di un giovanissimo Gerard Depardieu (l'inventore del "matriscopio") a inizio carriera. Ben curate le scenografie e i costumi (si pensi ad Arlette, sempre vestita di bianco o circondata da fiori di questo colore).

12 febbraio 2018

L'uomo che non è mai esistito (R. Neame, 1956)

L'uomo che non è mai esistito (The Man Who Never Was)
di Ronald Neame – GB 1956
con Clifton Webb, Gloria Grahame
**1/2

Visto in divx.

Per far credere ai tedeschi che lo sbarco delle truppe alleate provenienti dall'Africa avverrà in Grecia, e non in Sicilia come pianificato, i servizi segreti inglesi lasciano alla deriva vicino alle coste spagnole il cadavere di un presunto maggiore, William Martin, che reca con sé documenti falsi che possano depistare le spie nemiche. A organizzare l'operazione è il comandante della marina militare Ewen Montagu (Clifton Webb): il corpo è in reltà quello di un giovane scozzese da poco deceduto per polmonite (il che permette di simulare l'annegamento), cui viene "cucita" un'identità fittizia completa di ogni particolare, con tanto di effetti personali e la lettera di una (finta) fidanzata: e sarà proprio questa, Lucy Sherwood (Gloria Grahame), in lacrime per la morte di un soldato di cui era innamorata, ad avallare del tutto l'inganno, dissipando i dubbi della spia nazista (Stephen Boyd) giunta a Londra per indagare sulla reale identità (o meno) del maggiore Martin... Tratta da un libro scritto dallo stesso Montagu, la pellicola racconta un episodio curioso ma veramente accaduto durante la seconda guerra mondiale, la cosiddetta "operazione Mincemeat". E lo fa con mestiere e dovizia di particolari, in parte didascalici e in parte romanzati. Bravo Webb, ottima la Grahame, anche se lontana dai ruoli abituali. Robert Flemyng è il tenente Acres, Josephine Griffin è Pam, assistente di Montagu e coinquilina di Lucy. Il vero Montagu ha un cameo nei panni di un ufficiale dell'aviazione che si mostra dubbioso sull'efficacia dell'operazione.

22 agosto 2017

Un héros très discret (J. Audiard, 1996)

Un héros très discret
di Jacques Audiard – Francia 1996
con Mathieu Kassovitz, Anouk Grinberg
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il timido e metodico Albert Dehousse (Kassovitz), il cui padre è morto nella prima guerra mondiale, si risparmia di combattere la seconda perché unico figlio di una vedova di guerra. Cresciuto in un villaggio nel nord della Francia, isolato e protetto da tutto, con la sola immaginazione (e i romanzi d'avventura) come valvola di sfogo, nell'immediato dopoguerra fuggirà di casa per raggiungere Parigi, dove comincerà a costruirsi una vita "fittizia" e spericolata, fingendo di essere stato membro della resistenza francese e frequentando i circoli degli ex combattenti, fino a diventare agli occhi di tutti quell'eroe che aveva sempre sognato di essere. La sua gigantesca menzogna – nel corso della quale si scorprirà persino bigamo: dopo aver abbandonato la moglie di provincia, Yvette (Sandrine Kiberlain), sposerà infatti Servane (Anouk Grinberg), una ragazza del suo nuovo ambiente – gli farà fare addirittura carriera: sempre più apprezzato da militari e politici, sarà nominato telente colonnello e messo a capo della commissione di inchiesta sui collaborazionisti francesi in Germania. Il secondo film di Audiard, tratto da un romanzo del diplomatico Jean-François Deniau e premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura, è costruito in parte come un mockumentary (con tanto di interviste a storici e protagonisti della vicenda, e naturalmente al nostro "eroe", ormai invecchiato e interpretato da Jean-Louis Trintignant) e in parte come un racconto di formazione. Nella sua complessità sembra di percepire persino rimandi a "Barry Lyndon" (tutta la parte dell'incontro con i vari mentori a Parigi, per esempio: dal "Capitano" Dionnet (Albert Dupontel) al maneggione Mr. Jo, che gli insegnano o lo aiutano ad affinare l'arte del raggiro) e alle opere di Greenaway (le musiche di Alexandre Desplat contribuiscono senza dubbio, così come l'ossessione di Albert da bambino per i dizionari, l'osservazione, la costruzione di identità e storie fittizie). Il protagonista, "très discret", trascorre infatti il tempo a osservare, a leggere, a imparare e a imitare: si inventa storie e frasi (o si appropria di quelle che ascolta), se le ripete, le recita poi come attore consumato. "Le vite più belle sono quelle che ci inventiamo", si giustifica Albert, anziano, all'inizio del film. Decisamente interessante, anche se a tratti si dilunga troppo, e le singole parti sono forse più riuscite dell'insieme. Il tema del rapporto fra fantasia e realtà era probabilmente più nelle corde di un Ozon (vedi "Angel", "Frantz" o "Nella casa") che non di Audiard.

23 febbraio 2017

The brothers Bloom (Rian Johnson, 2008)

The brothers Bloom (id.)
di Rian Johnson – USA 2008
con Adrien Brody, Rachel Weisz
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

I fratelli Stephen (Mark Ruffalo) e Bloom (Adrien Brody), orfani sin da piccoli, si guadagnano da vivere grazie ad elaborate truffe che mettono in atto in giro per il mondo. Stufo di questa vita, Bloom vorrebbe ritirarsi, ma il fratello lo convince a tentare un ultimo colpo. Con l'aiuto della misteriosa complice Bang Bang (Rinko Kikuchi), prendono di mira una giovane e ricchissima ereditiera, Penelope (Rachel Weisz), che vive solitaria e reclusa nel suo castello, e la coinvolgono in un tentativo di contrabbando: rubare un antico e prezioso manoscritto da un museo di Praga e rivenderlo in Messico. Ma Bloom finirà per innamorarsi della ragazza... Nello stile post-moderno e fumettistico di Wes Anderson (che personalmente sopporto poco), e con i quali ha alcuni attori in comune (su tutti Brody), una commedia assai pretenziosa ma fondamentalmente infantile e noiosa, che ai temi classici dei caper movie sovrappone una poetica romantica ma soprattutto una comicità surreale che risulta spesso fuori posto e che, anziché facilitare il coinvolgimento dello spettattore, lo tiene a distanza. Tutto quello che accade sullo schermo, per un motivo o per l'altro, non va infatti preso sul serio: o perché fa parte di un mondo da cartoon e sopra le righe, popolato da personaggi eccentrici e dove tutto è possibile, o perché – trattandosi della storia di due truffatori – si sospetta sempre che ogni colpo di scena non sia davvero reale. L'eccesso di "carineria" è a tratti stucchevole, e del rapporto fra i due fratelli (con il maggiore che ha il compito di ideare piani assurdi e complicati, e il minore quello di metterli in atto) si capisce tutto già dopo pochi minuti. Quanto agli scenari esotici (si passa dalla Grecia al Montenegro, da Praga al Messico, da Berlino a San Pietroburgo), sono sfondi da cartolina del tutto intercambiabili l'uno con l'altro. Nonostante le citazioni colte (Melville, Dostoevsky, Joyce), un film sciocco e un passo falso per Johnson dopo il suo interessante esordio, "Brick", e prima di dedicarsi alla fantascienza ("Looper" e l'imminente "Star Wars: Gli ultimi Jedi"). Nel cast, in ruoli minori, anche Maximilian Schell e Robbie Coltrane.