2 agosto 2021

Jumanji (Joe Johnston, 1995)

Jumanji (id.)
di Joe Johnston – USA/Canada 1995
con Robin Williams, Bonnie Hunt
**1/2

Rivisto in divx.

"Jumanji" (parola zulu di incerto significato) è un misterioso gioco da tavolo a tema africano, simile al gioco dell'oca, che magicamente materializza nel mondo reale gli animali selvaggi o i pericoli di varia natura (comprese alluvioni e terremoti!) che corrispondono alle varie caselle in cui si fermano le pedine. L'unico modo per far sparire questi effetti è quello di terminare il gioco con la vittoria di uno dei partecipanti. Purtroppo non è quanto accaduto al giovane Alan Parrish (Adam Hann-Byrd), che nel 1969 fu risucchiato "nella giungla" a causa di uno sfortunato tiro di dadi, uscendone fuori soltanto ventisei anni più tardi, e ormai adulto (Robin Williams), grazie all'intervento di Judy (una Kirsten Dunst tredicenne!), ragazzina ricca di immaginazione, e di suo fratello Peter (Bradley Pierce), due orfani giunti ad abitare nella sua vecchia casa e che hanno continuato la partita da lui interrotta. Ispirato a un libro illustrato di Chris Van Allsburg, un film d'avventura ricco di effetti speciali: gli animali selvaggi (leoni, rinoceronti, scimmie...), in particolare, sono tutti realizzati in computer grafica dalla Industrial Light & Magic, in uno dei primi casi di uso estensivo della CGI in un prodotto hollywoodiano: se visto oggi il realismo delle creature lascia un po' a desiderare, all'epoca fu decisamente rivoluzionario. Pur trattandosi di un film per famiglie, non mancano momenti spaventosi (i "pericoli" del gioco fanno a tratti davvero paura, così come l'anarchia e la distruzione che seminano nella cittadina) o più cupi (si parla esplicitamente della morte dei genitori); sul versante prettamente comico vanno invece annoverate le peripezie del poliziotto Carl Bentley (David Alan Grier) con la sua automobile progressivamente danneggiata dai vari animali. Bonnie Hunt è Sarah, l'amica che iniziò il gioco con Alan; Bebe Neuwirth è Nora, la zia dei due bambini; Jonathan Hyde interpreta il doppio ruolo del padre di Alan e del cacciatore di safari Van Pelt. Curiosità: come protagonista Tom Hanks era la prima scelta del regista, che temeva le proverbiali improvvisazioni di Williams. Amato dal pubblico (ma non altrettanto dalla critica), il lungometraggio darà origine a una serie televisiva animata (1996-98) e a una sorta di sequel spirituale ("Zathura" del 2005), prima di essere riletto in chiave moderna (un videogioco anziché un board game) a partire dal 2017 in una serie di nuovi film con Dwayne Johnson e Jack Black.

31 luglio 2021

Nomadland (Chloé Zhao, 2020)

Nomadland (id.)
di Chloé Zhao – USA 2020
con Frances McDormand, David Strathairn
***

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo la morte del marito e la chiusura della miniera in cui lavorava (che ha portato all'abbandono della cittadina in cui risiedevano: siamo attorno al 2012, negli anni della grande crisi economica), Fern ha iniziato a vivere da "nomade", spostandosi e dormendo in un furgone (van) che è di fatto la sua casa, viaggiando per l'America occidentale, guadagnandosi da vivere con lavoretti temporanei e contando sulla solidarietà incrociata delle altre persone che hanno scelto il suo stesso stile di vita. Dico "scelto", nonostante i disagi e i pochi mezzi a disposizione, perché le occasioni per rimettere radici da qualche parte non mancherebbero, date le offerte che ogni tanto giungono da parenti o da amici di stabilirsi presso di loro. Ma il desiderio di indipendenza e di assaporare la libertà di muoversi dove e come si vuole, la paura del futuro o la disillusione per i rapporti sociali di lunga data e verso un mondo dominato dal capitalismo, impediscono a lei – e ai tanti altri come lei – di rinunciare a questa vita. Al terzo film (e dopo il già notevole "The rider", che le era valso un contratto con la Marvel per dirigere uno dei prossimi cine-comic, "Eternals": la lavorazione di questo è proceduta in parallelo con la pre-produzione di quello), la regista sino-americana Chloé Zhao ha fatto il botto: Leone d'Oro a Venezia e premio Oscar per il miglior film (forse facilitato anche dalla ridotta concorrenza per via della lunga chiusura dei cinema per il Covid). Ispirato a un libro-inchiesta della giornalista Jessica Bruder – che per diversi mesi ha vissuto in un camper, aggregandosi a comunità di "nomadi" costretti dalle difficoltà economiche a spostarsi di città in città per gli Stati Uniti in cerca di lavoro – il film si sviluppa senza trama, fatto di tanti piccoli momenti ed episodi, risultando a tratti quasi documentaristico (e di fatto lo è: documenta una realtà). Al centro c'è sempre il personaggio di Fern, interpretato da una straordinaria Frances McDormand (anche lei premiata con l'Oscar, così come la regista), umanissima ed "eccentrica, audace e sincera" (come la definisce la sorella), mentre la pellicola stessa ha toni misurati, senza mai sfociare nel pretenzioso o nel melodrammatico (ed è questa la sua forza). Attorno alla protagonista si muovono pochi personaggi ricorrenti, come quelli interpretati dall'attore David Strathairn e da alcuni veri "nomadi" (Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells). Notevoli inoltre i paesaggi, gli scenari e le ambientazioni, praticamente sempre extraurbani, che restituiscono un'immagine dell'America più "pura" e immacolata (per esempio i suoi parchi naturali).

29 luglio 2021

Zabriskie Point (Michelangelo Antonioni, 1970)

Zabriskie Point (id.)
di Michelangelo Antonioni – Italia/USA 1970
con Mark Frechette, Daria Halprin
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Accusato ingiustamente di aver sparato a un poliziotto durante una manifestazione all'università (sono gli anni delle contestazioni contro la guerra in Vietnam e delle violenze della polizia contro i neri), Mark (Frechette), studente di Los Angeles, ruba un piccolo aereo da turismo e fugge verso la Death Valley. Qui, nel deserto, incontra la giovane segretaria Daria (Halprin), che si sta recando in auto verso Phoenix. Faranno l'amore nudi sulla sabbia a Zabriskie Point, antica e particolare conformazione geologica fra colline di gesso e di borace. Dopo che il ragazzo sarà tornato in città e sarà ucciso dalla polizia, Daria porterà avanti a modo proprio la sua lotta contro il sistema e il conformismo, facendo esplodere con l'immaginazione la casa modello del suo boss, uno speculatore edilizio, situata proprio in mezzo al deserto. Il secondo film in lingua inglese di Antonioni (questa volta girato in America) è uno dei suoi lavori più iconici e al tempo stesso più controversi e meno universalmente acclamati (fu detestato, per esempio, dalla critica negli Stati Uniti, che lo trovò banale e qualunquista). Se in "Blow up" il regista ferrarese (anche sceneggiatore, insieme a Tonino Guerra, Sam Shepard, Clare Peploe e Fred Gardner) aveva sfruttato il contesto della Swinging London e del mondo della fotografia e della moda per riflettere sui concetti di realtà e della relatività delle esperienze sensoriali, qui fa qualcosa di simile, partendo dalle pulsioni anarchiche e dalle contestazioni giovanili per parlare più in generale di ribellione, fuga, libertà e autodeterminazione. E quale luogo migliore di un deserto (come vedremo anche in "Fandango"), della Valle della Morte, per allontanarsi da una società in cui si sta stretti o non ci si riconosce più, e cercare sé stessi? Da notare che Mark si trova a poco agio persino fra i suoi compagni rivoluzionari: nella sua anarchia è individualista, oltre ogni regola o vincolo. Come sempre, poi, in Antonioni il discorso si allarga a livelli universali che vanno oltre la situazione concreta, e non casualmente le due scene più celebri del film (l'amore nel deserto, la casa che esplode) si venano entrambe di sfumature surreali e visionarie. Nel primo caso, i due giovani amanti sono man mano attorniati da innumerevoli altre coppie che si abbracciano appassionatamente: "residui" di altre persone che sono state lì ad amarsi in passato, oppure – più probabile – un segno che i due protagonisti rappresentano un po' tutti i ragazzi che in quel momento si battono contro un sistema oppressivo e valori in cui non si riconoscono? Nel secondo caso, l'esplosione è tutta nella mente della protagonista, e viene mostrata più volte (da angolazioni diverse) e poi al rallentatore, mentre stanze, oggetti ed elettrodomestici deflagrano (la piscina, il guardaroba, la televisione, il frigorifero, la libreria) e i loro frammenti colorati volteggiano nell'aria, accompagnati dalla musica dei Pink Floyd (il tutto è un'evidente critica alla società dei consumi). La bella colonna sonora comprende anche brani dei Grateful Dead, dei Kaleidoscope e di Jerry Garcia. La fotografia, che sfrutta nel migliore dei modi i paesaggi vasti e spettrali della Death Valley, è di Alfio Contini. I due attori protagonisti erano esordienti e non professionisti (e i personaggi hanno i loro stessi nomi).

28 luglio 2021

Hannibal (Ridley Scott, 2001)

Hannibal (id.)
di Ridley Scott – USA 2001
con Anthony Hopkins, Julianne Moore
*1/2

Rivisto in TV (Netflix).

A dieci anni di distanza dal loro incontro, l'agente dell'FBI Clarice Starling (Julianne Moore, che sostituisce Jodie Foster) è ancora ossessionata dallo psicopatico Hannibal "The cannibal" Lecter (Anthony Hopkins), che nel frattempo si è rifugiato in Italia, a Firenze, nei panni di un accademico e cultore del Rinascimento. Qui l'uomo viene riconosciuto da un detective locale, Rinaldo Pazzi (Giancarlo Giannini), che anziché segnalarlo alla polizia vorrebbe consegnarlo – in cambio di una ricompensa – al vendicativo milionario Mason Verger (Gary Oldman), unica "vittima" di Lecter a essere sopravvissuta, sia pure con il volto orrendamente sfigurato. Sarà proprio Clarice a salvarlo... Purtroppo era inevitabile: l'enorme successo de "Il silenzio degli innocenti", l'adattamento cinematografico del secondo romanzo di Thomas Harris incentrato sul personaggio di Hannibal (che pure non era il protagonista di nessuno dei due libri, ma solo una figura di contorno, per quanto importante!), ha spinto lo scrittore a mettere il serial killer cannibale al centro del suo lavoro successivo (a partire dal titolo), rendendolo di fatto il protagonista della storia e cambiando completamente le regole e i rapporti che avevano fatto la fortuna dei romanzi precedenti (compreso quello d'esordio, "Il delitto della terza luna"). Se un sequel doveva esserci, forse era meglio non riportare in scena Clarice e introdurre un terzo detective (Rinaldo Pazzi come protagonista sarebbe andato benissimo). E pur non controverso come il libro (nel quale Starling diventava in tutto e per tutto amante e complice di Lecter), anche il film disturba su più livelli, e non sono poche le cose che danno fastidio. A cominciare da una rappresentazione stereotipata di Firenze, città turistica e ancora imbevuta di cultura rinascimentale, ma solo a un livello superficiale: quel tanto che basta per dare un'idea di cultura "alta" e raffinata agli occhi di un americano, ma in realtà soltanto dozzinale (vedi per esempio la finta opera, scritta per l'occasione). Attorno a Lecter, poi, quasi tutti i personaggi appaiono sgradevoli, se non disgustosi, anche perché devono risultare più abietti di lui, e dunque "meritarsi" la brutta fine: da Verger (e i suoi uomini) ai dirigenti dell'FBI che ostracizzano Clarice, fino all'agente del dipartimento di giustizia Paul Krendler (Ray Liotta), protagonista della disgustosa scena finale in cui il suo cranio viene scoperchiato (e il suo cervello mangiato) da Hannibal. Julianne Moore, solitamente ottima, dà l'impressione di trovarsi a poco agio nello scimmiottare la Foster (che ha rinunciato alla parte dopo aver letto il romanzo, e lo stesso vale per Jonathan Demme e Ted Tally, rispettivamente regista e sceneggiatore del "Silenzio degli innocenti", che si sono tirati fuori dal sequel). Nel cast anche Francesca Neri (la moglie di Pazzi), Enrico Lo Verso, Fabrizio Gifuni e Željko Ivanek. Quanto a Gary Oldman, irriconoscibile sotto il make up di Verger, non è stato accreditato nei titoli. La sceneggiatura di David Mamet e Steven Zaillian ha le sue lungaggini ed è didascalica (a volte sembra che i personaggi parlino allo spettatore anziché fra di loro), ma almeno ha il pregio di cambiare in meglio la seconda parte del libro; la regia di Scott, appena reduce dai fasti del "Gladiatore", è di maniera. Brutto il doppiaggio italiano, che diventa orrendo nei momenti in cui a parlare sono gli attori italiani (con un evidente "scarto" rispetto a quelli americani). Nonostante le perplessità della critica, il film ha ottenuto un ottimo riscontro al botteghino, il che ha portato alla realizzazione di un remake del primo capitolo ("Red dragon"), stavolta con Hopkins, e di un prequel ("Hannibal Lecter - Le origini del male").

27 luglio 2021

Superstizione andalusa (S. de Chomón, 1912)

Superstizione andalusa (Superstition andalouse)
aka Soñar despierto (Rêver réveille)
di Segundo de Chomón – Spagna/Francia 1912
***

Visto su YouTube.

Dopo aver cacciato via in malo modo una zingara che voleva leggere la mano al suo fidanzato Pedro, la giovane Juanita si immagina la vendetta della donna (tutto il film è di fatto un suo sogno a occhi aperti), che manda tre banditi a rapire l'uomo e a condurlo nel proprio antro, per poi terrorizzarlo con apparizioni magiche e infine conquistarne l'amore. Terminato il sogno, Juanita richiama a sé la zingara e si riconcilia con lei. Eccezionale "canto del cigno" per Chomón, un film che secondo alcuni storici del cinema potrebbe aver ispirato addirittura Luis Buñuel e Salvador Dalì (che ne scimmiotteranno il titolo nel loro celebre "Un chien andalou"). Pur rimanendo sotto contratto con la Pathé, nel 1910 il regista spagnolo era tornato in patria e aveva dato vita a una casa di produzione indipendente a Barcellona, la Ibérico Films, le cui pellicole venivano poi mandate in Francia per il montaggio finale e la colorazione a mano. La Ibérico avrà però vita breve: questa "Superstizione andalusa" è l'ultima sua produzione, prima che Chomón si trasferisse in Italia dal 1912, dove si occuperà per lo più di effetti speciali (anche in colossal quali "Cabiria"). Nonostante qualche ingenuità residua del cinema dei primordi (l'influenza di Méliès ha contraddistinto tutta la carriera di Chomón), il cortometraggio brilla tecnicamente nella fusione fra la narrazione e gli effetti ottici (che produce un mix di concretezza e oniricità), nell'ottimo uso dei colori (in particolare nella copia restaurata, dove appaiono assai realistici, sicuramente più della media dei lavori dell'epoca), degli ambienti e della profondità di campo. E se a livello di montaggio e di movimenti di macchina non offre particolari innovazioni (se lo paragoniamo ai coevi lavori di Griffith e della nuova generazione di cineasti che stava nascendo), sono però da segnalare gli zoom sul volto della protagonista Juanita (in avanti all'inizio, indietro alla fine) rispettivamente quando comincia e termina il sogno a occhi aperti. Interessante anche il soggetto, con Juanita che in preda ai sensi di colpa, in un certo senso, si "punisce da sola" (la vendetta della zingara non mira a farle del male direttamente, ma a sottrarle l'innamorato). La vicenda immaginata si divide in una prima parte "avventurosa" (il rapimento di Pedro, l'inseguimento a cavallo nel bosco e al guado, la sparatoria) che sembra un western (!), e una seconda che si rifà più propriamente al "cinema delle attrazioni" con le varie stregonerie della zingara realizzate attraverso trucchi ottici (sovrimpressioni e simili): dai fantasmi che si materializzano alle creature mostruose contenute negli alambicchi.

26 luglio 2021

Il ladro invisibile (Segundo de Chomón, 1909)

Il ladro invisibile (Le voleur invisible)
di Segundo de Chomón [e Ferdinand Zecca] – Francia 1909
***

Visto su YouTube.

Acquistata una copia de "L'uomo invisibile" di H.G. Wells su una bancarella di libri usati, un uomo si prepara e poi beve la pozione dell'invisibilità (la cui ricetta era sulle pagine del libro!). E toltisi i vestiti, si introduce in una ricca dimora per rubare denaro e oggetti preziosi. Non contento, dopo essersi rivestito (con una maschera sul volto), rapina anche alcuni passanti. Due poliziotti lo inseguono fino a casa, ma nella colluttazione il ladro si sbarazza degli abiti e, nuovamente invisibile, agita sedie e oggetti, mettendo in fuga le forze dell'ordine. Sfruttando le tecniche di animazione stop motion già abbondantemente utilizzate in precedenza (per esempio ne "L'hotel elettrico") e abbinandovi effetti ottici (come la sovrimpressione), Chomón dà vita a quello che forse è stato il primo "uomo invisibile" sul grande schermo, precedendo in questo Claude Rains e James Whale di ben 24 anni. A parte la trama lineare (con il lieto fine per il malfattore, che non viene punito per i suoi furti: in questo anticipa forse il Fantômas dei serial diretti da Louis Feuillade a partire dal 1913), la breve pellicola (meno di sei minuti) è riuscitissima, potendo sfoggiare effetti di ottima fattura (per l'epoca, naturalmente), un ritmo serrato e un sense of wonder finalizzato per una volta alle esigenze narrative (cosa che non sempre era scontata nel cinema dei pionieri, nemmeno nei lavori di Méliès, modello di riferimento di Chomón). È curioso come gli stessi trucchi che in altri lavori (come "La locanda stregata" dello stesso Méliès o "The haunted hotel" di James Stuart Blackton) erano utilizzati per creare spavento o suggestioni spiritiche, siano qui piegati a scenari più quotidiani, concreti o comunque "scientifici": non ci sorprendiamo nel vedere gli oggetti muoversi da soli o fluttuare in aria perché "sappiamo" che a muoverli è un uomo invisibile, lì presente (anche se non lo vediamo!), e non forze misteriose o soprannaturali. Degno di nota inoltre il riferimento esplicito al libro di Wells (anche se il film non è un suo adattamento).

24 luglio 2021

Tenet (Christopher Nolan, 2020)

Tenet (id.)
di Christopher Nolan – USA/GB 2020
con John David Washington, Elizabeth Debicki
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Un agente della CIA (Washington: il nome del personaggio non viene mai pronunciato nel film, è semplicemente "il protagonista") è reclutato da Tenet, una misteriosa organizzazione che indaga su armi e altri oggetti caratterizzati da "entropia invertita", ovvero capaci di muoversi all'indietro nel tempo (per esempio, i proiettili viaggiano dal bersaglio fino alla pistola che li ha sparati). A quanto pare questi oggetti e la loro tecnologia provengono dal futuro, e il responsabile della loro importazione nel presente (dove potrebbero causare una guerra nucleare) è l'oligarca russo Andrei Sator (Kenneth Branagh). Per avvicinarlo, il protagonista – coadiuvato dal collega Neil (Robert Pattinson) – utilizza la moglie dell'uomo, Kat (Elizabeth Debicki), con cui è in rotta, coinvolgendola in una pericolosa missione... Il nuovo, cervellotico film di Nolan, sulla falsariga di "Inception", "Memento" e "The Prestige", si basa essenzialmente su un gimmick che, devo dirlo, è a suo modo affascinante: quello di combinare sequenze e scene d'azione in modalità palindromica (ovvero, che si possono leggere da entrambi i versi). Non solo gli oggetti, ma anche alcuni personaggi si muovono indietro nel tempo, mentre altri vanno normalmente in avanti: la loro interazione dà così vita a sequenze curiose (e spesso difficili da interpretare, anche se gli effetti speciali fanno il loro meglio per darcene una rappresentazione visiva), come un inseguimento in auto o una battaglia campale (con "manovra a tenaglia temporale") dove non sempre le cause precedono gli effetti. Molte di queste scene le rivedremo due volte, prima in un "senso" e poi nell'altro: e naturalmente c'è anche un combattimento a mani nude del protagonista contro sé stesso (che, dal suo punto di vista, avviene in momenti diversi). Al di là di questa trovata, però, e nonostante l'eccellente confezione tecnica (premiata con l'Oscar per i migliori effetti visivi e una nomination per le scenografie), il film non ha molti motivi di interesse: le svolte sono meccaniche, improbabili e spesso puramente funzionali alla trama, i personaggi e le loro caratterizzazioni mancano di profondità o sono quelli di un thriller di spionaggio come tanti, e lo stesso vale per le numerose location internazionali (fra cui spicca la Costiera Amalfitana). Il titolo del film rivela in sé l'ispirazione della sceneggiatura: la celebre frase palindromica latina "Sator Arepo Tenet Opera Rotas", di cui la parola "Tenet" è il centro attorno cui avviene l'inversione, e le altre sono disseminate come strizzatine d'occhio per tutta la pellicola (Sator è l'antagonista, Arepo il falsario che ha contraffatto il disegno di Goya con cui l'oligarca russo tiene legata a sé la moglie, l'Opera è ovviamente quella del teatro di Kiev in cui è ambientata la scena iniziale, Rotas è la struttura-caveau nell'aeroporto di Oslo in cui i nostri devono introdursi). Nel cast anche Dimple Kapadia (la trafficante di armi indiana), Aaron Taylor-Johnson (il comandante delle truppe nella battaglia finale) e, in un cameo, Michael Caine (l'agente del controspionaggio inglese). L'idea di mostrare eventi – come esplosioni e crolli di edifici – "al contrario" (l'effetto reverse) è comunque vecchia come il cinema, visto che ne fecero uso già i fratelli Lumière in "Demolizione di un muro" (1896!)

23 luglio 2021

Eurovision Song Contest (D. Dobkin, 2020)

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga
(Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga)
di David Dobkin – USA 2020
con Will Ferrell, Rachel McAdams
**

Visto in TV (Netflix).

Sin da bambino, il sogno dell'islandese Lars (Ferrell) è sempre stato uno solo: partecipare all'Eurovision Song Contest. E nonostante lo scetticismo di tutti gli abitanti del suo villaggio di pescatori, compreso il padre Erick (Pierce Brosnan) con cui non ha un buon rapporto, il sogno si avvera quando – insieme all'amica d'infanzia Sigrit (McAdams), con cui ha dato vita al duo "Fire Saga" e da cui è amato, non ricambiata – viene scelto come rappresentante dell'Islanda. Durante la gara non mancheranno difficoltà e incidenti di vario tipo, compresa l'ingerenza del cantante russo Alexander Lemtov (Dan Stevens), che cerca di separare i due: ma alla fine la passione per la musica e l'amore trionferanno. Che un film di un comico americano (co-autore anche della sceneggiatura) abbia scelto come soggetto il celebre e longevo concorso canoro pan-europeo (celebre più per gli aspetti kitsch che non per le qualità musicali), per di più non facendone una parodia (sarebbe stato difficile, visto che già nella versione originale non è preso seriamente nemmeno dai suoi stessi estimatori) ma un sincero omaggio, sembrava quasi un azzardo. E invece la pellicola, al netto di cliché e prevedibilità, riesce tutto sommato a divertire e intrattenere, e a tratti addirittura a sorprendere (gli "elfi" che aiutano i protagonisti). Persino le canzoni, tutte in puro stile Eurovision, non sono male (gli attori sono doppiati da autentici cantanti). Il punto debole dell'operazione, purtroppo, è proprio Ferrell, comico che non fa mai ridere e attore con evidenti limiti rispetto agli altri interpreti (ottima la McAdams, vera mattatrice, ma carismatici anche Stevens – il cui personaggio da macchiettistico acquisisce profondità quando si adombra la sua impossibilità di dichiararsi gay in Russia – e ovviamente Brosnan). Mikael Persbrandt è il banchiere che non vuole che l'Islanda vinca (perché una vittoria obbligherebbe il paese a organizzare e ospitare l'evento l'anno successivo); Demi Lovato è Katiana, la cantante inizialmente scelta come rappresentante dell'Islanda; Melissanthi Mahut è Mita, la concorrente greca; Ólafur Darri Ólafsson è l'abitante del villaggio che chiede a Lars di suonare sempre l'irriverente "Ja Ja Ding Dong" (curiosità: Ólafsson sarà il giurato islandese nel vero concorso del 2021). Molti celebri artisti, diversi dei quali vincitori dell'Eurovision, appaiono nei panni di sé stessi, specialmente nella scena del "canto collettivo" nella villa di Alexander: fra questi Conchita Wurst, Alexander Rybak, Loreen, Netta e Jamala, più altri riconoscibili solo dai fan incalliti della gara (sì, ce ne sono), che apprezzeranno battute e riferimenti come "Gli inglesi non piacciono a nessuno, quindi zero punti!". Inizialmente il film avrebbe dovuto uscire nelle sale in contemporanea con l'edizione 2020 dell'Eurovision, ma questa è stata annullata a causa del Covid (e nel 2021, come saprete tutti, ha vinto l'Italia con i Måneskin!).

22 luglio 2021

Pirati (Roman Polanski, 1986)

Pirati (Pirates)
di Roman Polanski – Francia/Tunisia 1986
con Walter Matthau, Cris Campion
**

Rivisto in DVD.

Il capitano Red (Walter Matthau), capo di una ciurma di pirati e ripescato in mare dopo un naufragio in compagnia del giovane Jean-Baptiste detto "Ranocchio" (Cris Campion), fomenta una rivolta su una nave spagnola per impadronirsi di un prezioso trono d'oro che è stato trafugato in Sud America. A sette anni di distanza dal suo film precedente ("Tess" del 1979), Polanski torna al cinema con una pellicola leggera (l'intenzione era quella di omaggiare i film di cappa e spada come quelli con Errol Flynn e i romanzi d'avventura come "L'isola del tesoro") che aveva in cantiere da oltre un decennio: inizialmente avrebbe dovuto essere girato subito dopo "Chinatown" (1974), e ancora con Jack Nicholson come protagonista. I toni della vicenda sono cartoonistici, con un umorismo da fumetto e un'ironia scalcinata che sfiora a più riprese la parodia e il cinismo (il pranzo con il topo morto!), in maniera non dissimile da quanto già fatto in "Per favore non mordermi sul collo!". A parte l'istrionismo di Matthau, il cui personaggio comico-burbero è la cosa migliore della pellicola, il film sconta però una trama lenta e poco interessante e affonda nei cliché di genere, gli stessi peraltro che nemmeno vent'anni più tardi (insieme però all'innesto di temi soprannaturali e agli "effetti speciali") avranno grande successo nei film dei "Pirati dei Caraibi" con Johnny Depp (di cui questo è in molte cose un precursore: si pensi anche alla love story fra i due giovani comprimari). Chissà, con un diverso tempismo e con maggiore fortuna anche questo avrebbe potuto dar vita a una franchise (il lungometraggio comincia e finisce nello stesso modo, con Red e Ranocchio alla deriva in mezzo al mare su un'imbarcazione/zattera di fortuna, circondati da squali e con un tesoro a bordo): invece fu un sonoro flop al botteghino (complice anche l'elevato costo di realizzazione), fra i peggiori della carriera di Polanski. Nel cast anche Charlotte Lewis (Maria-Dolores, figlia del governatore di Maracaibo, di cui Ranocchio di innamora) e Damien Thomas (don Alfonso, capitano della nave spagnola). Le riprese sono state effettuate in Tunisia (il produttore è Tarak Ben Ammar), su un vascello costruito appositamente.

20 luglio 2021

Carandiru (Héctor Babenco, 2003)

Carandiru (id.)
di Héctor Babenco – Brasile 2003
con Luiz Carlos Vasconcelos, Milton Gonçalves
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Nel carcere di Carandiru (dal nome del quartiere di San Paolo in cui sorge), affollatissima prigione che ospita quasi ottomila criminali di vario genere (oltre il doppio rispetto alla capienza prevista), i detenuti hanno dato origine a un microcosmo che si gestisce quasi da solo, fissando regole (con un proprio codice d'onore) ed elargendo punizioni, con il benestare implicito del direttore, che tollera anche i vari commerci clandestini e illegali all'interno delle celle. Un giovane medico (Vasconcelos), giunto in servizio volontario nell'istituto per attuare un programma di prevenzione dell'AIDS, raccoglie storie e testimonianze della vita in carcere da parte dei vari prigionieri, appena prima che una rivolta nata quasi casualmente e in maniera estemporanea venga sedata con cruenza dalle forze speciali di polizia (con 111 detenuti uccisi, spesso a sangue freddo). Ispirato ad eventi reali raccontati nel libro autobiografico di Drauzio Varella (un medico che ha servito nel carcere dal 1989 al 2002, quando l'edificio è stato definitivamente chiuso e demolito), un film corale ad ampio respiro, ricco, energetico, colorato e intenso, con cui Babenco – come suo solito – stempera storie drammatiche e situazioni di disagio, emarginazione e discriminazione con una forte attenzione all'aspetto umano dei protagonisti, anche quando si tratta di delinquenti, ladri e assassini. Le numerose storie che racconta (anche attraverso flashback che ci mostrano i retroscena avvenuti prima dell'ingresso in prigione) sono accattivanti, simpatiche, memorabili, a volte allegre e a volte tristi (un mix tipicamente brasiliano): fra queste spiccano quella di "Negro" (Ivan de Almeida), rapinatore che diventa il leader riconosciuto dei detenuti all'interno della prigione, con un'autorità pari a quella delle guardie; di "Spada"/Peixeira (Milhem Cortaz), killer spietato colto da crisi mistica; dei due fratelli adottivi Deusdete (Caio Blat) e Zico (Wagner Moura), cresciuti insieme fin da piccoli ma con finale tragico; del simpatico Majestade, che si barcamena a fatica fra due mogli (Maria Luisa Mendonça e Aida Leiner); di "Che sfiga/Sem chance" (Gero Camilo), assistente del dottore che si innamora del transessuale Lady Di (Rodrigo Santoro); e altre ancora. Stupisce la cura e l'affetto con cui vengono ritratti i vari personaggi, di cui si mostra tutta l'umanità (che traspare dai loro rapporti, dalle amicizie, ma anche dai rancori e dalle vendette personali), per esempio durante la giornata dedicata alle visite dei famigliari, pur senza negare o stemperare le loro colpe, facendoci affezionare a loro al punto da soffrire e indignarci quando nel finale assistiamo al massacro da parte delle forze speciali (i poliziotti non ci sembrano meno criminali delle loro vittime, anzi). Personaggi, temi e ambientazione, nella loro fusione di neorealismo, semi-documentarismo e denuncia sociale e politica (senza ipocrisia o retorica), ricordano ovviamente anche i film precedenti di Babenco, in particolare "Pixote" e "Il bacio della donna ragno".

19 luglio 2021

Secret sunshine (Lee Chang-dong, 2007)

Secret sunshine (Miryang)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2007
con Jeon Do-yeon, Song Kang-ho
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Lee Shin-ae (Jeon), giovane vedova con un figlio piccolo, si trasferisce da Seul nella cittadina natale del marito defunto, Miryang (nome che significa “raggio di sole segreto”, “secret sunshine” appunto), con l'intenzione di aprire una scuola di pianoforte e iniziare una nuova vita. Ma la tragedia incombe: il piccolo Jun viene rapito e ucciso, e la donna cercherà conforto dapprima nella religione e poi in una sorta di ribellione personale contro Dio, che ha “osato” perdonare il colpevole prima che l'abbia potuto fare lei. Lineare e al tempo stesso complesso, il film è essenzialmente diviso in quattro parti che seguono l'altalenante percorso di Shin-ae (il tentativo di stabilirsi a Miryang; il rapimento e la scomparsa di Jun; la ricerca di conforto nella religione; la rabbia e la ribellione), durante il quale la donna è sempre seguita da Kim (Song), meccanico e vicino di casa che l'ha presa in simpatia, anche se il suo affetto non è ricambiato. Degna di nota la performance di Jeon Do-yeon, che riesce a esprimere le diverse fasi attraversate dalla protagonista di fronte alla tragedia della perdita di un figlio, alle avversità della vita e al rapporto con la religione, un cristianesimo che in Corea si traveste da “setta”, con riti e preghiere che sembrano scollegate dalla realtà se non nella mente dei suoi praticanti. In quello che in fondo è (per quanto originale) un thriller psicologico che scava nei temi del lutto e dei rapporti sociali in un contesto estraneo (in quanto “venuta da fuori”, Shin-ae è sempre guardata con sospetto dagli abitanti della cittadina) a mancare è forse l'ottimismo, il lieto fine; eppure la pellicola è colma di umanità e di sentimenti, spesso contrastanti ma con cui è facile empatizzare: guardandolo, si ha quasi l'impressione che l'essere umano, nella sua complessità, e nonostante ambiguità e contraddizioni, sia in fondo semplice da comprendere nelle sue reazioni più basiche di fronte alla morte e alla sofferenza.

18 luglio 2021

La guerra dei fiori rossi (Zhang Yuan, 2006)

La guerra dei fiori rossi (Kan shang qu hen mei)
di Zhang Yuan – Cina/Italia 2006
con Dong Bowen, Ning Yuanyuan
***

Visto in divx, alla Fogona.

In un asilo/convitto infantile a Pechino, negli anni quaranta, come metodo di valutazione le maestre assegnano (o tolgono) a ciascun bambino dei “fiorellini rossi” a seconda dei compiti portati a termine (come imparare a vestirsi da soli o fare i bisogni) o delle disubbidienze e le marachelle. Il piccolo Qiangqiang, nuovo arrivato di soli quattro anni, si rivela subito un alunno difficile: all'inizio sperso, spaventato e piagnucoloso, acquista man mano confidenza ma rimane sempre un ribelle, indisciplinato e anticonformista. Il film, dalla struttura episodica, lo segue nelle sue monellerie, nella relazione con i compagni di classe, nei giochi e nei dispetti, nei tentativi di fuga e di ribellione contro le maestre. A prima vista un semplice e delicato ritratto dell'età infantile, osservata “a misura di bambino” e senza mai preoccuparsi di dare giudizi morali (o paternalistici) o edulcorarne gli aspetti, attraverso storie minime e toni leggeri (indimenticabili le torme di infanti che scorrazzano nei corridoi seminudi e col sedere al vento), il film è anche una critica trasparente a una società e un sistema educativo che “inquadra” sin da piccoli attraverso regole, premi e punizioni (significativo il parallelo con i soldati dell'esercito, la cui marcia e il cui saluto militare viene scimmiottato dai bambini mentre passano loro accanto). Come in simili pellicole iraniane (si pensi a certi lavori di Kiarostami), il punto di vista non è mai quello degli adulti o delle maestre, il che rende la visione incredibilmente “pura” e astratta. Pur più piccolo di età, Qiangqiang è quasi un parente dell'Antoine Doinel dei “Quattrocento colpi” o dei protagonisti dello “Zero in condotta” di Jean Vigo: non certo più buono o più bravo degli altri bambini (anzi, proprio il contrario), ma dotato di una vitalità e di un'energia che è impossibile tenere a freno, in particolar modo perché collocato a forza in un ambiente e un contesto che gli vanno male a genio, lui “piccolo ribelle” così poco incline al conformismo e all'andare incontro ai desideri altrui. Ottima (e minimalista) la confezione. Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Wang Shuo, il film è una coproduzione italo-cinese (italiani sono per esempio il montatore e l'autore della colonna sonora).

16 luglio 2021

Shine (Scott Hicks, 1996)

Shine (id.)
di Scott Hicks – Australia 1996
con Geoffrey Rush, Noah Taylor
**1/2

Rivisto in divx, alla Fogona.

Il film racconta la vita di David Helfgott, pianista australiano che dopo una carriera da giovane prodigio fu colpito da disturbi schizofrenici, qui simbolicamente e artisticamente associati all'esecuzione del terzo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov (il “Rach 3”), così monumentale e difficile da esaurire ogni energia fisica e psichica di un musicista incapace di controllare le proprie emozioni. Ma la vera origine dei problemi mentali di David, stando alla sceneggiatura di Jan Sardi, è da far risalire al rapporto problematico con un padre severo ed esigente, Peter (Armin Mueller-Stahl), ebreo di origine polacca, che da un lato ha contribuito a instillare nel figlio l'amore per la musica (“investendo” su di lui per compensare le proprie aspirazioni personali deluse), ma dall'altro lo ha sempre represso e ostacolato nella sua ricerca di un equilibrio personale, opponendosi per esempio alla sua uscita di casa quando viene invitato a studiare in America o in Inghilterra. Narrato in gran parte in flashback, il film segue tutta la vita di David, fra alti (pochi) e bassi (molti), mostrandone il progredire della pazzia di pari passo con le esibizioni pianistiche: e nonostante alcuni difetti (qualche deviazione dalla realtà dei fatti, una certa mancanza di sottigliezza e un finale un po' troppo conciliatorio) riesce a trasmettere come pochi altri – e grazie alla potenza delle immagini e della musica (l'esecuzione di un concerto diventa un vero e proprio tour de force fisico e mentale, un misto di fatica, suono e sudore che non può che condurre a un esaurimento nervoso) – il sottile legame fra genio e follia, fra arte e vita, fra passione e irrequietezza. David è interpretato, da bambino, adolescente e adulto, rispettivamente da Alex Rafalowicz, Noah Taylor e Geoffrey Rush. Quest'ultimo, che vinse l'Oscar (la pellicola ricevette in tutto sette nomination, comprese quelle per il miglior film e la regia), è l'unico dei tre a non ricorrere a una controfigura nelle scene in cui suona: l'attore, che aveva studiato pianoforte fino ai 14 anni, ricominciò a prendere lezioni per non dover ricorrere a un “hand double”. Nel cast anche Nicholas Bell (Rosen), John Gielgud (Cecil) e Lynn Redgrave (Gillian).

15 luglio 2021

Prima colpa (John Cromwell, 1950)

Prima colpa, aka Donne in gabbia (Caged)
di John Cromwell – USA 1950
con Eleanor Parker, Hope Emerson
***

Visto in divx, alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Arrestata con l'accusa di essere stata complice in una rapina (nella quale è morto il suo giovane marito), la diciannovenne Marie Allen (Parker) viene rinchiusa in un carcere femminile. Entratavi innocente, timida e spaurita, ne uscirà indurita, sicura di sé e pronta a una vita da autentica criminale (“Tornerà”, commenta tristemente la direttrice al momento del suo rilascio). Ritratto cupo e realistico (nonostante qualche inevitabile concessione al melodramma e qualche ingenuità nella caratterizzazione dei personaggi) delle dure condizioni nelle carceri statunitensi, che non risparmia atti d'accusa al sistema politico e alla corruzione di guardie e secondini, il film ha contribuito a codificare numerosi cliché delle pellicole di ambientazione carceraria (non solo americane: si pensi al recente “Il profeta” di Jacques Audiard, che a sua volta ripropone il tema della prigione come “maestra (criminale) di vita”): dalle dinamiche interne fra le detenute (con rapporti di potere in quello che è un vero e proprio microcosmo con le proprie regole e le proprie punizioni), alla dipendenza da commissioni che attribuiscono in maniera quasi aleatoria la libertà vigilata; dagli occasionali tentativi di ribellione, ai difficili periodi trascorsi in isolamento; passando per episodi ed eventi più o meno funesti (la nascita di un bambino, il suicidio di una detenuta depressa). Ottimo il cast, corale e quasi completamente femminile, che circonda la protagonista, dove spiccano Betty Garde (la “regina” Kitty Stark) e Lee Patrick (la sua “rivale” Elvira Powell). Un particolare filo conduttore è però quello dello scontro fra Evelyn Harper (Hope Emerson), la sadica sorvegliante che fa il bello e il cattivo tempo all'interno della prigione (forte anche di appoggi politici che la proteggono dal licenziamento), e Ruth Benton (Agnes Moorehead), la direttrice del carcere che cerca a fatica di migliorare le condizioni delle detenute, battendosi contro un sistema che non le considera come esseri umani. In particolare la Emerson sembra quasi un'antesignana della Louise Fletcher di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. In origine il film avrebbe dovuto essere interpretato da Bette Davis e Joan Crawford, che rifiutarono per il timore di un esplicito sottotesto lesbico (in realtà assente). Il fatto che la storia sia ambientata in un carcere femminile contribuisce ad accrescere il coinvolgimento emotivo (donne e ragazze, al contrario di quanto accadeva nel cinema hollywoodiano dell'epoca, sono completamente “de-glamourizzate”). Da sottolineare come quasi tutte le donne affermino di trovarsi in prigione per colpa di un uomo. Tre nomination agli Oscar: per la Parker (che vinse anche la Coppa Volpi a Venezia), la Emerson e la sceneggiatura (di Virginia Kellogg). Un remake parziale nel 1962 (“Rivolta al braccio D”).

14 luglio 2021

Calvario (John Michael McDonagh, 2014)

Calvario (Calvary)
di John Michael McDonagh – Irlanda 2014
con Brendan Gleeson, Kelly Reilly
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Padre James (Gleeson), prete in una cittadina costiera in Irlanda, è un brav'uomo e un ottimo conoscitore della natura umana, nonostante (o forse proprio per) il suo passato da laico (ha anche una figlia) e da alcolizzato. Per questo, quando nel segreto del confessionale riceve la notizia che uno dei suoi fedeli – lui sa di chi si tratta, noi spettatori no – intende ucciderlo la domenica successiva, come punizione per i peccati della Chiesa e dei “preti cattivi” che avevano abusato di lui da piccolo, non si scompone più di tanto. Trascorrerà la settimana seguente, forse l'ultima della sua vita, continuando a svolgere i propri compiti, facendo visita ai parrocchiani (ciascuno con i propri problemi, e fra i quali non mancano personalità decisamente eccentriche), riallacciando i rapporti con la problematica figlia che è giunta da trovarlo da Dublino, e naturalmente riflettendo sulla morte (complice anche un'estrema unzione), sui peccati, ma anche sulle virtù. Proprio come il “calvario” evocato dal titolo, l'attesa si carica di dolore e sofferenza man mano che ci si avvicina alla meta finale (la sua chiesa viene bruciata, il cane viene ucciso). E anche se lui personalmente non è colpevole, accetta in qualche modo il suo ruolo di capro espiatorio, consapevole e volontario ma non vittimistico, andando incontro a un sacrificio quasi inevitabile per espiare i peccati altrui. Insolita e originale riflessione sul tema della pedofilia nella Chiesa cattolica, anche se questo viene affrontato solo tangenzialmente. Il vero argomento è, appunto, quello del sacrificio: e nonostante il sottotesto religioso e potenzialmente astratto, il film si rivela incredibilmente umano e per nulla trascendente (si parla molto di uomini e in fondo poco di Dio), riuscendo a stemperare in toni persino leggeri quella che in mani diverse sarebbe stata una storia assai “pesante” e retorica. Merito di un eccezionale protagonista (il sempre ottimo Gleeson: ma anche i numerosi comprimari sono da elogiare), di una regia competente e misurata e di una fotografia dai colori caldi che rende giustizia tanto ai personaggi quanto ai sublimi paesaggi della costa e della natura irlandese (cui, forse non a caso, è dedicata un'ultima fugace immagine celata fra i titoli di coda). Il vasto cast di contorno attorno a Gleeson (che per McDonagh, qui al secondo lavoro, aveva già recitato in “Un poliziotto da happy hour”, altro ottimo film purtroppo rovinato dallo stupido titolo italiano) comprende Kelly Reilly (la figlia Fiona), Chris O'Dowd, Aidan Gillen, Dylan Moran, Isaach de Bankolé, M. Emmet Walsh, Orla O'Rourke, Marie-Josée Croze, David Wilmot e Domhnall Gleeson.

13 luglio 2021

Gangster story (Arthur Penn, 1967)

Gangster story (Bonnie and Clyde)
di Arthur Penn – USA 1967
con Warren Beatty, Faye Dunaway
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Alberto, Eva, Elena, Andrea.

La storia vera di Bonnie Parker e Clyde Barrow, celebre coppia di rapinatori di banche che all'inizio degli anni trenta, quando l'America doveva ancora riprendersi dalla Grande Depressione, scorrazzò e terrorizzò gli stati del sud con le loro imprese, accattivandosi peraltro la simpatia dei molti contadini e abitanti locali che erano stati "rovinati" proprio dagli istituti di credito. Con una regia vivace e nervosa, un ritmo scatenato e una colonna sonora che ricorda le commedie slapstick (soprattutto nelle scene delle scorribande e degli inseguimenti in auto fra i campi di grano), il film ne traccia un ritratto romantico e simpatetico, come di personaggi in cerca d'amore e di libertà, pur non edulcorando le scene violente e di sangue, e mette di converso in cattiva luce le forze dell'ordine che danno loro la caccia, tanto da suscitare le proteste della famiglia dello sceriffo Frank Hamer (Denver Pyle), rappresentato come inetto e vendicativo. Si parte dall'incontro casuale fra i due protagonisti, quando Bonnie (Faye Dunaway), cameriera che sogna una vita migliore, incontra Clyde (Warren Beatty), reduce da un paio d'anni di galera per alcune rapine precedenti, e non esita a seguirlo per accompagnarlo nelle sue imprese criminali. La banda – cui si unirà il meccanico-autista Clarence Moss (Michael J. Pollard), il fratello maggiore di Clyde, Buck (Gene Hackman), e la moglie di quest'ultimo, Bianca (Estelle Parsons) – metterà a segno numerosi colpi e diventerà talmente "popolare" e mediatica (grazie anche alle numerose fotografie che essi stessi si scattavano, o agli scritti che Bonnie inviava talvolta ai giornali) da attirare l'attenzione su di sé come "nemici pubblici numeri uno". Il che si tradurrà non solo nel grande dispiego di poliziotti sulle loro tracce ma anche nell'elevato numero di “imitatori”, altri criminali che approfitteranno del nome della banda Darrow per attribuire loro anche le proprie rapine. Inevitabile, in ogni caso, il finale tragico, che contribuirà a portare i personaggi nella storia (o nella leggenda) americana, al pari di altri celebri bande criminali del passato (come quelle di Jesse James o di Butch Cassidy). Ottimi gli interpreti, giovani e carismatici. In un ruolo minore e semi-comico (l'uomo cui viene rubata la macchina), sorprende di vedere il volto di Gene Wilder. Nonostante qualche polemica per la presupposta glorificazione del crimine e della violenza, la pellicola ottenne un grande successo di pubblico e di critica, con dieci nomination ai premi Oscar (fra cui quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura, i costumi, e ben cinque riservate agli attori), vincendo le statuette per l'attrice non protagonista (Parsons) e per la fotografia (di Burnett Guffey). Al cinema Bonnie e Clyde avevano già ispirato più o meno indirettamente altri film, come "La donna del bandito" di Nicholas Ray, "Sono innocente" di Fritz Lang e "La sanguinaria" di Joseph H. Lewis.

11 luglio 2021

The witch (Robert Eggers, 2015)

The witch - Vuoi ascoltare una favola? (The witch)
di Robert Eggers – USA/Canada 2015
con Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson
**1/2

Visto in divx.

New England, diciassettesimo secolo: dopo essere stati banditi dalla propria colonia per divergenze religiose, una famiglia di integralisti puritani si stabilisce ai limiti di un bosco nelle terre selvagge, dove costruisce una fattoria. Ma misteriose presenze maligne e ostili giungono a turbare la loro esistenza, dapprima attraverso il misterioso rapimento del figlio più piccolo, e poi scatenando i sospetti degli altri sulla giovane Thomasin, accusata di essere una strega. Cupo e opprimente horror sui generis, dove l'orrore sembra provenire non (soltanto) dal di fuori (il bosco, gli animali) quanto soprattutto dall'interno della comunità famigliare, talmente chiusa nella propria visione irrazionale da rendere subalterna ad essa ogni tipo di rapporto con il mondo esterno. L'orrore nasce dunque dalla paura verso la natura, dalla chiusura di una religione cieca, oppressiva e bigotta, che porta a vedere tutto ciò che è diverso e "selvatico" come fonte di peccato e legato al demonio. In mezzo a tutto questo, pertanto, la scena finale del sabba delle streghe (per quanto bella) appare quasi superflua. Il regista (esordiente e anche sceneggiatore) ha affermato di essersi ispirato a tutta una serie di fiabe nonché ai racconti popolari sulle streghe (che proprio nel New England furono oggetto di assurde persecuzioni). Ma naturalmente il cinema ha spesso affrontato i temi dell'isolamento che porta alla follia ("Shining" di Kubrick) e della religione che convive con la stregoneria ("Antichrist" di Von Trier). Ben accolto dalla critica, il film ha il suo punto di forza nelle atmosfere gotiche e inquietanti, rinforzate dalla fotografia oscura e livida, che pure concorrono ad appesantire l'insieme e a rendere la pellicola un po' monocorde. E i personaggi sono francamente sgradevoli, protagonisti di scene gridate e sopra le righe (la madre su tutti, ma anche i due gemelli, veramente insopportabili), tanto che alla fine si è quasi felici di vederli morire tutti e male.

10 luglio 2021

Comrades, almost a love story (P. Chan, 1996)

Comrades, almost a love story (Tian mi mi)
di Peter Chan – Hong Kong 1996
con Leon Lai, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film segue nell'arco di dieci anni la relazione prima d'amicizia e poi d'amore – fra alti e bassi, momenti di povertà e di successo, periodi trascorsi insieme e lunghe separazioni – tra Li Xiao-jun (Leon Lai) e Li Qiao (Maggie Cheung), due immigrati dalla Cina continentale a Hong Kong, dove giungono insieme nel 1986. Lui, inizialmente sprovveduto, si appoggerà a lei, opportunista e all'apparenza più abile nell'adattarsi al nuovo ambiente. E mentre tutto attorno muta (passando per crisi economiche e cambi di paradigmi politici e sociali), anche il loro legame si farà più consapevole. Pellicola delicata e nostalgica, graziata da ottimi interpreti (in particolar modo Maggie Cheung, davvero deliziosa) e una notevole cura nel rapporto fra i personaggi e l'ambiente circostante: da notare soprattutto la relazione ambivalente con il luogo di nascita e con quello di elezione (Qiao finge di essere hongkonghese, vergognandosi delle proprie origini), rappresentata sullo schermo in più modi, in particolare attraverso le canzoni di Teresa Teng (che punteggiano tutta la colonna sonora), assai popolari in Cina ma anche legate a un passato e a una tradizione che la modernità cerca di superare. In effetti il titolo originale del film è quello di una canzone di Teng, e la pellicola termina proprio nel giorno in cui viene annunciata la morte della cantante (nel 1996). Realizzato alla vigilia dell'handover della colonia britannica alla Cina, il film è dunque in un certo senso una testimonianza del rapporto ambivalente fra Hong Kong e la madre Cina (vista da sempre dall'alto verso il basso), un rapporto che proprio in quegli anni stava cominciando a ribaltarsi (con gli immigrati che cominciavano a tornare nella madrepatria). Ma non si equivochi: la pellicola non intende lanciare un messaggio politico ma conserva una natura calda, intima e romantica, e forse anche per questo è riuscita a farsi amare da tutti e a diventare un piccolo classico. Le scene finali sono ambientate a New York (anche i rimandi alla cultura occidentale, in particolare americana, e alla sua attrattività sono numerosi: dai McDonalds ai ricorrenti Mickey Mouse, passando per la passione della vecchia zia di Xiao-jun per l'attore William Holden). Eric Tsang è il gangster che protegge Qiao (e di cui lei diventa l'amante), Kristy Yang la fidanzata che Xiao-jun ha lasciato al proprio paese, Christopher Doyle (in una rara prova da attore) l'insegnante di inglese Jeremy.

9 luglio 2021

Rose rosse per il führer (F. Di Leo, 1968)

Rose rosse per il führer
di Fernando Di Leo – Italia 1968
con James Daly, Anna Maria Pierangeli
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Durante la seconda guerra mondiale, un ufficiale americano di stanza a Londra (James Daly) deve recarsi dietro le linee nemiche e introdursi – con l'aiuto della resistenza – in un finto ospedale militare in Belgio (in realtà una centrale del controspionaggio tedesco) per recuperare un prezioso documento segreto prima che i nazisti riescano a decifrarlo. Solido film d'avventura bellico, che si concentra sull'attività spionistica dietro le quinte anziché sui combattimenti al fronte. Purtroppo è anche discretamente noioso, con una trama fin troppo contorta e personaggi poco interessanti (salvo rare eccezioni), che trasudano di stereotipi e di cliché (in particolar modo quelli femminili, soltanto due e che naturalmente finiscono a letto con l'eroe). Inoltre, è evidente il basso budget e la generale povertà produttiva, alla quale il regista e gli interpreti si sforzano di fare fronte come possono. Lo stesso Di Leo, qui all'esordio nel lungometraggio, lo ricordava come immaturo e convenzionale. Forse un tentativo fallito di dar vita a un nuovo filone della cinematografia popolare italiana, il film è stato girato a Ostenda. Anna Maria Pierangeli e Nino Castelnuovo sono i membri della resistenza belga, Peter van Eyck il colonnello tedesco Kerr (rappresentato come più "umano" della media dei nazisti), Gianni Garko l'infiltrato alleato fra i nazisti, Bill Vanders il traditore fra i partigiani. Nel mischione, anche preti cattolici, bambini ebrei, paracadutisti inglesi, ufficiali delle SS e una colonna sonora che saccheggia – fra gli altri – il tema di "Fischia il vento".

8 luglio 2021

Vita da vampiro (T. Waititi, J. Clement, 2014)

Vita da vampiro (What we do in the shadows)
di Taika Waititi, Jemaine Clement – Nuova Zelanda 2014
con Taika Waititi, Jemaine Clement
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Una troupe cinematografica (che non vediamo mai sullo schermo) riprende la vita quotidiana di un gruppo di vampiri che abitano insieme a Wellington, in Nuova Zelanda: si tratta di Viago (Taika Waititi), dandy del diciassettesimo secolo; di Vladislav (Jemaine Clement) detto "L'impalatore" (ovvero Dracula); di Deacon (Jonathan Brugh), "giovane ribelle"; e di Petyr (Ben Fransham), simil-Nosferatu, il più anziano e recluso di tutti. L'idea alla base di questo divertente mockumentary è la stessa del film belga "Il cameraman e l'assassino" (dove la troupe di documentaristi seguiva un serial killer durante il suo lavoro e nell'esistenza di tutti i giorni), anche se virata maggiormente verso la commedia. Assistiamo così alle "normali" interazioni fra i quattro vampiri, che proprio come ogni gruppo di coinquilini devono imparare a convivere con le differenti personalità; alle loro attività (ovviamente notturne) e alle interazioni con altre creature fantastiche (streghe, zombie, e soprattutto licantropi) e con i loro succubi, come Jackie (Jackie van Beek), "serva" di Deacon che gli procura vittime da cui succhiare il sangue; fra queste c'è Nick (Cori Gonzalez-Macuer), che diventerà il nuovo vampiro del gruppo, e il suo amico Stu (Stuart Rutherford), umano che li introdurrà alla vita moderna. Ispirato da un precedente cortometraggio (realizzato da Waititi e Clement nel 2005), di cui riprende alcuni personaggi e amplia le situazioni, il film ha riscosso un successo tale da portare alla nascita di una serie televisiva. Era anche in programma un sequel dedicato alla banda di lupi mannari che i vampiri incrociano a più riprese, ma poi non è stato realizzato (almeno per ora). Nel complesso un film semplice, carino e divertente per come gioca con i luoghi comuni e gli stereotipi sui vampiri (riuscendo comunque a rispettarli), mescolandoli con le dinamiche della vita moderna (le uscite con gli amici, i rapporti con i propri ex).

7 luglio 2021

Girandola (Mark Sandrich, 1938)

Girandola (Carefree)
di Mark Sandrich – USA 1938
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**

Rivisto in divx.

Per scoprire come mai la sua fidanzata Amanda (Ginger Rogers) sia così refrattaria al matrimonio, il belloccio Stephen (Ralph Bellamy) la manda in cura dal suo miglior amico, lo psicanalista Tony (Fred Astaire). Naturalmente i due, dopo le iniziali incomprensioni, si innamoreranno. L'ottavo film "classico" (ovvero in chiave di commedia screwball) della coppia Astaire/Rogers, nonché il quinto e ultimo diretto da Mark Sandrich, è anche uno dei più fiacchi. La sceneggiatura – la "solita" commedia degli equivoci all'acqua di rose, garbata e non particolarmente memorabile – è piuttosto deboluccia, e anche la satira della psicanalisi è generica e spuntata. Se la pellicola si lascia guardare con piacere è dunque soltanto per i numeri di ballo, ovviamente, benché pure questi siano pochi e non all'altezza delle pellicole precedenti: da segnalare giusto la sequenza del sogno di Amanda ("I Used to Be Color Blind", girata con l'effetto ralenti per simulare l'atmosfera onirica, al termine della quale Fred e Ginger si concedono un raro bacio sullo schermo, quasi in risposta ai critici che ne avevano sottolineato la mancanza nei film precedenti), la danza nel ristorante (anticipata dalla canzone "The Yam", cantata da Amanda) e quella nel finale in cui lui cerca di dis-ipnotizzare lei (con la canzone "Change Partners", candidata all'Oscar). Musiche e canzoni sono di Irving Berlin, che – a parte la suddetta "Change Partners" – le compose in pochi giorni. Del gruppo di comprimari fanno parte Luella Gear (la zia Cora) e Jack Carson (Connors, l'assistente di Tony).

6 luglio 2021

Mirrormask (Dave McKean, 2005)

MirrorMask (id.)
di Dave McKean – USA 2005
con Stephanie Leonidas, Jason Barry
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Helena (Stephanie Leonidas) è la figlia ribelle di due artisti e proprietari di un circo (Gina McKee e Rob Brydon). Quando la madre si ammala, la ragazza sogna di trovarsi in un mondo fiabesco e surreale, diviso fra una città della luce e un regno delle ombre: e per salvare la regina della luce, caduta addormentata, dovrà introdursi nella terra oscura in cerca della principessa delle ombre (una sosia di sé stessa) che è fuggita di casa. Opera prima come regista cinematografico del disegnatore Dave McKean, ideata insieme allo sceneggiatore Neil Gaiman: i due, che già avevano collaborato a più riprese nel campo del fumetto, realizzeranno lo stesso anno un libro illustrato ispirato al film. Se l'impianto narrativo non offre particolari sorprese (è una rilettura in chiave fantastica e onirica dei temi della crescita e del rapporto con la madre), il punto di forza è l'aspetto visivo ed estetico, che traspone sullo schermo lo stile dark, visionario, gotico e surreale delle illustrazioni di McKean, con creature ibride e animalesche che sembrano unire la fantasia dei dipinti di Bosch allo stile di animazione dell'Europa dell'est (Jan Švankmajer e la sua stop motion), passando per atmosfere affini al cinema di Guillermo Del Toro ("Il labirinto del fauno") e Tim Burton. Evidenti anche i rimandi a classiche fiabe inglesi come "Alice nel paese delle meraviglie", mentre la casa di produzione di Jim Henson fornisce ulteriori collegamenti, quelli con "Labyrinth" e "Dark Crystal". Jason Barry è il giocoliere Valentin, che aiuta Helena nella sua avventura.

5 luglio 2021

Wonder Woman 1984 (P. Jenkins, 2020)

Wonder Woman 1984 (id.)
di Patty Jenkins – USA 2020
con Gal Gadot, Kristen Wiig
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Nel 1984, Diana Prince/Wonder Woman vive a Washington e lavora come archeologa per i musei dello Smithsonian. Quando scopre che un antico manufatto (di origine "divina") ha la facoltà di esaudire i desideri di chi lo possiede (ma esigendo qualcosa in cambio), dovrà battersi con l'imprenditore intrallazzatore Maxwell Lord (Pedro Pascal), che intende utilizzarlo per avverare i sogni di chiunque in cambio del potere personale – la stessa Diana sarà tentata di riportare in vita il suo amore di un tempo, il pilota Steve Trevor (Chris Pine) – e con la sua collega frustrata Barbara Minerva/Cheetah (Kristen Wiig), che ha ottenuto forza e capacità simili alle sue. La scelta di ambientare la seconda pellicola "a solo" di Wonder Woman negli anni ottanta (la prima si svolgeva durante la Grande Guerra), oltre a facilitare la progressione cronologica delle origini del personaggio in maniera simile a quanto accaduto per gli X-Men (il prossimo film si svolgerà verosimilmente ai giorni nostri), consente di collegare il suo tema conduttore (la tentazione di ricorrere alle scorciatoie verso il successo, e l'illusione che sia possibile "avere qualunque cosa, basta solo volerla") all'edonismo rampante di quel decennio: di fatto Max Lord (il personaggio migliore del film), uomo d'affari arruffone e imbonitore televisivo, è una sorta di Donald Trump di minor successo, mentre gli unici spunti della vicenda che giustificano narrativamente l'operazione sono gli inevitabili rimandi alla guerra fredda (o meglio, ai suoi ultimi scampoli) e a Ronald Reagan. Per il resto, il 1984 è reso semplicemente attraverso l'uso di colori vivaci e primari negli abiti e nelle scenografie, e da un'atmosfera un po' campy che ricorda quella dei film di Superman con Christopher Reeve. Peccato che la trama, oltre che leggera ed escapista, sia esile e superficiale, che la pellicola manchi di ritmo e si dilunghi troppo (dopo un'ora non è ancora successo nulla: paradossalmente, proprio negli anni ottanta le pellicole d'azione erano decisamente più rapide, e non spalmavano su due ore e mezza una storia che bastava a riempirne la metà), che le scene d'azione siano fiacche e che l'abuso di effetti digitali renda tutto finto, donando al film l'aspetto di un videogioco. Inoltre la sceneggiatura manca di verve e risulta ingessata nei suoi messaggi (come quelli femministi: gli uomini sono quasi tutti pappagalli o molestatori, per strada o sul lavoro) e nel bilancino del politically correct, così distante dall'ironia e dell'anarchia dei migliori film d'azione dei veri anni ottanta (si confronti il combattimento nel centro commerciale con quello analogo di "Commando", per dirne uno!). La retorica hollywoodiana (vedi l'improbabilissima e insopportabile risoluzione finale in cui tutti rinunciano ai propri desideri) fa il resto. Da notare che, a parte i rimandi al primo film di WW, la pellicola è del tutto standalone, senza alcun riferimento al DC Extended Universe (perché si svolge in altra epoca, certo, ma anche perché dopo il fallimento di "Justice League" si è scelto di non inseguire più la Marvel nel progetto di un universo condiviso e di realizzare pellicole più indipendenti le une dalle altre). Cameo sui titoli di coda per Lynda Carter, la Wonder Woman della serie tv degli anni settanta, nei panni della leggendaria amazzone Asteria.

4 luglio 2021

Taipei story (Edward Yang, 1985)

Taipei story (Qing mei zhu ma)
di Edward Yang – Taiwan 1985
con Tsai Chin, Hou Hsiao-hsien
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

In una Taipei in rapido cambiamento, dove tutto sta modificandosi e spersonalizzandosi, una donna e un uomo si barcamenano nell'incertezza del futuro. Chin (Tsai), impiegata presso una grande azienda, lascia il proprio lavoro, prendendosi un momento di pausa, quando questa viene rivoluzionata dal nuovo management. Il suo fidanzato Lung (Hou), commerciante di stoffa, è in trattative per trasferirsi negli Stati Uniti, e la donna progetta di muoversi con lui: ma la decisione ritarda, anche perché l'uomo è prigioniero del proprio passato (quello nostalgico e glorioso, anche se trasfigurato dai ricordi, in cui era un giovane giocatore di baseball) e dei rapporti tradizionali di lealtà che lo legano agli amici e alla famiglia (come il dovere morale di ripagare i debiti del padre di lei). Il secondo lungometraggio di Yang, co-sceneggiato insieme al collega Hou Hsiao-hsien (che qui, cosa rara, recita anche come protagonista), è uno dei primi film importanti del Nuovo Cinema Taiwanese, di cui rappresenta quasi un'epitome: la messa in scena del malessere esistenziale di personaggi spersi nella contemporaneità, fra problemi personali ed economici, in una Taipei dominata dal traffico caotico e dalla vita moderna, dove il vecchio si ritrova di colpo a coesistere al fianco del nuovo (si costruiscono nuovi grattacieli, si fanno affari con i paesi stranieri) senza però che gli esseri umani abbiano imparato a convivere fra loro secondo le nuove regole o a mettere pace ed equilibrio nelle proprie anime. E nonostante una possibile fuga in America sia suggerita di continuo, alla fine si rimane a vivere (o a morire) a Taipei. Assai lento e meditativo, il film guarda ai suoi personaggi al tempo stesso con un certo distacco e con sincera partecipazione, attraverso un gusto quasi da cinema europeo (la Nouvelle Vague francese, ma anche Antonioni) abbinato alla lentezza tipicamente orientale (per esempio giapponese): gli stessi elementi che, ancor più raffinati, troveremo nel cinema dello stesso HHH e soprattutto di Tsai Ming-liang ("Vive l'amour").

3 luglio 2021

Preparati la bara! (Ferdinando Baldi, 1968)

Preparati la bara!
di Ferdinando Baldi – Italia 1968
con Terence Hill, José Torres
**

Visto in TV (RaiPlay).

Tradito dall'amico David (Horst Frank), ambizioso politico corrotto e senza scrupoli, Django (Terence Hill) vede uccisa la propria moglie e viene a sua volta creduto morto. Cinque anni più tardi organizzerà la propria vendetta, radunando una banda di "impiccati" (uomini condannati ingiustamente e che proprio lui, in qualità di boia, aveva finto di giustiziare, salvandoli in realtà dalla morte) per affrontare i banditi che, al soldo del proprietario terriero Lucas (George Eastman), rapinano le diligenze cariche d'oro per conto di David. Ma dovrà vedersela anche con Garcia (José Torres), uno degli "impiccati", deciso a tenere tutto l'oro per sé. Pseudo-sequel (o meglio, prequel) del "Django" di Sergio Corbucci, messo in cantiere dopo l'enorme successo del prototipo che aveva dato vita a una pletora di finti seguiti. Questo invece avrebbe dovuto essere uno dei rari film che coinvolgeva davvero i responsabili del film originale: ma con la sostituzione del regista, anche Franco Nero rinunciò a interpretarlo, e allora venne scelto un giovane Terence Hill non ancora reso celebre da "Lo chiamavano Trinità" (il cui regista, Enzo Barboni alias E.B. Clucher, è qui il direttore della fotografia). La trama alterna spunti senza troppa originalità (la vendetta) ad altri invece accattivanti (la banda degli impiccati), così come personaggi stereotipati (Lucas, David) ad altri più complessi e ambigui (Garcia, insolito alleato e antagonista al tempo stesso). A parte l'aspetto del protagonista (enigmatico e vestito di nero), un rimando al Django originale c'è solo nel finale, quando tira fuori la mitragliatrice da una cassa per sterminare gli avversari. Nel complesso, però, la pellicola è meno potente e più innocua del film di Corbucci, interessante giusto per ripercorrere gli inizi della carriera di un Terence Hill qui ancora in versione "seria" e privo del compagno Bud Spencer (anche se alle pistolettate si affiancano comunque numerose scazzottate).

2 luglio 2021

Hellboy (Neil Marshall, 2019)

Hellboy (id.)
di Neil Marshall – USA 2019
con David Harbour, Milla Jovovich
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Creatura infernale "adottata" da uno scienziato americano (Ian McShane), Hellboy lavora come "indagatore del paranormale". In missione in Inghilterra, dovrà vedersela con Nimue, la "Regina di sangue", che intende vendicarsi dell'umanità intera dopo essere stata sconfitta nel medioevo da Re Artù. E nel frattempo scoprirà la verità sulle proprie origini. Reboot della serie cinematografica ispirata al personaggio creato da Mike Mignola, dopo i due film (già a mio parere sopravvalutati) realizzati nel 2004 e nel 2008 da Guillermo del Toro. Marshall, regista specializzato in horror, non ha certo la mano leggera, ed è anche meno fantasioso, poetico o visionario del collega messicano, ma si dimostra complessivamente solido, anche se appare incerto sul taglio da dare alla pellicola, passando dall'avventuroso-fiabesco all'action movie e puntando su scene ad effetto che nel finale, quando i demoni invadono Londra (la parte migliore del film), tracimano nel gore e nel grottesco quasi alla Go Nagai. Peccato che la vicenda sia noiosa e inutilmente ingarbugliata (anche perché fonde insieme ben tre diverse storie a fumetti del personaggio), appesantita da continui rimandi alle origini del protagonista e di comprimari di cui, in fondo, non ci importa nulla, come la giovane medium Alice (Sasha Lane) e il giaguaro mannaro Daimio (Daniel Dae Kim). Il ritmo monocorde e gli effetti speciali non eccezionali concorrono alla scarsa memorabilità dell'insieme, dando vita a un film che può anche intrattenere durante la visione ma che si dimenticherà poi a stretto giro di posta. Brava comunque Milla nei panni della regina cattiva. Lo scarso successo di critica e al botteghino rende improbabile la realizzazione di ulteriori sequel (suggeriti dalla scena finale).

30 giugno 2021

Police story (Jackie Chan, 1985)

Police story (Ging chaat goo si)
di Jackie Chan – Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Brigitte Lin
***1/2

Rivisto in DVD.

Il poliziotto hongkonghese Chan Ka-Kui (ribattezzato Kevin nella versione internazionale) deve proteggere fino al processo una testimone riluttante (Brigitte Lin), indispensabile per sgominare la banda di un ricco trafficante di droga (Chor Yuen) che però riuscirà a farla franca. Accusato ingiustamente di essere responsabile della morte di un collega, e abbandonato dai propri superiori, sarà tentato di farsi giustizia da solo. Uno dei titoli più belli e importanti della ricchissima filmografia di Jackie Chan (che come nel precedente "Project A", oltre a recitare, collabora alla sceneggiatura (con Edward Tang), cura la regia e canta persino la canzone dei titoli di coda). Rimasto deluso da come l'americano James Glickenhaus lo aveva appena diretto in "Protector" (uno dei tanti tentativi falliti di "sfondare" in Occidente), Jackie volle mostrare a tutti qual era la sua idea di un poliziesco d'azione: il risultato fu un film assai influente e dall'enorme successo di pubblico, capostipite di un intero filone che lo lancerà in versione "moderna", aggiornando il suo kung fu comico a un'ambientazione urbana e dando vita a un personaggio – il poliziotto bonaccione ma coraggioso – che l'attore riprenderà in numerosi altri lungometraggi (lo stesso "Police story" avrà diversi seguiti). Al di là della trama, Jackie appare come uno spericolato funambolo che gioca e si diverte nel cacciarsi (e districarsi) in situazioni acrobatiche e pericolose. Non solo combattimenti e arti marziali, dunque, ma anche salti, capitomboli e inseguimenti mozzafiato. In effetti è proprio in questo periodo che l'intera industria cinematografica di Hong Kong si affranca definitivamente dagli stilemi del vecchio gongfupian di ambientazione storica, trasferendo i classici temi della vendetta, della giustizia e della fratellanza in un setting contemporaneo ("A better tomorrow" di John Woo, per esempio, è del 1986: c'è però da dire che già Bruce Lee aveva recitato in pellicole di ambientazione moderna). Lo stesso Jackie ha affermato a più riprese di considerare "Police story" il suo titolo migliore in termini di pura azione. Ciò nonostante, il film è incredibilmente rimasto inedito in Italia per molti anni, fino a quando è finalmente uscito in DVD.

Moltissime le sequenze indimenticabili e di forte impatto, a seconda dei casi frenetiche (la catastrofica distruzione della baraccopoli lungo la collina, l'inseguimento all'autobus con l'aiuto di... un ombrello), comiche (la falsa aggressione alla testimone, la deposizione al processo, la scena in cui Kevin si giostra con innumerevoli telefoni) o spettacolari (il salto dalla cima del palazzo nella piscina, e naturalmente la discesa lungo la pertica elettrificata). A causa dell'enorme quantità di vetri infranti durante il combattimento finale nel grande magazzino, gli stuntmen e la troupe intera ribattezzarono la pellicola "Glass story". Il film è rimasto celebre anche per i molti "infortuni" occorsi agli attori: nella scena in cui Jackie ferma l'autobus, per esempio, i cattivi proiettati fuori dai finestrini avrebbero dovuto attutire la caduta finendo sul tetto dell'automobile; invece il veicolo ha frenato troppo presto e i malcapitati stuntmen sono caduti sull'asfalto. Lo stesso Jackie è stato ricoverato in ospedale dopo alcune scene troppo "realistiche", con le mani ustionate (in seguito alla discesa lungo il palo elettrificato) e qualche vertebra quasi rotta... ma in fondo è anche questo il bello dei suoi film: siamo sempre sicuri che tutto ciò che vediamo sullo schermo è stato fatto davvero, senza controfigure o effetti speciali. Oltre alle sequenze d'azione e agli elaborati e pericolosissimi stunt, però, Jackie si concede come detto (e come suo solito) alcuni irresistibili momenti slapstick che rendono omaggio ai grandi comici del muto (ci sono persino le torte in faccia!), lasciando che il tono del film ondeggi continuamente fra il thriller poliziesco e la commedia degli equivoci. E in assenza dei fidi compagni Sammo Hung e Yuen Biao, e anche senza un vero e proprio cattivo da affrontare nel finale, al protagonista fanno da contraltare soprattutto i due personaggi femminili: Brigitte Lin si rivela un'ottima spalla, mentre resta indelebile nella memoria (anche per le divertenti scene con il motorino!) la performance di una giovanissima e quasi esordiente Maggie Cheung nei panni della fidanzatina May, timida e gelosa.

29 giugno 2021

Lost in translation (Sofia Coppola, 2003)

Lost in translation - L'amore tradotto (Lost in Translation)
di Sofia Coppola – USA/Giappone 2003
con Bill Murray, Scarlett Johansson
***

Rivisto in TV (Netflix).

In Giappone per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky, Bob Harris (Bill Murray), attore americano in declino nonché in crisi esistenziale e personale, si scopre sperduto e alienato, vittima del fuso orario ma anche di una cultura che non comprende. Troverà però una sorta di anima gemella nella giovane Charlotte (Scarlett Johansson), che risiede nel suo stesso albergo, dove ha seguito il marito per lavoro. Nonostante la differenza di età, i due si aggrapperanno l'uno all'altra per resistere e sopravvivere in qualche maniera in un mondo che appare vacuo ed estraneo. Forse tuttora il miglior film della Coppola, nonostante i tanti (troppi) stereotipi sul Giappone e le sue eccentricità possano renderlo fastidioso per chi conosce e ama quel paese. Ma in fondo non è importante dove veramente si svolge la storia: avremmo potuto trovarci in qualsiasi altro contesto "estraneo" in cui ci si senta intrappolati (e più il paese è esotico e distante, meglio è), volendo persino su un altro pianeta (tanto che la Coppola ripeterà l'operazione in "Somewhere", stavolta rappresentando sullo schermo il trash della tv italiana). Quel che è importante è il racconto malinconico e introspettivo di due solitudini che si incontrano e cercano di restare a galla insieme. Non è una storia romantica tradizionale (e infatti il sottotitolo italiano, "L'amore tradotto", è fuorviante oltre che stupido: molto indovinato invece quello originale, che oltre al livello metaforico fa riferimento alla buffa scena in cui l'interprete giapponese traduce a Bob a modo suo le lunghe sfuriate del regista dello spot pubblicitario), ma mette a confronto due personaggi che si trovano nell'impasse in differenti momenti della propria vita. Bob (interpretato da un Bill Murray il cui consueto sarcasmo è per una volta al servizio non della comicità ma di un personaggio depresso e introverso, e che proprio per questo sembra ancora più reale: che sia tale il vero lato privato dei comici?) è in crisi di mezza età, stanco della vita e di un matrimonio che va avanti per inerzia; Charlotte è invece all'inizio della propria vita ma già appare delusa e disillusa. E il fatto che siano lontani da casa, in un paese che sembra incomprensibile, e anche senza punti di riferimento (sono entrambi trascurati e ignorati dai rispettivi coniugi), non aiuta di certo ("Diventa più facile, poi?" chiede lei a lui). Alcune scene ritraggono il Giappone moderno (Tokyo) e quello antico (Kyoto), ma gran parte della pellicola è ambientata fra le mura dell'albergo (memorabile la scena in cui i due guardano in tv, di notte, una scena della "Dolce vita" di Fellini con i sottotitoli). E a proposito di "traduzioni" mancanti: alla fine, prima di separarsi, Bob abbraccia Charlotte e le sussurra qualcosa all'orecchio, ma noi non lo sentiamo: per noi spettatori il messaggio rimarrà un mistero. Oscar per la miglior sceneggiatura (firmata dalla stessa Coppola), più tre nomination per il film, la regia e l'attore protagonista. Giovanni Ribisi è il marito di Charlotte. Anna Faris è Kelly, divetta svampita. Catherine Lambert è la cantante nella lounge dell'albergo che canta "Scarborough Fair".

28 giugno 2021

Lego Batman - Il film (Chris McKay, 2017)

Lego Batman - Il film (The Lego Batman Movie)
di Chris McKay – USA/Danimarca 2017
animazione digitale
**

Visto in TV (Netflix).

Spin-off di "The Lego Movie" dedicato a uno dei personaggi che più aveva suscitato simpatia in quella pellicola, ovvero la versione "mattoncino" di Batman, che rispetto alla sua controparte fumettistica è particolarmente sborone. Con un'elevata opinione di sé, e abituato a lavorare da solo, scoprirà di aver bisogno anche lui di un gruppo di amici, o di una "famiglia" (composta dal maggiordomo Alfred, dal "figlio adottivo" Dick alias Robin, e dalla nuova commissaria Barbara Gordon alias Batgirl), per sconfiggere il Joker e il nutrito gruppo di "supercattivi" (provenienti da differenti franchise: abbiamo fra gli altri Sauron, Voldemort, King Kong e i Dalek) che questi ha portato a Gotham dalla Zona Fantasma. Colorato, infantile e campy come il telefilm degli anni sessanta (che infatti è citato a più riprese: dal "bat-repellente per squali" alle onomatopee che appaiono durante le scazzottate), il film è divertente e non privo di gag e battute indovinate, anche se un po' troppo citazioniste; peccato però che il messaggio (l'importanza di una famiglia, appunto, e il fatto che l'unione faccia la forza) sia insistito eccessivamente, ripetuto in continuazione ed esplicitato allo sfinimento, dal primo all'ultimo fotogramma. Persino il rapporto fra Batman e Joker è rappresentato all'insegna della dipendenza dell'uno dall'altro (la loro è una vera e propria "relazione", che Batman all'inizio vuole negare e poi finisce per riconoscere). Come nel prototipo, l'animazione è tutta digitale (niente stop motion), il che a mio parere ne diminuisce il valore.

27 giugno 2021

Opera (Dario Argento, 1987)

Opera
di Dario Argento – Italia 1987
con Cristina Marsillach, Ian Charleson
*1/2

Visto in divx.

Una giovane cantante lirica (Cristina Marsillach), convinta che il "Macbeth" di Verdi in cui sta per debuttare a teatro porti sfortuna, vede le sue paure confermate quando un misterioso assassino, in qualche modo legato al suo passato, comincia ad uccidere le persone intorno a lei. Giallo-thriller che segna l'inizio del declino di Dario Argento, visto che ripete senza particolare fantasia (a parte l'ambientazione teatrale, comunque poco sfruttata) struttura ed elementi già visti in abbondanza nei precedenti film: dal misterioso maniaco con le mani guantate e la voce sussurrante, alla sequela di delitti cruenti. A essere particolarmente carente, qui, è la sceneggiatura, già non uno dei punti di forza del regista romano: anche lasciando perdere le ingenuità anni ottanta, l'inverosimiglianza e l'irrealtà di fondo (aspetti che per qualcuno potrebbero essere addirittura un pregio), abbiamo personaggi quasi senza caratterizzazione (a partire dalla protagonista) e situazioni schematiche. Anche la recitazione dei comprimari non aiuta, mentre – a parte le solite "soggettive" che dovrebbero far paura ma appaiono ormai meccaniche e abusate – le scene d'impatto o visivamente memorabili si contano sulle dita di una mano (quella del proiettile sparato attraverso lo spioncino della porta, l'attacco dei corvi all'interno del Teatro Regio di Parma – forse una reminiscenza degli "Uccelli" di Hitchcock – e ovviamente l'immagine simbolo, quella degli spilli che il maniaco colloca sulle palpebre della protagonista per impedirle di chiudere gli occhi). Un po' fuori luogo il controfinale ambientato sulle Alpi Svizzere (già location del precedente "Phenomena"), che infatti i distributori americani volevano tagliare (ma Argento si oppose). Nel cast anche Ian Charleson (il regista horror prestato all'opera), Urbano Barberini (il commissario), Daria Nicolodi (l'agente), Coralina Cataldi Tassoni (la costumista). Alcuni spunti della trama (come l'assassino sfigurato che dice a Betty "Come puoi amarmi ora che sono un mostro?", e poi "Voglio sparire, nessuno deve trovarmi") ricordano "Il fantasma dell'opera" di Gaston Leroux, di cui lo stesso Dario Argento firmerà un adattamento cinematografico undici anni più tardi. L'ambiente del melodramma è rappresentato in modo pretestuoso, impreciso e stereotipato: è evidente che Argento non fosse un cultore di questo genere. La colonna sonora è di Claudio Simonetti, integrata da un paio di brani heavy metal. Tanti comunque i pezzi lirici, provenienti non solo dal Macbeth ma anche dalla Traviata, dalla Madama Butterfly ("Un bel dì vedremo") e dalla Norma ("Casta diva"). Curiosità: nella realtà il Macbeth di Verdi, a differenza del dramma originale di Shakespeare, non ha alcuna fama di opera maledetta (che semmai è riservata a "La forza del destino").

26 giugno 2021

Andremo in città (Nelo Risi, 1966)

Andremo in città
di Nelo Risi – Italia/Jugoslavia 1966
con Geraldine Chaplin, Nino Castelnuovo
***

Visto in divx, alla Fogona.

Durante la seconda guerra mondiale, la giovane Lenka (Geraldine Chaplin) vive con il fratellino cieco Mischa (Federico Scrobogna) nella campagna serba. Il padre, insegnante, è partito in guerra e poi, in quanto ebreo, è stato rinchiuso in un campo di concentramento. E nell'attesa del suo ritorno, la ragazza – innamorata di Ivan (Nino Castelnuovo), un partigiano che si rifugia con i suoi compagni nel bosco circostante – cerca di badare al fratello, promettendogli che prima o poi prenderanno uno dei treni che attraversano la regione per "andare in città" in cerca di una vita migliore. Ma ciò che il bambino cieco ignora è che quei treni trasportano i deportati verso i campi di sterminio: dapprima gli ebrei, poi gli zingari (portati via fra l'indifferenza o la rassegnazione del resto della popolazione, il che ricorda il famoso discorso di Martin Niemöller, talvolta attribuito a Bertolt Brecht: "Prima vennero..."), e infine anche i loro congiunti, come Lenka e lo stesso Mischa. Tratto dal romanzo omonimo di Edith Bruck (moglie del regista, e a sua volta sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti), adattato fra gli altri da Vasco Pratolini e sceneggiato da Cesare Zavattini una potente e crudele testimonianza della difficoltà della vita dei civili durante l'occupazione nazista. Il film si svolge in Jugoslavia, ma potrebbe ambientarsi benissimo anche in Italia. In certe cose (il modo in cui Lenka cerca di "proteggere" il fratellino dalle crudeltà del mondo che li circonda) sembra anticipare "La vita è bella" di Benigni, anche se in questo caso siamo più dalle parti del neorealismo che della commedia. Ottima la prova della giovane Chaplin (a inizio carriera e al primo ruolo da protagonista assoluta: era reduce dal "Dottor Zivago") e bella la fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli. Un po' invadente invece la colonna sonora di Ivan Vandor. Aleksandar Gavric è Ratko Vitas, il padre di Lenka e Mischa. Slavko Simić è il medico.

25 giugno 2021

Waking life (Richard Linklater, 2001)

Waking life (id.)
di Richard Linklater – USA 2001
con Wiley Wiggins
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

In un sogno, o meglio una serie di sogni contenuti l'uno nell'altro (e dai quali non riesce a uscire), un ragazzo (Wiley Wiggins) interagisce con numerose altre persone, che gli spiegano le loro idee e le loro teorie – filosofiche, scientifiche, esistenzialiste – sulla vita, il mondo, la coscienza, il libero arbitrio, la natura della realtà e il suo rapporto con i sogni stessi. Girato in animazione rotoscope (ovvero "ricalcando" con il disegno dei filmati con attori in carne e ossa, rielaborati al computer), un film singolare che intende esplorare l'intera gamma dei possibili stati di coscienza che si possono incontrare durante l'attività onirica. Certo, l'operazione è molto intellettuale e costruita, senza quei simboli o significati archetipici che si ritrovano davvero nei sogni: va semmai letta come un catalogo di teorie e di filosofie che, da punti di vista diversi (sottolineati anche dai differenti stili dei disegni, dei colori e dell'animazione), cercano di spiegare il rapporto fra la vita e il sogno. Un sogno che, man mano che la pellicola procede, si fa sempre più lucido: il protagonista diventa consapevole di stare sognando e di non essere in grado di tornare alla realtà (chissà: magari la realtà non è "disegnata" ma in live action). Fra gli indizi che siamo nel sogno c'è il fatto che oggetti e ambienti continuano a ondeggiare e ad apparire cangianti, quasi fosse impossibile stabilizzarli. È un film dall'impianto corale (i personaggi che il nostro eroe incontra si succedono senza sosta, come nel precedente "Slacker") e sperimentale (come gran parte della filmografia di Linklater), con un suo strano fascino ma anche a rischio noia (e fuffa). In una scena riconosciamo Ethan Hawke e Julie Delpy, la coppia di "Prima dell'alba". Linklater stesso è il passeggero della barca-automobile. Altri partecipanti comprendono il regista Steven Soderbergh e il complottista Alex Jones. Il titolo proviene da una frase del filosofo George Santayana ("La vita da svegli è un sogno sotto controllo"). Cinque anni più tardi Linklater tornerà all'animazione rotoscope per "A scanner darkly".

24 giugno 2021

Louis van Beethoven (Niki Stein, 2020)

Louis van Beethoven (id.)
di Niki Stein – Germania/Austria/Rep. Ceca 2020
con Tobias Moretti, Anselm Bresgott
**

Visto in TV (Now Tv).

Mentre nel 1826 si sta recando con il nipote Karl in visita al fratello per un breve soggiorno, un Ludwig van Beethoven già sordo e in procinto di scrivere gli ultimi quartetti d'archi torna con la memoria ai suoi anni giovanili a Bonn (dal 1778 al 1791, quando lasciò la città natale per sempre), al difficile rapporto con un padre autoritario e ubriacone, alla sua prima storia d'amore con la giovane aristocratica Eleonore von Breuning, al viaggio a Vienna per conoscere Wolfgang Amadeus Mozart, e all'incontro con quegli ideali politici libertari (ispirati all'imminente rivoluzione francese) che lo guideranno per tutta la vita (il nome "Louis", con cui si firmerà sempre, deriva anche da questo, oltre che dal fatto che all'epoca Bonn era un principato filo-francese: lo stesso padre si firmava Jean anziché Johann). Un biopic ben fotografato, dalla bella ricostruzione storica, ambientale e musicale, ma forse un po' ingessato e a tratti ingenuo e schematico, soprattutto nel modo di affrontare i temi politici. La scelta è quella di alternare sequenze che illustrano gli ultimi mesi di vita di un Beethoven ormai vecchio e scontroso, che ha già scritto la nona sinfonia, preoccupato per l'inconcludenza del nipote Karl (praticamente un figlio adottivo) e in difficoltà economiche, a lunghi flashback che narrano gli "inizi" della sua carriera di compositore e in particolare l'incontro con Mozart, suo modello di riferimento (tanto che i brani mozartiani presenti nella colonna sonora sono numerosi almeno quanto quelli dello stesso Beethoven). Sono invece del tutto assenti scene che si riferiscono al periodo fra il 1791 e il 1826, ovvero quello delle grandi composizioni. Tobias Moretti e Anselm Bresgott interpretano rispettivamente Beethoven da anziano e da giovane. Ulrich Noethen è Christian Gottlob Neefe, maestro di cappella e suo primo insegnante. Caroline Hellwig è Eleonore, Silke Bodenbender sua madre Helene. Ronald Kukulies è il padre di Beethoven, Peter Lewys Preston è il nipote Karl. Manuel Rubey è un Mozart eccentrico e sregolato, che il giovane Beethoven incontra mentre sta componendo il "Don Giovanni".

23 giugno 2021

I tre volti (Antonioni, Bolognini, Indovina, 1965)

I tre volti
di Michelangelo Antonioni, Mauro Bolognini, Franco Indovina – Italia 1965
con Soraya, Richard Harris, Alberto Sordi
*1/2

Visto su YouTube.

Film in tre episodi con cui il produttore Dino De Laurentiis avrebbe voluto lanciare la carriera da attrice di Soraya, ex regina di Persia (fu ripudiata dal marito, l'ultimo scià del paese, nel 1958, quando fu chiaro che non avrebbe potuto dargli dei figli) e celebrità dell'epoca, frequente protagonista delle cronache mondane e del jet-set, proprio come i personaggi che interpreta nel secondo e nel terzo episodio della pellicola. Il primo, invece, è praticamente un documentario che ne mostra il provino, con Soraya nei panni di sé stessa. Di scarso valore cinematografico, il film ha interesse soltanto dal punto di vista del costume (persino Antonioni, il regista di maggior nome fra i tre, non sembra essersi impegnato più di tanto). E comunque, a parte questa esperienza, Soraya non ha più recitato. Come attrice non sarebbe stata neanche male, anche se poco espressiva: ma pare che De Laurentiis la avesse chiesto di non sorridere mai per andare incontro all'immagine di "principessa dagli occhi tristi" che i giornali e i rotocalchi le avevano cucito addosso.

"Introduzione/Il provino", di Michelangelo Antonioni (*1/2)
Un giornalista del quotidiano "Paese sera" (Ivano Davoli) viene a sapere che Soraya è giunta a Roma in segreto per fare un provino cinematografico per Dino De Laurentiis (che appare nei panni di sé stesso). Per scattare delle foto cercherà inutilmente di introdursi negli studi, al cui interno la principessa si esibisce davanti al produttore, al costumista Piero Tosi e a una troupe.

"Gli amanti celebri", di Mauro Bolognini (*)
La relazione fra Linda e Robert (Richard Harris), scrittore fallito che mal tollera la vita mondana, entra in crisi quando dopo alcuni anni si ripresenta il marito di lei: la donna crede che sia tornato a riprendersela, ed è pronta a dare il benservito all'amante, ma lui voleva soltanto concederle la libertà (ovvero la separazione). L'episodio peggiore: temi stantii e poca o nessuna idea di cinema.

"Latin lover", di Franco Indovina (*1/2)
Armando Riboni (Alberto Sordi) è uno stagionato "amante latino per turiste straniere", ovvero un playboy a pagamento che le accompagna per Roma a beneficio dei fotografi. È l'episodio più affine alla commedia all'italiana, ma senza particolare appeal. Indovina, già assistente di Visconti e dello stesso Antonioni, si innamorerà (ricambiato) di Soraya e resterà con lei per il resto della sua vita.

22 giugno 2021

Rise of the legend (Roy Chow, 2014)

Rise of the Legend (Huang feihong zhi yingxiong you meng)
di Roy Chow Hin Yeung – Cina/Hong Kong 2014
con Eddie Peng, Sammo Hung
**

Visto in TV (Netflix).

Cina, 1868. Con la dinastia Qing al declino, e deciso a proteggere i poveri e gli innocenti abitanti di Guangzhou dalle angherie della Banda della Tigre Nera, organizzazione che gestisce tutte le attività criminali nel porto della città, il giovane esperto di arti marziali Wong Fei-hung (Eddie Peng) si guadagna il favore del maestro Lui (Sammo Hung), capo della gang, ed entra a farne parte. Lavorando dall'interno, con la complicità esterna del "fratello" e amico d'infanzia Fiery (Jing Boran), che nel frattempo ha radunato un gruppo di ribelli, riuscirà a sgominare la banda. Nuova rilettura del "mito" di Wong Fei-hung, personaggio realmente esistito ma assunto ormai a fama leggendaria, soprattutto nell'ambito del cinema di Hong Kong (dove è stato interpretato, fra gli altri, da Jackie Chan in "Drunken master", da Jet Li in "Once upon a time in China", e persino dallo stesso Sammo Hung nell'hollywoodiano "Il giro del mondo in 80 giorni"): la pellicola ne racconta se vogliamo le "origini", in maniera però impostata, calligrafica e pachidermica, con una fotografia patinata e una regia scolastica e manierista. Persino le (poche) scene di combattimento appaiono artificiali, visto l'abuso di effetti digitali (non sempre di buona fattura: irrealistiche, per esempio, le fiamme che circondano i due lottatori nello scontro finale), di controfigure (d'altronde Sammo ha ormai una certa età), di inquadrature ravvicinate o spezzettate. Il risultato è troppo freddo se paragonato, per esempio, alla serie di film con Jet Li, forse la migliore sul personaggio. I punti di forza sono la presenza carismatica di Hung e la colonna sonora di Shigeru Umebayashi, che però soltanto nel finale ingloba il classico tema musicale di Wong Fei-hung. Angela Yeung Wing ("Angelababy") è la cortigiana Xiao Hua, Wang Luodan è la ribelle Chun (entrambe innamorate del protagonista). Tony Leung Ka-fai appare nel flashback nel ruolo del padre di Fei.