Visualizzazione post con etichetta Corea del Sud. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Corea del Sud. Mostra tutti i post

10 giugno 2023

Decision to leave (Park Chan-wook, 2022)

Decision to leave (He-eojil gyeolsim)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2022
con Park Hae-il, Tang Wei
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Il detective Jang Hae-jun (Park Hae-il), tormentato dall'insonnia e costretto a vivere lontano dalla moglie che lavora in un'altra città, indaga sulla morte del sessantenne Ki Do-su, ex funzionario dell'ufficio immigrazione caduto durante una scalata in montagna, sospettando che sia stato ucciso dalla giovane moglie Song Seo-rae, di origine cinese. Quasi subito si innamora della donna, ed è pertanto lieto di scoprire che ha un alibi che la scagiona, e che la morte dell'uomo è probabilmente dovuta a un suicidio. Quando scopre di essere stato ingannato, chiede il trasferimento nella piccola cittadina dove vive la moglie, dove però ritroverà a sorpresa la stessa Seo-rae, giunta lì con un secondo marito che a sua volta verrà trovato ucciso... Noir/thriller a sfondo romantico e, secondo alcuni critici, hitchcockiano (si pensi a "La donna che visse due volte"), con personaggi e situazioni interessanti e una regia piena di inventiva. Ha però il difetto di essere troppo "costruito" e, in un certo senso, troppo sofisticato (e poetico!) in rapporto a quello che racconta. Seo-rae rimane un personaggio enigmatico, dalle molte sfaccettature, che pure la rendono attraente agli occhi di Hae-jun. Lui stesso, invece, si lascia manipolare un po' troppo facilmente, proprio come i personaggi maschili dei noir degli anni quaranta e cinquanta al cospetto di una femme fatale. Registicamente, Park ricorre a soluzioni sempre interessanti (come quando, durante pedinamenti o intercettazioni, uno dei personaggi si materializza simbolicamente nella camera dell'altro) e sfrutta molto bene scenari e ambientazioni, tanto quelli urbani quanto quelli naturali, diversi dalla solita Seul. Nella colonna sonora spicca la quinta sinfonia di Mahler. Premio per la miglior regia a Cannes.

24 maggio 2023

Broker - Le buone stelle (H. Koreeda, 2022)

Broker - Le buone stelle (Broker)
di Hirokazu Koreeda – Corea del Sud 2022
con Song Kang-ho, Bae Du-na
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Il gestore di una lavanderia (Song Kang-ho) e un giovane orfano suo amico (Gang Dong-won) sottraggono neonati abbandonati anonimamente dalle madri nella "baby box" di una chiesa per rivenderli clandestinamente a coppie che vogliono adottarli. Una giovane prostituta (Lee Ji-eun) che aveva lasciato lì il proprio figlio scopre il loro traffico, ma accetta di unirsi a loro per vendere il proprio bambino. Per un motivo o per l'altro, però, la vendita non andrà in porto: e mentre girano per il paese, i tre – ai quali si aggiunge un altro ragazzino fuggito dall'orfanotrofio – si ritrovano a formare una sorta di "famiglia", affezionandosi nel frattempo sempre più al neonato, il tutto mentre vengono pedinati in segreto da un'agente di polizia (Bae Du-na), intenzionata ad arrestarli in flagranza di reato. Dopo la Francia (con "Le verità"), Koreeda gira un altro film all'estero, stavolta in Corea, con l'attore di "Parasite" (Song Kang-ho, premiato a Cannes). È una storia che parla di abbandono, di orfani, di "famiglia" e del sogno di ricominciare da capo, con un pizzico di retorica ma anche personaggi estremamente umani, compresa la poliziotta che, a furia di seguire e sorvegliare i trafficanti di bambini (ma loro si definiscono "broker"), finisce per comprenderne i sentimenti e le motivazioni. Forse un po' lento, soprattutto nella seconda parte, ma con tutta la profondità e l'attenzione agli aspetti relazionali, umani e sociali che caratterizzano da sempre il cinema del regista giapponese. Il tema del rapporto (non di sangue) fra genitori e figli, per esempio, era già stato affrontato in "Father and son", e quello della famiglia non convenzionale che vive ai margini della legalità in "Un affare di famiglia". Lee Joo-young è la collega di Bae Du-na, mentre diversi attori celebri per serial televisivi coreani fanno la loro apparizione in parti minori.

24 febbraio 2023

#IoSonoQui (Eric Lartigau, 2019)

#IoSonoQui (#Jesuislà)
di Eric Lartigau – Francia/Belgio 2019
con Alain Chabat, Bae Du-na
**

Visto in TV (Now Tv).

Stéphane (Alain Chabat), chef e proprietario di un ristorante a conduzione famigliare nella campagna basca, divorziato e in crisi di mezza età, prende per la prima volta nella sua vita una decisione d'impulso e parte in aereo per Seul per conoscere di persona una pittrice coreana (Bae Du-na) con cui era in corrispondenza via internet. La donna però non si presenterà al suo arrivo, e lui trascorrerà diversi giorni all'aeroporto ad attenderla, pubblicando nel frattempo immagini su Instagram: la sua "storia" lo trasformerà senza saperlo in una piccola celebrità e lo aiuterà a riconnettersi con sé stesso e con la famiglia, in particolare con i due figli (Jules Sagot, Ilian Bergala) che vengono a "recuperarlo". Aggiornato all'era dei social media (i messaggi e le immagini che Stéphane posta e riceve compaiono tutti sullo schermo), una sorta di "Lost in translation" franco-coreano, con un protagonista che per ritrovare sé stesso deve volare all'altro capo del mondo ed entrare in contatto con una cultura così differente dalla sua, esemplificata dal concetto del "nunchi", ovvero la capacità di comprendere i sentimenti altrui senza che questi vengano detti esplicitamente, indice di intelligenza emozionale. La parte migliore è quella centrale, ovvero quella ambientata nell'aeroporto di Incheon. Alain Chabat aveva già recitato per Lartigau nella commedia romantica "Prestami la tua mano", che (come questo) avevo scelto di vedere solo per gli interpreti.

2 febbraio 2023

Stop (Kim Ki-duk, 2015)

Stop (Seutop)
di Kim Ki-duk – Giappone/Corea del Sud 2015
con Natsuko Hori, Tsubasa Nakae
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Sabu (Tsubasa Nakae) e Miki (Natsuko Hori) abitano a pochi chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima. Quando il reattore viene danneggiato durante il terremoto del 2011, la giovane coppia è costretta ad evacuare la propria casa e a rifugiarsi a Tokyo. Miki, che è incinta, comincia a preoccuparsi che il feto dentro di lei sia rimasto esposto alle radiazioni. Per convincerla a non abortire, Sabu si offre di tornare nella zona contaminata a fotografare gli animali lì presenti, per dimostrarle che non hanno subito conseguenze. Ma ciò cui assisterà gli farà cambiare idea, tanto che si imbarcherà in una crociata contro il consumo di elettricità, convinto che sia proprio l'enorme dipendenza energetica delle grandi città, come Tokyo, a giustificare l'uso delle centrali nucleari... Girato con un budget bassissimo e una sceneggiatura esile, questo film "giapponese" di KKD è alquanto banalotto nei temi e soffre per una caratterizzazione ondivaga dei personaggi, che passano in un istante da un comportamento sensato a un altro decisamente folle. Eppure è interessante come la paura e la diffidenza del nucleare, dopo svariati decenni, tornino a far capolino nel cinema dell'estremo oriente (si pensi a "Testimonianza di un essere vivente" o "Sogni" di Kurosawa).

14 marzo 2022

Moebius (Kim Ki-duk, 2013)

Moebius (Moebiuseu)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2013
con Seo Young-ju, Cho Jae-hyun, Lee Eun-woo
***

Visto in divx.

Folle di gelosia perché il marito (Cho Jae-hyun) ha un'amante (Lee Eun-woo), una donna (sempre Lee) evira con un coltello il figlio (Seo Young-ju) e poi fugge di casa. Scosso dai sensi di colpa, il padre vorrebbe trapiantare i propri genitali al ragazzo: e nel frattempo, scopre – e gli comunica – che è possibile comunque provare piacere sessuale attraverso il dolore. Il ragazzo userà questa informazione per iniziare una relazione proprio con l'amante del padre. E dopo l'operazione chirurgica, scoprirà di riuscire ad avere un'erezione soltanto di fronte alla madre, che nel frattempo è tornata a casa... Film originale e crudo, molto forte, fra i più estremi di un regista già estremo di suo, che per l'occasione sembra aver ritrovato almeno in parte la sua vena più personale e crudele, quella messa in mostra in pellicole come "L'isola", "Bad guy" o il precedente "Pietà", anche se rispetto ai lavori degli esordi l'insieme è meno lirico e poetico. L'intera pellicola è completamente priva di dialoghi, con i personaggi che si esprimono solo attraverso gesti e sguardi. Ma a renderla indimenticabile, naturalmente, sono soprattutto i contenuti, non privi di riferimenti alle tragedie greche (Edipo in testa) e alla mitologia (Urano). Passione e dolore, amore e incesto si fondono in una rapida successione di eventi che fanno continuamente avanzare la storia (le umiliazioni del ragazzo, bullizzato dai compagni di scuola e poi costretto a entrare in una gang di teppisti; il soggiorno in prigione; le ricerche del padre su internet a proposito dei trapianti di genitali; la relazione fra il ragazzo e l'amante del padre; la gelosia del padre di fronte al rapporto fra madre e figlio...). Il titolo, che fa riferimento al celebre nastro a una faccia, suggerisce l'intrecciarsi e il trasformarsi dei temi (indicativo il fatto che a interpretare la moglie e l'amante sia la stessa attrice, nonché l'immagine conclusiva del ragazzo che prega davanti a un Buddha nella vetrina di un negozio). La pellicola ha avuto forti problemi con la censura e sollevato polemiche in patria (l'attrice inizialmente scelta per la parte della madre ha accusato il regista di violenza psicologica).

19 luglio 2021

Secret sunshine (Lee Chang-dong, 2007)

Secret sunshine (Miryang)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2007
con Jeon Do-yeon, Song Kang-ho
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Lee Shin-ae (Jeon), giovane vedova con un figlio piccolo, si trasferisce da Seul nella cittadina natale del marito defunto, Miryang (nome che significa “raggio di sole segreto”, “secret sunshine” appunto), con l'intenzione di aprire una scuola di pianoforte e iniziare una nuova vita. Ma la tragedia incombe: il piccolo Jun viene rapito e ucciso, e la donna cercherà conforto dapprima nella religione e poi in una sorta di ribellione personale contro Dio, che ha “osato” perdonare il colpevole prima che l'abbia potuto fare lei. Lineare e al tempo stesso complesso, il film è essenzialmente diviso in quattro parti che seguono l'altalenante percorso di Shin-ae (il tentativo di stabilirsi a Miryang; il rapimento e la scomparsa di Jun; la ricerca di conforto nella religione; la rabbia e la ribellione), durante il quale la donna è sempre affiancata da Kim (Song), meccanico e vicino di casa che l'ha presa in simpatia, anche se il suo affetto non è ricambiato. Degna di nota la performance di Jeon Do-yeon, che riesce a esprimere le diverse fasi attraversate dalla protagonista di fronte alla tragedia della perdita di un figlio, alle avversità della vita e al rapporto con la religione, un cristianesimo che in Corea si traveste da “setta”, con riti e preghiere che sembrano scollegate dalla realtà se non nella mente dei suoi praticanti. In quello che in fondo è (per quanto originale) un thriller psicologico che scava nei temi del lutto e dei rapporti sociali in un contesto estraneo (in quanto “venuta da fuori”, Shin-ae è sempre guardata con sospetto dagli abitanti della cittadina) a mancare è forse l'ottimismo, il lieto fine; eppure la pellicola è colma di umanità e di sentimenti, spesso contrastanti ma con cui è facile empatizzare: guardandolo, si ha quasi l'impressione che l'essere umano, nella sua complessità, e nonostante ambiguità e contraddizioni, sia in fondo semplice da comprendere nelle sue reazioni più basiche di fronte alla morte e alla sofferenza.

10 marzo 2021

Time to hunt (Yoon Sung-hyun, 2020)

Time to hunt (Sanyangui sigan)
di Yoon Sung-hyun – Corea del Sud 2020
con Lee Je-hoon, Choi Woo-shik
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In una Corea economicamente in bancarotta, in preda al caos sociale e funestata da povertà e criminalità, il giovane ladruncolo Jun-seok (Lee Je-hoon), appena uscito di prigione, sogna di fuggire verso un paradiso tropicale e a questo scopo organizza una rapina a una casa da gioco clandestina insieme agli amici Ki-hoon (Choi Woo-shik), Jang-ho (Ahn Jae-hong) e Sang-soo (Park Jung-min). Ma i gangster che gestivano il locale scatenano sulle loro tracce un killer solitario e implacabile, l'ex poliziotto Han (Park Hae-soo), che darà la caccia ai ragazzi giocando con loro come il gatto con i topi... Solido crime movie che ha nelle scene di tensione e nell'umanità dei personaggi il suo punto di forza. Senza velleità autoriali (anche se il contesto sociale semi-distopico è un ingrediente inatteso e che arricchisce la vicenda) ma comunque ben diretto e interpretato, il film si lascia seguire con interesse fino a un finale, a dire il vero, un po' deludente nella sua incapacità di essere del tutto risolutivo. Nonostante alcune svolte improbabili (come i due mercanti d'armi gemelli interpretati da Jo Sung-ha), il tono di fondo è piuttosto realistico: i personaggi commettono errori o cedono all'emozione, tutti ovviamente tranne l'inarrestabile e misterioso killer, una sorta di "uomo nero" o di Babau, sempre pronto a uscire dall'ombra (o dai sogni) per avventarsi sui protagonisti, la cui fuga diventa una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

24 febbraio 2021

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Oasis (Oasiseu)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2002
con Sol Kyung-gu, Moon So-ri
***

Rivisto in DVD.

Appena uscito di prigione, dove era stato rinchiuso per aver provocato una vittima in un incidente d'auto, Jong-du (Sol Kyung-gu) è riaccolto malvolentieri dal resto della famiglia. Anche perché, immaturo, scapestrato e leggermente ritardato, pare vivere in un mondo tutto suo ed è difficile capire cosa gli passi per la testa. Al tempo stesso Gong-ju (Moon So-ri), figlia dell'uomo rimasto ucciso nell'incidente, è emarginata dai propri parenti perché soffre di paralisi cerebrale infantile. Disprezzati e tenuti in disparte, considerati pesi morti o individui che non hanno diritto a una propria sensibilità da congiunti che pure non esitano ipocritamente a sfruttarne la situazione (la famiglia di Gong-ju approfitta della sua disabilità per poter vivere in un condominio speciale, da cui la ragazza è però esclusa; e scopriremo che l'incidente di cui Jong-du si era assunto la colpa era stato causato in realtà dal fratello maggiore), i due ragazzi trovano lentamente la felicità insieme: dapprima si attaccano l'uno all'altra per solitudine e disperazione, ma poi danno vita pian piano a un rapporto d'amore e d'amicizia che il mondo esterno non riesce o non vuole comprendere, ritenendo impossibile per loro provare sentimenti "normali" (lei è vista come vittima e lui come aggressore). Pluripremiato in molti festival internazionali (compresi due riconoscimenti a Venezia: il Leone d'argento per la miglior regia e il premio Mastroianni per la miglior attrice emergente), il terzo film di Lee Chang-dong è una delle pellicole più impressionanti sul tema della malattia mentale e del mondo affettivo di chi ne è colpito, spesso del tutto ignorato o trascurato da chi sta loro attorno. Il tema e il tipo di personaggi sono sempre a rischio di retorica, ma per fortuna il regista – anche sceneggiatore – li affronta con realismo e schiettezza, evitando ogni forma di buonismo, anche quando descrive gioie e paure dei personaggi (le ombre dei rami dell'albero che, da fuori, invadono la stanza di Gong-ju, coprendo il quadro dell'oasi – da cui il titolo del film – sulla sua parete) o l'ipocrisia dei familiari nei loro confronti, in un duro contesto caratterizzato da mancanza d'attenzione, vergogna e disgusto. Ottime le prove dei due protagonisti, che avevano recitato insieme nel precedente film di Lee, "Peppermint candy". Sorprendente in particolare la prova di Moon So-ri, che in alcune scene (simboliche) torna di colpo "normale".

12 febbraio 2021

Space sweepers (Jo Sung-hee, 2021)

Space sweepers (Seungriho)
di Jo Sung-hee – Corea del Sud 2021
con Song Joong-ki, Kim Tae-ri, Jin Seon-kyu
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un futuro (siamo nel 2092) in cui la Terra è irrimediabilmente inquinata e il magnate James Sullivan (Richard Armitage) progetta di costruire colonie su Marte a beneficio esclusivo di una ricca elite, un gruppo di sbandati – il capitano ed ex pirata Jang (Kim Tae-ri), l'ex soldato Tae-ho (Song Joong-ki), l'ex gangster Tiger Park (Jin Seon-kyu) e il robot transgender Bubs (che legge Rilke!) – si guadagnano da vivere come "spazzini spaziali", ovvero recuperando rottami e pericolosi detriti in orbita intorno al pianeta per rivenderli e cercare in questo modo di ripianare i propri debiti. Quando si imbattono in Dorothy (Park Ye-rin), bambina robot equipaggiata con un'arma di distruzione di massa, pensano di poterne ricavarne molti soldi vendendola a un gruppo di terroristi. Ma si affezioneranno alla piccola, e contemporaneamente scopriranno che non tutto è come gli è stato fatto credere... Fra "Dark star" (quello di John Carpenter), "Guardiani della Galassia" e l'anime "Cowboy Bebop", un'ambiziosa e divertente avventura spaziale (anche se strettamente parlando non si va mai troppo lontano dall'orbita terrestre) con personaggi simpatici e un ottimo livello produttivo per quanto riguarda gli effetti visivi e il world building (compreso il design di ambienti e tecnologie). Tutti punti decisamente a favore che consentono di passare sopra a una trama un po' derivativa, che frulla insieme tanti generici temi della fantascienza.

19 dicembre 2020

Green fish (Lee Chang-dong, 1997)

Green fish (Chorok mulkogi)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 1997
con Han Suk-kyu, Shim Hye-jin, Moon Sung-keun
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Tornato a casa dopo il servizio militare, il ventiseienne Mak-dong (Han) trova la propria famiglia e l'intero mondo intorno a sé nel caos più completo. I fratelli si sono allontanati l'uno dall'altro e vivono allo sbando e in difficoltà economica, il quartiere si sta trasformando in peggio, e dove c'erano vasti campi stanno per sorgere moderni palazzoni. L'incontro con la misteriosa Mi-ae (Shim), cantante in un cabaret e "pupa" del boss locale Bae Tae-gon (Moon), porta Mak-dong in contatto col sottobosco della malavita: preso in simpatia dal boss per via del suo coraggio e del suo carattere schietto, ne diventa presto uno degli uomini più fidati, occupandosi dei lavori più pericolosi nella speranza di guadagnare il denaro necessario a riunire i propri parenti e aprire un ristorante a gestione familiare... L'opera prima di Lee Chang-dong, il futuro regista di "Peppermint candy" e "Poetry", è un film intenso e ricco di ingredienti, forse fin troppi: la famiglia di Mak-dong, le faide fra bande di gangster, il rapporto con Mi-ae, la società coreana che cambia, il desiderio di rivalsa e quello, parallelo, del ritorno alla felicità dell'infanzia (il titolo fa riferimento a un pesce preso da Mak-dong da ragazzo, simbolo – come la slitta di "Quarto potere" – della spensieratezza di gioventù e di un momento in cui la famiglia era unita). Il tutto si colloca in una società corrotta (poliziotti e politici prendono le mazzette) e un mondo violento, dove c'è poco scampo per i puri, per chi agisce solo in base ai propri istinti o sentimenti, e per chi insegue un sogno: quello del protagonista verrà infatti realizzato solo dopo la sua morte, e a rendersi conto del suo sacrificio sarà chi gli è sopravvissuto, come Mi-ae (incinta forse di lui): la scena in cui viene uccisa la gallina per preparare la zuppa per lei richiama in un certo senso proprio il sacrificio di Mak-dong. Bella e già matura la regia (Lee, anche sceneggiatore, aveva lavorato come assistente in un paio di pellicole, prima di decidere di fare il gran salto dietro la macchina da presa), bravi gli attori e interessante la colonna sonora melodica (che richiama a tratti il Morricone di "C'era una volta in America" e il Bernard Herrmann di "Taxi driver"). Alcune sequenze (quella nei bagni pubblici e quella nella cabina telefonica, improvvisata da Han) sono entrate nella memoria collettiva dei cinefili coreani.

12 dicembre 2020

Amen (Kim Ki-duk, 2011)

Amen (id.)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2011
con Kim Ye-na, Kim Ki-duk
**1/2

Visto su YouTube, per ricordare Kim Ki-duk.

Una ragazza coreana (Kim Ye-na) sbarca a Parigi in cerca di qualcuno (forse il suo innamorato?). La giovane vaga per la città, citofona inutilmente ai recapiti di cui dispone, grida il nome dell'uomo che sta cercando in mezzo alla folla, prende treni per Venezia prima e per Avignone poi, ma invano. Nello scompartimento di uno di questi treni, viene addormentata, derubata e violentata da uno sconosciuto in tuta mimetica e maschera antigas, che in seguito comincia a pedinarla di nascosto. Quando la ragazza scopre di essere rimasta incinta, lo sconosciuto la approccia, chiedendole di tenere il bambino... Forse il film più esile e minimalista di Kim, girato "in trasferta" con la camera a mano, senza dialoghi (il rumore di fondo è in presa diretta) e con una sola attrice (anzi due: il regista stesso, oltre a reggere la videocamera, interpreta l'uomo con la maschera antigas). In questo estremo artigianalismo non è molto diverso dal precedente "Arirang": ma se quello era una confessione a cuore aperto, qui Kim sembra quasi volersi imporre una sorta di invisibilità, cancellando persino il proprio volto, continuando però ad espiare i propri peccati. E perciò, anche se la prima impressione è che la trama sia stata improvvisata sul momento, non si può negare che non manchino l'interesse e l'intensità: si partecipa al viaggio e alle vicende della protagonista senza nome, sola in terra straniera, e si rimane stranamente avvinti dal suo volto irregolare, dalle sue lacrime, dalle notti trascorse sulle panchine, e dal mistero dell'uomo che la segue (spesso l'inquadratura corrisponte alla soggettiva di questi) donandole denaro o abiti, sentendosi in colpa per ciò che ha fatto. Espliciti anche alcuni sottotesti religiosi, a partire dal titolo e dalle sequenze ambientate in chiesa o presso luoghi di culto, quasi a voler leggere la vicenda come quella di una novella Maria di fronte al mistero dell'annunciazione. Musica di Schubert (l'Andantino D. 959).

7 novembre 2020

Christmas in August (Hur Jin-ho, 1998)

Christmas in August (Palwolui Keuriseumaseu)
di Hur Jin-ho – Corea del Sud 1998
con Han Suk-kyu, Shim Eun-ha
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il trentenne Jung-won (Han) è single, vive con il padre, gestisce un negozio di fotografie ed è malato terminale. Nei pochi mesi che gli restano prima di morire (il film si svolge da agosto a dicembre) va avanti come se niente fosse con il proprio lavoro, sempre sorridendo, ma si preoccupa anche di visitare i parenti, rivedere i vecchi amici e organizzare ogni cosa per la propria dipartita. Nel frattempo conosce la giovane poliziotta addetta al traffico Da-rim (Shim), con cui scatta una simpatia reciproca: la ragazza inizia a frequentarlo e pian piano se ne innamora, rimanendo perplessa quando il negozio chiude all'improvviso... Un film delicato e intimo, fatto di emozioni e sentimenti mai gridati o forzati (ha il pregio di evitare toni sensazionalisti o melodrammatici), che racconta una tenera storia d'amore destinata a non essere mai espressa a causa delle avversità della vita. Niente di particolarmente originale, ma narrato con toni gradevoli e capace di affrontare un tema pesante in modo leggero e senza mostrarsi superficiale: si parla di serena accettazione della morte e del parallelo fra l'amore e le fotografie (che invecchiano e sbiadiscono). E come capita spesso nelle pellicole dell'estremo oriente, a contare sono i dettagli, gli sguardi e gli episodi apparentemente meno significativi (come quello dell'anziana signora che si reca nel negozio di Jung-won per farsi scattare il ritratto funebre). La bella Shim Eun-ha divenne una star, ma lasciò il mondo del cinema dopo pochi anni. Ottime la colonna sonora acustica e la fotografia che sottolinea il passaggio del tempo e l'avvicendarsi delle stagioni, in parallelo con gli stati d'animo: si comincia in piena estate, con giornate luminose, e pian piano arrivano le piogge d'autunno e infine il buio dell'inverno (accompagnati dal cambio degli abiti e delle pietanze). Ricordato con affetto e diventato un piccolo cult movie in patria, il film vanta anche un remake giapponese nel 2005.

21 ottobre 2020

Arirang (Kim Ki-duk, 2011)

Arirang (id.)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2011
con Kim Ki-duk
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In seguito a una profonda crisi artistica e personale, ma anche per lo shock dovuto a un incidente capitato sul set del suo precedente film, "Dream" (in cui l'attrice Lee Na-young aveva rischiato di morire impiccata), il regista Kim Ki-duk si è ritirato a vivere come un eremita in una tenda dentro una baracca in montagna, isolato da tutto e da tutti. Qui trascorre le giornate a spaccare legna, a sciogliere la neve, a mangiare frutta o cibo istantaneo, senza contatti con nessuno, e in compagnia soltanto di un gatto. Ma pian piano, con una videocamera, comincia a riprendere sé stesso, auto-intervistandosi in una sorta di confessione "come regista e come essere umano". A metà fra il documentario, il cinema-verità e la finzione metacinematografica (che in qualche modo ricorda "This is not a film" di Jafar Panahi, altro regista costretto all'isolamento ma per tutt'altri motivi), questo insolito film è un modo con cui Kim prova a spiegare al mondo (e a sé stesso) i motivi della sua assenza dalle scene per tre anni (dal 2008 al 2011), dopo che in precedenza aveva sfornato pellicole a getto continuo, non senza lasciare perplessi per la qualità dei suoi ultimi lavori, sempre più esili e tirati via. In effetti proprio Kim ammette che lavorava troppo e in fretta, che girare film era diventato per lui un meccanismo perverso di cui non poteva più fare a meno, e che l'incidente capitato sul set lo ha portato a ripensare tutta la sua esperienza. In una lunga seduta di auto-analisi in cui conversa con sé stesso (o con la propria ombra), il regista parla di cinema, dei propri film, della vita e della morte, lamenta l'abbandono (o il "tradimento") da parte dei suoi assistenti (finiti a lavorare per case di produzione commerciali), traccia un bilancio esistenziale e professionale, e lancia un grido di disagio (espresso attraverso la canzone tradizionale "Arirang"). Pur mostrando essenzialmente un solo personaggio che conversa con sé stesso, il film non è mai noioso e anzi è altamente interessante, una grande lezione di cinema che spiega meglio di mille documentari cosa è la settima arte e come si intreccia con il concetto di verità. Nell'esprimere la struggente necessità di girare un film "per dimostrare di essere ancora un regista", Kim varca costantemente il confine fra documentario e film drammatico (si pensi al finale "kitaniano", in cui il protagonista si fabbrica una pistola e scende in città per compiere la sua vendetta, calandosi nel ruolo fittizio del gangster). Pellicola importante, segna l'inizio di una nuova fase creativa per il regista coreano, che lo porterà al Leone d'Oro a Venezia nel 2012 con "Pietà", ma è anche un compendio di tutto il suo cinema e una riflessione sulla sua vita precedente: in una sequenza Kim si commuove guardando una sequenza di "Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera", in un'altra compaiono le locandine di tutti i suoi film passati, e nel finale vengono mostrati i quadri da lui dipinti in Francia e numerose foto sue e del set dei suoi lavori. Curiosità: la popolare canzone "Arirang" (risalente a oltre 600 anni fa!) aveva già ispirato e dato il titolo a un film muto del 1926, una delle prime influenti pellicole del cinema coreano (oggi purtroppo considerata perduta).

13 settembre 2020

#Alive (Cho Il-hyung, 2020)

#Alive (#Saraitda)
di Cho Il-hyung – Corea del Sud 2020
con Yoo Ah-in, Park Shin-hye
*1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Quando una misteriosa epidemia che trasforma gli esseri umani in creature aggressive e cannibali si diffonde per le strade della città, un giovane videogiocatore (Yoo Ah-in) si ritrova chiuso e isolato nella casa di famiglia, senza cibo né acqua, intenzionato a sopravvivere in ogni modo. Più tardi scoprirà che nel complesso dove risiede c'è un'altra superstite: una ragazza (Park Shin-hye) che abita nel palazzo di fronte al suo. Ho iniziato a vedere questo film sperando che fosse qualcosa di originale, e invece è la solita pellicola di zombie, senza nemmeno particolari varianti sul tema se non alcuni aspetti legati alla tecnologia (l'uso del drone e del visore per esplorare i dintorni del palazzo; la mancanza di campo che rende inutilizzabili i cellulari e i videogiochi, mandando in crisi il ragazzo; l'appello attraverso i social network, che giustifica in qualche modo il pretestuoso uso dell'hashtag nel titolo). L'unica scena degna di interesse è quella, verso il finale, in cui due protagonisti si rifugiano nell'appartamento di un terzo superstite, che intende darli in pasto alla propria moglie zombie tenuta incatenata. In tempo di pandemia da Covid-19, comunque, sono innegabili le suggestioni – come l'imperativo a non uscire di casa – che legano il soggetto alla situazione attuale (ma puramente casuali: il film era già stato realizzato in precedenza).

4 febbraio 2020

Dream (Kim Ki-duk, 2008)

Dream (Bimong)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2008
con Joe Odagiri, Lee Na-young
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Due perfetti sconosciuti, l'artigiano Jin (Odagiri) e la sarta Ran (Lee), scoprono di essere uniti da uno strano legame: di notte, mentre l'uomo sogna, la donna – in stato di sonnambulismo – vive nella realtà le esperienze del sogno di lui. E poiché Jin è ancora innamorato della sua ex ragazza, al punto da cercare di raggiungerla nei suoi sogni, Ran si trova costretta a tornare dal suo ex compagno, che invece detesta con tutto il cuore. Una pellicola notturna e bizzarra, onirica e misteriosa, la cui atmosfera di spaesamento – oltre che dal soggetto ultraterreno, che in certe scene rievoca il surrealismo di "Ferro 3" – è accentuata dal fatto che i due personaggi parlano due lingue diverse (giapponese lui, coreano lei). In effetti i personaggi, come viene spiegato, si trovano ai lati opposti di uno spettro, come il bianco e il nero (o lo yin e lo yang), uniti da un legame simbolico e immateriale (vedi anche il bel finale in cui lei si tramuta in farfalla per raggiungere lui). Migliore dei precedenti "Time" e "Soffio", ma altrettanto esile e pretestuoso, il film chiude una fase piuttosto infelice della filmografia di Kim Ki-duk, caratterizzata da pellicole sfornate a getto quasi continuo ma piuttosto carenti dal lato della sceneggiatura, costruite su suggestioni ed esoticismi che spesso restano fini a sé stessi. In questo caso, almeno, lo spunto è interessante, anche se nella parte centrale il film si trascina un po' troppo, fra fumose visioni oniriche e momenti in cui i personaggi provano a dormire a turno o si sforzano di non dormire affatto (come in "Nightmare"!). L'impasse creativa, ma anche un incidente avvenuto sul set (l'attrice rischiò di morire mentre girava la scena dell'impiccagione nel finale), convinsero il regista a prendersi una salutare pausa di tre anni, prima di tornare al cinema nel 2011 con lo pseudo-documentario "Arirang". Curiosità: nella colonna sonora si sente ripetutamente una canzone in dialetto abruzzese, "Scura maje". Non è la prima volta che Kim utilizza un brano italiano in un suo lavoro (era già capitato in "Bad guy").

7 dicembre 2019

Memorie di un assassino (Bong Joon-ho, 2003)

Memorie di un assassino - Memories of murder (Sarinui chueok)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2003
con Song Kang-ho, Kim Sang-kyung
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

In una cittadina di provincia, ai margini della campagna coreana, un gruppo di poliziotti indaga su un misterioso serial killer che violenta e uccide giovani donne. In assenza di prove o di testimoni, le indagini procedono in molte direzioni, fra false piste e individui sospetti che vengono poi immancabilmente scagionati. Il secondo titolo della filmografia di Bong Joon-ho (e uno dei suoi lavori migliori) è un avvincente thriller ispirato a un celebre caso di cronaca nera che scosse l'opinione pubblica alla fine degli anni ottanta e che all'epoca della realizzazione del film era ancora insoluto: il colpevole sarebbe stato identificato soltanto di recente, a trent'anni di distanza. Alternando momenti drammatici e realistici con altri più leggeri e quasi divertenti, la pellicola non perde mai di vista i detective e i loro tentativi di risalire alla verità, tra metodi ortodossi o meno, mettendo in luce le differenze fra i vari componenti del gruppo ma anche la frustrazione nel non riuscire a incastrare il killer. Pian piano, però, cominciano ad emergere alcuni elementi che collegano i delitti (l'assassino uccide sempre nelle sere di pioggia, dopo aver richiesto alla radio locale di trasmettere una particolare canzone): ma quando la rete sembra finalmente stringersi intorno a un sospetto (Park Hae-il), mancherà la prova decisiva. I protagonisti sono Park (Song Kang-ho), detective di provincia dai modi buffi e ingenui, che punta sull'intuito senza troppa fortuna; Seo (Kim Sang-kyung), proveniente da Seul, più giovane ma anche più esperto; Cho (Kim Roi-ha), il partner di Park, specializzato in interrogatori brutali; e Shin (Song Jae-ho), l'anziano capo della squadra. Fra i primi sospettati spicca invece Kwang-ho (Park No-shik), un ragazzo ritardato che potrebbe aver assistito a uno degli omicidi. Coadiuvata dalla bella fotografia di Kim Hyung-koo e dalla colonna sonora di Taro Iwashiro, la regia rende al meglio l'angoscia della situazione, la crescente ossessione dei personaggi, l'ambiente e le dinamiche dell'indagine. Bong Joon-ho (insieme a Shim Sung-bo) firma anche la sceneggiatura, che si ispira a uno testo teatrale di Kim Kwang-rim. Il caso dei delitti di Hwaseong è stato paragonato a quello del "killer dello Zodiaco", e in effetti il film di Bong sembra anticipare in molte cose "Zodiac" di David Fincher.

7 settembre 2019

Mademoiselle (Park Chan-wook, 2016)

Mademoiselle (Agassi, aka The handmaiden)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2016
con Kim Tae-ri, Kim Min-hee
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Nella Corea occupata dai giapponesi, la giovane orfana Sook-hee (Kim Tae-ri) viene assunta come dama di compagnia per Hideko (Kim Min-hee), nipote di un ricchissimo collezionista di libri erotici (Cho Jin-woong). In realtà Sook-hee è una truffatrice e una borseggiatrice, introdottasi nella casa con l'obiettivo di convincere Hideko ad accettare il corteggiamento di un suo complice (Ha Jung-woo) che finge di essere un conte giapponese, con l'intenzione di appropriarsi delle ricchezze della ragazza, sposandola e facendola poi ricoverare in un ospedale psichiatrico. Ma Sook-hee finisce prima con l'affezionarsi e poi con l'innamorarsi di Hideko. E se fosse lei a essere ingannata? Da un romanzo di Sarah Waters ("Ladra"), che però era ambientato nell'Inghilterra vittoriana, un film ambiguo ed elegante, raffinato nella regia (dell'autore di "Old boy" e "Lady Vendetta") e ricco di colpi di scena, i primi dei quali giungono alquanto inaspettati e ribaltano le prospettive dell'intera vicenda. Più avanti, però, lo schema tende a farsi più prevedibile. La pellicola è infatti divisa in tre parti, ciascuna caratterizzata da una differente ripartizione dei ruoli dei tre personaggi principali (due, coalizzati, che complottano contro il terzo, a rotazione). E in tema di inganni e di finzioni, è da notare come numerose frasi dette dai personaggi sono in realtà "prese in prestito" da qualcun altro che le ha dette prima di loro. C'è forse un eccesso di voyeurismo e di compiacimento nel mostrare le scene lesbiche, ma i sottotesti sessuali sono fondamentali ai fini della trama (vedi anche le letture pubbliche dei preziosi libri erotici collezionati dallo zio di Hideko), così come i temi del sadomasochismo, della dominanza e della sottomissione. Molto belle le scenografie e i costumi. Moon So-ri, in un piccolo ruolo, è la zia di Hideko, il cui suicidio tormenta la ragazza.

26 giugno 2019

Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Parasite (Gisaengchung)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2019
con Song Kang-ho, Choi Woo-shik
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Il giovane Kim Ki-woo (Choi Woo-shik) vive con la propria famiglia in uno squallido seminterrato: i quattro, perennemente disoccupati, si barcamenano con lavoretti di fortuna (come piegare i cartoni della pizza) e sono così poveri da dover rubare le connessioni WiFi ai vicini di casa del piano superiore. Grazie alla raccomandazione di un amico, Ki-woo riesce a farsi assumere da una famiglia altolocata, i Park, come insegnante di inglese per la figlia adolescente, falsificando i documenti per far credere di essere uno studente universitario. E resosi conto della ricchezza della splendida casa e dell'ingenuità della signora Park, "sistema" pian piano presso di loro tutti i membri della propria famiglia: la sorella Ki-jung (Park So-dam) come insegnante d'arte e terapeuta per il figlio più piccolo; il padre Ki-taek (Song Kang-ho) come autista del signor Park (facendo licenziare con un inganno l'autista precedente); e la madre Chung-sook (Jang Hye-jin) come domestica. I quattro arrivano addirittura a progettare un futuro come proprietari della casa stessa (Ki-woo immagina di sposare la figlia maggiore, una volta che si sarà diplomata): ma una svolta inaspettata rovinerà i loro piani. Una black comedy dai numerosi risvolti sociali che mette a confronto due nuclei familiari totalmente opposti: poverissimi i Kim, abili però a ricorrere a ogni sorta di trucco o di inganno per restare a galla; ricchissimi i Park, che vivono in un mondo tutto loro, fatto di raffinatezze e comodità (e dove i nomi in inglese sostituiscono quelli in coreano), eppure creduloni e inconsapevoli, completamente e facilmente alla mercé dei primi. Aggiungiamoci riflessioni ad ampio raggio sulla famiglia, la solidarietà (come nel recente "Un affare di famiglia" di Koreeda, ma con molta più inventiva e cattiveria), le paure e le ossessioni della Corea del Sud moderna (comprese "frecciatine" internazionali: l'ammirazione e la fiducia cieca verso tutto ciò che viene dagli Stati Uniti, il timore misto a ironia verso la propaganda dei "vicini" della Corea del Nord), ed ecco che la pellicola che ha vinto la Palma d'Oro all'ultimo festival di Cannes si rivela una delle più indovinate nella carriera di Bong Joon-ho, regista da sempre capace di utilizzare i generi e gli stilemi del cinema popolare per travalicarli, raccontare i nostri tempi e far riflettere su un ambito più vasto. Resuscitando persino un tema, quello della lotta di classe, che negli ultimi anni il cinema sembrava aver dimenticato: vedi il malcelato disprezzo che il signor Park, anche inconsapevolmente, mostra verso i più poveri ("Hanno tutti lo stesso odore"), o l'orgoglio e la dignità che spingono il signor Kim a ribellarsi all'ennesimo segnale di questo tipo. La convivenza dei due mondi su un piano di parità è semplicemente impossibile (la parità in realtà non esiste, anche quando i datori di lavoro si illudono che i dipendenti facciano "parte della famiglia" o credono di trattarli con rispetto), con i secondi che non possono far altro che limitarsi a fare i "parassiti" alle spalle dei primi, proprio come gli insetti che infestano, invisibili, una casa. Naturalmente lo spunto ricorda "Il servo" di Losey, e l'intromissione di un corpo estraneo all'interno di una famiglia borghese può addirittura far pensare a "Teorema" di Pasolini, anche se qui manca un contatto vero e sincero che possa innescare un cambiamento: in fondo è come il treno di "Snowpiercer", con i privilegiati nelle carrozze di testa e i miserabili e gli emarginati costretti a stare in coda. Peccato solo che, dopo una prima parte di pellicola assolutamente indovinata, la seconda risulti forse un po' forzata ed ecceda nelle svolte comico-drammatiche (o persino horror) che portano il finale a trascinarsi troppo a lungo. In ogni caso, resta un lungometraggio originale e meritevole del riscontro ricevuto (si tratta della prima Palma d'Oro mai assegnata a un film coreano [aggiornamento: ha vinto poi anche l'Oscar!]). Lee Sun-kyun è il signor Park, Cho Yeo-jeong sua moglie, Jung Ziso la figlia e Lee Jung-eun la domestica. Nella colonna sonora, a sorpresa, a un certo punto spunta "In ginocchio da te" di Gianni Morandi.

1 aprile 2019

Burning (Lee Chang-dong, 2018)

Burning - L'amore brucia (Beoning)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2018
con Yoo Ah-in, Jeon Jong-seo, Steven Yeun
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Jong-soo (Yoo), giovane aspirante scrittore, ritrova dopo alcuni anni Hae-mi (Jeon), sua ex compagna delle elementari, e se ne innamora. Fra i due si inserisce però il ricco e affascinante Ben (Yuen). E quando la ragazza sparisce nel nulla, Jong-soo inizia a convincersi che Ben sia in realtà un serial killer... Da un racconto di Haruki Murakami ("Granai incendiati"), un thriller psicologico low tone e basato tutto sull'ambiguità: quella dei tre personaggi e quella del rapporto fra immaginazione e realtà. Jong-soo è timido e ha problemi di socializzazione, ha un difficile background familiare, ma è anche in cerca di storie: possibile che quanto gli accada ("Il mondo per me è un mistero", dice) sia soltanto frutto della sua fantasia? Hae-mi è più spigliata, ma anche lei gioca con la finzione: prende lezioni di mimo, "inventa" oggetti che non esistono, racconta storie che potrebbero essere vere o meno (ha davvero un gatto, che nessuno ha mai visto? da piccola è davvero caduta in un pozzo, evento che nessuno ricorda?). E Ben, con la sua natura affascinante e misteriosa è il più ambiguo di tutti: la sua confessione a Jong-soo, quella di avere lo strano hobby (o impulso) di "bruciare una serra" ogni due mesi, viene dapprima presa sul serio dal ragazzo e poi trasfigurata nella prova che il rivale è un assassino seriale: ma nessuna conferma giungerà mai a noi spettatori, lasciati sospesi in un limbo dove tutto è possibile. E questo, che avrebbe potuto esserne il pregio, è probabilmente anche uno dei difetti del film, con cui si fatica a connettersi e a partecipare fino in fondo alla confusione emotiva del suo protagonista, nonostante non manchino scene e momenti interessanti, punteggiati dalle tante piccole "bizzarrie del quotidiano" così care a Murakami. Ottima la regia.

29 marzo 2019

Hotel by the river (Hong Sang-soo, 2018)

Hotel by the river (Gangbyun Hotel)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2018
con Gi Ju-bong, Kim Min-hee
**

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Ospite in pieno inverno in un albergo sul fiume Han, un anziano poeta (Gi Ju-bong) riceve la visita dei due figli ormai cresciuti (Kwon Hae-hyo e Yoo Jun-sang), con i quali intende ricucire i rapporti. Nella stessa struttura c'è anche una ragazza (Kim Min-hee), da poco abbandonata dall'amante, che viene raggiunta da un'amica (Song Seon-mi). Il consueto minimalismo di Hong, non scevro da alcuni vezzi autoriali (qui l'uso del bianco e nero e i titoli di testa "recitati" a voce), è come al solito al servizio di una storia assai semplice per affrontare temi complessi, in questo caso l'avvicinarsi (più o meno inconsapevole) alla morte. Il candore della neve che circonda l'albergo (in Oriente, il bianco è il colore del lutto) è un chiaro segnale che si sta parlando dell'addio del padre ai due figli, dai quali è rimasto distante dopo aver abbandonato la famiglia. E come un segno premonitore, si spiegano i tanti momenti in cui i tre si perdono per un attimo di vista, con il padre che sparisce momentaneamente per girovagare intorno alla struttura, dove fra l'altro incontra le due ragazze che definisce come "angeli". Ma la sensazione è un po' quella dell'improvvisazione (per esempio, a seconda dei giorni delle riprese, la quantità di neve cresce o diminuisce) e di un vuoto ma poetico esistenzialismo, facilitato certo dai dialoghi che fluiscono con semplicità e naturalezza. Curiosità: l'albergo si chiama Heimat, come il film-capolavoro di Edgar Reitz, il che forse può ulteriormente giustificare l'uso del bianco e nero.