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6 dicembre 2016

I due cugini (Jackie Chan, 1982)

I due cugini (Long xiao ye, aka Dragon Lord)
di Jackie Chan – Hong Kong 1982
con Jackie Chan, Mars
**1/2

Rivisto in DVD.

Dragon (Jackie Chan), studente scansafatiche e indisciplinato della scuola di arti marziali diretta da suo padre (Tien Feng), quando non è impegnato in assurde competizioni sportive passa il tempo a bighellonare in compagnia dell'amico Cowboy (Mars), del quale è anche rivale per conquistare il cuore della bella ma riottosa Alice (Suet Lei). Quando la sua strada incrocia casualmente quella di una banda di contrabbandieri di reperti archeologici (finirà infatti nel loro covo nel tentativo di recuperare un aquilone sul quale aveva scritto un messaggio d'amore per la ragazza), sarà costretto ad affrontarne il capo (Hwang In-shik). Originariamente pensato come sequel de "Il ventaglio bianco" (Young Master), al punto da essere messo in lavorazione con il titolo "Young Master in Love", il film non ha riferimenti diretti o legami con il precedente, anche se il personaggio principale e l'ambientazione sono praticamente identici. Qui, però, si spinge ancora di più sul pedale della comicità, in particolar modo quella slapstick o legata alle comiche del muto (si pensi, per esempio, alla gag del fucile o a quella del cannone che conclude la storia). Se Dragon mette in mostra le sue abilità marziali e fisiche nelle competizioni sportive che vedono la sua scuola in lizza contro quelle rivali (il bizzarro incontro di rugby che apre la pellicola, quello di jianzi – una sorta di calcio-volano – a metà film), il combattimento finale nel fienile con il cattivo, orbo da un occhio, è invece nel segno della confusione e dell'improvvisazione: il protagonista ha la meglio non perché più forte, ma perché nel suo impeto finisce col sovrastare – e magari col prendere per stanchezza – persino un avversario tecnicamente più esperto e più abile di lui. Mars (alias Cheung Wing Fat), per una volta eletto a co-protagonista, è un caratterista e stuntman che si vedrà di frequente, in ruoli minori, nei film di Jackie di tutti gli anni ottanta. Il titolo italiano (e il doppiaggio) presentano i due come "cugini", ma in realtà non c'è alcun rapporto di parentela: semplicemente i loro padri sono amici, e in estremo oriente è consuetudine chiamare "zio" le persone con la stessa età dei propri genitori. Anche se un po' sconclusionata, la pellicola nel complesso è divertente e piena di energia, ed è importante perché è di fatto l'ultimo gongfupian più o meno "classico" di Jackie, ormai pronto a fare il salto verso i film di ambientazione contemporanea. È anche il suo primo film a mostrare, durante i titoli di coda, i cosiddetti bloopers (gli errori commessi durante le riprese, in particolare gli stunt sbagliati): Jackie prese l'idea dal regista Hal Needham, che l'anno prima lo aveva diretto in una piccola parte ne "La corsa più pazza d'America".

24 luglio 2016

Il ventaglio bianco (Jackie Chan, 1980)

Il ventaglio bianco (Shi di chu ma, aka The Young Master)
di Jackie Chan – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Yuen Biao
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Alla ricerca del fratello Tiger (Wei Pai), espulso dalla scuola di arti marziali dopo aver tradito la fiducia del maestro e aver gareggiato per una scuola rivale, l'orfano Dragon (Jackie Chan) viene scambiato per lui, che nel frattempo è diventato un criminale noto come "Ventaglio bianco". Dovrà così vedersela con il capo della polizia (Shih Kien), sua figlia (Lily Li) e suo figlio (Yuen Biao), prima di dimostrare la propria innocenza e ottenere la grazia per il fratello sconfiggendo Kam (Hwang In-shik), il leader della gang di banditi. Alla sua seconda regia (dopo "Fearless Hyena"), Jackie continua il suo percorso di ibridazione del gongfupian con la commedia slapstick. Se l'incipit è ancora abbastanza tradizionale (il solito setting con le scuole rivali, i temi del tradimento e della vendetta), pur abbellito dall'insolita sequenza del combattimento fra i due leoni che danzano, dopo una quarantina di minuti la pellicola cambia decisamente registro, dimenticando persino momentaneamente la trama principale per virare su una serie di sequenze comiche che garantiscono un divertimento senza freni. Il mutamento, forse non a caso, avviene nel momento in cui Dragon incontra il personaggio interpretato da Yuen Biao: questi, compagno di allenamento di Jackie all'Opera di Pechino sin dall'infanzia, e fino ad allora confinato a ruoli marginali o come stuntman e controfigura (anche per Bruce Lee!), appare qui per la prima volta in una parte degna di nota a fianco dell'amico, con il quale continuerà a collaborare per tutti gli anni ottanta (e quando ai due si unirà anche Sammo Hung, avremo un terzetto che entrerà nella storia del cinema di arti marziali). Alle tante gag, più o meno sconclusionate (le sabbie mobili, la scena della doccia, quella del pesce rosso), si alternano combattimenti pieni di inventiva, con i personaggi che utilizzano le armi più particolari: il ventaglio per Jackie, la panchetta per Yuen Biao, la gonna (!) per Lily Li, che sarà imitata dallo stesso protagonista nella scena al mercato (con tanto di musica spagnoleggiante). Si nota sempre di più la propensione dell'attore a sfruttare gli ambienti e gli oggetti a portata di mano per dar vita a coreografie originali e sorprendenti. Memorabile il finale, quando Dragon riesce ad avere la meglio sul rivale (più forte di lui) soltanto dopo aver bevuto per sbaglio dell'olio combustibile, che gli dona momentaneamente una super resistenza. Insieme al suo pseudo-seguito "I due cugini" (ovvero "Dragon Lord"), il film rappresenta il canto del cigno del periodo "classico" di Jackie, prima di spostare l'ambientazione delle sue pellicole in epoca contemporanea e moderna. Segna inoltre l'inizio della sua collaborazione con la casa di produzione Golden Harvest di Raymond Chow e Leonard Ho, per la quale usciranno tutti i suoi lavori successivi.

19 marzo 2014

Half a loaf of kung fu (Chen Chi-hwa, 1980)

Half a loaf of kung ku (Dian zhi gong fu gan chian chan)
di Chen Chi-hwa – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Dean Shek
*1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Yang Tao (Jackie), giovane inetto che aspira a diventare un campione di arti marziali, viene addestrato da un misterioso mendicante e si lascia coinvolgere nella lotta fra numerosi clan di banditi che vorrebbero impadronirsi di un prezioso tesoro in viaggio verso la capitale. Alla terza collaborazione con il regista Chen Chi-hwa, Jackie (il cui nome, nei titoli di testa, è ancora scritto con la grafia Jacky Chan) ottiene il totale controllo creativo e lascia che la propria improvvisazione prenda il sopravvento sulla rigidità dei gongfupian classici, seminando a piene mani situazioni demenziali, combattimenti clowneschi e rivisitazioni parodistiche dei luoghi comuni del genere (sin dall'incipit in cui sogna di essere nei panni di celebri eroi dei film di arti marziali – come Zatoichi, lo spadaccino cieco – rimediando però sonore batoste). Il risultato è un film di kung fu dichiaratamente comico ("più vicino a Charlie Chaplin che a Bruce Lee", è stato detto), ingenuo, raffazzonato e incoerente, ma forse non meno importante di "Drunken Master" o di "Fearless Hyena" nel definire l'approccio "leggero" e innovativo di Jackie al genere delle arti marziali. Pare che fosse talmente inviso al produttore Lo Wei che questi scelse di non distribuire la pellicola – girata nel 1977 – se non tre anni più tardi, quando ormai la fama di Jackie era "esplosa" con i lavori successivi. Nella prima parte abbondano le gag, amplificate (ancor più che nei precedenti film girati con Chen) dal ricorso a effetti sonori comici e persino da spezzoni di celebri soundtrack occidentali (compreso il tema di "Braccio di ferro" e quello di "Jesus Christ Superstar"!). Nella seconda, man mano che l'addestramento del protagonista gli permette di tenere testa ai rivali, la trama prende invece il sopravvento, anche se l'elemento buffonesco non viene mai abbandonato del tutto, grazie anche a comprimari come Dean Shek, lo studente scoreggione che insegna al nostro eroe le tecniche più insolite ed inutili. Tipici delle produzioni di Lo Wei sono il numero impressionante di personaggi, più o meno bizzarri, che vanno e vengono e di cui si fatica a tenere il conto, nonché la sceneggiatura contorta e confusa. Lo scontro finale si svolge su un campo di battaglia disseminato di foglietti grazie ai quali Jackie legge e impara nuove mosse sul momento. Nel cast, fra i cattivi, si riconoscono James Tien e Kang Chin (Kam Kong); fra le donzelle, Doris Lung e Gam Ching Lan.

11 ottobre 2013

The grandmaster (Wong Kar-wai, 2013)

The grandmaster (Yi dai zong shi)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/Cina 2013
con Tony Leung Chiu-wai, Zhang Ziyi
***

Visto al cinema Centrale.

Realizzato dopo un lavoro di preparazione e di ricerca durato otto anni (di cui tre trascorsi in giro per la Cina e Taiwan a intervistare grandi maestri di arti marziali a proposito della loro filosofia e del loro retaggio, un viaggio che è stato documentato nel film "The road to the Grandmaster"), il nuovo (capo)lavoro di Wong Kar-wai narra la storia di Ip Man (Tony Leung), il leggendario artista marziale che contribuì a rendere popolare il Wing Chun a Hong Kong negli anni cinquanta e sessanta, e che fu – tra le altre cose – il maestro di Bruce Lee (il bambino che si vede nel finale, insieme agli altri discepoli del protagonista, è senza dubbio Bruce!). La sua vicenda personale, che procede fra strappi ed ellissi, si dipana sullo sfondo di importanti eventi storici (la guerra civile, l'occupazione giapponese, l'indipendenza) e si intreccia con le vicissitudini delle scuole di arti marziali nella Cina repubblicana degli anni trenta, l'epoca d'oro del kung fu cinese, e soprattutto con quelle di Gong Er (Zhang Ziyi), la vendicativa figlia del maestro Gong Yutian, che rinuncerà a un matrimonio prestigioso per dare la caccia a Ma San (Zhang Jin), l'uomo che aveva tradito e ucciso suo padre. La storia d'amore fra Gong Er e Ip Man attraversa tutta la pellicola in maniera sotterranea, senza mai consumarsi e senza mai sfociare in una vera relazione, in maniera in fondo non dissimile da quella di "In the mood for love" (l'interprete maschile, fra l'altro, è lo stesso), dove i due protagonisti non si scambiavano neanche un bacio. Più che sui combattimenti, che comunque abbondano e sono assai dinamici (pur essendo dipinti sullo schermo con la raffinatezza ed l'eleganza, non scevra da un certo manierismo, tipica del regista: da segnalare in particolare quelli sotto la pioggia e sotto la neve, come il bellissimo scontro fra Gong Er e Ma San sulla banchina della stazione, dove abbondano rallenti, primi piani e improvvise accelerazioni che sembrano trasformare i movimenti dei corpi in pennellate di colore che un artista getta su una tela), il film intende parlare dei principi etici e morali che sono alla base delle arti marziali. Per questo motivo, ampio spazio è dato alla "filosofia" e alla saggezza degli antichi maestri, gli ultimi rappresentanti di una visione "poetica" e assai lontana dal puro esibizionismo dei più giovani. La multiforme colonna sonora (di Shigeru Umebayashi, fra gli altri; ma c'è anche uno "Stabat Mater" di un giovane compositore italiano, Stefano Lentini) evoca a tratti quella di Ennio Morricone per "C'era una volta in America": nella parte ambientata a Hong Kong negli anni cinquanta, in particolare, ne trasporta sullo schermo tutto il carico di nostalgia, di passione e di rimpianti. Da rimarcare, a questo proposito, lo struggente dialogo fra Ip Man e Gong Er in occasione del loro ultimo incontro nella sala da tè. La sceneggiatura, dal canto suo, sembra perdere per strada qualche filo (mi sfugge il ruolo del personaggio chiamato il "Rasoio", per esempio). Ma forse in fase in montaggio è stato sacrificato qualcosa da un film che, chissà, un giorno potrebbe rivedere la luce in una versione "director's cut" assai più lunga e completa. Così com'è ora, vive di momenti bellissimi ma un po' scollati fra di loro. Da notare che la vita di Ip Man, più o meno romanzata, è già stata oggetto di numerose altre pellicole: da segnalare quelle – di impianto e stile decisamente più "classici" – girate da Wilson Yip con Donnie Yen come protagonista.

17 aprile 2012

Fearless hyena II (Chan Chuen, 1983)

Fearless hyena II (Long teng hu yue)
di Chan Chuen – Hong Kong 1983
con Jackie Chan, Austin Wai
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Poco dopo l’inizio delle riprese di questo film, Jackie Chan ruppe il contratto che lo legava alla casa di produzione di Lo Wei per seguire l’amico produttore Willie Chan alla Golden Harvest, per la quale avrebbe interpretato tutti i suoi film più popolari negli anni ottanta. Dopo aver inutilmente cercato di riportare l’attore all’ovile (persino, si dice, facendolo minacciare dalla triade), Lo Wei decise di completare la pellicola ricorrendo a materiale d’archivio girato per film precedenti (per esempio le scene di “Karate Ghostbuster” in cui Jackie andava in cerca di ingredienti per il suo stufato) e sostituendo il protagonista con una serie di stuntmen opportunamente “mascherati” con barba finta, naso rosso e baffi posticci (una trovata simile a quella che era stata utilizzata per “L’ultimo combattimento di Chen”, l’ultimo film – uscito postumo – di Bruce Lee). Durante il combattimento finale, invece, il sosia non è mascherato ma si muove in modo da non essere mai inquadrato in volto, e le scene girate ex novo sono montate insieme a sequenze dello scontro conclusivo del primo “Fearless Hyena” (approfittando del fatto che l’antagonista è interpretato dallo stesso attore). Il risultato è dunque estremamente spezzettato: Jackie di persona è protagonista solo di alcune sequenze slegate l’una dall’altra (fra cui spicca quella in cui cerca lavoro in un ristorante gestito dal solito Dean Shek), mentre per rimpolpare la trama viene dato spazio alle disavventure di altri personaggi, come il ladruncolo Frog (Hon Gwok Choi). Il soggetto è essenzialmente identico a quella del primo film, di cui pertanto non è un seguito ma un remake: la differenza è che tutto è moltiplicato per due. Per sfuggire alla vendetta di due spietati rivali (Kwan Young Moon e Yen Shi-Kwan), due fratelli (James Tien e Chen Hui Lou) si nascondono sotto falso nome e nel frattempo addestrano alle arti marziali i rispettivi figli, la testa calda Lung (Jackie) e il pigro Tung (Austin Wai). Saranno loro a vendicarli, dopo che i cattivi li hanno rintracciati a causa dell’ingenuità di Jackie, che aveva fatto sfoggio delle tecniche della propria scuola in pubblico. Nel cast anche una donzella, Pearl Lin, protagonista di un breve scontro con il nostro eroe. Per le sue traversie produttive, ma anche perché assai povero dal lato dei combattimenti e privo della comicità del prototipo, è un film del tutto dimenticabile (Jackie, senza riuscirci, cercò anche di impedirne l’uscita).

16 aprile 2012

Fearless Hyena (Jackie Chan, 1979)

Jacky Chan la mano che uccide (Xiao quan guai zhao)
di Jackie Chan – Hong Kong 1979
con Jackie Chan, James Tien
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Reduce dal successo dei due film diretti da Yuen Woo-Ping ("Drunken master" e "Snake in the eagle's shadow") che lo avevano fatto diventare una star, Jackie Chan esordisce alla regia (in collaborazione con Kenneth Tsang) con una pellicola che da un lato ricalca il canovaccio classico di tanti altri gongfupian sul tema della vendetta e dall'altro porta avanti il suo programma di fondere le acrobazie e i combattimenti a base di arti marziali con una comicità slapstick che si rifà chiaramente al cinema muto. Il risultato è estremamente godibile: l'alternanza fra situazioni comiche (prevalenti in quasi tutta la prima parte della pellicola) e drammatiche (nella seconda) consente di mantenere il ritmo del film su alti livelli fino alla fine, mentre, dirigendo sé stesso, un Jackie in gran forma fisica ha la libertà di coreografare al meglio le proprie capacità da funambolo, senza appesantire la vicenda con elementi inutili e sottotrame parallele. Il giovane protagonista, che vive in un remoto villaggio, ha imparato il kung fu dal nonno Chen (un James Tien "invecchiato" ad arte), che però gli intima di non mostrare mai le proprie tecniche in pubblico: teme infatti che il malvagio ufficiale Yen (Yen Shi-kwan), acerrimo nemico del suo clan ribelle, scopra dove si è rifugiato. Quando il ragazzo, pur di guadagnare qualche soldo, accetta di diventare il maestro di una scalcinata scuola di arti marziali nel villaggio, accade proprio quello che si temeva: attira l'attenzione di Yen, che così rintraccia Chen e lo fa fuori. Per poterlo vendicare, Jackie è sottoposto a un duro addestramento da un misterioso vagabondo zoppo, Unicorn (Chen Hui Lou), che gli insegnerà una tecnica basata sulle emozioni (il celebre emotional kung-fu). Noto in Italia con il bizzarro titolo "Jacky Chan la mano che uccide" (la grafia Jacky compare anche nei credits dell'edizione originale), il film offre numerosi momenti da ricordare: per non essere riconosciuto dal nonno, Jackie combatte travestito da straccione strabico (con baffoni posticci, sulla musica della "Pantera rosa") o addirittura da donna (in una sequenza memorabile); e con Unicorn è protagonista di un insolito duello con le bacchette per il cibo. Spettacolare anche lo scontro con i tre sgherri di Yen armati di lunghe sciabole. Dean Shek fa un breve cameo nei panni del fabbricante di bare, mentre Lee Kwan è l'inetto proprietario della scuola di arti marziali che assolda Jackie per attirare nuovi studenti. La scena finale, in cui Jackie trasporta Unicorn in un carretto, è un omaggio/parodia (con tanto di musica) alla serie giapponese "Samurai" ("Lone Wolf and Cub").

26 novembre 2010

Drunken master (Yuen Woo-ping, 1978)

Drunken master (Jui kuen)
di Yuen Woo-ping – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, Yuen Siu-tien
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

L'abile ma indisciplinato Wong Fei-hung (chiamato Freddy Wong nel classico doppiaggio inglese), sempre pronto ad attaccar briga o a mettersi nei guai, viene affidato per un anno dal padre a un insegnante di arti marziali tanto bizzarro quanto severo, il vagabondo Beggar So. Questi sottopone il ragazzo a un addestramento durissimo ma efficace: Fei-hung apprende infatti la straordinaria tecnica dell'ubriaco, che consiste nell'evadere i colpi dell'avversario simulando i movimenti imprevedibili di un avvinazzato che non si regge in piedi, e riuscirà così a sconfiggere il temibile Thunderleg (o Thunderfoot), spietato sicario a pagamento che era stato assoldato per uccidere proprio suo padre. Realizzato pochi mesi dopo "Snake in the eagle's shadow" (di cui condivide la troupe e l'intero cast, comprimari compresi), questo film leggendario, divertente e appassionante ha consacrato Jackie Chan come il nuovo divo del cinema di arti marziali alla fine degli anni settanta e ha reso estremamente popolare il suo approccio comico al kung fu (è proprio qui che Jackie comincia a sfruttare, durante i combattimenti, tutto ciò che gli capita sottomano: sgabelli, capi di vestiario, persino cibo). Ispirato a una figura realmente esistita, Wong Fei-hung è un personaggio che era già apparso sullo schermo in centinaia di pellicole, per non contare le serie televisive: in seguito verrà interpretato ancora, fra gli altri, da Jet Li nella serie "Once upon a time in China". Nella versione di Jackie Chan lo vediamo attraversare tutte le fasi del suo sviluppo caratteriale: inizialmente discolo e smargiasso (memorabile la scena in cui riesce con l'inganno a farsi abbracciare al mercato da una ragazza, che si rivelerà essere sua cugina!), sulle prime tenta di evadere dalla ferrea sorveglianza di Beggar So e dai suoi esercizi al limite della tortura; ma dopo essere stato pesantemente umiliato in uno scontro a mani nude da Thundeleg, ritorna con la coda fra le gambe dall'anziano maestro e accetta di sottoporsi ai suoi allenamenti estremi. Il film è ricco di momenti umoristici ma anche di combattimenti realistici, lunghi e diversificati – da ricordare quello al mercato con la zia (Linda Lin), che punisce Fei-hung per aver importunato la nipote; la rissa al ristorante in cui il ragazzo viene aiutato per la prima volta da Beggar So; lo scontro con l'imbonitore dalla testa d'acciaio; e quello con il lottatore che usa il bastone (Hsu Hsia) – nel corso dei quali Jackie fa uso di molti stili differenti (compresi quelli ispirati agli animali, che derivano dallo Hung Ga messo a punto dal Wong Fei-hung storico). Anche il maestro ubriacone Beggar So (So Chan, o Su Hua Chi) è una popolare figura del folklore cinese legato alle arti marziali, una delle "dieci tigri di Canton": interpretato da Yuen Siu-tien (sostituito da Yuen Biao come controfigura in alcune sequenze), padre del regista Yuen Woo-ping, insegna a Wong Fei-hung lo stile degli "otto dèi ubriaconi". Il ragazzo apprende velocemente i primi sette, ma si rifiuta di studiare la tecnica dell'ottava divinità, Miss Ho, la "dea signora", in quanto la ritiene troppo effemminata. Inutile dire che nel corso dello scontro finale con Thunderleg (Hwang Jang-lee) si troverà in difficoltà proprio per questa mancanza, e dovrà improvvisarne lo stile. Nella colonna sonora è riconoscibile il classico tema musicale legato a Wong Fei-hung, che compare in tutte le pellicole con il celebre personaggio. Nel 1994 Jackie realizzerà un sequel, "Drunken master 2", nel quale i suoi genitori saranno interpretati nientemeno che da Ti Lung e Anita Mui.

27 ottobre 2010

Snake in the eagle's shadow (Yuen Woo-ping, 1978)

Il serpente all'ombra dell'aquila (Se ying diu sau)
di Yuen Woo-ping – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, Yuen Siu-tien
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

All'apparenza un gongfupian come tanti altri, si tratta invece di un film fondamentale nella storia del cinema di Hong Kong. Oltre a segnare il debutto alla regia di Yuen Woo-ping (il futuro coreografo, fra le altre cose, di "Matrix", "Kill Bill" e "La tigre e il dragone"), è anche la pellicola che – insieme a "Drunken master", realizzato pochi mesi più tardi dalla stessa troupe e con lo stesso cast – trasforma definitivamente Jackie Chan nella nuova superstar del cinema di arti marziali, rendendolo popolarissimo dapprima in oriente e poi anche in occidente. Se il film si apre con un combattimento che più classico non si può, ben presto prende le distanze dai vecchi stilemi del genere grazie all'innesto di gag e momenti umoristici che sembrano provenire direttamente dalle comiche mute del cinema americano degli anni venti. Il protagonista è un orfano sempliciotto, vessato in continuazione nella scuola di kung fu dove vive: novello "cenerentolo", gli è impedito di seguire le lezioni e ha invece il compito di fare le pulizie, oltre a essere utilizzato dagli inetti insegnanti (fra cui il caratterista Dean Shek) come punching bag umano durante le dimostrazioni. Dopo aver accolto e curato un vecchio mendicante (che in realtà è l'ultimo maestro sopravvissuto della scuola del Pugno del Serpente, in fuga dalla setta rivale dell'Artiglio dell'Aquila), viene da lui sottoposto a un duro addestramento e impara a padroneggiarne le tecniche. Nello scontro finale con il capo del clan rivale (Hwang Jang-Lee) utilizzerà però uno stile ancora diverso, da lui stesso ideato e ispirato alle zampate del gatto. Oltre alle gag e alle smorfie, che lo differenziano dai tanti seriosi imitatori di Bruce Lee che infestavano i film di arti marziali dell'epoca, Jackie dà sfoggio di tutta la propria prestanza fisica in una serie di combattimenti tanto inusuali quanto dinamici (nel corso di quello finale perde persino un dente!): gli manca ancora la caratteristica di sfruttare a proprio vantaggio l'ambiente e gli oggetti che lo circondano, ma l'equilibrio fra i momenti comici e quelli d'azione è già ben dosato. La colonna sonora è a base di musica elettronica "rubata" a Jean-Michel Jarre (si riconosce il tema di "Oxygene"), com'era consuetudine nelle produzioni di Hong Kong di allora. L'anziano maestro è interpretato dall'ottimo Yuen Siu-tien (noto anche come Simon Yuen), padre del regista, che tornerà – in un ruolo simile ma ancora più leggendario – in "Drunken master". Fra i cattivi, si fa ricordare per curiosità il falso prete occidentale (Roy Horan).

16 luglio 2010

36a camera dello Shaolin (Liu Chia-liang, 1978)

36a camera dello Shaolin (Shao Lin san shi liu fang)
di Lau Kar-leung – Hong Kong 1978
con Gordon Liu, Lo Lieh
***

Visto in DVD.

Liu Yu De, giovane studente cinese che si ribella al governo Manchu (siamo all'inizio del diciottesimo secolo), è costretto a fuggire dal proprio villaggio e si rifugia nel leggendario tempio buddhista di Shaolin, il luogo dove sono nate le arti marziali, dove spera di apprendere il kung fu per proteggere il popolo dagli oppressori. Diventato monaco con il nome di San Te, nel giro di pochi anni supera le difficili prove delle trentacinque camere del tempio, ciascuna custodita da un diverso maestro e studiata per affinare una differente capacità. Fra le altre cose inventa un'arma particolare, il bastone a tre sezioni, che gli è necessario per vincere la sfida finale. Dopo essere tornato nel mondo esterno e aver chiuso i conti con i suoi nemici, fonderà la trentaseiesima camera, quella in cui si insegnano le arti marziali alla gente comune: prima di allora, infatti, la disciplina del kung fu era mantenuta segreta e non poteva essere diffusa al di fuori del tempio. Una delle più classiche pellicole prodotte dagli studi degli Shaw Brothers: ispirata a un personaggio realmente esistito, si tratta probabilmente del capolavoro di Lau Kar-leung (che qui si firma con il suo nome in mandarino, Liu Chia-liang) e mostra con sincerità e passione quali sono le basi, lo spirito e l'essenza delle arti marziali (quelle "vere", non quelle cinematografiche!). Gran parte del film, infatti, si concentra sul lungo addestramento del protagonista, raccontando il suo percorso attraverso differenti forme di pratica (non solo combattimenti a mani nude o con le armi, ma anche esercizi di vario genere, fisici e mentali) e prendendosi il giusto tempo nel mostrarne il lento progresso da giovane studente avventato e impulsivo (vorrebbe iniziare subito dalla prima camera, ovvero quella più difficile) a monaco saggio e in grado a sua volta di trasmettere la propria conoscenza a degli allievi. Campione d'incassi, il film ha influenzato profondamente il genere e ha contribuito a renderlo più realistico. Ottima la regia, con scene d'azione dinamiche e diversificate (lo stesso regista ha anche coreografato i combattimenti), e convincenti gli interpreti (fra gli avversari di San Te spiccano Wilson Tong e il "cattivo" Lo Lieh). Il protagonista Gordon Liu, che divenne subito una star (appare anche nel "Kill Bill" di Tarantino), è il fratello adottivo del regista.

6 marzo 2010

Dragon fist (Lo Wei, 1979)

Dragon fist (Long quan)
di Lo Wei – Hong Kong 1979
con Jackie Chan, Nora Miao
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Girato agli inizi del 1978 insieme a "Karate ghostbuster" e poi messo da parte per le difficoltà economiche degli studi di Lo Wei, questo film fu distribuito solo l'anno seguente, quando Jackie Chan era ormai diventato una star grazie alle pellicole dirette da Yuen Woo-ping ("Snake in the eagle's shadow" e "Drunken master"). Nonostante il regista torni a ingabbiare Jackie in un ruolo "serio", senza concedere spazio alle sue improvvisazioni e alle sue divagazioni comiche, il film non è certo fra i peggiori che l'attore ha girato mentre era sotto contratto con lui. La trama prende le mosse dal classico tema della vendetta, anche se poi se ne discosta: Jackie è infatti il discepolo di un maestro di kung fu che viene ucciso da un malvagio rivale di un'altra scuola. Dopo aver promesso alla vedova e alla figlia (Nora Miao) del defunto maestro di vendicarlo ed essersi addestrato per tre anni, il protagonista scopre che il nemico, pentitosi delle sue azioni, si è tagliato una gamba per fare ammenda e non è più in grado di combattere. La situazione si complica ulteriormente quando Jackie – per procurarsi una preziosa medicina necessaria alla vedova del suo maestro – accetta di mettere le proprie capacità marziali al servizio di una gang di banditi. Quando se ne renderà conto, per sconfiggerli dovrà unire le forze con l'uomo che ha sempre odiato. Come nei precedenti film di Lo Wei, dunque, non mancano colpi di scena, tradimenti e capovolgimenti inattesi di alleanze e rivalità, ma stavolta il tutto è amalgamato con un certo equilibrio e i personaggi non vanno troppo sopra le righe. Inoltre le capacità atletiche di Jackie Chan sono ormai mature, e dunque il film – pur con qualche ingenuità nella prima parte – si lascia vedere con piacere e può essere considerato propedeutico agli imminenti successi di pubblico e di critica che l'attore avrebbe riscosso negli anni successivi.

26 febbraio 2010

Karate ghostbuster (Lo Wei, 1978)

Karate ghostbuster, aka Spiritual kung fu (Quan jing)
di Lo Wei – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, James Tien
*1/2

Rivisto in VHS, in inglese.

In questo film, uno degli ultimi girati da Jackie con Lo Wei, il nostro eroe è un apprendista del tempio di Shaolin che viene costantemente punito dai monaci per la sua poca disciplina. Dopo che dal monastero è stata sottratta una preziosa pergamena contenente i segreti di una terribile tecnica di arti marziali, Jackie scopre che nella biblioteca del tempio esiste un libro – considerato perduto da lungo tempo – che insegna i rudimenti dell'unico stile in grado di superare quello rubato. Ne diventerà un esperto grazie all'insegnamento di cinque "fantasmi" dispettosi dalla pelle bianca e dai capelli rossi, che dimorano nel libro stesso e che si divertono a compiere scherzi di ogni tipo ai monaci (in sequenze degne dei film comico-soprannaturali con Abbott e Costello). Se la prima parte del film, quella con gli spiriti, è piuttosto stucchevole e assai debole nelle gag (e con grezzi e imbarazzanti effetti speciali di sovrimpressione, per non parlare della colonna sonora "elettronica"), la pellicola vale la visione almeno per le coreografie dello stesso Jackie Chan nei combattimenti del finale: dapprima la prova con i bastoni che Jackie sostiene davanti ai monaci per ottenere il permesso di lasciare il tempio, e poi i lunghi ed elaborati scontri con James Tien prima e con l'abate poi. Gli stili che i cinque fantasmi insegnano a Jackie Chan (il drago, il serpente, la tigre, la gru, il leopardo) sono quelli dei cinque animali sacri del tempio di Shaolin. Un irriconoscibile Yuen Biao interpreta uno dei fantasmi, mentre Mo Man-Sau è la ragazza che Jackie affronta (è la prima che vede, come Goku in "Dragon Ball"!) e di cui si innamora. Il titolo "Karate ghostbuster" non ha molto senso, visto che il protagonista non pratica certo il karate (e non dà nemmeno la caccia ai fantasmi): meglio quello alternativo con cui il film è noto in occidente, "Spiritual kung fu".

6 dicembre 2009

Snake and crane arts of Shaolin (Chen Chi-hwa, 1978)

Snake and crane arts of Shaolin (She hao ba bu)
di Chen Chi-hwa – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, Nora Miao
*1/2

Visto in VHS, in inglese.

Facendo credere a tutti di essere in possesso di un prezioso libro, redatto da otto maestri di Shaolin misteriosamente scomparsi e contenente i segreti delle tecniche del serpente e della gru, il misterioso Hsu Yin-fung (il solito Jackie Chan capellone di quel periodo) attira su di sé l'attenzione di tutti i capoclan delle varie scuole di arti marziali. Il suo scopo è quello di stanare un individuo di cui non conosce l'identità, che in realtà è il vero responsabile della scomparsa dei maestri. Il film è il secondo frutto della collaborazione tra Jackie Chan e Chen Chi-hwa (il primo era stato "Shaolin wooden men"; il terzo sarà "Half a loaf of kung fu"). Insoddisfatto dei risultati ottenuti fino ad allora con i film da lui stesso diretti, il produttore Lo Wei aveva infatti affidato al proprio assistente l'incarico di realizzare altri lungometraggi con la giovane promessa che aveva messo sotto contratto. Ed è evidente come l'attore si trovi maggiormente a proprio agio con un regista che gli lascia maggior carta bianca nelle coreografie e nelle scene di lotta, senza ingabbiarlo in ruoli alla Bruce Lee o soffocarlo con trame contorte e bizzarre. Proprio i combattimenti rappresentano il maggior pregio della pellicola, che segna un importante punto di passaggio verso l'affermazione popolare di Jackie che avverrà di lì a poco con i film di Yuen Woo-ping. Per il resto, però, la trama è decisamente povera e poco interessante, mentre molti personaggi avrebbero meritato un maggiore approfondimento. Una curiosità: durante i titoli di testa, mentre Jackie si esibisce in numeri con la lancia e con la spada su un fondale rosso, si sente la musica di apertura del film "Monty Python e il sacro Graal": a quei tempi era normale per le pellicole hongkonghesi a basso budget, e per quelle di Lo Wei in particolare, saccheggiare le colonne sonore di film occidentali più celebri (il caso più eclatante fu quello di "Magnificent bodyguards" con alcuni brani di "Guerre stellari").

5 dicembre 2009

Magnificent bodyguards (Lo Wei, 1978)

Magnificent bodyguards (Fei du juan yun shan)
di Lo Wei – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, James Tien
**

Visto in VHS, in inglese.

Una donna ricca e misteriosa assolda tre maestri di arti marziali per scortare lei e suo fratello, gravemente malato e sempre chiuso in una lettiga, attraverso le pericolose Stormy Hills, un territorio montuoso popolato da banditi e predoni di ogni tipo. Oltre a Jackie Chan, gli altri membri della scorta sono James Tien (nei panni di uno spadaccino che trancia le braccia dei suoi avversari) e Bruce Leung (nel ruolo di un kickboxer sordo): ma del gruppo fanno parte anche due graziose gemelline combattenti. Dopo essere sopravvissuti all'attacco di numerosi e variopinti nemici, i nostri eroi dovranno affrontare il sovrano assoluto delle colline e scopriranno che le cose non stanno come sembrano. Insolito film di kung fu on the road, celebre – oltre che per l'ennesimo tentativo malriuscito da parte di Lo Wei di trasformare Jackie Chan nel nuovo Bruce Lee – anche per essere il primo film di arti marziali (e di Hong Kong) girato in tre dimensioni. Purtroppo oggi è quasi impossibile vederlo in 3D com'era stato pensato, e dunque le numerose scene in cui le armi, i pugni o gli oggetti vengono diretti verso la macchina da presa e verso lo spettatore rimangono soltanto una strana curiosità. Per il resto la pellicola ha più o meno gli stessi pregi e soprattutto gli stessi difetti di tutte le produzioni taiwanesi di Lo Wei: numerosi personaggi bizzarri e improbabili, una trama che procede per accumulo di sequenze slegate fra loro, svolte e colpi di scena assurdi, una regia confusa e poco curata, una colonna sonora che "saccheggia" quelle dei film occidentali (ci sono persino alcuni temi tratti da "Guerre stellari"!) e combattimenti dove le abilità di Jackie Chan sono tenute a freno dal regista (benché le coreografie degli stessi Chan e Tien non siano poi male e il numero delle scene di lotta sia soddisfacentemente alto). Ma accontentandosi (e guardandolo con lo spirito giusto) è anche possibile divertirsi, magari sorvolando sul finale affrettato.

4 dicembre 2009

To kill with intrigue (Lo Wei, 1977)

To kill with intrigue (Jian hua yan yu Jiang Nan)
di Lo Wei – Hong Kong 1977
con Jackie Chan, Hsu Feng
**

Visto in VHS, in inglese.

I vecchi film di Jackie Chan diretti da Lo Wei saranno anche brutti, ma spesso sono così assurdi e ridicoli da risultare involontariamente divertenti. Questo si caratterizza, oltre che per una trama davvero complicata, anche per il fatto che l'eroe le busca da tutti per l'intera pellicola! La storia prende avvio quando la casa di Jackie viene attaccata e la sua famiglia sterminata dalla banda delle Api Assassine, un gruppo di banditi in cerca di vendetta contro il padre del ragazzo, che li aveva sconfitti anni prima. A guidare l'assalto è un'invincibile guerriera dal volto sfregiato e velato (interpretata da Hsu Feng, apparsa in precedenza in molti film di King Hu: era la "fanciulla cavaliere errante" nel classico "A touch of zen", per esempio). A Jackie, l'unico cui viene risparmiata la vita (anche perché nel frattempo la donna si è innamorata di lui), non resta che partire alla ricerca della sua fidanzata, che lui stesso aveva scacciato di casa per proteggerla prima dell'attacco. Ma la ragazza, credendolo morto, nel frattempo ha accettato di sposarsi con il miglior amico del giovane, che però – all'insaputa di tutti – è sia il governatore della provincia sia il leader di un malvagio clan di tagliagole. Per riuscire a sconfiggere il rivale, Jackie dovrà farsi addestrare dalla stessa donna che ha ucciso i suoi genitori. Come si vede, la trama non è il massimo della linearità (e non ho citato diversi altri personaggi), ma soprattutto è ricca di elementi bizzarri che sembrano aver ben pochi legami con il resto della storia: basti pensare, per limitarsi alle scene iniziali, all'uomo che si presenta come uno spettro per frasi restituire la mano che Jackie gli aveva staccato, oppure ai costumi da fiori (!?) che Hsu Feng e i suoi seguaci indossano alla loro prima apparizione (per non parlare dei pugnali con il manico a forma di ape!). Quello interpretato da Hsu Feng, comunque, è senza alcun dubbio il personaggio più interessante e carismatico del film, una combattente che si pone al di là del bene e del male e che fra le altre cose sconfigge e umilia ripetutamente Jackie Chan (ma in alcuni momenti interviene anche per salvarlo) e gli sfregia pure il volto con un tizzone ardente. I combattimenti sono molto irrealistici e non particolarmente esaltanti.

6 novembre 2009

Shaolin wooden men (Chen Chi-hwa, 1976)

Shaolin wooden men, aka Shaolin chamber of death
(Shao Lin mu ren xiang)
di Chen Chi-hwa – Hong Kong 1976
con Jackie Chan, Kam Kong
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Il giovane Jackie è un discepolo muto del tempio di Shaolin: vorrebbe apprendere le arti marziali per vendicare suo padre, alla cui morte – a opera di un guerriero mascherato – aveva assistito da bambino, ma è costretto invece a svolgere compiti umili e faticosi (come quello di trasportare pesanti secchi d'acqua lungo una scala dal fiume al monastero, indossando calzature di ferro!). Viene infine addestrato al kung fu, oltre che da una suora buddista, anche da un misterioso prigioniero che gli altri monaci hanno incatenato in una grotta sotterranea e del quale diventa un fedele seguace e allievo. Si dimostra così in grado di superare la più difficile prova del tempio, vale a dire sconfiggere i terribili automi di legno che danno il titolo alla pellicola. Ma poi scoprirà che il responsabile della morte del padre è proprio il suo nuovo maestro, in realtà a capo di una banda di malviventi. Sicuramente uno fra i migliori film di Jackie pre-1978 (ovvero prima della sua "esplosione" definitiva con i due lungometraggi diretti da Yuen Woo-ping, "Snake in the eagle's shadow" e "Drunken master"), questo gongfupian ha diversi spunti interessanti, a partire dalla relazione di rispetto/odio fra il protagonista e il maestro. Se la sequenza dei pupazzi di legno non è in fondo nulla di speciale, decisamente apprezzabile è invece il combattimento finale, probabilmente coreografato dallo stesso Jackie (al quale il regista Chen Chi-hwa concede maggior margine di improvvisazione di quanto non facesse Lo Wei, qui accreditato solo come supervisore). Curiosa la scelta di rendere muto il personaggio principale: forse c'erano ancora dubbi sulle capacità recitative del giovane attore. Da notare che si tratta del primo film in cui Jackie compare dopo essersi sottoposto a un piccolo intervento di chirurgia plastica agli occhi (suggeritogli da Lo Wei, secondo il quale Jackie era "troppo brutto" per essere il protagonista di un film).

5 novembre 2009

New fist of fury (Lo Wei, 1976)

Il ritorno di palma d'acciaio (Xin jing wu men)
di Lo Wei – Hong Kong 1976
con Jackie Chan, Nora Miao
*1/2

Visto in VHS, in inglese.

Negli anni immediatamente successivi alla tragica morte di Bruce Lee, il cinema di Hong Kong – rimasto orfano di colui che per la prima volta lo aveva reso popolare in tutto il mondo – si lanciò alla disperata ricerca di qualcuno che potesse raccoglierne il testimone. Nacquero così centinaia di pellicole con sosia e imitatori che ne scimmiottavano lo stile, e spesso con titoli che non avevano altro scopo che quello di ingannare lo spettatore, facendogli credere che si trattasse di film inediti del grande Bruce. Ma ci fu anche chi, come Lo Wei (mediocre regista ma attivissimo produttore), provò effettivamente a battere nuove strade in cerca del "vero" erede di Bruce. Fu proprio Lo a dare una chance al giovane Jackie Chan – fino ad allora relegato in ruoli minori all'interno di pellicole tutt'altro che memorabili – e a renderlo per la prima volta(*) protagonista di un film, fra l'altro il primo vero sequel ufficiale del lungometraggio che aveva dato l'avvio alla fama imperitura di Bruce Lee, quel "Fist of fury" (da noi "Dalla Cina con furore") diretto dallo stesso Lo Wei nel 1972. La pellicola comincia infatti con alcuni personaggi del primo film (tra cui Le-er, la ragazza amata da Chen) che lasciano Shanghai dopo la morte dell'amico per trasferirsi a Taiwan e fondare lì una nuova scuola di arti marziali. Anche nell'isola, però, le forze d'occupazione giapponesi la fanno da padrone; e Okimura, uno spietato maestro nipponico (Chan Sing), intende portare tutte le scuole cinesi sotto il proprio controllo. La "testa calda" Jackie, inizialmente un semplice ladruncolo di strada, guiderà la ribellione contro gli oppressori, in maniera non dissimile da come aveva fatto il personaggio di Bruce Lee nel film precedente. Anche il finale è praticamente identico, il che rende la pellicola più un remake che un sequel. La qualità, però, non è il massimo, soprattutto a livello di sceneggiatura: per la maggior parte del film Jackie Chan sembra entrare e uscire in continuazione dalla storia, mentre il tema del patriottismo (l'unità dei cinesi contro le prepotenze dei giapponesi) è reso in maniera banale e stereotipata, e i personaggi sono poco approfonditi. Da sottolineare comunque le figure femminili, che brillano per la poca convenzionalità: oltre alla coraggiosa Le-er (interpretata ancora da Nora Miao, vero anello di congiunzione con "Dalla Cina con furore", che a un certo punto ripensa con nostalgia a Bruce Lee mentre sullo schermo scorrono alcuni fermo-immagine dei suoi film precedenti), c'è la madre del protagonista, che lavora come prostituta per gli ufficiali giapponesi (una sottotrama interessante ma poi non sfruttata a dovere), e soprattutto la figlia del "cattivo" (Cheng Siu-Siu), un'abile e crudele karateka che combatte alla pari contro gli uomini (e non solo contro Nora Miao, come ci si sarebbe aspettato). In ogni caso, il film rappresenta soprattutto un'occasione mancata: sin dalle prime scene in cui appare sullo schermo, è evidente come Jackie – se lasciato a sé stesso – tendesse già a muoversi in direzione di un kung fu comico e disordinato; eppure Lo Wei lo costringe a "irrigidirsi" nella speranza di farne un alter ego di Chen, con risultati poco soddisfacenti. Scegliendo Jackie Chan come potenziale erede di Bruce Lee, il regista aveva avuto l'intuizione giusta: ma l'ha sprecata, non comprendendo quali fossero le vere peculiarità del giovane attore, che dovette attendere ancora un paio d'anni prima di esplodere nel firmamento delle stelle del cinema d'azione.

(*) C'era già stato in realtà un ruolo di protagonista per Jackie: "Little Tiger of Canton", nel 1971. Ma il film non arrivò mai nelle sale cinematografiche, se non in una distribuzione limitata nel 1973, e venne infine rimontato per uscire nel 1979 con il titolo "Master with cracked fingers".

13 ottobre 2009

The killer meteors (Lo Wei, 1976)

The killer meteors (Feng yu shuang liu xin)
di Lo Wei – Hong Kong 1976
con Jimmy Wang Yu, Jackie Chan
*1/2

Rivisto in VHS, in inglese.

Il prode Killer Meteor (Wang Yu), chiamato così per via della sua misteriosa arma (che sguaina soltanto quando deve uccidere qualcuno), è talmente temuto dai criminali locali che questi gli offrono tributi perché egli permetta loro di vivere per un altro anno, purché promettano di non compiere misfatti. Quando viene incaricato da un ricco e potente signorotto (Jackie Chan) di recuperare un antidoto al veleno che la sua stessa moglie, Lady Tempest, gli sta propinando segretamente da mesi, scoprirà un intrigo che non risparmierà colpi di scena fino alla fine. Ma il film è un discreto pasticcio, con nuovi e variopinti personaggi che saltano fuori ogni cinque minuti (fingendo di essere quello che non sono o ritornando dalla morte) e combattimenti scarsi sia per quantità che per qualità. Jackie, nei panni del cattivo, compare sullo schermo per pochi minuti e praticamente senza mai esibirsi nei numeri di arti marziali che lo avrebbero reso famoso negli anni successivi.

31 agosto 2009

Dragon Gate Inn (King Hu, 1967)

Dragon Gate Inn (Long men kezhan)
di King Hu – Hong Kong 1967
con Shih Chun, Polly Shang-kwan, Bai Ying
***1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Noto anche semplicemente come "Dragon Inn", questo classico wuxiapian – uno dei capolavori di King Hu – è un film fondamentale nel genere "cappa e spada" cinese, nella cinematografia di Hong Kong e in quella dell'intera Asia continentale, come testimoniano i ripetuti omaggi, riferimenti e citazioni di cui è stato fatto oggetto negli anni a seguire (basti pensare al moderno remake prodotto da Tsui Hark nel 1992 con un cast stellare, "New Dragon Gate Inn", o alla malinconica dichiarazione d'affetto di Tsai Ming-Liang, che in "Goodbye Dragon Inn" del 2003 identifica il film con le sale cinematografiche di una volta, ormai popolate solo da spettatori fantasma e destinate a sparire con l'avvento dei circuiti multisala). Ambientato nel quindicesimo secolo, all'epoca della dinastia Ming, quando gli eunuchi spadroneggiavano alla corte imperiale e di fatto detenevano il potere, narra la storia di un manipolo di valorosi eroi che si battono per salvare i figli del generale Yu, ministro caduto in disgrazia a causa dei complotti del perfido e potente eunuco Zhao. Decapitato Yu, infatti, i suoi giovani figli vengono spediti in esilio oltre confine con una scorta. Ma Zhao, in segreto, invia una truppa di suoi fedelissimi per sterminarli prima che varchino la frontiera. I soldati attendono le loro prede ai margini dell'impero, presso uno scalcinato ostello isolato fra le montagne, la Locanda del Drago, dove però fanno sosta anche un misterioso spadaccino di nome Xiao e una coppia di ribelli (un fratello e una sorella, lei vestita da uomo) che intende aiutare i ragazzi a scappare. E anche l'oste nasconde qualcosa, visto che in passato era stato generale e collega di Yu. Fra i numerosi personaggi alloggiati alla locanda, quasi tutti in incognito, si svolge così un gioco di tattiche e sotterfugi, con la tensione che monta a mille, fra duelli con la spada, agguati notturni, bevande avvelenate, trappole, tradimenti e inganni, fino a quando le carte vengono definitivamente scoperte con l'arrivo dei figli di Yu e della loro scorta (e il successivo intervento di Zhao in persona, provetto spadaccino ed esperto di arti marziali, interpretato da un grande Bai Ying al suo esordio sullo schermo). Quasi tutta l'azione, con l'eccezione dell'incipit e dello scontro finale fra le montagne, si svolge all'interno e nei dintorni della vecchia locanda, spazio fisico chiuso e ristretto, un vero e proprio microcosmo che, in contrasto con la spaziosità e l'ampiezza di altre pellicole del genere, garantisce un inconsueto rispetto drammaturgico delle unità d'azione, di tempo e (soprattutto) di luogo, consentendo anche allo spettatore, nonostante i numerosi personaggi e i continui colpi di scena, di non perdere mai il filo della vicenda. Efficacissime le coreografie dei numerosi duelli; potente, anche se un po' invadente, il commento sonoro; ottima, infine, la confezione visiva: l'abile e vigorosa regia di King Hu è ben servita da uno spettacolare cinemascope, mentre il technicolor fa risaltare i costumi, le scenografie e gli splendidi paesaggi di frontiera.

15 luglio 2009

Hand of death (John Woo, 1976)

Hand of death (Shao Lin men)
di John Woo – Hong Kong 1976
con Dorian Tan, James Tien
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Un discepolo del tempio di Shaolin, perseguitato dai Manchu insieme ai suoi compagni dopo la distruzione del monastero, parte in missione per vendicarsi di un perfido traditore passato al nemico. Lungo la strada troverà alcuni alleati, fra i quali un giovane fabbro (Jackie Chan) e uno spadaccino vagabondo (Paul Chang). Per molti versi un ordinario gongfupian vecchio stile, il film è degno di nota non soltanto per la regia di John Woo – ai tempi ancora lontano dal diventare il guru dell'heroic bloodshed – ma anche per la presenza contemporanea dei "tre fratelli" Jackie Chan, Sammo Hung e Yuen Biao in ruoli minori: Sammo, in particolare, spicca come uno degli sgherri del cattivo, con tanto di grossolana dentatura finta; Yuen Biao, oltre a fare lo stuntman, è invece il soldato che viene trafitto da una freccia, mentre Woo stesso compare nel ruolo del giovane studioso che gli eroi devono portare in salvo. La pellicola è di impostazione piuttosto tradizionale ma si lascia guardare con piacere grazie anche ai numerosi combattimenti (coreografati da Sammo Hung) che, pur nello stile "rigido" dei film degli Shaw Brothers, vivacizzano soprattutto la parte finale. Da sottolineare anche il tema musicale, molto ritmato, di Joseph Koo (il futuro compositore della colonna sonora di "A better tomorrow"). Il protagonista (Dorian Tan) è abbastanza anonimo, non male invece il cattivo (James Tien). Il film è noto anche con il titolo "Countdown in kung fu".

11 maggio 2009

Eagle shadow fist (Zhu Mu, 1973)

Eagle shadow fist, aka Fist of anger (Ding tian li di)
di Zhu Mu – Hong Kong 1973
con Wong Ching, Jackie Chan
*

Rivisto in VHS, in inglese.

Da non confondere con "Snake in the eagle's shadow" (il film di Yuen Woo-ping che nel 1978 ha definitivamente lanciato Jackie Chan e il suo kung-fu comico), questa pellicola vede il buon Jackie – all'epoca solo diciassettenne – come semplice comprimario, nonostante sia stata poi ridistribuita in home video facendo credere che ne fosse invece il protagonista. Ambientato durante il periodo dell'occupazione giapponese in Cina, il film racconta di un ex attore del teatro cinese (Wong Ching) che si ribella alle truppe nipponiche che spadroneggiano in un villaggio (e che se la prendono naturalmente con anziani, donne e bambini). Mediocre e noioso sotto tutti i punti di vista, con combattimenti fiacchi benché si faccia grande spreco di sangue finto e di effetti sonori ridicoli, può interessare relativamente soltanto i completisti di Jackie: fra l'altro è una delle pochissime pellicole in cui il nostro muore, e per di più già a metà film.