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27 giugno 2021

Opera (Dario Argento, 1987)

Opera
di Dario Argento – Italia 1987
con Cristina Marsillach, Ian Charleson
*1/2

Visto in divx.

Una giovane cantante lirica (Cristina Marsillach), convinta che il "Macbeth" di Verdi in cui sta per debuttare a teatro porti sfortuna, vede le sue paure confermate quando un misterioso assassino, in qualche modo legato al suo passato, comincia ad uccidere le persone intorno a lei. Giallo-thriller che segna l'inizio del declino di Dario Argento, visto che ripete senza particolare fantasia (a parte l'ambientazione teatrale, comunque poco sfruttata) struttura ed elementi già visti in abbondanza nei precedenti film: dal misterioso maniaco con le mani guantate e la voce sussurrante, alla sequela di delitti cruenti. A essere particolarmente carente, qui, è la sceneggiatura, già non uno dei punti di forza del regista romano: anche lasciando perdere le ingenuità anni ottanta, l'inverosimiglianza e l'irrealtà di fondo (aspetti che per qualcuno potrebbero essere addirittura un pregio), abbiamo personaggi quasi senza caratterizzazione (a partire dalla protagonista) e situazioni schematiche. Anche la recitazione dei comprimari non aiuta, mentre – a parte le solite "soggettive" che dovrebbero far paura ma appaiono ormai meccaniche e abusate – le scene d'impatto o visivamente memorabili si contano sulle dita di una mano (quella del proiettile sparato attraverso lo spioncino della porta, l'attacco dei corvi all'interno del Teatro Regio di Parma – forse una reminiscenza degli "Uccelli" di Hitchcock – e ovviamente l'immagine simbolo, quella degli spilli che il maniaco colloca sulle palpebre della protagonista per impedirle di chiudere gli occhi). Un po' fuori luogo il controfinale ambientato sulle Alpi Svizzere (già location del precedente "Phenomena"), che infatti i distributori americani volevano tagliare (ma Argento si oppose). Nel cast anche Ian Charleson (il regista horror prestato all'opera), Urbano Barberini (il commissario), Daria Nicolodi (l'agente), Coralina Cataldi Tassoni (la costumista). Alcuni spunti della trama (come l'assassino sfigurato che dice a Betty "Come puoi amarmi ora che sono un mostro?", e poi "Voglio sparire, nessuno deve trovarmi") ricordano "Il fantasma dell'opera" di Gaston Leroux, di cui lo stesso Dario Argento firmerà un adattamento cinematografico undici anni più tardi. L'ambiente del melodramma è rappresentato in modo pretestuoso, impreciso e stereotipato: è evidente che Argento non fosse un cultore di questo genere. La colonna sonora è di Claudio Simonetti, integrata da un paio di brani heavy metal. Tanti comunque i pezzi lirici, provenienti non solo dal Macbeth ma anche dalla Traviata, dalla Madama Butterfly ("Un bel dì vedremo") e dalla Norma ("Casta diva"). Curiosità: nella realtà il Macbeth di Verdi, a differenza del dramma originale di Shakespeare, non ha alcuna fama di opera maledetta (che semmai è riservata a "La forza del destino").

29 dicembre 2020

Phenomena (Dario Argento, 1985)

Phenomena
di Dario Argento – Italia 1985
con Jennifer Connelly, Donald Pleasence
***

Visto in TV.

La quattordicenne Jennifer Corvino (Connelly), figlia di un celebre attore americano, viene mandata a frequentare un collegio femminile nelle Alpi, in una regione (soprannominata "la Transilvania della Svizzera") dove da alcuni mesi un misterioso serial killer si accanisce contro ragazze della sua età. Ma Jennifer, che soffre di sonnambulismo notturno, è dotata della straordinaria capacità di comunicare con gli insetti. E proprio le mosche che si nutrono dei cadaveri, come le spiega l'entomologo McGregor (Donald Pleasence), che abita nei pressi del pensionato della scuola, potrebbero aiutarla a rintracciare l'assassino... Forse l'ultimo film davvero "bello" di Dario Argento, nonché il preferito del regista stesso: un thriller/horror che da un lato riprende numerosi elementi dei lavori precedenti (la protagonista straniera, la scuola femminile e l'ambientazione mitteleuropea, in particolare, ricordano "Suspiria") ma dall'altro presenta uno stile molto più freddo e preciso, mai così "perfetto", rispetto a tutto ciò che aveva sfornato in passato. Le suggestioni sono parecchie, a partire dal legame empatico e telepatico di Jennifer con gli insetti, per proseguire con il rapporto fortemente antagonistico nei confronti della scuola e delle altre studentesse (odio e antipatia sono ricambiate), compresa la severa direttrice (Dalila Di Lazzaro) e la sua vice Frau Brückner (Daria Nicolodi). Indimenticabile anche la figura "paterna" fornita dal professor McGregor, paralitico che vive isolato nei suoi studi, con una scimmietta addestrata (!), Inga, come assistente. Molte le sequenze di pregio: dalle visioni notturne di Jennifer durante il suo sonnambulismo (la soggettiva del corridoio pieno di porte) alle scene "fiabesche" di lei, vestita di bianco, che cammina nel bosco guidata da una lucciola. E non mancano ovviamente scene "forti", specialmente in un finale che è un crescendo di momenti horror, splatter o ad effetto, dove talvolta l'aspetto serafico e angelico della Connelly sembra quasi stonare con le atrocità che la circondano. Fra gli interpreti figurano anche Fiore Argento, prima figlia di Dario (la giovane turista uccisa nella scena iniziale), Federica Mastroianni (Sophie), Patrick Bauchau (l'ispettore Geiger) e il regista Michele Soavi (l'assistente di quest'ultimo). Trucco ed effetti speciali (comprese le sequenze degli insetti) sono opera di Sergio Stivaletti. La ricca colonna sonora dei Goblin e di Claudio Simonetti comprende anche alcuni brani heavy metal ("Flash of the Blade" degli Iron Maiden, "Locomotive" dei Motörhead). Da notare che, come per i precedenti "Inferno" e "Tenebre", anche in questo caso il titolo è suggestivo ma pare dato un po' a caso, senza un legame con i contenuti della pellicola.

20 febbraio 2020

Tenebre (Dario Argento, 1982)

Tenebre
di Dario Argento – Italia 1982
con Anthony Franciosa, Daria Nicolodi
***

Visto in divx.

Giunto a Roma per promuovere il suo nuovo libro, lo scrittore americano Peter Neal (Franciosa) collabora con l'ispettore Germani (Giuliano Gemma) alle indagini su un misterioso serial killer che uccide le sue vittime a colpi di rasoio e che per i suoi delitti sembra ispirarsi proprio al romanzo, per di più tormentando lo scrittore con lettere anonime. Dopo l'horror soprannaturale di "Suspiria" e "Inferno", Dario Argento torna alle atmosfere del giallo urbano che avevano caratterizzato i suoi primi lavori (nonostante il titolo del film – che è anche quello del libro di Peter – richiami appunto l'horror: curiosamente quasi tutta la pellicola si svolge in pieno giorno). Se nella prima parte si ha l'impressione che il regista torni su terreni già battuti, riciclando trovate già viste nei lavori precedenti (come il giovane assistente Gianni (Christian Borromeo) che si sforza di ricordare un dettaglio che gli è sfuggito), o addirittura proponendo sequenze volutamente raffazzonate, fra cliché narrativi e recitazioni amatoriali, da metà in poi il film svela la propria reale natura e riesce sinceramente a sorprendere lo spettatore, anche grazie ai moltissimi rimandi metatestuali (è quasi come se Peter, in quanto scrittore di gialli, decida all'improvviso di prendere la vicenda nelle proprie mani e di riscriverla a modo suo). Alcune trovate apparentemente implausibili, come la ragazza (Lara Wendel) inseguita dal cane feroce che finisce per caso proprio nel covo dell'assassino, si scoprono così giustificate dai riferimenti letterari (in questo caso al "Mastino dei Baskerville" di Arthur Conan Doyle, citato ripetutamente dai personaggi). In effetti non poche sono le frecciatine ai cliché del giallo classico, o whodunit che dir si voglia: da Germani che si vanta di "aver indovinato l'assassino a pagina trenta" del libro di Peter, salvo fare una brutta fine nella realtà, alla rottura di alcune delle regole più basilari di questo tipo di narrativa (la rivelazione finale è quasi uno sberleffo). Girato in una Roma di periferia, per lo più all'EUR, lontano dai suoi luoghi più riconoscibili (Argento ha dichiarato che l'intenzione iniziale era quella di ambientare la storia in una città immaginaria e nel futuro), il film è ricco di nudità (Mirella Banti, Eva Robin's) e di effetti sanguinolenti (di cui sono vittima, fra le altre, Ania Pieroni, Mirella D'Angelo e soprattutto Veronica Lario, nel ruolo forse più celebre della sua carriera prima di sposare Silvio Berlusconi: la scena in cui è uccisa veniva regolarmente censurata durante i passaggi televisivi della pellicola sulle reti Mediaset, a onor del vero perché piuttosto truculenta). La sequenza della conferenza stampa, in cui la giornalista lesbica accusa lo scrittore di essere misogino e sessista perché nei suoi romanzi le donne sono soltanto vittime, sembra voler fare un compendio delle accuse rivolte in passato allo stesso Argento, molte delle quali a sproposito (in "Suspiria", per esempio, i personaggi femminili erano tutt'altro che stereotipati), e che il regista ha voluto ironicamente giustificare in qualche modo, riempiendo "Tenebre" di donne-vittime. Fra le scene più memorabili, oltre a quella già citata del flashback con Eva Robin's in tacchi a spillo rossi sulla spiaggia, sono da ricordare la lunga (e gratuita) panoramica dell'edificio girata con la gru e il momento, nel finale, in cui l'assassino si rivela essere proprio dietro l'ispettore (una scena anch'essa implausibile, ma che secondo alcuni critici enfatizza il tema del "doppio oscuro" che ricorre ripetutamente nella pellicola), entrambe in seguito citatissime, per esempio da Brian De Palma. Nel ricco cast (come ogni giallo che si rispetti, i sospettati devono essere molti!) ci sono anche John Saxon (Bullmer, l'agente di Peter), Daria Nicolodi (Anne, la sua assistente: la scena conclusiva, in cui urla sotto la pioggia, avrebbe ispirato Asia Argento a diventare attrice a sua volta), Carola Stagnaro (l'ispettrice Altieri), John Steiner (il critico letterario Cristiano Berti). Piccoli camei per Lamberto Bava e Michele Soavi. Musiche di Claudio Simonetti, Fabio Pignatelli e Massimo Morante, tre dei membri originali dei Goblin.

29 gennaio 2020

Inferno (Dario Argento, 1980)

Inferno
di Dario Argento – Italia 1980
con Leigh McCloskey, Eleonora Giorgi
**1/2

Visto in divx.

La newyorkese Rose Elliot (Irene Miracle) rimane colpita da un libro acquistato in una bottega d'antiquariato, "Le tre madri", scritto dal misterioso architetto e alchimista Emilio Varelli, che avrebbe costruito tre dimore (una a New York, appunto, e le altre a Roma e a Friburgo) per altrettante streghe, chiamate Mater Tenebrarum, Mater Lacrimarum e Mater Suspiriorum. Quando la ragazza scompare all'improvviso, suo fratello Mark (Leigh McCloskey), studente di musicologia a Roma, vola a New York per indagare, e scopre che il palazzo dove viveva nasconde inquietanti presenze... Sequel spirituale di "Suspiria" (che con questo e il successivo "La terza madre", uscito soltanto nel 2007, forma appunto una sorta di trilogia horror soprannaturale, ispirata al romanzo "Suspiria De Profundis" di Thomas de Quincey), uno dei film più barocchi e visionari di Dario Argento, realizzato quando il regista era all'apice della fortuna critica: tanto l'aspetto visivo è affascinante e inquietante, però, tanto la trama è confusa e ingenua o, più precisamente, irrilevante. Le varie sequenze sono spesso fini a sé stesse, nemmeno legate da un filo conduttore, e le azioni dei personaggi sono prive di struttura o di logica narrativa. Di fatto non c'è nemmeno un vero protagonista (Mark è una figura del tutto vuota e inconsapevole), e per lunghi tratti la vicenda passa da un personaggio all'altro: da Rose a Sara (Eleonora Giorgi), compagna di studi di Mark a Roma, dall'antiquario con le stampelle Kazanian (Sacha Pitoëff) alla contessa Elise (Daria Nicolodi). Il vasto cast comprende anche Gabriele Lavia (il giornalista Carlo), Alida Valli (la portinaia del palazzo di New York, un condominio degno delle migliori paranoie polanskiane), Leopoldo Mastelloni (l'ambiguo servitore dela contessa), Feodor Chaliapin jr. (il professor Arnold, ovvero Varelli), Veronica Lazar (Mater Tenebrarum) e Ania Pieroni (Mater Lacrimarum). La regia riesce comunque a costruire un'atmosfera ad effetto, grazie soprattutto alla fotografia (di Romano Albani) che, come in "Suspiria", abbonda di luci e di filtri colorati: il risultato è fortemente stilizzato, a volte addirittura astratto e impalbabile, compensando le mancanze strutturali della sceneggiatura. Anche se la tensione latita (rispetto ai precedenti, il film fa sicuramente meno paura), restano infatti impresse numerose sequenze: lo sguardo della ragazza con il gatto, la corsa in taxi sotto la pioggia, l'uomo divorato dai topi, l'incendio finale. Gli effetti visivi sono opera di Mario Bava, aiuto regista insieme al figlio Lamberto. La colonna sonora è di Keith Emerson, ma grande importanza in alcune scene ha anche il coro "Va, pensiero" di Giuseppe Verdi. Poco adatto il titolo (nel film non si parla mai di inferno): se proprio non andava bene l'ovvio "Le tre madri", si poteva ricorrere (in analogia con "Suspiria", incentrato su Mater Suspiriorum) a "Tenebra" (che al plurale, "Tenebre", sarà il titolo del successivo lavoro di Argento, non legato a questa trilogia).

11 novembre 2019

Suspiria (Dario Argento, 1977)

Suspiria
di Dario Argento – Italia 1977
con Jessica Harper, Stefania Casini
***

Rivisto in divx.

La giovane ballerina americana Susy Benner (Jessica Harper) giunge a Friburgo, in Germania, per frequentare una prestigiosa accademia privata di danza classica. Attorno alla scuola, però, si verificano inquietanti delitti, come l'omicidio di una studentessa la notte stessa dell'arrivo di Susy. E la ragazza, la cui salute si fa man mano più cagionevole, scopre che alla fine del diciannovesimo secolo l'edificio aveva ospitato quella che si riteneva essere una congrega di streghe, il culto della cui capostipite (Elena Markos, detta "la regina nera") potrebbe essere ancora vivo... Abbandonando il giallo/thriller per darsi all'horror soprannaturale, Dario Argento firma il suo film stilisticamente più maturo e consapevole, nonché quello che internazionalmente è considerato il suo capolavoro (in patria la palma va invece ancora a "Profondo rosso"). Scritto insieme alla compagna Daria Nicolodi, il lungometraggio ha fra i suoi punti di forza la suggestiva ambientazione gotica e mitteleuropea (oltre a Friburgo e alla Foresta Nera, diverse scene sono state girate a Monaco di Baviera), la fotografia coloratissima ed espressionista di Luciano Tovoli (con toni di rosso acceso che donano alle immagini una patina fantastica e surreale: tutto in particolare richiama il sangue, dalle luci alle scenografie, a partire dalle pareti di una scuola fiabesca e barocca), le inquietanti musiche dei Goblin, i volti e le interpretazioni dei vari attori, fra giovani promesse e vecchi mostri sacri (nel cast ci sono, fra gli altri, Stefania Casini, Miguel Bosé, Alida Valli, Joan Bennett, Udo Kier e Renato Scarpa). I meccanismi di costruzione della tensione e della paranoia sono forse un po' scoperti e grossolani (rispetto, per esempio, a capolavori come "Rosemary's baby" e similari), ma anche efficaci nella loro ingenuità stilizzata. E tutti gli elementi della storia concorrono a rendere angosciante l'esperienza dello spettatore: l'ambiente rigido e severo della scuola di danza, la protagonista estraniata e fuori dal proprio mondo, il tema soprannaturale della stregoneria, per non parlare dei personaggi disturbanti (come il pianista cieco, il misterioso dottore, l'inserviente deforme, le domestiche), delle morti cruente, degli eventi misteriosi (cosa accade di notte, dopo che le alunne vanno a dormire e le insegnanti lasciano – presumibilmente – l'edificio?). Curiosità: è il primo di sei film consecutivi di Argento con il titolo composto da una sola parola. Con i successivi "Inferno" (1980) e "La terza madre" (2007) forma una sorta di trilogia, ispirata al romanzo "Suspiria De Profundis" di Thomas de Quincey. Un remake nel 2018, firmato da Luca Guadagnino.

15 ottobre 2019

Profondo rosso (Dario Argento, 1975)

Profondo rosso
di Dario Argento – Italia 1975
con David Hemmings, Daria Nicolodi
***1/2

Rivisto in divx.

Marc Daly (David Hemmings), pianista jazz britannico di stanza a Roma, assiste casualmente all'omicidio della sua vicina di casa, la sensitiva tedesca Helga Ulmann (Macha Méril). Convinto che gli sia sfuggito un particolare fondamentale per individuare l'assassino, decide di indagare insieme alla giornalista Gianna (Daria Nicolodi): e scoprirà che il delitto è forse legato a inquietanti eventi che sono accaduti venticinque anni prima in una villa gotica fuori città, ora abbandonata... Forse il film più famoso di Dario Argento, nonché il suo primo vero capolavoro, "Profondo rosso" è un punto di passaggio nella filmografia del regista romano, prima di virare definitivamente verso l'horror soprannaturale con il successivo "Suspiria". Qui il modello è ancora quello del giallo investigativo, come nelle precedenti pellicole della "trilogia degli animali", dalle quali recupera stilemi e ingredienti (tanto che in un primo momento il film avrebbe dovuto intitolarsi "La tigre dai denti a sciabola", esplicitando la sua appartenenza al medesimo genere), pur con una spruzzatina di paranormale (la sensitiva tedesca aveva percepito le intenzioni malvagie del suo assassino, presente fra il pubblico, durante un convegno di parapsicologia). Ma la storia – scritta insieme a Bernardino Zapponi – è decisamente più accattivante e coerente rispetto ai lavori precedenti (con un finale che giunge a sorpresa, ma anticipato da numerosi indizi), ed è arricchita da molte sequenze ad effetto e da momenti ricchi di tensione, a tratti terrorizzanti e comunque difficili da dimenticare: non solo i delitti e le morti macabre e violente, anche piuttosto esplicite visivamente, ma pure la scena dello specchio che rivela il volto dell'assassino, e in generale l'atmosfera che lega i delitti ai traumi infantili (anche grazie all'inquietante canzoncina che funge da motivo conduttore e svolge un ruolo di primo piano nella risoluzione della vicenda). Quanto allo stile di regia e fotografia, prosegue il percorso di Argento sulla strada dell'espressionismo e della stilizzazione barocca, enfatizzando le angolazioni delle inquadrature, i movimenti di camera, i colori accesi (in particolare, ovviamente, il rosso del sangue, talmente acceso da risultare innaturale). Fra gli elementi iconici che più di altri hanno contribuito al successo del film va infine ricordata la colonna sonora di Giorgio Gaslini e dei Goblin, ricca di insolite sonorità elettroniche.

E allora è facile passare sopra ai difetti, alcuni dei quali forse congeniti al suo genere, come l'evidente meccanicità della trama, lo scarso approfondimento dei personaggi, e il fatto che la storia si trascini un po' nella parte centrale, tirando per le lunghe la tensione. Forse per questo, nelle versioni per il mercato internazionale sono state eliminate le sequenze relative alle "schermaglie" amorose fra Marc e Gianna, alcune delle quali ricordano le battaglie fra i sessi delle commedie slapstick degli anni quaranta: in effetti tutto il personaggio della giornalista, con la sua sigaretta e i suoi abiti, sembra uscire da una pellicola di quell'epoca, magari da un noir. E sempre al passato, o forse a un periodo fuori dal tempo, guardano le scenografie con l'uso di set e location meticolosamente studiate (la villa abbandonata, ovviamente, ma anche la casa di Helga con la galleria di dipinti inquietanti e le strade di Roma notturne e vuote). A questo proposito, è da notare che in realtà gran parte del film è stato girato a Torino: qui si trovano la villa e anche la piazza in cui Marc e Carlo sentono l'urlo di Helga (è la piazza CLN, con la statua del fiume Po, dove ha sede il Blue Bar che Argento fece costruire appositamente, ispirandosi al celebre dipinto "Nighthawks" di Edward Hopper). David Hemmings era noto in Italia per aver girato nel 1966 "Blow-up" di Antonioni. La Nicolodi, al suo primo film con Argento, divenne la compagna del regista (e la madre di sua figlia Asia, nata proprio nel 1975). Il resto del cast comprende Gabriele Lavia (Carlo, l'amico e collega alcolizzato di Marc), Eros Pagni (il commissario di polizia, ispirato forse al Volonté di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"), Glauco Mauri (il professor Giordani) e Clara Calamai, attrice popolare negli anni trenta e quaranta (qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo), che Argento volle per il ruolo della madre di Carlo: la casa e le foto che si vedono nel film sono davvero le sue. Altre curiosità: il travestito omosessuale è interpretato da una donna, Geraldine Hooper. Olga, la figlia del custode, è Nicoletta Elmi, nipote della conduttrice televisiva Maria Giovanna Elmi. Agli effetti speciali ha collaborato Carlo Rambaldi. Il film ispirerà fra gli altri John Carpenter (che per il suo "Halloween" gli si dichiarerà debitore) e Quentin Tarantino.

7 giugno 2019

Le cinque giornate (Dario Argento, 1973)

Le cinque giornate
di Dario Argento – Italia 1973
con Adriano Celentano, Enzo Cerusico
*

Visto in TV.

Il ladruncolo Cainazzo (Celentano) e il fornaio romano Romolo (Cerusico) rimangono coinvolti nell'insurrezione di Milano contro gli austriaci nel 1848. Fra una disavventura e l'altra, sono testimoni delle nefandezze compiute da entrambe le parti. L'unico film di Dario Argento non appartenenente ai generi del thriller o dell'horror è una scalcinata commedia di ambientazione storica, quasi una versione milanese dei film romani di Luigi Magni, dall'andamento episodico, priva di focus e di equilibrio. È evidente come questo tipo di film non fosse nelle corde del regista, che infatti si premurò di chiudere rapidamente la parentesi, tornando – con il successivo "Profondo rosso" – al genere che più gli era congeniale. Si passa da situazioni boccaccesche (l'episodio della donna che deve partorire, quello della contessa ninfomane che fa innalzare le barricate (Marilù Tolo), o quello della vedova del traditore) ad altri che – nelle intenzioni – dovrebbero essere drammatici, per mostrare l'assurdità della guerra, condannare i "potenti" che si accordano alle spalle del popolo o i traditori che approfittano della confusione per arricchirsi. L'intento era chiaro: demistificare il patriottismo e l'eroismo del Risorgimento, mostrando che le battaglie e i grandi eventi storici sono stati condotti senza una vera volontà popolare, o senza un concreto beneficio ("Ci hanno fregato!", grida Celentano alla folla in festa per la vittoria nella scena finale). Ma il risultato è fra il tragicomico e l'imbarazzante, e tutto è estremamente qualunquistico, quando non si scivola nella volgarità o nella farsa, anche per colpa di attori non adeguati, di un forte senso di improvvisazione, della mancanza di collante fra le varie sequenze e di uno scarso valore produttivo. Con l'eccezione di alcune scene a Palazzo Reale e in piazza Belgioioso, la pellicola non è stata girata a Milano ma a Pavia. Celentano non canta: nella colonna sonora, una brutta versione della "Gazza ladra" di Rossini al sintetizzatore, oltre alla melodia dell'Ave Maria di Gounod.

4 maggio 2019

4 mosche di velluto grigio (D. Argento, 1971)

4 mosche di velluto grigio
di Dario Argento – Italia/Francia 1971
con Michael Brandon, Mimsy Farmer
**

Visto in divx.

Il musicista rock Roberto Tobias (Brandon) uccide un uomo senza volerlo – o almeno così crede – e inizia ad essere preso di mira e ricattato da qualcuno che ha fotografato tutto. Terzo capitolo, cupo e claustrofobico, della cosiddetta "trilogia degli animali" di Dario Argento, costruito su un canovaccio simile ai due lavori precedenti: un misterioso assassino seriale e psicopatico (la cui identità viene svelata solo nel finale), un'ambientazione urbana e quotidiana, la ricerca del gimmick, un protagonista senza particolari qualità, comprimari eccentrici e dalla caratterizzazione macchiettistica. Ma il cinema del regista comincia a tingersi di horror, e a farsi sempre più espressionistico: significativo l'omaggio a Fritz Lang, che dà il nome alla strada (fittizia) dove abita Roberto con la moglie Nina (Farmer), mentre la "Città" in cui risiede è un misto di Torino, Roma, Milano (la metropolitana), Spoleto (il teatro) e Tivoli (il parco). Compaiono anche i primi elementi soprannaturali, sotto forma dell'incubo ricorrente con la decapitazione in una piazza araba. Straniante vedere Bud Spencer in un ruolo "serio", quello di Dio(mede), il barbone consigliere. Jean-Pierre Marielle è Arrosio, l'investigatore gay. Francine Racette è Dalia, cugina di Nina e amante di Roberto, nella cui retina rimane impressa l'ultima immagine vista prima di essere uccisa, ovvero le quattro mosche del titolo, che porteranno all'identificazione dell'assassino. Nel cast anche Stefano Satta Flores, Marisa Fabbri, Oreste Lionello e Calisto Calisti. È rimasta celebre la sequenza finale, girata a 18.000 frame per secondo. Musica di Ennio Morricone, già autore di quella dei due film precedenti, ma che litigò con Argento e non lavorò più con lui fino al 1996 ("La sindrome di Stendhal"). Inizialmente il regista avrebbe voluto scritturare i Deep Purple, ma dovette rinunciarvi per questioni legate ai finanziamenti pubblici.

15 aprile 2019

Il gatto a nove code (D. Argento, 1971)

Il gatto a nove code
di Dario Argento – Italia 1971
con James Franciscus, Karl Malden
**

Visto in TV.

Con l'aiuto dell'enigmista cieco Franco Arnò (Malden), il giornalista Carlo Giordani (Franciscus) indaga su una serie di delitti incentrati attorno all'istituto di ricerce genetiche del professor Terzi (Tino Carraro). Gli scienziati del laboratorio hanno infatti scoperto un'alterazione cromosomica che porta a una predisposizione alla delinquenza, e l'assassino (che potrebbe anche essere uno di loro) intende impedire che la propria natura antisociale venga alla luce. Il secondo lungometraggio di Dario Argento (nonché secondo tassello della "trilogia degli animali") è ancora un giallo prima che un horror. Rispetto al precedente "L'uccello dalle piume di cristallo", però, l'atmosfera è più convenzionale e lo svolgimento meccanico, con sospetti su vari personaggi prima di una risoluzione in fondo abbastanza banale. Se la tensione non sempre è ai massimi livelli (tranne forse nella scena del cimitero), sono però da apprezzare alcune scelte stilistiche (le soggettive dell'assassino, l'inquadratura ravvicinata della sua iride colorata di rosso), mentre certi personaggi di contorno sembrano uscire da una commedia (il barbiere, lo scassinatore "Gigi Scalogna"). Il titolo è abbastanza pretestuoso (le "nove code" del gatto simboleggiano le tante piste da seguire durante l'indagine). La vicenda è ambientata a Torino. Musica di Ennio Morricone. Catherine Spaak è Anna, la bella figlia del professor Terzi, mentre Cinzia De Carolis è la piccola Lori, la nipotina di Arnò. Nel cast anche Horst Frank (il tedesco gay), Aldo Reggiani e Rada Rassimov. Gli attori protagonisti furono imposti ad Argento dai finanziatori americani giunti sulla scia del suo precedente film (che in effetti aveva riscosso più successo negli USA che in Italia).

4 aprile 2019

L'uccello dalle piume di cristallo (D. Argento, 1970)

L'uccello dalle piume di cristallo
di Dario Argento – Italia 1970
con Tony Musante, Suzy Kendall
**1/2

Visto in TV.

Lo scrittore americano Sam Dalmas (Tony Musante), a Roma ancora per pochi giorni prima di tornarsene in patria, assiste per caso al tentato omicidio di una donna (Eva Renzi) in una galleria d'arte, riuscendo a mettere in fuga l'omicida. È solo l'ultimo di una serie di delitti commessi da un misterioso serial killer con le mani guantate. E Sam, convinto di aver colto un dettaglio rivelatore (che non riesce però a ricordare), accetta di aiutare nelle indagini il commissario Morosini (Enrico Maria Salerno), mettendo però a repentaglio in questo modo la vita della propria compagna Giulia (Suzy Kendall). Il primo film diretto da Dario Argento (fino ad allora critico cinematografico e sceneggiatore), "erede" del thriller all'italiana di Mario Bava, è forse più un giallo che un horror, ma ha già molti degli ingredienti che faranno la fortuna del regista negli anni a venire (e che ritroveremo anche negli epigoni, per non parlare di serie a fumetti come "Dylan Dog"): una forte componente espressionista, soprattutto a livello visivo e cromatico (il rosso del sangue, il giallo del giubbotto indossato dal killer), una continua tensione, un'elevata dose di violenza (con molti stilemi provenienti dal poliziottesco o dal western all'italiana), un'atmosfera ambigua e calata nella quotidianità, personaggi eccentrici, psicotici o sopra le righe (cui fa da contraltare un protagonista invece piuttosto ingenuo e dalla caratterizzazione semplice), un vasto gioco di rimandi e di dettagli (con tanti indizi a carico un po' di tutti i personaggi di contorno). Il titolo (il primo di tre "animali" nei primi tre lungometraggi del regista: seguiranno gatti e mosche) si riferisce a un uccello rarissimo (che in realtà non esiste: quella che si vede è una comune gru coronata) il cui verso aiuterà a svelare l'identità dell'assassino. Renato Romano è l'amico Carlo, Umberto Raho è il marito della vittima, Mario Adorf è Berto Consalvi, il pittore pazzo che mangia i gatti, uno dei cui quadri naïf nasconde il segreto alla base degli omicidi. La sceneggiatura era originariamente ispirata al romanzo "La statua che urla" di Fredric Brown. Buona la confezione: la fotografia è di Vittorio Storaro, la colonna sonora di Ennio Morricone.