17 maggio 2021

Un pilota ritorna (R. Rossellini, 1942)

Un pilota ritorna
di Roberto Rossellini – Italia 1942
con Massimo Girotti, Michela Belmonte
*1/2

Visto in divx.

Il tenente Gino Rossati (Girotti), aggregato a una squadriglia dell'aviazione italiana incaricata di effettuare bombardamenti in Grecia e in Jugoslavia, viene abbattuto e fatto prigioniero dagli inglesi. Ma riuscirà a fuggire e a fare ritorno in patria. Da un soggetto di Tito Silvio Mursino (ovvero Vittorio Mussolini, figlio del duce e grande appassionato di cinema, che si firma con uno pseudonimo che è l'anagramma del suo nome), sceneggiato fra gli altri da Michelangelo Antonioni, è il secondo dei tre film di "propaganda" diretti da Rossellini a inizio carriera (la cosiddetta "trilogia della guerra fascista": gli altri due sono "La nave bianca" e "L'uomo dalla croce"). Come il lavoro precedente, intende celebrare l'eroismo dei militari italiani, enfatizzandone al tempo stesso il lato umano. Se la prima parte, quella ambientata all'aeroporto militare, che stempera l'inevitabile retorica patriottico-guerresca con momenti di quotidianità, cameratismo e scherzi e mostra le missioni degli aviatori in Grecia con belle riprese all'alto e dall'interno dei velivoli, è apprezzabile, la seconda, dedicata alla prigionia e poi alla ritirata degli inglesi che fanno terra bruciata portandosi dietro prigionieri e ostaggi civili – fra cui l'infermiera Anna (Belmonte), che si prende cura di un soldato amputato – è più convenzionale e meno interessante. L'energetica colonna sonora è di Renzo Rossellini, fratello di Roberto. Michela Belmonte, al debutto (ma reciterà in soli tre film), era la sorella minore della popolare attrice degli anni trenta e quaranta María Denis. Il film è dedicato "ai piloti che dai cieli di Grecia non hanno fatto ritorno".

16 maggio 2021

Mission: Impossible II (John Woo, 2000)

Mission: Impossible II, aka M:I-2 (id.)
di John Woo – USA 2000
con Tom Cruise, Thandie Newton
*1/2

Rivisto in DVD.

L'agente speciale Ethan Hunt viene incaricato di recuperare un pericoloso virus, Chimera, caduto nelle mani di un traditore che intende venderlo, insieme all'antivirus, a una casa farmaceutica. Al quarto film a Hollywood, dopo il successo di "Face/Off", John Woo ha finalmente la grande occasione di dirigere un film ad alto budget e con una star di primo livello come Tom Cruise, nel sequel di una delle pellicole che avevano riscosso il maggior successo al botteghino negli anni precedenti. Purtroppo tutto questo si ripercuote sul risultato finale: il regista cinese si ritrova infatti con una ridotta libertà d'azione rispetto al consueto (non aiuta il fatto che lo stesso Cruise sia co-produttore) e imprigionato da una sceneggiatura ingessata che (incredibile a dirsi) è persino peggiore di quella del primo capitolo. La storia è infatti contorta, i personaggi generici, i dialoghi pessimi, e persino il cast di contorno rappresenta un passo indietro se confrontato con quello del primo film: i cattivi sono gli anonimi Dougray Scott e Richard Roxburgh, la comprimaria femminile è l'insopportabile Thandie Newton. Un po' meglio i ruoli minori, interpretati da Anthony Hopkins (il superiore di Hunt), Rade Šerbedžija (il ricercatore che ha creato il virus) e Brendan Gleeson (il direttore dell'industria farmaceutica), mentre dal primo film torna solo Ving Rhames. Deludono, purtroppo, anche le scene d'azione, generiche e poco adrenaliniche: da ricordare giusto l'iconico incipit sui titoli di testa, con Cruise impegnato in una spettacolare ma improbabile scalata a mani nude (free solo climbing) nel canyon del Colorado, e l'inseguimento finale in moto lungo le coste dell'Australia. La trovata delle maschere facciali per camuffare il proprio aspetto, per quanto derivante dalla serie tv (e dal film precedente), è invece abusata: alla quarta volta che se ne fa uso, cessa di essere una sorpresa. La mano di Woo si vede solo a tratti: nei ralenti, nei movimenti di macchina, e in piccoli dettagli (le colombe, gli occhiali da sole che trasformano Ethan Hunt in un personaggio alla "A better tomorrow"). La battuta migliore (a parte l'autoreferenziale "Questa non è Missione Difficile, è Missione Impossibile" di Hopkins) è quando il cattivo dice a Cruise: "La cosa più difficile quando ti ho interpretato è stato sorridere come un idiota ogni quindici minuti" (una frase che ricorda l'analoga presa in giro di Nicolas Cage verso John Travolta in "Face/Off").

15 maggio 2021

Mission: Impossible (B. De Palma, 1996)

Mission: Impossible (id.)
di Brian De Palma – USA 1996
con Tom Cruise, Jon Voight
**

Rivisto in TV (Prime Video).

Membro di una squadra speciale di agenti segreti – l'IMF ("Reparto missione impossibile") – specializzati in azioni ad alta pericolosità, l'esperto in camuffamenti Ethan Hunt (Cruise) viene sospettato di essere un traditore, dopo che il suo intero team è stato eliminato nel corso di una missione a Praga. Per discolparsi dovrà identificare la vera talpa, rubando per proprio conto la lista degli agenti sotto copertura che questi intendeva vendere a un trafficante internazionale. Pellicola ispirata a una classica serie televisiva degli anni sessanta, che aveva già avuto un revival (sempre sotto forma di serie tv) alla fine degli anni ottanta: pur tradendone in parte lo spirito (il focus si sposta da un gruppo a un singolo eroe) e i personaggi originali (basti pensare a Jim Phelps, fra i protagonisti del serial tv e qui – interpretato da Jon Voight, dopo il rifiuto di Peter Graves – trasformato in cattivo), ha fatto registrare uno straordinario successo al botteghino, tanto da dare vita a una fortunata saga cinematografica (a oggi composta da sei capitoli, tutti con Tom Cruise come protagonista; ma altri sono in arrivo). A colpire l'immaginario del pubblico sono state soprattutto le sequenze delle effrazioni iper-tecnologiche, come quella al quartier generale della CIA, in seguito scimmiottate e imitate da numerose altre pellicole (anche in estremo oriente, come in Giappone o a Hong Kong, dove il film ha fatto particolare furore). E se per il resto la sceneggiatura è scadente (la trama ha poco senso o sembra improvvisata, e i personaggi mancano di personalità, a partire dal protagonista: ma anche la bella Emmanuelle Béart è sprecata), poco importa: lo spettacolo è tutto a livello di tensione, atmosfere, scene d'azione, con reminiscenze hitchcockiane e sequenze come l'inseguimento finale fra l'elicottero e il treno in corsa che bastano e avanzano a tenere desta l'attenzione di uno spettatore in cerca di intrattenimento facile sì ma di qualità. Tom Cruise, anche co-produttore, ha effettuato personalmente gran parte dei propri stunt. Nel cast anche Kristin Scott Thomas, Vanessa Redgrave, Jean Reno e Ving Rhames. La colonna sonora di Danny Elfman comprende anche una rielaborazione (di Larry Mullen e Adam Clayton) del tema classico della serie tv (di cui all'inizio è proposta una vera e propria sigla).

14 maggio 2021

Act of God (Peter Greenaway, 1981)

Atto di Dio (Act of God)
di Peter Greenaway – GB 1981
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale


In questo documentario di una mezz'ora scarsa, realizzato per conto di un'emittente televisiva (Thames Television), Greenaway intervista diverse persone che sono state colpite da un fulmine, intervallando le loro testimonianze con strane catalogazioni statistiche (le divide cioè per altezza, per capi di vestiario, per gli oggetti che tenevano in mano al momento dell'accaduto, per località geografica, per l'ora esatta (al minuto) in cui il fulmine è caduto, ecc.), e aggiungendo inoltre alcuni brevi reportage su altri casi in cui la vittima non è sopravvissuta. Fra gli episodi più curiosi, quello che ha spinto il regista a scegliere questo soggetto (la tv gli aveva dato carta bianca) è stato il caso di una squadra di calcio gallese rimasta folgorata tutta insieme mentre i giocatori si stringevano per mano prima del calcio di inizio: "la scarica è passata attraverso tutti i giocatori e ha incenerito soltanto l'ultimo della fila, che si chiamava Peter Greenaway. Non potevo non fare questo film!", ha commentato. Lungi dall'apparire sensazionalista e compiacente nel raccontare tragedie personali, il corto ha quel mood di catalogazione enciclopedica che permea quasi tutti i lavori di Greenaway del suo primo periodo, da "Windows" a "Vertical features remake", con il culmine – naturalmente – raggiunto nel monumentale "The Falls". Almeno in questo caso gli eventi raccontati sono reali (al netto di leggende e superstizioni che vengono menzionate di sfuggita, o di riferimenti storici, letterari e musicali sull'argomento), e dunque nonostante le apparenze si tratta di un autentico documentario e non un mockumentary. La musica, come sempre, è di Michael Nyman.

13 maggio 2021

Il giardino delle vergini suicide (S. Coppola, 1999)

Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides)
di Sofia Coppola – USA 1999
con Kirsten Dunst, Josh Hartnett
***

Rivisto in DVD.

Raccontato in flashback, 25 anni dopo i fatti, da uno dei ragazzi del vicinato che hanno assistito da lontano a tutta la vicenda, la storia del misterioso suicidio delle cinque sorelle Lisbon – Cecilia (Hanna R. Hall), di 13 anni; Lux (Kirsten Dunst), di 14; Bonnie (Chelse Swain), di 15; Mary (A. J. Cook), di 16; Therese (Leslie Hayman), di 17 – cresciute nella bambagia di una famiglia benestante e altoborghese in un ricco quartiere residenziale alla periferia di Detroit. Anche se gli indizi sul motivo dei suicidi in qualche modo non mancano (l'asfissia della famiglia in primis, con genitori molto severi, protettivi e oppressivi: il padre, insegnante nella loro stessa scuola, è debole e sottomesso; la madre, casalinga, è bigotta e intransigente, tanto che giunge a rinchiudere le figlie in casa), i veri pensieri e l'indole delle ragazze rimangono sempre evasivi e sfuggenti, un vero e proprio enigma agli occhi dei ragazzi osservatori, che ammettono la loro incapacità di afferrare o conoscere l'animo femminile ("Capimmo che sapevano tutto di noi, e che noi non potevamo comprenderle affatto"). Il primo lungometraggio di Sofia Coppola, figlia del grande regista Francis Ford Coppola e anche sceneggiatrice, che ha adattato l'omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, rimane tuttora uno dei suoi lavori più interessanti. Nonostante l'ambientazione quasi contemporanea (siamo negli anni Settanta), a tratti l'estetica ricorda il vittoriano "Picnic a Hanging Rock" di Peter Weir: sarà per l'atmosfera sospesa di mistero ed enigma (la vicenda è rivissuta nei ricordi dei ragazzi quasi come si sia trattato di uno strano sogno), o per l'aspetto virginale – appunto! – delle ragazze, tutte bellissime e biondissime, quasi indistinguibili l'una dall'altra (anche se l'enfasi è soprattutto sulle due più giovani, e su Lux in particolare). James Woods e Kathleen Turner sono i due genitori, Josh Hartnett è Trip, il "bello" della scuola che si innamora di Lux (interpretato da Michael Paré da adulto). Piccole apparizioni per Scott Glenn (il prete) e Danny DeVito (lo psichiatra). Il titolo italiano fa riferimento alla scena in cui gli alberi del giardino di casa, malati, vengono abbattuti nonostante le proteste delle ragazze, che vi si identificano. La colonna sonora (ispirata alle sonorità dei Pink Floyd) è opera del duo francese di musica elettronica Air.

12 maggio 2021

The constant gardener (F. Meirelles, 2005)

The constant gardener - La cospirazione (The Constant Gardener)
di Fernando Meirelles – GB/Germania 2005
con Ralph Fiennes, Rachel Weisz
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Dopo la morte della giovane moglie (Rachel Weisz), attivista umanitaria che indagava sulle attività illecite delle case farmaceutiche occidentali che operano in Africa, un diplomatico inglese di stanza in Kenya (Ralph Fiennes) prosegue il suo lavoro e scopre che nel continente nero vengono sperimentati con disinvoltura nuovi farmaci sulla pelle delle persone e con la complicità del governo britannico. Da un romanzo di John le Carré, sceneggiato da Jeffrey Caine, un buon thriller di fantapolitica che si appoggia su temi forti e d'attualità, vagamente ispirato a casi reali e con una bella ambientazione. La brava Weisz (che appare quasi solo in flashback) fu premiata con l'Oscar come miglior attrice non protagonista, ma il peso del film è soprattutto sulle spalle di Fiennes, che torna in Africa (questa volta subsahariana) nove anni dopo "Il paziente inglese". Peccato che regia e fotografia non abbiano le idee del tutto chiare, ondeggiando in un guazzabuglio di stili diversi. Colonna sonora dell'almodovariano Alberto Iglesias. Il titolo si riferisce alla passione per il giardinaggio del protagonista, in un primo tempo indifferente ai problemi dei paesi africani (significativa la scena in cui rifiuta di aiutare una famiglia kenyota, spiegando alla moglie che è impossibile occuparsi di tutti, mentre in seguito cambierà idea e sarà protagonista di uno scambio di vedute simile, ma stavolta dall'altra parte della barricata). Nel cast anche Bill Nighy (il politico corrotto), Danny Huston (il collega traditore) e Pete Postlethwaite (il medico con i sensi di colpa).

11 maggio 2021

Tatuaggio (Yasuzo Masumura, 1966)

Tatuaggio (Irezumi)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1966
con Ayako Wakao, Akio Hasegawa
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Siamo in epoca Edo. Fuggita con il suo giovane amante perché il padre non approvava la loro relazione, la figlia di un mercante (Ayako Wakao) viene venduta a una casa di geisha, il cui proprietario le fa tatuare un ragno gigante sulla schiena. Diventa ben presto una delle cortigiane più richieste e ambite, facendo girare la testa a numerosi clienti: ma come per vendicarsi di coloro che le hanno fatto torto, si trasforma anche in una "mangiatrice di uomini", causandone la rovina o la morte, come se il ragno tatuato l'avesse posseduta (lo stesso tatuatore si sente in colpa). Da un racconto di Junichiro Tanizaki (sceneggiato da Kaneto Shindo), un film torbido e avvolgente, che l'ambientazione storica contestualizza ma fino a un certo punto: la figura della donna ammaliatrice e divoratrice, che porta alla rovina gli uomini che lei stessa attira nella propria rete, ha un carattere mitologico ed archetipico, che trascende dunque l'ambientazione giapponese e il periodo in questione. La bella Ayako Wakao era l'attrice prediletta di Masumura, avendo recitato in ben venti dei suoi film. Akio Hasegawa è il suo pavido amante, Fujio Suga l'amico che la tradisce vendendola, Asao Uchida il proprietario del bordello, Kei Sato il samurai, Gaku Yamamoto il tatuatore.

10 maggio 2021

L'arte della difesa personale (R. Stearns, 2019)

L'arte della difesa personale (The Art of Self-Defense)
di Riley Stearns – USA 2019
con Jesse Eisenberg, Alessandro Nivola
***

Visto in TV (Prime Video).

Casey (Eisenberg), impiegato amministrativo timido e complessato, dopo essere stato aggredito in strada da un gruppo di motociclisti decide di iscriversi a un corso di arti marziali. Finisce così nella palestra di karate gestita da un eccentrico "Sensei" (Nivola): imparerà a vincere le proprie paure, ma scoprirà anche che i metodi del maestro, carismatico e folle, sono tutt'altro che ortodossi... Strepitosa black comedy che sorprende lo spettatore dall'inizio alla fine, con una vena comico-grottesca e un'asciuttezza di fondo che pure non impediscono di fornire un ritratto accurato (per quanto esagerato e sopra le righe) di certi ambienti legati alle arti marziali: palestre dove da un lato si impara a migliorare sé stessi sul piano mentale e filosofico prima ancora che su quello fisico, ma dove dall'altro possono circolare machismo, testosterone e violenza. Il taglio è comunque sempre straniante e astratto, a tratti esilarante, in particolare mentre seguiamo i "progressi" di Casey, il suo prendere lentamente contatto con il lato più virile e convinto della propria personalità, con l'orgoglio per i progressi compiuti (il passaggio dalla cintura bianca a quella gialla è un vero e proprio momento chiave), l'atteggiamento più sicuro di sé nei confronti degli altri e del mondo; ma il plot non lesina nemmeno colpi di scena con svolte quasi da thriller, come quando scopriamo la natura delle "lezioni serali" che il Sensei riserva a un gruppo di allievi selezionati (e qui il film ricorda per assonanza pellicole cult come "Fight club" e "Point break"). Ottimo il protagonista. Imogen Poots è Anna, l'unica donna che frequenta la palestra, mal tollerata dal Sensei ("Essere donna le impedirà di diventare uomo"), ma che fornisce a Casey l'ultimo insegnamento necessario (la forza non è solo violenza, e la compassione non è solo debolezza). Memorabili i cani (Casey passa da un bassotto a un pastore tedesco, così come – ovviamente su suggerimento del Sensei – dallo studio del francese a quello del tedesco e dall'ascolto della musica pop a quello del metal).

9 maggio 2021

L'hotel elettrico (Segundo de Chomón, 1908)

L'hotel elettrico (Hôtel électrique)
di Segundo de Chomón – Francia 1908
con Segundo de Chomón, Julienne Mathieu
***

Visto su YouTube.

Una coppia di turisti (interpretati dallo stesso Chomón e da sua moglie Julienne Mathieu) arriva in un grande albergo dove, grazie a una serie di comandi su una consolle, le valigie si spostano da sole fino in camera, dove si aprono e tutti gli oggetti e gli abiti al loro interno si dispongono nei cassetti e negli armadi. Sempre grazie a questa meravigliosa tecnologia, le spazzole lucidano le scarpe da sole, i capelli della signora vengono pettinati e l'uomo viene rasato da strumenti che si muovono autonomamente. Persino una lettera ai parenti, per comunicare loro che il viaggio è andato bene, viene scritta da sola. Ma proprio quando tutto sembra andare bene, un malfunzionamento fa impazzire le apparecchiature elettriche e l'intero contenuto della stanza viene scosso in un turbine incessante. Trionfo del "cinema di effetti speciali" di cui Chomón era maestro: qui non si tratta però di imitare Georges Méliès come in altri suoi lavori, che spesso erano copie pedisseque dei film del regista francese (si pensi a "Excursion dans la lune" del 1908, remake scena per scena del "Viaggio sulla Luna" del 1902); il riferimento sembra essere invece "The haunted hotel" (1907) di James Stuart Blackton (a sua volta, comunque, ispirato a "L'auberge ensorcelée" di Méliès). Siamo infatti di fronte all'applicazione su larga scala dell'animazione a passo uno (stop motion), tecnica che Chomón aveva già sperimentato in precedenza (per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" del 1906) e che ora porta alle estreme conseguenze: il movimento degli oggetti è fluido e convincente (per l'epoca), ma la grande novità è l'applicazione della "pixilation", ovvero la fusione fra attori in carne e ossa e oggetti mossi a scatto singolo (nella scena della pettinatura e della rasatura). Memorabile sotto diversi punti di vista, il film raggiunge il suo climax nel finale caotico e distruttivo che porta bruscamente la pellicola alla conclusione. E per certi versi l'argomento trattato anticipa il "Mio zio" di Jacques Tati (con la sua casa moderna, piena di elettrodomestici e automatismi).

Le spectre rouge (Segundo de Chomón, 1907)

Le spectre rouge
di Segundo de Chomón [e Ferdinand Zecca] – Francia 1907
con Julienne Mathieu
**

Visto su YouTube.

In una caverna, un demone in costume scheletrico e mantello si diletta in una serie di giochi di prestigio, facendo apparire belle ragazze, lasciandole levitare e poi sparire, riducendone le dimensioni fino a infilarle dentro delle bottiglie, o ammirandone le fattezze in uno specchio (nonché in una specie di schermo televisivo, dove può anche cambiare canale!). Ma una diavolessa lo disturba in continuazione, rompendogli le uova nel paniere. Pellicola "alla Méliès", nella quale Segundo de Chomón – che dal 1905 lavorava in Francia alla Pathé, agli ordini di Ferdinand Zecca – ripropone in una cornice infernale gran parte dei trucchi ottici e teatrali già usati dal regista parigino, come la sostituzione e la scomparsa tramite stacchi, la sovrimpressione e la ripresa a ritroso, il tutto in una scenografia statica con quinte mobili. La colorazione virata sul rosso contribuisce all'atmosfera, ma per il resto il cortometraggio offre poco di interessante, essendo peraltro stato realizzato quando lo stesso Méliès e il suo "cinema delle attrazioni" erano già in declino. Curiosità: il film è spesso confuso (anche in rete, vedi IMDb e YouTube) con un altro lavoro di Chomón, "Satan s'amuse", al punto che qualcuno ha sospettato che si tratti di due titoli per la stessa pellicola. Ma stando ad altre fonti, "Satan s'amuse" avrebbe tutt'altra trama e mostrerebbe il diavolo, annoiato, risalire in superficie e interagire con gli uomini che vivono lassù.

8 maggio 2021

Hansel and Gretel (Tim Burton, 1983)

Hansel and Gretel
di Tim Burton – USA 1983
con Jim Ishida, Michael Yama
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Abbandonati nel bosco dalla matrigna cattiva (Michael Yama), i due fratellini Hansel e Gretel (Andy Lee e Alison Hong) trovano rifugio in una casa fatta di dolciumi, dove però abita una strega (sempre Yama) che progetta di mangiarli. A finire nel forno sarà invece lei, e i due bambini potranno riunirsi con il padre (Jim Ishida). Tim Burton ha realizzato questa versione della celebre fiaba dei fratelli Grimm per un programma televisivo di The Disney Channel: si tratta del suo primo lavoro con attori in carne e ossa (il precedente "Vincent" era in animazione a passo uno). Curiosa la scelta di casting, con interpreti tutti di etnia asiatica: forse anche per questo ci sono arti marziali (la strega combatte con shuriken e nunchaku!). Nel complesso simpatico, anche grazie agli sfondi disegnati, ai pupazzi (il padre dei due bambini è un giocattolaio) e all'esplosione di colori nella casa della strega, e degna di lode la scelta di non edulcorare i temi dark della fiaba originale (con gli americani non si sa mai!), con tutti i suoi significati simbolici e psicanalitici.

7 maggio 2021

Minari (Lee Isaac Chung, 2020)

Minari (id.)
di Lee Isaac Chung – USA 2020
con Steven Yeun, Han Ye-ri
*1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Una famiglia di immigrati coreani, negli anni ottanta, si trasferisce dalla California all'Arkansas per vivere in una casa mobile in mezzo alla campagna, dove il capofamiglia (Steven Yeun) spera di coltivare la terra, mentre lui e la moglie (Han Ye-ri) lavorano in un vicino allevamento di polli al "sessaggio" dei pulcini. Ma le difficoltà non mancano, dalla mancanza di acqua per irrigare i campi ai problemi di salute del figlio più piccolo (Alan Kim), malato di cuore, così come i disaccordi e le differenze di vedute fra i due coniugi. Che non si acquietano nemmeno quando dalla Corea giunge la madre di lei, eccentrica nonnina (Yoon Yeo-jeong) incaricata di accudire i bambini. Ma alla fine le cose si sistemeranno quasi da sole. Semi-autobiografico (il regista è nato negli Stati Uniti da genitori coreani ed è cresciuto in una fattoria), un film acclamato dalla critica (ha vinto numerosi premi ed è stato nominato a sei Oscar, conquistando con Yoon la statuetta per la miglior attrice non protagonista) e che in America è piaciuto per via della rinnovata attenzione verso le radici della loro multiculturalità, che però io ho trovato esile, noioso e semplicemente poco interessante, tanto nella storia quanto nei personaggi. Gli eventi accadono quasi random, le svolte sono telefonate, le risoluzioni non hanno peso. La cosa peggiore è la poca naturalezza di fondo: più che coreani, i personaggi sembrano americani in tutto e per tutto: per come recitano, per come parlano, per i valori che propugnano. Non a caso i dialoghi (assai didascalici, peraltro) sono stati scritti in inglese dal regista, e tradotti in coreano (da un'altra persona) soltanto in seguito. Il doppiaggio italiano appiattisce il tutto traducendo sia il coreano che l'inglese nella nostra lingua ed eliminando così l'unico elemento di interesse, quello multiculturale appunto. Anche il sessaggio dei pulcini poteva rappresentare un'ardita metafora (gli elementi "improduttivi" vengono scartati), ma poi non c'è legame con le vicende dei protagonisti o con l'ambiente circostante. Fotografia molto (troppo) desaturata, come a voler ammantare di un'aura remota e nostalgica quelli che sono ricordi dell'infanzia. Ma che siamo negli anni ottanta lo si capisce solo da una frasetta che fa riferimento a Reagan, a metà film. Il "minari" che dà il titolo alla pellicola è una sorta di prezzemolo orientale.

5 maggio 2021

Il silenzio degli innocenti (J. Demme, 1991)

Il silenzio degli innocenti (The silence of the lambs)
di Jonathan Demme – USA 1991
con Jodie Foster, Anthony Hopkins
***

Rivisto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Per tracciare un profilo psicologico di "Buffalo Bill", elusivo serial killer che rapisce, uccide e scuoia giovani donne, Clarice Starling (Jodie Foster), agente dell'FBI ancora in addestramento, viene inviata dal suo superiore Jack Crawford (Scott Glenn) a "intervistare" Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), psicopatico cannibale rinchiuso in un carcere psichiatrico di massima sicurezza. Inquietante e pericoloso, ma anche colto e dai modi affabili, Hannibal stringerà uno strano sodalizio con Clarice, aiutandola (seppure in maniera enigmatica e mai diretta) a identificare l'assassino (Ted Levine). Dal romanzo di Thomas Harris, secondo volume – dopo "Il delitto della terza luna", da cui era stato tratto "Manhunter" di Michael Mann – del ciclo dedicato al personaggio di "Hannibal the Cannibal", un thriller di grande successo che ha riportato in auge il filone dei serial killer (tanto che negli anni successivi spuntarono come funghi molte pellicole di questo tipo). Vinse i cinque premi Oscar più importanti, quelli per il miglior film, la regia, la sceneggiatura (di Ted Tally), l'attore e l'attrice protagonista (il secondo per Foster, dopo "Sotto accusa"), uno dei soli tre film a esserci riusciti (il primi due erano stati "Accadde una notte" e "Qualcuno volò sul nido del cuculo"). Rispetto al film di Mann, siamo su livelli più alti sotto ogni punto di vista: la regia, l'atmosfera, la suspence, ma soprattutto la caratterizzazione psicologica dei personaggi, che escono dai cliché del genere e penetrano sotto la pelle dello spettatore, inquietandolo a più riprese (soprattutto Lecter, originalissima figura di cattivo che non è però l'antagonista del film, come peraltro già in "Manhunter", dove il personaggio era interpretato da Brian Cox). Il titolo (che in originale non parla di "innocenti" ma di "agnelli": le battute sulla famiglia torinese si sono sprecate, quindi non le ripeterò) si riferisce al sogno ricorrente di Clarice che le impedisce di dormire tranquilla, sin da quando da bambina aveva assistito allo sgozzamento degli animali di una fattoria, le cui grida l'hanno spinta a intraprendere la carriera che ha scelto. Memorabile (e iconico) Hopkins con la maschera sul viso (ispirata a quella dei portieri di hockey), ma anche il personaggio eccentrico e para-transessuale di Buffalo Bill (con qualche polemica in patria da parte delle organizzazioni LGBT; per quanto possa valere, Lecter stesso mette in chiaro che non c'è un legame fra transessualità e violenza). Molte le trovate interessanti, oggi forse meno efficaci perché in seguito se ne è abusato allo sfinimento: dalla fuga di Lecter dalla gabbia in cui era tenuto prigioniero (con modalità grandguignolesche) alla scena dell'irruzione nella presunta casa del killer (con un montaggio parallelo che "inganna" lo spettatore). Ottima la musica di Howard Shore. Cameo per Roger Corman (il direttore dell'FBI), mentre Anthony Heald interpreta Frederick Chilton (il direttore dell'istituto psichiatrico, nonché "l'amico" che Hannibal "attende per cena" nel finale). Numerosi errori e imprecisioni nella traduzione e nell'adattamento italiano dei dialoghi (vedi qui). Lecter – e purtroppo anche Clarice – torneranno in "Hannibal" di Ridley Scott.

4 maggio 2021

Cute girl (Hou Hsiao-hsien, 1980)

Cute girl, aka Lovable you (Jiushi liuliu de ta)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1980
con Feng Fei-fei, Kenny Bee
**

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Wen-wen (Feng Fei-fei), figlia di un ricco industriale, decide di trascorrere dalla zia in campagna i suoi ultimi giorni di "libertà" prima di accettare il matrimonio combinato che le è stato organizzato dalla famiglia. Laggiù, però, si innamora di Daigang (Kenny Bee), geometra che sta progettando la costruzione di un'autostrada. Tornati a Taipei, Daigang farà di tutto per sabotare le nozze della fanciulla... Il primo film di Hou Hsiao-hsien si iscrive nella tradizione della commedia romantica, di cui rispetta quasi tutti i luoghi comuni, almeno nella prima parte: già, perché nella seconda si fa più originale, a partire dal fidanzato di Wen-wen, Qian (Anthony Chan), che anziché rivale diventa amico di Daigang e gli lascia il campo libero, per terminare con un colpo di scena che assicura il lieto fine, sovvertendo il luogo comune del giovane povero che viene rifiutato dalla famiglia ricca di lei. Leggera e moderatamente sbarazzina, la pellicola è comunque poco degna di nota se non fosse per il nome del regista e degli attori (Kenny Bee, cantante hongkonghese e pop star al pari della sua co-protagonista, continuerà a recitare nei film di HHH), in un momento in cui il cinema di Taiwan, dominato da commediole di questo tipo, doveva ancora evolversi e raggiungere la notorietà internazionale (con i film d'autore dello stesso Hou, di Edward Yang e di Tsai Ming-liang).

3 maggio 2021

Giliap (Roy Andersson, 1975)

Giliap
di Roy Andersson – Svezia 1975
con Thommy Berggren, Mona Seilitz
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo (Berggren) viene assunto come cameriere in un grande e vetusto albergo, una struttura decadente che ospita per lo più cene di lavoro o funerali. Come tutti coloro che lavorano nell'hotel, afferma di essere lì solo "di passaggio": in particolare, attende di trovare un imbarco su una delle grandi navi che salpano dal porto della città. Nel frattempo fa conoscenza con i colleghi, fra i quali spiccano l'eccentrico Gustav, detto "Il conte" (Willie Andréason), ex galeotto implicato in affari sporchi, e la bella Anna (Mona Seilitz), che sogna di andare a lavorare in un albergo turistico, sulla spiaggia, durante la stagione estiva. Il secondo lungometraggio di Roy Andersson (cinque anni dopo "Una storia d'amore") è una pellicola atipica nella filmografia del regista svedese, lontana dal suo stile surreale e grottesco (se non a tratti, nelle sequenze legate al personaggio di Gustav), anche se la laconicità dei personaggi, che faticano ad esprimere le proprie emozioni, e le atmosfere quasi da noir, malinconiche e fataliste, la accomunano a un certo cinema del nord Europa come quello di Aki Kaurismäki. Non ebbe il minimo successo, né al botteghino né presso la critica (che lo detestò, trovandolo pretenzioso e datato: giudizi ingenerosi, con il senno di poi), e questo contribuì a tenere il regista lontano dalla macchina da presa per lungo tempo: a parte due corti, infatti, non girerà più un film per venticinque anni, tornando al cinema soltanto nel 2000 con "Canzoni del secondo piano". È vero che la pellicola, soprattutto all'inizio, appare molto lenta e monotona, ma pian piano riesce a immergere lo spettatore nel suo mondo tragico e disperato, con personaggi che si dividono fra quelli rassegnati e quelli che sognano di andarsene in cerca di una nuova vita (non a caso nella camera del protagonista spicca un poster dell'Italia, con il campanile del duomo di Pistoia). Del personaggio interpretato da Berggren non conosceremo mai neppure il nome: "Giliap" è quello in codice che gli affibbia Gustav quando vuole coinvolgerlo in una delle sue losche imprese.

2 maggio 2021

Una magnifica avventura (G. Stevens, 1937)

Una magnifica avventura (A damsel in distress)
di George Stevens – USA 1937
con Fred Astaire, Joan Fontaine
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Convinto per un equivoco che la giovane e capricciosa aristocratica Alyce Marshmorton (Joan Fontaine) si sia innamorata di lui, l'attore americano Jerry Halliday (Fred Astaire) – di passaggio in Inghilterra insieme al proprio addetto stampa (George Burns) e alla sua inetta segretaria (Gracie Allen) – si introduce nella dimora di campagna di lei, il castello di Tottney, popolato da nobili eccentrici. Dopo una lunga serie di fraintendimenti, i due si innamoreranno veramente. Commedia musicale spigliata e divertente, la prima recitata da Astaire per la RKO senza l'abituale partner Ginger Rogers (e la seconda in cui è diretto da George Stevens), liberamente ispirata a un romanzo di P.G. Wodehouse ("Una damigella in pericolo") che qualche anno prima era approdato anche a teatro, e con canzoni e musiche di Ira e George Gerschwin (che morì durante le riprese, quattro mesi prima dell'uscita della pellicola in sala). Degne di note soprattutto le scenografie e le coreografie, come quella (assai lunga ed elaborata) del ballo al luna park, fra scivoli, nastri trasportatori, piattaforme rotanti e specchi deformanti, che valse l'Oscar a Hermes Pan. Più che con Joan Fontaine (che non sapeva ballare), Astaire si esibisce "in trio" con Burns e Allen (coppia comica sulle scene del vaudeville, oltre che nella vita): esilarante soprattutto Gracie, totalmente clueless rispetto a ciò che le capita attorno. Nel cast anche Montagu Love (Lord Marshmorton, il padre di Alyce), Constance Collier (la zia Caroline), Ray Noble (il cugino Reggie), Reginald Gardiner (il maggiordomo Keggs) e Harry Watson (il giovane valletto Albert): questi ultimi due, che hanno scommesso su chi Alyce sposerà (se Jerry o Reggie), tramano continuamente dietro le quinte, favorendo od ostacolando – a seconda delle circostanze – la relazione fra i due innamorati. Fra le canzoni e le sequenze di ballo, da ricordare "Put Me to the Test", "Things Are Looking Up", "A Foggy Day (in London Town)" e "Nice Work If You Can Get It".

30 aprile 2021

The New Mutants (Josh Boone, 2020)

The New Mutants (id.)
di Josh Boone – USA 2020
con Blu Hunt, Anya Taylor-Joy
**

Visto in TV (Now Tv).

Cinque mutanti adolescenti (siamo nell'universo filmico degli X-Men) si ritrovano rinchiusi in un misterioso edificio, a metà fra istituto psichiatrico e carcere minorile, dove vengono sottoposti a minuziosi esami e devono imparare ad usare e controllare i propri poteri sotto la guida della enigmatica dottoressa Reyes (Alice Braga). Ma si scoprono minacciati dalle materializzazioni dei loro traumi e delle paure più o meno inconsce. Spin-off della celebre serie della Marvel, tratto dal fumetto ideato da Chris Claremont a metà degli anni ottanta: la pellicola ha però avuto una gestazione lunga e travagliata, con numerose interferenze della produzione che ne ha cambiato di continuo il mood (e il fatto che la Fox sia stata acquistata dalla Disney a lavorazione in corso, riportando i diritti della franchise nell'alveo della Marvel ma senza inglobare la pellicola nel MCU, non ha certo aiutato). Pur avendomi regalato il piacere di vedere sullo schermo personaggi che ho assai amato nella loro versione fumettistica (e ai quali tutto sommato rende giustizia), non c'è dubbio che il film abbia i suoi problemi. La scelta di un approccio da teen horror ha sicuramente il suo perché, visto che la sceneggiatura (di Boone e Knate Lee) ha voluto affidarsi a sottotrame – come quella del Demone Orso – sviluppate nel periodo in cui il fumetto era disegnato in maniera astratta, nervosa e stilizzata da Bill Sienkiewicz; peccato che la tensione e i colpi di scena latitino. Il effetti il mix fra horror soprannaturale e abilità supereroistiche funziona poco su entrambi i livelli. Gran parte della suspense è costituita dal mistero relativo al potere di Danielle Moonstar/Mirage (Blu Hunt), che però è ben noto a chi conosce il personaggio avendo letto i fumetti. Inoltre nessuno dei cinque protagonisti è mai veramente a rischio di rimetterci la pelle, il che elimina anche l'appeal da "totomorti". Sarebbe stato meglio introdurre un sesto personaggio fittizio, da far fuori subito, per illuderci del pericolo. Rimangono i temi della crescita e della scoperta di sé (i ragazzi si trovano in quel momento in cui devono imparare ad esplorare, controllare e convivere con i propri desideri e le proprie paure: d'altronde nel mondo Marvel i poteri mutanti sono sempre stati visti come una metafora della pubertà), con tanto di love story spuria (in chiave lesbica!). Anya Taylor-Joy è una convincente Illyana Rasputin/Magik, demoniaca e psicopatica (con un Lockheed di pezza!), Maisie Williams è la complessata ma risoluta licantropa Rahne Sinclair/Wolfsbane, Charlie Heaton è un Sam Guthrie/Cannonball un po' sacrificato, Henry Zaga è Roberto da Costa/Sunspot (con qualche polemica in USA per il suo colore della pelle "troppo chiaro" rispetto ai comics: da notare che il personaggio era già apparso in "X-Men: Giorni di un futuro passato" interpretato da un altro attore). Nessuna menzione del fatto che Illyana è la sorella di Colosso; d'altronde, a parte un breve riferimento agli X-Men (e alla Essex Corporation), non ci sono legami diretti con gli altri film della franchise, benché le frasi della dottoressa Reyes facciano inizialmente pensare che lavori per Charles Xavier. Pensata come primo capitolo di una trilogia, la pellicola ha avuto pure la sfortuna di uscire in pieno periodo Covid: inoltre l'accoglienza della critica non è stata favorevole, e dunque difficilmente vedremo il sequel (che avrebbe dovuto introdurre anche Karma e Warlock).

29 aprile 2021

An elephant sitting still (Hu Bo, 2018)

An Elephant Sitting Still (Da xiang xi di er zuo)
di Hu Bo – Cina 2018
con Peng Yuchang, Zhang Yu
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Nell'arco di una sola giornata, quattro personaggi che abitano in un quartiere popolare della città di Shijiazhuang vivono il loro dramma esistenziale mentre le rispettive storie si intrecciano. Il giovane Wei Bu (Peng Yuchang), per difendere un amico accusato di furto dal bullo della scuola, fa cadere senza volerlo quest'ultimo giù dalle scale. La sua compagna di classe Huang Ling (Wang Yuwen) viene accusata di avere una relazione con il vicepreside. L'anziano Wang Jin (Liu Congxi) rifiuta di essere rinchiuso dai parenti in un ospizio con la scusa di dover badare al proprio cagnolino, ma l'animale viene ucciso da un cane randagio. Il gangster Yu Cheng (Zhang Yu), fratello maggiore del bullo di cui sopra, è testimone del suicidio del proprio miglior amico dopo che questi ha scoperto che la moglie lo tradiva proprio con Yu. Tutti e quattro manifesteranno a più riprese il desiderio di abbandonare la città e di fuggire lontano, magari a Manzhouli, nella Mongolia Interna, il cui zoo ospita un elefante che "resta seduto tutto il giorno"... Primo e unico lungometraggio (dopo tre corti) diretto dallo scrittore Hu Bo, che si è suicidato a soli 29 anni subito dopo averne terminato le riprese e il montaggio: e il tema del suicidio (visto come fuga dalla disperazione) adombra tutte le vicende dei vari personaggi, che si arrabattano fra disillusione e pessimismo in un ambiente disagiato, fra l'ostilità dei parenti e la mancanza di vie di scampo. "Il mondo è una terra desolata", dice a un certo punto un amico di Wei Bu. Tutti, sia giovani che vecchi, sono privi di speranza e di futuro, attorniati da tragedie che capitano loro quasi per caso o per incidente, ma i cui sensi di colpa li spingeranno a una fuga impossibile da portare fino in fondo (nessuno arriverà a Manzhouli: né con il treno, che viene soppresso, né con l'autobus, che si fermerà in uno spiazzo in mezzo al nulla, da dove peraltro si udrà il barrito dell'elefante durante la notte). D'altronde, come spiega Wang Jin a Wei Bu, è inutile fuggire perché anche altrove "non c'è nessuna differenza": tanto vale provare a sopravvivere dove ci si trova. Dall'andamento lento ma avvolgente, con i suoi tempi (dura quasi quattro ore), una fotografia plumbea e spesso in controluce, una macchina da presa che segue sempre da vicino gli attori e con lunghi piani sequenza, il film coinvolge e fa partecipare insieme ai personaggi a un frammento della loro esistenza, con grande realismo ma anche un ampio respiro che rende quasi universali le loro storie corali e interconnesse.

28 aprile 2021

Six shooter (Martin McDonagh, 2004)

Six shooter (id.)
di Martin McDonagh – Irlanda/GB 2004
con Brendan Gleeson, Rúaidhrí Conroy
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Mentre torna a casa in treno, subito dopo la morte della moglie in ospedale, un uomo (Brendan Gleeson) si ritrova a viaggiare insieme a uno strano giovane scapestrato e psicotico (Rúaidhrí Conroy) che lo sovrasta con discorsi bizzarri e irriverenti, senza apparente rispetto per la morte e il dolore suo e degli altri occupanti della carrozza, una coppia (Dan Wilmot e Aisling O'Sullivan) che ha appena perso il figlio. Questo breve corto, pluripremiato dalla critica (ha vinto anche l'Oscar come miglior cortometraggio dal vivo), segna il debutto come regista cinematografico di Martin McDonagh, già sceneggiatore e autore di teatro (nonché fratello minore di un altro regista, John Michael McDonagh), che poi dirigerà "In Bruges" e "Tre manifesti a Ebbing, Missouri". Il tema – condito da alcuni tocchi di humour nero e con qualche colpo di scena nel finale – è quello dell'insensatezza della morte improvvisa di una persona cara, che ciascuno affronta a proprio modo: chi chiudendosi nel proprio dolore (il protagonista), chi esternandolo (la coppia di passeggeri), chi prendendosi beffe del mondo intero (il ragazzo, che racconta barzellette e non ha peli sulla lingua). La pellicola segna anche l'esordio come attore di Domhnall Gleeson, figlio di Brendan, nella piccola parte del venditore di bevande e snack a bordo del treno.

27 aprile 2021

Le italiane e l'amore (aavv, 1961)

Le italiane e l'amore
di Nelo Risi, Lorenza Mazzetti, Piero Nelli, Francesco Maselli, Giulio Questi, Gianfranco Mingozzi, Marco Ferreri, Florestano Vancini, Carlo Musso, Giulio Macchi, Gian Vittorio Baldi – Italia 1961
*1/2

Visto su YouTube.

Film a episodi pensato da Cesare Zavattini, che ha scelto i soggetti ispirandosi ai casi reali narrati nelle lettere ai giornali e ai settimanali raccolte da Gabriella Parca nel libro "Le italiane si confessano". Il tema è quello della condizione femminile (e del rapporto delle donne con il sesso, il matrimonio, la maternità e la società in generale) nell'Italia del dopoguerra, un paese – nonostante il boom economico – ancora retrogrado e maschilista. Come recita una voce fuori campo, si tratta di una "protesta appassionata contro antichi e umilianti pregiudizi che persino le leggi qualche volta consacrano". La pellicola segna l'esordio alla regia per Giulio Questi e Nelo Risi (nonché l'unica esperienza di questo tipo per Carlo Musso). La sola donna del gruppo è Lorenza Mazzetti. Un dodicesimo episodio ("Il prezzo dell'amore" di Piero Nelli, che già ne aveva un altro) è stato tagliato al montaggio. Nel complesso è una raccolta di storie esili e quotidiane, un po' semplicistica ma comunque interessante dal punto di vista storico-sociale. Musiche di Gianni Ferrio.

"Ragazze madri" di Nelo Risi, con Lucia Gabrioli e Gaddo Treves
Una ragazza, abbandonata dal fidanzato dopo che si è scoperta incinta, si confida con uno psicologo e poi fantastica sul possibile bambino che nascerà e che dovrà crescere da sola.

"I bambini" di Lorenza Mazzetti, con Anna Brignole
Dopo aver spiato una coppia amoreggiare sull'erba, un gruppo di bambini e bambine giocano a baciarsi e discutono su come nascono i bambini. E vengono puniti perché dicono che escono dalla pancia delle mamme, anziché essere portati dalla cicogna.

"Lo sfregio" di Piero Nelli, con Maria Di Giuseppe, Michele Stasino
Due fidanzati litigano in strada, in mezzo alla folla curiosa: lei vuole lasciarlo e lui la sfregia in faccia con un coltello. Ma poiché "l'ha fatto per amore", la colpa va a lei.

"Le adolescenti" di Francesco Maselli, con Efi Kamper, Consalvo Dell'Arti.
Studentessa quattordicenne finisce nei gusti quando i genitori leggono il diario nel quale confessa i sentimenti per un compagno di classe. Mentre il padre le fa la ramanzina, lei però è persa nelle sue fantasticherie e pensa solo al ragazzo.

"Viaggio di nozze" (o "La prima notte") di Giulio Questi, con Antonietta Caiazzo, Mario Colli
Due freschi sposi in viaggio di nozze, sulla nave che va da Napoli a Palermo, litigano quando lei gli confessa di aver vissuto un'altra storia d'amore prima di conoscerlo. Lui non glielo perdonerà.

"Le tarantate" (o "Il morso della tarantola") di Gianfranco Mingozzi
In un paese pugliese, una donna lasciata dal marito è in preda al "morso della tarantola" e scatena la propria crisi ossessiva in una danza liberatoria. Semi-documentaristico (con la consulenza di Ernesto De Martino), è forse l'episodio migliore del lotto.

"Gli adulteri" di Marco Ferreri, con Renza Volpi, Silvio Lillo, Rosalba Neri
Un marito tradisce la moglie con la propria segretaria, ma ignora che la consorte, casalinga stressata e sempre a casa ad accudire i bambini, ha a sua volta un amante, e soprattutto che è al corrente dei suoi tradimenti ma fa finta di nulla: si tira avanti solo per ipocrisia.

"La separazione legale" di Florestano Vancini, con Graziella Galvani, Giuseppe Fina
Una coppia va dal giudice per separarsi (all'epoca il divorzio in Italia ancora non esisteva), nonostante l'amico avvocato cerchi di dissuaderli, e ha l'occasione per un ultimo confronto, doloroso ma tutto sommato sereno.

"Un matrimonio" di Carlo Musso, con José Greci, Roberto Miali
Sospettosa per le sempre minori attenzioni che marito le rivolge, una moglie lo segue di nascosto e scopre che ha un "amico", con il quale si apparta su una panchina al parco. Alla sceneggiatura ha contribuito Alberto Bevilacqua.

"Il successo" di Giulio Macchi, con Tania Raggi, Laura Forest, Elisabetta Velinski
Alcune giovani cantanti, reginette del ballo e aspiranti attrici vengono intervistate e parlano della difficoltà di giungere al successo. Ne esce un mondo di raccomandazioni, di frustrazioni, di inganni, di illusioni e di gelosie (compresa l'invidia degli uomini nei loro confronti).

"La prova d'amore" di Gian Vittorio Baldi, con Mariella Zanetti, Michele Francis
Dopo un ballo sul Po (siamo nel mantovano), una ragazza cede alle richieste del suo fidanzato meridionale di fare l'amore con lui: ma questi, dopo il fatto, la lascia perché "Se mi volevi bene dovevi rifiutarti, al mio paese una ragazza seria dice di no".

26 aprile 2021

Funky forest (Katsuhito Ishii et al, 2005)

Funky Forest: The First Contact (Naisu no mori)
di Katsuhito Ishii, Hajime Ishimine, Shunichiro Miki – Giappone 2005
con Tadanobu Asano, Susumu Terajima
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Di film giapponesi comico-surreali ne ho visti parecchi (a partire dal folle "Symbol" di Hitoshi Matsumoto), ma questo probabilmente li batte tutti. E dico "surreale" nel vero senso del termine: indecifrabile e nonsense, non si può giudicare come se fosse una pellicola normale; è più uno psichedelico flusso di coscienza, o meglio un sogno dove le cose non hanno un significato esplicito (o lo hanno soltanto a metà). Innanzitutto manca una vera trama: il film è composto da tanti piccoli sketch o episodi (spesso segmenti di pochi minuti, ma radunati in "serie" come se fossero puntatine di programmi tv, con tanto di loghi in sovrimpressione: non a caso uno dei possibili termini di paragone sono quelle pellicole demenziali americane degli anni Settanta e Ottanta come "Ridere per ridere" di John Landis, che simulavano una programmazione televisiva con tanto di zapping casuale; o forse sarebbe più corretto paragonarlo a "E ora qualcosa di completamente diverso" dei Monty Python), a volte con situazioni e personaggi ricorrenti, interpretati da un nutrito gruppo di attori. Fra questi spiccano Tadanobu Asano ("Guitar brother", capellone che strimpella la chitarra acustica: impagabile quando intona il tema originale di "Capitan Harlock"), Susumu Terajima (suo fratello, ma anche insolito insegnante), Ryo Kase (DJ amatoriale, innamorato della bella Notti (Erika Nishikado) e protagonista di un lungo sogno fatto di strane danze sulla spiaggia notturna), Rinko Kikuchi, Mariko Takahashi... oltre a vari camei, come quello di Hideaki Anno (il regista di "Evangelion", qui uno degli studenti in classe). E assistiamo ai deliranti racconti non sequitur delle ospiti di una stazione termale, ad anarchiche lezioni in una classe scolastica, a creature deformi "coltivate" e poi usate come strumenti musicali, a stravaganti "riti" praticati a scopi non precisati (ma c'entrano gli alieni), a inquietanti sport a base di body horror, a film d'animazione diretti da un cane, a una sessione di registrazione onirica in mezzo alla foresta, il tutto intervallato dalle disastrose esibizioni di una coppia di comici manzai. Se più si va avanti nella visione più le vicende diventano random e incoerenti (il "lato B" del film è ancora più estremo del "lato A"), la cosa strana è che pian piano l'assurdità sembra quasi acquistare un senso, proprio come accade nei sogni. Poi ci si ferma a riflettere e il senso svanisce, non si riesce più ad afferrarlo, ma qualcosa rimane comunque dentro, anche perché è impossibile non apprezzare la totale assenza di pretenziosità (il film non pretende di essere capito, dopo tutto). Dei tre registi-sceneggiatori, il primo responsabile nonché il più noto è Katsuhito Ishii, già autore dell'eccentrico (e bellissimo) "The taste of tea".

25 aprile 2021

Cosmic sin (Edward Drake, 2021)

Cosmic sin (id.)
di Edward Drake – USA 2021
con Frank Grillo, Bruce Willis
*

Visto in TV (Prime Video).

Nell'anno 2524, gli esseri umani entrano in contatto per la prima volta con una razza di alieni, che purtroppo sono ostili. Per fortuna un gruppo di soldati, guidati dal vecchio generale James Ford (Bruce Willis), li stermineranno. Un filmaccio di fantascienza militarista senza uno straccio di idea, condito da una regia dilettantesca, una recitazione da tv movie (con l'unico nome noto, Willis appunto, che sembra un pesce fuor d'acqua ed è visibilmente disinteressato a ciò che accade attorno a lui), una fotografia luminosissima e fastidiosa, e una generale povertà produttiva (l'epica guerra fra due razze aliene si riduce a un pugno di persone che si prendono a pistolettate in un bosco). Tutti difetti che avrebbero potuto essere compensati da qualche pregio... ma non lo sono. Da evitare, anche perché completamente privo di ironia, e dunque nemmeno divertente.

24 aprile 2021

La prima missione (Sammo Hung, 1985)

La prima missione (Long de xin, aka Heart of dragon)
di Sammo Hung – Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Sammo Hung
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Il poliziotto Thomas (Jackie Chan) ha un fardello costante sulle spalle: il fratello Dodo (Sammo Hung), ritardato mentale ed eterno bambinone che gli procura continue preoccupazioni e grattacapi, impedendogli di portare avanti i suoi progetti di vita (nel lavoro e con la fidanzata). Di tutti i film girati da Jackie con l'amico Sammo, questo è sicuramente il più insolito e particolare: certo, non mancano le scene d'azione e i combattimenti (anche se in numero limitato: da ricordare il breve inseguimento fra le moto della polizia e l'auto guidata da Thomas e lo scontro finale fra poliziotti e gangster nel cantiere edile; ma l'unico che è brevemente in grado di battersi alla pari con Jackie nell'uno contro uno è Dick Wei), ma il cuore della vicenda è da un'altra parte, ovvero nel rapporto fra i due fratelli e nella condizione comico-patetica di Dodo, un vero e proprio bambino nel corpo di adulto, che viene sbeffeggiato e maltrattato da tutti coloro che gli stanno intorno, con l'eccezione dei quattro bambini con cui bazzica e gioca per le strade della città. L'interpretazione di Sammo è incredibilmente convincente e a tratti toccante, e nonostante le molte ingenuità nella sceneggiatura si può apprezzare il tentativo di uscire dai soliti cliché del cinema di azione/kung fu per proporre dinamiche e personaggi diversi dal solito. Girato in contemporanea con "Police story", sembra quasi anticipare l'americano "Rain man". Soltanto nella seconda metà del film viene introdotta una sottotrama poliziesca (legata a una valigetta piena di gioielli rubati, che per puro caso finisce nelle mani di Dodo). E naturalmente, com'è tipico del cinema popolare hongkonghese, i generi si mischiano e si compenetrano, passando dal melodramma al comico-demenziale (vedi la scena in cui Dodo deve fingersi il padre di uno dei suoi amici bambini per incontrare il direttore della scuola). Emily Chu è la fidanzata di Thomas, Lam Ching-ying l'istruttore di polizia, Wu Ma il proprietario del ristorante che si prende gioco di Dodo. Fra gli amici di Thomas si riconoscono Mang Hoi, Chin Kar-lok, Yuen Wah e Corey Yuen, mentre fra i "cattivi" ci sono James Tien (il boss), Blackie Ko e Chung Fat (Moose). Yuen Biao ha collaborato come stuntman in alcune scene.

23 aprile 2021

Protector (James Glickenhaus, 1985)

Protector (The Protector)
di James Glickenhaus – USA/Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Danny Aiello
*1/2

Rivisto in divx.

Due poliziotti di New York (Chan e Aiello) si recano a Hong Kong sulle tracce di una ragazza rapita da un trafficante di droga (Roy Chiao). La rintracceranno anche grazie all'aiuto di alcuni amici locali (Peter Yang, Moon Lee, Kim Bass). Secondo tentativo di Jackie Chan di sfondare nel cinema americano, dopo "Chi tocca il giallo muore" del 1980 (se non contiamo i due episodi de "La corsa più pazza d'America", dov'era solo un comprimario): per certi versi siamo di fronte a un prototipo di "Rush Hour", con Danny Aiello nel ruolo della spalla comica. Purtroppo si tratta di un film noioso e convenzionale, un poliziesco senza ritmo e adrenalina, il cui regista e sceneggiatore è visibilmente incapace di sfruttare l'energia e l'estro del protagonista che si ritrova fra le mani (che pure era al culmine della sua forma e nel miglior periodo della sua carriera). Di fatto non ci sono scene degne di nota (Jackie si limita giusto a qualche salto e acrobazia) e i combattimenti sono mostrati al ralenti e mal serviti dal montaggio, mentre l'ambientazione si appoggia a un immaginario scontato, turistico ed esotico della città di Hong Kong come vista da un occidentale. Pare che sul set Jackie si fosse reso conto ben presto del disastro che si stava preannunciando e si sia offerto di dirigere personalmente le scene d'azione, ma Glickenhaus rifiutò. Il risultato è una pellicola senza nerbo, con una sceneggiatura dozzinale, priva di ironia, di sorprese o di personaggi interessanti e con scene slegate le une dalle altre (completamente avulsa dal resto, per esempio, è la lunga parte iniziale ambientata a New York). Jackie rimontò comunque il film per la distribuzione a Hong Kong: la sua versione, rispetto a quella USA, contiene delle sequenze aggiuntive (con Sally Yeh e Hoi Sang Lee) mentre ne elimina altre (tutte le "lungaggini" ma anche le numerose scene con le ragazze nude). E poi, quasi in risposta a questa pellicola, metterà in cantiere il suo "Police story".

21 aprile 2021

Ombre (John Cassavetes, 1959)

Ombre (Shadows)
di John Cassavetes – USA 1959
con Lelia Goldoni, Ben Carruthers, Hugh Hurd
***

Visto in TV (Prime Video).

Tre fratelli, neri ma con diverse tonalità di colore della pelle, abitano insieme a Manhattan: Hugh, il maggiore, fa il cantante nei locali notturni della città e di tutto il paese, e per questo motivo è spesso assente per lavoro; il tormentato Ben, musicista jazz e trombettista, trascorre il suo tempo bighellonando con gli amici a caccia di ragazze; e Lelia, solo ventenne, è aspirante pittrice e scrittrice. Quando incontra il giovane bianco Tony, Lelia se ne invaghisce e fa l'amore con lui per la prima volta: ma il ragazzo, scoprendo la sua origine etnica, ha un momento di riluttanza, e tanto basta a Hugh per cacciarlo via. L'opera prima di Cassavetes, pellicola indipendente finanziata grazie a un appello in radio e con attori reclutati in parte attraverso un annuncio sul giornale (tranne i protagonisti, studenti del corso di recitazione tenuto dallo stesso regista), rappresentò un autentico shock nel mondo del cinema americano dell'epoca, così dominato dagli studios di Hollywood. Qui siamo in tutt'altro ambiente, quello della costa est, e con un metodo di lavoro del tutto nuovo, basato sull'improvvisazione (la didascalia finale recita infatti: "The film you have just seen was an improvisation"), il che lo accumuna alla musica jazz che per molti versi è il filo conduttore della pellicola dal punto di vista formale (la macchina da presa libera, il montaggio rapido e aggressivo, gli "attacchi" dei vari personaggi, i dialoghi realistici). Anche la scelta del tema da trattare, il vissuto quotidiano di personaggi "normali", è quanto mai lontano dall'artificialità e della spettacolarizzazione melodrammatica del cinema di Hollywood, avvicinandosi semmai alla Nouvelle Vague francese (che stava per esplodere in contemporanea) e fornendo – per dirla alla Mereghetti – un "primo assaggio di quella nevrosi newyorkese che tanta parte avrà nel cinema americano anni settanta" (da Woody Allen a Martin Scorsese). E se una relazione interrazziale era ancora tabù nel cinema e nella società americana degli anni cinquanta, a Cassavetes più che del razzismo in sé interessa raccontare del "disorientamento esistenziale" che colpisce un po' tutti, bianchi e neri, giovani e vecchi. Da notare che nella realtà né Lelia Goldoni (di origine italiana) né Carruthers erano afro-americani. Una prima versione del film, girata nel 1957 e proiettata in pubblico nel 1958 con scarso successo, è stata considerata per lungo tempo perduta, prima di essere ritrovata nel 2004. La versione comunemente diffusa è invece la seconda, girata nel 1959 e preferita dallo stesso regista (che riteneva la prima "troppo fredda e intellettuale"). La colonna sonora è in parte opera del jazzista Charles Mingus, con improvvisazioni del sassofonista Shafi Hadi. Tony, il fidanzato bianco di Lelia, è interpretato da Anthony Ray, figlio del regista Nicholas. Apprezzato anche all'estero (vinse un premio della critica alla mostra di Venezia), il film fu responsabile in gran parte della nascita del movimento del cinema d'avanguardia negli Stati Uniti.

20 aprile 2021

Spirits of the air, gremlins of the clouds (A. Proyas, 1989)

Spirits of the air, gremlins of the clouds
di Alex Proyas – Australia 1989
con Michael Lake, Rhys Davis, Norman Boyd
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il misterioso Smith (Norman Boyd), in fuga da qualcuno, attraversa il deserto fino a giungere alla fattoria sperduta dove vivono i fratelli Felix (Michael Lake) e Betty (Rhys Davis). Mentre la donna teme l'arrivo dello straniero che ritiene essere un demone e progetta di mandarlo via, l'uomo, inventore paralitico e ossessionato dal volo, chiede l'aiuto di Smith per costruire una "macchina volante", necessaria per superare l'alta muraglia di montagne invalicabili che circondano il deserto verso nord. L'opera prima (dopo alcuni cortometraggi) di Alex Proyas, per lungo tempo quasi irreperibile (ma è stata restaurata e riproposta in home video nel 2018), è una bizzarra pellicola con soli tre personaggi, visionaria e ricca di suggestioni, a partire dalla fotografia colorata e ipersatura di David Knaus che sembra anticipare certi lavori di Darius Khondji (come i primi film di Jeunet). Lo scenario è quasi un incrocio fra il mondo post-apocalittico di "Mad Max" (sempre di deserto australiano si tratta, in fondo), un western e un manga (vedi anche il trucco e gli abiti eccentrici ma di stampo "nipponico" della sciroccata Betty), con notevoli sottotesti onirici e religiosi (la fattoria dei due fratelli è letteralmente tappezzata di croci), dominato dal tema del volo. Interessante anche la colonna sonora di Peter Miller. Nel complesso è un film originale e fumettoso, interessante anche se dall'andamento lento e statico, che Proyas ha scritto, diretto e prodotto con un budget limitato prima di fare il gran salto a Hollywood dove realizzerà "Il corvo" e "Dark city".

19 aprile 2021

Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

Frank (id.)
di Lenny Abrahamson – Irlanda/GB 2014
con Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal
***

Visto in TV (Prime Video).

Jon (Domhnall Gleeson), giovane musicista e aspirante songwriter, viene assunto per caso come tastierista dai Soronprfbs, scalcinata e stravagante band sperimentale, il cui misterioso e carismatico leader Frank indossa sempre un capoccione gigante di cartapesta che ne nasconde le reali fattezze. Dopo un anno trascorso in un cottage nei boschi irlandesi a scrivere canzoni e a registrare un album, Jon convince Frank e i riottosi membri del gruppo – fra cui l'ostile e aggressiva Clara (Maggie Gyllenhaal), che suona sintetizzatore e theremin – a recarsi in America per partecipare al festival di musica indie South by Southwest: qui, però, i problemi di salute mentale di Frank prenderanno una brutta piega... Ispirato alla storia vera di Chris Sievey (cui il film è dedicato) e del suo alter ego Frank Sidebottom, una pellicola bizzarra e con una qualità surreale che, almeno nella prima parte, la fa accomunare a certi film giapponesi. L'eccentricità di Frank (e un po' di tutta la banda) si scontra con la quotidianità e il realismo dell'ambientazione (che a tratti ricorda i film musicali di John Carney, irlandese come Abrahamson): e se il protagonista (nonché punto di vista dello spettatore) è Jon, la vera figura centrale della storia è senza dubbio Frank, sotto la cui maschera recita (e canta) l'ottimo Michael Fassbender: creativo, geniale, capace di trovare ispirazione in ogni cosa, eppure insicuro e sociopatico, con trascorsi in un ospedale psichiatrico, Frank diventa una figura di riferimento per Jon, che si convince che per diventare un artista di successo bisogna aver avuto un passato di difficoltà e sofferenza (lui invece è vissuto nella noia e nella serenità di una famiglia borghese e di una cittadina tranquilla): scoprirà che non necessariamente è così. A latere, il film affronta anche il tema del conflitto fra la musica più sincera ma ostica al pubblico che Frank suona e quella più commerciale e accessibile che Jon vorrebbe produrre, desiderando (come tutti) "essere amato". Nel cast anche Scoot McNairy (il manager Don, a sua volta problematico), Carla Azar (la batterista) e François Civil (il chitarrista).

18 aprile 2021

Casa Shakespeare (Kenneth Branagh, 2018)

Casa Shakespeare (All is true)
di Kenneth Branagh – GB 2018
con Kenneth Branagh, Judi Dench
**

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver diretto e recitato in moltissime pellicole tratte dalle commedie e dalle tragedie di Shakespeare, Kenneth Branagh interpreta direttamente il grande Bardo in questo biopic incentrato sugli ultimi anni della sua vita, da quando (nel 1613) lasciò definitivamente Londra, le scene teatrali e l'attività di scrittore per fare ritorno al proprio villaggio natale, Stratford-upon-Avon, dove morì tre anni più tardi. La scelta di tornare a casa, dove lo aspettavano la moglie Anne (Judi Dench) e le figlie Susanna (Lydia Wilson) e Judith (Kathryn Wilder), fu dovuta anche all'amarezza per il grande incendio che distrusse il Globe Theatre durante una rappresentazione del suo Enrico VIII (con il titolo alternativo "All is true", da cui il titolo originale di questo film). La pellicola, dall'andamento compassato e austero, non si incentra dunque sull'attività o la produzione letteraria di Shakespeare ma sul suo vissuto famigliare, sul difficile rapporto con la moglie e i parenti, e in particolare sul legame con il figlio Hamnet, morto undicenne di peste e che William sperava potesse seguire le sue orme, ritenendolo estremamente dotato come poeta. Nonostante piccoli colpi di scena e alcune sorprese nel finale, ne esce un personaggio – a dire il vero – poco interessante ("La vostra vita è stata piccola", gli dice il conte di Southampton (Ian McKellen), che invece ammira le sue opere, nella scena forse più significativa del film, quella in cui si suggerisce un amore omosessuale fra i due: in effetti lo scrittore dedicò al lord numerosi sonetti), che si dedica al giardinaggio, si tiene lontano dalle beghe locali e assiste quasi da spettatore ai piccoli problemi delle figlie (la maggiore è sposata con un medico puritano, la minore resiste al corteggiamento di un commerciante di liquori). Nemmeno tanto tra le righe, comunque, si analizza la società del tempo con tutti i suoi difetti (le pressioni religiose, il limitato ruolo della donna). Particolarmente curato l'aspetto visivo del film, con una fotografia iperrealistica. L'uscita in sala è stata annunciata e rinviata più volte: alla fine è arrivato il Covid e la pellicola è finita direttamente in TV.

17 aprile 2021

L'uomo ombra torna a casa (R. Thorpe, 1945)

L'uomo ombra torna a casa (The thin man goes home)
di Richard Thorpe – USA 1945
con William Powell, Myrna Loy
**

Visto in divx.

In visita ai genitori di lui, nella cittadina rurale di Sycamore Springs (nel New England) dove è nato e cresciuto, Nick e Nora Charles (senza il figlio, rimasto "all'asilo", ma con il cagnolino Asta) rimangono coinvolti nell'ennesimo delitto che l'uomo, aiutato a suo modo dalla moglie, dovrà risolvere. Questa volta a essere ucciso sulla soglia della loro casa è un giovane pittore, le cui tele sembrano essere ambite un po' da tutti nel villaggio. Il quinto film della serie dell'uomo ombra, il primo non diretto da W.S. Van Dyke (morto due anni prima), è sempre gradevole ma rappresenta un passo indietro rispetto ai precedenti. La trama gialla, in particolare, è poco interessante, così come i personaggi di contorno (e la risoluzione è sempre la solita: tutti i sospettati riuniti in un'unica stanza, con il colpevole che si rivela essere quello meno atteso). La sceneggiatura (a questo giro è di Robert Riskin e Dwight Taylor, su un soggetto di Riskin e Harry Kurnitz: Dashiell Hammett non è più coinvolto) si incentra soprattutto sulle dinamiche famigliari fra Nick e Nora, e fra il detective e il padre Bertram (Harry Davenport), medico che disapprova il lavoro del figlio. Dopo aver conosciuto la famiglia di Nora (nel secondo film), ora dunque è il turno di quella di Nick, anche se il suo background si rivela ben diverso da quanto suggerito nel romanzo originale (dove era il figlio di un immigrato greco). Un po' spuntate le gag, e assai ridotto (per non dire assente) il consumo di alcol: evidentemente i tempi erano cambiati rispetto agli anni Trenta. Nel cast anche Lucile Watson (la madre di Nick), Gloria DeHaven, Anne Revere, Helen Vinson, Leon Ames, Lloyd Corrigan ed Edward Brophy (in un ruolo diverso rispetto al film originale). Da notare che per la prima volta il titolo della pellicola suggerisce esplicitamente che "l'uomo ombra" sia Nick Charles (ricordiamo che si trattava invece dello scienziato sulla cui scomparsa Nick indagava nel primo film). I personaggi torneranno sullo schermo ancora nel 1947 ("Il canto dell'uomo ombra").

15 aprile 2021

Evita (Alan Parker, 1996)

Evita (id.)
di Alan Parker – USA 1996
con Madonna, Antonio Banderas, Jonathan Pryce
***1/2

Rivisto in DVD.

Questo adattamento cinematografico dell'omonimo musical di Tim Rice (testi) e Andrew Lloyd Webber (musiche), incentrato sulla vita della leggendaria "first lady" argentina Evita Perón, colpisce innanzitutto per gli interpreti. Nelle tre parti principali (le uniche di rilievo, peraltro) troviamo la cantante pop Madonna, non nuova a prove cinematografiche (non sempre ben accolte dalla critica: per questo ruolo, invece, vinse a sorpresa il Golden Globe come attrice), e due attori che danno ottima prova di sé anche come cantanti, l'accalorato spagnolo Antonio Banderas (in un ruolo "multiplo": il musical originale lo accredita come Che Guevara, ma nel film è semplicemente un testimone ubiquo delle vicende della protagonista, alle quale assiste e che commenta – spesso con toni caustici, distaccati o critici – lungo tutto l'arco della sua vita, nei panni di volta in volta di barista, giornalista, contadino, contestatore, ecc.) e il flemmatico britannico Jonathan Pryce (nei panni di Juan Domingo Perón). Ma non è da sottovalutare l'approccio scelto dal regista Alan Parker (non nuovo ai film musicali, avendo già diretto "Saranno famosi" e "Pink Floyd – The Wall", e che ha preso il posto di Oliver Stone, inizialmente legato al progetto), che rinuncia del tutto alla via del "teatro filmato" (tipica di molte pellicole di questo tipo, basti pensare al "Jesus Christ Superstar" tratto da un altro lavoro di Lloyd Webber) in favore di quella cinematografica. "Evita" sembra un film che si svolge nelle strade e nei luoghi reali, non su un palcoscenico. E le immagini accompagnano in modo appropriato ogni cambio di mood della colonna sonora, valorizzando la musica (e venendone valorizzate a loro volta), grazie anche all'ottima ricostruzione storica, alle scene di massa, e all'eccellente fotografia (di Darius Khondji) dai colori caldi e luminosi. Come a sottolineare la natura cinematografica dell'opera, si comincia proprio nella sala di un cinema, nell'Argentina del 1952, quando la proiezione viene interrotta per dare la notizia della morte (a soli 33 anni: come Gesù!) di Evita. E dopo le immagini dell'immenso e sontuoso funerale di stato, con un flashback torniamo indietro a raccontare l'infanzia della nostra protagonista, seguita dalla sua lenta scalata verso il successo e la gloria. L'obiettivo è quello di analizzare come nasce un'icona sociale, senza tralasciare – anche se restano in secondo piano – le questioni politiche (si mostrano le proteste di piazza, la repressione, il fascismo peronista, il torbido passato della stessa ragazza).

Per molti versi Evita è una figura simile al Gesù di "Jesus Christ Superstar", con tanto di connotati religiosi (il suo popolo la venera come una santa), l'ascesa e il calvario, nonché la presenza di un personaggio (lì Giuda, qui il Che) che la osserva dall'esterno e si interroga – o fa interrogare noi spettatori – sulla sua vera natura nel grande schema delle cose, la sua personalità, i suoi desideri, le sue ambizioni. Certo, in assenza di questioni teologiche-metafisiche, la lettura qui è più semplice: la classica ragazza povera che sogna il riscatto e il successo ("La più grande arrampicatrice sociale dopo Cenerentola"), utilizzando ogni mezzo a propria disposizione e, in particolare, il fascino che esercita sugli uomini. Nella prima fase del film, dunque, assistiamo alla sua scalata sfruttando chi credeva di sfruttare lei (dal cantante Magaldi a un fotografo di moda, dal proprietario di una radio a un ufficiale dell'esercito: tutti uomini che vengono sedotti e abbandonati uno dopo l'altro), fino a raggiungere l'obiettivo finale: il colonnello Perón, che proprio grazie a lei diventerà presidente-dittatore dell'Argentina (grazie a una campagna dai toni populisti ma incredibilmente efficaci: la stessa Evita lo presenta alle masse più umili affermando "È uno di voi. Altrimenti come potrebbe amare me?", e in generale la sua salita verso il cielo è vista come il riscatto di tutti gli oppressi, i "descamisados"). La seconda parte ci narra di Evita al potere, del duro scontro con la realtà, dell'amore del popolo e dell'odio delle classi agiate, e infine della malattia e della morte (con la veglia davanti alla Casa Rosada), ricongiungendosi con l'incipit. Quasi privo di dialoghi (tanto da non essere mai stato doppiato in italiano: è uscito anche in sala semplicemente con i sottotitoli), il film si appoggia sulla bellissima colonna sonora dalla vena melodica (anche se non mancano occasionali dissonanze), con influenze latine e rock, ricca di brani iconici come la celeberrima "Don't Cry for Me, Argentina" (il cui tema è preannunciato sin dall'inizio, in "Oh, What a Circus": in generale molte melodie vengono introdotte e poi riprese più volte), "Another Suitcase in Another Hall" (che viene fatta cantare ad Evita, a differenza del musical originale dove era riservata all'amante di Perón), "I'd Be Surprisingly Good For You", "High Flying Adored", "Rainbow High". Webber e Rice hanno anche composto una canzone espressamente per il film, "You Must Love Me", che si è aggiudicata l'Oscar (l'unico vinto dalla pellicola, su cinque nomination). Curiosità: Alan Parker interpreta, in una breve scena, il regista che dirige Evita in una delle sue prove d'attrice.

14 aprile 2021

La collina dei papaveri (Goro Miyazaki, 2011)

La collina dei papaveri (Kokuriko-zaka kara)
di Goro Miyazaki – Giappone 2011
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Orfana di padre, un marinaio morto nella guerra di Corea, la sedicenne Umi (soprannominata "Mer": entrambi i nomi significano "mare" rispettivamente in giapponese e in francese) abita nella vecchia casa dei nonni materni, ora trasformata in un ostello, e frequenta il liceo a Yokohama. Quando conosce Shun, ragazzo più grande di lei di un anno e impegnato attivamente a proteggere dalla demolizione il "Quartier Latin", il vecchio edificio che ospita svariati circoli culturali scolastici, fra i due scatta subito una simpatia reciproca, che sfocia in amore ma si scontra anche con la scoperta che potrebbero essere fratello e sorella... Secondo film da regista per Goro Miyazaki, sicuramente migliore del precedente "I racconti di Terramare". Sceneggiato da suo padre Hayao a partire da un breve shojo manga di Tetsuro Sayama e Chizuru Takahashi, ha fra i suoi punti di forza la ricostruzione ambientale e l'atmosfera quotidiana, retrò e nostalgica (siamo nel 1963), resa meravigliosamente tramite i disegni morbidi, gli scenari curati, una colonna sonora che ingloba canzoni di quegli anni (come la celebre "Sukiyaki" di Kyu Sakamoto) e personaggi simpatici. Peccato per la trama semplicistica e non troppo originale ("Sembra uno sceneggiato di terz'ordine", commentano gli stessi protagonisti). La versione italiana, pur con l'adattamento farraginoso del pessimo Cannarsi, mi è parsa più accettabile del solito (forse qualcuno gli avrà "aggiustato" un po' i dialoghi?). Il titolo fa riferimento alla collina su cui sorge la casa di Umi, che domina le acque del porto e sulla quale la ragazza issa ogni mattina delle bandiere di segnalazione su un pennone. Il quartiere Yamate di Yokohama è tuttora assai noto per le antiche dimore in stile europeo.

13 aprile 2021

The odd one dies (Patrick Yau, 1997)

The Odd One Dies (Liang ge zhi neng huo yi ge)
di Patrick Yau – Hong Kong 1997
con Takeshi Kaneshiro, Carman Lee
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il giovane delinquente Mo (Kaneshiro), taciturno e testa calda, viene assoldato come killer a pagamento per uccidere un gangster thailandese che sta per giungere a Hong Kong. Dopo aver vinto inaspettatamente una forte somma di denaro al gioco, però, Mo decide di "subappaltare" il pericoloso incarico a un'ex detenuta dal passato torbido (Carman Lee). Ma nell'attesa del momento in cui dovranno colpire, i due finiranno per innamorarsi e progetteranno di fuggire all'estero. Prodotto da Johnnie To e scritto da Wai Ka-fai, il primo film di Patrick Yau (regista che nel resto della carriera non combinerà poi molto: dopo altre due pellicole per la Milkyway, "The longest nite" e "Expect the unexpected", si dedicherà per lo più alla tv) è interessante soprattutto sotto l'aspetto stilistico, che a tratti ricorda i primi lavori di Wong Kar-wai (forse anche per la presenza dell'attore protagonista, che per Wong aveva recitato in "Hong Kong Express" e "Angeli perduti"): molto stilizzato, fa ampio uso di inquadrature sghembe, macchina da presa mobile, ricchezza di primi piani e una fotografia notturna e colorata. L'atmosfera dunque non manca, condita da una robusta dose di fatalismo romantico da neo-noir e black humour: ma la storia dei due loser in cerca di una via di fuga dalle proprie miserie appare a tratti un po' troppo disgiunta, fra occasionali tormentoni comici (il boss della triade cui vengono tagliate le dita) alternati a momenti (melo)drammatici.

12 aprile 2021

Il verde prato dell'amore (Agnès Varda, 1965)

Il verde prato dell'amore (Le bonheur)
di Agnès Varda – Francia 1965
con Jean-Claude Drouot, Marie-France Boyer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

François (Drouot) lavora come falegname a Fontenay-sous-Bois, appena fuori Parigi, ed è felicemente sposato con Thérèse, che gli ha dato due figli piccoli. Quando conosce la graziosa commessa delle poste Émilie (Boyer), si innamora anche di lei. Convinto che "la felicità si somma", e che dunque gli è permesso amare le due donne contemporaneamente, confida con totale sincerità i suoi nuovi sentimenti alla moglie durante un picnic sull'erba... Il terzo film di Agnès Varda (e il primo a colori) racconta con leggerezza l'illusione (maschile) della libertà amorosa e della condivisione aperta della propria felicità, in un contesto quasi idilliaco e bucolico, sottolineato dalla colonna sonora con musiche di Mozart e dal montaggio sbarazzino, che si fa spezzettato a seconda dello stato d'animo dei personaggi (vedi per esempio il momento dell'incontro di François ed Émilie sulla soglia dell'appartamento di lei). Molto interessante anche la fotografia, che punta sui colori primari (verde, giallo, rosso) come per rispecchiare le varie stagioni (la storia si svolge dalla primavera all'autunno) e che rende le scene in campagna quasi dei dipinti di Renoir. Naturalmente la tragedia farà capolino all'improvviso, a indicare che si trattava solo di un'illusione. Da notare che i membri della famiglia Chevalier (François, la moglie e i due bambini) sono interpretati da una vera famiglia (Jean-Claude, Claire, Olivier e Sandrine Drouot). Orso d'argento al festival di Berlino.

11 aprile 2021

Aliens of the deep (James Cameron, 2005)

Aliens of the deep (id.)
di James Cameron e Steven Quale – USA 2005
con James Cameron, Dijanna Figueroa
**

Visto in divx.

In compagnia di alcuni biologi marini, ma anche di scienziati dello spazio (perché l'esplorazione dell'ignoto sulla Terra è simile a quello su altri pianeti), James Cameron viaggia in diversi siti nell'Oceano Atlantico e Pacifico per immergersi con un mini-sottomarino e osservare le creature che vivono negli abissi, veri e propri "alieni" come quelli che, immagina, potrebbero trovarsi su altri mondi. Dopo "Expedition: Bismarck" e "Ghosts of the abyss", il regista continua a coltivare e a sguazzare nelle sue passioni con un altro documentario sul tema dell'esplorazione subacquea. Stavolta l'obiettivo non è il relitto di una nave, ma semplicemente la fauna (compresi batteri e molluschi!) che vive nei luoghi più remoti del nostro pianeta, a chilometri di profondità sotto il livello del mare, in particolare in corrispondenza di particolari conformazioni geologiche come i camini idrotermali: creature a tratti irreali, spesso sconosciute, e dall'aspetto decisamente "alieno". Non mancano divagazioni sulla tecnologia, sulle missioni della NASA (come l'invio dei rover su Marte o le ipotetiche esplorazioni di Europa) e la ricerca di vita extraterrestre, argomenti su cui il documentario specula e si interroga (con tanto di ricostruzione digitale: il film si conclude immaginando l'incontro con una razza di alieni sottomarini sul satellite di Giove). Nel complesso interessante, anche se salta un po' di palo in frasca e non approfondisce veramente l'argomento della vita sottomarina se non a livello di suggestione (si confronti per esempio con "Atlantis" di Luc Besson). Alla regia è accreditato anche Steven Quale, già direttore della seconda unità in "Titanic".

10 aprile 2021

Ghosts of the abyss (James Cameron, 2003)

Ghosts of the Abyss (id.)
di James Cameron – USA 2003
con Bill Paxton, James Cameron
**

Visto in divx.

"Tu lasci il Titanic, ma lui non lascia mai te". Nel 2001, quattro anni dopo l'uscita del film che gli regalò una (meritata) montagna di Oscar, James Cameron torna sul luogo dell'affondamento del celebre transatlantico per esplorarne il relitto sul fondale marino grazie a nuove tecnologie, in particolare i mini-sommergibili Mir della nave oceanografica Akademik Keldysh e i due robot dotati di videocamera Jake ed Elwood progettati da suo fratello Mike. Ad accompagnarlo, e a fungere da voce narrante, ci sono l'attore Bill Paxton (che nel film interpretava il cacciatore di tesori Brock Lovett) più numerosi scienziati, ricercatori e storici. Si sa, le immersioni subacquee e il Titanic sono due pallini del regista canadese, che in questo documentario (uscito nelle sale in 3D, e "rimpolpato" fino a un'ora e mezza di durata per la distribuzione in home video) cerca di coinvolgere anche uno spettatore che però, se non condivide la passione per l'argomento, rischia di annoiarsi. Non che il documentario non sia fatto bene o esaustivo: il problema è che non racconta nulla di davvero nuovo e di importante sulla nave, sui personaggi a bordo e sul loro destino che non si fosse già detto o compreso a sufficienza nel film del 1997. Chi ha visto quello, troverà questo ridondante (a meno di non appassionarsi alle vicissitudini degli scienziati che cercano di recuperare i robot sottomarini con cui hanno perso brevemente i contatti). L'anno precedente Cameron aveva realizzato un documentario simile su un'altra nave, la tedesca Bismarck, e due anni più tardi tornerà nelle profondità oceaniche a osservarne le forme di vita ("Aliens of the deep").

9 aprile 2021

Expedition: Bismarck (James Cameron, 2002)

Expedition: Bismarck
di James Cameron, Gary Johnstone – USA 2002
con James Cameron, Mike Cameron
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Documentario televisivo (realizzato per Discovery Channel) in cui James Cameron, in compagnia del fratello Mike (che ha progettato due robot dotati di videocamera per le riprese sottomarine, ribattezzati Jake ed Elwood, come i Blues Brothers!), di alcuni storici e di un gruppo di superstiti del naufragio, va alla ricerca del relitto della nave da battaglia tedesca Bismarck, affondata dalla flotta inglese al largo delle coste francesi nel 1941, in piena seconda guerra mondiale. In effetti lo scafo era già stato individuato sul fondale dell'Oceano Atlantico nel 1989, ma qui per la prima volta viene raggiunto ed esplorato da vicino, grazie alla nave oceanografica russa Akademik Keldysh e ai suoi mini-sommergibili chiamati Mir. Il film ne ricostruisce la dinamica dell'affondamento, oltre a raccontarne le ultime ore attraverso le testimonianze dei sopravvissuti (soltanto un centinaio di membri dell'equipaggio, su oltre 2200 che erano a bordo, riuscirono a salvarsi) e brevi filmati con attori ed effetti speciali. Le vicende sono anche collocate nel più ampio contesto della guerra e del tentativo dei tedeschi di controllare il traffico navale attorno alla Gran Bretagna. La voce narrante è quella di Lance Henriksen (che per Cameron aveva recitato in "Piraña paura", "Terminator" e "Aliens"). Da notare che la spedizione è stata effettuata nel maggio del 2002, dunque otto mesi dopo quella analoga che il regista canadese, sempre a bordo della stessa nave e con il medesimo equipaggiamento, aveva compiuto per esplorare nuovamente il Titanic, quattro anni dopo il suo celebre film, e che sarà narrata in un altro documentario (stavolta in 3D e distribuito nelle sale cinematografiche), "Ghost of the abyss".

8 aprile 2021

Voglio danzare con te (M. Sandrich, 1937)

Voglio danzare con te (Shall we dance)
di Mark Sandrich – USA 1937
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**1/2

Visto in divx.

Il ballerino classico Peter P. Peters (Astaire), che sulle scene si fa passare per il russo "Petrov", si innamora della danzatrice di varietà Linda Keene (Rogers) e la segue da Parigi a New York. Per via di un equivoco, tutti però si convincono che i due si siano sposati in segreto. L'unico metodo per risolvere la situazione, pensano, è quello di sposarsi veramente per poi divorziare... Settimo film di Fred e Ginger, il quarto diretto da Sandrich: a questo giro il valore aggiunto sono le musiche di George Gerschwin, con canzoni (su testi di Ira Gerschwin) come "They Can't Take That Away from Me" e "Let's Call the Whole Thing Off" (con il celebre verso "You like tometo, and I like tomato..."), nonché svariati numeri di ballo, anche se rispetto alle altre pellicole della coppia qui i due danzano relativamente poco insieme, giusto nella sequenza della grande sala da pranzo dell'albergo (dopo quasi un'ora di film!). In generale la partitura sinfonica gioca a mescolare la musica classica e il jazz, che rappresentano i due personaggi. Altre sequenze di danza sono quelle nella sala macchine della nave ("Slap That Bass", con Fred che balla il tip tap accompagnato da una banda di musicisti di colore, che ricorda un numero analogo di "Seguendo la flotta") e quella finale, dove a fianco di Astaire non c'è Rogers ma la ballerina Harriet Hoctor (accreditata nei panni di sé stessa), seguita da un gruppo di venti coriste con la maschera di Linda. Edward Everett Horton (l'impresario di Petrov) ed Eric Blore (l'usciere dell'albergo a New York) forniscono il consueto supporto comico. Nel cast anche Jerome Cowan (amico e impresario di Linda, che complotta affinché non lasci le scene), Ketti Gallian (l'ex partner di Petrov, che sparge la falsa voce del suo matrimonio) e William Brisbane (il corteggiatore di Linda). Coreografie di Astaire, Hermes Pan e Harry Losee.

7 aprile 2021

Amores perros (Alejandro G. Iñárritu, 2000)

Amores perros (id.)
di Alejandro González Iñárritu – Messico 2000
con Gael García Bernal, Emilio Echevarría
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Tre storie di persone e di cani (perros, parola che in spagnolo, come in italiano, può essere usata come aggettivo denigrativo: "amori cattivi") si intrecciano a Città del Messico. Il giovane Octavio (Gael García Bernal), innamorato di Susana (Vanessa Bauche), moglie del suo violento fratello Ramiro (Marco Pérez), sogna di fuggire con lei e a questo scopo comincia a procurarsi il denaro necessario facendo combattere il suo cane Kofi in un ring di combattimenti clandestini. La fotomodella Valeria (Goya Toledo), dopo aver perso l'uso delle gambe in un incidente stradale, vede incrinarsi il rapporto con l'amante Daniel (Álvaro Guerrero) anche per le peripezie del suo cagnolino Richie nel nuovo appartamento della coppia. Il barbone El Chivo (Emilio Echevarría), che si procura da vivere per sé e per i suoi numerosi cani lavorando come sicario per un corrotto agente di polizia (José Sefami), cerca di riallacciare i rapporti con la figlia che aveva abbandonato vent'anni prima per andare a fare il guerrigliero. Pellicola d'esordio per Iñárritu, scritta dall'amico Guillermo Arriaga, con cui collaborerà anche nei due lavori successivi ("21 grammi" e "Babel"). Come quelli, anche questo è un film corale con numerosi personaggi e storie che si intrecciano, al punto da non consentire una semplice divisione in tre parti: situazioni e protagonisti di ciascuna delle vicende appaiono anche nelle altre due, con diversi punti di contatto (in particolare l'incidente stradale che cambia il destino di tutti), in maniera non dissimile da "Prima della pioggia" e "Pulp fiction". Il tema principale è quello della fedeltà e del tradimento, evidente non solo nei rapporti con i cani ma anche fra le persone, spesso imparentate fra loro: da fratelli che si odiano (Octavio e Ramiro, ma anche il mandante e la vittima dell'omicidio che viene commissionato al Chivo) a coniugi che si tradiscono (Susana e Ramiro, Daniel e la moglie). E la violenza fa capolino da ogni parte, mescolata all'amore, spesso trasfigurata nel rapporto con gli animali. E così c'è chi uccide od odia le persone ma ama i cani (El Chivo) e chi li sfrutta soltanto per far soldi (Mauricio (Gerardo Campbell), il "rivale" di Octavio), cani che a loro volta rispecchiano il ventaglio di ruoli e sfumature dei personaggi umani. Esemplare Kofi, il rottweiler di Octavio, che si rivela un killer talmente spietato da innescare un cambiamento nel Chivo e costringerlo a ripensare la propria esistenza. Piuttosto lungo, è un film duro, spietato e intenso, adrenalinico e cruento, capace però di raccontare storie che scuotono nel profondo, senza divisioni nette fra bene e male o fra buoni e cattivi, dove le persone si comportano come cani e viceversa. Da guardare, magari, a fianco del "Dogman" di Garrone. Le sequenze dei combattimenti fra cani sono impressionanti, ma a quanto pare sono simulate: un cartello nel finale sottolinea che a nessun animale è stato recato danno durante le riprese. Grande successo di critica, con premi a numerosi festival e nomination agli Oscar per il miglior film straniero: sia il regista, sia lo sceneggiatore, sia l'attore protagonista (García Bernal) avvieranno da qui una fortunata carriera hollywoodiana.

6 aprile 2021

Birds of prey (Cathy Yan, 2020)

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (Birds of Prey (and the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn))
di Cathy Yan – USA 2020
con Margot Robbie, Ewan McGregor
**

Visto in TV (Now Tv).

Lasciata dall'amato Joker, la psicopatica Harley Quinn (Margot Robbie) decide che è l'occasione giusta per cambiare vita e mettersi in proprio. Sulle tracce di un prezioso diamante/MacGuffin, inghiottito dalla giovane borseggiatrice Cassandra Cain (Ella Jay Basco) e concupito dal boss criminale Roman Sionis/Maschera Nera (Ewan McGregor), sarà costretta ad allearsi con altre super(anti-)eroine, quali Black Canary (Jurnee Smollett-Bell), la Cacciatrice (Mary Elizabeth Winstead) e la detective di polizia Renee Montoya (Rosie Perez). Narrato (in maniera disgiunta) dalla protagonista in prima persona, e rivolgendosi direttamente agli spettatori, un film che rispetto al precedente "Suicide Squad" – dove era stato introdotto il personaggio – schiaccia più esplicitamente sul pedale della commedia action/supereroistica alla "Deadpool" (o "Kick-Ass"): un divertimento decerebrato (e femminista: le eroine sono tutte donne, i cattivi tutti uomini e spesso picchiati senza pietà), stupido e irriverente, certo, ma pur sempre divertimento. Il ritmo frenetico senza pause, la natura anarchica del personaggio principale, i costumi punk e colorati, il profluvio di gag e battutine (anche visive: si pensi alle tante scritte o ai disegnini in sovrimpressione), un pizzico di understatement e i tocchi cinici e grotteschi arricchiscono una trama generica che sembra solo un pretesto per far interagire i vari personaggi. Anche le sequenze d'azione non vanno prese sul serio: l'abbondante violenza, in fondo, è sempre da cartone animato. Fra le tante citazioni, da segnalare quella alla Marilyn de "Gli uomini preferiscono le bionde". Pur essendo ambientato a Gotham City, nel film non appaiono né il Joker né Batman (ma sono menzionati). Harley Quinn, senza le Birds of Prey, tornerà in "The Suicide Squad - Missione suicida".