31 gennaio 2021

Eyes wide shut (Stanley Kubrick, 1999)

Eyes wide shut (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1999
con Tom Cruise, Nicole Kidman
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo nove anni di matrimonio, il rapporto fra il giovane medico Bill Harford (Tom Cruise) e la sua bella moglie Alice (Nicole Kidman) si trascina ormai nella noia e nella prevedibilità. L'uomo – cui peraltro non mancano tentazioni adulterine – dà per scontata la fedeltà della moglie, e rimane scosso quando lei gli confida di essere stata lì lì per tradirlo. In una notte in cui vaga sperso per la città, Bill si introduce clandestinamente (e avventatamente) in una festa esclusiva dove una misteriosa setta ha organizzato un'orgia in costume dai connotati quasi religiosi... L'esperienza si rivelerà più pericolosa del previsto ma l'uomo ne uscirà indenne, anche se non tutto si chiarirà il giorno successivo, quando farà ritorno al focolare domestico. L'ultimo film di Stanley Kubrick (che morì tre mesi prima della sua uscita in sala, e solo sei giorni dopo aver consegnato il montaggio finale) esplora i desideri sessuali, le curiosità e le tentazioni più o meno inconsce di una coppia alto-borghese. Tratto dal racconto "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler (co-sceneggiato con Frederic Raphael), ne sposta l'ambientazione dalla Vienna di inizio Novecento alla New York di fine secolo: una trovata geniale, perché c'è un evidente parallelo fra le due città a cento anni di distanza, entrambe centri culturali ed edonistici delle rispettive epoche, luoghi di attrazione ideali per mettere in scena un viaggio notturno nelle fantasie e nei sogni ad occhi aperti, come suggerisce già il titolo (che gioca a capovolgere l'espressione "eyes wide open", "occhi spalancati": una possibile traduzione italiana poteva essere "occhi spalanchiusi") nonché il dialogo fra i due personaggi nel finale, quando ringraziano il destino "per averci fatto uscire senza alcun danno da tutte le nostre avventure, sia da quelle vere che da quelle solo sognate. E nessun sogno è mai soltanto sogno". Lei si chiama Alice, ma a fare un viaggio in un pericoloso "paese delle meraviglie" popolato da strane creature (gli uomini e le donne mascherate alla festa, ma non solo) è soprattutto lui, il vero protagonista della pellicola. Il romanzo di Schnitzler era ambientato durante il Carnevale (il che spiega le maschere veneziane), mentre qui siamo sotto Natale: ma il tema del mascheramento e della finzione è essenziale per la trama, come la contrapposizione fra sogno/fantasia e realtà).

Al di là dei generi in cui alcuni critici hanno provato a inscatolarlo (il thriller erotico o quello psicologico), il film – unico in sé stesso come quasi tutti i lavori di Kubrick – si dipana sul filo di un mistero quasi polanskiano ma anche dell'odissea notturna di un protagonista che entra in contatto con mondi a lui sconosciuti eppure così vicini (fra i membri della élite che partecipano alla festa ci sono sue conoscenze, come il ricco amico e cliente Ziegler). Mentre vaga accompagnato dall'ossessiva immagine, prodotta dalla sua mente, della moglie che amoreggia con uno sconosciuto, Bill avrà tre diverse occasioni/tentazioni di compiere atti di infedeltà (con Marion, la figlia di un suo paziente morto che all'improvviso e inaspettatamente gli dichiara il proprio amore; con Domino, una prostituta che lo abborda per strada e lo conduce in casa sua; e con la figlia minorenne del proprietario del negozio di costumi dove affitta la maschera per andare alla festa), cui resiste non sempre per sua ferma volontà, fino a giungere nella villa fuori città dove si svolge l'orgia. Qui verrà scoperto e smascherato, prima che una misteriosa donna (la cui identità forse sarà chiarita successivamente, o forse no) si "sacrifichi" per consentirgli di uscirne indenne ("Lucky to be alive", recita il titolo di un giornale la mattina successiva). "L'importante è che ora siamo svegli", gli dice Alice, fresca di una nuova comprensione del loro rapporto, che ha superato la noia e le convenzioni (nelle prime scene i due quasi non si guardano, nemmeno quando sono nudi in bagno l'una di fronte all'altro o si baciano davanti allo specchio). Se "il matrimonio rende l'inganno una necessità per le due parti", come afferma il gentiluomo ungherese che balla con Alice a casa di Ziegler (menzogne, finzioni e messinscene, come detto, sono un filo conduttore di tutto il film), la soluzione per recuperare l'intesa sincera fra i due coniugi è soprattutto una: "scopare". Il sesso può dunque essere elemento di frizione (se spogliato dagli aspetti di complicità e condivisione) ma anche di armonia all'interno di una coppia che impara a confidarsi a vicenda i propri sogni e le proprie fantasie, prendendole per quello che sono. E superando così paure e desideri inconsci (legati a questioni di fedeltà: sarà un caso, o uno scherzo del destino, che "Fidelio" è la parola d'ordine con cui Bill ha accesso – ma da solo, senza la moglie – a un mondo di trasgressione?).

Nonostante la grande attesa (dapprima perché si trattava del nuovo lavoro di un regista che mancava dalle sale da 12 anni, durante i quali aveva valutato diversi progetti non portati a termine, il più celebre dei quali era l'"A.I." poi passato a Spielberg; e in seguito perché, dopo la sua morte, era improvvisamente diventato l'ultimo tassello di una filmografia eccezionale), il film ebbe inizialmente un'accoglienza controversa, in particolare negli Stati Uniti, dove la censura aveva fatto "coprire" con artefatti digitali alcune delle nudità nella scena dell'orgia. Come per tutte le pellicole di Kubrick, però (da "Lolita" ad "Arancia meccanica", da "Shining" a "Full metal jacket"), il tempo ne ha accresciuto la fama e la considerazione sotto tutti i punti di vista. Pur tenendo conto del fatto che un autore così perfezionista avrebbe probabilmente modificato ulteriori elementi prima della definitiva uscita nelle sale (il lavoro di post produzione era ancora in corso, in particolare per quanto riguardava il montaggio sonoro e la color correction: la donna mascherata che "salva" Bill durante la festa, per esempio, fu doppiata da Cate Blanchett quando il regista era già morto perché l'attrice inglese Abigail Good non aveva un accento abbastanza americano), lo stile appare compiuto e curato in tutti i particolari, dall'eleganza delle inquadrature ai movimenti di macchina (con l'utilizzo dell'amata steadicam), dalla direzione degli attori alla scelta della musica (la colonna sonora di Jocelyn Pook, con le sue inquietanti sonorità esotiche nei brani durante la festa, è integrata dal valzer n. 2 di Shostakovich, sui titoli sia di testa che di coda, e dalla "musica ricercata" per piano di Ligeti). Cruise e la Kidman, che all'epoca erano marito e moglie, sono bravi e magnetici, anche se a tratti sembrano quasi intimoriti. E il doppiaggio italiano dà a lui una voce (quella di Massimo Popolizio) dal timbro forse un po' troppo giovanile. Nel cast anche Sydney Pollack (Ziegler), Sky du Mont (il gentiluomo ungherese), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich, il proprietario del negozio di costumi), Leelee Sobieski (sua figlia), Vinessa Shaw (Domino) e Fay Masterson (Sally). Todd Field è Nick Nightingale, l'amico pianista che suona con gli occhi bendati (eyes wide shut!). Una curiosità sul cognome del protagonista: Harford è la contrazione di Harrison Ford, il tipo di attore che Kubrick aveva immaginato per la parte.

30 gennaio 2021

La tigre bianca (Ramin Bahrani, 2021)

La tigre bianca (The white tiger)
di Ramin Bahrani – USA/India 2021
con Adarsh Gourav, Rajkummar Rao
***

Visto in TV (Netflix).

Nato in povertà in un remoto villaggio in India, Balram (Gourav) non vuole rassegnarsi a rimanere per tutta la vita uno "schiavo", ovvero un servitore (nei confronti della propria famiglia, della società o degli uomini più ricchi di lui o di casta superiore). Si fa dunque assumere come autista dalla famiglia più benestante della regione, e da lì comincia la sua scalata verso il successo. Dal fortunato romanzo omonimo del giornalista di economia Aravind Adiga, un film di forte critica sociale che, attraverso l'ascesa personale del protagonista (anche a costo di commettere crimini di vario genere), si scaglia contro tutte le consuetudini radicate e le tradizioni culturali che impediscono all'India di diventare una potenza economica e sociale alla pari degli altri grandi paesi del mondo. Si va dall'assuefazione al ruolo di subordinati che permea gran parte della popolazione (Balram paragona i suoi compatrioti ossequiosi ai polli chiusi nelle stie) al sistema delle caste e quello dei matrimoni combinati, dalle ingiustizie e i maltrattamenti cui sono sottoposti i lavoratori alla corruzione imperante nel sistema politico, dall'arretratezza delle regioni rurali al disinteresse dei ricchi nel risolvere i loro problemi. Ma il vero tema, quasi più individuale che collettivo, è quello dell'incapacità innata del servitore di ribellarsi a questo stato di cose: Balram, l'unico che ci prova, è paragonato appunto alla "tigre bianca", animale rarissimo di cui si dice che nasca un solo esemplare ogni generazione. Certo, il termine di paragone (in positivo) sembrano essere sempre gli Stati Uniti, dove ha studiato il capo del protagonista, Ashok (Rajkummar Rao), e da cui proviene sua moglie, la "Pinkie Madam" (Priyanka Chopra). Ironicamente, però, Balram è convinto che l'uomo bianco sia ormai sul viale del tramonto, e che il nuovo secolo sarà quello "dell'uomo giallo e dell'uomo nero" (ovvero di Cina e India: quasi l'intera pellicola è narrata in flashback in una mail che il protagonista scrive al primo ministro cinese, Wen Jiabao, raccontandogli la propria vita nella speranza di fare affari con lui!). Se inizia come una storia di crescita "dalle stalle alle stelle" come tante, la pellicola si fa via via più potente nel suo attacco diretto e senza mezzi termini alle tradizioni arcaiche di un paese arretrato e disagiato, alle ipocrisie tanto dei poveri (che quasi si autocompiacciono della propria povertà) che dei ricchi (esemplari gli alti e i bassi nel rapporto con il padrone, che passa continuamente dal trattarlo come un membro della famiglia ad umiliarlo e sfruttarlo in ogni modo), sottolineando però una grande differenza ("i ricchi possono permettersi di sprecare le opportunità che hanno"). E ha anche il merito di non giudicare in alcun modo il suo personaggio: nessuna sentenza morale o "castigo" hollywoodiano giunge ad annacquare il messaggio (anzi, si prendono le distanze dalle pellicole occidentali: "Non dovete pensare che ci sia un quiz da un milione di rupie per uscire dalla povertà", dice Balram, riferendosi al "Millionaire" di Danny Boyle). Ottimi gli attori, un po' lento il ritmo (ma alla lunga carbura). Bahrani (anche sceneggiatore), americano di origine iraniana, ha spesso affrontato temi simili, sin dai suoi esordi.

29 gennaio 2021

Avventure di un uomo invisibile (J. Carpenter, 1992)

Avventure di un uomo invisibile (Memoirs of an invisible man)
di John Carpenter – USA 1992
con Chevy Chase, Daryl Hannah
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'agente di cambio Nick Halloway (Chevy Chase) diventa invisibile quando per errore rimane vittima di un esperimento scientifico andato male. Braccato da Jenkins (Sam Neill), scheggia impazzita della CIA che intende usarlo a scopi illegali, cercherà di sfuggirgli (e di ricostruirsi una vita) grazie anche alla bella Alice (Daryl Hannah), di cui si è innamorato. Ispirato a un romanzo di Harry F. Saint sceneggiato da William Goldman, un remake – in chiave di commedia romantica e avventurosa, più che horror – del classico "L'uomo invisibile" di James Whale (tratto dal libro di H.G. Wells), di cui "attualizza" temi e personaggi. Il nome dell'attore protagonista (nonché quello del regista inizialmente previsto, Ivan Reitman) suggeriscono in realtà toni più comici di quelli che effettivamente si riscontrano: non siamo di fronte a una parodia ma a una pellicola fantastica con tutti i crismi, che si dipana con coerenza a partire da una premessa assurda (un uomo davvero invisibile dovrebbe essere anche cieco, per esempio) e ricorre persino a sfumature noir. Gran parte della storia è raccontata in flashback dal protagonista, lasciando intendere che stia per morire: ma nel finale si ribaltano le attese. Per "mostrare" l'invisibilità di Nick sullo schermo, la regia ricorre alternativamente ad effetti speciali (compresa una sequenza in cui si toglie le bende rivelando che sotto non si vede nulla, proprio come Claude Rains nel classico del 1933) e alla trovata di lasciare che l'attore sia visibile agli spettatori ma non a sé stesso o agli altri personaggi. Flop di critica e di pubblico, e talvolta indicato come il peggior lavoro di John Carpenter (sicuramente uno dei meno personali), in realtà non è poi così male e può contare, al di là di alcuni luoghi comuni, su una caratterizzazione che scava nella dimensione più intima del personaggio: di Nick, abulico, privo di interessi e di veri affetti, si dice per esempio che "era già invisibile anche prima di diventarlo", e la sua solitudine e malinconia sono palpabili. La scelta di Chase come protagonista, all'apparenza discutibile, si rivela dunque indovinata, con l'attore capace di recitare anche fuori dalla sua routine comica. Meno azzeccati i comprimari, ovvero Neill e la Hannah, scontati e prevedibili come i loro personaggi. Nel cast anche Michael McKean (l'amico George), Stephen Tobolowsky e Patricia Heaton. Il titolo originale del film ha forse ispirato quello della più bella storia di Dylan Dog, "Memorie dall'invisibile". Altri adattamenti moderni del romanzo di Wells usciranno nel 2000 ("L'uomo senza ombra" di Paul Verhoeven) e nel 2020 ("L'uomo invisibile" di Leigh Whannell).

28 gennaio 2021

Scontri stellari oltre la terza dimensione (L. Cozzi, 1978)

Scontri stellari oltre la terza dimensione (Starcrash)
di Luigi Cozzi – USA/Italia 1978
con Caroline Munro, Marjoe Gortner
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

La piratessa spaziale Stella Star (Caroline Munro), insieme al fido Akton (Marjoe Gortner), avventuriero dotato di poteri speciali, e al robot poliziotto Elle (Judd Hamilton), viene incaricata dall'imperatore cosmico (Christopher Plummer) di rintracciare il "pianeta fantasma" da cui il malvagio conte Zarth Arn (Joe Spinell) minaccia di distruggere l'universo con un'arma segreta. Nel corso delle sue avventure, spostandosi da un pianeta all'altro, Stella Star dovrà vedersela con tribù di amazzoni (guidate da Nadia Cassini) e uomini primitivi, sventare il tradimento del perfido Thor (Robert Tessier) e salvare il figlio dell'imperatore, Raima (David Hasselhoff), di cui si innamorerà. Realizzato sull'onda del successo di "Guerre stellari" (che richiama in parte già dal titolo: e ci sono anche spade laser), ma ispirato anche a "Flash Gordon", "Buck Rogers", "Barbarella", "Valerian" e mille altri film o fumetti di fantascienza (per lo più nell'ambito della space opera e della science fantasy), un colorato pastiche di Serie B che non si fa problemi a mostrarsi ridicolo, puerile, eccentrico e sopra le righe (e questo è un pregio, intendiamoci: è quasi una parodia!). D'altronde eravamo proprio in quel momento di passaggio in cui la fantascienza (e il cinema fantastico in generale), grazie al film di George Lucas, stava per affrancarsi dalle produzioni a basso budget per diventare sinonimo di blockbuster hollywoodiano con costi e incassi milionari. Qui, dai modellini chiaramente fasulli ai costumi discinti, dalle scenografie agli effetti speciali, per non parlare della recitazione, dei dialoghi, della storia e dei personaggi, tutto è così goffo e sconclusionato, pulp e campy, da farsi quasi voler bene per tenerezza. Stelle dai colori vivaci, cattivi da fumetto anni '30, buoni che esclamano "Per tutte le stelle!" o "Per l'universo!", poteri assurdi che vanno e vengono (l'imperatore che ferma il tempo), scienza che confina con la magia... e non dimentichiamo le battaglie fra astronavi e le sequenze con il colosso gigante e i robot animati a passo uno (alla Ray Harryhausen). Cozzi (che si firma con il suo pseudonimo inglese, Lewis Coates) contribuisce anche al soggetto, mentre la produzione è americana (Nat e Patrick Wachsberger). Il nome più noto fra quelli coinvolti è forse il compositore della colonna sonora, John Barry. Ridicolizzato alla sua uscita (e anche dopo), con gli anni il film ha naturalmente conquistato un proprio nucleo di fan.

27 gennaio 2021

Notte e nebbia (Alain Resnais, 1956)

Notte e nebbia (Nuit et brouillard)
di Alain Resnais – Francia 1956
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Il più celebre dei tanti documentari diretti da Resnais prima di diventare regista di fiction è uno dei primi e tuttora migliori – nel senso di terribile a guardarsi – documenti di denuncia delle atrocità commesse nei campi di concentramento (e di sterminio) nazisti, realizzato soltanto dieci anni dopo la fine della guerra (il film fu sottoposto alla censura francese nel 1955 e proiettato a Cannes l'anno seguente). Girato con la consulenza degli storici Olga Wormser e Henri Michel e in collaborazione con il poeta Jean Cayrol, sopravvissuto al campo di Mathausen che ha scritto il commento di accompagnamento schietto ed evocativo (letto dall'attore Michel Bouquet), il film alterna immagini (a colori) riprese nei lager di Auschwitz e Majdanek ormai abbandonati e ricoperti d'erba, con materiale di repertorio (fotografie e filmati in bianco e nero) che mostrano dapprima la costruzione e poi l'attività nei campi. Assistiamo così alla deportazione degli Untermenschen ("Esseri inferiori") nei campi, all'organizzazione degli stessi (dalla scala gerarchica agli aspetti burocratici), alla descrizione dei vari ambienti (dalle camerate alle cliniche per gli esperimenti medici) e di come funzionavano nella quotidianità, dal lavoro forzato alle tremendi condizioni igieniche, fino a mostrare i crematori e le camere a gas, e infine impressionanti immagini di prigionieri e di cadaveri. Alla fine, un invito a non dimenticare ("Ci sono quelli che non ci credevano"). Fra i documenti d'epoca, estratti di una visita di Himmler e dei processi ai responsabili dopo la liberazione. La censura francese ebbe da ridire su una scena in cui si mostrava un soldato del governo collaborazionista di Vichy, che Resnais fu costretto ad oscurare parzialmente. La colonna sonora venne composta da Hanns Eisler, mentre Chris Marker avrebbe collaborato al montaggio dei testi. Il titolo fa riferimento al nome ("Nacht und Nebel") del decreto firmato da Hitler il 7 dicembre 1941 per la deportazione e l'eliminazione di tutti i "nemici" del terzo Reich.

26 gennaio 2021

Ore disperate (Michael Cimino, 1990)

Ore disperate (Desperate Hours)
di Michael Cimino – USA 1990
con Mickey Rourke, Anthony Hopkins
**

Visto in TV (Now Tv).

Michael Bosworth (Mickey Rourke), assassino in attesa di giudizio, evade grazie all'aiuto della sua avvocatessa Nancy (Kelly Lynch) e si rifugia, insieme a due complici (Elias Koteas e David Morse), nella casa della famiglia Cornell, prendendo in ostaggio i suoi abitanti (Anthony Hopkins, Mimi Rogers e i figli Shawnee Smith e Danny Gerard). Remake dell'omonimo film del 1955 con Humphrey Bogart, tratto dal romanzo di Joseph Hayes. Nonostante il tentativo di ampliare o arricchire la narrazione (mostrando all'inizio la fuga del criminale e introducendo il personaggio dell'avvocatessa/fidanzata, che nella versione precedente era soltanto menzionata nei dialoghi), non vi aggiunge nulla di nuovo e anzi ne annacqua i temi e perde la focalizzazione sul contrasto fra la quotidianità di una famiglia benestante e l'irruzione del male dall'esterno. Qui la situazione domestica è già tesa prima ancora che arrivino i criminali (marito e moglie sono separati, i figli sono ribelli), e il coraggio del capofamiglia – che si oppone all'atteggiamento sardonico e distaccato del gangster – non sembra diverso da quello di tanti eroi di thriller e film d'azione convenzionali. In più, come nell'originale, nessun personaggio (buono o cattivo che sia) appare particolarmente accattivante o simpatico. Resta la discreta confezione cinematografica e la decente atmosfera. Cimino ha lamentato interferenze della produzione in fase di montaggio, con il taglio di alcune sequenze che avrebbe prodotto carenze di caratterizzazione e buchi logici nella trama. Lindsay Crouse è l'agente dell'FBI. Rourke aveva già recitato per il regista ne "L'anno del dragone".

25 gennaio 2021

Ore disperate (William Wyler, 1955)

Ore disperate (The Desperate Hours)
di William Wyler – USA 1955
con Humphrey Bogart, Fredric March
**1/2

Visto in divx.

Tre pericolosi criminali (Humphrey Bogart, Dewey Martin e Robert Middleton), appena evasi dal carcere, si rifugiano in una villetta a schiera nei sobborghi di Indianapolis, prendendo in ostaggio la famiglia che ci abita (Fredric March, Martha Scott, Mary Murphy e Richard Eyer). Da un romanzo e un'opera teatrale di Joseph Hayes (autore anche della sceneggiatura), ispirati a eventi reali, un thriller ad alta tensione, capostipite del cosiddetto filone dell'home invasion che ci darà film come "Gli occhi della notte", "Panic room" e "Funny games". Il tema è quello del male e del terrore che, dall'esterno, si insinuano nella routine quotidiana e apparentemente idilliaca di una famigliola felice: ma l'esperienza aiuterà i suoi membri a tirare fuori il meglio di sé e a superare i propri problemi (il figlioletto ribelle si riconcilia con il padre, il fidanzato della figlia sarà accolto nel nucleo domestico). Peccato che non si rifugga da caratterizzazioni stereotipate (la famiglia modello, i criminali spietati) e da personaggi che a tratti si comportano in maniera irrazionale: inoltre i membri della famiglia Hilliard sono tutti abbastanza antipatici, con il loro perbenismo di fondo, mentre i cattivi non hanno particolari qualità, a parte forse Hal, il fratello minore del capobanda Glenn Griffin, che – forse perché più giovane – dimostra di non essere (ancora) del tutto incallito. Bogey aveva già interpretato numerose parti da gangster e da villain, soprattutto all'inizio della sua carriera (ma non solo: basti pensare a "Il diritto di uccidere"). Arthur Kennedy, Whit Bissell e Ray Collins sono i poliziotti. Nello spettacolo di Broadway scritto da Hayes, prima del film, il ruolo del criminale era interpretato da Paul Newman. Molto bella la fotografia di Lee Garmes (la pellicola fu la prima in bianco e nero a uscire nel nuovo formato panoramico ad alta risoluzione VistaVision). Rifatto da Michael Cimino nel 1990 (con Mickey Rourke e Anthony Hopkins).

24 gennaio 2021

Django (Sergio Corbucci, 1966)

Django
di Sergio Corbucci – Italia/Spagna 1966
con Franco Nero, Loredana Nusciak
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

L'enigmatico Django (Franco Nero), ex soldato yankee che attraversa il deserto trascinandosi dietro una cassa da morto, giunge in un villaggio nei pressi del confine fra Stati Uniti e Messico, dove è in corso una faida fra gli scagnozzi del maggiore sudista Jackson (Eduardo Fajardo), che ha dato vita a una vera e propria setta razzista caratterizzata dai cappucci rossi, e la banda di rivoluzionari messicani in esilio guidati dal generale Hugo (José Bódalo). Intenzionato a perseguire una sua misteriosa vendetta, dopo aver salvato la prostituta Maria (Loredana Nusciak) dalle grinfie di entrambi i gruppi, il protagonista sgominerà gli uomini del maggiore grazie alla mitragliatrice che nasconde nella bara. Iperviolento, astratto, sporco e cinico, un film che fece scalpore e contribuì a indirizzare il filone degli spaghetti western verso gli stilemi che lo connoteranno negli anni a venire. Non gli mancano i difetti: la trama sembra quasi improvvisata man mano che procede, con cambio di focus e scarsa caratterizzazione del protagonista. La prima parte è sicuramente la migliore, ricca di sorprese, mentre la sezione centrale (quando Django si allea con i messicani per rapinare il forte) è più convenzionale, così come lo sono gran parte dei comprimari (a cominciare dal personaggio femminile). Resta certamente impressa la violenza, con ampi spargimenti di sangue, il sadismo (si pensi alla scena dell'orecchio tagliato, di cui si ricorderà Tarantino ne "Le iene", ma anche alle mani fratturate), gli spazi fangosi, le sabbie mobili: siamo lontani anni luce dalle ambientazioni pulite e dalle atmosfere dei classici western hollywoodiani. Persino Sergio Leone, che ai tempi aveva diretto soltanto i primi due film della sua trilogia del dollaro (e verso il cui "Per un pugno di dollari", e quindi di riflesso verso Akira Kurosawa e Dashiell Hammett, il soggetto mostra qualche debito) non si era ancora spinto a tanto. Alla sceneggiatura hanno contribuito Bruno Corbucci (fratello di Sergio), Franco Rossetti e, non accreditato, Fernando Di Leo. Ruggero Deodato è l'aiuto regista, Enzo Barboni il direttore della fotografia, Luis Bacalov l'autore delle musiche (e della title song "Django"). Nonostante le riserve della critica per l'eccessiva violenza, la pellicola riscosse un grande successo: negli anni a venire uscirono numerosi sequel "apocrifi", o film che richiamavano Django nel titolo – o reintitolati come tali quando venivano distribuiti all'estero – pur avendo poco o nulla a che fare con l'originale (se ne contano almeno una trentina!), se non il tema generico del misterioso pistolero vendicatore, spesso in lotta contro bande di razzisti. Fra gli omaggi e le rivisitazioni, sono ovviamente da ricordare "Sukiyaki Western Django" di Takashi Miike (2007) e "Django Unchained" di Quentin Tarantino (2012): in quest'ultimo appare anche Franco Nero in un divertente cameo ("La D è muta"). Citazioni del personaggio che si trascina dietro una bara si ritrovano anche in parecchi anime giapponesi, da "Ken il guerriero" a "Cowboy Bebop".

23 gennaio 2021

L'incredibile avventura di Mr. Holland (C. Crichton, 1951)

L'incredibile avventura di Mr. Holland (The Lavender Hill Mob)
di Charles Crichton – GB 1951
con Alec Guinness, Stanley Holloway
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il modesto signor Holland (Guinness), impiegato pignolo e apparentemente integerrimo, progetta di rubare un milione di sterline in lingotti d'oro durante il loro trasporto dalla fonderia alla banca. E per far uscire il bottino dal paese stringe un sodalizio con Pendlebury (Holloway), aspirante artista e proprietario di un'azienda che produce oggetti ricordo: il metallo verrà fuso per realizzare modellini della Torre Eiffel da spedire in Francia come souvenir. Ma se il colpo va a buon fine come previsto, una serie di coincidenze faranno tornare parte della refurtiva a Londra, attraverso un gruppo di scolarette in gita... Una spigliata commedia criminale, realizzata dallo stesso regista che, trentacinque anni più tardi, tornerà su temi simili con "Un pesce di nome Wanda". Da ricordare l'insolito metodo con cui Holland e Pendlebury si procurano due complici esperti di rapine (Sid James e Alfie Bass), gridando parte dei loro piani in pubblico (in metropolitana o alle corse) e sperando che qualcuno si mostri interessato, nonché l'inseguimento "pasticciato" con le auto della polizia. L'intera storia è raccontata da Holland in flashback, mentre si trova a Rio de Janeiro: in una breve scena all'inizio compare Audrey Hepburn, allora ancora sconosciuta, che pronuncia una sola battuta. Premio Oscar per la miglior sceneggiatura (a T. E. B. Clarke) e nomination per Guinness come miglior attore. Inadatto (e molto stupido) il titolo italiano.

22 gennaio 2021

The farewell (Lulu Wang, 2019)

The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)
di Lulu Wang – USA 2019
con Awkwafina, Zhao Shu-zhen
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Per stringersi un'ultima volta intorno alla nonna Nai Nai (Zhao Shu-zhen), alla quale – a sua insaputa – è stato diagnosticato un tumore in fase terminale, tutti i parenti (che vivono ora all'estero: chi negli Stati Uniti e chi in Giappone) tornano in Cina, fingendo di dover celebrare il matrimonio di uno dei nipoti. E nel timore che uno shock possa risultarle fatale, alla nonna non viene rivelata la verità: tutti attorno a lei recitano in quella che ritengono essere "una bugia buona". Da uno spunto semi-autobiografico (la storia è veramente accaduta nella famiglia della regista sino-americana Lulu Wang, con la differenza che sua nonna, a sei anni di distanza dalla diagnosi, è ancora viva e ha scoperto l'accaduto soltanto guardando il film!), un toccante dramma famigliare che dietro lo spunto da commedia – che peraltro ha molti illustri precedenti, da "Il banchetto di nozze" di Ang Lee, affine per molti versi, al tedesco "Good bye, Lenin!" – gioca con temi "profondi" come la morte e la preparazione al lutto. Ma non solo: attraverso lo sguardo della protagonista Billi (Awkwafina, alter ego della Wang e di fatto la protagonista del film), cresciuta negli Stati Uniti, la pellicola riflette sulle differenze socio-culturali fra oriente e occidente, non solo sull'approccio alla morte e sul confronto fra realtà e apparenze, ma anche su temi come il successo (economico o meno), le aspettative e le realizzazioni. Tutti argomenti su cui si mente a più riprese: si finge per motivi sociali, culturali, famigliari (le cerimonie delle nozze o quelle al cimitero, ma anche l'esibizione di ricchezza e stato sociale, o semplicemente di felicità e benessere). E Billi, l'unica in famiglia che a tratti pensa che bisognerebbe dire la verità alla nonna, a sua volta nasconde i propri fallimenti negli studi o nella vita. Anche se non del tutto compiuto, e di certo meno spigliato di quanto lo spunto di partenza lasciasse intendere – molti personaggi, potenzialmente forieri di gag, non vengono sviluppati: si pensi ai due "finti" sposi (Chen Han e Aoi Mizuhara) – il film è dunque più di una semplice commedia basata su una sola idea. Alla fine il tono è dolceamaro, decostruendo sia il "mito" degli USA (dove tutti si illudono di trovare i soldi, il successo, la felicità) sia quello della Cina (la madrepatria ammantata di un'aura nostalgica, ma dove tutto cambia e si trasforma rapidamente, i quartieri vengono demoliti e gli anziani muoiono). Nel cast anche Tzi Ma (il padre di Billi), Diana Lin (la madre), Jiang Yongbo (lo zio), Li Xiang (la zia). Lu Hong, la sorella della nonna di Lulu Wang, interpreta sé stessa, mentre la vera nonna appare nei titoli di coda, sui quali c'è una canzone in italiano (cantata anche al matrimonio): è "Per chi" di Johnny Dorelli.

21 gennaio 2021

L'affondamento del Lusitania (W. McCay, 1918)

L'affondamento del Lusitania (The sinking of the Lusitania)
di Winsor McCay – USA 1918
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube.

Il 7 maggio 1915 il transatlantico britannico di linea RMS Lusitania, in viaggio da New York verso Liverpool, venne affondato dal siluro di un sommergibile tedesco al largo delle coste dell'Irlanda. I tedeschi, che stavano attuando un blocco navale attorno alla Gran Bretagna, sospettavano – a ragione – che la nave trasportasse munizioni e altro materiale bellico (eravamo agli inizi della prima guerra mondiale). Nel naufragio morirono 1200 persone, fra cui oltre un centinaio di americani. Ai quei tempi il magnate della stampa William Randolph Hearst sosteneva una politica statunitense di non interventismo nella guerra, e pertanto decise di non dare troppa evidenza all'evento sui suoi giornali. Deluso, McCay (che era impiegato come cartoonist proprio per i quotidiani di Hearst) cominciò nel 1916 a lavorare per proprio conto a un film d'animazione che ricostruisse l'affondamento sullo schermo, realizzandolo nei ritagli di tempo e di tasca propria. La pellicola fu completata in 22 mesi, e può essere considerata non solo uno dei primi "documentari animati" della storia, ma anche il primo esempio di animazione (foto)realistica e drammatica. A differenza dei suoi lavori precedenti, ma anche da quelli di altri colleghi, il cortometraggio (12 minuti) non ha intenti comici, parodistici o di puro intrattenimento: è un vero e proprio film di denuncia, con cartelli dai toni retorici, patriottici e propagandistici che si abbinano a immagini altamente realistiche. Il disegnatore e i suoi assistenti (fra i quali John Fitzsimmons e William Apthorp Adams) fecero uso per la prima volta dei rodovetri, fogli trasparenti in acetato di cellulosa che risparmiavano la fatica di dover ridisegnare ogni volta lo stesso fondale (come ancora veniva fatto nel precedente "Gertie il dinosauro"), una tecnica inventata quattro anni prima da Earl Hurd che rimarrà di uso comune nella produzione dei cartoni animati tradizionali (fino all'avvento cioè del digitale). McCay afferma di aver realizzato "25.000 disegni", un numero superiore a quello dei fotogrammi dell'intero film: si tratta dunque di una cifra esagerata o comprendente anche gli elementi separati dell'immagine. Non esistendo fotografie né tantomeno riprese dirette del naufragio, l'artista si affidò al giornalista August F. Beach, uno dei primi reporter a occuparsi dell'evento, per ottenere informazioni e dettagli (l'incontro fra i due è documentato nelle brevi sequenze dal vivo che precedono la parte animata). La cronistoria si dipana in maniera fluida e realistica, come se fosse un film in live action, anche se non mancano imprecisioni storiche (l'U-boot lanciò un siluro, non due) e una particolare enfasi sulla perdita di vite umane (l'obiettivo era al tempo stesso documentare l'accaduto e accendere l'animo degli spettatori in chiave anti-tedesca, in maniera non dissimile dalle vignette politiche sui quotidiani). Pietra miliare dal punto di vista tecnico, la pellicola non ebbe però l'influenza o il successo sperato, e i cartoni animati continuarono per lungo tempo a rimanere confinati nel campo degli sketch e delle commedie.

20 gennaio 2021

Crimes of the future (D. Cronenberg, 1970)

Crimes of the future (id.)
di David Cronenberg – Canada 1970
con Ronald Mlodzik, Jon Lidolt
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Adrian Tripod (Mlodzik), direttore della "Casa della pelle", inquietante clinica dermatologica per pazienti con gravi disfunzioni, è confuso e disorientato da quando il suo mentore Antoine Rouge – "dermatologo folle" che sperimentava tecniche particolari – è misteriosamente scomparso nel nulla dopo che una malattia da lui scoperta ha annientato tutta la popolazione femminile fertile. Per questo motivo Tripod vaga irrequieto e curioso, spostandosi dalla sua struttura ad altri istituti dove si studiano enigmatiche patologie, insolite condizioni psichiche e strane mutazioni genetiche. Come il precedente "Stereo", il secondo lungometraggio di Cronenberg – sperimentale e underground – non ha dialoghi ma solo una voce narrante (quella di Tripod) che accompagna le immagini sullo schermo. Mentre si muove fra edifici, giardini esterni e spazi architettonici, incontrando altri singolari personaggi, il protagonista descrive nei dettagli strane malattie o procedure mediche (anomale secrezioni, crescita di nuovi organi), ardite teorie psicologiche (interazioni empatiche, metafisiche o esoteriche), interpretazioni distorte dell'evoluzionismo (mutazioni degli arti, nuove forme di riproduzione) e situazioni a tratti disturbanti (la scena finale con la bambina). Il tutto, nella sua inconsequenzialità, emette comunque un particolare fascino: e, ancora più che il lavoro precedente, sembra anticipare tematicamente certe cose di Peter Greenaway (per esempio "The Falls"). Cronenberg è anche sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia.

19 gennaio 2021

Stereo (David Cronenberg, 1969)

Stereo (Tile 3B of a CAEE Educational Mosaic)
di David Cronenberg – Canada 1969
con Ronald Mlodzik, Jack Messinger
*1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Cronenberg (dopo due brevi corti, "Transfer" e "From the drain"), amatoriale e sperimentale, è stato girato in bianco e nero nello Scarborough College, un campus satellite dell'Università di Toronto. Nei locali e nei corridoi dell'edificio si muovono sette attori, fra cui Ronald Mlodzik (che sarà presente anche nei lavori successivi del regista canadese, "Crimes of the future", "Il demone sotto la pelle" e "Rabid"), che indossa un lungo mantello e interagisce con altri bizzarri personaggi. Non sembra esserci una vera trama, almeno non una che sia facile da ricostruire a livello visivo, senza provare a immaginarla dalle scene prive di dialoghi e di rumori, talvolta mostrate al ralenti. La cinepresa usata per girare il film, infatti, era così rumorosa da rendere impossibile ricorrere al sonoro in presa diretta: l'audio sovrapposto alle immagini, aggiunto in un secondo momento, consiste nella voce di un narratore (anzi, più di uno) che descrive una sorta di "esperimento", il tentativo di risvegliare capacità telepatiche in alcuni soggetti di laboratorio, il tutto esposto come se si trattasse di una relazione scientifica o educativa, con accenni a strane teorie parapsicologiche e metafisiche. Il risultato ricorda (o meglio, anticipa in parte) i primi esperimenti di Greenaway. E l'insieme pare contare più della somma delle parti, anche se si fatica a cogliere il senso di quello che sembra uno sfoggio di vuota estetica e di contenuti pseudo-intellettuali. Se è difficile rimanere concentrati mentre si assiste per un'ora a sequenze in libertà, senza apparenti significati (ma si diceva lo stesso del primo Buñuel, dei surrealisti e dei dadaisti), mentre il narratore parla nel suo gergo monotono, scientifico e psicologico, è anche vero che pian piano emerge un tema ben preciso, quello dell'estensione artificiale delle capacità della mente umana, e quindi della modifica dell'essere umano, che rimarrà filo conduttore e costante di tutto il cinema di Cronenberg. Siamo dunque lontani da una semplice (e noiosa) accozzaglia di elementi casuali come potrebbe sembrare a prima vista.

18 gennaio 2021

La corta notte delle bambole di vetro (A. Lado, 1971)

La corta notte delle bambole di vetro
di Aldo Lado – Italia 1971
con Jean Sorel, Ingrid Thulin
**1/2

Visto in divx.

Il giornalista americano Gregory Moore (Jean Sorel), insieme ai colleghi Jacques (Mario Adorf) e Jessica (Ingrid Thulin), indaga a Praga sulla scomparsa della sua ragazza Mira (Barbara Bach). Prima di finire in catalessi (ma non morto, come invece tutti credono) sul tavolo di un obitorio, da dove – in attesa di essere sottoposto ad autopsia – rievocherà in flashback l'intera vicenda, scoprirà che Mira è solo l'ultima di una serie di giovani donne sparite, e che è coinvolto un misterioso club di ricchi e potenti anziani che praticano strani riti occulti a scopo politico ("Il nostro solo nemico è il pensiero, il risveglio delle coscienze: i giovani devono diventare come noi, devono pensare come noi, chi rifiuta viene addormentato"). Opera prima di Lado, regista e sceneggiatore con una discreta carriera cinematografica negli anni settanta (anche con lo pseudonimo di George B. Lewis) prima di perdersi nei meandri delle produzioni televisive quando il cinema italiano si disinteresserà dei generi (thriller e horror) a lui più congeniali. Qui il modello di riferimento è evidentemente il Roman Polanski di "Rosemary's baby", con i suoi intrighi, il suo carico di angoscia e claustrofobia, e le sue sette sataniche (per non parlare del finale shockante), anche se contaminato da una lettura socio-politica (il "potere" che addormenta o "seppellisce vivi" coloro che si frappongono sul suo cammino) e da un pizzico di giallo all'italiana. Curiosa ma efficace l'ambientazione praghese (benché la città non venga mai esplicitamente nominata, e gran parte delle riprese siano state effettuate invece a Zagabria e a Lubiana). Musiche di Ennio Morricone, che rimarrà un frequente collaboratore del regista. Ottimo il cast, che comprende anche Fabian Šovagoviċ (il dottor Karting), Relja Bašić (Ivan), Piero Vida (il commissario) e José Quaglio (l'avvocato Valinski). La prima scelta per il ruolo del protagonista era Terence Hill. Il titolo, incomprensibile (nella pellicola non ci sono "bambole di vetro"), è frutto di un rimaneggiamento in fase di distribuzione: Lado avrebbe voluto chiamare il film "Malastrana" (dal nome del quartiere di Praga), poi si optò per "La corta notte delle farfalle", visto che queste ultime ricorrono più volte nella trama e nelle immagini, come suggerisce anche la canzone ("The short night of the butterflies") cantata da Jürgen Drews. Il nome fu poi cambiato all'ultimo momento perché era in uscita un'altra pellicola con le farfalle nel titolo.

17 gennaio 2021

La grande razzia (Henri Decoin, 1955)

La grande razzia (Razzia sur la chnouf)
di Henri Decoin – Francia 1955
con Jean Gabin, Magali Noël
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'esperto gangster Henri "Le Nantais" (Jean Gabin) torna dall'America in Francia per dirigere un lucroso traffico di droga per conto del boss Paul Liski (Marcel Dalio), sostituendone il luogotenente che è stato eliminato in un regolamento di conti. Sotto la copertura della gestione di un ristorante – della cui giovane cassiera, Lisette (Magali Noël), si innamora – Henri supervisiona l'arrivo della merce in Francia, la sua consegna, la lavorazione, la distribuzione ai corrieri e lo spaccio nei locali o ai singoli consumatori, mentre nel contempo deve far fronte alle indagini e alle retate della polizia e tenere a bada gli scagnozzi di Liski, Roger "Le Catalan" (Lino Ventura) e Bibi (Albert Rémy), due tirapiedi dal grilletto facile, sempre pronti a intimidire o ad ammazzare chi non rispetta le regole o vuole abbandonare l'organizzazione. La trama (tratta da un romanzo di Auguste Le Breton, anche sceneggiatore nonché presente in un cameo nel ruolo del giocatore d'azzardo) pare a tratti quasi un pretesto per un viaggio documentaristico negli ambienti della "mala" e nell'organizzazione dello spaccio di droga: ma la curiosità e la meticolosità di Henri nel voler conoscere ogni dettaglio della struttura che dirige avrà una sua giustificazione nel finale a sorpresa. Ottima l'atmosfera, le interpretazioni, la fotografia in bianco e nero di un mondo sordido e inesorabile: si pensi a figure tragiche come la tossicodipendente Léa (Lila Kedrova). Paul Frankeur è il commissario Fernand, Roland Armontel il chimico Birot, Michel Jourdan il fattorino con la bici. Gran parte del cast (Gabin, Ventura, Frankeur e Jourdan) aveva recitato insieme pochi mesi prima nel "Grisbi" di Jacques Becker. La parola "chnouf" presente nel titolo originale indica in gergo le droghe pesanti.

16 gennaio 2021

The gentlemen (Guy Ritchie, 2019)

The Gentlemen (id.)
di Guy Ritchie – GB/USA 2019
con Matthew McConaughey, Charlie Hunnam
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Mickey Pearson (Matthew McConaughey), "boss" della marijuana in Gran Bretagna, intende ritirarsi a vita privata con la moglie Rosalind (Michelle Dockery) e vendere il proprio impero, vivai e infrastrutture comprese, al "collega" Matthew Berger (Jeremy Strong). Ma questi, per abbassare il prezzo, gli scatena contro l'ambizioso cinese Dry Eye/Occhio Asciutto (Henry Golding), per far fronte al quale Mickey dovrà ricorrere all'aiuto di un eccentrico coach di lotta e "maestro di vita" (Colin Farrell) e ai suoi "Toddlers". Contemporaneamente, il giornalista prezzolato Fletcher (Hugh Grant), incaricato dal suo direttore Big Dave (Eddie Marsan) di indagare sui loschi affari di Mickey, contatta il braccio destro di quest'ultimo, Raymond (Charlie Hunnam), per ricattarlo: quasi l'intero film, di fatto, è narrato attraverso la ricostruzione di Fletcher, che ne espone le vicende come se fosse una sceneggiatura cinematografica. Con un ottimo cast corale e un soggetto intricato, nel quale si giostra con disinvoltura, Ritchie torna sulle orme dei suoi primi successi (come "Snatch" e "Lock & Stock"): storie di gangster di grande e di piccolo calibro, oltre che dei variopinti personaggi che ruotano loro intorno, raccontate con brio, umorismo, adrenalina e soprattutto consapevolezza dei generi (in chiave post-moderna). Il divertimento non manca, ma forse è un po' fine a sé stesso: non ci si attenda chissà quale messaggio o significato recondito, anche se lo scenario è al passo con i tempi (i giovani teppisti che fanno ampio uso dei social media, per esempio), la vicenda tocca un po' tutti gli ambienti sociali (dai ricchi lord agli sbandati di strada) e i personaggi sono ben caratterizzati attraverso particolarità e idiosincrasie. L'aspetto forse più interessante è la fusione fra le solite lotte di potere fra i gangster e un approccio più da "business" che comprende trattative e negoziati, anche se spesso portati avanti con metodi sporchi: a questo proposito, nel calderone non mancano citazioni colte, come quelle allo Shakespeare del "Mercante di Venezia".

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

14 gennaio 2021

Lo straniero della valle oscura (A. Prochaska, 2014)

Lo straniero della valle oscura - The Dark Valley (Das finstere Tal)
di Andreas Prochaska – Austria/Germania 2014
con Sam Riley, Paula Beer
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il fotografo itinerante Greider (Sam Riley) giunge in una valle inospitale dove spadroneggia la famiglia Brenner, che gestisce la legge in maniera feudale, con tanto di ius primae noctis imposto agli abitanti. In effetti Greider è lì per vendicare la madre, che vent'anni prima fu vittima della famiglia. Ambientato fra le nevi delle Alpi, un cupissimo e insolito "western" europeo, dai toni gravi e opprimenti, anche nella fotografia gelida e nella colonna sonora ricca di bassi (se si eccettua una canzone pop che c'entra come i cavoli a merenda). Per quanto i temi siano inflazionati (lo straniero, la vendetta) e il contesto sia implausibile dal punto di vista storico, l'atmosfera (anche grazie alla regia e alla fotografia) è notevole: il terrore imposto dai Brenner al villaggio, la rabbia repressa della giovane Luzi, il ritmo lento ma elegante, le sparatorie nella neve... sono tutti elementi che affiorano concretamente dalle immagini sullo schermo. Meglio sorvolare invece sulla struttura narrativa (il poco mistero che c'è all'inizio sull'identità dello straniero e su quella di colui che uccide i fratelli Brenner, ovvero se coincidano o meno, viene subito svelato) e su alcune scelte inspiegabili dei personaggi (come quando Greider, pur avendo i suoi nemici a portata di fucile, li risparmia). E naturalmente, a parte gli scenari montuosi, non c'è nulla di europeo o tantomeno di alpino nei personaggi, negli abiti e nelle scenografie, tanto che – se non fosse per alcuni accenni nei dialoghi – sembrerebbe di trovarsi fra le montagne del Nord America. Tratto da un romanzo del tedesco Thomas Willmann, il film è stato girato in Alto Adige, per la precisione in Val Senales.

13 gennaio 2021

From the drain (David Cronenberg, 1967)

From the drain
di David Cronenberg – Canada 1967
con Mort Ritts, Stefan Nosko
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Due uomini, seduti vestiti dentro una vasca da bagno, parlano come se si trovassero in centro ricreativo per veterani di guerra disabili, di cui a turno affermano di essere il direttore (e che l'altro sia un paziente). Uno dei due teme che dallo scarico della vasca possano uscire dei misteriosi "viticci" in grado di ucciderlo: ed è ciò che capiterà nel finale, in quella che sembra anticipare una scena simile de "Il demone sotto la pelle". Il secondo dei due cortometraggi in 16mm girati da Cronenberg mentre studiava lettere all'Università di Toronto, rispetto a "Transfer", dura il doppio (14 minuti) e pare già più elaborato nella regia e nel montaggio. Sicuramente l'aver effettuato le riprese in interni, e in un luogo chiuso e così claustrofobico (una minuscola stanza da bagno), gli ha giovato. Ma come nel film precedente, siamo di fronte a una scenetta surreale e all'apparenza inconsequenziale, anche se nell'angosciante finale c'è un primo accenno di quel body horror che diventerà il marchio di fabbrica del regista canadese. E le paure (infantili) espresse dai protagonisti evocano atmosfere, più che horror, ancestrali e psicanalitiche (lo scarico della vasca è l'inconscio, da cui fuoriescono mostri che sono appunto il prodotto di noi stessi anziché entità esterne).

Transfer (David Cronenberg, 1966)

Transfer
di David Cronenberg – Canada 1966
con Mort Ritts, Rafe Macpherson
*1/2

Visto su YouTube, in originale.

Uno psicanalista megalomane ed eccentrico, fuggito a vivere in campagna perché nauseato dal proprio lavoro ("La comunicazione è il peccato originale"), è raggiunto da un suo ex paziente, Ralph, ossessionato da lui e che vorrebbe ricominciare le sedute. Ambientato all'aperto in un campo innevato, vicino a una fattoria, questo breve cortometraggio di 7 minuti non sarebbe niente più di una curiosità, se non fosse la prima fatica registica di David Cronenberg, ai tempi studente di lettere all'Università di Toronto. Ma a parte il bizzarro spunto, con personaggi dal comportamento infantile e dialoghi surreali, c'è poco da interessante o di notevole in quello che è a tutti gli effetti un sketch amatoriale. Cronenberg firmerà un altro corto nel 1967 ("From the drain") per dedicarsi poi ai suoi primi lungometraggi underground ("Stereo" nel 1969 e "Crimes of the future" nel 1970).

12 gennaio 2021

Little Joe (Jessica Hausner, 2019)

Little Joe (id.)
di Jessica Hausner – Austria/Germania/GB 2019
con Emily Beecham, Ben Whishaw
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

La biologa Alice (Emily Beecham) crea in laboratorio una pianta geneticamente modificata che emette un polline contenente vari ormoni (come l'ossitocina, "l'ormone dell'amore"), allo scopo di donare "felicità" attraverso il profumo a chi se ne prende cura. Ma inizia a sospettare che l'inquietante fiore rosso, da lei battezzato "Little Joe" dal nome di suo figlio, possa infettare il cervello di chi entra in contatto diretto con il polline, alterandone in maniera quasi impercettibile la personalità: l'unico obiettivo degli individui infetti diventa quello di proteggere e accudire la pianta, facilitandone la diffusione. Al quinto film, la regista di "Lourdes" sforna un horror minimalista e psicologico, quasi un incrocio low key fra certe pellicole fantascientifiche degli anni cinquanta (come "L'invasione degli ultracorpi", con i mitici baccelloni che sostituiscono gli esseri umani con delle copie identiche) e "La piccola bottega degli orrori" (altro film dove il "cattivo" è una pianta). Le interpretazioni controllate, i movimenti di camera lenti, la fotografia iperrealistica di Martin Gschlacht, le scenografie fredde e asettiche e la colonna sonora "giapponese" con brani di Teiji Ito concorrono all'esperienza di uno spettatore che è lasciato ad interrogarsi se le paure di Alice – e della sua collega Bella (Kerry Fox), la prima a sospettare che nella pianta ci sia qualcosa che non va – siano soltanto frutto di paranoia: i cambiamenti nel comportamento del figlio Joe (Kit Connor), per esempio, potrebbero anche essere spiegati con il passaggio del ragazzino nell'adolescenza. Ben Whishaw, David Wilmot e Phénix Brossard sono gli altri colleghi della protagonista.

11 gennaio 2021

Hanna (Joe Wright, 2011)

Hanna (id.)
di Joe Wright – USA/GB/Germania 2011
con Saoirse Ronan, Cate Blanchett
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cresciuta nella natura selvaggia fra le foreste innevate dell'Artico e addestrata dal padre, l'ex agente della CIA Erik Heller (Eric Bana), all'arte della sopravvivenza e del combattimento, la sedicenne Hanna (Saoirse Ronan) si reca per la prima volta nella civiltà con l'obiettivo di uccidere Marissa Wiegler (Cate Blanchett), un tempo superiore di Erik. E nel farlo scoprirà anche la verità su sé stessa e su sua madre, cavia di esperimenti scientifici per creare il "soldato perfetto". Action movie che parte da un canovaccio già visto molte volte (sembra il soggetto di un film di Luc Besson, un mix fra "Nikita", "Lucy" e "Leon", con tanto di cattivi eccentrici come il killer biondo interpretato da Tom Hollander) ma lo arricchisce a modo suo con tocchi da commedia – vedi tutto il viaggio della protagonista, dal Marocco alla Spagna e poi verso la Germania, "aggregata" a una famiglia di turisti sciroccati (Jason Flemyng, Olivia Williams, Jessica Barden e Aldo Maland), e in generale le interazioni di Hanna con il mondo moderno, che aveva studiato solo sui libri – e un costante parallelo con le fiabe dei fratelli Grimm (in cui Marissa è la strega cattiva/matrigna). La buona caratterizzazione della protagonista e una regia ricca di long takes (Joe Wright è innamorato da sempre dei piani sequenza: notevole qui quello dell'arrivo di Eric a Berlino, ma ottima anche la fuga di Hanna dal centro di detenzione) compensano così una trama derivativa e che si fa via via più prevedibile, tanto che alla fine non lascia granché allo spettatore. Musica dei Chemical Brothers. Le scene iniziali sono state girate in Finlandia. Saoirse Ronan aveva già recitato per Wright nel suo film più riuscito, "Espiazione". Dalla pellicola è stata tratta una serie tv.

10 gennaio 2021

Atlantic City, U.S.A. (Louis Malle, 1980)

Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City)
di Louis Malle – Canada/Francia 1980
con Burt Lancaster, Susan Sarandon
***

Visto in TV, con Sabrina.

In una città in declino, che ha conosciuto tempi migliori (il boom turistico all'inizio del Novecento e il periodo del proibizionismo, quando fu sede delle attività di celebri bande di gangster), l'anziano Lou Pasco (Burt Lancaster), ex delinquente di mezza tacca, sogna l'occasione di riscatto quando entra per caso in possesso di una partita di droga che Dave (Robert Joy), un giovane ladruncolo, ha sottratto a una banda di spacciatori. Quando questi ultimi si presenteranno per riprendersela, Lou dovrà proteggere l'ex moglie di Dave, l'aspirante croupier Sally (Susan Sarandon), di cui è innamorato, dalla loro vendetta. Gangster movie minimalistico, intimo e romantico, malinconico ritratto di un mondo allo sbando, che guarda al passato mentre sta per essere spazzato via dall'imminente futuro (la demolizione dei vecchi edifici per fare posto alla costruzione di nuovi alberghi e casinò, come quelli di Donald Trump). Prigioniero di un personaggio che forse non è mai stato, Lou (come la città stessa) si illude di tornare agli antichi splendori al fianco di Sally, giovane ragazza che vuole viaggiare e fare esperienze, anche se alla fine si renderà conto che il proprio posto è insieme alla coetanea Grace (Kate Reid), vedova di un suo vecchio amico, al cui servizio si è dedicato. Nel cast anche Michel Piccoli (il mentore di Sally, che oltre a guidarla nel corso da croupier le insegna il francese e le fa ascoltare "Casta diva") e Hollis McLaren (la sorella hippie della ragazza, incinta di Dave). Scritta da John Guare, la pellicola ebbe un ottimo riscontro critico: vinse il Leone d'Oro a Venezia (ex aequo con "Gloria" di Cassavetes) e fu candidata a cinque premi Oscar (nelle cinque maggiori categorie: film, regia, sceneggiatura, attore e attrice).

9 gennaio 2021

Sing street (John Carney, 2016)

Sing Street (id.)
di John Carney – Irlanda 2016
con Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Boynton
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dublino, 1985: per far colpo sulla bella Raphina (Lucy Boynton), aspirante modella e più grande di lui di un anno, il quindicenne Conor (Ferdia Walsh-Peelo) millanta di far parte di una band musicale e le chiede di recitare nei loro videoclip. Dovrà mettere così in piedi in fretta e furia un gruppo, di cui faranno parte l'amico Darren (Ben Carolan) come manager e il compagno di scuola Eamon (Mark McKenna) come strumentista (Conor, naturalmente, è il vocalist, oltre a scrivere le canzoni insieme ad Eamon). Grazie anche ai consigli del fratello maggiore Brendan (Jack Reynor), che lo introduce alle tendenze musicali e ai gruppi più in voga al momento (Duran Duran, The Cure, The Jam, Spandau Ballet), i ragazzi miglioreranno pezzo dopo pezzo. E in contemporanea con le disavventure scolastiche (gli scontri con i bulli e la repressione dell'istituto cattolico che frequenta) e quelle famigliari (i genitori stanno per separarsi), Conor porterà avanti anche la relazione con Raphina, fino a un'emancipazione completa dal proprio ambiente e alla tanto agognata "fuga" verso l'Inghilterra (realizzando così anche i sogni mai agiti del fratello). Buona caratterizzazione dei personaggi, ottima ricostruzione nostalgica e tanta bella musica (i brani originali dei ragazzi sono firmati dallo stesso regista insieme a Gary Clark: la canzone migliore è senza dubbio "Drive It Like You Stole It") per un film piacevole ma forse non particolarmente originale a livello di contenuti: di pellicole di formazione basate sulla musica ne abbiamo già viste tantissime, e questa non ha molto di più – per fare alcuni titoli – di "The Commitments", "We are the best!", "Linda Linda Linda", "School of rock" o "Once" dello stesso Carney. In ogni caso, difficile trovargli difetti sul piano formale. Grande successo di critica. Aidan Gillen e Maria Doyle Kennedy sono i genitori, Don Wycherley è il severo insegnante. Dal film è stato tratto anche un musical.

8 gennaio 2021

L'ombra dell'uomo ombra (W. S. Van Dyke, 1941)

L'ombra dell'uomo ombra (Shadow of the thin man)
di W. S. Van Dyke – USA 1941
con William Powell, Myrna Loy
**1/2

Visto in divx.

La scelta di tradurre a suo tempo "The thin man" con "L'uomo ombra" si ripercuote comicamente sul titolo italiano di questo film, il quarto della serie e l'ultimo diretto da W. S. Van Dyke, che morirà due anni più tardi. È anche il primo che non coinvolge in alcun modo il creatore dei personaggi, ovvero lo scrittore Dashiell Hammett, né gli sceneggiatori dei film precedenti, Albert Hackett e Frances Goodrich, sostituiti da Harry Kurnitz (autore anche del soggetto) e Irving Brecher. La storia ruota attorno all'omicidio di un fantino, coinvolto in un giro di scommesse clandestine. Per risolvere il caso, che si complica poi con la morte di un giornalista corrotto, l'incompetente tenente Abrams (Sam Levene, che torna dal secondo film) chiede l'aiuto di Nick Charles (Powell), il quale lo decifrerà come suo solito, coadiuvato dalla moglie Nora (Loy) e dal cagnolino Asta. L'intreccio poliziesco non è forse all'altezza di quelli delle pellicole precedenti (e viene risolto grazie a un dettaglio rivelato solo nel finale: ovviamente anche stavolta il colpevole è il meno sospettabile di tutti), ma ormai la serie segue un'impronta ben chiara: non è tanto la trama gialla a importare, quanto lo stile, la commedia, le gag e i rapporti fra i personaggi. Anche se il figlio Nick Jr. sta crescendo (dimostra circa quattro anni), Nick e Nora proseguono la propria vita a base di alcolici, divertimento e pericoli affrontati con estrema nonchalance. Fra i momenti memorabili, Nora che assiste all'incontro di wrestling, Nick costretto a bere un bicchiere di latte, la rissa al ristorante (provocata da Asta) e soprattutto la scena del cameriere (Tito Vuolo) che insiste affinché tutti ordinino la spigola. Nel cast anche Barry Nelson (il giornalista Paul Clarke, amico di Nick e accusato dei delitti), Donna Reed (la sua fidanzata Molly), Henry O'Neill (il maggiore Sculley), Lou Lubin (l'allibratore Benny "Arcobaleno") e Stella Adler, influente insegnante di recitazione teatrale, qui in uno dei suoi rarissimi ruoli cinematografici (l'enigmatica "pupa del boss" Claire Porter).

7 gennaio 2021

Prima della pioggia (M. Manchevski, 1994)

Prima della pioggia (Pred doždot, aka Before the rain)
di Milcho Manchevski – Macedonia 1994
con Rade Serbedzija, Katrin Cartlidge
***1/2

Rivisto in TV.

Bellissima pellicola divisa in tre episodi concatenati in maniera circolare: nel primo ("Parole"), un giovane monaco che si è votato al silenzio (Gregoire Colin) accoglie nel proprio monastero, fra i monti della Macedonia, una ragazzina albanese (Labina Mitevska) in fuga da un gruppo di uomini che la vogliono uccidere; nel secondo ("Volti"), a Londra, una giornalista (Katrin Cartlidge) rifiuta la proposta del fotografo di cui è innamorata (Rade Serbedzija) di trasferirsi con lui in Macedonia, anche perché è incinta dell'ex marito (Jay Villiers): ma la guerra di cui aveva tanto paura farà capolino anche nella capitale inglese; nel terzo ("Immagini"), il fotografo di cui sopra, Alex, torna nel proprio villaggio natale, dove si ritrova in mezzo a una faida fra i propri parenti e la famiglia albanese cui appartengono sia la sua amata di un tempo, Hana (Silvija Stojanovska), che la figlia di quest'ultima (e forse sua), Zamira. E proprio Zamira è la ragazza che fuggirà nel primo episodio. Come il contemporaneo "Pulp fiction" di Tarantino, infatti, il film d'esordio di Manchevski ha una struttura cronologica "sfasata": ogni episodio potrebbe essere quello iniziale, come suggerisce anche l'aforisma "Il tempo non aspetta, il cerchio non è rotondo", ripetuto in ciascuno dei tre segmenti (nel primo e nel terzo pronunciato da un monaco anziano, nel secondo sotto forma di graffito su un muro). Il cerchio è anche quello dell'odio e della vendetta, delle faide etniche e della guerra civile, che pare impossibile da spezzare. Sia la fuga (Zamira), sia il mantenimento di una distanza apparente (Anne), sia il ritorno a casa (Alex) si rivelano inutili per sfuggire alla cattiveria e all'odio che insanguinano la terra e calpestano i sentimenti più puri. Nel passare da un episodio all'altro, anche lo stile filmico muta: si comincia con toni e atmosfere da world cinema, con scenari idilliaci e un (neo)realismo da festival, per passare progressivamente al dramma intenso e al grido di dolore per una terra martoriata e funestata da arretratezza e conflitti: il tutto un po' ricorda le pellicole iraniane (alcuni paesaggi sembrano uscire dai lavori di Kiarostami) e un po' anticipa quelle del primo Kim Ki-duk (il monaco muto, l'isolamento e la violenza). E sopra le follie degli uomini, il destino incombe sotto forma di grigi nuvoloni che rombano e minacciano pioggia in continuazione (ma le prime gocce cominceranno a cadere quando ormai la tragedia si è conclusa). Lo stile di Manchevski, regista/sceneggiatore che nel prosieguo della sua carriera uscirà un po' dai riflettori, è ricco e complesso (e cita, fra le altre cose, il John Ford di "Sentieri selvaggi" e, per restare in tema di pioggia, "Raindrops keep fallin' on my head" dal film "Butch Cassidy": si vede che al regista piace il western, e infatti il suo lavoro successivo, "Dust", apparterrà proprio a questo genere). Leone d'oro alla mostra di Venezia, ex aequo con "Vive l'amour" di Tsai Ming-liang.

6 gennaio 2021

Gertie il dinosauro (Winsor McCay, 1914)

Gertie il dinosauro (Gertie the dinosaur)
di Winsor McCay – USA 1914
animazione tradizionale
***

Visto su YouTube.

Per quanto possa sembrare strano, alcuni spettatori, dopo aver assistito al precedente lavoro di Winsor McCay, "How a mosquito operates" (1912), si erano convinti che il disegnatore avesse semplicemente ricalcato con il suo tratto un filmato reale (una forma di rotoscopia ante litteram!), o addirittura che la zanzara fosse mossa tramite dei fili. Per dimostrare che non era così, per il suo nuovo film McCay scelse un soggetto che era impossibile da filmare nella realtà: un brontosauro! La struttura della pellicola è la stessa delle due che l'avevano preceduta (a partire dal "Little Nemo" del 1911), vale a dire una sequenza introduttiva in live action (aggiunta in occasione della proiezione nel circuito delle sale cinematografiche), in cui McCay scommette (in questo caso con il collega George McManus, assieme al quale – e ad altri amici: il cartoonist Tad Dorgan, lo scrittore Roy McCardell e l'attore Tom Powers – si è recato in visita al museo di storia naturale di New York) di essere in grado di "riportare in vita" con la propria arte un dinosauro. Dopo sei mesi di lavoro (e 10.000 disegni su carta di riso, "ciascuno diverso dal precedente"), l'artista presenta il risultato. Assistiamo così alla sequenza animata vera e propria, in cui il dinosauro (anzi, la dinosaura: si specifica che è di sesso femminile!) Gertie esce timidamente da una grotta, in un paesaggio roccioso presso la riva di un lago, per "esibirsi" davanti al pubblico. Scodinzolando e obbedendo agli ordini di McCay come fosse una cagnolina, l'animale saluta e danza, mangia (un albero completo, comprese le radici!) e beve (l'acqua dell'intero lago!), e interagisce in vari modi con altre creature (un serpente di mare, una lucertola alata, e un mammut di nome Jumbo!). L'illustratore riscuote infine la scommessa vinta. Nonostante i limiti della tecnica (ignorando l'uso dei rodovetri, McCay è costretto a ridisegnare ogni volta anche il paesaggio circostante: in compenso fa uso per la prima volta di espedienti pratici come i keyframe e le sequenze in loop per facilitarsi il lavoro), l'animazione appare assai fluida, anche rispetto agli esperimenti precedenti, e i disegni sono chiari e realistici: il film ebbe un profondo impatto sugli spettatori e sull'industria cinematografica, ispirando numerosi studi che si lanciarono in imitazioni o in proposte più originali. Pur non trattandosi del primo cartoon della storia – anticipato in questo, oltre che dai corti precedenti di McCay, anche dai pluricitati lavori di James Stuart Blackton ("The enchanted drawing", 1900; "Humorous phases of funny faces", 1906) ed Émile Cohl ("Fantasmagorie", 1908) – è infatti quello che forse ha avuto più influenza sulla nascita del cinema di animazione americano, sia dal punto di vista commerciale che da quello stilistico. Da John Randolph Bray (il cui studio produsse una vera e propria copia di Gertie, un plagio che ancora negli anni '70 era spesso scambiato per l'originale) ai fratelli Fleischer, da Otto Messmer fino a Walt Disney, i successori di McCay ricorsero a linee chiare, tratti semplici ed alto contrasto fra bianco e nero, distanziandosi così dagli animatori europei, il cui stile era più astratto, pittorico e vario. La fama della pellicola non è mai calata nel tempo: se, come detto, non è il primo film in animazione della storia come a volte viene citato, è quasi sicuramente quello con il primo personaggio animato dotato di un nome e di una personalità (divenne così popolare che nel 1921 avrebbe dovuto essere protagonista persino di un sequel, "Gertie on tour", che McCay iniziò ma non terminò). Fra i molti omaggi ricevuti nell'immediato, vanno ricordati il dinosauro (animato a passo uno) che Buster Keaton cavalca ne "L'amore attraverso i secoli" ("Three ages", 1923) e naturalmente quelli in "Fantasia" (1940) di Walt Disney.

5 gennaio 2021

How a mosquito operates (W. McCay, 1912)

How a mosquito operates, aka Winsor McCay and his Jersey Skeeters
di Winsor McCay – USA 1912
animazione tradizionale
***

Visto su YouTube.

Se il precedente "Little Nemo" del 1911, così come altri pionieristici film d'animazione (per esempio quelli di James Stuart Blackton ed Émile Cohl), non raccontavano una storia vera e propria ma erano sequenze di immagini in libertà, semplici dimostrazioni di come si potessero far "muovere" dei disegni (o dare l'illusione che si muovessero) mostrando un pot-pourri di situazioni o un "flusso di coscienza", con questa opera seconda McCay realizza un'ulteriore pietra miliare nel campo del cinema d'animazione, illustrando una storia compiuta e incentrata su un personaggio. La vicenda – ispirata a una tavola della sua serie a fumetti "Dream of a rarebit fiend", serie che già aveva dato origine a un film dal vivo nel 1906 – è quella di una zanzara (anzi, un zanzarone gigante, con tanto di valigetta e cappello come se fosse un medico in visita: non a caso il titolo la accomuna a un chirurgo che "opera") che si introduce nella casa di un uomo e lo punge ripetutamente mentre questo dorme, gonfiandosi di sangue fino a scoppiare. Il mix di umorismo, realismo, orrore e grottesco pare addirittura anticipare i lavori di Bill Plympton, che peraltro utilizzerà la stessa tecnica di McCay, ovvero il disegnare a mano ogni singolo fotogramma, un metodo (allora come adesso) enormemente dispendioso, che richiede tempo e fatica. McCay disegna infatti ogni volta non solo i personaggi ma anche gli sfondi (per quanto essenziali e minimalisti: la porta di casa, il letto, le coperte), non essendo stata ancora inventata la tecnica dei rodovetri (fogli trasparenti su cui si disegnano solo i personaggi, da sovrapporre a un fondale che rimane invece lo stesso per ogni fotogramma). Il cortometraggio – che conta 6000 disegni su carta di riso, 2000 in più di "Little Nemo", per 6 minuti di durata – fece scalpore anche per il (relativo) naturalismo e la grande scorrevolezza dell'animazione, assai superiore a quella di altri film contemporanei, e influenzò molti animatori successivi, quali Raoul Barré e John Randolph Bray. Come per "Little Nemo", la sequenza animata era anticipata da un prologo in live action, oggi andato perduto, con McCay e sua figlia tormentati dalle zanzare nella loro casa in New Jersey (dove, all'inizio del secolo, era in atto una vera invasione di questi insetti, chiamati infatti "Jersey skeeter") e uno scienziato che parla la lingua degli insetti, che chiede al disegnatore di illustrare in un film "il modo con cui le zanzare operano". Alcune copie della pellicola, anch'esse non sopravvissute, furono colorate a mano.

4 gennaio 2021

Glass (M. Night Shyamalan, 2019)

Glass (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2019
con James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L. Jackson
**

Visto in TV (Now Tv).

Il vigilante mascherato David Dunn (Bruce Willis), detto il Sorvegliante, si batte con Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), alias l'Orda, criminale dalla personalità multipla: ma entrambi vengono catturati e rinchiusi in un ospedale psichiatrico, dove è ricoverato anche Elijah Price (Samuel L. Jackson), l'Uomo di Vetro ovvero Dr. Glass, villain dal corpo fragilissimo ma dall'intelletto straordinario. A dirigere la clinica è la dottoressa Ellie Staple (Sarah Paulson), convinta che i superpoteri o le doti sovrumane non esistano e che i tre pazienti soffrano soltanto di deliri, illusioni e manie di grandezza. Dopo "Unbreakable - Il predestinato" (2000) e "Split" (2016), Shyamalan completa la sua personale trilogia "supereroistica" con una pellicola che fa tornare in scena i personaggi dei due film precedenti e ne interconnette le origini e i destini (proprio come in un universo fumettistico condiviso). Il risultato è ambivalente: da un lato ritroviamo quelli che erano i punti di forza dei film originali (il grande realismo con cui temi e luoghi comuni della narrativa supereroistica sono calati nella quotidianità, senza tute sgargianti, effetti speciali o sequenze d'azione sopra le righe; o l'idea che i "miti" dei comic book non siano altro che rappresentazioni artistiche di una realtà ancestrale che è propria da sempre dell'essere umano), e tutto sommato anche una trama – il ricovero forzato dei tre antagonisti nell'ospedale psichiatrico – foriera di spunti interessanti e più in linea con un horror o un thriller psicologico (cfr. "Qualcuno volò sul nido del cuculo") che con un film d'azione in stile Marvel. Dall'altro, però, molti elementi appaiono francamente implausibili o forzati, a partire dall'idiozia apparente del personaggio della dottoressa: è vero che uno dei twist nel finale ne capovolge il ruolo (fa parte di un'organizzazione segreta che si batte per nascondere l'esistenza dei supereroi), ma proprio la conclusione del film risulta deludente e anticlimatica. Bello il lavoro visivo, con i colori che identificano i tre personaggi (verde per Dunn, giallo per Crumb e viola per Price) che tornano a più riprese: nel finale, per esempio, sono indossati anche dai loro tre amici/famigliari, ovvero da Joseph (Spencer Treat Clark), il figlio di David ora cresciuto; da Casey (Anya Taylor-Joy), la ragazza che fu rapita da Kevin; e dalla signora Price (Charlayne Woodard), la madre di Elijah. Anche il consueto cameo del regista riconnette in un unico personaggio quelli da lui interpretati in "Unbreakable" e "Split". Nonostante il buon successo registrato al botteghino, Shyamalan ha dichiarato che la saga finisce qui. Qualche svarione nell'adattamento italiano ("comic book" tradotto con "libri di fumetti", per esempio).

3 gennaio 2021

The whispering star (Sion Sono, 2015)

The whispering star (Hiso hiso boshi)
di Sion Sono – Giappone 2015
con Megumi Kagurazaka
***

Visto in TV (Prime Video).

In un universo popolato all'80% da macchine, e dove il genere umano è ormai in via di estinzione, l'androide Yoko Suzuki lavora come "corriere spaziale", viaggiando con la sua astronave vintage da un pianeta all'altro per consegnare misteriosi pacchi. Soltanto gli umani si affidano ancora a questo vetusto servizio di consegna, che richiede anni per essere portato a termine, anziché al più pratico teletrasporto, forse per un'atavica paura del moderno. Reclusi e isolati in pianeti semidistrutti e morenti (il film è stato girato nei luoghi colpiti dal disastro nucleare di Fukushima), gli uomini vivono ormai di ricordi del passato, aggrappandosi ad oggetti e a cose perdute, apparentemente insignificanti ma ultime testimonianze del loro mondo di un tempo. Un film molto diverso da tutti quelli di Sion Sono che finora avevo visto: malinconico e meditativo anziché provocatorio e sopra le righe, con atmosfere di tristezza e solitudine veicolate anche dalla fotografia in bianco e nero (o seppia: una sola brevissima scena è invece a colori), dagli interni retrò della piccola astronave di Yoko (che riproduce un antiquato tinello, con tanto di rubinetto gocciolante, lampada al neon, tavolino, dispensa e vecchie prese elettriche, spazio che l'androide condivide con l'altrettanto vetusto – e talvolta malfunzionante – computer di bordo, la cui voce è la sua unica compagnia durante il lungo viaggio), dalla cifra surreale (vedi per esempio lo scorrere del tempo, scandito da cartelli che indicano i giorni della settimana, che pure hanno ben poco significato per un androide capace di restare inattivo anche per mesi o per anni) e dalle sequenze ambientate sui pianeti dove risiedono gli ultimi umani (come quello, che dà il titolo al film, in cui è vietato produrre rumori superiori ai 30 decibel, perché risulterebbero letali per gli abitanti). È una fantascienza esistenziale e minimalista, che da un lato ricorda quella di Andrej Tarkovskij ("Solaris" e "Stalker"), o in generale dell'Europa dell'Est (cui si rifanno spesso i registi giapponesi, si pensi anche a Mamoru Oshii), e dall'altra il "Dark star" di John Carpenter (compresi gli echi kubrickiani del dialogo con il computer di bordo). Trovate come il diario dell'androide registrato su nastro o la lattina incastrata sotto la scarpa perché "fa un bel rumore" contribuiscono a stimolare la narrazione, mentre Yoko si interroga (e noi con lei) su cosa significhi essere umani. Al fianco della protagonista assoluta, Megumi Kagurazaka, recitano in brevi scene (come dicono i titoli di testa) "le persone che ancora vivono nelle unità abitative temporanee di Namie, Tomioka e Minami Soma" nella prefettura di Fukushima, zone evacuate dopo il disastro nucleare del 2011 (altro parallelo con "Stalker").

2 gennaio 2021

Koshiben gambare (Mikio Naruse, 1931)

Flunky, work hard! (Koshiben gambare)
di Mikio Naruse – Giappone 1931
con Isamu Yamaguchi, Seiichi Kato
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Questo cortometraggio muto di una trentina di minuti è il più antico film di Mikio Naruse a essere sopravvissuto (i suoi lavori precedenti sono tutti andati perduti). E per certi versi si discosta dalle pellicole per cui sarà noto in seguito (in particolare dopo la guerra), ovvero drammatici shomingeki sulle tribolazioni delle donne e delle classi più disagiate: qui siamo dalle parti della commedia, anche se non mancano un pizzico di satira sociale e, nel finale, una piega funesta. Il protagonista è uno spiantato agente di assicurazioni, che spera di convincere una ricca signora a stipulare una polizza contro gli infortuni per i suoi cinque figli. Per ingraziarsi la famiglia e superare così la concorrenza di un agente rivale, non esita a umiliarsi, giocando la cavallina con i bambini: e nel far questo, trascura il proprio figlio Susumu, intraprendente monello attaccabrighe che finisce investito da un treno... A parte il finale tragico, i toni ricordano quelli di altre commedie giapponesi dell'epoca incentrate sui bambini e sul rapporto fra genitori e figli, a partire dal capolavoro di Yasujiro Ozu "Sono nato, ma...", anche se le gag comiche sono sempre velate di una certa tristezza di fondo. Ed è proprio con Ozu che Naruse, anche se meno noto di lui in occidente, sarà costantemente paragonato nel prosieguo della sua carriera. Poco dopo questo film, probabilmente realizzato su commissione per conto della Shochiku, si trasferirà alla casa produttrice Toho, dove girerà i suoi lavori sonori e più personali (dal 1935 al 1967). Il suo stile ricorda in effetti quello di Ozu (a partire da sobrietà e minimalismo), mentre i soggetti affrontati sono spesso malinconici e pessimisti come nel cinema di Mizoguchi, con il tema della consapevolezza della transitorietà delle cose (mono no aware) che fa spesso capolino. Già in questo lavoro dei primordi, pur così breve e atipico (e decisamente più spigliato), si possono comunque apprezzare le qualità di una regia attenta ai dettagli, l'ottima direzione degli attori e il montaggio espressionista (ci sono persino alcuni "effetti speciali" nel momento in cui il padre viene a sapere dell'incidente del figlio), con il tutto che concorre al ritratto di un ambiente, il Giappone degli anni trenta, in cui povertà e desiderio di riscatto socio-economico convivevano nelle fasce più umili della popolazione.